La convenzione dell’Ulivo

* * * * *

Un fatto nuovo decisivo nella politica italiana?

ROMANO PRODICosì l’ha definita Casini. A noi non sembra: il rilancio spettacolare di Prodi in una grande “Convention” (non a caso chiamata così, all’americana) ci appare anzi una risposta speculare, o un adattamento, a quella personalizzazione dello scontro politico (svuotato di contenuti) intorno a un leader carismatico. Ma il metodo che ha portato al successo Berlusconi non può servire a un’opposizione in crisi proprio perché …non si oppone, e che ha come problema principale non tanto la pur notevole conflittualità interna, ma la perdita in questi anni di una parte notevole dell’elettorato deluso dall’esperienza di governo prima e poi di opposizione fasulla. Un elettorato passato, per ora stabilmente, all’astensionismo, e di cui nessuno parla, anzi che viene occultato fornendo solo le percentuali di ciascun partito, e non i dati assoluti dei voti, spesso in diminuzione anche quando si guadagna qualche punto in percentuale.

Qualcuno ha paragonato la “Convention” ai congressi-spettacolo di Craxi, con nani e ballerine. Ma lasciamo stare pure la forma, e guardiamo la sostanza.

Pesante la scorrettezza, forse concordata, di proiettare sullo schermo la foto di Ciampi con Prodi e il richiamo al presodente come punto di riferimento nel discorso di Prodi (in cui i numi ispiratori di questo sedicente centro-sinistra sono tutti democristiani: De Gasperi, Schumann e Adenauer!).

Al Polo (tranne che a Casini, che ha parlato appunto di “importante novità”, forse  perché sente odore di casa, di ritorno alla grande della DC), ha dato fastidio la forma, il fatto che Prodi si annetta Ciampi, a noi la sostanza.

Dobbiamo chiarire subito: chi è Ciampi? Non ha nulla a che vedere con il movimento operaio. È stato, come governatore della Banca d’Italia e poi come ministro, in prima linea negli attacchi ai lavoratori e ai pensionati. Oggi è paladino della guerra, del tricolore da sventolare e contrapporre alle bandiere della pace, e soprattutto massimo protagonista dei tentativi di trascinare il centrosinistra verso un accordo col centrodestra; in questo è complice decisivo non solo di Casini, ma dello stesso Berlusconi (che vorrebbe avere uno schieramento meno rissoso e più solido di quello attuale). Al premier, Ciampi rimprovera solo qualche “eccesso” che rende più difficile le soluzioni bipartisan (come si chiamano, tra gentiluomini, gli “inciuci” senza principi).

La grande novità di questa “discesa in campo” di Prodi (così la presentano i mass media, imitando anche nel linguaggio Berlusconi) è la lista unica, ridottasi poi al famoso triciclo con due ruote abbastanza grandi e una piccolissima ma con diritto di veto sull’allargamento della lista ad altre forze e in particolare all’Italia dei Valori di Di Pietro, (che non sarebbe stato difficile data l’uguale inconsistenza e vacuità dei rispettivi programmi).

Ma a che serve la lista unica? A niente alle europee, se non riesce il tentativo di modificare la legge elettorale (è stato presentato un progetto di cambiarla in peggio, firmato da parlamentari DS e di FI, ma è finora fallito per la resistenza dei partiti minori dei due schieramenti). Se riuscissero in extremis a votarla, questa sarebbe l’ennesima “riforma” peggiorativa, perché toglierebbe l’ultima possibilità di scelta: la preferenza (con la scusa che vincerebbero i candidati più ricchi!). Ma è difficile che ce la facciano, per ragioni di tempo.

Per questo diciamo che la lista unica non serve a nulla: la legge elettorale attuale è onestamente e integralmente proporzionale, quindi tre partiti che si presentano con una sola lista, se ottengono gli stessi voti che “hanno portato in dote”, non prendono neppure un eurodeputato in più. Per giunta, non è detto che li ottengano: presentandosi insieme, ma con idee e concezioni divergenti, probabilmente scoraggiano pezzi del loro elettorato che li avrebbero votati separatamente. Si pensi ad esempio alle questioni della tutela dell’embrione, su cui si è schierata quasi al completo la Margherita, Rutelli in testa, mentre gran parte dei DS non la digeriscono. Le donne di sinistra indignate per quel voto in parlamento se la sentiranno di votare una lista capeggiata da Rutelli e piena di bigotti ipocriti?

Ma in realtà, a parte la vacua  propaganda su un possibile “sorpasso” privo di conseguenze pratiche, la lista unica a una cosa serve davvero: a impedire che siano gli elettori a valutare il peso relativo di ciascun partito che vi confluisce! Non a caso è stata proposta da una vecchia volpe democristiana come Prodi, che con la retorica dell’unità ha impedito che dalle urne potesse risultare che i suoi seguaci non sono la forza maggiore del centrosinistra.

Quanto al livello locale, in decine di province e comuni, la crisi ideale e politica del centrosinistra si riflette in risse furibonde e passaggi di campo, che intaccheranno la sua credibilità. Per questo il Polo (che a sua volta ha parecchi problemi di rissosità interna) per evitare che un suo risultato negativo nelle elezioni locali rimbalzasse sul voto europeo, ha voluto l’abbinamento della data delle europee e del primo turno delle amministrative, in sé scorrettissimo e che pone gravi problemi tecnici; sarebbe stato più logico tenere il primo turno delle amministrative quindici giorni prima, e poi abbinare alle europee il solo ballottaggio A quanto pare il centrosinistra, dopo aver votato tante cose insieme al Polo, accettandone le condizioni, non riesce a contrattare nulla, nemmeno la data delle elezioni, stabilita unilateralmente dal governo in base a meschini calcoli di bottega.

Abbiamo accennato al mito dello “scavalcamento”, che eccita tanto i fans del centrosinistra: è vero che insieme DS e Margherita dovrebbero e potrebbero avere più voti di Forza Italia. Ma che significa, in concreto? Nulla. Già nel 2001, se si contavano i voti, e anche le percentuali, non solo Forza Italia, ma l’intero Polo non aveva affatto il consenso della maggioranza degli italiani. Ma il centrosinistra ha smesso di contare i voti, e pensa solo agli eletti, sperando che le divisioni altrui, quando ci saranno le politiche, consentano di “vincere” anche perdendo altri voti, mantenendosi più uniti dell’avversario, come nel 1996.

Per questo il centrosinistra non ne vuole sapere di modificare la legge elettorale per le politiche: eppure aprire una battaglia su questo (sapendo di trovare anche sponde in pezzi dell’altro schieramento) poteva essere una delle poche condizioni concrete che il PRC (i cui voti sono ambiti) poteva porre. Naturalmente non l’unica: nel programma del centrosinistra non c’è nessuna concessione al PRC neppure sulla guerra, sul blocco e revoca delle privatizzazioni, su salari e occupazione (la riduzione d’orario era stata promessa da Prodi a suo tempo come specchietto per le allodole), sulla chiusura dei lager per immigrati. Anzi, si può dire su niente, dato che i principali leader del centro sinistra dicono che quando governeranno non cambieranno le leggi fatte dal Polo, tranne quelle fatte ad personam.

Essi al Palalottomatic (che bel nome, adatto ai nuovi tempi!) hanno centrato tutti i loro discorsi sulle malefatte di Berlusconi e soci, che non sono immaginarie, ma scaldano solo gli animi del ceto politico, lasciando indifferente la gente comune, che potrebbe invece essere toccata da proposte concrete contro l’aumento dei prezzi, la crisi occupazionale, il precariato, l’erosione del potere d’acquisto delle pensioni (a cui si potrebbe dare soluzione tagliando drasticamente le spese militari). Ma da questo orecchio il centro sinistra non ci sente: le spese militari per ipocrite “missioni umanitarie” con le bombe le hanno cominciate ad aumentare i governi Prodi, D’Alema ecc. 

Le questioni sociali grandi assenti

Per giunta sulle grandi questioni poste dalle crisi della Parmalat, della Cirio, delle acciaierie di Terni, ecc., non è del tutto limpida la posizione del gruppo dirigente del centrosinistra. Chi ha permesso per anni che tutti i capitalistici potessero spadroneggiare senza controlli, licenziare operai, spostare macchinari e capitali? Solo Berlusconi? Macché. Chi ha realizzato le maggiori privatizzazioni in Europa? Non Berlusconi ma Prodi (prima come presidente dell’IRI e poi come capo del governo). Ha regalato l’Alfa Romeo alla FIAT, la Cirio a Cragnotti, le Acciaierie di Terni alla Krupp Thissen, senza ottenere nessun impegno degli acquirenti a mantenere l’occupazione esistente.

Lo stesso caso della Telekom Serbia, che ha visto sollevare da squallidi personaggi della destra italiana (sempre incolta e rozza) uno scandalo stupido basato su piccole menzogne, pone qualche problema di credibilità. La sostanza delle accuse (non quelle dell’arricchimento personale o di partito) c’era. Sotto protezione del centrosinistra la Telecom Italia ha comprato a destra e a manca, illudendosi di fare affari grandissimi. Poi il crollo della New Economy ha provocato una serie di guai e di perdite che alla fine gravano sulle nostre tasche (quando fanno affari i capitalisti incassano, quando va male invocano l’aiuto pubblico). Il crollo della Telekom serba è stato più catastrofico di quello della Telekom austriaca, ugualmente acquistata e poi persa, ma semplicemente per la ragione che le bombe su Belgrado, preparate da Prodi e sganciate da D’Alema, hanno aggravato la situazione. Dopo questa bella prodezza, le azioni valevano zero.

E come può il centrosinistra affrontare la cruciale questione del precariato, che è un problema per milioni di lavoratori soprattutto giovani, se tra i suoi massimi dirigenti c’è quel Tiziano Treu che è stato il primo artefice dell’introduzione della maggior parte delle forme di lavoro precario? Per non parlare del sen. De Benedetti, industriale “progressista” eletto dai DS, che è stato il paladino dello smantellamento ulteriore dello Statuto dei diritti dei lavoratori, e che ha fatto campagna aperta contro il referendum sull’art. 18.

La “Convention” del centrosinistra ha esaltato il ceto politico che spera di ottenere molto da un ritorno al governo, ma sorvola sulle gravi contraddizioni che intaccano la credibilità anche elettorale della coalizione: perché il nuovo Ulivo dovrebbe recuperare i voti perduti in questi anni verso l’astensionismo, se intanto non riesce neppure ad arginare l’ondata reazionaria e vandeana che esalta i diritti degli embrioni cancellando quelli della donna e criminalizza la resistenza e l’antifascismo? Si lanciano a gran voce allarmi per la democrazia, ma poi, perfino sul terreno scelto per contrapporsi al Polo, ci sono atti concreti che rivelano complicità gravissime e masochistiche con i nemici della democrazia.

Come definire altrimenti il voto scandaloso della mozione concordata tra DS e AN sulle foibe? Gran parte del centrosinistra la ha votata, pur trovandosi di fronte a un atteggiamento arrogante e fazioso della maggioranza, che ha respinto in blocco ogni minimo emendamento, come quello che escludeva dal risarcimento le famiglie di coloro che non furono vittime innocenti, ma collaborazionisti attivi inquadrati nelle formazioni ausiliarie degli occupanti nazisti destinate a rastrellare gli ebrei.

L’elenco delle scelte sciagurate e controproducenti del centrosinistra potrebbe allungarsi di molto. Il sindaco di Genova Pericu, sostenuto finora dal PRC, che è in giunta, si è costituito parte civile contro i compagni processati per le giornate del G8... E così via.

“Liberazione” critica quasi ogni giorno il centro sinistra (anche se in qualche caso mette un po’ la sordina), ma senza conseguenze pratiche. La pensano molto diversamente da noi, ma l’accordo va fatto comunque. Molti articoli denunciano questa o quella dichiarazione, ma col tono di certi lettori che scrivono al giornale: “Caro Curzi, ma Ciampi che fa? Perché non interviene”, stupendosi che non lo faccia... Così i dirigenti del PRC ogni tanto ammoniscono il centrosinistra che quel che fa non va bene, ma di fatto non si pongono il problema della sua natura, e quindi che quel che fa corrisponde a una logica di classe, non a un “errore”. Un po’ come rimproverare un gatto perché prende gli uccellini sul terrazzo, meravigliandosi ogni volta, come se fosse uno strano caso e non qualcosa di perfettamente naturale.

 

Che si poteva fare

Questo atteggiamento benevolo del PRC nei confronti di un centrosinistra che ne fa una al giorno, e mostra un’inveterata abitudine all’ipocrisia, mettendo bandiere della pace da tutte le parti, compresa la “Convention”, salvo poi votare il mantenimento delle truppe in Iraq, Afghanistan ecc. (se ci sarà un’astensione sarà solo un’ipocrisia e una viltà in più), è cominciato subito dopo il risultato del referendum sull’art. 18.

Ad alcuni è parso che fosse una sconfitta irreparabile, senza tenere conto che quegli 11 milioni e mezzo di sì rappresentavano un patrimonio importante. Il PRC nelle ultime elezioni europee ha preso poco più di 1.300.000 voti e ha raggiunto 1.886.000 voti alla Camera nel 2001. Da tempo non riesce ad andare oltre questa soglia e rischia spesso di finire sotto il livello minimo che alle politiche assicura la rappresentanza. Puntare a raccogliere la metà o anche un quarto (sarebbe poco, ma sempre enormemente di più dello “zoccolo duro” del PRC) di quegli 11 milioni e mezzo di voti, raccolti grazie allo sforzo quasi esclusivo dei nostri militanti (sappiamo bene cosa hanno fatto le altre forze che avevano appoggiato la raccolta delle firme), significava proporsi un obiettivo concreto e non campato in aria, che avrebbe potuto cambiare la nostra condizione di lavoro e di esistenza come forza politica, ad esempio consentendoci di creare una lista nuova e aperta (che è cosa diversa dal mettere un singolo indipendente come Agnoletto).

Invece, proprio allora, abbiamo cominciato un avvicinamento al centrosinistra non fondato su un suo reale mutamento di linea. Al di là del fatto che è avvenuto in modo non limpido e non tenendo conto delle decisioni dell’ultimo congresso, con un processo che è stato accompagnato da un bizzarro dibattito sulla necessità di liberarsi da una serie di presunti “peccati originali” del cosiddetto “comunismo novecentesco”, quello che è più grave è che abbiamo rinunciato a sviluppare una critica di fondo dell’involuzione dei DS e del ritorno dalla Margherita alle sue radici democristiane, e soprattutto a caratterizzarci in modo non settario come radicalmente diversi da tutti quelli che hanno portato il paese in questo stato. Rischiamo di essere sempre più facilmente confusi col resto del centro sinistra (d’altra parte, spesso, nei titoli e negli articoli redazionali di “Liberazione”, si dà per scontato che già ne facciamo parte).

Se il paese è attraversato da tensioni, che a volte esplodono in proteste violente come a Scanzano, Terni, Genova, e in molte giornate di lotta “illegale” degli autoferrotranvieri), come potremo intercettarle se stiamo sempre più attaccati (e indistinguibili) a una parte del gruppo dirigente che è responsabile dello sfacelo?

Un ultimo esempio: abbiamo appoggiato negli articoli di Liberazione la lotta degli autoferrotranvieri, che d’altra parte vedeva spesso tra i dirigenti di fatto molti nostri iscritti, appartenenti a sindacati autorganizzati o a quelli confederali a cui si erano ribellati. Ma abbiamo mantenuto ancora una volta una notevole ambiguità, continuando a privilegiare il rapporto con il vertice della CGIL, che se la cava a buon mercato con dichiarazioni per la pace, ma continua sul suo terreno specifico a fare accordi indifendibili, e a rifiutare un minimo di democrazia sindacale e di rispetto della volontà dei lavoratori. Alla fine, i tranvieri di Milano, come finiranno per votare? O meglio, ce la faranno a votarci, nonostante tutte le nostre incoerenze?

 

Appendice

Che fare di fronte a scandali come la Parmalat?

Anche sullo scandalo Parmalat la sinistra non è stata in grado di intervenire, e ha lasciato spazio alla demagogia del governo, che annuncia d’ora in poi controlli severi. E prima, perché non li hanno fatti, nessuno dei governi che si sono succeduti da decenni? L’impossibilità che l’apparato statale (a partire dalla Guardia di Finanza) controlli efficacemente senza farsi tentare dalle lusinghe di chi può guadagnare miliardi con l’illegalità, e può distribuirne qualcuno a chi dovrebbe controllare, se chiude gli occhi, era già stata colta da Marx,e da tutto il movimento operaio prima che i suoi dirigenti si impegolassero nella gestione del sistema accettando le briciole che venivano offerte loro in cambio del silenzio.

Eppure il rimedio, anche senza una rivoluzione ci sarebbe: il controllo operaio. Infatti i capitalisti truffano lo Stato, evadono il fisco, spostano miliardi da un paese all’altro per fini speculativi, ma hanno sempre bisogno di esecutori materiali, scelti tra i dipendenti più fidati, che tacciono, ma sanno molto.

Prima che Tonna fosse arrestato, a Collecchio un gruppo di donne (lavoratrici della Parmalat o mogli di impiegati) incontrò in un supermercato la moglie dell’ex direttore amministrativo e la mise in fuga lanciandole decine di Tetrapak. Perché? Lo si è capito dopo qualche giorno, quando Tonna si è costituito e si è saputo che la sua gentile signora aveva collaborato a far sparire somme ingenti. La Guardia di Finanza non lo sapeva, le lavoratrici si.

Nella storia delle lotte operaie ci sono tanti casi in cui dal basso, da dentro, si sono smascherate le menzogne del padrone. Ma per rendere sistematicamente possibile il controllo operaio bisognerebbe battersi per strappare una legge che rendesse impossibile licenziare il lavoratore che ha denunciato una illegalità, un’evasione. Altro che “Mani Pulite”!

Prima ancora, ci vorrebbe una forte campagna di educazione dei lavoratori per spezzare l’omertà, spiegando che mettere le pezze ai buchi dell’azienda non la salva. Oggi, in questo contesto in cui gran parte della stessa sinistra è diventata interclassista o filopadronale, queste non sono certo indicazioni tecniche di una legge possibile oggi, ma solo l’indicazione di un percorso basato sul recupero di una coscienza di classe, unica salvaguardia per i lavoratori. Sono indicazioni di compiti per una sinistra che voglia essere tale, non illusioni in un provvedimento legislativo possibile e in sé risolutivo. Ai tempi tanto esecrati del primo “Novecento” questo tipo di proposte si chiamavamo “obiettivi transitori”. La crescita dei bolscevichi tra il febbraio e l’ottobre del 1917 si è basata su questi obiettivi, non su un presunto abuso della violenza!

 

Da fare

IRAQ e AFGHANISTAN guerra senza fine - guerra, non terrorismo

PALESTINA

LEGGE 30 E LA CGIL

UNIVERSITA’ ALLO SFASCIO (precari di tutti i settori unitevi... il lavoro, altrimenti, ve lo dà solo la polizia e l’esercito) esperienza USA, aumentano le tasse universitarie e subito nei campus  arrivano come avvoltoi i reclutatori dell’esercito (finora in qualche caso li hanno già cacciati, ma...)

www.elcubanolibre.net