Ritratto
di un terrorista incallito: Putin
di Antonio Moscato
Come Putin ha conquistato il potere
Con il massacro del teatro Na Dubrovke di Mosca
Putin non tradisce le sue
origini: questo sbirro formatosi nella NKVD,
chiamato da Eltsin alla carica
di Primo ministro nell'agosto 1999 al posto di
Stepashin (anch'esso
proveniente dai servizi segreti, ma bruciato in
poco tempo come i suoi tre
predecessori) era riuscito in pochi mesi a
conquistarsi una grande
popolarita' proprio grazie ad alcuni non troppo
misteriosi attentati che
avevano colpito edifici civili a Mosca e in altre
citta', provocando quasi
300 morti. Gli attentati non solo non erano stati
rivendicati, ma tutte le
organizzazioni cecene avevano smentito ogni
coinvolgimento.
Grazie ad essi, in settembre erano ricominciati i
bombardamenti russi sulla
Cecenia. Molti commentatori si erano domandati se
dietro quelle bombe non ci
fossero stati i servizi segreti. Putin, comunque,
ottenne allora il plauso
di tutta l'opposizione, compresa quella
"comunista", che al massimo gli
rimproverava di non essere abbastanza deciso nel
difendere il "sacro suolo
della patria". Nelle grandi citta' si diffuse
e si rafforzo' l'isterismo
contro i caucasici, sospettati in blocco di
terrorismo e criminalita'.
In tre mesi i russi ufficialmente caduti in
combattimento in Cecenia (a
parte quelli delle guerre precedenti) erano gia'
circa 400, ma secondo il
comitato delle madri dei soldati sarebbero molti
di piu'. Il 25 dicembre il
comando russo lancio' "l'attacco finale"
a Grozny, provocando oltre 30.000
morti (dieci volte le vittime delle torri
gemelle....). Putin volo' con la
moglie a trascorrere le feste di fine d'anno tra i
soldati russi in Cecenia.
Proprio grazie al massacro ceceno, che e' stato
appoggiato da tutti i
partiti russi, ma di cui si era assunto il merito
principale, Putin, che era
sconosciuto alla quasi totalita' dei russi appena
un anno prima, pote'
essere eletto presidente nel marzo 2000 con il
52,64% dei voti (Zjuganov
29,34, Javlinskij 5,84, Tuleev 3,02, Zhirinovskij
2,72, ecc.), liquidando
silenziosamente il suo predecessore Eltsin. Ma in
Cecenia la guerra che
aveva assicurato di vincere in poco tempo e'
continuata.
Negli anni successivi migliaia di soldati e
ufficiali russi, e molte decine
di migliaia di ceceni sono caduti in questa
guerra, senza che la Cecenia
possa essere considerata domata. E a fianco alle
tendenze moderate e
sostanzialmente laiche, tra i ceceni compaiono e
si rafforzano quelle
integraliste. Non sono "il male" come le
presentano Bush, Sharon e Putin, ma
"una conseguenza" del male, cioe'
dell'oppressione, della violenza, della
disperazione.
Alcuni dei sopravvissuti alla feroce occupazione
si sono rifugiati in altri
paesi, alcuni per convinzione o per prepararsi a
riprendere la lotta contro
i propri nemici, altri come mercenari. Ce n'erano
anche con Bin Laden in
Afghanistan, ma la Cecenia non e' l'Afghanistan,
come d'altra parte l'
Afghanistan, pur ospitandolo, non era la stessa
cosa di Bin Laden.
Se ne occorreva un'ulteriore dimostrazione, si
pensi alle decine di ragazze
e donne combattenti presenti nella formazione che
ha occupato il teatro, con
un ruolo ben diverso da quello che il fanatismo
integralista dei talebani
assegnava alle donne.
Le "armi non convenzionali" di Putin
Contro Saddam si ripete abitualmente che (anche se
gli esperti, compresi gli
ex ispettori dell'ONU come Scott Ritter lo
smentiscono) potrebbe dotarsi di
armi non convenzionali. Invece e' piu' che certo
che queste armi le hanno
gli Stati Uniti, Israele, la Russia. Cosa ha usato
Putin per liquidare il
disperato tentativo di attirare l'attenzione del
mondo sulla tragedia
cecena? Il terribile gas, che ha colpito gli
ostaggi russi come i
combattenti ceceni. Di fronte al turbamento di
quel po' di opinione pubblica
vagamente informata che ci puo' essere in una
Russia dove tutti i mass media
sono in poche mani perfino piu' che da noi, Putin
ha fatto dire ai suoi
"esperti" che il gas non ha ucciso
nessuno (affermazione clamorosamente
smentita dall'assenza di fori da arma da fuoco
sulla quasi totalita' delle
vittime, cecene o russe) e comunque sarebbe di un
tipo ammesso dalle
convenzioni internazionali. Anche se fosse vero
(ci sono organismi
internazionali disponibili a coprire ogni crimine)
cosa cambierebbe? Quel
che conta sono i fatti, il terribile bilancio di
vittime innocenti.
Autorizzate o no, sono armi infami, e sono state
usate indiscriminatamente
anche contro i propri cittadini presi come
ostaggi, sicuramente innocenti.
Gli ostaggi nelle guerre e nei movimenti di
liberazione
Ma la barbarie dei ceceni sarebbe provata dal
ricorso alla cattura di
ostaggi. Non c'e' dubbio che si tratta di una
forma di lotta che coinvolge
sicuramente innocenti. Tuttavia non bisogna
dimenticare quante altre forme
di lotta colpiscono prevalentemente i civili: ad
esempio i bombardamenti
della capitale cecena, che solo tra il settembre
1999 e il marzo 2000 hanno
provocato 30.000 morti. E non sono "cattura
di ostaggi" le razzie di civili
fatte dai russi in tutta la Cecenia, dagli USA in
Vietnam, dai francesi in
Algeria, dagli italiani in Libia?
D'altra parte, questa forma di lotta, il cui esito
non e' sempre
catastrofico, e' stata utilizzata da molti
movimenti di liberazione per
attirare l'attenzione sulla propria causa. Ad
esempio, i barbudos cubani nel
1958 catturarono all'Avana il grande pilota
automobilistico argentino Manuel
Fangio, e anche diversi cittadini statunitensi
(imprenditori e tecnici
minerari). Le pressioni internazionali impedirono
al dittatore Batista di
puntare sulla linea dura, e gli ostaggi furono
quindi liberati in cambio
della pubblicazione di dichiarazioni dei
guerriglieri, o della liberazione
di prigionieri.
In moltissimi altri casi ci sono state soluzioni
non cruente: in primo luogo
pensiamo all'occupazione dell'ambasciata iraniana
a Teheran nel 1979 da
parte degli studenti integralisti islamici. Anche
se ci furono tentativi
(falliti) di soluzioni violente, alla fine la
vicenda si concluse con la
liberazione degli ostaggi (sostanzialmente al
prezzo di una grossa perdita
di prestigio degli Stati Uniti, paralizzati non
tanto dalle scelte
soggettive del presidente Carter quanto dalla
"sindrome del Vietnam").
Anche il sequestro della nave da crociera Achille
Lauro, effettuato da
quattro giovanissimi palestinesi il 7 ottobre
1985, si poteva concludere in
modo del tutto incruento. I quattro non dovevano
impossessarsi della nave,
ma nascondersi tra i turisti per sbarcare ad Haifa
e compiervi un attacco.
Una volta scoperti casualmente, forse per la
leggerezza di uno di loro,
dovettero tentare un'azione praticamente
impossibile a un commando cosi'
piccolo: mantenere sotto controllo ben 460
persone, tra cui membri dell'
equipaggio presumibilmente armati. Ci fu un solo
morto, Leon Klinghoffer, un
ammiraglio statunitense che dalla sedia a rotelle
addento' la mano del
sequestratore sedicenne che lo spingeva, e fu
ucciso da una raffica di
mitra. Su di lui si e' scritto che era stato
ucciso proprio perche' era
ebreo, perche' paralitico, ecc., mentre al
processo fu ricostruita la
dinamica di un incidente dovuto prevalentemente al
nervosismo di 4 persone
che dovevano tenerne a bada 460.
Ma citiamo questo episodio (periodicamente fin
troppo ricordato dalla
stampa, celebrato con film, ecc., mentre un
profondo silenzio ha fatto
dimenticare l'uccisione di ben 73 tra palestinesi
e tunisini da parte di un
raid israeliano a Tunisi negli stessi giorni di
inizio di ottobre) solo
perche', a parte l'uccisione di Klinghoffer, dopo
tre giorni di sequestro la
trattativa evito' la catastrofe e i quattro si
arresero alle autorita'
egiziane.
Viceversa in troppi altri casi, da Monaco nel 1972
a Bogota' nel 1985, a
Waco negli Stati Uniti (contro una setta religiosa
locale) la linea dura e l
'intervento delle "teste di cuoio" ha
provocato la morte di tutti o quasi
gli ostaggi. e c'e' soprattutto l'incredibile e
prolungatissimo caso
peruviano.
Il caso dell'ambasciata giapponese a Lima
Il 18 dicembre 1996 in Peru' un commando del MRTA
(movimento rivoluzionario
Tupac Amaru, di tendenza guevarista) aveva
occupato di sorpresa l'ambasciata
giapponese durante una festa prendendo centinaia
di ostaggi, tra cui le
massime cariche dello Stato, gran parte degli
ambasciatori accreditati a
Lima, e la stessa madre del presidente peruviano
di origine giapponese
Fujimori. L'ambasciata giapponese aveva acquistato
grande importanza sotto
la presidenza di Fujimori, soprattutto perche' il
Giappone e' diventato il
secondo partner commerciale del Peru', subito dopo
gli Stati Uniti. Il MRTA
rilascia presto per motivi umanitari tutte le
persone anziane e malate, tra
cui la madre del presidente.
L'occupazione si protrae a lungo: il presidente
peruviano finge di trattare
e fa perfino un viaggio nella repubblica
dominicana, per discutere la
possibilita' che quel paese offra asilo politico
ai ribelli. Il 3 marzo 1997
anche Cuba offre la sua disponibilita' ad
accogliere i guerriglieri, che
tuttavia rifiutano di espatriare e continuano a
richiedere la liberazione di
tutti prigionieri politici. Il 22 aprile un
commando di "teste di cuoio"
sferra un attacco di sorpresa che porta
all'uccisione di tutti i
guerriglieri e di un ostaggio inviso al
presidente: il magistrato Carlos
Giusti, che aveva sempre difeso l'indipendenza del
potere giudiziario. Per
il successo dell'irruzione delle teste di cuoio
l'ambasciata era stata
riprodotta fin nei minimi particolari in una
foresta, con la consulenza
degli Stati Uniti, sicche' quando sono sbucati da
un tunnel sotto l'
ambasciata i militari sapevano perfettamente come
muoversi. Inoltre una
parte degli ostaggi aveva ricevuto il suggerimento
di spostarsi nel lato
opposto a quello in cui sarebbe avvenuta
l'irruzione, grazie a una radio
inserita in un immagine sacra portata dal vescovo
di Lima, che i
guerriglieri avevano lasciato spesso entrare
nell'ambasciata per celebrarvi
la messa. Le trattative erano servite solo a
guadagnare tempo fino al
momento di poter eseguire le condanne a morte
decretate silenziosamente dal
presidente Fujimori sia nei confronti degli
ingenui guerriglieri che avevano
avuto tante preoccupazioni umanitarie da
rilasciare perfino sua madre perche
' anziana, sia nei confronti del magistrato
scomodo. Oggi Fujimori e'
latitante: sta indisturbato in Giappone,
nonostante sia ricercato dalle
autorita' del Peru' per le immense ruberie e
crimini compiuti quando era
presidente.
Sono terroristi?
Ma torniamo ai ceceni. Praticamente tutti i
giornali, con qualche riflesso
sulla stessa "Liberazione", e con la
positiva eccezione di Ettore Mo (che ha
portato sul "Corriere della sera" una
commossa testimonianza sulle sue
esperienze cecene), hanno usato sistematicamente
il termine "terrorista" nei
confronti dei combattenti ceceni. Eppure si
trattava di un atto di guerra,
non di terrorismo. Perche' la Russia puo' colpire
e distruggere Grozny e
quello che resta delle formazioni militari della
repubblica cecena non
possono colpire Mosca?
Naturalmente non hanno piu' aerei o altre armi
pesanti, gli rimane solo
qualche kalashnikov e qualche chilo di tritolo. A
chi li critica per le
forme di lotta scelte (tra l'altro dimenticando
che gia' nelle prime ore
dell'occupazione del teatro avevano fatto uscire
bambini e malati)
potrebbero rispondere come quegli algerini che
durante la lotta di
liberazione, a chi chiedeva perche' usavano
"mezzi barbari" come le borse
della spesa piene di esplosivo depositate nei bar,
dicevano di essere
disposti a dare ai francesi le loro sporte, in
cambio degli aerei, degli
elicotteri e dei blindati. La stessa osservazione
e' stata fatta da un
giovane palestinese a proposito delle cinture
esplosive.
I ceceni lottano legittimamente. Negare loro il
diritto di lottare per l'
indipendenza, significa accettare la logica
dell'imperialismo, dei difensori
dello status quo.
Le frontiere ingiuste non possono essere
intoccabili, e in Europa e nel
mondo non ci sono frontiere giuste: quelle europee
sono il risultato di
lunghe guerre e non della consultazione dei
popoli; quelle degli altri
continenti, il lascito delle spartizioni tra le
potenze coloniali. D'altra
parte, negare il diritto all'autodecisione con
l'argomento della lunga
durata dell'occupazione e' ugualmente
inaccettabile: in base ad esso la
Polonia non avrebbe dovuto ottenere l'indipendenza
nel 1918, e ancor meno la
Cecoslovacchia, che in quanto tale non era mai
esistita. Ma questo diritto
viene ancor oggi negato o "dimenticato"
anche da gran parte della sinistra.
I comunisti che vogliono essere veramente
"rifondatori" devono spazzare via
tutto il giustificazionismo della politica di
potenza entrato nella
mentalita' e nel vocabolario del PCI durante il
lungo periodo staliniano e
post-staliniano. Devono smettere di considerare
sacrosanto e immutabile lo
status quo, comprendendo che ogni
"ordine" basato sull'oppressione di un
popolo in base a presunti "diritti
storici" genera inevitabilmente guerre
orribili e porta il mondo sull'orlo della
barbarie.
La lotta del popolo ceceno dura almeno dal 1770:
non si e' mai piegato; ha
lottato contro lo zar, suscitando l'ammirazione di
una parte dei suoi
nemici, come il giovane Tolstoj; ha accolto con
favore la Rivoluzione d'
ottobre, ma ha ripreso a ribellarsi contro la
russificazione forzata dal
periodo di Stalin ed e' stato deportato in massa
nell'Asia centrale durante
la seconda guerra mondiale, perdendo quasi un
terzo della popolazione in
quel tragico contesto. Su questo rinviamo a una
ricostruzione storica tratta
da un articolo apparso nel febbraio 2000 su
"Bandiera Rossa", che riportiamo
in Appendice.
Putin ha ucciso deliberatamente anche i russi
Alcuni sono stati sorpresi dalla strage di
ostaggi, e hanno pensato che le
lacrime di Putin davanti alla TV fossero reali e
dovute a un esito
imprevisto. Non e' vero. L'uccisione degli ostaggi
era scontata e non e'
affatto una novita'. Chi pensa che un governo non
puo' deliberatamente far
morire i propri cittadini e' un ingenuo o un
ignorante (se ne erano resi
conto anche alcuni degli ostaggi che erano
riusciti a mettersi in contatto
telefonicamente con una radio). Di casi del genere
ce ne sono stati
tantissimi nel mondo.
Se ne e' parlato a proposito dei molti sospetti
sulle responsabilita' di
chi, dall'interno degli Stati Uniti, potrebbe
avere - se non organizzato -
almeno favorito l'attentato alle Twin Towers,
allentando ad esempio
intenzionalmente le misure di sicurezza o
infiltrando qualche gruppo
terrorista per potenziarne la capacita'
distruttiva. A chi escludeva come
assurda questa ipotesi, e' stato ricordato che
c'erano molti precedenti:
quello di Pearl Harbour, ad esempio, a cui si fece
spesso riferimento nei
commenti del primissimi giorni dopo l'11 settembre
e che poi nessuno ha piu'
nominato, quando vari giornali hanno ricordato che
i marinai statunitensi
morti a migliaia in quell'attacco potevano essere
salvati, dato che da tempo
erano stati decifrati i codici della flotta e
dell'aviazione giapponese, ma
furono lasciati morire da Roosevelt per creare un
impatto psicologico che
riducesse l'ostilita' dell'opinione pubblica
all'entrata degli Stati Uniti
nella seconda guerra mondiale.
Tra gli altri precedenti famosi ci fu l'esplosione
nel 1898 dell'
incrociatore statunitense Maine, giunto nel porto
dell'Avana per una non
richiesta visita di cortesia. L'attentato fu
attribuito dal governo degli
Stati Uniti alle autorita' spagnole, che negarono
e che comunque non ne
potevano ricavare nessun vantaggio. Il dato
sospetto e' che nella notte in
cui avvenne l'esplosione a bordo non c'era nessun
ufficiale, ma solo poveri
e oscuri marinai, la cui morte forni' il pretesto
per la dichiarazione di
guerra degli USA alla Spagna, e la successiva
conquista di Cuba, Portorico,
Filippine e Guam.
D'altra parte, in tutti quei casi, come anche in
questo, l'obiettivo da
raggiungere e' giustificare agli occhi dei propri
cittadini una guerra gia'
decisa o da potenziare. E chi prepara una guerra
da' per scontato che in
essa moriranno molti soldati del proprio paese.
Perche' non sacrificarne
alcuni trasformandoli in "detonatore
psicologico" o almeno in vittime che
dovrebbero nobilitare una guerra presentandola
come un atto di giustizia e
di sacrosanta ritorsione?
Ma non va neppure dimenticato che anche in Italia
il terrorismo "nero" (che
non a caso non rivendicava i suoi attentati per
farne ricadere la
responsabilita' sui nuovi movimenti) ha fatto
morire tante vittime innocenti
a Piazza Fontana, alla stazione di Bologna, con
numerosi attentati ai treni.
Ed era un terrorismo "nero" solo se si
considerano gli esecutori, la
manovalanza, ma era in realta' un "terrorismo
di Stato", che voleva creare
un clima favorevole a una dura stretta repressiva.
D'altra parte, abbiamo gia' ricordato come lo
sconosciuto Putin preparo' la
sua ascesa combattendo un "pericolo del
terrorismo ceceno" che moltissimi
commentatori anche non russi considerarono
inventato e organizzato dai
servizi, e che non a caso colpiva a caso innocui
condomini. Lo ricordiamo
naturalmente non per insinuare che anche questa
volta ci sarebbe stato lo
zampino dei servizi, magari occidentali, come
hanno fatto in parecchi,
compreso Giulietto Chiesa e Ramon Mantovani, ma
solo per ribadire che tanto
cinismo nel mettere in gioco la via di
"sudditi" innocenti non puo' stupire
in un uomo con quel passato. E sull'indifferenza
di Putin per la vita dei
russi, basti ricordare che, quando il 12
agosto:del 2000 affondo' il
sottomarino nucleare russo "Kursk", per
giorni e giorni vennero rifiutati i
soccorsi norvegesi e britannici, e si fornirono
notizie false, mentre Putin
rimaneva in vacanza. Solo dopo molti giorni
inizieranno le inutili
operazioni di soccorso: i 118 marinai erano tutti
morti, ma non nell'
esplosione che aveva provocato la catastrofe,
bensi' nei giorni successivi.
Potevano quindi essere salvati, se ci si fosse
preoccupati delle loro vite e
non del "prestigio" della Russia.
Putin in difficolta'
Forse le lacrime di Putin potrebbero essere vere,
ma per tutt'altra ragione.
Il successo militare ha parecchie contropartite.
Non pochi russi, magari
momentaneamente soddisfatti perche' gli odiati
ceceni sono stati spazzati
via, possono cominciare a domandarsi a che e'
servito aver ripreso a freddo
la guerra nel 1999, stracciando l'armistizio
firmato dal generale Lebed, che
aveva funzionato per tre anni, se oggi i russi non
possono stare tranquilli
neppure a Mosca. Gli attentati del 1999 non si
erano ripetuti semplicemente
perche' erano stati organizzati non dai ceceni, ma
dai servizi che volevano
lanciare il loro Putin nella successione a Eltsin.
Ma questa e' stata un'
azione militare vera, un tentativo di un popolo
piccolo e martoriato di
ottenere giustizia o almeno attirare l'attenzione
sulla propria terribile
situazione: dopo questa tragica conclusione sara'
ancora piu' facile trovare
altri uomini e altre donne disposti a
sacrificarsi, per ribadire la propria
volonta' di indipendenza e per vendicare i caduti.
Chi nel 1999 ha approvato i metodi di Putin in
Cecenia, oggi deve riflettere
sul fatto che martoriare un popolo, polverizzarne
le citta', non impedisce e
anzi moltiplica risposte di questo tipo.
Inoltre, una volta applicati a Mosca i metodi e la
logica di Bush e Sharon,
diventera' piu' complesso spiegare perche' la
Russia li rifiuta almeno
parzialmente in Iraq e in Palestina: in realta',
essa cerca di
differenziarsi da Bush perche' sa che l'incendio
del Medio Oriente rischia
di propagarsi alle molte decine di milioni di
islamici presenti nella CSI e
nella stessa Federazione russa, con effetti ben
piu' terribili di quelli che
puo' avere la vendetta dei ceceni.
Bin Laden deus ex machina?
Putin ha insinuato spesso che i ceceni si muovono
in collegamento con Bin
Laden. Se non ci fosse dietro una terribile
tragedia, ci farebbe solo
ridere. Se Bin Laden fosse davvero ancora in grado
di muovere schiere di
uomini da Mosca a Bali, dalla Virginia all'Iraq,
allora a maggior ragione ci
si potrebbe domandare a cosa sia servita la guerra
in Afghanistan, che Putin
da un lato, il governo cinese dall'altro, hanno
approvato per avere via
libera nella repressione delle loro minoranze,
presentate come
"fondamentaliste islamiche".
Anche da noi i commentatori piu' cinici negano
ogni evidenza, e continuano a
immaginare un grande burattinaio che spingerebbe
gli uomini a immolarsi in
nome del trionfo del male (e magari per avere in
premio 70 vergini in
paradiso). Analogamente, continuano ad accusare
Arafat di essere
responsabile di ogni gesto disperato di un
palestinese (i vari Paolo
Guzzanti lo facevano esattamente con le stesse
parole nel 1985, dicendo "o e
' complice dei sequestratori, o e' incapace, in
ogni caso va spazzato via"),
pretendendo che il vecchio leader - assediato e
umiliato e privato di tutte
le infrastrutture - riesca a bloccare gli
attentati a Tel Aviv.
Per far passare questa ipotesi poliziesca e
inverosimile, devono introdurre,
con l'aiuto dei devoti di santa Oriana Fallaci che
allignano nelle redazioni
dei grandi giornali "indipendenti", un
elemento di barbarie profonda nel
senso comune degli italiani, presentando l'Islam -
che e' stato per molti
secoli una regione ben piu' tollerante del
cristianesimo e che ospitava gli
ebrei scacciati dall'Europa - come la religione
dell'odio e dell'
intolleranza; e mettendo in conto ogni lotta di
indipendenza al fattore
religioso, fino a pochi anni fa marginalissimo in
Cecenia (come in
Palestina) e che poi ha acquistato
progressivamente peso solo come elemento
identitario e di consolazione religiosa nelle
terribili avversita'
incontrate.
Ma questa barbarie del razzismo e dell'odio
religioso antislamico ha anche
un'altra funzione, oltre a quella di cancellare le
responsabilita' degli
oppressori nei conflitti odierni: creare il
terreno adatto per le nuove
leggi razziali, di cui la Turco-Napolitano prima e
poi la Bossi-Fini sono
solo il preannuncio.
(Lecce, 27 ottobre
2002)