In
questi giorni la discussione nella sinistra (vera o
sedicente) su come fermare la guerra si scontra
ancora una volta con la questione del ruolo
dell’ONU. Come già 11 anni fa, al momento della
guerra del Golfo, e come durante i molti interventi
degli imperialisti nei Balcani (uso il plurale, perché
in quel caso in prima linea erano quelli europei,
anche se con interessi solo in parte convergenti),
l’appello all’ONU - fatto da alcuni per
opportunismo, da alcuni pacifisti per stupidità - ha
disorientato e indebolito il fronte di chi si voleva
opporre alla guerra.
Chi si dice
“per la pace” o perfino “contro la guerra” ma
subordina il proprio atteggiamento alle decisioni
dell'’NU, dimentica che infinite volte questo
organismo è stato usato dai principali paesi
imperialisti per avallare le proprie imprese, e che in
altri casi ha semplicemente taciuto. Può essere che
l’arroganza (e l’ignoranza) di George W. Bush lo
porti – come ha preannunciato – a scatenare
l’intensificazione della guerra già in corsa senza
nessun avallo (ma anche verosimilmente senza nessuna
condanna) da parte dell’ONU, ma non è affatto
escluso che – nonostante le molte confessioni dei
precedenti ispettori dell’ONU sulla loro
utilizzazione spudorata da parte degli Stati Uniti –
il Consiglio di Sicurezza possa votare una risoluzione
inaccettabile dall’Iraq offrendo una copertura
all’impresa banditesca che si sta preparando.
Per una messa
a punto riproponiamo uno scritto dei giorni
immediatamente successivo alla mobilitazione di Genova
contro il G8, che contiene già alcune considerazioni
sul ruolo degli organismi internazionali, e stralci da
due altri di vari periodi sul ruolo dell’ONU nella
questione palestinese. (27/9/2002)
***
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La
“globalizzazione”: alcuni precedenti.
A volte,
sentendo esaltare la assoluta novità della
“globalizzazione” (soprattutto da chi vuole
convincerci che non c’è nulla da fare) si è
tentati di correggere in senso opposto, ricordando
come l’unificazione del mondo in un unico mercato
fosse stata colta già da Marx nel Manifesto, e
che il funzionamento delle multinazionali e il
meccanismo del debito internazionale erano stati
descritti da Rosa Luxemburg ne L’accumulazione
del capitale, e da Lenin ne L’imperialismo,
fase suprema del capitalismo, che aveva anche
registrato l’aumento del peso del capitale
finanziario rispetto a quello industriale. Alcune
delle pagine di Rosa su come è stata soppressa
l’indipendenza dell’Egitto da parte della Gran
Bretagna, a nome dei banchieri che avevano
“generosamente” concesso crediti per la
costruzione del canale di Suez o l’introduzione del
cotone, sembrano effettivamente scritte oggi, e
basterebbe cambiare alcuni nomi per descrivere gli
interventi del FMI e della BM nei paesi debitori.
Anche
a proposito della scandalosa pretesa del G7 (oggi G8)
di dirigere il mondo senza nessuna investitura formale
da parte del mondo, si potrebbe contestare che non è
una novità: chi aveva investito i cinque membri
permanenti del diritto di veto nel Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite, se non loro stessi,
forti del diritto dei vincitori e di quello di essere
i potenti della terra? E che dire della Società delle
Nazioni, che dell’ONU è stata la mamma (di
facilissimi costumi)? Dopo aver svolto il suo primo
compito (spartire il bottino coloniale tra i paesi
vincitori della “Grande Guerra”), non è stata
capace di fermare aggressioni e preparativi militari.
Le sanzioni all’Italia che invadeva l’Etiopia (che
pure era uno Stato membro della SdN!) furono del tutto
platoniche. La SdN ha poi chiuso gli occhi
sull’appoggio militare tedesco e italiano al golpe
militare di Franco, e si è dissolta alla vigilia
della guerra, cedendo il passo a riunioni ancora meno
legittime dei più potenti, come fu la Conferenza di
Monaco del 1938.
Ma
si potrebbe risalire ancora più indietro: chi aveva
riconosciuto i poteri del Congresso di Berlino del
1878, che sancì l’inizio della spartizione
dell’impero ottomano, o della Conferenza che in
quella stessa città, tra il novembre 1884 e il
febbraio 1885, definì la spartizione dell’Africa
assegnandone un bel pezzo a una società presieduta da
Leopoldo II? Solo i rapporti di forza, eppure quei
signori decidevano per il resto del mondo.
Connessa
alla dubbia legittimità dell’ONU (almeno per come
è nata, e per come ha svolto la sua attività finora)
c’è la scandalosa subordinazione degli organismi ad
esso collegati (come BM e FMI) ai principali paesi
capitalistici, che hanno il controllo assoluto
semplicemente perché si vota in base al capitale
apportato, sicché i paesi “poveri” non contano
nulla neanche formalmente. Questo fa la differenza con
l’ONU, dove almeno quei paesi potrebbero votare in
Assemblea nazionale una risoluzione, magari
immediatamente disattesa come quelle sulla Palestina o
quelle di condanna dell’embargo a Cuba, sempre che i
loro governanti o più semplicemente i loro
rappresentanti all’Assemblea delle Nazioni Unite non
siano direttamente sul libro paga di uno dei paesi
imperialisti.
Ma
c’è qualcosa di nuovo…
Qualcuno
ha sostenuto (e non solo per l’economia) che il
capitalismo attuale ricorda molto quello del periodo
precedente la prima guerra mondiale. Ma in effetti ci
sono molte novità rispetto a quello di appena qualche
decennio fa. Novità tecniche (che valgono a maggior
ragione rispetto a quello più lontano nel tempo) come
la possibilità di spostare somme enormi in un
istante, con un semplice clic su un tasto, ma anche
novità politiche e sociali.
In
primo luogo, dopo la grande crisi del 1929 e poi a
maggior ragione a causa della guerra, i controlli
dello Stato (di ogni Stato) sull’economia, sui
cambi, sul commercio estero, si erano rafforzati. Alla
fine della guerra, l’allargamento territoriale
dell’area sovietica, senza che ciò corrispondesse a
un suo effettivo rafforzamento per l’esistenza di
risentimenti e tensioni sociali e nazionali, diede
l’impressione dell’avvio di un effettivo
bipolarismo. In realtà dalla guerra solo gli Stati
Uniti erano usciti indenni ed anzi con un potenziale
industriale enormemente accresciuto, mentre gli altri
Stati (vinti come la Germania, il Giappone o
l’Italia o “vincitori” come la Francia e la Gran
Bretagna) dovevano ricostruire fabbriche e
infrastrutture distrutte. Lo fecero con poderosi aiuti
statunitensi (che mancarono invece ovviamente
all’URSS e ai paesi della sua area, ugualmente ed
anche più gravemente distrutti, e costretti a
sacrifici sproporzionati per risollevarsi in tempi
brevi).
In
quegli anni immediatamente successivi alla guerra,
cominciarono i vari “miracoli economici”, basati
su uno sfruttamento accresciuto dei lavoratori, su un
prolungamento degli orari di fatto, un’erosione
costante dei salari reali dovuta a una forte
inflazione, condizioni di vita terribili (bidonvilles
e comunque alloggi malsani, specie per i migranti
esteri o interni) . La ricostruzione avvenne tuttavia
con un peso enorme delle industrie di Stato, data la
difficoltà di trovare capitali privati disposti a
rischiare in imprese costosissime. In Italia, ad
esempio, tutto il settore siderurgico, trainante per
l’industria metalmeccanica, si sviluppa negli anni
Cinquanta e Sessanta con fortissimi investimenti
dell’IRI. D’altra parte anche l’industria
privata più forte e con solidi agganci politici (si
pensi alla FIAT) si riprese grazie a consistenti aiuti
statali.
Nella
fase della ricostruzione, la produzione dei paesi
europei e del Giappone era tuttavia destinata
prevalentemente al mercato interno. Ma già alla fine
degli anni Cinquanta, col Patto di Roma del 1957,
cominciarono i primi tentativi di allargare gli spazi
di ciascun paese, che sboccheranno parecchi anni dopo
in un primo mercato comune europeo tra sei paesi.
Intanto l’ondata della decolonizzazione, avviata con
l’indipendenza dell’India, e poi almeno
indirettamente dalla vittoria della rivoluzione
cinese, era stata bruscamente accelerata dalla
sconfitta della Francia a Dien Bien Phu, e nel giro di
pochi anni avrebbe privato le maggiori potenze
imperialiste di quasi tutte le colonie e quindi di una
“riserva” esclusiva per i loro prodotti. Negli
anni Sessanta si accelerava quindi la concorrenza
internazionale e la tendenza a cercare nuovi sbocchi
per i propri prodotti.
Anche
gli Stati Uniti non potevano più essere sicuri
dell’eternità del loro dominio sui paesi del
continente latinoamericano, che dopo diversi tentativi
rivoluzionari abortiti o deviati (ad esempio la
Bolivia del 1952) trovavano un punto di riferimento
entusiasmante nell’esperienza di Cuba. E la scelta
di sostituirsi alla Francia sconfitta in Indocina per
tentare di arrestare la marcia del “comunismo”,
cioè dei movimenti di liberazione in quell’Asia
orientale in cui avevano interessi non minori,
assumeva per gli USA un costo umano, militare e quindi
anche economico enorme, coperto con emissioni sempre
maggiori di biglietti verdi, che provocavano
un’inflazione notevole, anche se in parte esportata
verso il Giappone e l’Europa, grazie alla
preponderanza politica. La conclusione era la fine
della convertibilità del dollaro in oro nel 1971, che
provocava un terremoto monetario di dimensioni
mondiali, dato che una parte essenziale delle
transazioni internazionali avvenivano in dollari, e
tutti i paesi capitalisti, soprattutto europei, ne
avevano riserve consistenti che ora non potevano più
essere cambiate in oro.
Era
il preannuncio monetario di una crisi di
sovrapproduzione di lunga durata, che avrebbe avuto
una accelerazione brusca appena due anni dopo al
momento dell’aumento del prezzo del petrolio, a cui
furono attribuite a torto tutte le responsabilità per
l’arretramento generalizzato della produzione nel
1974-1975.
Sono
quelli gli anni in cui si può collocare l’inizio
della fase attuale del capitalismo, sia per
l’intreccio tra protezionismo (mascherato spesso da
tutela dell’ambiente o dei consumatori) e
liberalizzazione senza freni delle esportazioni di
merci e capitali verso i paesi più deboli. Il
commercio mondiale cresce in questa fase a una velocità
doppia rispetto alla produzione: se nel 1975 assorbiva
il 25% della produzione complessiva, nel 1997 ne
assorbiva oltre il 40%.
In
quegli anni intanto in tutti paesi capitalisti ha
inizio una fase di duro attacco alla classe operaia,
che cancella le concessioni fatte nell’immediato
dopoguerra per evitare il “pericolo comunista”, e
che vienecondotta quasi ovunque con l’aperta
collaborazione delle burocrazie riformiste. I tempi
della realizzazione saranno diversi da paese a paese,
a seconda della forza di resistenza dei lavoratori e
del grado di complicità dei vertici sindacali: in
Italia, la svolta è segnata dall’assemblea
dell’EUR e poi dall’attacco alla classe operaia
FIAT nel 1980. Sull’attacco all’occupazione non
c’è dubbio che si trovano tutti d’accordo,
indipendentemente dal fatto che alla testa di un paese
ci sia un Reagan o una Thatcher, o un Mitterrand o un
Brandt.
È
sintomatico che proprio nel 1975 inizia la serie delle
riunioni del G7 (anche se nella prima sessione mancava
ancora il Canada), che devono trovare, senza incomodi
testimoni, una mediazione tra gli interessi
parzialmente divergenti, per concertare nei limiti del
possibile le politiche economiche e le strategie. Ogni
volta viene annunciata la loro intenzione di
provvedere ai “paesi poveri”. In una delle ultime
sessioni venne promessa la remissione parziale del
debito, che peraltro non è stata attuata, per una
somma inferiore a un quinto del solo costo di quella
riunione. Le sessioni pubbliche infatti sono parate
mediatiche, che annunciano i risultati raggiunti dal
lavoro invisibile e segreto di migliaia e migliaia di
funzionari permanenti strapagati.
Secondo
Lori Wallach e Michelle Sforza (WTO. Tutto quello
che non vi hanno mai detto sul commercio globale,
Feltrinelli, Milano, 2001, p. 17) i risultati
di tanta sollecitudine per i diseredati è che “nel
1997 la disparità di reddito tra il quinto della
popolazione mondiale che vive nei paesi più ricchi e
il quinto che vive nei paesi più poveri è di 74 a 1,
mentre era di 60 a 1 nel 1990, e di 30 a 1 nel 1960.
Alla fine del 1997 il 2°% della fascia più ricca
detiene l’86% del reddito mondiale, mentre il 20%
della fascia più povera si deve accontentare
dell’1%.”
Ma
anche nei paesi “ricchi”, come li definisce il
libro (che ha la prefazione di Ralph Nader, che ai DS
sembra un pericoloso rivoluzionario, ma che è
lontanissimo dall’esserlo), la maggioranza dei
cittadini non ha visto neppure le briciole
dell’espansione dei profitti realizzati, nonostante
le promesse di Clinton, che aveva assicurato che il
reddito della famiglia media grazie al libero
commercio sarebbe aumentato di 1700 dollari l’anno.
Noi, comunque al termine “ricchi” continuiamo a
preferire il termine imperialisti.
Nel
corso di un quarto di secolo si sono fatti strada
faticosamente gli accordi per consolidare aree di
mercato unico, in Europa, in Asia intorno al Giappone,
nell’America del Nord con il NAFTA. La lentezza è
dovuta alle forti resistenze di ciascuna borghesia. È
l’inizio della “mondializzazione”. Ma il passo
decisivo viene compiuto il 1° gennaio 1995 con
l’istituzione del WTO (World Trade Organization) a
conclusione del faticosissimo negoziato dell’Uruguay
Round Agreement, all’interno del GATT (General
Agreement on Tariffs and Trade). Il GATT era stato
avviato nel 1947, ma aveva subito numerose graduali
modifiche (l’Uruguay Round era durato ben 7 anni di
discussioni, e si era concluso producendo un documento
di 500 pagine, accompagnato da altre 24.000 di
regolamenti particolari).
Gli
Stati Uniti, che pure avevano avuto un ruolo decisivo
nella stesura, ribadirono che comunque il diritto in
vigore nel paese avrebbe prevalso in caso di
controversie. Ma non è stato così. In realtà il WTO
è stato utilizzato per cancellare la legislazione
statunitense di protezione dell’ambiente che era
stata imposta da grandi mobilitazioni di massa negli
anni precedenti. I funzionari del WTO hanno decretato
ad esempio che scrivere sulla scatoletta di tonno che
era stato pescato senza uccidere i delfini…
danneggiava la concorrenza e penalizzava ingiustamente
chi invece li sterminava.
Analogamente
hanno denunciato che l’imposizione ai pescatori di
gamberetti di dotarsi di meccanismi di allarme per la
protezione delle tartarughe marine, danneggiava
ingiustamente la libera concorrenza. Altre sentenze ci
sono state in difesa dell’amianto (contro la Francia
ed altri paesi europei che lo vietano) perché la
legislazione europea danneggia la produzione canadese
di amianto, mentre non ci sarebbero “prove certe”
sulla sua dannosità…
Il
WTO ha denunciato le norme restrittive nei confronto
delle pelli ricavate da animali catturati con crudeli
tagliole e uccisi poi a bastonate. Un altro attacco è
stato riservato alla legislazione europea tendente a
ridurre l’inquinamento derivato dall’uso di
piombo, mercurio, cadmio, cromo, ecc. nell’industria
elettronica. In poche parole il WTO non è – come
affermano i suoi difensori interessati - un organismo
per il libero commercio mondiale, ma per eliminare
ogni ostacolo all’attività delle multinazionali.
Naturalmente
essendoci interessi diversi anche tra le
multinazionali, a volte anche all’interno di un solo
paese, gli accordi non sono sempre facili. Secondo
diversi osservatori la sospensione della riunione di
Seattle era dovuta più che alla contestazione in sé
(che era molto superiore al previsto, ma avrebbe
potuto essere piegata ricorrendo a misure repressive
più dure), all’esistenza di contrasti per il
momento insanabili, che spinsero alla decisione di
utilizzare la protesta per sospendere una sessione di
fatto fallita. Va anche aggiunto che al WTO si vota
come all’ONU per paese (e non per capitali versati
come al FMI e alla BM), ma alcuni paesi piccoli non
potrebbero sostenere le spese di una lunga permanenza.
Di norma quindi o non partecipano alle riunioni, o si
fanno spesare dai paesi più potenti o direttamente da
una lobby di multinazionali interessate ad avere il
loro voto. Ma la contestazione di Seattle ha
incoraggiato alcuni di questi paesi incerti a
defilarsi, e ha contribuito a far saltare la sessione
che doveva coronare un lungo lavoro sotterraneo di
migliaia di funzionari ottimamente retribuiti.
Tuttavia,
le divergenze non cancellano gli interessi comuni a
tutti i principali paesi e gruppi capitalistici. E il
primo di essi è di eliminare tutta la legislazione
ambientalistica e sociale conquistata nei decenni
scorsi. In un raro impulso di sincerità Renato
Ruggiero (divenuto ministro degli Esteri nel governo
Berlusconi dopo essere stato per anni segretario
generale del WTO), ammise ad esempio che gli standard
ambientali inevitabilmente “sono destinati a
ridimensionarsi, potendo solo danneggiare il sistema
di commercio globale” (lo riporta il già ricordato
libro di Wallach e Sforza, a p. 33).
Questa
citazione ci permette di attaccare un luogo comune in
circolazione nella sinistra, che attribuisce ogni male
all’imperialismo americano. Ruggiero è italiano,
italianissimo, anzi napoletano, ma era un cane da
guardia delle multinazionali al vertice del WTO, come
lo è stato come ministro degli Esteri di uno dei
sette paesi più influenti.
Tra
gli imperialisti ci sono, e in misura crescente,
contraddizioni e tensioni, ma non possiamo vedere solo
i danni che fa il più forte e ignorare quelli degli
altri, e in particolare quelli del nostro
imperialismo. Il settimanale “Carta” ha
documentato i danni ambientali provocati
nell’Amazzonia equadoriana dall’Agip, e altre
denunce analoghe giungono da altri paesi che hanno la
sfortuna di avere nel sottosuolo riserve di petrolio.
L’Agip-ENI è forse “americana”?
Analoghe
considerazioni avevamo fatto per chi esaltava l’ONU
contro il G7 o G8, o contro la Nato (dimenticando che
la Guerra del Golfo, la “madre di tutte le guerre”
imperialiste dell’ultimo decennio, è stata
benedetta dall’ONU). E che comunque anche la NATO
non è solo “americana”, ma ha visto spesso ai
suoi vertici ufficiali europei e anche italiani…
Un’ultima
nota su un aspetto minore, meno gravido di
implicazioni politiche negative (come è invece ogni
attenuazione del ruolo degli imperialismi europei, e
in genere dello stesso concetto di “imperialismo”,
sostituito dal vuoto e generico termine di “politica
imperiale”). Alludo all’uso del termine di
“rivoluzione capitalistica” per definire questa
fase, caro anche a Fausto Bertinotti. Sinceramente, in
primo luogo non mi piace screditare ulteriormente il
termine “rivoluzione”, usato da tempo dai mass
media per definire qualsiasi porcheria in arrivo
(“rivoluzione delle pensioni”, ad esempio, per
definire la soppressione di diritti acquisito, perfino
“rivoluzione del traffico” per definire
l’introduzione di assurdi sensi unici, e via di
seguito, per associare sempre il concetto a esperienze
negative), ma penso anche che piuttosto che di
rivoluzione sarebbe più corretto parlare di
“reazione”, di un ritorno al capitalismo classico
delle origini, senza le limitazioni e i freni imposti
da decenni di durissime lotte del movimento operaio.
Gli
arretramenti, fino a tornare a livelli da XIX secolo,
si vedono in tutti i paesi, e sono associati ad
attacchi anche alla stessa democrazia, alla
cancellazione di diritti acquisiti dalle donne, ecc.
I
capitalisti che avevano dovuto accettare una tutela
automatica dei salari (scala mobile), riduzioni
d’orario, estensione delle garanzie previdenziali,
riduzione della nocività, garanzie del posto di
lavoro, ecc., in alcuni paesi già dopo la prima
guerra mondiale, e sotto l’impulso dell’esempio
della rivoluzione russa, in altri dopo la fine del
fascismo, per scatenare la controffensiva hanno
approfittato di due fattori concomitanti: il
discredito sull’esperienza sovietica derivato dal
suo penoso crollo tra il 1989 e il 1991 (preannunciato
già alla fine degli anni ’70 dalla decadenza e
involuzione senile dei suoi dirigenti), e l’approdo
sempre più esplicito delle burocrazie sindacali e dei
partiti operai a concezioni liberiste che eliminavano
ogni remora e ogni tentativo di abbellire la
collaborazione di classe. Ma una volta liberatisi da
ogni opposizione e perfino da ogni progetto di
alternativa ad essi, i capitalisti non hanno dovuto
inventare nulla, sono tornati al “modello
classico”. Per anni ci avevano detto che Marx era
superato, perché il capitalismo era ormai diverso.
Oggi lo è meno che mai, per chi voglia farci i conti
senza ripetere vecchie mistificazioni appena ricoperta
da un sottile strato di “nuovismo”.
Un
ultimo esempio, per tagliare la testa al toro: la
guerra. Quella del Kosovo non è stata più spudorata
e più menzognera di quella del Golfo, ma neppure
delle centinaia di “guerre locali” del XX secolo.
E le bugie sulla guerra umanitaria erano già state
dette al momento della prima guerra mondiale e in
tanti altri casi. Questo capitalismo, insomma, non mi
sembra in grado di compiere una qualsiasi
“rivoluzione”, ma si limita a ricorrere a un
vecchissimo e squallido armamentario. Lo diciamo per
ricordare che se i capitalisti per decenni avevano
dovuto arretrare di fronte a una grandissima ascesa
della classe operaia, oggi dobbiamo cercare di capire
cosa la aveva consentita, e cosa ha permesso invece la
loro rivincita. La storia non è finita! (il testo è
del 20 luglio 2001, e ha subito solo ritocchi e
aggiornamenti marginali. Antonio Moscato)
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La
Palestina e l'ONU.
Il "processo di pace" tra Israele
e OLP è stato molto discusso dai palestinesi e in
tutto il mondo. Il nostro compito è quello di capire,
non di giudicare. Ma prima di tutto dobbiamo capire e
ascoltare anche chi non lo condivide, invece di cedere
alla pressione dei mass media che bollano come
estremista e fondamentalista chiunque esprime dubbi o
critiche.
Ma in ogni caso
appare evidente che in questo processo la
responsabilità dell'ONU (nel bene e nel male) è
scarsa. Come per l'accordo che ha portato alle prime
elezioni multietniche in Sudafrica, bisogna guardare
più ai rapporti di forza interni che alle risoluzioni
dell'ONU. Sul Sudafrica ce ne sono state tante, ma non
avevano smosso il governo razzista come la sconfitta
subita a Cuito Cuanavale da parte delle forze cubane
che collaboravano col governo angolano contro
l'aggressione dell'esercito sudafricano. D'altra parte
l'embargo decretato dall'ONU nei confronti del
Sudafrica razzista non è mai stato applicato dai
principali paesi capitalistici, a partire dagli Stati
Uniti (e non esclusa l'Italia).
Analogamente le
tante risoluzioni delle Nazioni Unite sul ritorno dei
palestinesi non sono mai state seguite da misure
concrete. Sia quelle ambigue, come la 242 (che
prevedeva il ritiro di Israele da e non dai
Territori occupati e che parlava solo dei profughi
palestinesi anziché del popolo), sia quelle che
enunciavano bei principi e parlavano dei Diritti
inalienabili del popolo palestinese, come la 3236,
non sono state applicate. La stessa risoluzione 181
del novembre 1947 (che a ragione i palestinesi non
potevano accettare perché offriva allo stato sionista
territori più grandi di quelli già acquistati) è
stata violata ulteriormente sulla base dei rapporti di
forza militari, lasciando a Israele già nel 1949 ben
più di quanto originariamente previsto.
Tanto meno è stata
presa qualche misura verso Israele per l'assassinio
nel settembre 1948 del mediatore dell'ONU, il conte
Bernadotte, "colpevole" di aver proposto il
rientro dei palestinesi.
La questione
palestinese è dunque una delle tante prove
dell'incapacità dell'ONU di risolvere i problemi dei
popoli. E non occorrevano le verifiche di quest'ultimo
tragico quinquennio, con la guerra del golfo, la
spedizione in Somalia, la vergognosa ambiguità (tra
passività e bombardamenti iniqui) nella ex Jugoslavia
per capire l'impotenza dell'ONU: di esempi nel corso
della sua storia ne ha forniti fin troppi, dalla
guerra di Corea a quella di Indocina, dall'intervento
nel Congo ex belga (che permise l'assassinio di
Lumumba, che all'ONU aveva chiesto aiuto) alla
mancanza di ogni azione per fermare l'aggressione
sudafricana e mercenaria in Angola e Mozambico. E
potremmo parlare anche dell'Afghanistan, di Timor Est,
di Cipro, della repubblica Saharawi, del Libano...
I successi veri
dell'ONU sono pochi. Ma dietro di essi, ad esempio il
riconoscimento dell'indipendenza della Namibia, c'è
sempre stato un mutamento dei rapporti di forza, come
la dura sconfitta inflitta al Sudafrica a Cuito
Cuanavale che ricordavamo prima. Per non parlare del
Vietnam, che ha dovuto lottare duramente per ventun
anni per ottenere quanto sancito dalla conferenza di
Ginevra
Gli
organismi internazionali: illusioni e realtà.
Potremmo aggiungere che per chi ha
continuato a utilizzare l'analisi marxista dei
processi questo presunto "fallimento"
dell'ONU non ha rappresentato una sorpresa. Lenin
aveva definito un consorzio di briganti imperialisti
la Società delle Nazioni che precedette l’ONU. Servì
a una spartizione del bottino (soprattutto le colonie
tedesche) tra i vincitori, e si dissolse miseramente
allo scoppio della seconda guerra mondiale, senza aver
fermato un solo conflitto nel periodo tra le due
guerre .Trotskij considerò una prova in più
dell'involuzione burocratica dell'URSS la sua entrata
in quell'organismo nel 1934.
Nel 1929 la crisi mondiale capitalistica aveva
spazzato via in un momento tutte le chiacchiere sulla
soluzione delle controversie internazionali senza
ricorrere alla guerra, nonché i bei progetti di unità
doganale ed economica europea che Aristide Briand
aveva formulato pochi mesi prima proprio dalla tribuna
della Società delle Nazioni. La grande crisi aveva
fatto saltare tutti gli accordi per regolare il
mercato, e presto la guerra vera e propria avrebbe
preso il posto di quella doganale e commerciale. Già
nel 1933 d'altra parte erano uscite Germania e
Giappone. Quel che è grave è che entrando in un
organismo ormai impotente ed inutile, Stalin doveva
rinunciare comunque a denunciarne il carattere di
strumento di mediazione tra le principali potenze
imperialiste (ma ormai il termine imperialista era
usato dall’URSS solo propagandisticamente per
bollare il nemico di turno, escludendo gli ambigui
alleati: fino al 1939 vengono caratterizzate così
soltanto Germania, Italia e Giappone, e non Francia,
Gran Bretagna e Stati Uniti, poi ci sarà
un'inversione di ruoli fino al 1941, che sarà
capovolta nuovamente dopo l'aggressione da parte delle
potenze dell'Asse).
Società delle
Nazioni e ONU d'altra parte sono e si considerano
eredi delle conferenze internazionali che dal
Congresso di Vienna del 1814 a quelli di Berlino sui
Balcani del 1878, o sulla spartizione dell'Africa nel
1885 hanno visto le grandi potenze europee accordarsi
per imporre il loro ordine iniquo.
L'ultima conferenza
internazionale prima della grande guerra si era tenuta
a L'Aia sul disarmo universale per iniziativa di
Nicola II, preoccupato del ritardo della Russia nella
corsa agli armamenti. Era stata salutata da tutti gli
imbecilli come la garanzia della pace universale, e a
Nicola II era stato offerto per questa ragione il
primo premio Nobel per la pace. Grazie al rifiuto
dello zar, la lunga serie dei Nobel per la pace non
iniziò con uno dei più’ grandi guerrafondai e
assassini della storia, anche se ce ne saranno poi
moltissimi negli anni successivi: tutti i premi Nobel
dalla fondazione al 1914, d'altra parte, dimenticarono
le belle chiacchiere sulla pace e la cooperazione
internazionale per cui erano stati premiati,
schierandosi col proprio imperialismo all'inizio della
guerra! (Si rinvia a questo proposito alla Scheda
su Premi Nobel per la pace e guerre mondiali,
apparsa in "A sinistra" n.3/4, marzo aprile
1990 e inviata in appendice all’articolo su Kofi
Annan nel n. 51 di BaRoNews. È possibile richiederla,
scrivendo a questo indirizzo e.mail).
Tenere
presente questo divario tra belle formulazioni
astratte e concrete condizioni che determinano le
guerre e gli stessi accordi di pace, non significa
escludere la necessità di conferenze internazionali,
che sono ovviamente sempre necessarie per concludere
un conflitto o almeno utili per verificare i diversi
punti di vista e identificare le basi per una
convergenza. Ma è necessario evitare le illusioni che
di per sé siano risolutive. Ad esempio la polemica di
molti settori palestinesi verso la parola d'ordine
dell'OLP su una conferenza internazionale (che veniva
immessa d'ufficio a Tunisi nei comunicati
dell'Intifada che non vi facevano riferimento) si è
rivelata fondata: la soluzione della questione
palestinese, se soluzione è, non è comunque venuta
in questo modo, ma per effetto di trattative dirette
bilaterali e multilaterali, in cui hanno pesato, nel
bene e nel male, i rapporti di forza interni e
internazionali. (Questa era la formulazione usata
prima dello scoppio della seconda Intifada, che a
dimostrato che i cosiddetti “accordi di pace” non
venivano considerati tali da una parte importante del
popolo palestinese. Nota di aggiornamento del
settembre 2002).
La
riforma dell’ONU.
Anche i più
ottimisti tra i "pacifisti" non possono
eludere oggi un bilancio sostanzialmente negativo
dell'operato dell'ONU. Tuttavia, aggiungono, non va
bene l'ONU così com'è, ma si potrebbe e dovrebbe
riformarla. A parte il fatto che è assai problematico
imporre un cambiamento a chi detiene il controllo
dell'ONU, e si è già visto che quando un organismo
collegato alle Nazioni Unite come l'UNESCO ha assunto
posizioni sgradite agli Stati Uniti, questi si sono
ritirati mettendolo in crisi economicamente e
politicamente (come hanno rifiutato la sentenza della
Corte internazionale dell'Aia che li condannava per
aver minato i porti nicaraguensi), vale la pena di
entrare nel merito dei progetti non solo dal punto di
vista della realizzabilità, ma anche della
concretezza e capacità di incidere sui problemi
reali.
Tutte le proposte
partono da un'attribuzione della colpa principale
delle disfunzioni al solo Consiglio di Sicurezza, e al
fatto che solo cinque paesi hanno il diritto di veto.
È verissimo che la Gran Bretagna nelle Malvine, la
Cina nel Tibet, la Francia nel Ciad e in tanti altri
paesi africani, l'URSS-Russia dall'Afghanistan alla
Cecenia, per non parlare degli Stati Uniti, non hanno
certo le carte in regola; dal punto di vista del
rispetto delle minoranze, dei conflitti con Stati
vicini o lontani, ecc. Ma la prima obiezione è che il
diritto di veto non è stato usato mai negli ultimi
anni per bloccare l'avallo a un'operazione ingiusta
come la Guerra del Golfo o "Restore Hope" in
Somalia. La seconda è che in molte fase
dell'intervento nella ex Jugoslavia, quando non
c'erano le condizioni per ottenere un pieno avallo
dell'ONU, è stata passata la palla ad altri organismi
come la NATO o la CE, senza che l'ONU battesse ciglio.
Alcune delle
proposte di riforma sono più praticabili, ma poco
convincenti ai fini che ci si propone: che garanzie di
maggiore democrazia ci sarebbero se entrassero
Germania e Giappone come membri permanenti? E se
entrassero anche India, Brasile e Nigeria, o la Lega
Araba, come è stato proposto, che apporto alla pace
potrebbero dare, con i governi che si ritrovano?
Una proposta ancor
più diffusa è quella di sottrarre poteri al
Consiglio di Sicurezza, aumentando quelli
dell'Assemblea generale. Ma questa da chi è composta?
Basta scorrere l'elenco dei membri attuali dell'ONU
per vedere che poco più del 10% di essi ha una pur
discutibile democrazia al proprio interno ( e tra
questi paesi, ci sono proprio i detentori imperialisti
delle ricchezze del pianeta, che grazie alla loro
potenza economica possono permettersi il
"lusso" di un regime democratico, che è
praticamente impossibile nei paesi sempre più
impoveriti in cui governanti asserviti
all'imperialismo e sotto la tutela di BM e FMI
"devono" reprimere le masse disperate).
Sarebbe bene non
dimenticare mai in che mondo viviamo. Perfino il Papa
lo ha ricordato denunciando tra i mali dell'Africa i
governanti che facilitano il saccheggio del loro
paese. Ma lo stesso si potrebbe dire per la maggior
parte dell'America Latina e dell'Asia, mentre è
inutile appellarsi alla "coscienza
dell'Europa", che insieme agli Stati Uniti e al
Giappone ha le maggiori responsabilità nello
sfruttamento del resto del mondo.
Una proposta emersa
più di recente nel movimento della pace, e che tiene
conto in parte di queste obiezioni, riprende una
parola d'ordine lanciata in passato da certi settori
della ex "nuova sinistra": "l'ONU dei
popoli". Uno slogan che non si poteva neppure
definire utopistico (l'utopia può essere una grande
forza) ma semplicemente campato in aria, almeno nelle
sue prime formulazioni (ciascuno si autoproclamava
rappresentante del suo popolo, anche se a mala pena
era seguito da tre persone).
La variante più
recente è più sofisticata, prevede una
rappresentanza tripartita: i governi, gli eletti
direttamente dal popolo, le ONG. Ma è ugualmente
campata in aria: se i governanti corrotti nel 90% dei
paesi del mondo controllano le elezioni che li
legittimano, perché non dovrebbero poter controllare
quella di un organismo sovranazionale che potrebbe
creare loro dei problemi? E quanto alle ONG, di cui ce
ne sono migliaia e migliaia di ogni tipo, chi
deciderebbe quali e come dovrebbero scegliere i
rappresentanti della "terza componente"
dell'Assemblea generale?
Molte ONG
svolgono un lavoro prezioso, che può dare un grande
contributo alla pace (in Somalia ad esempio avevano
fatto cose utilissime per la ricostruzione di
un'economia di sussistenza autosufficiente e legata
alle tradizioni scalzate dagli interessati "aiuti
internazionali, prima che l'intervento
"umanitario" mandasse tutto all'aria), ma
sulla loro capacità di rappresentanza esistono molti
dubbi. A meno che la loro presenza non sia solo
simbolica e propagandistica, come è accaduto alla
Conferenza parallela sulle donne di Pechino, a cui di
fatto sono andate sostanzialmente quelle che potevano
pagarsi il viaggio.
Il discorso è duro
e può essere sconvolgente per chi è abituato a
pensare che basta predicare (soprattutto alle pecore)
una dieta vegetariana per le tigri per eliminare il
male dal mondo. Ma va fatto, perché non c'è peggiore
pericolo per la causa dell'emancipazione dell'umanità
che l'autoinganno. […]
***
***
***
Appendice
all’articolo su l’ONU e la Palestina
Chi
c’è (e chi non c’è) all’ONU.
Molte delle
illusioni sull’ONU che vengono riproposte
all’interno della stessa sinistra antagonista si
reggono su una scarsa attenzione alla sua
organizzazione e composizione. Eppure quando si
esamina il comportamento di questo organismo in alcuni
momenti cruciali non c’è dubbio che
nell’Assemblea generale sono stati determinanti i
voti di paesi i cui governanti erano semplici
marionette nelle mani degli Stati Uniti (la maggior
parte delle dittature latinoamericane) o della Gran
Bretagna (gli Stati del vicino e medio oriente).
Prendiamo
proprio in esame i paesi di quell’area. Il più
importante di essi, l’Egitto nel 1947 (quando
l’ONU vota l’iniqua spartizione della
Palestina),era governato da Faruk, un re imbelle e
corrotto completamente manovrato dai consiglieri
britannici, mentre in Transgiordania il re Abdallah
era ancor più una creatura dei britannici: come suo
fratello Feisal, “re dell’Iraq”, era uno dei
figli di quello sceriffo della Mecca arruolato da
Lawrence d’Arabia per la guerra contro i turchi con
la promessa di un grande regno arabo. Paracadutato in
una terra in cui non aveva la minima radice, dovette
governare appoggiandosi su una “legione araba”
inquadrata dagli inglesi e reclutata tra le tribù
beduine provenienti dal cuore dell’Arabia, a 1000 o
1500 km di distanza da quello Stato inventato per
dividere la Palestina storica. Ma almeno la Giordania,
dopo le annessioni del 1949, aveva una superficie pari
a un terzo dell’Italia, e una popolazione di poco più
di un milione di abitanti (1.300.000 nel 1956). Invece
il Kuweit aveva appena 200.000 abitanti, quasi tutti
immigrati senza diritto di voto, la Costa dei Pirati,
diventata poi Emirati Arabi Uniti, 80.000 abitanti, il
Bahrein 112.000, il Qatar 30.000. Dopo dieci anni (e
la scoperta del petrolio anche nel suo territorio) il
Qatar aveva raddoppiato la popolazione. Oggi ha
747.000 abitanti, in gran parte immigrati non arabi,
quindi senza diritti, e ha un prodotto interno lordo
pro capite di 23.000 dollari, più o meno come
l’Italia o il Kuweit (in Iran è di 5.000 $, in Iraq
di 2.400, in Afghanistan di 800 $). Ovviamente il PIL
è calcolato facendo una media tra i pochi miliardari
in dollari, e i tanti disoccupati, senza casa, senza
diritti…
Ci siamo
soffermati sul Qatar, uno Stato del tutto artificiale
e per giunta minuscolo (la cui superficie, una volta
definiti un po’ meglio i confini, è risultata della
metà di quella accreditata cinquanta anni fa: 11.000
kmq, anziché 22.000) perché è stato prescelto per
ospitare a Doha la sessione del WTO di quest’anno,
che doveva tenersi a Washington. Non c’è dubbio che
in un simile paese è difficile organizzare qualsiasi
contestazione!
Tutti questi
staterelli, inventati in varie fasi per staccarli da
altri Stati meno controllabili (ad esempio il Kuweit
dall’Iraq) vennero a mano a mano inseriti
nell’ONU, mentre ne restarono esclusi i palestinesi
e i curdi, che pure erano entrambi da soli più
numerosi degli abitanti di tutti i paesi in cui fu
suddivisa la penisola arabica.
Ma anche gli
Stati corrispondenti a formazioni storiche, come
l’Iran, paese di antica civiltà e con grandi città
(ad esempio già nel 1949 Teheran aveva superato di
parecchio il milione di abitanti), erano rappresentati
da fantocci dell’imperialismo. Fino alla rivoluzione
del 1979 il regime dello scià non si limitava ad
assecondare gli Stati Uniti, ma esercitava in una
vasta area una funzione di “gendarme” (dagli
emirati e dall’Oman, alla Somalia e al Sudan).
Anche l’Iraq
era stato a lungo un baluardo dell’imperialismo
britannico, con un re straniero, e un esercito
inquadrato da ufficiali inglesi, fino alla rivoluzione
del 14 luglio 1958, che fece letteralmente a pezzi il
re e il suo onnipotente consigliere Nuri Said.
L’Iraq peraltro era stato costruito assemblando due
province ottomane (i vilayet di Bagdad e Basra, da cui
era stato staccato il Kuweit), con l’aggiunta
successiva di una parte del territorio curdo più
ricco di petrolio.
Il Libano, che
era stato creato per dividere la Siria, era ancora più
artificiale, e aveva richiesto ai suoi protettori
francesi uno sforzo di ingegneria costituzionale per
suddividere le cariche dello Stato tra le varie
comunità religiose. Ma quando nel 1958 gli echi della
rivoluzione irachena avevano fatto temere un successo
delle forze laiche e antimperialiste, era giunta la VI
flotta USA con 5.000 marines
a puntellare il regime, mentre paracadutisti
britannici facevano lo stesso in Giordania.
Tuttavia gli
stessi paesi che avevano portato a termine rivoluzioni
nazionaliste e potenzialmente antimperialiste (per
primo l’Egitto nel 1952, che pure aveva resistito al
tentativo di piegarlo con l’aggressione militare
franco-britannica-israeliana del 1956, poi l’Iraq),
avevano trovato prima o poi un modus vivendi con
l’imperialismo, tanto più in quanto le loro
rivoluzioni erano state sfalsate nel tempo, e non era
stato facile coordinarle (si pensi al fallimento dei
tentativi di Nasser in tal senso).
Comunque il
funzionamento delle Nazioni Unite ha avuto una
trasformazione nel tempo, e ha modificato il
comportamento degli Stati Uniti nei suoi confronti.
Prima dell’ondata di decolonizzazione dei primi anni
’60 la maggioranza dell’assemblea generale
(composta fino al 1955, quando entra l’Italia con
altri Stati, dai soli 50 Stati fondatori) era
assolutamente allineata con gli Stati Uniti, ed era
l’URSS a boicottarla, rifiutando di pagare le spese
per alcune “operazioni di pace” chiaramente ostili
nei suoi confronti. Ma l’ammissione di molti Stati
ex coloniali, e il ruolo crescente del movimento dei
“paesi non allineati” sorto a Bandung nel 1955 per
iniziativa di leader carismatici come Tito, Nehru e
l’indonesiano Sukarno (ma a cui si aggiunse dal 1959
la Cuba di Castro e Guevara), ha reso poi
l’assemblea assai meno docile ai voleri degli Stati
Uniti, che hanno cominciato a boicottarne il
funzionamento rallentando il pagamento delle quote
annuali necessarie al mantenimento dell’enorme
apparato. Le quote sono previste in proporzione alla
potenza economica, per cui gli Stati Uniti dovrebbero
contribuire per il 25% al bilancio (insieme agli altri
paesi del G8 coprono quasi i tre quarti dei
contributi, le altre nazioni il resto).
Ma alcuni
elementi hanno reso poco significativa questa
trasformazione. Prima di tutto il permanere del
diritto di veto per i cinque paesi membri permanenti
del Consiglio di Sicurezza (Stati Uniti, Francia, Gran
Bretagna, Cina nazionalista e URSS) ha permesso di
rendere vani molti voti dell’assemblea generale.
Anche quando nel 1971 la Cina popolare viene ammessa
finalmente all’ONU, scacciandone la Cina
nazionalista di Taiwan, le cose non cambiano molto,
perché Pechino ha stabilito ormai relazioni
privilegiate con gli USA in nome della lotta contro il
“socialimperialismo sovietico”, e ha quindi
relegato la fraseologia rivoluzionaria a una funzione
puramente ideologica e di immagine. Come oggi la
Russia e prima l’URSS, nei momenti decisivi la Cina
si astiene o esce dalla sala per non esercitare il
diritto di veto. Quindi il Consiglio di Sicurezza è
di fatto l’organo in cui si realizzano le mediazioni
tra gli interessi in parte divergenti delle maggiori
potenze.
Nell’Assemblea
generale, d’altra parte, spesso le risoluzioni sono
volutamente ambigue, un po’ per la speranza di non
vedersele annullare dal Consiglio di Sicurezza, un
po’ per altre ragioni: anche tra i paesi di nuova
indipendenza che fanno parte del Movimento dei non
allineati, molti hanno legami profondi con la vecchia
potenza coloniale, o ne hanno stabiliti di nuovi con
altri paesi imperialisti. Alcuni sono paesi
piccolissimi. Tra i paesi africani ammessi all’ONU
negli anni ’60 ce ne sono 6 con meno di un milione
di abitanti e ben 24 sotto i dieci milioni, e per
giunta quasi tutti poverissimi. In America ci sono
Stati come Bahamas, Barbados, Grenada, Guyana,
Suriname, con una popolazione tra i 100.000 e un
milione di abitanti, in Oceania diversi “Stati”
con poche migliaia di abitanti, tra cui Nauru (famoso
paradiso fiscale, dove sono finiti miliardi di dollari
rubati in Russia) e Tuvalu che ne hanno meno di dieci
mila (ma quest’ultima non è ancora stata ammessa
all’ONU, di cui fanno parte invece perfino Andorra e
San Marino). Svizzera e Vaticano non ci sono per
scelta propria. (Recentemente la Svizzera ci ha
ripensato. Nota di aggiornamento, 27/9/2002).
La
partecipazione di rappresentanti di quei minuscoli
paesi ai lavori delle Nazioni Unite (che pure offrono
a un piccolo paese il grande vantaggio di entrare in
rapporto con tanti Stati con cui non è possibile
avere uno scambio diplomatico diretto) è costosa e
spesso viene “sponsorizzata” indirettamente da una
delle potenze imperialiste (certo non ne hanno bisogno
i paradisi fiscali come il Liechtenstein, che ha solo
25.000 abitanti, ma un PIL pro capite di 37.000 $
annui…). Per un certo tempo, prima del 1989, alcuni
paesi africani che si sono schierati nell’area
sovietica, pur non differendo molto dai loro vicini
proimperialisti, per partecipare alle sessioni
dell’Assemblea generale hanno avuto analogamente
bisogno dell’appoggio economico dell’URSS. Che
tuttavia (contrariamente alla mitologia dei nostalgici
del “campismo”) ha sempre trovato un accordo di
convivenza con l’imperialismo statunitense, basata
sul fatto che ciascuna delle due maggiori potenze ha
denunciato con grande foga le malefatte dell’altra,
ma in realtà ciascuna si è occupata del proprio
“orto riservato” senza mettere il naso in quello
dell’altra (salvo quando riteneva che fosse stato
pericolosamente violato l’equilibrio strategico,
come avvenne nel caso dei missili sovietici a Cuba nel
1962).
Basti pensare
al modo con cui Patrice Lumumba, che nel 1960 aveva
chiesto aiuto all’URSS contro la secessione
appoggiata dai paracadutisti belgi, fu convinto dai
sovietici a chiedere l’intervento dell’ONU, che
coprì invece gli aggressori e lasciò che Lumumba
fosse rapito e consegnato ai suoi peggiori nemici che
lo assassinarono.
Viceversa
l’invasione sovietica dell’Ungheria nel 1956,
contro un governo riconosciuto dall’URSS come
legittimo fino al giorno prima e indubbiamente
appoggiato da un largo consenso popolare, suscitò
violente ma platoniche denunce pubbliche, mentre in
via riservata (si è scoperto dopo decenni negli
archivi del Dipartimento di Stato americano) si
assicurava l’URSS che gli USA non avevano nessun
interesse all’Ungheria. Come a dire: fate pure.
Alcuni degli
apologeti dell’ONU mettono nel suo bilancio la
decolonizzazione politica, attribuendone il merito a
una risoluzione dell’Assemblea generale del 1960 e
al Comitato speciale per la decolonizzazione creato
nel 1961 e ampliato nel 1962. In realtà il merito
dell’ondata di decolonizzazione va alla crisi
morale, materiale e militare delle potenze coloniali
nel corso della seconda guerra mondiale
(soprattutto la Francia, ma anche Belgio e
Olanda, che furono invasi dalle truppe naziste, mentre
la stessa Inghilterra si trovò a lungo in notevoli
difficoltà), poi alla grande umiliazione inflitta nel
1954 dai Vietcong alla Francia a Dien Bien Phu, che
accelerò la lotta in tutte le colonie francesi.
Che ha fatto
l’ONU invece tra il 1960 e il 1975 per far cessare
la vergognosa dominazione portoghese in Angola,
Mozambico, Capoverde e Guinea? Nulla: è stata la
“rivoluzione dei garofani” in Portogallo a
consentire il successo di una lotta sanguinosissima
che durava da anni. E quando il Sudafrica razzista si
è sostituito ai portoghesi (come gli Stati Uniti in
Vietnam dopo il ritiro francese) attaccando
direttamente l’Angola e indirettamente il Mozambico,
che ruolo ha avuto l’ONU? Nessuno. Senza l’aiuto
generoso dei cubani quei paesi sarebbero stati ridotti
in una nuova schiavitù.
Anche
l’indipendenza della Namibia dalla dominazione
sudafricana, che gli esaltatori dell’ONU ascrivono a
suo merito, è stata invece causata soprattutto dalla
pesante sconfitta inflitta al Sudafrica dai cubani
insieme agli angolani a Cuito Cuanavale. L’ONU al
massimo ha fatto la “registrazione notarile” di un
cambiamento che obbligava i razzisti sudafricani a una
svolta profonda anche in patria, tirando fuori Mandela
dal carcere in cui era stato gettato per 27 anni come
“terrorista” per affidargli il difficile compito
di guidare il paese a una pacificazione (e di
convincere la maggioranza nera ad accettare che terre
e proprietà restassero nelle mani dei vecchi
dominatori).
Viceversa si
sono registrati alcuni casi di esclusione basata su
criteri politici per lo meno discutibili. A parte la
Cina fino al 1971, che era già un caso macroscopico,
dopo la dissoluzione della grande Jugoslavia è stata
tenuta in quarantena per anni la piccola Jugoslavia
(Serbia e Montenegro), mentre sono state riconosciute
tutte le altre repubbliche, compresa la Croazia di
Tudjman, colpevole di gravissime violazioni dei
diritti delle minoranze e di crimini non minori della
Serbia di Milosevic. Oppure il riconoscimento è stato
negato per anni al governo esistente, congelando
invece per anni la delegazione del precedente regime:
sembra incredibile, ma è accaduto con la Cambogia,
dove la delegazione ammessa per anni era quella degli
Khmer rossi, barbarici e criminali stalinisti
responsabili della morte di un milione e
settecentomila cambogiani; e non quella del governo
filovietnamita che ne aveva preso il posto nel 1979.
Ma gli Khmer rossi erano filocinesi e antivietnamiti,
quindi antisovietici, e venivano protetti per questo
dagli occidentali!
Naturalmente
il bilancio più negativo dell’ONU riguarda quello
che non ha fatto, i troppi casi di inerzia, di
ambiguità, di passività, o di interventi tardivi
quando i massacri erano avvenuti (il caso più chiaro
è quello di Timor Est, in cui si promuove un
referendum dopo anni di massacri impuniti, ma prima di
intervenire si aspetta che gli indonesiani perdenti
possano massacrare i “vincitori” per oltre un
mese). Ma l’ONU non ha risolto nulla in troppi altri
casi, dalla repubblica Saharawi invasa dal Marocco a
Cipro, per non parlare della Palestina o del
Kurdistan… E in troppi altri casi ha lasciato fare o
anche delegato formalmente a organizzazioni locali non
rappresentative (Nato, Organizzazione degli Stati
Americani, idem per l’Africa, ecc.).
Nessun impegno
e neppure una protesta per la mancata attuazione delle
risoluzioni più reclamizzate come “apporto
positivo” dell’ONU, da quelle contro l’embargo a
Cuba a quelle per il ritiro di Israele dai territori
palestinesi occupati. Le richieste palestinesi non
sono mai state accolte, anche quando chiedevano un
minimo di osservatori internazionali. Già questo
renderebbe scandaloso il premio Nobel a Kofi Annan, se
non fosse per il gran numero di criminali e
guerrafondai che sono stati premiati nel corso di un
secolo (…).
L’anno prossimo il premio lo daranno perfino a
Sharon, se accetterà di ritirarsi ?
Inoltre va
ricordato a chi chiede sempre l’intervento
dell’ONU, che di esso fanno parte organismi come il
FMI e la Banca Mondiale, responsabili
dell’affamamento e della crisi sociale di tutti i
paesi indebitati (dove
questi organismi fanno la parte degli esattori
per gli strozzini internazionali che hanno ridotto in
miseria tanti paesi). E in questi organismi (nati
insieme all’ONU nel 1945, e parte integrante della
sua struttura) la democrazia è tanto sviluppata che
non si vota per paese ma direttamente per capitali,
sicché i paesi poveri non contano niente neppure
formalmente. Vogliamo riformarli? Ma quale dei tanti
paesi imperialisti che spadroneggiano in tutte le
organizzazioni internazionali appoggerà la minima
riforma democratica che limiti le loro azioni?