La
dimenticata guerra di Corea
La guerra
di Corea sembra sia stata del tutto dimenticata,
anche se ha provocato almeno quattro milioni di
morti. Mentre di quella del Vietnam arriva alle
giovani generazioni almeno un pallido riflesso
attraverso film e riferimenti generici nei
dibattiti politici, di quella di Corea non si
parla praticamente mai, forse anche perché quanto
rimane della sinistra è imbarazzata
dall’inequivocabile responsabilità dello
stalinismo nel suo innesco, mentre la destra non
ama ricordare (e meno che mai oggi, di fronte agli
incerti esiti della guerra in Iraq) in che
terribili difficoltà si trovarono gli armatissimi
marines, che non riuscirono a stravincere, e
dovettero accettare un compromesso imposto dalla
maggior parte degli alleati rinunciando
all’escalation atomica più volte preannunciata
pubblicamente.
Dei tanti
film prodotti su di essa a Hollywood, per giunta,
neppure uno è sopravvissuto a quegli anni, per la
troppo evidente rozzezza propagandistica
accompagnata da un non dissimulato razzismo.
Invece può
essere utile ritornare su quell’episodio, che
fornisce alcuni spunti per riflettere su alcune
contraddizioni ricorrenti nella politica estera
degli Stati Uniti, sulla difficoltà a concepire
un’alleanza con Stati sovrani e non vassalli, e
anche sulle difficoltà a affrontare una vera
guerra prolungata, sia pur “asimmetrica”. A
questa rilettura si presta molto bene il libro di
uno studioso canadese, Steven Hugh Lee, dedicato
appunto a La guerra di Corea.
Un libro attentissimo sia alla delicata questione
delle divisioni interne all’establishment
di Washington, sia ai conflitti degli Stati Uniti
con alcuni degli alleati, in particolare con
Canada e Gran Bretagna.
Gli
antefatti della guerra.
La Corea
aveva avuto per tredici secoli un’esistenza
sostanzialmente indipendente, e abbastanza stabile
sotto tre dinastie (si susseguirono la Silla dal
668 al 935, la Koryo dal 935 al 1392, e la Yi –
o regno Chŏson - dal 1392 al 1910), sia pur
sotto l’influenza culturale della Cina, con il
cui Impero esisteva un rapporto di vassallaggio
quasi simbolico. Nel XV secolo la Corea aveva
raggiunto un livello notevole di civiltà: tra
l’altro si era dotata di un originale alfabeto
fonetico, che aveva permesso di realizzare la
stampa a caratteri mobili mezzo secolo prima di
Gutemberg.
Nella
seconda metà del XIX secolo il declino della Cina
accelerato dalla Guerra dell’oppio del
1840-1842, aveva esposto anche la Corea alla
penetrazione dei paesi imperialisti, e del
Giappone, che appariva allora solo un loro
prezioso ausiliario per il rapido intervento di
repressione delle rivolte in Cina e nell’area,
ma che si preparava ad assumere un ruolo di primo
piano almeno a livello regionale.
Il
Giappone, a cui prima gli Stati Uniti e poi le
potenze europee avevano imposto dal 1854 una serie
di “Trattati ineguali”, già nel 1876 imitava
i suoi maestri imponendone uno analogo al Regno di
Corea. Seguirono poi gli Stati Uniti nel 1882,
Inghilterra e Germania nel 1883, Italia e Russia
nel 1884, Francia 1886, Austria 1892, e perfino
Belgio e Danimarca, rispettivamente nel 1901 e
1902. Ma era il Giappone che aveva messo
l’ipoteca più grande sulla Corea: fin dal 1894
vi era intervenuto militarmente col pretesto di
reprimere una rivolta contadina. Le proteste
cinesi innescavano la guerra cino-giapponese, al
termine della quale la Cina aveva perso del tutto
Taiwan e le isole Pescadores, mentre il Giappone
aveva conquistato posizioni in Manciuria e in
Corea. Appoggiato da Stati Uniti e Gran Bretagna
il nascente imperialismo nipponico sorprende il
mondo sconfiggendo la potenza russa (che era stata
considerata per tutto il secolo precedente una
delle più forti d’Europa), e approfitta di quel
successo per spazzare via la dinastia Yi, che
regnava sulla Corea dal 1392. Il 27 luglio 1905 un
trattato segreto con gli Stati Uniti (conosciuto
poi come Katsura-Taft) dava via libera alla
colonizzazione giapponese della Corea, in cambio
di un analogo atteggiamento nipponico di fronte
alla colonizzazione statunitense delle Filippine.
Nel 1910
la Corea veniva formalmente annessa al Giappone,
dopo una spietata repressione di chi tentava di
resistere (nel solo 1907-1908 secondo fonti
giapponesi furono uccisi 14.566 “ribelli”
coreani). Tra il 1910 e il 1945 la dominazione
giapponese fu durissima: il 46% delle terre, le
migliori, vennero requisite per i coloni
giapponesi, le industrie di beni di consumo
annientate, mentre due milioni di coreani furono
costretti a emigrare in Giappone dove lavorarono
nell’industria bellica, mal pagati e
discriminati.
Già il 1°
marzo 1919 tuttavia si ebbe una grandissima
mobilitazione per l’indipendenza, promossa da
trenta personalità con una dichiarazione inviata
al governatore giapponese e letta in tutte le città:
fu repressa nel sangue (con migliaia di morti) ma
rappresentò un punto di riferimento per il
futuro, e vide emergere alla testa del movimento
di resistenza i primi marxisti, che nel 1925
diedero vita al partito comunista di Corea.
Negli anni
Trenta parte del partito comunista si legò alla
resistenza cinese in Manciuria, dove fece preziose
esperienze di guerriglia, mentre altri militanti,
rifugiatisi in URSS, entrarono come ufficiali
nell’Armata Rossa.
Tra il
1937 e i1 1945 c’erano stati sporadici episodi
di guerriglia antigiapponese, poi esaltati dalla
propaganda della Corea del Nord soprattutto per
ingigantire il ruolo svolto da Kim Il-sung, che
dopo aver eliminato i suoi avversari nel partito
è diventato di fatto “il fondatore della quarta
dinastia”, lasciando alla sua morte nel 1994 il
mediocre figlio Kim Jong-il al potere in un paese
dissestato. Ma di fatto il Giappone dalla Corea
non è stato cacciato da una lotta del popolo
(come è accaduto invece in Vietnam) ma al momento
della sua resa dopo Hiroshima e Nagasaki.
L’occupazione
del paese avvenne da parte delle truppe sovietiche
che scendevano dalla Manciuria, e da quelle
statunitensi sbarcate a Sud per non lasciare
l’intero paese all’influenza sovietica.
L’intervento dell’URSS nella guerra col
Giappone (più volte sollecitato da Roosevelt) era
avvenuto tardivamente, quando già Truman aveva
deciso, proprio come ammonimento all’URSS, il
lancio delle atomiche su un Giappone già disposto
alla resa.
Tuttavia
il dilagare delle truppe sovietiche, che avevano
al loro interno molti coreani, rifugiatisi da anni
nella vicina Vladivostok, e la preoccupazione ben
maggiore per il futuro della Cina, portarono
Washington ad accettare come una necessità la
spartizione della Corea in due zone di influenza e
quindi per il momento di occupazione militare. Il
confine provvisorio tra le due zone fu tracciato
quasi casualmente lungo il 38° parallelo su una
cartina da alcuni ufficiali statunitensi che non
erano mai stati in Corea, e fu accettato poi da
Stalin, anche se con scarso entusiasmo dei
comunisti coreani.
Ovviamente
i due embrioni di Stato che si formano al nord e
al sud (e che saranno più tardi costituiti
formalmente come Repubblica Popolare di Corea, e
Repubblica di Corea), analogamente a quanto accade
nello stesso periodo nella Germania divisa,
sviluppano una forte ostilità reciproca per
ragioni sociali interne: attorno a Syngman Rhee
nel sud si raccolgono non solo gli elementi più
conservatori, ma anche i resti
dell’amministrazione che aveva collaborato con
l’occupazione giapponese, mentre il governo del
nord incoraggia la formazione di comitati
contadini in tutto il paese, e soprattutto nel
sud, dove vengono sanguinosamente repressi.
L’inizio
della guerra fredda si somma dunque a tensioni
sociali e politiche preesistenti e prepara la
miscela esplosiva per la deflagrazione del
conflitto.
Le
responsabilità dell’inizio della guerra
Le
infiltrazioni e gli attacchi reciproci (del Sud e
del Nord) erano iniziate sin dal 1948 molto prima
che cominciasse la guerra vera e proprio sotto
“l’egida dell’ONU”, che aveva avuto un
ruolo ipocrita avallando in pieno l’intervento
degli Stati Uniti in quella che era di fatto una
guerra civile, una lotta per l’unificazione del
paese e, dal punto di vista della Corea del Nord,
una prosecuzione della lotta antigiapponese (dato
che nel sud, intorno al governo della Repubblica
di Corea sotto la protezione USA, si erano
raccolti molti collaborazionisti).
Ovviamente
nelle ricostruzioni di comodo si sorvola sul fatto
che il Giappone, che aveva oppresso la Corea per
quaranta anni (dal 1905 al 1945), era diventato
dopo la seconda guerra mondiale uno stretto
alleato degli Stati Uniti, e questo pesava non
solo nella propaganda comunista, ma nella stessa
percezione del pericolo da parte del governo della
Repubblica Popolare di Corea, nel nord.
Per giunta
gli Stati Uniti si erano immischiati più volte
nelle vicende della penisola: già nel 1871
avevano bombardato dei forti sul fiume Han, poi
nel 1873, 1884 e in varie fasi della penetrazione
giapponese nella Corea (che portò nel 1894-1895
alla guerra cino-giapponese), avevano sostenuto il
Giappone, che dopo l’impresa del commodoro Perry
del 1853 era diventato un protettorato di fatto, a
cui erano stati imposti trattati ineguali, e a cui
era stato vietato di mettere il naso nell’area
che cominciava a interessare l’espansionismo
degli USA. Ad esempio nel 1881 il governo
giapponese fu costretto a rifiutare un trattato su
basi di uguaglianza proposto dalle Hawai, che
erano ancora (per poco!) uno Stato indipendente.
La
penisola coreana fu conquistata durante la guerra
russo giapponese, ma nel 1905 il suo possesso fu
riconosciuto al Giappone dagli Stati Uniti, in
cambio dell’accettazione da parte giapponese
della conquista statunitense delle Filippine
avvenuta nel 1898 (insieme a quella di Cuba,
Portorico e Guam) e fortemente contestata da una
tenace guerriglia locale che – come a Cuba –
aveva cominciato con successo da anni la lotta
contro il dominio spagnolo. Il Giappone era stato
fortemente tentato di appoggiare l’opposizione
agli Stati Uniti ma preferì concentrare per il
momento i suoi sforzi nell’assimilazione della
Corea e delle parti della Manciuria in cui aveva
messo piede.
Tutti gli
osservatori non faziosamente filostatunitensi
riconoscono oggi che l’episodio che dà inizio
alla guerra vera e propria, il 25 giugno 1950, era
stato preceduto da centinaia di attacchi anche
delle forze militari del sud a varie regioni del
nord, oltre che da infiltrazioni di guerriglieri
provenienti dal nord in diverse regioni del sud,
dove avevano appoggiato rivolte contadine represse
poi nel sangue.
Il regime di Syngman Rhee d’altra parte si era
distinto anche nella repressione della sinistra
non comunista nel sud.
Certamente
l’attacco (o contrattacco, come sostennero con
scarsa verosimiglianza) del giugno 1950 fu un
tentativo maldestro del regime di Pyongyang di
dare un colpo definitivo ai tentativi di
aggressione più volte praticati e teorizzati
pubblicamente da Syngman Rhee, e fu incoraggiato
da Stalin irresponsabilmente, che secondo molti
commentatori (non l’autore di questo libro, che
fa solo qualche accenno vago alla questione)
voleva probabilmente impegnare in questa guerra il
governo comunista della Cina (arrivato al potere
sulla Cina continentale da meno di un anno),
bloccandone ogni velleità di costruirsi una
politica indipendente.
La guerra
fu combattuta nella prima fase solo dagli eserciti
delle due Coree, e si stava concludendo con una
clamorosa sconfitta del sud (il cui dittatore era
fuggito in Giappone con tutte le risorse auree del
paese). Presto però intervennero a fianco (o
meglio al posto) dell’esercito sudcoreano
ingenti forze statunitensi, con qualche
contingente inglese, australiano e canadese, e la
presenza simbolica di diversi Stati tra cui
l’Italia. Poté essere presentata come una
guerra sotto “l’egida dell’ONU”, solo
grazie a un gioco ambiguo della stessa URSS, che
si assentò per molti mesi dal Consiglio di
Sicurezza per protesta contro la non assegnazione
alla Cina del seggio permanente lasciato a Taiwan,
evitando così di bloccare col suo veto la
decisione di riconoscere come legittimo il già
avvenuto intervento degli Stati Uniti.
Hugh Lee
riporta, per spiegare l’atteggiamento di Stalin,
la sua autocritica sul mancato appoggio alla lotta
dei comunisti cinesi, fatta soprattutto con i
dirigenti jugoslavi che discussero a lungo con
Stalin prima della rottura (in particolare a
proposito della guerriglia in Grecia), e ritiene,
anche sulla base di diverse testimonianze, che
abbia avuto una lunga esitazione per timore di un
esito negativo, e solo tardivamente abbia dato il
suo assenso, senza troppa convinzione. Ma non c’è
dubbio che il suo comportamento pose seri problemi
alla Cina, che fu costretta a inviare a sostegno
dei comunisti coreani centinaia di migliaia di
“volontari” quando, quattro mesi dopo
l’inizio della guerra, le truppe statunitensi
arrivarono al fiume Yalu che segna il confine tra
Corea del nord e Repubblica popolare cinese.
Grazie
all’ambiguità dell’ONU avallata dall’URSS
la guerra fu presentata al mondo come una
“azione di polizia” internazionale, e condotta
con decisione sotto il comando prima del generale
MacArthur, poi, dopo la sua destituzione avvenuta
perché le sue minacce avventate e troppo
esplicite di invasione della Cina e di uso delle
atomiche avevano suscitato le proteste di Canada e
Gran Bretagna, dal generale Ridgway
(soprannominato poi “generale peste” perché
accusato - con qualche fondamento - di aver usato
armi batteriologiche letali).
La Cina,
praticamente obbligata a intervenire con i suoi
“volontari” (alcuni efficienti e sperimentati,
tra cui molti coreani che avevano combattuto
nell’Esercito Popolare cinese, mentre altri
erano stati arruolati tra i resti delle armate
nazionaliste sconfitte) fu sottoposta a una prova
durissima, anche se militarmente efficace, che
segnò i suoi rapporti futuri con l’URSS, a cui
la direzione maoista non perdonò di non aver
sostenuto adeguatamente chi era stato mandato allo
sbaraglio, e di non aver usato la sua forza di
dissuasione per fermare le minacce di invasione
statunitensi.
Il
costo della guerra
La guerra
costò carissima alle due parti. Ma, come era
avvenuto nella guerra tra Iraq e Iran (scatenata
inizialmente da Saddam, sia pure “per conto
terzi”, ma protratta assurdamente per otto anni
da Khomeini con la speranza di cancellare il
“piccolo Satana”), anche in questo caso se la
responsabilità maggiore dell’avvio fu del Nord
e di Stalin, il protrarsi dei combattimenti anche
dopo che era stato raggiunto un equilibrio di
forze su una linea più o meno corrispondente al
precedente confine provvisorio del 38° parallelo
va attribuita all’ostinazione degli Stati Uniti,
che appoggiarono pienamente la pretesa di Syngman
Rhee di cancellare la repubblica del nord. Non vi
riuscirono, ma il 45% delle vittime si ebbe
durante il lungo protrarsi delle trattative. Le
perdite degli USA furono impressionanti, e invano
si cercò di nasconderle all’opinione pubblica,
che era stata inizialmente convinta della necessità
di un “contenimento dell’URSS”, in base alla
“teoria del domino”, ma fu poi gradatamente
sempre più preoccupata e divenne anzi largamente
ostile al proseguimento della guerra.
Nell’ultima
fase della guerra, in realtà, le perdite erano
state parzialmente ridotte mandando in prima linea
militari sudcoreani direttamente inseriti nelle
truppe statunitensi, e dando un notevole spazio in
tutte le diverse armi anche a un gran numero di
neri (nella seconda guerra mondiale vigeva invece
ancora una sostanziale segregazione e i neri
combattevano in formazioni separate), che
lamentarono però nuove discriminazioni e
soprattutto l’esposizione ai compiti più
rischiosi, con la conseguenza di una maggiore
percentuale di morti.
Anche per questo molti di coloro che caddero
prigionieri dei nordcoreani, circa il 30%, furono
toccati dalla loro propaganda e la riferirono al
ritorno in patria (così le campagne sulle
“terribili torture” e le “selvagge uccisioni
di prigionieri” furono sostituite da quelle sul
“lavaggio del cervello dei prigionieri”, che a
un’inchiesta riservata dell’esercito risultò
prova di ogni fondamento).
Analogamente
a quanto accadde allora, oggi in Iraq si pensa di
arruolare un po’ di iracheni anche nelle truppe
di terra, in cui comunque ci sono già parecchi
latinoamericani che combattono nella speranza di
avere e fare avere alla famiglia la tanto
desiderata cittadinanza statunitense. E muoiono
tra i primi, tanto più facilmente perché la loro
preparazione militare è assolutamente
insufficiente, e la loro motivazione morale assai
scarsa.
Comunque
durante la guerra di Corea l’atteggiamento
dell’opinione pubblica statunitense si era
modificato sempre più, nonostante il dilagare del
maccartismo che vedeva ovunque i “complici
dell’aggressione comunista”: i sondaggi
nell’ultimo periodo rivelavano che più della
metà degli interpellati davano un giudizio
nettamente negativo sull’impresa. Un dato da
meditare, oggi, per capire i futuri sviluppi della
presenza USA in Iraq: nonostante l’equivalente
odierno del maccartismo, con la soppressione dopo
l’11 settembre e col pretesto del “terrorismo
internazionale” di gran parte dei diritti
democratici sanciti dal Bill of rights
(come vuole fare anche in Italia il generale
Tricarico), i democratici bellicisti di Truman
furono sconfitti nelle elezioni presidenziali del
1952 dal più realistico generale repubblicano
Eisenhower).
La fine
della guerra e il suo lascito
La fine
della guerra fu determinata da vari fattori: la
morte di Stalin, non fu in sé un fattore decisivo
(Corea del Nord e Cina da tempo cercavano di
trovare una via di uscita), ma coincise comunque
con un riorientamento dell’economia sovietica da
parte di Malenkov a favore dell’industria
leggera (soprattutto beni di consumo) con una
riduzione delle spese militari e quindi del
possibile aiuto agli alleati.
In secondo
luogo i dirigenti degli Stati Uniti vedevano con
preoccupazione il protrarsi di una guerra che non
riuscivano a vincere nonostante l’enorme
sproporzione o “asimmetria”, come si dice
oggi, dei mezzi a disposizione delle due parti, e
soprattutto consideravano quella guerra
insostenibile mentre si delineava la necessità di
intervenire nel Vietnam, ben più importante
strategicamente ed economicamente, e soprattutto
ben diversamente sperimentato nella lotta contro
giapponesi e francesi. Non a caso la conclusione
della guerra di Corea si intreccia con la ritirata
della Francia dal Vietnam in quella conferenza di
Ginevra (aprile-giugno 1954) che gettò la basi
per il successivo intervento statunitense nella
penisola indocinese.
Due altri
problemi sono invece lasciati al margine dal libro
di Hugh Lee: perché le due Coree hanno avuto
successivamente sorti così diverse? Per certi
aspetti il problema ha qualche analogia con la
vicenda della divisione della Germania (che in più
aveva l’eredità di un passato prevalentemente
agricolo della parte orientale). Questo scarto fu
aggravato dal feroce saccheggio voluto da Stalin,
che fece pagare alla sola RDT (in cui si erano
concentrati gli antifascisti tedeschi) le
riparazioni per i danni provocato dalla guerra di
Hitler.
Nel caso
delle due Coree al termine della guerra le
distruzioni erano terribili da entrambe le parti,
ma gli Stati Uniti aiutarono “generosamente”
il sud per farne un baluardo contro il comunismo,
mentre la Cina aveva problemi enormi e non era in
grado di fare altrettanto, e l’URSS – oltre a
considerare secondario quello scacchiere – guardò
con forte diffidenza la Corea del Nord, troppo
vicina ideologicamente e geograficamente alla Cina
con cui dagli anni Sessanta era esploso
pubblicamente il grande conflitto latente da
tempo.
Naturalmente
ha pesato anche il fattore soggettivo della
dinastia di Kim, sia per il suo gioco ambiguo tra
Cina e URSS, sia per la rigidità con cui ha
applicato il modello staliniano al paese,
eliminando non solo i dirigenti provenienti dalle
sinistre non comuniste, ma anche quelli che nel
partito e nel governo si erano opposti a Kim
Il-sung per le più diverse ragioni.
Tra le
conseguenze della Guerra di Corea, e del trauma
che lasciò agli stessi Stati Uniti, risultati
incapaci di ottenere quel che si erano proposti,
cioè l’unificazione del paese sotto la guida di
un anticomunista come Syngman Rhee, ce ne fu una
in qualche modo positiva: durante la guerra del
Vietnam le truppe statunitensi “si limitarono”
a bombardare ferocemente e sistematicamente il
Nord, ma si guardarono bene dall’invaderlo. Un
elemento che aveva capito bene Guevara: ammetto
che quando avevo letto gli scritti giovanili in
cui metteva insieme, sullo stesso piano, le lotte
di Corea e Vietnam, pensavo si trattasse di
un’esagerazione o di una insufficiente
informazione. Ma egli aveva in realtà intuito che
l’eroica resistenza delle truppe e della
popolazione della Corea del Nord alle
preponderanti forze USA aveva inflitto un severo
ammonimento a quella che già allora era la
potenza imperialista di gran lunga più forte e
pericolosa.
(Bozza
provvisoria, 8 dicembre 2003, a.m.)
Steven Hugh Lee, La guerra di Corea, il
Mulino, Bologna, 2003.
Ancor più attento agli scontri tra le diverse
tendenze della leadership statunitense nel
secondo dopoguerra è il recentissimo
libro di Giampaolo Valdevit,Stati
Uniti e Medio Oriente dal 1945 a
oggi, Carocci, Roma, 2003, che si
sofferma ampiamente sulla svolta nella
politica degli USA della seconda metà degli
anni Cinquanta.
Molto dettagliata la ricostruzione che ne fa
William Blum nel suo monumentale Libro nero
degli Stati Uniti (con un aggiornamento di
Nafeez Mosaddeq Ahmed), Fazi Editore, Roma,
2003, pp.65-80. Si veda anche Lo specchio
del 38° parallelo, di Yi Hoyŏng,
nell’ampio Dossier Corea pubblicato
nel n. 1/1999 della rivista “Limes”, e il
datato, ma ricco di dati interessanti, volume
di Ernesto Toaldo, L’altra Corea,
Editori Riuniti, Roma, 1978.
Hugh Lee riferisce molti episodi di razzismo.
soprattutto nei confronti dei coreani
(definiti “musi gialli” e “mangiariso”
, e paragonati ai muli)
da parte di ufficiali statunitensi. S.
Hugh Lee, op. cit., pp. 98 e 100.
Ampia documentazione su questi aspetti nel
citato libro di W. Blum, pp. 76-78.