La
convenzione dell’Ulivo
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Un
fatto nuovo decisivo nella politica italiana?
Così
l’ha definita Casini. A noi non sembra: il
rilancio spettacolare di Prodi in una grande
“Convention” (non a caso chiamata così,
all’americana) ci appare anzi una risposta
speculare, o un adattamento, a quella
personalizzazione dello scontro politico (svuotato
di contenuti) intorno a un leader carismatico. Ma
il metodo che ha portato al successo Berlusconi
non può servire a un’opposizione in crisi
proprio perché …non si oppone, e che ha come
problema principale non tanto la pur notevole
conflittualità interna, ma la perdita in questi
anni di una parte notevole dell’elettorato
deluso dall’esperienza di governo prima e poi di
opposizione
fasulla. Un elettorato passato, per ora
stabilmente, all’astensionismo, e di cui nessuno
parla, anzi che viene occultato fornendo solo le
percentuali di ciascun partito, e non i dati
assoluti dei voti, spesso in diminuzione anche
quando si guadagna qualche punto in percentuale.
Qualcuno
ha paragonato la “Convention” ai
congressi-spettacolo di Craxi, con nani e
ballerine. Ma lasciamo stare pure la forma, e
guardiamo la sostanza.
Pesante la
scorrettezza, forse concordata, di proiettare
sullo schermo la foto di Ciampi con Prodi e il
richiamo al presodente come punto di riferimento
nel discorso di Prodi (in cui i numi ispiratori di
questo sedicente centro-sinistra sono tutti
democristiani: De Gasperi, Schumann e Adenauer!).
Al Polo
(tranne che a Casini, che ha parlato appunto di
“importante novità”, forse
perché sente odore di casa, di ritorno
alla grande della DC), ha dato fastidio la forma,
il fatto che Prodi si annetta Ciampi, a noi la
sostanza.
Dobbiamo
chiarire subito: chi è Ciampi? Non ha
nulla a che vedere con il movimento operaio. È
stato, come governatore della Banca d’Italia e
poi come ministro, in prima linea negli attacchi
ai lavoratori e ai pensionati. Oggi è paladino
della guerra, del tricolore da sventolare e
contrapporre alle bandiere della pace, e
soprattutto massimo protagonista dei tentativi di
trascinare il centrosinistra verso un accordo col
centrodestra; in questo è complice decisivo non
solo di Casini, ma dello stesso Berlusconi (che
vorrebbe avere uno schieramento meno rissoso e più
solido di quello attuale). Al premier, Ciampi
rimprovera solo qualche “eccesso” che rende più
difficile le soluzioni bipartisan (come si
chiamano, tra gentiluomini, gli “inciuci”
senza principi).
La grande
novità di questa “discesa in campo” di Prodi
(così la presentano i mass media, imitando anche
nel linguaggio Berlusconi) è la lista unica,
ridottasi poi al famoso triciclo con due ruote
abbastanza grandi e una piccolissima ma con
diritto di veto sull’allargamento della lista ad
altre forze e in particolare all’Italia dei
Valori di Di Pietro, (che non sarebbe stato
difficile data l’uguale inconsistenza e vacuità
dei rispettivi programmi).
Ma a che
serve la lista unica? A niente alle europee, se
non riesce il tentativo di modificare la legge
elettorale (è stato presentato un progetto di
cambiarla in peggio, firmato da parlamentari DS e
di FI, ma è finora fallito per la resistenza dei
partiti minori dei due schieramenti). Se
riuscissero in extremis a votarla, questa sarebbe
l’ennesima “riforma” peggiorativa, perché
toglierebbe l’ultima possibilità di scelta: la
preferenza (con la scusa che vincerebbero i
candidati più ricchi!). Ma è difficile che ce la
facciano, per ragioni di tempo.
Per questo
diciamo che la lista unica non serve a nulla: la
legge elettorale attuale è onestamente e
integralmente proporzionale, quindi tre partiti
che si presentano con una sola lista, se ottengono
gli stessi voti che “hanno portato in dote”,
non prendono neppure un eurodeputato in più. Per
giunta, non è detto che li ottengano:
presentandosi insieme, ma con idee e concezioni
divergenti, probabilmente scoraggiano pezzi del
loro elettorato che li avrebbero votati
separatamente. Si pensi ad esempio alle questioni
della tutela dell’embrione, su cui si è
schierata quasi al completo la Margherita, Rutelli
in testa, mentre gran parte dei DS non la
digeriscono. Le donne di sinistra indignate per
quel voto in parlamento se la sentiranno di votare
una lista capeggiata da Rutelli e piena di bigotti
ipocriti?
Ma in
realtà, a parte la vacua
propaganda su un possibile “sorpasso”
privo di conseguenze pratiche, la lista unica a
una cosa serve davvero: a impedire che siano gli
elettori a valutare il peso relativo di ciascun
partito che vi confluisce! Non a caso è stata
proposta da una vecchia volpe democristiana come
Prodi, che con la retorica dell’unità ha
impedito che dalle urne potesse risultare che i
suoi seguaci non sono la forza maggiore del
centrosinistra.
Quanto al
livello locale, in decine di province e comuni, la
crisi ideale e politica del centrosinistra si
riflette in risse furibonde e passaggi di campo,
che intaccheranno la sua credibilità. Per questo
il Polo (che a sua volta ha parecchi problemi di
rissosità interna) per evitare che un suo
risultato negativo nelle elezioni locali
rimbalzasse sul voto europeo, ha voluto
l’abbinamento della data delle europee e del
primo turno delle amministrative, in sé
scorrettissimo e che pone gravi problemi tecnici;
sarebbe stato più logico tenere il primo turno
delle amministrative quindici giorni prima, e poi
abbinare alle europee il solo ballottaggio A
quanto pare il centrosinistra, dopo aver votato
tante cose insieme al Polo, accettandone le
condizioni, non riesce a contrattare nulla,
nemmeno la data delle elezioni, stabilita
unilateralmente dal governo in base a meschini
calcoli di bottega.
Abbiamo
accennato al mito dello “scavalcamento”, che
eccita tanto i fans del centrosinistra: è vero
che insieme DS e Margherita dovrebbero e
potrebbero avere più voti di Forza Italia. Ma che
significa, in concreto? Nulla. Già nel 2001, se
si contavano i voti, e anche le percentuali, non
solo Forza Italia, ma l’intero Polo non aveva
affatto il consenso della maggioranza degli
italiani. Ma il centrosinistra ha smesso di
contare i voti, e pensa solo agli eletti, sperando
che le divisioni altrui, quando ci saranno le
politiche, consentano di “vincere” anche
perdendo altri voti, mantenendosi più uniti
dell’avversario, come nel 1996.
Per questo
il centrosinistra non ne vuole sapere di modificare
la legge elettorale per le politiche: eppure
aprire una battaglia su questo (sapendo di trovare
anche sponde in pezzi dell’altro schieramento)
poteva essere una delle poche condizioni concrete
che il PRC (i cui voti sono ambiti) poteva porre.
Naturalmente non l’unica: nel programma del
centrosinistra non c’è nessuna concessione al
PRC neppure sulla guerra, sul blocco e revoca
delle privatizzazioni, su salari e occupazione (la
riduzione d’orario era stata promessa da Prodi a
suo tempo come specchietto per le allodole), sulla
chiusura dei lager per immigrati. Anzi, si può
dire su niente, dato che i principali
leader del centro sinistra dicono che quando
governeranno non cambieranno le leggi fatte dal
Polo, tranne quelle fatte ad personam.
Essi al
Palalottomatic (che bel nome, adatto ai nuovi
tempi!) hanno centrato tutti i loro discorsi sulle
malefatte di Berlusconi e soci, che non sono
immaginarie, ma scaldano solo gli animi del ceto
politico, lasciando indifferente la gente comune,
che potrebbe invece essere toccata da proposte
concrete contro l’aumento dei prezzi, la crisi
occupazionale, il precariato, l’erosione del
potere d’acquisto delle pensioni (a cui si
potrebbe dare soluzione tagliando drasticamente le
spese militari). Ma da questo orecchio il
centro sinistra non ci sente: le spese militari
per ipocrite “missioni umanitarie” con le
bombe le hanno cominciate ad aumentare i governi
Prodi, D’Alema ecc.
Le
questioni sociali grandi assenti
Per
giunta sulle grandi questioni poste dalle crisi
della Parmalat, della Cirio, delle acciaierie di
Terni, ecc., non è del tutto limpida la posizione
del gruppo dirigente del centrosinistra. Chi ha
permesso per anni che tutti i capitalistici
potessero spadroneggiare senza controlli,
licenziare operai, spostare macchinari e capitali?
Solo Berlusconi? Macché. Chi ha realizzato le
maggiori privatizzazioni in Europa? Non Berlusconi
ma Prodi (prima come presidente dell’IRI e poi
come capo del governo). Ha regalato l’Alfa Romeo
alla FIAT, la Cirio a Cragnotti, le Acciaierie di
Terni alla Krupp Thissen, senza ottenere nessun
impegno degli acquirenti a mantenere
l’occupazione esistente.
Lo stesso
caso della Telekom Serbia, che ha visto sollevare
da squallidi personaggi della destra italiana
(sempre incolta e rozza) uno scandalo stupido
basato su piccole menzogne, pone qualche problema
di credibilità. La sostanza delle accuse (non
quelle dell’arricchimento personale o di
partito) c’era. Sotto protezione del
centrosinistra la Telecom Italia ha comprato a
destra e a manca, illudendosi di fare affari
grandissimi. Poi il crollo della New Economy ha
provocato una serie di guai e di perdite che alla
fine gravano sulle nostre tasche (quando fanno
affari i capitalisti incassano, quando va male
invocano l’aiuto pubblico). Il crollo della
Telekom serba è stato più catastrofico di quello
della Telekom austriaca, ugualmente acquistata e
poi persa, ma semplicemente per la ragione che le
bombe su Belgrado, preparate da Prodi e sganciate
da D’Alema, hanno aggravato la situazione. Dopo
questa bella prodezza, le azioni valevano zero.
E
come può il centrosinistra affrontare la cruciale
questione del precariato, che è un problema per
milioni di lavoratori soprattutto giovani, se tra
i suoi massimi dirigenti c’è quel Tiziano Treu
che è stato il primo artefice dell’introduzione
della maggior parte delle forme di lavoro
precario? Per non parlare del sen. De Benedetti,
industriale “progressista” eletto dai DS, che
è stato il paladino dello smantellamento
ulteriore dello Statuto dei diritti dei
lavoratori, e che ha fatto campagna aperta contro
il referendum sull’art. 18.
La
“Convention” del centrosinistra ha esaltato il
ceto politico che spera di ottenere molto da un
ritorno al governo, ma sorvola sulle gravi
contraddizioni che intaccano la credibilità anche
elettorale della coalizione: perché il nuovo
Ulivo dovrebbe recuperare i voti perduti in questi
anni verso l’astensionismo, se intanto non
riesce neppure ad arginare l’ondata reazionaria
e vandeana che esalta i diritti degli embrioni
cancellando quelli della donna e criminalizza la
resistenza e l’antifascismo? Si lanciano a gran
voce allarmi per la democrazia, ma poi, perfino
sul terreno scelto per contrapporsi al Polo, ci
sono atti concreti che rivelano complicità
gravissime e masochistiche con i nemici della
democrazia.
Come
definire altrimenti il voto scandaloso della
mozione concordata tra DS e AN sulle foibe?
Gran parte del centrosinistra la ha votata, pur
trovandosi di fronte a un atteggiamento arrogante
e fazioso della maggioranza, che ha respinto in
blocco ogni minimo emendamento, come quello che
escludeva dal risarcimento le famiglie di coloro
che non furono vittime innocenti, ma
collaborazionisti attivi inquadrati nelle
formazioni ausiliarie degli occupanti nazisti
destinate a rastrellare gli ebrei.
L’elenco
delle scelte sciagurate e controproducenti del
centrosinistra potrebbe allungarsi di molto. Il
sindaco di Genova Pericu, sostenuto finora dal
PRC, che è in giunta, si è costituito parte
civile contro i compagni processati per le
giornate del G8... E così via.
“Liberazione”
critica quasi ogni giorno il centro sinistra
(anche se in qualche caso mette un po’ la
sordina), ma senza conseguenze pratiche. La
pensano molto diversamente da noi, ma l’accordo
va fatto comunque. Molti articoli denunciano
questa o quella dichiarazione, ma col tono di
certi lettori che scrivono al giornale: “Caro
Curzi, ma Ciampi che fa? Perché non
interviene”, stupendosi che non lo faccia... Così
i dirigenti del PRC ogni tanto ammoniscono il
centrosinistra che quel che fa non va bene, ma di
fatto non si pongono il problema della sua natura,
e quindi che quel che fa corrisponde a una logica
di classe, non a un “errore”. Un po’ come
rimproverare un gatto perché prende gli uccellini
sul terrazzo, meravigliandosi ogni volta, come se
fosse uno strano caso e non qualcosa di
perfettamente naturale.
Che
si poteva fare
Questo
atteggiamento benevolo del PRC nei confronti di un
centrosinistra che ne fa una al giorno, e mostra
un’inveterata abitudine all’ipocrisia,
mettendo bandiere della pace da tutte le parti,
compresa la “Convention”, salvo poi votare il
mantenimento delle truppe in Iraq, Afghanistan
ecc. (se ci sarà un’astensione sarà solo
un’ipocrisia e una viltà in più), è
cominciato subito dopo il risultato del referendum
sull’art. 18.
Ad alcuni
è parso che fosse una sconfitta irreparabile,
senza tenere conto che quegli 11 milioni e mezzo
di sì rappresentavano un patrimonio importante.
Il PRC nelle ultime elezioni europee ha preso poco
più di 1.300.000 voti e ha raggiunto 1.886.000
voti alla Camera nel 2001. Da tempo non riesce ad
andare oltre questa soglia e rischia spesso di
finire sotto il livello minimo che alle politiche
assicura la rappresentanza. Puntare a raccogliere
la metà o anche un quarto (sarebbe poco, ma
sempre enormemente di più dello “zoccolo
duro” del PRC) di quegli 11 milioni e mezzo di
voti, raccolti grazie allo sforzo quasi esclusivo
dei nostri militanti (sappiamo bene cosa hanno
fatto le altre forze che avevano appoggiato la
raccolta delle firme), significava proporsi un
obiettivo concreto e non campato in aria, che
avrebbe potuto cambiare la nostra condizione di
lavoro e di esistenza come forza politica, ad
esempio consentendoci di creare una lista nuova e
aperta (che è cosa diversa dal mettere un singolo
indipendente come Agnoletto).
Invece,
proprio allora, abbiamo cominciato un
avvicinamento al centrosinistra non fondato su un
suo reale mutamento di linea. Al di là del fatto
che è avvenuto in modo non limpido e non tenendo
conto delle decisioni dell’ultimo congresso, con
un processo che è stato accompagnato da un
bizzarro dibattito sulla necessità di liberarsi
da una serie di presunti “peccati originali”
del cosiddetto “comunismo novecentesco”,
quello che è più grave è che abbiamo rinunciato
a sviluppare una critica di fondo
dell’involuzione dei DS e del ritorno dalla
Margherita alle sue radici democristiane, e
soprattutto a caratterizzarci in modo non settario
come radicalmente diversi da tutti quelli che
hanno portato il paese in questo stato. Rischiamo
di essere sempre più facilmente confusi col resto
del centro sinistra (d’altra parte, spesso, nei
titoli e negli articoli redazionali di
“Liberazione”, si dà per scontato che già ne
facciamo parte).
Se il
paese è attraversato da tensioni, che a volte
esplodono in proteste violente come a Scanzano,
Terni, Genova, e in molte giornate di lotta
“illegale” degli autoferrotranvieri), come
potremo intercettarle se stiamo sempre più
attaccati (e indistinguibili) a una parte del
gruppo dirigente che è responsabile dello
sfacelo?
Un ultimo
esempio: abbiamo appoggiato negli articoli di
Liberazione la lotta degli autoferrotranvieri, che
d’altra parte vedeva spesso tra i dirigenti di
fatto molti nostri iscritti, appartenenti a
sindacati autorganizzati o a quelli confederali a
cui si erano ribellati. Ma abbiamo mantenuto
ancora una volta una notevole ambiguità,
continuando a privilegiare il rapporto con il
vertice della CGIL, che se la cava a buon mercato
con dichiarazioni per la pace, ma continua sul suo
terreno specifico a fare accordi indifendibili, e
a rifiutare un minimo di democrazia sindacale e di
rispetto della volontà dei lavoratori. Alla
fine, i tranvieri di Milano, come finiranno per
votare? O meglio, ce la faranno a votarci,
nonostante tutte le nostre incoerenze?
Appendice
Che
fare di fronte a scandali come la Parmalat?
Anche
sullo scandalo Parmalat la sinistra non è stata
in grado di intervenire, e ha lasciato spazio alla
demagogia del governo, che annuncia d’ora in poi
controlli severi. E prima, perché non li hanno
fatti, nessuno dei governi che si sono succeduti
da decenni? L’impossibilità che l’apparato
statale (a partire dalla Guardia di Finanza)
controlli efficacemente senza farsi tentare dalle
lusinghe di chi può guadagnare miliardi con
l’illegalità, e può distribuirne qualcuno a
chi dovrebbe controllare, se chiude gli occhi, era
già stata colta da Marx,e da tutto il movimento
operaio prima che i suoi dirigenti si
impegolassero nella gestione del sistema
accettando le briciole che venivano offerte loro
in cambio del silenzio.
Eppure il
rimedio, anche senza una rivoluzione ci sarebbe:
il controllo operaio. Infatti i capitalisti
truffano lo Stato, evadono il fisco, spostano
miliardi da un paese all’altro per fini
speculativi, ma hanno sempre bisogno di esecutori
materiali, scelti tra i dipendenti più fidati,
che tacciono, ma sanno molto.
Prima che
Tonna fosse arrestato, a Collecchio un gruppo di
donne (lavoratrici della Parmalat o mogli di
impiegati) incontrò in un supermercato la moglie
dell’ex direttore amministrativo e la mise in
fuga lanciandole decine di Tetrapak. Perché? Lo
si è capito dopo qualche giorno, quando Tonna si
è costituito e si è saputo che la sua gentile
signora aveva collaborato a far sparire somme
ingenti. La Guardia di Finanza non lo sapeva, le
lavoratrici si.
Nella
storia delle lotte operaie ci sono tanti casi in
cui dal basso, da dentro, si sono smascherate le
menzogne del padrone. Ma per rendere
sistematicamente possibile il controllo operaio
bisognerebbe battersi per strappare una legge che
rendesse impossibile licenziare il lavoratore che
ha denunciato una illegalità, un’evasione.
Altro che “Mani Pulite”!
Prima
ancora, ci vorrebbe una forte campagna di
educazione dei lavoratori per spezzare l’omertà,
spiegando che mettere le pezze ai buchi
dell’azienda non la salva. Oggi, in questo
contesto in cui gran parte della stessa sinistra
è diventata interclassista o filopadronale,
queste non sono certo indicazioni tecniche di una
legge possibile oggi, ma solo
l’indicazione di un percorso basato sul recupero
di una coscienza di classe, unica salvaguardia per
i lavoratori. Sono indicazioni di compiti per una
sinistra che voglia essere tale, non illusioni in
un provvedimento legislativo possibile e in sé
risolutivo. Ai tempi tanto esecrati del primo
“Novecento” questo tipo di proposte si
chiamavamo “obiettivi transitori”. La crescita
dei bolscevichi tra il febbraio e l’ottobre del
1917 si è basata su questi obiettivi, non su un
presunto abuso della violenza!
Da fare
IRAQ e
AFGHANISTAN guerra senza fine
- guerra, non
terrorismo
PALESTINA
LEGGE 30 E LA CGIL
UNIVERSITA’ ALLO SFASCIO
(precari di tutti i
settori unitevi... il lavoro, altrimenti, ve lo dà
solo la polizia e l’esercito)
esperienza USA,
aumentano le tasse universitarie e subito nei
campus arrivano
come avvoltoi i reclutatori dell’esercito
(finora in qualche caso li hanno già cacciati,
ma...)