DESTINO
DELLA CINA, DESTINO DEL MONDO
Mentre si alternano i bilanci dell´anno che sta
per chiudersi e le prospettive dell´imminente
2004, un posto crescente è occupato dalla Cina:
in riviste mensili, in supplementi ad hoc - dal
Sole 24 ore al Financial Times - nelle
informazioni quotidiane. Nelle ultime settimane è
stato lanciato una sorta di allarme: la Cina, con
i suoi bassi costi e con i suoi prodotti anomali,
taglia l´erba sotto i piedi ad aziende piccole e
medie, specie in certe regioni del nostro paese.
Le stesse riviste ufficiali forniscono indicazioni
utili, soprattutto per le accentuazioni che danno.
Non è quindi superfluo fare il punto anche su
Liberazione.
Effettivamente, la Cina continua da ormai oltre
vent´anni una crescita senza interruzione e con
tassi di sviluppo non riscontrabili in nessun
altro paese e senza paragoni o quasi con ritmi
conosciuti anche in altre epoche. Il prodotto
nazionale lordo supererà anche nel 2003 l´8% e
nessun rallentamento si delinea per il 2004.
Ancora una volta si è posta in dubbio l´attendibilità
dei dati cinesi, ma in questo caso per segnalare
errori di valutazione al ribasso. Il PIL della
Cina - ovviamente non per abitante - è
ormai comparabile a quello di paesi come la
Francia, la Gran Bretagna e l´Italia, e se il
calcolo fosse fatto a parità di potere di
acquisto, sarebbe già secondo dopo quello degli
Stati Uniti. D´altra parte la Cina occupa il
terzo posto subito dopo gli Stati Uniti come
mercato dopo aver superato il Giappone. Più in
particolare, per quanto riguarda l´industria
automobilistica troviamo di nuovo come mercato la
Cina al terzo posto, prima della Germania e ormai
molto vicina al Giappone. Forse ancor più
significativo che abbia raggiunto il terzo posto,
dopo il Giappone e gli Stati Uniti, negli
investimenti per la ricerca e lo sviluppo (con
aumenti tra il 1995 e il 2001 in media del 4,7%
contro il 5,4% degli USA, ma il 3,7% dell´UE e il
2,9% del Giappone). E´ ormai al secondo posto
anche come numero di ricercatori.
C´è appena bisogno di ricordare che per una
valutazione reale valgono non i dati assoluti ma i
dati per abitante. Tuttavia le cifre assolute non
sono senza significato date le dimensioni della
popolazione del paese. L´esempio dell´industria
automobilistica è in proposito eloquente: in
termini relativi la domanda solvibile resta molto
contenuta, ma in termini assoluti è di primario
interesse per tutti i produttori automobilistici
internazionali.
Tensioni e contraddizioni di una crescita
prolungata
Non meno interessante è richiamare elementi di
giudizio sull´integrazione e sul peso della Cina
nell´economia mondiale. A giusto titolo viene
attirata l´attenzione sugli investimenti esteri
diretti: già nel 2002 erano stati raggiunti 448
miliardi di dollari (contro 60 al Giappone) e nel
2003 il consuntivo sarà ancora superiore. Meno
sottolineato un altro elemento di evidente
portata, gli acquisti consistenti di buoni del
tesoro degli Stati Uniti da parte della Cina, che
in questo senso influisce sull´andamento dei
tassi di interesse statunitensi.
Contemporaneamente la Cina registra, nei confronti
degli Stati Uniti, un enorme surplus commerciale,
e la sua bilancia commerciale non è lontana dall´equilibrio.
Per quanto riguarda l´UE la Cina ha raggiunto
ugualmente il terzo posto come partner
commerciale, superando il Giappone, e l´UE è
ugualmente il terzo partner commerciale della
Cina. Per quanto riguarda l´America latina, se
questo continente ha registrato per la prima volta
da cinquant´anni un surplus della bilancia
commerciale, a ciò hanno contribuito in larga
misura importazioni da parte della Cina di ferro,
soia e rame.
Si è accentuata ulteriormente l´apertura della
Cina al capitale straniero in tutte le sue
espressioni, con la formazione di società
miste o altre forme di associazione (si
incoraggiano ormai anche le partecipazioni
straniere nelle grandi industrie statali in fase
di ristrutturazione). Un dato rivelatore: dal 1994
ad oggi le società estere hanno contribuito per
il 65% alle esportazioni della Cina. D´altra
parte, per fare un esempio particolare, la
principale società di distribuzione statunitense,
Wal Mart, nel 2002 ha acquistato da sola circa il
10% delle esportazioni cinese, pari a 12 miliardi
di dollari.
Questo tipo di integrazione nell´economia
mondiale non può non determinare alla lunga, e
parzialmente ha già determinato, fenomeni tipici
di un´economia capitalista, per esempio fenomeni
di sovrapproduzione, nelle costruzioni e nell´industria
automobilistica. Per quanto riguarda quest´ultima,
si prevede per il 2008 una produzione di 7 milioni
di vetture ma vendite, nella migliore delle
ipotesi, di 4,7 milioni.
Ritorniamo ora su tensioni, squilibri e
contraddizioni che hanno segnato e segnano la
dinamica socio-economica cinese. Ecco come le ha
sintetizzate Beijing Review del 25 settembre: «Squilibri
tra le regioni industriali e costiere e l´interno
e le regioni della frontiera occidentale che sono
sempre dipendenti da un´agricoltura a bassi
profitti; squilibri tra la colossale forza
economica e uno sviluppo sociale difficile,
individuabili, in particolare, nella protezione
inadeguata dei cittadini dalle crisi sanitarie,
nella precarietà dei posti di lavoro, nei
prodotti alimentari fondamentali e nei gravami non
autorizzati per molti servizi che
costituzionalmente sarebbero gratuiti; squilibri
tra un popolo enormemente innovativo e una
burocrazia che continua a creare intralci enormi
ai cittadini nell´assicurare i servizi pubblici.
La Cina non ha più tempo di tollerare questi
squilibri. Se tutti questi problemi crescenti
diventano più seri, non sarà più in grado di
raggiungere i suoi obiettivi a lungo termine di
riforma economica, e non continuerà ad essere una
buona destinazione per gli investitori
internazionali.»
A sua volta, il noto economista dell´università
di Pechino Hu Angang ha scritto: «Gli ultimi
venticinque anni sono stati consacrati alla
costruzione economica ma al prezzo di un altro
costo sociale e di un deficit in materia di
ambiente». Per illustrare ulteriormente la
portata di alcuni dei fenomeni segnalati basti
ricordare che, secondo valutazioni di studiosi
cinesi, nel corso di poco più di vent´anni si
sarebbe verificata una migrazione rurale di circa
300 milioni di persone e che altri 250 milioni
dovrebbero migrare entro il 2020. Gli accordi del
WTO per l´apertura alla concorrenza
internazionale contribuiranno ad accentuare questa
tendenza. D´altra parte, le città cinesi, il 90%
delle quali ha problemi ambientali,, sono tra le
più inquinate del pianeta. Pechino è
periodicamente investita da tempeste di sabbia e
sta già pagando il prezzo di un traffico
congestionato, mentre la megalopoli di Shangai ha
problemi di assestamento del suolo.
Il problema dell´inquinamento è stato
sottolineato da tempo, anche in sede ufficiale,
tra l´altro con la formulazione di una specie di
indice verde del PIL. Ma si ammette che per la
messa in pratica di questo indice occorrerà non
poco tempo.
La Cina è ormai capitalista?
Il Financial Times (16 dicembre) ha affermato,
molto più esplicitamente di altre volte, che la
Cina è "manifestamente un paese
capitalista". Ora, per la caratterizzazione
della natura sociale di un paese è necessario
rispondere a tre interrogativi considerati nel
loro insieme: quali sono i rapporti di produzione
e di proprietà? quale classe sociale esercita un
ruolo egemone? chi esercita il potere politico
tramite l´insieme delle istituzioni esistenti?
A proposito della prima domanda ricordiamo che il
settore privato propriamente detto contribuirebbe
al PIL per circa il 30%. E´ probabile che questa
valutazione debba essere rettificata al rialzo,
soprattutto a causa dell´evoluzione in senso
privatistico di una parte del settore
cosiddetto collettivo (cioè non statale e non
privato). Resta, comunque, che non è il settore
privato a determinare, per il momento, le scelte
macroeconomiche e tantomeno le determinano, pur
contribuendovi ormai in misura tutt´altro che
trascurabile, le multinazionali straniere. Le
scelte decisive restano, in ultima analisi nelle
mani dello stato.
In secondo luogo se ormai esistono strati
consistenti di borghesia, di origine antica o
recente, questa classe non è in grado tuttora di
esercitare una effettiva egemonia sociale. Infine,
al di là delle "innovazioni" introdotte
nel corso dell´ultimo anno nel patrimonio
ideologico e in termini costituzionali,
innovazioni miranti a dare maggiore stabilità
e più garanzie al settore privato, le istituzioni
politiche restano essenzialmente le stesse delle
fasi precedenti alla svolta della fine degli anni
´70. Nonostante tutto, sussiste l´identificazione
partito-stato, con una concentrazione dei poteri
reali nei massimi organismi del partito.
Ripetiamo, ciò non significa che non ci siano
mutamenti anche in certe impostazioni generali.
Per esempio, l´economista Lin Guagnand ha scritto
in un quotidiano che le funzioni del governo
devono cambiare: dalla centralità della
costruzione economica alla centralità dei servizi
pubblici, con una ulteriore accentuazione del
ruolo delle aziende"concorrenziali e miranti
ai profitti". Sul piano ideologico culturale
poi, ricordiamo il già segnalato invito al
super-pescecane Murdoch di illustrare le sue idee
sul libero mercato alla scuola centrale del
partito.
Possiamo senz´altro convenire che se la dinamica
in atto dovesse prolungarsi nelle fasi successive,
e dovesse accrescersi l´integrazione
organica nell´economia mondiale, i giochi
sarebbero fatti, con tutte le implicazioni
potenzialmente positive per il capitalismo come
sistema mondiale. Ma per noi il vero interrogativo
che si pone è: un simile processo potrà
svilupparsi gradualmente , senza rotture, ed
esplosioni di conflittualità sociali?
Se teniamo conto delle tensioni e contraddizioni
già operanti e delle esplosioni che hanno scosso
a più riprese la società cinese, dalle rivolte
agrarie della fine degli anni ´40 a Tien an men,
se si tiene conto dei livelli culturali acquisiti
e di quanto è emerso negli ultimi anni in termini
di conflittualità politico-culturale, propendiamo
per una risposta negativa. Quali saranno gli esiti
ultimi nessuno è in grado di prospettare sin d´ora.
In ogni caso, nel secolo che si è appena aperto,
questi esiti peseranno, sulle sorti non
della sola Cina, ma del complesso del mondo
contemporaneo, tanto globalizzato tanto
profondamente lacerato.
Livio Maitan, 25/12/2003