| Un
secolo e mezzo di lotte per ridurre l'orario di lavoro.
di Antonio
Moscato.
Il 14 gennaio 1860, nel palazzo comunale di
Nottingham, si tenne una contrastata riunione per
discutere della situazione nelle manifatture di
merletti. Vari fabbricanti si alzarono a protestare
contro ogni discussione, ma alla fine si riuscì a
preparare una "petizione affinché il tempo degli
uomini sia limitato a diciotto ore quotidiane".
Dalle denunce fatte in assemblea risultò che anche
fanciulli di 9 o 10 anni venivano svegliati molto
prima dell'alba e fatti lavorare fino a notte
inoltrata. Eppure già nel 1833 in Inghilterra
era stata varata la prima legge per regolamentare
l'orario di lavoro: la "giornata lavorativa
ordinaria di fabbrica nel settore tessile "doveva
"cominciare alle cinque e mezzo di mattina e
finire alle otto e mezzo della sera"; il lavoro
dei fanciulli "dai nove ai tredici anni venne
limitato a otto ore al giorno", ma nell'arco
delle quindici ore (quindi in caso di ispezione si
fingeva che fossero appena entrati in fabbrica). I
fabbricanti del settore della seta peraltro avevano
chiesto subito una deroga sull'età minima, asserendo
che "la delicatezza del tessuto esige nelle dita
una leggerezza di tocco" che si perde con gli
anni. La legislazione inglese dal 1833 al 1864 impose,
tra le grida di protesta degli industriali, successive
limitazioni all'orario legale, sistematicamente
aggirate perché il parlamento votava la legge ma non
stanziava fondi per creare un efficace ispettorato del
lavoro (i bambini pakistani che cuciono i palloni non
sono una novità!).
Ecco perché la deroga era "normale", al
punto che Marx poteva scrivere che per il capitale
"la giornata lavorativa conta ventiquattro ore
complete al giorno, detratte le poche ore di riposo
senza le quali la forza-lavoro ricusa assolutamente di
rinnovare il suo servizio". Marx non disprezzava
affatto la regolamentazione dell'orario per legge (che
veniva rifiutata dai proudhoniani) pur sapendo bene
che la riduzione effettiva sarebbe stata in definitiva
il frutto di mutati rapporti di forza e non soltanto
di una legge. Su proposta di Marx. nel I congresso
dell'Internazionale (Ginevra 1866) fu votata questa
risoluzione: Noi dichiariamo che la limitazione
dell'orario di lavoro è la condizione indispensabile
perché gli sforzi per emancipare i lavoratori non
falliscano". Di conseguenza veniva proposto che
il limite legale per l'orario di lavoro fosse di 8
ore.
La richiesta delle 8 ore era nata d'altra parte subito
dopo l'abo-lizione della schiavitù nel 1861 tra la
classe operaia americana. Ci sarebbero voluti decenni
di lotte e di sangue. La giornata internazionale di
lotta per le 8 ore, il 1° maggio, su cui si è
costruito il movimento operaio mondiale, commemorava
la strage di Chicago del 1886. I primi risultati
furono tutti frutto di lotte di categoria: ad esempio
in Inghilterra nel 1872 edili e meccanici strappano le
9 ore, mentre in Russia bisogna aspettare il 1882 per
imporre almeno le prime limitazioni al lavoro minorile
e femminile, e solo nel 1896-1897 i tessili di Mosca
conquistano le undici ore e mezzo. Eppure sarebbero
stati i lavoratori russi a ottenere per primi le 8
ore. Con la rivoluzione del 1917
E' significativo che la giornata di 8 ore non fu
richiesta al padronato o al governo provvisorio, ma
imposta dal basso: gli operai rivoluzionari al termine
delle 8 ore suonavano la sirena per dare il segnare di
uscire e tutti uscivano. In pochi giorni i padroni che
avevano necessità di produrre dovettero fare buon
viso a cattivo gioco, e assumere operai sufficienti
per istituire un terzo turno (si lavorava allora in
due turni di 12 ore!). Singolare contraddizione, i
menscevichi si erano opposti alla rivendicazione delle
8 ore "in quel momento" perché prematura, o
perché, dicevano, era una parola d'ordine utopistica
che secondo loro era stata all'origine della sconfitta
del 1905… Gli industriali invece si piegarono
presto, perché speravano con quella concessione di
fermare il movimento, ripromettendosi di recuperare
quel che avevano dovuto concedere appena ripreso in
pieno il potere politico intaccato dal "dualismo
di potere". Non ci riuscirono perché la classe
operaia russa non si fermò lì, ma affrontò
radicalmente il problema del potere.
In realtà una lunga esperienza aveva insegnato che
ogni conquista strappata in un determinato momento,
per la congiuntura economica favorevole, o per
rapporti di forza politici (in Francia fu la
rivoluzione del 1848 a imporre le 10 ore giornaliere),
era precaria. In Francia ad esempio la conquista fu
cancellata pochi anni dopo dal Secondo Impero di
Napoleone il piccolo.
Comunque durante la Grande guerra, in tutta l'Europa,
Italia compresa, si era tornati alle 12 ore (dalle 6
del mattino alle 6 di sera e viceversa) nel lavoro a
turni, e a orari ancor più pesanti nella piccole
manifatture. L'im-patto della rivoluzione russa fu
enorme anche su questo terreno (oltre ad aver
dimostrato che far cessare la guerra era possibile) e
nel giro di pochi anni la maggior parte dei paesi
europei stabilivano la giornata di 8 ore. La
"grande paura" del contagio della
rivoluzione russa aveva spinto a concessioni
sostanziali quegli stessi capitalisti che avevano
sempre gridato che un'ora in meno alla settimana li
avrebbe mandati in rovina.
L'esempio della Russia, com'è noto, divenne presto
meno attraente per il proletariato europeo (tra
l'altro, nell'URSS stalinizzata, l'orario effettivo fu
presto allungato, per non parlare di chi lavorava
senza limiti d'orario fino all'esaurimento
nell'arcipelago GuLAG), ma una nuova ondata
rivoluzionaria nel 1936 portò le sinistre al governo
in Spagna e in Francia. I lavoratori francesi imposero
subito con la straordinaria ondata spontanea di
occupazioni di fabbriche del giugno 1936 un accordo
che prevedeva la riassunzione dei licenziati per
rappresaglia, forti aumenti salariali, le 40 ore e,
per la prima volta nell'Europa capitalistica, le ferie
pagate. Qualcuno sostenne che quest'ultima concessione
fu fatta dal padronato per allontanare gli operai
dalle fabbriche occupate e dalle città: in effetti
milioni di lavoratori andarono per la prima volta in
vacanza con la famiglia. Ma non fu questo a rendere
precarie quelle conquiste importantissime: il governo
di Fronte Popolare (con l'appoggio esterno dei
comunisti ma che accanto ai socialisti vedeva
esponenti di primo piano della borghesia francese)
cominciò presto a spostarsi a destra, rifiutando
l'appoggio alla repubblica spagnola, evitando
accuratamente di toccare l'assetto delle colonie, dove
furono confermati o nominati governatori militari di
destra, che successivamente si sarebbero poi schierati
col governo collaborazionista di Petain. Il governo
perse consensi nella classe operaia. Nell'aprile 1938
Léon Blum si dimise e fu sostituito da Daladier. La
maggioranza rimase formalmente la stessa, ma l'asse
era spostato a destra. Il 13 novembre del 1938 venne
abrogata formalmente la legge sulle 40 ore e tutta la
normativa conquistata nel 1936. I sindacati e il PCF
tentarono uno sciopero generale il 30 novembre, ma era
tardi. La demoralizzazione aveva diviso la classe
operaia. Bisognerà ricominciare daccapo. Solo trenta
anni dopo, nel maggio 1968, con gli stessi metodi del
giugno 1936, si tornerà alle 40 ore senza riduzione
di salario.
Un anno dopo sarà la volta dell'Italia. Il rinnovo
dei contratti delle maggiori categorie
dell'in-dustria, che anche per le resistenze del
padronato erano stati rinviati fino a coincidere negli
stessi mesi del 1969 ("l'autunno caldo"),
mobilitò un numero senza precedenti di lavoratori,
proprio grazie alla concretezza delle piattaforme, che
avevano al centro consistenti aumenti salariali uguali
per tutti, la riduzione d'orario a 40 ore e la parità
normativa tra operai e impiegati. Quello che è meno
noto è che quelle piattaforme furono il frutto di una
battaglia di minoranze consistenti e decise, che
provocarono il capovolgimento dell'at-teggiamento
delle burocrazie sindacali. Basti pensare che nel VII
Congresso della CGIL, che si tenne a Livorno dal 16 al
21 giugno 1969 tutte le proposte che di lì a poco più
di un mese sarebbero state raccolte dai principali
sindacati di categoria erano state rinviate a tempi
futuri anche dagli stessi esponenti della sinistra
sindacale come Vittorio Foa. A determinare la svolta
fu il sintomo di un possibile scavalcamento da parte
di settori consistenti del quadro sindacale di base
(ad esempio un'assemblea della Borletti). Quei
contratti diedero alla classe operaia italiana una
forza straordinaria, che tuttavia non fu usata più
per consolidare quelle conquiste imponendo la piena
occupazione con nuove riduzioni d'orario, "perché
gli sforzi per emancipare i lavoratori non
falliscano...", per usare le parole del Congresso
internazionale del 1866.
(26-12-1997) |