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   Che Guevara e i Paesi dell'Est.
 

Relazione di Antonio Moscato al seminario annuale della fondazione Che Guevara.

Acquapendente, 15-17 giugno 2001

Michael Löwy mi ha regalato ieri una copia di un suo piccolo libro su Guevara pubblicato nel lontano 1969 da Feltrinelli. Lo avevo letto con piacere a suo tempo, ma lo avevo perduto e in parte dimenticato. Rileggendolo ho avuto una conferma che già allora non era impossibile capire l’atteggiamento critico dell’ultimo Guevara nei confronti di quei paesi che egli chiamava ancora convenzionalmente “socialisti”, ma su cui esprimeva dubbi e critiche sempre più severe. Certo molte di esse sono rimaste inedite, soprattutto quelle più esplicite, come quei passi delle note critiche al Manual de economia política dell’Accademia delle scienze dell’URSS, in cui Guevara aveva commentato alcune affermazioni del libro con questa annotazione: “questo riguarda l’URSS, non il socialismo”. Il che voleva dire implicitamente che quando scriveva quel testo, a Dar es-Salaam, dove aveva dovuto ritirarsi nel novembre 1965, dopo il fallimento dell’impresa nel Congo, l’URSS per lui non era socialista.

Ma lasciamo da parte per un momento gli inediti, anche se una piccola ma non insignificante parte di essi non sono più tali, dato che sono stati pubblicati in Francia da Maspero, in Italia prima dal Manifesto e poi in forma più organica da Massari, e nessuno da Cuba ne ha mai smentito l’autenticità. Altri sono stati citati largamente da Carlos Tablada, nella nuova edizione italiana del suo prezioso libro dedicato al pensiero economico di Guevara, che nel 1987 aveva ricevuto il premio Casa de las Américas ed era stato elogiato dallo stesso Fidel Castro, ma era stato pubblicato poi nello stesso anno con moltissimi tagli “suggeriti” dai redattori cubani (tagli al testo di Tablada, ma anche a molte frasi del Che…). La prima edizione era stata subito pubblicata in italiano dalla Erreemme, la seconda, apparsa inizialmente in Belgio, è stata tradotta in italiano dal Papiro di Sesto San Giovanni nel 1996.[1]

Nelle oltre 70 pagine di Introduzione alla nuova edizione c’è un’ampia utilizzazione di brani inediti tratti dalle note al Manuale, ma anche da trascrizioni di conferenze o lettere a compagni cubani che le avevano fatte leggere e copiare a Tablada. Tuttavia anche questo lavoro, che pure contribuisce meglio di altri a ricostruire l’itinerario politico e teorico del Che nella sua fase più matura, è stato ignorato tranquillamente in Italia dai nostalgici del “socialismo reale”, che usano magari il ritratto del Che sulle magliette, ma si guardano bene dal leggerne gli scritti e utilizzarli per capire che cosa è accaduto tra il 1989 e il 1991. Eppure quello straordinario autodidatta che era Guevara aveva previsto quella sconfitta, osservando dall’interno di Cuba le contraddizioni del sistema sorto in URSS ed esportato poi in tanti paesi: un sistema che di fronte ai sintomi inequivocabili della crisi cercava di guarire usando come medicina elementi di capitalismo, invece di correggersi tentando di ritornare alle origini.

Guevara invece, e lo hanno confermato più volte molti dei suoi collaboratori più stretti, a partire da Orlando Borrego, nei numerosi convegni organizzati a Cuba dopo il discorso di Fidel Castro del 1987 che invitava a studiare il pensiero del Che, aveva sostenuto che quando un aereo smarrisce la rotta, non deve cercarla a caso dal punto in cui è arrivato, ma deve tornare verso il punto di partenza. E la metafora veniva esplicitata: bisogna tornare a Lenin, bisogna leggere tutto quello che ha scritto dal 1917 in poi, senza per questo accettarlo in blocco acriticamente. Ma bisogna ripartire dai dibattiti degli inizi degli anni Venti, perché dopo non si è prodotto più nulla di paragonabile a quella ricerca teorica.

A questo proposito va detto che quei convegni sono stati un momento importante per la comprensione del pensiero del Che, soprattutto perché avevano incoraggiato a parlare molti di quelli che durante i quindici anni di dominazione ideologica sovietica praticamente incontrastata avevano dovuto tacere, o almeno non pubblicare nulla. In uno di essi parlarono alcuni dei consiglieri sovietici e cecoslovacchi, che avevano fatto esperienze straordinarie accanto al Che, giunti a Cuba nel 1988 con tutte le inquietudini di una fase in cui le contraddizioni dei paesi in cui vivevano si avvicinavano all’esplosione. Quei convegni fecero balenare la speranza di una effettiva ripresa dello studio del pensiero di Guevara, ma furono solo un breve momento circoscritto, di cui rimase traccia quasi soltanto negli Atti pubblicati a Cuba intirature limitate e spesso messi in circolazione in dollari.[2]

Il più importante lavoro collettivo, promosso da quel Centro studi sull’America in cui si erano raccolti molti degli intellettuali cubani che avevano diretto a suo tempo la rivista Pensamiento critico, si concretizzò in un libro in due tomi, Pensar al Che, di cui pochi anni dopo è uscita in Italia un’ampia ed esauriente selezione in un solo volume a cura di Adriana Chiaia presso l’editore Teti, col titolo Attualità del Che.[3] Ma anche se quel libro era uscito a Cuba con l’avallo di una Prefazione importante (il ministro della cultura e leader storico della rivoluzione Armando Hart), non aveva contribuito molto a diradare l’ignoranza sul pensiero del Che in quella sinistra italiana che continua a venerare il “guerrigliero eroico” e a ignorare il pensatore lungimirante.

In ogni caso, anche senza tenere conto di tutti questi squarci nel velo di reticenza e di censura che aveva occultato a lungo la ricchissima produzione dell’ultimo Guevara, e prima che questi brani e queste testimonianze fossero accessibili, era possibile ricostruire l’itinerario politico del Che nell’ultimo periodo della sua vita. Ho già accennato a quello che scrisse alla fine degli anni Sessanta il giovane Michael Löwy, ma vorrei ricordare quanto io stesso, ben prima di avere accesso per la prima volta nel 1993 e 1994 a parte degli inediti del Che, avevo potuto scrivere in alcuni saggi apparsi su “Latinoamerica”.[4] Almeno per quanto mi riguarda, lo spunto fondamentale era venuto da alcuni degli scritti editi ufficialmente a Cuba e in tutto il mondo: Il socialismo e l’uomo a Cuba, il messaggio alla Tricontinentale (Creare due, tre, molti Vietnam), e soprattutto il discorso al secondo Seminario afroasiatico di Algeri del febbraio 1965. Grazie ad essi ho avuto lo stimolo a cercare quegli inediti, di cui conoscevo solo vagamente l’esistenza e di cui intuivo l’importanza proprio per il riserbo da cui erano circondati.

Chi ha ignorato dunque la portata della critica del Che maturo, magari aggrappandosi a citazioni isolate di lettere del periodo giovanile, o a suoi discorsi del primissimo periodo di conoscenza dei paesi del blocco sovietico (quando egli stesso, di ritorno dal primo viaggio in URSS, ammetteva di poter essere scambiato per “Alice nel continente delle meraviglie” per i suoi resoconti entusiastici), evidentemente non capiva la sua riflessione solo perché non la voleva capire. E su questo ritorneremo a proposito delle ragioni che spiegano la mancata pubblicazione a Cuba di questi inediti, anche vent’anni dopo la dissoluzione dell’URSS.

 

Una periodizzazione necessaria

Comunque, anche se dovrebbe essere ormai chiarita da tempo (la si ricostruisce tra l’altro da tutte le biografie del Che- magari discutibili, ma basate su una lettura attenta dei suoi scritti- uscite nel trentesimo anniversario della morte), va introdotta come argomento preliminare una periodizzazione del pensiero di Guevara.

Una periodizzazione è necessaria per qualunque pensatore, specialmente se immerso in un movimento reale con il quale dialoga, in cui interviene, che lo stimola e lo condiziona. Quando Lenin, già malato, seppe che in suo onore si era deciso di pubblicare tutti i suoi scritti, si irritò molto: a che serve, diceva, quello che ho scritto è sempre stato pensato in un momento dato, in polemica con qualcuno, in un contesto che ora è difficile ricostruire. Evidentemente intuiva con preoccupazione che uso si sarebbe fatto delle sue opere, codificate in una specie di canone del “leninismo”, che poi un corpo di sacerdoti avrebbe dovuto selezionare e piegare all’uso del momento. Tanto più che le Opere (complete ma non troppo…) pubblicate in ordine cronologico sarebbero state di fatto, per molteplici ragioni, accessibili solo a una ristrettissima cerchia, mentre al volgo sarebbero state proposte quelle compilazioni metastoriche e anacronistiche di citazioni avulse dal contesto, che avevano come modello antichissimo la scelta ecclesiastica dei brani biblici da propinare al popolo durante la messa e che avranno molti imitatori, fino a culminare nella Cina della cosiddetta “rivoluzione culturale proletaria” nel famoso Libretto rosso delle citazioni del presidente Mao Tsedun.

Questo metodo anche a Cuba è stato a volte riproposto per Guevara, con varie compilazioni di brani raccolti per temi anziché cronologicamente, quasi sempre brevissimi e incompleti, e senza riferimento all’occasione in cui erano stati scritti: utili soprattutto per ricavarne citazioni da inserire in un discorso rituale, si direbbe.[5] Una di queste raccolte è stata tradotta e diffusa largamente in Italia (con la solita esca editoriale di una copertina con la classica foto di Korda stilizzata in rosso, nero e oro) con il nome significativo di Ideario. Ciò vuol dire che si propongono delle idee di Guevara da prendere, meditare, magari imparare a memoria, come si fa con la Bibbia o il Talmud, prescindendo dai processi reali in cui si sono sviluppate, modificate, o dal fatto che siano state abbandonate perché sostituite da una nuova posizione formatasi grazie all’esperienza pratica e al confronto con le idee di altri.

Bisogna dunque distinguere un primissimo periodo, in cui il giovane Ernesto comincia a interessarsi confusamente di politica e fa quindi anche alcuni riferimenti all’URSS o ad altri paesi “socialisti”. In alcune lettere scherzose ai familiari del 1953-1954, ad esempio, si firma Stalin II, o allude attraverso la parola cifrata “cortisone” ai paesi “oltrecortina” (termine usato dalla stampa borghese e che nessun comunista allora poteva accettare). Le frasi di quel periodo testimoniano solo il suo livello di partenza, prima che l’esperienza del Guatemala lo spingesse verso un diretto impegno politico, e l’incontro con Hilda Gadea lo aiutasse a uno studio sistematico di testi di Marx e di Lenin.

Nel 1954 comincia la fase che chiamerei dell’apprendistato politico, che si protrae fino al 1961. Negli scritti e discorsi di quel periodo si possono trovare ancora notevoli ingenuità nel valutare URSS, Cecoslovacchia e Cina al momento dei primi viaggi, ma anche l’inizio di un vivace spirito critico per tutto quanto è alla portata della sue esperienza diretta: dal rifiuto delle ovazioni alla sua persona, alla riscoperta di quella tradizione “eretica” del movimento operaio cubano che era stata sistematicamente rimossa e calunniata dagli stalinisti. Penso in particolare ad Antonio Guiteras, che nel quadro del settarismo sfrenato del “Terzo periodo” dell’Internazionale comunista era stato definito “il più gran fascista” dell’America Latina, perché era un rivoluzionario con un ruolo importante, ma fuori del controllo del partito (la stessa sorte era capitata a Sandino, di cui pochi mesi prima della sua morte la stampa comunista internazionale dava per scontato che si fosse venduto all’ambasciatore statunitense, precisando perfino per quanti dollari…).

È vero che l’attenzione per Guiteras non era del solo Guevara, e si doveva anzi soprattutto a Fidel Castro, che aveva studiato attentamente la rivoluzione degli anni Trenta, e che all’esempio di Guiteras si era rifatto persino nella scelta del Cuartel Moncada; ma indubbiamente il riconoscimento del ruolo di quel generoso e sfortunato protagonista della terza rivoluzione cubana si differenziava nettamente dal “settarismo” degli stalinisti che lo avevano calunniato per anni (d’altra parte Fidel non poteva dimenticare neppure che nel 1953 in tutto il mondo la stampa di tutti i partiti comunisti filosovietici, inclusa “l’Unità”, aveva presentato l’assalto al Moncada come un’impresa di gente equivoca vestita “con uniformi americane”…).

 

Il cruciale 1962

L’anno in cui Guevara comincia a riflettere e a porsi domande sui paesi socialisti e sui loro sostenitori a Cuba e nel mondo è il 1962: in quell’anno c’era già stata una prima verifica della qualità degli aiuti sovietici, cechi, ecc., sul ritardo tecnologico degli impianti forniti, e anche sul comportamento dei consiglieri provenienti da quei paesi, una parte dei quali avevano finito per essere attratti dal clima della rivoluzione, mentre altri pretendevano i privilegi a cui erano abituati e manifestavano un’arroganza burocratica nei confronti dei subalterni cubani.

Tuttavia, sono le due grandi crisi di quell’anno ad accelerare la riflessione nel giovane gruppo dirigente della rivoluzione cubana. Quella di marzo è provocata dal comportamento dell’apparato proveniente dal Partido socialista popular, che si era impossessato rapidamente delle ORI, le “organizzazioni rivoluzionarie integrate” che univano in un solo embrione di partito i rivoluzionari numerosi ed entusiasti ma impreparati provenienti dal Movimento 26 di luglio, i quadri agguerriti e ben indottrinati del PSP, e quanto rimaneva del Direttorio rivoluzionario che aveva tentato dall’Avana di contestare l’egemonia del 26 di luglio. Il gruppo raccolto intorno ad Aníbal Escalante aveva imposto a tutti i livelli “quadri fidati” (cioè scelti con una logica di cricca all’interno di chi proveniva dal partito stalinista, a prescindere dalle loro capacità e dai meriti rivoluzionari), e grazie ad essi aveva introdotto ovunque un conformismo bigotto e censorio, che scatenò le ire di Castro e l’indignazione di Guevara.

In ottobre poi c’era stata la “crisi dei missili”, che portò il mondo sulla soglia di un conflitto atomico. In tutti e due i casi emergeva una responsabilità dell’URSS, diretta nel secondo (con un atteggiamento del gruppo dirigente sovietico nei confronti di quello cubano che ricordava quello statunitense dei decenni precedenti), indiretta ma inquietante nel primo: a impossessarsi della nuova organizzazione erano stati i filosovietici più zelanti, anche se in questo caso non si parlò apertamente di ingerenze inammissibili di diplomatici sovietici come accadrà nel gennaio 1968 al momento dalla seconda crisi Escalante (quella della cosiddetta “microfrazione”). Invece di bollare l’operazione per quello che era, cioè stalinista classica, la si definì eufemisticamente “settarismo”, ma non c’erano dubbi sulla fonte di ispirazione.

Anche il discorso di Guevara del 18 maggio 1962 alla Seguridad rivela che in quell’anno egli aveva già ben presenti i rischi di degenerazione burocratica. Dopo avere accennato abbastanza genericamente a come gli errori di un governo possono provocare un’insurrezione delle masse, nella Bolivia di Villarroel e nell’Ungheria del 1956 - casi diversi tra loro, ma che avevano offerto occasioni preziose all’imperialismo - il Che ammetteva che anche a Cuba si era andati in questa direzione:

[…] Nosotros somos mucho más culpables, dirigentes del Gobierno con la obligación de ser perspicaces, pero anduvimos por ese camino que se ha llamado sectario, que es mucho más que sectario, estúpido; el camino de la separación de las masas, el camino de la ligación rígida a veces, de medidas correctas a medidas absurdas, el camino de la supresión de la crítica, no solamente de la supresión de la crítica por quien tiene legítimo derecho de hacerlo, que es el pueblo, sino la supresión de la vigilancia crítica por parte del aparato del Partido que se convirtió en ejecutor, y al convertirse en ejecutor perdió sus características de vigilancia, de inspección. Eso nos llevó a errores serios económicos, recuérdense que sobre la base de todos los movimientos políticos está la economía, y nosotros cometimos errores económicos, es decir, fuimos por el camino que al imperialismo le interesaba. Ellos ahora quieren destruir nuestra base económica mediante el bloqueo; mediante todas estas cosas nosotros los íbamos ayudando.[6]

Guevara non precisava quali erano stati i gravi errori in economia, ma si spostava subito sul terreno politico, alludendo a una corresponsabilità proprio dei responsabili dei “servizi” di sicurezza. Ma allargava il discorso ai CDR:

Los Comités de Defensa [de la Revolución], una institución que surgió al calor de la vigilanza popular, que representaba el ansia del pueblo de defender su Revolución, se fue convirtiendo en un hazlo todo, en la imposición, en la madriguera del oportunismo. Se fue convirtiendo en una organización antipática al pueblo. Hoy creo poder decir, con mucha razón, que los CDR son antipáticos al pueblo.[7]

Guevara sottolineava che i CDR avevano assunto questa funzione negativa soprattutto nelle campagne, grazie alle quali il movimento rivoluzionario aveva trionfato, ma dove i contadini erano stati lasciati in mano a “opportunisti di ogni genere”. E subito dopo diceva: attenti che anche i corpi di sicurezza possono fare, e in parte hanno fatto, lo stesso. Alludeva a un caso specifico, il “terrore bianco” inventato a Matanzas da un “gruppo rivoluzionario fuori controllo” (cioè gli stalinisti del PSP) per scatenare il “terrore rosso”; tuttavia accennava anche a casi di tortura, in una forma cauta ma inequivocabile:

Nosotros tenemos la gran virtud de habernos salvado de caer en la tortura, en todas las cosas tremendas en que se ha caido en muchos países defendiendo principios justos. Establecimos un principio que Fidel defendió mucho siempre, de no tocar nunca a la gente, aun cuando se le fusilara al minuto, y puede ser que haya habido alguna excepción, yo conozco alguna excepción.[8]

Non c’è dubbio che la prima frase che ho riportato in corsivo alludesse ai “paesi socialisti”, e aveva un senso particolare, perché il primo aiuto fornito dall’URSS a Cuba fu la consulenza per la creazione dei servizi di sicurezza. Quanto alla tortura, la prima affermazione veniva incrinata dall’accenno alle possibili eccezioni, e poi distrutta dalla frase finale: “io ne conosco qualcuna”… E il Che aggiungeva, per rafforzare l’allarme: “qui si viene a sapere tutto, anche ciò che a volte non si legge sulla stampa […] e che alla fine ci giunge alle orecchie. […]. Si viene a sapere tutto, e così anche dei soprusi e delle ingiustizie che commette un’organizzazione, per quanto clandestina. Il popolo ha modo di conoscere molte cose e le sa valutare a fondo” (p.436 ed. it., cit.)..

Nello stesso discorso, che formalmente era dedicato all’influenza della rivoluzione cubana in America Latina, e che cominciava effettivamente con una rassegna dei problemi dei principali paesi del continente, si insisteva soprattutto sul fatto che i veri e più pericolosi controrivoluzionari sono quei dirigenti che rendono omaggio alla rivoluzione e ne violano la morale ricercando privilegi. Sono passati appena due mesi dalla crisi delle ORI, ed è chiaro a chi alludeva il Che. Sono gli stessi della cordata di Aníbal Escalante, sferzati da Fidel nei discorsi di marzo:

Contrarrevolucionario es todo aquel que contraviene la moral revolucionaria, no se olviden de eso. Contrarrevolucionario es aquel que lucha contra la Revolución, pero también es contrarrevolucionario el señor que valido de su influencia consigue una casa, que después consigue los carros, que después viola el racionamiento, que después tiene todo lo que no tiene el pueblo, y que lo ostenta o no lo ostenta, pero lo tiene.[9]

È interessante che, sferzando questo particolare tipo di controrivoluzionario da colpire con forza o annientare - e che “utilizza le sue relazioni, buone o cattive, a profitto personale” - il Che non deleghi il compito di combatterlo alla Seguridad, ma al contrario avverta che bisogna vigilare particolarmente all’interno dei corpi di sicurezza: l’opportunismo è un nemico della rivoluzione, che ramifica ovunque manchi il controllo popolare, ed è tanto più pericoloso come problema negli organismi in cui il controllo deve avvenire dall’alto per evidenti ragioni di segretezza. In questi casi bisogna essere inflessibili per ragioni di giustizia (e la rivoluzione è stata contro l’ingiustizia), ma anche per ragioni politiche:

todos aquellos que, hablando de Revolución violan la moral revolucionaria, no solamente son traidores potenciales a la Revolución, sino que además son los peores detractores de la Revolución, porque la gente los ve y conoce lo que se hace, aun cuando nosotros mismos no conociéramos las cosas o no quisiéramos conocerlas, las gentes las conocían.[10]

Guevara sottolineava che il compito era duro, perché “l’entusiasmo di quest’anno non è lo stesso dell’anno passato”. C’è una certa difficoltà a recuperare, perché se in passato “creare fiducia negli uomini e nella rivoluzione era facile”, ora “qualche piccola cosa si è perduta”. Quando la “fiducia viene tradita o incrinata, non è più facile recuperarla”.[11]

Questo testo era stato pubblicato a Cuba fin dal 1977, poi in italiano era apparso su Quetzal nel dicembre 1987, prima di essere inserito negli Scritti scelti curati da Roberto Massari. In molti passi Guevara rivelava inequivocabilmente un’inquietudine di fronte alle prime manifestazioni dell’assimilazione degli organismi nati dalla rivoluzione al modello burocratico proposto dai consiglieri sovietici. Ma quanti dei suoi ammiratori a parole si sono degnati di prenderlo in esame, di interpretarlo, di leggerlo almeno per capire che è in quel difficile 1962 che inizia la riflessione originale del Che?

 

Il dibattito sull’economia del 1963-1964

Subito dopo la riflessione si concentra sull’economia. Il linguaggio è cauto e in parte cifrato, ma non c’è dubbio che la preoccupazione principale è quella di non imitare meccanicamente l’URSS, di cui Guevara comincia a cogliere sempre meglio le contraddizioni e la pericolosità dei rimedi ricercati. Sul dibattito economico del 1963-1964, che mi è impossibile trattare nei limiti di tempo e spazio di questa relazione, rinvio alla efficace presentazione che ne ha fatto Roberto Massari nel suo Che Guevara, pensiero e politica dell’utopia, alla relazione che Michel Lövy presenterà in questo stesso convegno e agli scritti di Ernest Mandel – che a quel dibattito partecipò a fianco del Che - ripubblicati utilmente nel 1998 nel primo dei “Quaderni della Fondazione Ernesto Che Guevara”.

Accanto agli scritti più propriamente economici, in gran parte editi, si infittiscono in quegli anni gli interventi pronunciati da Guevara in varie occasioni, registrati e trascritti pazientemente da qualcuno degli ascoltatori, e poi passati di mano in mano dattiloscritti, senza essere pubblicati. Solo una parte di essi è stata raccolta nel tomo VI dell’edizione fuori commercio curata già nel 1967 da Orlando Borrego in poche centinaiadi copie, destinate ai dirigenti e ai collaboratori più stretti.[12]

Diversi di questi inediti sono stati riportati (sia pur non integralmente, per non violare le disposizioni di Aleida March, vedova del Che e gelosa custode dei suoi scritti inediti) da Carlos Tablada nella Introduzione alla nuova edizione del suo libro cui si è già accennato. Uno di essi, una conferenza tenuta dal Che il 3 dicembre 1964 a studenti e professori della Facoltà di Tecnologia ed economia della Università di Oriente a Santiago di Cuba, rivela fin dall’inizio una profonda insofferenza nei confronti dei metodi pedagogici che si stavano introducendo a Cuba:

Da qualche parte bisogna pur cominciare, no? Io non cercherò di convincervi. Cercherò di fare una cosa che voi fate pochissimo in questa facoltà, e cioè pensare. […] Il nostro metodo di pensiero lo consideriamo assolutamente marxista, rigorosamente marxista, ma con una caratteristica speciale: e cioè che noi siamo giunti a questo sistema marxista con il metodo del pensare ed agire noi stessi, in risposta a tutta una serie di problematiche concrete imposteci dalla vita cubana.[13]

L’aggressività del Che si spiega probabilmente con il fatto che quella facoltà si era schierata dalla parte degli economisti sovietici, e probabilmente il suo intervento era stato introdotto da qualche pedante con una lezioncina di marxismo da manuale. Nel corso delle tre pagine riportate da Tablada egli spiega che Marx aveva appena abbozzato nella Critica al programma di Gotha una “prognosi” del socialismo come società di transizione, che Lenin aveva poi sviluppato, accennando a un periodo di transizione al socialismo. “Bisogna ancora chiarire tutta una serie di cose. Perché lo schema di Marx dei due periodi è diventato uno schema in tre periodi? E qual è l’essenza del fenomeno imperialista e come agisce nei paesi dipendenti che sono sotto il suo controllo?”.[14] Sono i temi sui quali Guevara sta riflettendo e su cui trova del tutto insoddisfacente il “Manuale di economia” sovietico adottato nelle università.

Guevara dice soprattutto una cosa in aperto contrasto con il marxismo-leninismo dogmatico:

Marx ha fatto degli errori, e anche Lenin di tanto in tanto. E di fatto Lenin ha fatto degli sbagli che ha poi rettificato varie volte. […] Quando si discute intorno a Lenin e si porta avanti la sua bandiera, si possono innescare polemiche a non finire, perché in ogni momento, in ogni concreta situazione storica, Lenin ha avuto qualcosa da dire, qualcosa di giusto, qualcosa di corretto e di rivoluzionario per quel dato momento storico, ma che non si può ripetere meccanicamente per altri e successivi momenti storici.[15]

C’era in più parti una implicita polemica con le affermazioni trionfalistiche del famoso Manuale sulla classe operaia dei paesi imperialisti. Poi, in una frase conclusiva staccata purtroppo dal contesto, una risposta secca a qualcuno di cui possiamo immaginare la domanda accusatoria: “Esattamente! Ho detto che nel sistema di calcolo economico si erano introdotti elementi di capitalismo”.[16] Gli zelanti citatori di frasi di Lenin erano ovviamente scandalizzati: il “sistema di calcolo economico” proposto dagli economisti sovietici non solo veniva respinto dal Che, ma si affermava oltretutto che conteneva “elementi di capitalismo”!

Ho già ricordato che l’Introduzione di Tablada alla nuova edizione italiana, e quindi questo testo, erano disponibili in italiano fin dal 1996. Pochi ne hanno tenuto conto, e ogni volta che ne parlo trovo uno stupore sospettoso: ma davvero il Che criticava l’URSS e la sua influenza ideologica su Cuba? Ma non se ne era andato via dall’isola per irrequietezza e spirito di avventura, come si è sempre detto?

Eppure, fin dal 1969, quando ampi stralci furono pubblicati sulla rivista mensile “il manifesto”, si potevano leggere accenni dello stesso genere nei colloqui al Minind.[17] Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire...

Lascio però definitivamente da parte le polemiche con quelli che hanno ignorato ogni testimonianza sull’evoluzione del Che per continuare a ripetere banalità sulla sua figura, e anche con coloro che, pur avendo mezzi economici notevoli e legami importanti a Cuba, hanno continuato a pubblicare di Guevara prevalentemente testi giovanili poco significativi, oppure collages di articoli mal tradotti e mal curati, rinunciando alla battaglia per rendere accessibili a tutti gli scritti della maturità. Non ho i mezzi, né le autorizzazioni per pubblicare in forma completa questi inediti, ma ritengo di dovere cominciare a fare intravedere qualcosa del più importante di essi, per rafforzare la battaglia contro questo inammissibile ritardo, che si sta trasformando in una censura di fatto.[18]

 

Il “Manuale di economia politica”

Il Manuale di economia politica arriva a Cuba nel 1961, nella sua terza edizione, curata “alla luce delle fondamentali decisioni del XXI Congresso del PCUS” da Ostrovitianov, Leontiev, Laptev ed altri; sostituiva e correggeva la seconda edizione decisa dopo il XX Congresso del PCUS, che a sua volta aveva preso il posto di quella staliniana. Non era semplicemente un manuale di economia: era una summa teologica del “marxismo leninismo”.

Guevara dapprima fu felicissimo di ricevere dai “fratelli maggiori” un testo che affrontava tutti i problemi del genere umano, dalla nascita delle comunità primitive alla schiavitù, dal feudalesimo allo sviluppo del capitalismo, e poi presentava in modo didascalico (in un totale di 700 pagine) il modo capitalista di produzione, l’imperialismo, il colonialismo, il “modo socialista di produzione”, per finire col “passaggio graduale al comunismo”, nel quadro del sistema economico socialista mondiale…

Nel maggio 1961 aveva discusso vivacemente sull’utilità di testi di questo genere con Karol, che aveva vissuto in URSS gli anni decisivi della sua formazione, ed era preoccupato nel vedere sugli scaffali delle librerie cubane i manuali di Mitin, di Kostantinov, perfino del ciarlatano Lisenko.[19]

Guevara stentava a capire l’inquietudine del suo interlocutore: dapprima aveva rivendicato il “diritto-dovere di assicurare la formazione politica e ideologica del popolo”, dichiarando che in un paese esposto a rischi tremendi “sarebbe criminale e assurdo lasciare alla gente il diritto di esitare tra la buona e le cattive ideologie”. A Karol, il quale pazientemente gli descriveva i difetti di quelle opere, Guevara rispondeva che, anche se non conosceva neppure quei testi, bisognava usarli: “vogliamo formare i nostri giovani il più rapidamente possibile nell’ideologia socialista, e siamo ovviamente obbligati a utilizzare i manuali dei paesi socialisti. Ne avete altri da consigliarci?”.[20]

La discussione si era sviluppata per ore, e Guevara aveva esposto una singolare concezione dell’inevitabilità in quella fase dell’assunzione del modello sovietico:

Ogni rivoluzione comporta, lo si voglia o no, piaccia o no, una parte inevitabile di stalinismo, perché ogni rivoluzione deve fronteggiare l’accerchiamento capitalista. Noi abbiamo dovuto imparare in poco tempo cos’è il blocco economico, la sovversione, il sabotaggio e la guerra psicologica che l’imperialismo può condurre contro un paese rivoluzionario. Noi sappiamo cheè una necessità assoluta difendersi dall’accerchiamento imperialista, e l’invasione del 17 aprile ci ricorda che nessuna misura, nessun sacrificio è superfluo su questo terreno”.[21]

Il 17 aprile, ovviamente del 1961, cioè Playa Girón, non c’entrava niente con lo stalinismo: erano stati il consenso diffuso a una rivoluzione originale e autoctona e l’armamento delle masse a sconfiggere in poche ore gli invasori, che pure erano più numerosi e meglio armati di quelli che nel 1954 avevano piegato il Guatemala di Arbenz. Quando l’URSS aumenterà la sua presa su Cuba dopo la morte del Che, una delle prime misure suggerite dai consiglieri militari sovietici fu proprio il disarmo delle milizie popolari. Furono ricostituite - con la consulenza vietnamita - solo negli anni Ottanta, dopo l’annuncio dei sovietici che non si sarebbero impegnati a difendere Cuba, e dopo la clamorosa verifica di Grenada, dove nel 1983 gli ufficiali cubani addestrati dai sovietici si arresero immediatamente ai marines, mentre i lavoratori cubani dell’aeroporto opposero una durissima resistenza, subendo gravi perdite.[22]

Ma Guevara, ovviamente, allora non poteva neppure immaginare cosa avrebbe comportato l’estensione dell’influenza ideologica sovietica dopo la sua morte. “La gente si educa attraverso l’azione”, obiettava a Karol,che secondo lui voleva trasformare Cuba in “un seminario di intellettuali, o un caffè parigino dove si discuterebbe dei meriti rispettivi dei libri recenti”. Mentre raccoglieva inconsciamente la calunnia e il disprezzo stalinista per la discussione, il Che riproponeva una pedagogia basata sull’esperienza diretta e non sull’indottrinamento forzato e dogmatico. Paradossalmente, era più vicino all’ottimismo di Rosa Luxemburg che a Stalin e ai suoi epigoni. Karol fu colpito dal ragionamento in base al quale il Che pensava che Cuba non corresse il rischio di un assimilazione allo stalinismo perdurante in URSS. Gli parve assai più ricco di quelli dei presunti “destalinizzatori” di Mosca, pur essendo sostanzialmente sbagliato:

La situazione di Cuba non può essere comparata a quella dell’URSS dopo la rivoluzione. I sovietici non solo dovevano proteggersi dalla minaccia esterna, ma anche costruire, senza alcun aiuto straniero, le industrie di base necessarie per il loro sviluppo economico. Non è il caso nostro. Noi riceviamo dagli altri paesi socialisti tutto l’aiuto necessario. L’industrializzazione non costerà sacrifici al nostro popolo. Al contrario, porterà vantaggi immediati che permetteranno di liquidare la disoccupazione. Lo stesso accade nel campo agricolo. In URSS la resistenza alla collettivizzazione delle campagne ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo dello stalinismo. Da noi, la riforma agraria ha corrisposto, subito, alle rivendicazioni contadine e le ha pienamente soddisfatte. Per questo le condizioni di un’evoluzione stalinista non esistono a Cuba: il fenomeno non può riprodursi da noi.[23]

L’intuizione corretta era quella che collocava lo sviluppo e l’estensione dello stalinismo in un contesto di tremendi sacrifici imposti alla popolazione; l’ingenuità era quella di sottovalutare la grande capacità di assimilazione strutturale e culturale della burocrazia sovietica, consolidata ormai da alcuni decenni, e che aveva imposto il suo “modello”, nato come risposta empirica all’arretratezza della Russia, anche a paesi ben più sviluppati, come la Cecoslovacchia o la Germania orientale.

Comunque Guevara concluse che “per imparare a dirigere un paese, a pianificarne l’economia, a costruire il socialismo” i giovani cubani dovevano studiare “i libri dei paesi socialisti che ci hanno preceduto su questa via”.[24] Più che all’URSS, su cui comincia ad avere qualche dubbio, pensa alla Cecoslovacchia, perché ha una superficie e una popolazione comparabili con quelle di Cuba, e “ha sviluppato un sistema di pianificazione molto efficace”, che si dovrebbe riprodurre per il primo piano quadriennale cubano:

Ma non abbiamo abbastanza quadri per mettere in atto noi stessi un simile sistema. Allora, che fare? Lasciare i nostri giovani dibattersi permolti anni, o invitare degli esperti cechi perché ci aiutino e formino i nostri quadri economici? Non c’è da pensarci su due volte: invitiamo i cechi![25]

E i cechi arrivarono. Probabilmente, appena stabilito un rapporto di fiducia reciproca e di confidenza, informarono il Che sullo stato disastroso dell’economia del loro paese, che nel 1963 avrebbe visto per la prima volta una diminuzione netta del reddito nazionale.[26] Comunque, a modificare il suo giudizio, oltre all’effetto indiretto del caso Escalante (alla testa di una cordata di “comunisti ortodossi” formatisi da anni proprio sui “manuali” sovietici) e della crisi dei missili, a cui abbiamo già accennato, contribuirono in modo determinante le riflessioni autonome sulle sue stesse esperienze. Così, quando provò a leggere il famoso Manuale che aveva dapprima accettato a scatola chiusa, scoprì tra l’altro che esaltava quel ruolo “progressista” della borghesia nazionale di cui aveva verificato l’inconsistenza nella sua prima esperienza politica nel Guatemala di Jacobo Arbenz del 1954:

Al desarrollarse en las colonias una industria propia, crece la burguesía nacional, que ocupa una situación doble: de una parte, el yugo del imperialismo extranjero y de la supervivencias feudales se interpone en su camino hacia la dominación económica y política; pero de otro lado, comparte con los monopolios extranjeros la explotación de la clase obrera y los campesinos. Por cuanto la lucha de liberación nacional y de los pueblos de los países coloniales y dependientes tiende ante todo a derrocar la dominación del imperialismo, a conquistar la independencia nacional y a suprimir las spervivencias feudales, la burguesía nacional participa en esta lucha y desempeña cierto papel progresivo.[27]

Il Che commentava seccamente, nella nota 46:

Historicamente fue cierto, hoy es falso. En los países de más larga esperiencia de seudo-independencia política, como son la mayoría de los latinoamericanos, el proceso de alianza entre las burguesías y los capitales imperialistas se venía gestando desde hace tiempo, la Revolución cubana produjo un verdadero choque de alarma que fué escuchado por los explotadores autoctonos. Por otra parte, la lucha contra los residuos feudales es muy problemática, ya que también se produce una alianza entre los explotadores de diversos sectores y los grandes terratenientes incursionan en la industria y el comercio. En América la formación de la burguesía adquiere un matiz parasítario desde el primer momento, constituyendo las llamadas burguesías importadoras, dependientes en absoluto de los capitales monopolistas. La lucha contra la burguesía es condición indispensable de la lucha de liberación, si se quiere conducir a un final irreversiblemente exitoso (Indonesia, en el ejemplo contrario).[28]

Anche una frase sulla fusione tra il proletariato dei paesi a capitalismo sviluppato e quello delle colonie scandalizzava il Che, che commentava: “Falso de toda falsedad [assolutamente falso]”, e spiegava che non c’era un punto di contatto tra le masse proletarie dei paesi imperialisti e quello dei paesi dipendenti, dal momento che tutto contribuisce a separarle. Guevara osservava che i proletari dei paesi imperialisti ricevono le briciole dello sfruttamento coloniale e diventano complici; ma anche quelli dei paesi dipendenti, pur pagati molte volte meno, hanno pur sempre uno stipendio e si preoccupano per una certa stabilità dei loro posti, di fronte alla grande offerta di lavoro dei contadini senza terra cacciati dalle loro case, che sono la vera forza rivoluzionaria.[29]

Il Che era anche infastidito dalla retorica trionfalistica che definiva, a colpi di citazioni di Lenin, il capitalismo come “agonizzante”. Bisogna essere prudenti, e non ingenerare illusioni. Preferiva il termine “maturo”. Un uomo maturo non può avere più cambiamenti fisiologici, ma non è agonizzante e, analogamente, “el sistema capitalista llega a su madurez total con el imperialismo, pero ni siquiera este ha aprovechado al maximo sus posibilidades en el momento actual, y tiene una gran vitalidad”.[30]

È stridente il contrasto tra il rigore di Guevara e le semplificazioni degli ideologi del regime burocratico che coprivano con frasi rivoluzionarie e previsioni ottimistiche una pratica consolidata di collaborazione con l’imperialismo. Molte delle note sono di questo tipo: il Che denuncia, ad esempio, la sottovalutazione dell’acuta concorrenza tra monopoli rivali, e anche tra diversi paesi imperialisti, che tuttavia può provocare “una incesante marea de innovaciones tecnicas [una marea ininterrotta di innovazioni tecnologiche]” ed anzi la cosiddetta “revolución técnica [rivoluzione tecnologica]” (Manual, p. 250, n. 50).

Inoltre, anche quando concorda nella sottolineatura delle contraddizioni tra capitale e lavoro, il Che osserva che “es necesario enfatizar, una vez más, que el oportunismo ha pasado a una inmensa capa de la clase obrera de los países imperialistas”, che si potrebbe definire come aristocrazia operaia. Al margine annotava di ricercare statistiche comparative sui salari degli operai di paesi imperialisti e di quelli dipendenti.[31] Poco più avanti, si indigna ancora per una frase in linea col nuovo corso sul passaggio pacifico al socialismo:

En las condiciones actuales, en que existe un poderoso campo del socialismo, en que sigue ahondándose la crisis general del capitalismo, en que se desintegra cada vez más el sistema colonial y en que las ideas del socialismo, la democracia y la paz poseen una grandiosa fuerza de atracción para toda la humanidad trabajadora, se da la posibilidad real de que, en tales o cuales países capitalistas o salidos de la sujeción colonial, la clase obrera llegue al poder pacíficamente, a través del parlamento.[32]

Il commento è secco e bruciante: “esta cantanela [sic] del parlamento no la creen ni los italianos, que no tienen otro dios”.[33] L’espressione “los italianos” allude ovviamente al PCI, nei confronti del quale Guevara aveva espresso francamente il suo fastidio, rifiutando ad esempio un’intervista all’Unità, che pure era stata sollecitata dalla sua stessa madre che con Saverio Tutino, ottimo corrispondente di quel giornale all’Avana, aveva fatto amicizia, vivendo nello stesso albergo.[34] La motivazione era che non stimava un partito che aveva un 25% di voti e non faceva nulla per la rivoluzione. Molti dirigenti del PCI che visitarono Cuba, tra cui Pietro Ingrao, rimasero sconcertati e irritati dalle brusche critiche di Guevara.[35]

Le annotazioni di questo genere, che smentiscono il quadro idilliaco di un mondo in evoluzione verso il socialismo per effetto delle “grandi conquiste dei paesi socialisti”, sono numerosissime, ma riguardano solo indirettamente il giudizio critico del Che sui paesi dell’Est, attraverso la polemica con le loro mistificazioni ideologiche sulle “magnifiche sorti e progressive” del proletariato. Una di questa va però segnalata, per un aspetto interessante: di fronte a una frase che dichiara possibile il trionfo della rivoluzione socialista, quando esista un proletariato rivoluzionario e la sua avanguardia (naturalmente unita in un solo partito politico…), Guevara osserva:

Los casos de China, Vietnam y Cuba ilustran lo incorrecto de la tesis. En los dos primeros casos la participación del proletariado fué nula o pobre, en Cuba no dirigió la lucha el partido de la clase obrera, sino un movimiento proclasista [sic] que se radicalizó luego de la toma del poder político.[36]

La frase che ho evidenziato in corsivo sarebbe sconvolgente nella Cuba degli ultimi trenta anni, in cui è stato evitato accuratamente ogni accenno al mancato appoggio alla rivoluzione da parte delPSP (di cui Guevara peraltro accetta l’autoproclamazione a “partito della classe operaia”). L’argomento è diventato un tabù al punto che Camilo Guevara, in un dibattito a Roma, si stupì di fronte a una domanda che gli chiedeva perché suo padre si era fidato del Partito comunista boliviano, e rispose che anche suo padre era comunista, ed anzi a Cuba c’era stato un partito (sul cui nome era incerto se fosse stato “socialista” o “popular”) che aveva avuto un ruolo importante nella rivoluzione...[37]

Ma veniamo alla parte del Manuale dedicata proprio ai “paesi socialisti”. Una delle frasi che appaiono vuote al Che riguarda i successi e la cooperazione tra di essi:

En el transcurso de un período corto, los países del campo socialista sentaron las bases para una estrecha colaboración económica, basada en el ayuda mutua fraternal. Al lado del viejo mercado mundial capitalista, surgió un nuevo mercado mundial: el mercado mundial de los países socialistas, que se fortaleció rápidamente. Este mercado crece ininterrumpidamente, gracias a su desarrollo sin crisis y al incontenible auge de la producción en los países del campo del socialismo. Así, pues, habiéndose desgajado del sistema capitalista, en el periodo de la posguerra, una serie de nuevos países, y como resultado de ello, se formó y se desarrolla victoriosamente el sistema socialista de la economia mundial.[38]

Il testo proseguiva assicurando che così si era assestato un nuovo colpo al sistema dell’imperialismo. E Guevara annotava:

Demasiado idílico. Aunque las crisis en el sentido plenamente capitalistico no se conocen, las dificultades de los ultimos años en las democracias populares de Europa y la catástrofe triguera de la URSS indican que también se suceden interrupciones serias en la progresión.[39]

L’affermazione del Manuale che il socialismo si distinguerebbe da tutte le formazioni sociali precedenti per l’allargamento ininterrotto della produzione, ed anzi che “el socialismo acaba con la contradicción entre el carácter social de la producción y la forma privada, capitalista, de la apropiación” e che grazie a questo “no conoce la contradicción entre producción y consumo” e quindi si trova al sicuro dalle crisi di sovrapproduzione “y està, por consiguiente, en condiciones de poder ampliar la producción ininterrumpidamente” (il concetto di incremento ininterrotto ritorna molte altre volte nella stessa pagina del Manuale), spinge Guevara ad osservare che, se questo può entro certi limiti essere vero per l’URSS che è un “país continente”, non lo è sicuramente per la Cecoslovacchia, “donde un mercado exterior cada vez más exigente fué desplazando articulos de técnica congelada, provocando descensos en la producción global del país”.[40] Alla fine del 1965 il Che era abbastanza informato sugli scricchiolii del paese più industrializzato del Comecon, e conosceva probabilmente la diagnosi fatta dagli economisti critici come Ota Šik, anche se non condivideva la terapia che essi proponevano.

E quando il Manuale, riprendendo un documento ufficiale del XXI Congresso del PCUS, affermava che l’URSS, non essendo più circondata dall’assedio capitalista non correva più rischi di restaurazione capitalista (anzi, si precisava,“ya no hay en el mundo fuerzas capaces de restaurar el capitalismo en nuestro país, de hacer derrumbarse el campo socialista”, sicché il pericolo di restaurazione sarebbe stato eliminato definitivamente), Guevara osservava prudentemente che questa osservazione poteva essere oggetto di discussione:

Las ultimas resoluciones economicas de la URSS se semejan a las que tomó Yugoeslavia cuando eligió el camino que la llevaría a un retorno gradual hacia el capitalismo. El tiempo dirá si es un accidente pasajero o entraña una definida corriente de retroceso. Todo parte de la erronea concepción de querer construir el socialismo con elementos de capitalismo, sin cambiarles realmente la significación. Así se llega a un sistema hibrido que arriba a un callejón sin salida.[41]

Guevara contestava anche che fosse stata eliminata la contraddizione tra città e campagna e che anzi ci fosse una unità di interessi di classe tra operai e contadini (“esto no lo ha corroborado la práctica en la URSS ni en las democracias populares. Las diferencias y el antagonismo son palpables y se contradicen en escaceses y carestias periódicas”)[42]

Proprio esaminando la situazione delle campagne (in particolare nei kholchos, che il Che pensa siano da considerare “presocialisti”) Guevara osserva più volte che quanto è descritto nel manuale è proprio dell’URSS e non del socialismo.[43] In un’altra nota scrive che “habitualmente en este libro se confunde la noción de socialismo con lo que ocurre praticamente en la URSS”.[44] A proposito delle “categorie economiche” che secondo il Manuale sarebbero generate dal regime socialista, il Che annota che “es muy discutible la existencia de estas llamadas categorias económicas. A lo más, se podrá decir que son categorias económicas de la URSS, no del socialismo (cálculo economico, por ejemplo)”.[45] E poco dopo ribadisce che “se pretende conocer leyes económicas cuya existencia real es discutible”. Il risultato è che sbattendo ad ogni angolo “con las leyes económicas del capitalismo que subsisten en la organización económica soviética”, gli si darà un nuovo nome. “Se continua adelante con el auto-engaño, ¿hasta cuando? No se sabe, ni como se solucionará la contradicción”.[46]

Guevara è implacabile con tutte le formule vuote, come il “centralismo, uno de los mitos ampliamente divulgados [il centralismo, uno dei miti largamente diffusi]”, ma che è solo una frase che nasconde le più diverse strutture politiche, ed è quindi carente di contenuto reale. Smantella anche le citazioni dal XXI Congresso del PCUS, osservando che presentare come un successo il dissodamento delle terre verginiè un errore, anche se meno grave di quel “complejo de inferioridad ideologico [complesso ideologico di inferiorità]” che ha portato alla famosa velleitaria sfida con gli Stati Uniti, che quel Congresso pensava di raggiungere e superare in una ventina di anni. A questo proposito c’è un accenno critico alla Cina, che con la stessa logica nel 1958 si era proposta di raggiungere l’Inghilterra.

Una frase retorica sullo sviluppo pianificato della collaborazione economica tra i paesi socialisti, basata sulla più razionale utilizzazione del potenziale produttivo, nell’interesse di ciascun paese e di tutto il campo socialista in generale, in base alla “divisione socialista internazionale del lavoro”, lo spinge a una considerazione molto dura:

De nuevo esta idea, tan justa en su expresión teórica, tropieza con caracterizaciones éticas. Si el internacionalismo proletario presidiera los actos de los gobernantes de cada país socialista, a pesar de ciertos errores de concepto en que pudieran incurrir, sería un éxito. Pero el internacionalismo es reemplazado por el chovinismo (de poca potencia o pequeño país), o la sumisión a la URSS, manteniendo las discrepancias entre otras democracias populares (CAME).[47]

Guevara nella stessa nota osservava che era difficile catalogare questi atteggiamenti, soprattutto senza un’analisi profonda e documentata delle motivazioni di ciascun paese, ma concludeva che“lo cierto es que atentan contra todos los sueños honestos de los comunistas del mundo [quel che è certo è che minacciano gli onesti sogni di tutti i comunisti del mondo]”. E dato che nel lungo periodo sulle meraviglie della “divisione socialista internazionale del lavoro” era inserita una frasetta sulla necessità di “tener en cuenta, asimismo, el desarrollo de las relaciones económicas entre los dos sistemas mundiales, el socialismo y el capitalismo [tener conto, analogamente, dello sviluppo dei rapporti economici tra i due sistemi mondiali, il socialismo e il capitalismo]”, Guevara, diffidente, osservava che probabilmente si pensava a una pianificazione in vista dell’estensione di queste relazioni.

A proposito dei piani annuali come articolazione di quelli quinquennali, esaltati dal Manuale, il Che osserva poi seccamente:

Los planes anuales, en la forma praticata en Cuba, son una rémora. Cada año, como explica luego el texto, se reparten las angustias del anterior, como si todo comenzara de nuevo, y se da el caso de fabricas con una actuación brillante un año y desastrosa el secundo, debido a la falta de materia prima. Si el sistema es malo en los países socialistas cercanos, con una gran independencia, en Cuba, alejada miles de kilometros y con permanentes problemas de pagos, fué desastroso.[48]

Altre osservazioni sono meno sorprendenti, perché ripetono quanto scritto negli articoli e interventi del dibattito economico (ad esempio che “uno de los graves fallos del sistema soviético” va ricercato nel fatto che “los estimulos morales son olvidados o relegados”.[49] Oppure, di fronte a un’affermazione trionfalista sul “Banco del Estado de la URSS [la Banca di Stato]”, che sarebbe il “banco más poderoso del mundo [la banca più potente del mondo]” grazie alle filiali collocate nella capitali delle repubbliche sovietiche, dei territori e regioni, e in quasi tutti i distretti del paese, Guevara scrive maliziosamente:

También posee filiales en Londres y Paris (un poco enmascarados). Uno se puede preguntar si todo esto no influirá en los metodos y concepciones de la dirigencia soviética, así como las instituciones crediticias pertenecientes al partido argentino influyen en su linea de acción política.[50]

Il paragone di Guevara con il Partito comunista della sua Argentina è interessante, e spiega bene che la critica del Che alla maggior parte dei partiti comunisti latinoamericani non era solo ideologica o morale, ma partiva dalla consapevolezza del loro inserimento, subalterno ma totalmente complice, nel sistema capitalistico.[51]

Le ultime notazioni sono più teoriche. Gli autori del Manuale, sulla base delle indicazioni del XXI Congresso del PCUS, parlano di passaggio graduale al comunismo, e annunciano che i metodi coercitivi dello Stato saranno sostituiti dagli stimoli economici e dal lavoro educativo affidato alle cosiddette “organizzazioni sociali”. Peraltro si teorizza che lo Stato continuerà ad essere necessario anche dopo la “costruzione del comunismo”. Guevara è sempre più irritato. Come è possibile pensare di “construir el comunismo en un solo país [costruire il socialismo in un paese solo]”? E conclude questa nota osservando che “hay muchas afirmaciones en este libro, que se parecen a la formula de la santísima trinidad: no se entiende, pero la fe la resuelve”.[52] Quanto all’eliminazione dei metodi coercitivi, il Che osservava:

No se entiende como pueden suprimirse los métodos coercitivos y reemplazarlos por económicos. Si se hacen automaticos estos, se vuelve a una sociedad anárquica, si se guian por un plan central, el Estado debe estar allí para velar lo que sucede (o debe suceder) […] Los obreros, el pueblo en general, decidirán sobre los grandes problemas del país (tasa de crecimiento, es decir, acumulación, consumo, tipos fundamentales de producción, obras sociales, artículos perecederos o de largo uso), en las localidades decidirán sobre sus problemas concretos (los que no rebasen su ambito), pero el plan y la producción serán obra de los especialistas, y ni pueden cambiarse por voluntades individualizadas, aunque sean en forma de colectivos. El quid está en considerar la organización económica como una gran maquinaria y vigilar que las cumpla, pero no introducirse en su engranaje.[53]