Relazione
di Antonio Moscato al seminario annuale della
fondazione Che Guevara.
Acquapendente,
15-17 giugno 2001
Michael
Löwy mi ha regalato ieri una copia di un suo
piccolo libro su Guevara pubblicato nel lontano
1969 da Feltrinelli. Lo avevo letto con piacere
a suo tempo, ma lo avevo perduto e in parte
dimenticato. Rileggendolo ho avuto una conferma
che già allora non era impossibile capire
l’atteggiamento critico dell’ultimo Guevara
nei confronti di quei paesi che egli chiamava
ancora convenzionalmente “socialisti”, ma su
cui esprimeva dubbi e critiche sempre più
severe. Certo molte di esse sono rimaste
inedite, soprattutto quelle più esplicite, come
quei passi delle note critiche al Manual de
economia política dell’Accademia delle
scienze dell’URSS, in cui Guevara aveva
commentato alcune affermazioni del libro con
questa annotazione: “questo riguarda l’URSS,
non il socialismo”. Il che voleva dire
implicitamente che quando scriveva quel testo, a
Dar es-Salaam, dove aveva dovuto ritirarsi nel
novembre 1965, dopo il fallimento dell’impresa
nel Congo, l’URSS per lui non era socialista.
Ma
lasciamo da parte per un momento gli inediti,
anche se una piccola ma non insignificante parte
di essi non sono più tali, dato che sono stati
pubblicati in Francia da Maspero, in Italia
prima dal Manifesto e poi in forma più
organica da Massari, e nessuno da Cuba ne ha mai
smentito l’autenticità. Altri sono stati
citati largamente da Carlos Tablada, nella nuova
edizione italiana del suo prezioso libro
dedicato al pensiero economico di Guevara, che
nel 1987 aveva ricevuto il premio Casa de las
Américas ed era stato elogiato dallo stesso
Fidel Castro, ma era stato pubblicato poi nello
stesso anno con moltissimi tagli “suggeriti”
dai redattori cubani (tagli al testo di Tablada,
ma anche a molte frasi del Che…). La prima
edizione era stata subito pubblicata in italiano
dalla Erreemme, la seconda, apparsa inizialmente
in Belgio, è stata tradotta in italiano dal
Papiro di Sesto San Giovanni nel 1996.
Nelle
oltre 70 pagine di Introduzione alla
nuova edizione c’è un’ampia utilizzazione
di brani inediti tratti dalle note al Manuale,
ma anche da trascrizioni di conferenze o lettere
a compagni cubani che le avevano fatte leggere e
copiare a Tablada. Tuttavia anche questo lavoro,
che pure contribuisce meglio di altri a
ricostruire l’itinerario politico e teorico
del Che nella sua fase più matura, è stato
ignorato tranquillamente in Italia dai
nostalgici del “socialismo reale”, che usano
magari il ritratto del Che sulle magliette, ma
si guardano bene dal leggerne gli scritti e
utilizzarli per capire che cosa è accaduto tra
il 1989 e il 1991. Eppure quello straordinario
autodidatta che era Guevara aveva previsto
quella sconfitta, osservando dall’interno di
Cuba le contraddizioni del sistema sorto in URSS
ed esportato poi in tanti paesi: un sistema che
di fronte ai sintomi inequivocabili della crisi
cercava di guarire usando come medicina elementi
di capitalismo, invece di correggersi tentando
di ritornare alle origini.
Guevara
invece, e lo hanno confermato più volte molti
dei suoi collaboratori più stretti, a partire
da Orlando Borrego, nei numerosi convegni
organizzati a Cuba dopo il discorso di Fidel
Castro del 1987 che invitava a studiare il
pensiero del Che, aveva sostenuto che quando un
aereo smarrisce la rotta, non deve cercarla a
caso dal punto in cui è arrivato, ma deve
tornare verso il punto di partenza. E la
metafora veniva esplicitata: bisogna tornare a
Lenin, bisogna leggere tutto quello che ha
scritto dal 1917 in poi, senza per questo
accettarlo in blocco acriticamente. Ma bisogna
ripartire dai dibattiti degli inizi degli anni
Venti, perché dopo non si è prodotto più
nulla di paragonabile a quella ricerca teorica.
A
questo proposito va detto che quei convegni sono
stati un momento importante per la comprensione
del pensiero del Che, soprattutto perché
avevano incoraggiato a parlare molti di quelli
che durante i quindici anni di dominazione
ideologica sovietica praticamente incontrastata
avevano dovuto tacere, o almeno non pubblicare
nulla. In uno di essi parlarono alcuni dei
consiglieri sovietici e cecoslovacchi, che
avevano fatto esperienze straordinarie accanto
al Che, giunti a Cuba nel 1988 con tutte le
inquietudini di una fase in cui le
contraddizioni dei paesi in cui vivevano si
avvicinavano all’esplosione. Quei convegni
fecero balenare la speranza di una effettiva
ripresa dello studio del pensiero di Guevara, ma
furono solo un breve momento circoscritto, di
cui rimase traccia quasi soltanto negli Atti
pubblicati a Cuba intirature limitate e spesso
messi in circolazione in dollari.
Il
più importante lavoro collettivo, promosso da
quel Centro studi sull’America in cui si erano
raccolti molti degli intellettuali cubani che
avevano diretto a suo tempo la rivista Pensamiento
critico, si concretizzò in un libro in due
tomi, Pensar al Che, di cui pochi anni
dopo è uscita in Italia un’ampia ed
esauriente selezione in un solo volume a cura di
Adriana Chiaia presso l’editore Teti, col
titolo Attualità del Che.
Ma anche se quel libro era uscito a Cuba con
l’avallo di una Prefazione importante
(il ministro della cultura e leader storico
della rivoluzione Armando Hart), non aveva
contribuito molto a diradare l’ignoranza sul
pensiero del Che in quella sinistra italiana che
continua a venerare il “guerrigliero eroico”
e a ignorare il pensatore lungimirante.
In
ogni caso, anche senza tenere conto di tutti
questi squarci nel velo di reticenza e di
censura che aveva occultato a lungo la
ricchissima produzione dell’ultimo Guevara, e
prima che questi brani e queste testimonianze
fossero accessibili, era possibile ricostruire
l’itinerario politico del Che nell’ultimo
periodo della sua vita. Ho già accennato a
quello che scrisse alla fine degli anni Sessanta
il giovane Michael Löwy, ma vorrei ricordare
quanto io stesso, ben prima di avere accesso per
la prima volta nel 1993 e 1994 a parte degli
inediti del Che, avevo potuto scrivere in alcuni
saggi apparsi su “Latinoamerica”.
Almeno per quanto mi riguarda, lo spunto
fondamentale era venuto da alcuni degli scritti
editi ufficialmente a Cuba e in tutto il mondo: Il
socialismo e l’uomo a Cuba, il messaggio
alla Tricontinentale (Creare due, tre, molti
Vietnam), e soprattutto il discorso al
secondo Seminario afroasiatico di Algeri del
febbraio 1965. Grazie ad essi ho avuto lo
stimolo a cercare quegli inediti, di cui
conoscevo solo vagamente l’esistenza e di cui
intuivo l’importanza proprio per il riserbo da
cui erano circondati.
Chi
ha ignorato dunque la portata della critica del
Che maturo, magari aggrappandosi a citazioni
isolate di lettere del periodo giovanile, o a
suoi discorsi del primissimo periodo di
conoscenza dei paesi del blocco sovietico
(quando egli stesso, di ritorno dal primo
viaggio in URSS, ammetteva di poter essere
scambiato per “Alice nel continente delle
meraviglie” per i suoi resoconti
entusiastici), evidentemente non capiva la sua
riflessione solo perché non la voleva capire. E
su questo ritorneremo a proposito delle ragioni
che spiegano la mancata pubblicazione a Cuba di
questi inediti, anche vent’anni dopo la
dissoluzione dell’URSS.
Una
periodizzazione necessaria
Comunque,
anche se dovrebbe essere ormai chiarita da tempo
(la si ricostruisce tra l’altro da tutte le
biografie del Che- magari discutibili, ma basate
su una lettura attenta dei suoi scritti- uscite
nel trentesimo anniversario della morte), va
introdotta come argomento preliminare una
periodizzazione del pensiero di Guevara.
Una
periodizzazione è necessaria per qualunque
pensatore, specialmente se immerso in un
movimento reale con il quale dialoga, in cui
interviene, che lo stimola e lo condiziona.
Quando Lenin, già malato, seppe che in suo
onore si era deciso di pubblicare tutti i suoi
scritti, si irritò molto: a che serve, diceva,
quello che ho scritto è sempre stato pensato in
un momento dato, in polemica con qualcuno, in un
contesto che ora è difficile ricostruire.
Evidentemente intuiva con preoccupazione che uso
si sarebbe fatto delle sue opere, codificate in
una specie di canone del “leninismo”, che
poi un corpo di sacerdoti avrebbe dovuto
selezionare e piegare all’uso del momento.
Tanto più che le Opere (complete ma non
troppo…) pubblicate in ordine cronologico
sarebbero state di fatto, per molteplici
ragioni, accessibili solo a una ristrettissima
cerchia, mentre al volgo sarebbero state
proposte quelle compilazioni metastoriche e
anacronistiche di citazioni avulse dal contesto,
che avevano come modello antichissimo la scelta
ecclesiastica dei brani biblici da propinare al
popolo durante la messa e che avranno molti
imitatori, fino a culminare nella Cina della
cosiddetta “rivoluzione culturale
proletaria” nel famoso Libretto rosso delle
citazioni del presidente Mao Tsedun.
Questo
metodo anche a Cuba è stato a volte riproposto
per Guevara, con varie compilazioni di brani
raccolti per temi anziché cronologicamente,
quasi sempre brevissimi e incompleti, e senza
riferimento all’occasione in cui erano stati
scritti: utili soprattutto per ricavarne
citazioni da inserire in un discorso rituale, si
direbbe.
Una di queste raccolte è stata tradotta e
diffusa largamente in Italia (con la solita esca
editoriale di una copertina con la classica foto
di Korda stilizzata in rosso, nero e oro) con il
nome significativo di Ideario. Ciò vuol
dire che si propongono delle idee di Guevara da
prendere, meditare, magari imparare a memoria,
come si fa con la Bibbia o il Talmud,
prescindendo dai processi reali in cui si sono
sviluppate, modificate, o dal fatto che siano
state abbandonate perché sostituite da una
nuova posizione formatasi grazie
all’esperienza pratica e al confronto con le
idee di altri.
Bisogna
dunque distinguere un primissimo periodo, in cui
il giovane Ernesto comincia a interessarsi
confusamente di politica e fa quindi anche
alcuni riferimenti all’URSS o ad altri paesi
“socialisti”. In alcune lettere scherzose ai
familiari del 1953-1954, ad esempio, si firma
Stalin II, o allude attraverso la parola cifrata
“cortisone” ai paesi “oltrecortina”
(termine usato dalla stampa borghese e che
nessun comunista allora poteva accettare). Le
frasi di quel periodo testimoniano solo il suo
livello di partenza, prima che l’esperienza
del Guatemala lo spingesse verso un diretto
impegno politico, e l’incontro con Hilda Gadea
lo aiutasse a uno studio sistematico di testi di
Marx e di Lenin.
Nel
1954 comincia la fase che chiamerei dell’apprendistato
politico, che si protrae fino al 1961. Negli
scritti e discorsi di quel periodo si possono
trovare ancora notevoli ingenuità nel valutare
URSS, Cecoslovacchia e Cina al momento dei primi
viaggi, ma anche l’inizio di un vivace spirito
critico per tutto quanto è alla portata della
sue esperienza diretta: dal rifiuto delle
ovazioni alla sua persona, alla riscoperta di
quella tradizione “eretica” del movimento
operaio cubano che era stata sistematicamente
rimossa e calunniata dagli stalinisti. Penso in
particolare ad Antonio Guiteras, che nel quadro
del settarismo sfrenato del “Terzo periodo”
dell’Internazionale comunista era stato
definito “il più gran fascista”
dell’America Latina, perché era un
rivoluzionario con un ruolo importante, ma fuori
del controllo del partito (la stessa sorte era
capitata a Sandino, di cui pochi mesi prima
della sua morte la stampa comunista
internazionale dava per scontato che si fosse
venduto all’ambasciatore statunitense,
precisando perfino per quanti dollari…).
È
vero che l’attenzione per Guiteras non era del
solo Guevara, e si doveva anzi soprattutto a
Fidel Castro, che aveva studiato attentamente la
rivoluzione degli anni Trenta, e che
all’esempio di Guiteras si era rifatto persino
nella scelta del Cuartel Moncada; ma
indubbiamente il riconoscimento del ruolo di
quel generoso e sfortunato protagonista della
terza rivoluzione cubana si differenziava
nettamente dal “settarismo” degli stalinisti
che lo avevano calunniato per anni (d’altra
parte Fidel non poteva dimenticare neppure che
nel 1953 in tutto il mondo la stampa di tutti i
partiti comunisti filosovietici, inclusa
“l’Unità”, aveva presentato l’assalto
al Moncada come un’impresa di gente equivoca
vestita “con uniformi americane”…).
Il
cruciale 1962
L’anno
in cui Guevara comincia a riflettere e a porsi
domande sui paesi socialisti e sui loro
sostenitori a Cuba e nel mondo è il 1962: in
quell’anno c’era già stata una prima
verifica della qualità degli aiuti sovietici,
cechi, ecc., sul ritardo tecnologico degli
impianti forniti, e anche sul comportamento dei
consiglieri provenienti da quei paesi, una parte
dei quali avevano finito per essere attratti dal
clima della rivoluzione, mentre altri
pretendevano i privilegi a cui erano abituati e
manifestavano un’arroganza burocratica nei
confronti dei subalterni cubani.
Tuttavia,
sono le due grandi crisi di quell’anno ad
accelerare la riflessione nel giovane gruppo
dirigente della rivoluzione cubana. Quella di
marzo è provocata dal comportamento
dell’apparato proveniente dal Partido
socialista popular, che si era
impossessato rapidamente delle ORI, le
“organizzazioni rivoluzionarie integrate”
che univano in un solo embrione di partito i
rivoluzionari numerosi ed entusiasti ma
impreparati provenienti dal Movimento 26 di
luglio, i quadri agguerriti e ben indottrinati
del PSP, e quanto rimaneva del Direttorio
rivoluzionario che aveva tentato dall’Avana di
contestare l’egemonia del 26 di luglio. Il
gruppo raccolto intorno ad Aníbal Escalante
aveva imposto a tutti i livelli “quadri
fidati” (cioè scelti con una logica di cricca
all’interno di chi proveniva dal partito
stalinista, a prescindere dalle loro capacità e
dai meriti rivoluzionari), e grazie ad essi
aveva introdotto ovunque un conformismo bigotto
e censorio, che scatenò le ire di Castro e
l’indignazione di Guevara.
In
ottobre poi c’era stata la “crisi dei
missili”, che portò il mondo sulla soglia di
un conflitto atomico. In tutti e due i casi
emergeva una responsabilità dell’URSS,
diretta nel secondo (con un atteggiamento del
gruppo dirigente sovietico nei confronti di
quello cubano che ricordava quello statunitense
dei decenni precedenti), indiretta ma
inquietante nel primo: a impossessarsi della
nuova organizzazione erano stati i filosovietici
più zelanti, anche se in questo caso non si
parlò apertamente di ingerenze inammissibili di
diplomatici sovietici come accadrà nel gennaio
1968 al momento dalla seconda crisi Escalante
(quella della cosiddetta “microfrazione”).
Invece di bollare l’operazione per quello che
era, cioè stalinista classica, la si definì
eufemisticamente “settarismo”, ma non
c’erano dubbi sulla fonte di ispirazione.
Anche
il discorso di Guevara del 18 maggio 1962 alla
Seguridad rivela che in quell’anno egli aveva
già ben presenti i rischi di degenerazione
burocratica. Dopo avere accennato abbastanza
genericamente a come gli errori di un governo
possono provocare un’insurrezione delle masse,
nella Bolivia di Villarroel e nell’Ungheria
del 1956 - casi diversi tra loro, ma che avevano
offerto occasioni preziose all’imperialismo -
il Che ammetteva che anche a Cuba si era andati
in questa direzione:
[…]
Nosotros somos mucho más culpables, dirigentes
del Gobierno con la obligación de ser
perspicaces, pero anduvimos por ese camino que
se ha llamado sectario, que es mucho más que
sectario, estúpido; el camino de la separación
de las masas, el camino de la ligación rígida
a veces, de medidas correctas a medidas
absurdas, el camino de la supresión de la crítica,
no solamente de la supresión de la crítica por
quien tiene legítimo derecho de hacerlo, que es
el pueblo, sino la supresión de la vigilancia
crítica por parte del aparato del Partido que
se convirtió en ejecutor, y al convertirse en
ejecutor perdió sus características de
vigilancia, de inspección. Eso nos llevó a
errores serios económicos, recuérdense que
sobre la base de todos los movimientos políticos
está la economía, y nosotros cometimos errores
económicos, es decir, fuimos por el camino que
al imperialismo le interesaba. Ellos ahora
quieren destruir nuestra base económica
mediante el bloqueo; mediante todas estas cosas
nosotros los íbamos ayudando.
Guevara
non precisava quali erano stati i gravi errori
in economia, ma si spostava subito sul terreno
politico, alludendo a una corresponsabilità
proprio dei responsabili dei “servizi” di
sicurezza. Ma allargava il discorso ai CDR:
Los
Comités de Defensa [de la Revolución], una
institución que surgió al calor de la
vigilanza popular, que representaba el ansia del
pueblo de defender su Revolución, se fue
convirtiendo en un hazlo todo, en la imposición,
en la madriguera del oportunismo. Se fue
convirtiendo en una organización antipática al
pueblo. Hoy creo poder decir, con mucha razón,
que los CDR son antipáticos al pueblo.
Guevara
sottolineava che i CDR avevano assunto questa
funzione negativa soprattutto nelle campagne,
grazie alle quali il movimento rivoluzionario
aveva trionfato, ma dove i contadini erano stati
lasciati in mano a “opportunisti di ogni
genere”. E subito dopo diceva: attenti che
anche i corpi di sicurezza possono fare, e in
parte hanno fatto, lo stesso. Alludeva a un caso
specifico, il “terrore bianco” inventato a
Matanzas da un “gruppo rivoluzionario fuori
controllo” (cioè gli stalinisti del PSP) per
scatenare il “terrore rosso”; tuttavia
accennava anche a casi di tortura, in una forma
cauta ma inequivocabile:
Nosotros
tenemos la gran virtud de habernos salvado de
caer en la tortura, en todas las cosas
tremendas en que se ha caido en muchos países
defendiendo principios justos. Establecimos
un principio que Fidel defendió mucho siempre,
de no tocar nunca a la gente, aun cuando se le
fusilara al minuto, y puede ser que haya habido
alguna excepción, yo conozco alguna excepción.
Non
c’è dubbio che la prima frase che ho
riportato in corsivo alludesse ai “paesi
socialisti”, e aveva un senso particolare,
perché il primo aiuto fornito dall’URSS a
Cuba fu la consulenza per la creazione dei
servizi di sicurezza. Quanto alla tortura, la
prima affermazione veniva incrinata
dall’accenno alle possibili eccezioni, e poi
distrutta dalla frase finale: “io ne conosco
qualcuna”… E il Che aggiungeva, per
rafforzare l’allarme: “qui si viene a sapere
tutto, anche ciò che a volte non si legge sulla
stampa […] e che alla fine ci giunge alle
orecchie. […]. Si viene a sapere tutto, e così
anche dei soprusi e delle ingiustizie che
commette un’organizzazione, per quanto
clandestina. Il popolo ha modo di conoscere
molte cose e le sa valutare a fondo” (p.436
ed. it., cit.)..
Nello
stesso discorso, che formalmente era dedicato
all’influenza della rivoluzione cubana in
America Latina, e che cominciava effettivamente
con una rassegna dei problemi dei principali
paesi del continente, si insisteva soprattutto
sul fatto che i veri e più pericolosi
controrivoluzionari sono quei dirigenti che
rendono omaggio alla rivoluzione e ne violano la
morale ricercando privilegi. Sono passati appena
due mesi dalla crisi delle ORI, ed è chiaro a
chi alludeva il Che. Sono gli stessi della
cordata di Aníbal Escalante, sferzati da Fidel
nei discorsi di marzo:
Contrarrevolucionario
es todo aquel que contraviene la moral
revolucionaria, no se olviden de eso.
Contrarrevolucionario es aquel que lucha contra
la Revolución, pero también es
contrarrevolucionario el señor que valido de su
influencia consigue una casa, que después
consigue los carros, que después viola el
racionamiento, que después tiene todo lo que no
tiene el pueblo, y que lo ostenta o no lo
ostenta, pero lo tiene.
È
interessante che, sferzando questo particolare
tipo di controrivoluzionario da colpire con
forza o annientare - e che “utilizza le sue
relazioni, buone o cattive, a profitto
personale” - il Che non deleghi il compito di
combatterlo alla Seguridad, ma al contrario
avverta che bisogna vigilare particolarmente all’interno
dei corpi di sicurezza: l’opportunismo è
un nemico della rivoluzione, che ramifica
ovunque manchi il controllo popolare, ed è
tanto più pericoloso come problema negli
organismi in cui il controllo deve avvenire
dall’alto per evidenti ragioni di segretezza.
In questi casi bisogna essere inflessibili per
ragioni di giustizia (e la rivoluzione è stata
contro l’ingiustizia), ma anche per ragioni
politiche:
todos
aquellos que, hablando de Revolución violan la
moral revolucionaria, no solamente son traidores
potenciales a la Revolución, sino que además
son los peores detractores de la Revolución,
porque la gente los ve y conoce lo que se hace,
aun cuando nosotros mismos no conociéramos las
cosas o no quisiéramos conocerlas, las gentes
las conocían.
Guevara
sottolineava che il compito era duro, perché
“l’entusiasmo di quest’anno non è lo
stesso dell’anno passato”. C’è una certa
difficoltà a recuperare, perché se in passato
“creare fiducia negli uomini e nella
rivoluzione era facile”, ora “qualche
piccola cosa si è perduta”. Quando la
“fiducia viene tradita o incrinata, non è più
facile recuperarla”.
Questo
testo era stato pubblicato a Cuba fin dal 1977,
poi in italiano era apparso su Quetzal
nel dicembre 1987, prima di essere inserito
negli Scritti scelti curati da Roberto
Massari. In molti passi Guevara rivelava
inequivocabilmente un’inquietudine di fronte
alle prime manifestazioni dell’assimilazione
degli organismi nati dalla rivoluzione al
modello burocratico proposto dai consiglieri
sovietici. Ma quanti dei suoi ammiratori a
parole si sono degnati di prenderlo in esame, di
interpretarlo, di leggerlo almeno per capire che
è in quel difficile 1962 che inizia la
riflessione originale del Che?
Il
dibattito sull’economia del 1963-1964
Subito
dopo la riflessione si concentra
sull’economia. Il linguaggio è cauto e in
parte cifrato, ma non c’è dubbio che la
preoccupazione principale è quella di non
imitare meccanicamente l’URSS, di cui Guevara
comincia a cogliere sempre meglio le
contraddizioni e la pericolosità dei rimedi
ricercati. Sul dibattito economico del
1963-1964, che mi è impossibile trattare nei
limiti di tempo e spazio di questa relazione,
rinvio alla efficace presentazione che ne ha
fatto Roberto Massari nel suo Che Guevara,
pensiero e politica dell’utopia, alla
relazione che Michel Lövy presenterà in questo
stesso convegno e agli scritti di Ernest Mandel
– che a quel dibattito partecipò a fianco del
Che - ripubblicati utilmente nel 1998 nel primo
dei “Quaderni della Fondazione Ernesto Che
Guevara”.
Accanto
agli scritti più propriamente economici, in
gran parte editi, si infittiscono in quegli anni
gli interventi pronunciati da Guevara in varie
occasioni, registrati e trascritti pazientemente
da qualcuno degli ascoltatori, e poi passati di
mano in mano dattiloscritti, senza essere
pubblicati. Solo una parte di essi è stata
raccolta nel tomo VI dell’edizione fuori
commercio curata già nel 1967 da Orlando
Borrego in poche centinaiadi copie, destinate ai
dirigenti e ai collaboratori più stretti.
Diversi
di questi inediti sono stati riportati (sia pur
non integralmente, per non violare le
disposizioni di Aleida March, vedova del Che e
gelosa custode dei suoi scritti inediti) da
Carlos Tablada nella Introduzione alla
nuova edizione del suo libro cui si è già
accennato. Uno di essi, una conferenza tenuta
dal Che il 3 dicembre 1964 a studenti e
professori della Facoltà di Tecnologia ed
economia della Università di Oriente a Santiago
di Cuba, rivela fin dall’inizio una profonda
insofferenza nei confronti dei metodi pedagogici
che si stavano introducendo a Cuba:
Da
qualche parte bisogna pur cominciare, no? Io non
cercherò di convincervi. Cercherò di fare una
cosa che voi fate pochissimo in questa facoltà,
e cioè pensare. […] Il nostro metodo di
pensiero lo consideriamo assolutamente marxista,
rigorosamente marxista, ma con una
caratteristica speciale: e cioè che noi siamo
giunti a questo sistema marxista con il metodo
del pensare ed agire noi stessi, in risposta a
tutta una serie di problematiche concrete
imposteci dalla vita cubana.
L’aggressività
del Che si spiega probabilmente con il fatto che
quella facoltà si era schierata dalla parte
degli economisti sovietici, e probabilmente il
suo intervento era stato introdotto da qualche
pedante con una lezioncina di marxismo da
manuale. Nel corso delle tre pagine riportate da
Tablada egli spiega che Marx aveva appena
abbozzato nella Critica al programma di Gotha
una “prognosi” del socialismo come
società di transizione, che Lenin aveva poi
sviluppato, accennando a un periodo di
transizione al socialismo. “Bisogna ancora
chiarire tutta una serie di cose. Perché lo
schema di Marx dei due periodi è diventato uno
schema in tre periodi? E qual è l’essenza del
fenomeno imperialista e come agisce nei paesi
dipendenti che sono sotto il suo controllo?”.
Sono i temi sui quali Guevara sta riflettendo e
su cui trova del tutto insoddisfacente il “Manuale
di economia” sovietico adottato nelle
università.
Guevara
dice soprattutto una cosa in aperto contrasto
con il marxismo-leninismo dogmatico:
Marx
ha fatto degli errori, e anche Lenin di tanto in
tanto. E di fatto Lenin ha fatto degli sbagli
che ha poi rettificato varie volte. […] Quando
si discute intorno a Lenin e si porta avanti la
sua bandiera, si possono innescare polemiche a
non finire, perché in ogni momento, in ogni
concreta situazione storica, Lenin ha avuto
qualcosa da dire, qualcosa di giusto, qualcosa
di corretto e di rivoluzionario per quel dato
momento storico, ma che non si può ripetere
meccanicamente per altri e successivi momenti
storici.
C’era
in più parti una implicita polemica con le
affermazioni trionfalistiche del famoso Manuale
sulla classe operaia dei paesi imperialisti.
Poi, in una frase conclusiva staccata purtroppo
dal contesto, una risposta secca a qualcuno di
cui possiamo immaginare la domanda accusatoria:
“Esattamente! Ho detto che nel sistema di
calcolo economico si erano introdotti elementi
di capitalismo”.
Gli zelanti citatori di frasi di Lenin erano
ovviamente scandalizzati: il “sistema di
calcolo economico” proposto dagli economisti
sovietici non solo veniva respinto dal Che, ma
si affermava oltretutto che conteneva
“elementi di capitalismo”!
Ho
già ricordato che l’Introduzione di
Tablada alla nuova edizione italiana, e quindi
questo testo, erano disponibili in italiano fin
dal 1996. Pochi ne hanno tenuto conto, e ogni
volta che ne parlo trovo uno stupore sospettoso:
ma davvero il Che criticava l’URSS e la sua
influenza ideologica su Cuba? Ma non se ne era
andato via dall’isola per irrequietezza e
spirito di avventura, come si è sempre detto?
Eppure,
fin dal 1969, quando ampi stralci furono
pubblicati sulla rivista mensile “il
manifesto”, si potevano leggere accenni dello
stesso genere nei colloqui al Minind.
Non c’è peggior sordo di chi non vuol
sentire...
Lascio
però definitivamente da parte le polemiche con
quelli che hanno ignorato ogni testimonianza
sull’evoluzione del Che per continuare a
ripetere banalità sulla sua figura, e anche con
coloro che, pur avendo mezzi economici notevoli
e legami importanti a Cuba, hanno continuato a
pubblicare di Guevara prevalentemente testi
giovanili poco significativi, oppure collages di
articoli mal tradotti e mal curati, rinunciando
alla battaglia per rendere accessibili a
tutti gli scritti della maturità. Non ho i
mezzi, né le autorizzazioni per pubblicare in
forma completa questi inediti, ma ritengo di
dovere cominciare a fare intravedere qualcosa
del più importante di essi, per rafforzare la
battaglia contro questo inammissibile ritardo,
che si sta trasformando in una censura di fatto.
Il
“Manuale di economia politica”
Il
Manuale di economia politica arriva a
Cuba nel 1961, nella sua terza edizione, curata
“alla luce delle fondamentali decisioni del
XXI Congresso del PCUS” da Ostrovitianov,
Leontiev, Laptev ed altri; sostituiva e
correggeva la seconda edizione decisa dopo il XX
Congresso del PCUS, che a sua volta aveva preso
il posto di quella staliniana. Non era
semplicemente un manuale di economia: era una summa
teologica del “marxismo leninismo”.
Guevara
dapprima fu felicissimo di ricevere dai
“fratelli maggiori” un testo che affrontava
tutti i problemi del genere umano, dalla nascita
delle comunità primitive alla schiavitù, dal
feudalesimo allo sviluppo del capitalismo, e poi
presentava in modo didascalico (in un totale di
700 pagine) il modo capitalista di produzione,
l’imperialismo, il colonialismo, il “modo
socialista di produzione”, per finire col
“passaggio graduale al comunismo”, nel
quadro del sistema economico socialista
mondiale…
Nel
maggio 1961 aveva discusso vivacemente
sull’utilità di testi di questo genere con
Karol, che aveva vissuto in URSS gli anni
decisivi della sua formazione, ed era
preoccupato nel vedere sugli scaffali delle
librerie cubane i manuali di Mitin, di
Kostantinov, perfino del ciarlatano Lisenko.
Guevara
stentava a capire l’inquietudine del suo
interlocutore: dapprima aveva rivendicato il
“diritto-dovere di assicurare la formazione
politica e ideologica del popolo”, dichiarando
che in un paese esposto a rischi tremendi
“sarebbe criminale e assurdo lasciare alla
gente il diritto di esitare tra la buona e le
cattive ideologie”. A Karol, il quale
pazientemente gli descriveva i difetti di quelle
opere, Guevara rispondeva che, anche se non
conosceva neppure quei testi, bisognava usarli:
“vogliamo formare i nostri giovani il più
rapidamente possibile nell’ideologia
socialista, e siamo ovviamente obbligati a
utilizzare i manuali dei paesi socialisti. Ne
avete altri da consigliarci?”.
La
discussione si era sviluppata per ore, e Guevara
aveva esposto una singolare concezione
dell’inevitabilità in quella fase
dell’assunzione del modello sovietico:
Ogni
rivoluzione comporta, lo si voglia o no, piaccia
o no, una parte inevitabile di stalinismo, perché
ogni rivoluzione deve fronteggiare
l’accerchiamento capitalista. Noi abbiamo
dovuto imparare in poco tempo cos’è il blocco
economico, la sovversione, il sabotaggio e la
guerra psicologica che l’imperialismo può
condurre contro un paese rivoluzionario. Noi
sappiamo cheè una necessità assoluta
difendersi dall’accerchiamento imperialista, e
l’invasione del 17 aprile ci ricorda che
nessuna misura, nessun sacrificio è superfluo
su questo terreno”.
Il
17 aprile, ovviamente del 1961, cioè Playa Girón,
non c’entrava niente con lo stalinismo: erano
stati il consenso diffuso a una rivoluzione
originale e autoctona e l’armamento delle
masse a sconfiggere in poche ore gli
invasori, che pure erano più numerosi e meglio
armati di quelli che nel 1954 avevano piegato il
Guatemala di Arbenz. Quando l’URSS aumenterà
la sua presa su Cuba dopo la morte del Che, una
delle prime misure suggerite dai consiglieri
militari sovietici fu proprio il disarmo delle
milizie popolari. Furono ricostituite - con la
consulenza vietnamita - solo negli anni Ottanta,
dopo l’annuncio dei sovietici che non si
sarebbero impegnati a difendere Cuba, e dopo la
clamorosa verifica di Grenada, dove nel 1983 gli
ufficiali cubani addestrati dai sovietici si
arresero immediatamente ai marines, mentre
i lavoratori cubani dell’aeroporto opposero
una durissima resistenza, subendo gravi perdite.
Ma
Guevara, ovviamente, allora non poteva neppure
immaginare cosa avrebbe comportato
l’estensione dell’influenza ideologica
sovietica dopo la sua morte. “La gente si
educa attraverso l’azione”, obiettava a
Karol,che secondo lui voleva trasformare Cuba in
“un seminario di intellettuali, o un caffè
parigino dove si discuterebbe dei meriti
rispettivi dei libri recenti”. Mentre
raccoglieva inconsciamente la calunnia e il
disprezzo stalinista per la discussione, il Che
riproponeva una pedagogia basata
sull’esperienza diretta e non
sull’indottrinamento forzato e dogmatico.
Paradossalmente, era più vicino all’ottimismo
di Rosa Luxemburg che a Stalin e ai suoi
epigoni. Karol fu colpito dal ragionamento in
base al quale il Che pensava che Cuba non
corresse il rischio di un assimilazione allo
stalinismo perdurante in URSS. Gli parve assai
più ricco di quelli dei presunti
“destalinizzatori” di Mosca, pur essendo
sostanzialmente sbagliato:
La
situazione di Cuba non può essere comparata a
quella dell’URSS dopo la rivoluzione. I
sovietici non solo dovevano proteggersi dalla
minaccia esterna, ma anche costruire, senza
alcun aiuto straniero, le industrie di base
necessarie per il loro sviluppo economico. Non
è il caso nostro. Noi riceviamo dagli altri
paesi socialisti tutto l’aiuto necessario.
L’industrializzazione non costerà sacrifici
al nostro popolo. Al contrario, porterà
vantaggi immediati che permetteranno di
liquidare la disoccupazione. Lo stesso accade
nel campo agricolo. In URSS la resistenza alla
collettivizzazione delle campagne ha avuto un
ruolo determinante nello sviluppo dello
stalinismo. Da noi, la riforma agraria ha
corrisposto, subito, alle rivendicazioni
contadine e le ha pienamente soddisfatte. Per
questo le condizioni di un’evoluzione
stalinista non esistono a Cuba: il fenomeno non
può riprodursi da noi.
L’intuizione
corretta era quella che collocava lo sviluppo e
l’estensione dello stalinismo in un contesto
di tremendi sacrifici imposti alla popolazione;
l’ingenuità era quella di sottovalutare la
grande capacità di assimilazione strutturale e
culturale della burocrazia sovietica,
consolidata ormai da alcuni decenni, e che aveva
imposto il suo “modello”, nato come risposta
empirica all’arretratezza della Russia, anche
a paesi ben più sviluppati, come la
Cecoslovacchia o la Germania orientale.
Comunque
Guevara concluse che “per imparare a dirigere
un paese, a pianificarne l’economia, a
costruire il socialismo” i giovani cubani
dovevano studiare “i libri dei paesi
socialisti che ci hanno preceduto su questa
via”.
Più che all’URSS, su cui comincia ad avere
qualche dubbio, pensa alla Cecoslovacchia, perché
ha una superficie e una popolazione comparabili
con quelle di Cuba, e “ha sviluppato un
sistema di pianificazione molto efficace”, che
si dovrebbe riprodurre per il primo piano
quadriennale cubano:
Ma
non abbiamo abbastanza quadri per mettere in
atto noi stessi un simile sistema. Allora, che
fare? Lasciare i nostri giovani dibattersi
permolti anni, o invitare degli esperti cechi
perché ci aiutino e formino i nostri quadri
economici? Non c’è da pensarci su due volte:
invitiamo i cechi!
E
i cechi arrivarono. Probabilmente, appena
stabilito un rapporto di fiducia reciproca e di
confidenza, informarono il Che sullo stato
disastroso dell’economia del loro paese, che
nel 1963 avrebbe visto per la prima volta una
diminuzione netta del reddito nazionale.
Comunque, a modificare il suo giudizio, oltre
all’effetto indiretto del caso Escalante (alla
testa di una cordata di “comunisti
ortodossi” formatisi da anni proprio sui
“manuali” sovietici) e della crisi dei
missili, a cui abbiamo già accennato,
contribuirono in modo determinante le
riflessioni autonome sulle sue stesse
esperienze. Così, quando provò a leggere il
famoso Manuale che aveva dapprima accettato a
scatola chiusa, scoprì tra l’altro che
esaltava quel ruolo “progressista” della
borghesia nazionale di cui aveva verificato
l’inconsistenza nella sua prima esperienza
politica nel Guatemala di Jacobo Arbenz del
1954:
Al
desarrollarse en las colonias una industria
propia, crece la burguesía nacional, que ocupa
una situación doble: de una parte, el yugo del
imperialismo extranjero y de la supervivencias
feudales se interpone en su camino hacia la
dominación económica y política; pero de otro
lado, comparte con los monopolios extranjeros la
explotación de la clase obrera y los
campesinos. Por cuanto la lucha de liberación
nacional y de los pueblos de los países
coloniales y dependientes tiende ante todo a
derrocar la dominación del imperialismo, a
conquistar la independencia nacional y a
suprimir las spervivencias feudales, la burguesía
nacional participa en esta lucha y desempeña
cierto papel progresivo.
Il
Che commentava seccamente, nella nota 46:
Historicamente
fue cierto, hoy es falso. En los países de más
larga esperiencia de seudo-independencia política,
como son la mayoría de los latinoamericanos, el
proceso de alianza entre las burguesías y los
capitales imperialistas se venía gestando desde
hace tiempo, la Revolución cubana produjo un
verdadero choque de alarma que fué escuchado
por los explotadores autoctonos. Por otra parte,
la lucha contra los residuos feudales es muy
problemática, ya que también se produce una
alianza entre los explotadores de diversos
sectores y los grandes terratenientes
incursionan en la industria y el comercio. En América
la formación de la burguesía adquiere un matiz
parasítario desde el primer momento,
constituyendo las llamadas burguesías
importadoras, dependientes en absoluto de los
capitales monopolistas. La lucha contra la
burguesía es condición indispensable de la
lucha de liberación, si se quiere conducir a un
final irreversiblemente exitoso (Indonesia, en
el ejemplo contrario).
Anche
una frase sulla fusione tra il proletariato dei
paesi a capitalismo sviluppato e quello delle
colonie scandalizzava il Che, che commentava:
“Falso de toda falsedad [assolutamente
falso]”, e spiegava che non c’era un punto
di contatto tra le masse proletarie dei paesi
imperialisti e quello dei paesi dipendenti, dal
momento che tutto contribuisce a separarle.
Guevara osservava che i proletari dei paesi
imperialisti ricevono le briciole dello
sfruttamento coloniale e diventano complici; ma
anche quelli dei paesi dipendenti, pur pagati
molte volte meno, hanno pur sempre uno stipendio
e si preoccupano per una certa stabilità dei
loro posti, di fronte alla grande offerta di
lavoro dei contadini senza terra cacciati dalle
loro case, che sono la vera forza rivoluzionaria.
Il
Che era anche infastidito dalla retorica
trionfalistica che definiva, a colpi di
citazioni di Lenin, il capitalismo come
“agonizzante”. Bisogna essere prudenti, e
non ingenerare illusioni. Preferiva il termine
“maturo”. Un uomo maturo non può avere più
cambiamenti fisiologici, ma non è agonizzante
e, analogamente, “el sistema capitalista llega
a su madurez total con el imperialismo, pero ni
siquiera este ha aprovechado al maximo sus
posibilidades en el momento actual, y tiene una
gran vitalidad”.
È
stridente il contrasto tra il rigore di Guevara
e le semplificazioni degli ideologi del regime
burocratico che coprivano con frasi
rivoluzionarie e previsioni ottimistiche una
pratica consolidata di collaborazione con
l’imperialismo. Molte delle note sono di
questo tipo: il Che denuncia, ad esempio, la
sottovalutazione dell’acuta concorrenza tra
monopoli rivali, e anche tra diversi paesi
imperialisti, che tuttavia può provocare “una
incesante marea de innovaciones tecnicas [una
marea ininterrotta di innovazioni
tecnologiche]” ed anzi la cosiddetta
“revolución técnica [rivoluzione
tecnologica]” (Manual, p. 250, n. 50).
Inoltre,
anche quando concorda nella sottolineatura delle
contraddizioni tra capitale e lavoro, il Che
osserva che “es necesario enfatizar, una vez más,
que el oportunismo ha pasado a una inmensa capa
de la clase obrera de los países
imperialistas”, che si potrebbe definire come
aristocrazia operaia. Al margine annotava di
ricercare statistiche comparative sui salari
degli operai di paesi imperialisti e di quelli
dipendenti.
Poco più avanti, si indigna ancora per una
frase in linea col nuovo corso sul passaggio
pacifico al socialismo:
En
las condiciones actuales, en que existe un
poderoso campo del socialismo, en que sigue
ahondándose la crisis general del capitalismo,
en que se desintegra cada vez más el sistema
colonial y en que las ideas del socialismo, la
democracia y la paz poseen una grandiosa fuerza
de atracción para toda la humanidad
trabajadora, se da la posibilidad real de que,
en tales o cuales países capitalistas o salidos
de la sujeción colonial, la clase obrera
llegue al poder pacíficamente, a través del
parlamento.
Il
commento è secco e bruciante: “esta cantanela
[sic] del parlamento no la creen ni los
italianos, que no tienen otro dios”.
L’espressione “los italianos” allude
ovviamente al PCI, nei confronti del quale
Guevara aveva espresso francamente il suo
fastidio, rifiutando ad esempio un’intervista
all’Unità, che pure era stata
sollecitata dalla sua stessa madre che con
Saverio Tutino, ottimo corrispondente di quel
giornale all’Avana, aveva fatto amicizia,
vivendo nello stesso albergo.
La motivazione era che non stimava un partito
che aveva un 25% di voti e non faceva nulla per
la rivoluzione. Molti dirigenti del PCI che
visitarono Cuba, tra cui Pietro Ingrao, rimasero
sconcertati e irritati dalle brusche critiche di
Guevara.
Le
annotazioni di questo genere, che smentiscono il
quadro idilliaco di un mondo in evoluzione verso
il socialismo per effetto delle “grandi
conquiste dei paesi socialisti”, sono
numerosissime, ma riguardano solo indirettamente
il giudizio critico del Che sui paesi
dell’Est, attraverso la polemica con le loro
mistificazioni ideologiche sulle “magnifiche
sorti e progressive” del proletariato. Una di
questa va però segnalata, per un aspetto
interessante: di fronte a una frase che dichiara
possibile il trionfo della rivoluzione
socialista, quando esista un proletariato
rivoluzionario e la sua avanguardia
(naturalmente unita in un solo partito
politico…), Guevara osserva:
Los
casos de China, Vietnam y Cuba ilustran lo
incorrecto de la tesis. En los dos primeros
casos la participación del proletariado fué
nula o pobre, en Cuba no dirigió la lucha el
partido de la clase obrera, sino un movimiento
proclasista [sic] que se radicalizó
luego de la toma del poder político.
La
frase che ho evidenziato in corsivo sarebbe
sconvolgente nella Cuba degli ultimi trenta
anni, in cui è stato evitato accuratamente ogni
accenno al mancato appoggio alla rivoluzione da
parte delPSP (di cui Guevara peraltro accetta
l’autoproclamazione a “partito della classe
operaia”). L’argomento è diventato un tabù
al punto che Camilo Guevara, in un dibattito a
Roma, si stupì di fronte a una domanda che gli
chiedeva perché suo padre si era fidato del
Partito comunista boliviano, e rispose che anche
suo padre era comunista, ed anzi a Cuba c’era
stato un partito (sul cui nome era incerto se
fosse stato “socialista” o “popular”)
che aveva avuto un ruolo importante nella
rivoluzione...
Ma
veniamo alla parte del Manuale dedicata proprio
ai “paesi socialisti”. Una delle frasi che
appaiono vuote al Che riguarda i successi e la
cooperazione tra di essi:
En
el transcurso de un período corto, los países
del campo socialista sentaron las bases para una
estrecha colaboración económica, basada en el
ayuda mutua fraternal. Al lado del viejo mercado
mundial capitalista, surgió un nuevo mercado
mundial: el mercado mundial de los países
socialistas, que se fortaleció rápidamente.
Este mercado crece ininterrumpidamente, gracias
a su desarrollo sin crisis y al incontenible
auge de la producción en los países del campo
del socialismo. Así, pues, habiéndose
desgajado del sistema capitalista, en el periodo
de la posguerra, una serie de nuevos países, y
como resultado de ello, se formó y se
desarrolla victoriosamente el sistema
socialista de la economia mundial.
Il
testo proseguiva assicurando che così si era
assestato un nuovo colpo al sistema
dell’imperialismo. E Guevara annotava:
Demasiado
idílico. Aunque las crisis en el sentido
plenamente capitalistico no se conocen, las
dificultades de los ultimos años en las
democracias populares de Europa y la catástrofe
triguera de la URSS indican que también se
suceden interrupciones serias en la progresión.
L’affermazione
del Manuale che il socialismo si distinguerebbe
da tutte le formazioni sociali precedenti per
l’allargamento ininterrotto della produzione,
ed anzi che “el socialismo acaba con la
contradicción entre el carácter social de la
producción y la forma privada, capitalista, de
la apropiación” e che grazie a questo “no
conoce la contradicción entre producción y
consumo” e quindi si trova al sicuro dalle
crisi di sovrapproduzione “y està, por
consiguiente, en condiciones de poder ampliar la
producción ininterrumpidamente” (il
concetto di incremento ininterrotto ritorna
molte altre volte nella stessa pagina del
Manuale), spinge Guevara ad osservare che, se
questo può entro certi limiti essere vero per
l’URSS che è un “país continente”, non
lo è sicuramente per la Cecoslovacchia,
“donde un mercado exterior cada vez más
exigente fué desplazando articulos de técnica
congelada, provocando descensos en la producción
global del país”.
Alla fine del 1965 il Che era abbastanza
informato sugli scricchiolii del paese più
industrializzato del Comecon, e conosceva
probabilmente la diagnosi fatta dagli economisti
critici come Ota Šik, anche se non condivideva
la terapia che essi proponevano.
E
quando il Manuale, riprendendo un documento
ufficiale del XXI Congresso del PCUS, affermava
che l’URSS, non essendo più circondata
dall’assedio capitalista non correva più
rischi di restaurazione capitalista (anzi, si
precisava,“ya no hay en el mundo fuerzas
capaces de restaurar el capitalismo en nuestro
país, de hacer derrumbarse el campo
socialista”, sicché il pericolo di
restaurazione sarebbe stato eliminato
definitivamente), Guevara osservava
prudentemente che questa osservazione poteva
essere oggetto di discussione:
Las
ultimas resoluciones economicas de la URSS se
semejan a las que tomó Yugoeslavia cuando eligió
el camino que la llevaría a un retorno gradual
hacia el capitalismo. El tiempo dirá si es un
accidente pasajero o entraña una definida
corriente de retroceso. Todo parte de la erronea
concepción de querer construir el socialismo
con elementos de capitalismo, sin cambiarles realmente
la significación. Así se llega a un sistema
hibrido que arriba a un callejón sin salida.
Guevara
contestava anche che fosse stata eliminata la
contraddizione tra città e campagna e che anzi
ci fosse una unità di interessi di classe tra
operai e contadini (“esto no lo ha corroborado
la práctica en la URSS ni en las democracias
populares. Las diferencias y el antagonismo son
palpables y se contradicen en escaceses y
carestias periódicas”)
Proprio
esaminando la situazione delle campagne (in
particolare nei kholchos, che il Che pensa siano
da considerare “presocialisti”) Guevara
osserva più volte che quanto è descritto nel
manuale è proprio dell’URSS e non del
socialismo.
In un’altra nota scrive che “habitualmente
en este libro se confunde la noción de
socialismo con lo que ocurre praticamente en la
URSS”.
A proposito delle “categorie economiche” che
secondo il Manuale sarebbero generate dal regime
socialista, il Che annota che “es muy
discutible la existencia de estas llamadas
categorias económicas. A lo más, se podrá
decir que son categorias económicas de la URSS,
no del socialismo (cálculo economico, por
ejemplo)”.
E poco dopo ribadisce che “se pretende conocer
leyes económicas cuya existencia real es
discutible”. Il risultato è che sbattendo ad
ogni angolo “con las leyes económicas del
capitalismo que subsisten en la organización
económica soviética”, gli si darà un nuovo
nome. “Se continua adelante con el auto-engaño,
¿hasta cuando? No se sabe, ni como se
solucionará la contradicción”.
Guevara
è implacabile con tutte le formule vuote, come
il “centralismo, uno de los mitos ampliamente
divulgados [il centralismo, uno dei miti
largamente diffusi]”, ma che è solo una frase
che nasconde le più diverse strutture
politiche, ed è quindi carente di contenuto
reale. Smantella anche le citazioni dal XXI
Congresso del PCUS, osservando che presentare
come un successo il dissodamento delle terre
verginiè un errore, anche se meno grave di quel
“complejo de inferioridad ideologico
[complesso ideologico di inferiorità]” che ha
portato alla famosa velleitaria sfida con gli
Stati Uniti, che quel Congresso pensava di
raggiungere e superare in una ventina di anni. A
questo proposito c’è un accenno critico alla
Cina, che con la stessa logica nel 1958 si era
proposta di raggiungere l’Inghilterra.
Una
frase retorica sullo sviluppo pianificato della
collaborazione economica tra i paesi socialisti,
basata sulla più razionale utilizzazione del
potenziale produttivo, nell’interesse di
ciascun paese e di tutto il campo socialista in
generale, in base alla “divisione socialista
internazionale del lavoro”, lo spinge a una
considerazione molto dura:
De
nuevo esta idea, tan justa en su expresión teórica,
tropieza con caracterizaciones éticas. Si el
internacionalismo proletario presidiera los
actos de los gobernantes de cada país
socialista, a pesar de ciertos errores de
concepto en que pudieran incurrir, sería un éxito.
Pero el internacionalismo es reemplazado por el
chovinismo (de poca potencia o pequeño país),
o la sumisión a la URSS, manteniendo las
discrepancias entre otras democracias populares
(CAME).
Guevara
nella stessa nota osservava che era difficile
catalogare questi atteggiamenti, soprattutto
senza un’analisi profonda e documentata delle
motivazioni di ciascun paese, ma concludeva
che“lo cierto es que atentan contra todos los
sueños honestos de los comunistas del mundo
[quel che è certo è che minacciano gli onesti
sogni di tutti i comunisti del mondo]”. E dato
che nel lungo periodo sulle meraviglie della
“divisione socialista internazionale del
lavoro” era inserita una frasetta sulla
necessità di “tener en cuenta, asimismo, el
desarrollo de las relaciones económicas entre
los dos sistemas mundiales, el socialismo y el
capitalismo [tener conto, analogamente, dello
sviluppo dei rapporti economici tra i due
sistemi mondiali, il socialismo e il
capitalismo]”, Guevara, diffidente, osservava
che probabilmente si pensava a una
pianificazione in vista dell’estensione di
queste relazioni.
A
proposito dei piani annuali come articolazione
di quelli quinquennali, esaltati dal Manuale, il
Che osserva poi seccamente:
Los
planes anuales, en la forma praticata en Cuba,
son una rémora. Cada año, como explica luego
el texto, se reparten las angustias del
anterior, como si todo comenzara de nuevo, y se
da el caso de fabricas con una actuación
brillante un año y desastrosa el secundo,
debido a la falta de materia prima. Si el
sistema es malo en los países socialistas
cercanos, con una gran independencia, en Cuba,
alejada miles de kilometros y con permanentes
problemas de pagos, fué desastroso.
Altre
osservazioni sono meno sorprendenti, perché
ripetono quanto scritto negli articoli e
interventi del dibattito economico (ad esempio
che “uno de los graves fallos del sistema soviético”
va ricercato nel fatto che “los estimulos
morales son olvidados o relegados”.
Oppure, di fronte a un’affermazione
trionfalista sul “Banco del Estado de la URSS
[la Banca di Stato]”, che sarebbe il “banco
más poderoso del mundo [la banca più potente
del mondo]” grazie alle filiali collocate
nella capitali delle repubbliche sovietiche, dei
territori e regioni, e in quasi tutti i
distretti del paese, Guevara scrive
maliziosamente:
También
posee filiales en Londres y Paris (un poco
enmascarados). Uno se puede preguntar si todo
esto no influirá en los metodos y concepciones
de la dirigencia soviética, así como las
instituciones crediticias pertenecientes al
partido argentino influyen en su linea de acción
política.
Il
paragone di Guevara con il Partito comunista
della sua Argentina è interessante, e spiega
bene che la critica del Che alla maggior parte
dei partiti comunisti latinoamericani non era
solo ideologica o morale, ma partiva dalla
consapevolezza del loro inserimento, subalterno
ma totalmente complice, nel sistema
capitalistico.
Le
ultime notazioni sono più teoriche. Gli autori
del Manuale, sulla base delle indicazioni del
XXI Congresso del PCUS, parlano di passaggio
graduale al comunismo, e annunciano che i metodi
coercitivi dello Stato saranno sostituiti dagli
stimoli economici e dal lavoro educativo
affidato alle cosiddette “organizzazioni
sociali”. Peraltro si teorizza che lo Stato
continuerà ad essere necessario anche dopo la
“costruzione del comunismo”. Guevara è
sempre più irritato. Come è possibile pensare
di “construir el comunismo en un solo país
[costruire il socialismo in un paese solo]”? E
conclude questa nota osservando che “hay
muchas afirmaciones en este libro, que se
parecen a la formula de la santísima trinidad:
no se entiende, pero la fe la resuelve”.
Quanto all’eliminazione dei metodi coercitivi,
il Che osservava:
No
se entiende como pueden suprimirse los métodos
coercitivos y reemplazarlos por económicos. Si
se hacen automaticos estos, se vuelve a una
sociedad anárquica, si se guian por un plan
central, el Estado debe estar allí para velar
lo que sucede (o debe suceder) […] Los
obreros, el pueblo en general, decidirán sobre
los grandes problemas del país (tasa de
crecimiento, es decir, acumulación, consumo,
tipos fundamentales de producción, obras
sociales, artículos perecederos o de largo
uso), en las localidades decidirán sobre sus
problemas concretos (los que no rebasen su
ambito), pero el plan y la producción serán
obra de los especialistas, y ni pueden cambiarse
por voluntades individualizadas, aunque sean en
forma de colectivos. El quid está en considerar
la organización económica como una gran
maquinaria y vigilar que las cumpla, pero no
introducirse en su engranaje.
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