USA
Liquidazioni da brivido per fare fagotto, così i top
manager più voraci hanno sfruttato la crisi delle
loro stesse aziende.
Si
chiude l'anno in cui gli americani hanno rischiato di
perdere la fede nel capitalismo, l'anno in cui hanno
scoperto che gli apostoli del libero mercato, e cioè
gli amministratori delegati delle grandi corporation
sono in realtà dei volgari truffatori che scippano
azionisti e dipendenti. Grazie alla pugnace causa di
divorzio condotta dalla moglie, oggi sappiamo tutto
degli accordi pensionistici di Jack Welsh, ex
amministratore delegato della General Electric, fino a
ieri considerato un eroe della nuova era, un titano in
grado di creare immense fortune, l'alchimista che
trasformava in oro anche la carta straccia: non si
contano i libri osannanti scritti su di lui. Ma adesso
si è scoperto che questo condottiero di ditte e di
anime ha preteso che la GE gli garantisse a vita l'uso
gratis del jet della compagnia, gli abbonamenti alle
opere e ai teatri lirici, l'uso a vita del lussuoso
appartamento con vista su Central Park a New York e
financo la fornitura gratis della cantina di vini
d'annata e della decorazione floreale della casa,
oltre che dei servizi di lavanderia. Tra parentesi,
nell'ultimo anno di lavoro Welsh aveva avuto un
modesto salario di 123 milioni di dollari. Esemplare
è poi il caso di Dennis Kozlowski, ex amministratore
delegato della Tyco, un tempo osannato per aver
aumentato di 37 miliardi di dollari il valore
azionario della sua impresa, ora licenziato e
incriminato per evasione fiscale. Tra il 1998 e il
2001 Kozloski ricevette quasi 400 milioni di dollari
in stipendio e in stock options, oltre a 135
milioni di dollari in note spese: nel 1998 Kozlowski
si è comprato una villa da 1.400 metri quadri in riva
al mare in Florida, facendosi prestare 19 milioni di
dollari a tasso zero dalla Tyco che poi gli condonò
il debito. Nell'estate 2001 Kozlowsi ha fatto un
viaggetto in Sardegna che è costato alla Tyco 2,1
milioni di dollari (4,2 miliardi delle vecchie lire).
La Tyco ha prestato a Kozlowski 25 milioni di dollari
per comprare un appartamento a New York e arredarlo
con rubinetterie d'oro, e poi gli ha condonato il
prestito. Nel frattempo però la Tyco perdeva il 77%
del valore azionario e dal gennaio 1991 ha licenziato
18.400 dipendenti.
La
storia di Kozlowski non è isolata. Tra il 1999 e il
2001 il presidente della Enron, K. L. Wise, ha
incassato 251 milioni di dollari: la sua ditta è
fallita, bruciando 62 miliardi di capitale e
licenziando 4.250 dipendenti. A Qwest,
l'amministratore delegato J. P. Nacchio ha ricevuto
266 milioni di dollari, ha bruciato capitale per 66
miliardi di dollari (pari al 97% del valore iniziale)
e ha provocato il licenziamento di 11.400 persone.
Nel
1970 il salario medio di un lavoratore era di 32.522
dollari, mentre nel 1998 era di 35.864 (circa un 10%
in più in 29 anni). Nel frattempo però la
retribuzione dei 100 meglio pagati amministratori
delegati è passata da 1,3 milioni di dollari l'anno -
39 volte la paga del lavoratore medio - a 37,5 milioni
di dollari (più di 1.000 volte la paga media).
Questi
dati sono stati citati dall'economista di Harvard, ed
editorialista del New York Times, Paul Krugman,
in un lungo saggio (pubblicato sul magazine
domenicale del quotidiano newyorkese) che non ha
ricevuto l'attenzione né suscitato l'eco che si
meritava. Eppure il saggio riguarda la struttura
sociale del nostro potere imperiale, gli Stati uniti
d'America. Perché il dato sugli amministratori
delegati è solo la punta dell'iceberg, il rivelatore
di un fenomeno molto più generale.
Krugman comincia con lo studiare
la piramide dei redditi negli Usa: è ben noto che
negli ultimi 30 anni è cresciuta la parte di reddito
che va al decimo più ricco della popolazione Usa (il
cui reddito annuo al lordo delle tasse parte da 81.000
dollari); ma è meno noto che la maggior parte dei
progressi di questo gruppo è venuta dai guadagni
dell'1% superiore piuttosto che dagli altri 9%. «Nel
1998, il reddito del primo 1% partiva da 230.000
dollari. Ma a sua volta il 60% dei guadagni ottenuto
da questo 1% proveniva dallo 0,1% superiore (con
redditi sopra i 790.000 dollari). E quasi la metà dei
guadagni di questo 0,1% superiore viene dallo 0,01%
che sta in cima e che aveva redditi superiori a 3,6
milioni e un reddito medio di 17 milioni di dollari»,
scrive Krugman che offre un'immagine scandalosa e
spietata del divario di ricchezza esistente negli Usa:
«Nel 1970 lo 0,01% più ricco delle famiglie
incassava lo 0,7% del reddito totale - cioè
"solo" 70 volte il reddito medio. Ma nel
1998 lo 0,01% più ricco intascava più del 3% del
reddito totale. Questo vuol dire che le 13.000
famiglie americane più ricche avevano circa lo stesso
reddito dei 20 milioni di nuclei familiari più
poveri, e che queste 13.000 famiglie avevano redditi
300 volte superiori a quello delle famiglie medie».
Se
poi si allarga il quadro dallo 0,01% all'1% più ricco
degli americani (cioè a 1,3 milioni di famiglie più
agiate), si scopre che questo 1% più ricco intasca il
16% del reddito totale al lordo delle tasse e il 14%
del reddito al netto delle tasse, una percentuale che
è raddoppiata negli ultimi 30 anni e che è pari al
reddito del 40% delle famiglie più povere: in pratica
l'1,3 % più ricco delle famiglie Usa guadagna quasi
quanto la metà più povera della nazione.
Negli
ultimi 30 anni la società statunitense ha cioè
subito una immane controrivoluzione sociale che ha
riportato la sua struttura di classe a quella che era
negli anni `20, prima della grande crisi del
1929-1933, del New Deal, cioè della politica di
ammortizzatori sociali e reti di protezione
finanziarie messa a punto da Franklin Delano Roosevelt
per evitare appunto il ripetersi di quella
depressione. Anzi, secondo uno studio citato da
Krugman, la struttura dei redditi è tornata a essere
quella del 1913, alla vigilia della prima guerra
mondiale. La «grande trasformazione» degli ultimi 30
anni ripete quella a cavallo del XIX e XX secolo
descritta in modo così magistrale da Karl Polanij nel
libro dall'omonimo titolo. Oggi la struttura dei
redditi e del patrimonio in America è tornata a
essere quella del capitalismo corporativo, dei
capitalisti banditi, i robber barons. Non per
nulla gli amministratori delegati delle grandi corporation
richiamano in modo irresistibile i briganti di strada.
La struttura economica è quella feudale, senza
l'impalcatura giuridica del feudalesimo.
E
ogni autunno la rivista Forbes ci fornisce la
lista dei maggiori baroni, vassalli, valvassori e
valvassini, l'elenco dei 400 americani più ricchi.
Anche qui vige la struttura piramidale che domina
nella società americana: la metà del patrimonio
totale dei 400 più ricchi appartiene ai primi 50 tra
loro, e la metà del patrimonio dei primi 50
appartiene ai primi 10, che detengono quindi circa un
quarto del totale dei 400.
La
stima del patrimonio da parte di Forbes è
molto prudente, per cause di forza maggiore, perché
non può prendere in considerazione tutta la parte che
elude ed evade il fisco, le proprietà all'estero e i
conti correnti nei paradisi fiscali. Per la stessa
ragione, dopo il picco toccato nel 2000, con il crollo
azionario, la ricchezza totale dei 400 Paperoni
d'America ha subito un bel colpo: era di 1.235
miliardi di dollari nel 2000, 952 miliardi di dollari
nel 2001, 885 nel 2002. Nel 2000 il patrimonio totale
di questi più ricchi superava il prodotto nazionale
lordo italiano e sfiorava quello della Francia.
Quest'anno, pure con questi «chiari di luna», il
patrimonio dei 50 uomini più ricchi di America supera
il prodotto lordo del Messico (91 milioni di abitanti)
o dell'India (un miliardo di abitanti).
Siamo
di fronte a una vera e propria «plutocrazia»
sostiene Krugman. Perché i soldi permettono di
comprare molte cose, dal consenso alle idee. Con i
soldi paghi i migliori cervelli per elaborare migliori
teorie a sostegno della tua ricchezza, i migliori
giornalisti per sostenere le tue cause, le migliori
armi e tecnologie per difendere i tuoi interessi.
Naturalmente una tale disparità ha un prezzo
pesantissimo. Basta girare fuori dagli itinerari
turistici e dai centri commerciali per accorgersene
(ma a volte, come a San Francisco, la miseria si
permette d'irrompere persino accanto ai negozi più
ricchi).
Krugman
ricorda il clamore suscitato pochi mesi fa da un
conservatore «cyberpunk», Glenn Reynolds, quando «fece
notare che il prodotto interno lordo pro capite della
Svezia è paragonabile a quello del Mississippi - vedi
come si sono impoveriti da soli quei pazzi che credono
nello stato sociale! Reynolds probabilmente intendeva
dire che lo svedese medio è povero quanto il tipico
abitante del Mississippi e perciò sta molto peggio
dell'americano medio (il Mississippi è uno degli
stati Usa più poveri, ndr). Ma la speranza di
vita in Svezia è circa tre anni più lunga che negli
Usa. La mortalità infantile è la metà di quella
americana e un terzo di quella del Mississippi e
l'alfabetismo di ritorno è molto minore che negli Usa».
Krugman
osserva che a tenere basso il Pil pro capite è la
scelta volontaria degli svedesi di lavorare meno ore
dei loro colleghi americani e di godersi vacanze più
lunghe: tenendo conto di questo fatto il Pil pro
capite per ora lavorata è solo il 16% minore di
quello americano. Ma «se gli svedesi hanno un reddito
medio inferiore a quello americano, è soprattutto
perché i loro ricchi sono meno ricchi dei nostri.
La famiglia svedese mediana ha lo stesso livello medio
di vita della famiglia Usa: anzi i salari lordi sono
un po' più alti in Svezia, con però un maggior
carico fiscale per provvedere un servizio sanitario
gratuito e migliori servizi pubblici. E, se scendi
nella scala sociale dei redditi, i livelli di vita
svedesi sono un bel po' avanti a quelli Usa. Il 10% più
povero delle famiglie svedesi ha un reddito 60% più
alto di quello del 10% più povero delle famiglie
americane (...) E nel 1994 solo il 6% degli svedesi
viveva con meno di 11 dollari al giorno, contro il 14%
negli Usa».
Per
più di 70 anni gli Stati uniti sono vissuti nella
retorica della classe media (in inglese la middle
class comprende il proletariato), quindi nella
convinzione di essere una società egualitaria, una
società «senza classi» (era ammessa solo l'underclass
dei delinquenti, disoccupati o senzatetto). Con le
politiche messe in campo da Ronald Reagan e dai due
George Bush abbiamo assistito a un colpo di stato dei
ricchi contro i più poveri, degli abbienti contro i
disagiati. Da un lato il taglio fiscale di 13.000
miliardi di dollari in 10 anni finirà al 90% nelle
tasche dell'1% più ricco degli americani, mentre i
deficit di bilancio statale finiscono in commesse
militari e utili per le industrie belliche. E la
classe media scompare. Se il modello americano prevale
anche in Europa, rimaniamo noi, la plebe, in basso, e
i patrizi là in alto nel castello. Come dire, da
Franz Kafka a Blade Runner