Riflessioni
sul referendum
Quando
il referendum è stato proposto da un gruppo di
sindacalisti, di giuristi, di esperti di problemi
del lavoro, molti si sono affannati a criticarlo:
chi dicendo che era meglio fare una legge, chi
facendo una predica astratta sul fatto che le vere
conquiste si ottengono con le lotte. Eppure oggi
appare chiaro che non c’era altra strada. Perché:
-
Una
legge sull’art. 18 non è stata fatta quando
in parlamento la destra era più debole non
perché se ne fossero dimenticati, ma perché
una parte notevole del centro sinistra la
pensava esattamente come Maroni, e aveva
proposto lo stesso tipo di peggioramento. (Il
famoso “libro bianco” attribuito al solo
Marco Biagi, era stato preparato da uno staff
di esperti raccolti intorno a Treu e allo
stesso Salvi quando era ministro del lavoro).
Impensabile farla ora che in parlamento c’è
una solida maggioranza di destra (che non c’è
nel paese, ma è stata regalata al Polo dalla
pessima legge elettorale), a cui si sommano un
bel pezzo di Margherita e di DS che sono
apertamente contro all’estensione dei
diritti a chi ne è privo.
-
Le
lotte, dopo venti anni segnati dalla sconfitta
del 1980 alla FIAT, dall’espulsione
sistematica degli operai più combattivi dalle
fabbriche, e di collaborazione di tutti e tre
i sindacati confederali all’attacco
padronale in nome della concertazione, sono
diventate ben più difficili, tranne in casi
circoscritti, in cui si riesce a rispondere a
una provocazione padronale; certo le lotte
generali di cui ci sarebbe bisogno non possono
essere proclamate a tavolino, a partire da
sindacati autorganizzati coraggiosi ma con un
radicamento del tutto insufficiente e per
giunta inspiegabilmente divisi tra loro in
tutti questi anni.
Invece
nel paese, a giudizio di tutti, è cresciuta una
netta maggioranza di persone che hanno capito la
sostanza politica dell’attacco di Berlusconi e
Maroni a un diritto di cui pure potevano
beneficiare solo pochi lavoratori.
Mentre
i dirigenti diessini e lo stesso Cofferati si
affannavano a esorcizzare il referendum con
argomenti pretestuosi e politicistici, la CGIL,
che dapprima la pensava come Cofferati, ha finito
per schierarsi tutta per il SI, sospinta da molti
suoi sindacati di categoria o territoriali.
Ma
c’è di più: l’associazione dei piccoli
imprenditori toscani, ha dichiarato che non hanno
paura dell’art. 18, perché puntano a un clima
di collaborazione con i propri dipendenti; in
Emilia e Romagna, da anni, in molte piccole
aziende è stato inserita come conquista
contrattuale l’estensione dello Statuto dei
Lavoratori anche al di sotto dei 15 dipendenti.
Inoltre
gli esperti di Diritto del Lavoro hanno fatto un
po’ di calcoli: in Italia si può licenziare e
si licenzia moltissimo, ma l’eliminazione degli
operai più combattivi è stata fatta nel quadro
di licenziamenti collettivi per “esubero” di
personale. Solo nei casi in cui era una spudorata
vessazione o una vendetta padronale (perfino –
in qualche caso - per un rifiuto di prestazioni
sessuali extra...) è stato possibile ricorrere al
magistrato e ottenere in 2000 (duemila!) casi
all’anno il reintegro. In un centinaio di casi
l’anno di lavoratori di imprese al di sotto dei
15 dipendenti, il magistrato ha deciso un
indennizzo.
Se
sono così pochi, perché prendersela tanto?
Intanto perché il progetto di Berlusconi e Maroni
(riprendendo i progetti del diessino De Benedetti
e di Treu) punta atogliere lo Statuto per tutti, e
ha trovato già due marchingegni pericolosi con la
848 bis (che toglie la protezione dello Statuto
alla piccola azienda che cresce e supera la soglia
dei 15) e la legge 30 che prevede che si possa
cedere (anche a un liquidatore di comodo)
qualsiasi reparto anche se non aveva autonomia
funzionale, cioè non esisteva prima. Quindi basta
raggruppare in un finto reparto i lavoratori da
licenziare e il gioco è fatto. Nessuno è più
garantito!
Quindi
oggi, il referendum che proponeva di estendere lo
Statuto e in particolare l’art. 18 alle piccole
aziende (dove c’è ormai il 40% della forza
lavoro, a forza di smembrare ed
“esternalizzare” le grandi aziende) non è più
solo una nobile battaglia di civiltà per
l’uguaglianza dei diritti, ma l’unico modo per
proteggere gli stessi lavoratori che si credevano
“garantiti”, ed è diventato molto più
importante di quanto pensassero i promotori.
Difficoltà:
-
oscuramento
totale sui mass media
-
ostilità
di tutti i politicanti (e resistenze anche nel
PRC di chi non perdona a Bertinotti la scelta
dei movimenti).
-
scarso
impegno di molti settori della CGIL e della
stessa FIOM dove i dirigenti non sono espressi
dalla base
-
argomenti
astratti contro i referendum in quanto tali,
che invece diventano più importanti per le
minoranze pensanti proprio quando la politica
istituzionale è fatta di “inciuci” e di
convergenze scandalose che rendono quanto
resta della sinistra indistinguibile dalla
destra. È l’unico modo per far discutere (e
far scegliere) i cittadini sui contenuti e non
sulle formule.
Incredibile
che dei dirigenti che si dicono di sinistra
chiedano (proprio come Berlusconi) di non andare a
votare. Se non credono a tutti gli argomenti che
abbiamo riportato prima, e pensano davvero che
limitare un po’il “diritto” del padronato di
licenziare senza giusta causa porti l’Italia
alla rovina, vadano a votare e votino NO, o scheda
bianca. Invece vogliono furbescamente apparire
“vincitori” entrando nel coro di chi vuol fare
fallire il referendum, anche grazie a un trucco
tremendo: il 15 giugno sono stati inseriti nelle
liste elettorali milioni di italiani all’estero
anche da venti o trenta anni, che ovviamente non
conoscono nulla di quello che accade in Italia, e
che non sono toccati minimamente dallo Statuto,
perché anche se lavorano sono soggetti ad altre
leggi.
Questa
legge, voluta fortemente dal fascista Tremaglia,
è stata votata dal Polo ma anche da gran parte
del centrosinistra, come sempre portata al
suicidio. Se nelle elezioni politiche se ne
avvantaggerà la destra (che negli Stati Uniti, in
Argentina, in Brasile e in Australia ha
associazioni, giornali “nostalgici” del
fascismo, ecc.), in queste semplicemente renderà
più alto il quorum necessario per rendere valido
il referendum!
Soprattutto
nei piccoli centri ci si conosce, si discute, si
litiga, ci sentiamo fare quotidianamente prediche
sull’unità bene sipremo, sul cattivo Bertinotti
che ha fatto cadere Prodi (senza tener conto che
stava preparando l’aggressione al Kosovo, ed era
sicuro si spazzarci via con l’acquisto dei voti
dei cossuttiani più quelli di qualche transfuga
del Polo). Incalziamoli,
denunziando che sono loro a spezzare l’unità
del movimento operaio, facciamoli vergognare, in
modo che si sentano
obbligati
ad andare a votare magari No o scheda
bianca. Non è impossibile. Anche della CGIL era
difficile pensare che finisse per appoggiare il
SI, e la stessa Quercia, dopo aver fatto
dichiarazioni inconsulte per bocca dei suoi
principali dirigenti, si deve riunire ancora perché
evidentemente ha pressioni interne in senso
contrario. Proviamoci!