Ma
cos'è questo benedetto
articolo
18?
I
promotori del referendum sull’articolo 18
avevano due preoccupazioni: temevano che i mass
media ne parlassero poco e, quel poco, in maniera
distorta. Era una preoccupazione fondata: su
cosa si andrà a votare il 15 e 16 giugno,
infatti, c’è in giro ancora parecchia
confusione.
Ad esempio si ripete spesso che in Italia non
si può licenziare. Falso: si possono attuare licenziamenti
di massa ricorrendo alla legge 223/91 e
anche licenziamenti individuali.
E’ di questi ultimi che si occupa il referendum.
Ogni datore di lavoro ha, in Italia, un bel
numero di motivazioni per licenziare un proprio
dipendente.
Come funziona il sistema è presto detto. Un
lavoratore che riceve una lettera di licenziamento
ha due strade davanti a sé: o accetta il
licenziamento, e il caso si chiude, o ricorre al
giudice.
Il giudice investito dal problema può dichiarare
legittimo il licenziamento e allora il lavoratore
è licenziato e la cosa finisce lì. Se invece
dichiara il licenziamento illegittimo, scattano
degli obblighi per i datori di lavoro: per quelli
di imprese con oltre 16 dipendenti, c’è
l’obbligo al reintegro del lavoratore
ingiustamente licenziato. Quelli di impresa con
meno di 15 dipendenti possono invece mantenere il
licenziamento, anche se ingiustificato, ma devono
pagare a quel lavoratore al massimo sei mensilità.
Ebbene, se vince il si anche questi ultimi datori
di lavoro saranno costretti a reintegrare il
lavoratore ingiustamente licenziato.
Ma quanti sono ogni anno, in Italia i ricorsi
presentati ai giudici da lavoratori
licenziati? Gli ultimi dati dicono poco meno di
duemila, di cui quasi cento (dato
Confapi), riguardano imprese sotto i 15
dipendenti.
Ma allora valeva la pena, con tutto quel che
costa, indire un referendum per far avere esito
diverso a cento casi l’anno?
La cosa messa così porta fuori strada. Tutto
nasce dal fatto che il governo Berlusconi, due
anni fa, appena insediato, partì all’attacco
dell’articolo 18: una piccola modifica,
quasi insignificante. Alcuni partiti, alcuni
sindacati e un po’ di associazioni videro in
quella modifica l’avvio di un attacco più
generale al mondo del lavoro. Videro giusto
perché sulle intenzioni di Berlusconi contro
chi lavora, a distanza di due anni, nessuno nutre
più dubbi.
E pensarono, allora, di fermare il governo
indicendo un referendum. Siccome il referendum in
Italia è solo abrogativo chi studiò la cosa, per
fermare l’assalto di Berlusconi, non trovò di
meglio che un quesito che sopprimeva la
clausola che escludeva le aziende sotto i 15
lavoratori, estendendo quindi automaticamente quel
diritto ai lavoratori che oggi non ce l’hanno.
Un quesito, a ben pensarci, geniale: perché
se il 15 e 16 giugno vince il SI’ faremo fare a
Berlusconi la figura dei pifferi di montagna:
partito per suonare verrà suonato. Se invece
non ci sarà il quorum o dovesse vincere il no,
Berlusconi ripartirà, sull’articolo 18 e sul
resto, da dove s’è fermato.
Questa in soldoni la posta in gioco il 15 e 16
giugno.
Fotocopiato in proprio, Lecce 22/5/03
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Circolo
Università del PRC