Una Fiat pubblica?
di Franco Turigliatto*


«È il mercato, bellezza». Potrebbe essere questo il commento alla vicenda Fiat, alla nuova crisi – la più grave di tutte – che sta investendo la Fiat auto e che rischia di produrre uno sconquasso sociale di grandi proporzioni in tutto il settore dell’indotto, coinvolgendo l’insieme dell’economia piemontese e con guasti sociali enormi sul territorio di Torino.
La Fiat ha perso la guerra. Nella spietata concorrenza capitalista che, soprattutto negli ultimi anni, è divampata tra le grandi case costruttrici – complice anche un mercato internazionale che non ha conosciuto lo sviluppo auspicato – la casa torinese non ha retto l’impatto: troppe scelte si sono rivelate errate. Scarsa innovazione delle produzioni, acquisizioni di mercato mancate, modelli inadeguati, la riduzione dei costi tutta puntata solo sulla riduzione del personale anziché su piani di sviluppo più complessivi.

Strategie sbagliate e debiti enormi
La Fiat aveva retto abbastanza bene nel corso degli ultimi 20 anni, dopo le vicende dell’ottanta pur essendo un produttore relativamente più piccolo di molti altri. Ma alla fine i nodi sono venuti al pettine. Naturalmente anche per altri. Si pensi alla integrazione della Crysler nella Daimler o della Nissan nella Renault con riduzioni occupazionali e di siti produttivi di straordinaria ampiezza, cioè con ripercussioni sociali enormi.
Per la Fiat la strada era già segnata da alcuni anni. Solo chi non aveva voluto vedere e capire aveva potuto pensare che l’accordo con la General Motors di due anni fa costituisse un punto di rilancio della Fiat auto. La realtà era un’altra, la famiglia Agnelli e l’azionariato Fiat avevano capito di non farcela, che era troppo rischioso continuare a giocare la partita dell’auto, e che era meglio per loro vendere e passare la mano, investendo i soldi in altri affari più lucrativi nell’immediato e a portata di mano: dalle sempre attuali speculazioni edilizie, alle Olimpiadi, all’energia.
L’accordo con la GM era solo una vendita dilazionata, molto ben pagata per quanto riguarda la prima tranche, anche se tutto lascia pensare che la casa di Detroit non sia per il seguito disponibile a pagare il resto a un prezzo così elevato.
Infatti, per vendere bene il tutto, per l’azienda occorreva stare a galla meglio di quanto abbia fatto nell’ultimo anno, con perdita di quote di mercato sia in Europa che in Italia (per non parlare delle difficoltà di alcuni paesi del terzo mondo tra cui l’Argentina dove erano state giocate alcune carte importanti rivelatesi poi scarsamente produttive). Il mercato si riduce, ma mentre altre case, compresa la piccola Peugeot, contengono le perdite, la Fiat precipita in una frana di vendite.
Ma non si tratta solo di crisi di modelli. La Fiat è anche, e soprattutto, oberata da debiti crescenti, che hanno messo in allarme le banche e il mondo finanziario. In effetti, la dimensione dell’indebitamento è piuttosto impressionate: l’Unità è arrivata a stimarlo, tenendo conto anche della aziende consociate, in termini lordi vicino ai 100 miliardi di lire.
In questa situazione non è da escludere che la GM possa decidere di “stare alla finestra”, come ha fatto anche con la Daewo, e aspettare che la crisi monti, fino a poter comprare a prezzi stracciati soltanto i pezzi che possono interessarle rispetto alle sue strategie mondiali.

Gli interessi in campo
In questo quadro si evidenzia la dicotomia che esiste tra gli interessi degli azionisti Fiat e quelli della società e del paese.
Da una parte gli interessi della famiglia e degli azionisti puntano a impedire la precipitazione del valore delle azioni per riuscire a vendere abbastanza rapidamente e bene il tutto, chiudendo la storia della Fiat auto. Per reggere questo gioco sono però costretti a operazioni non facili e rischiose: vendere altri pezzi importanti del gruppo, non solo le Marelli (ma queste da mesi sono sul mercato e non trovano compratori, anche se non è åda escludere che questo dipenda dalle tattiche degli avvoltoi), ma anche la pregiatissima Comau. Qualcuno parla perfino dell’Iveco.
Dall’altra parte ci sono gli interessi della collettività, cioè gli interessi sociali di non disperdere un patrimonio di così grande dimensione e migliaia di posti di lavoro. Si tratta da un lato di mantenere, come in tutti gli altri grandi paesi industriali, un’azienda produttrice di auto, settore che al di là di ogni considerazione, costituisce un perno dello sviluppo economico. C’è poi l’interesse della collettività a impedire una nuova ecatombe di posti di lavoro, a impedire un ulteriore ridimensionamento dell’unico stabilimento produttivo rimasto nella situazione torinese, quello di Mirafiori. Per evitare che divenga un relitto del tutto inutile e pronto avenir chiuso del tutto.
Ci sono infine le migliaia di altri posti di lavoro in pericolo non solo in Piemonte, ma in tutto il paese e il complesso sistema dell’indotto che occupa sul territorio piemontese circa 70.000 addetti e che produce per il 60% per la Fiat auto.
Il rischio di una trasformazione senza precedenti del panorama industriale di Torino è molto presente, e molto più che nell’ottanta (l’anno dei 24.000 cassintegrati); appare il pericolo di ricadute sociali enormi ed imprevedibili.

Anche gli struzzi vorranno vedere?
Naturalmente non sarà la fine di tutta l’industria automobilistica nel nostro paese. Non tutte le fabbriche dell’auto scompariranno: resterà qualcosa, probabilmente a Sud, dove già oggi esistono diverse condizioni normative e turnazioni di orario, più sfavorevoli ai lavoratori.
Tutto questo era chiaro da parecchio tempo ma, con la sola eccezione di Rifondazione, nessuno aveva voluto vederlo e ancora oggi il Sindaco di centrosinistra di Torino e il Presidente di centrodestra della Regione, vanno a gara nel minimizzare la gravità della situazione, ragionando, come del resto fa il governo, solo in termini di ammortizzatori sociali e dichiarando la speranza in un futuro più roseo illudendosi e illudendo a proposito di Olimpiadi, di sviluppo – incerto ed improbabile – delle telecomunicazioni.
Tutti costoro partono dal presupposto che il mercato deve restare sovrano e che il manovratore, a cui era stata data, non solo completa libertà di manovra, ma anche investimenti a pioggia e senza fine, ha sbagliato tutto: era stato detto che solo i privati sanno far bene il proprio mestiere nell’interesse di tutti e il risultato è che questi privati, così bravi, hanno perso la guerra mondiale. Così, oggi, la principale azienda privata del paese rischia di scomparire. Bravo, sarebbe il caso di dire.

Verso quali conclusioni?
Ma a pagare, naturalmente, dovrebbero essere i lavoratori che secondo il parere dominante non possono che essere le vittime destinate dei disastri delle guerre commerciali perse.
La Fiom ha assunto una posizione molto decisa, corretta nel denunciare il disastro occupazionale, sostenendo una posizione che rifiuta qualsiasi discussione in termini di ammortizzatori sociali, proponendosi di difendere tutti i posti di lavoro mediante l’utilizzo della riduzione di orario modello Wolksvagen.
Forte è anche la richiesta di un nuovo intervento pubblico che, in funzione della necessità di mantenere un settore dell’importanza dell’auto nel nostro paese, vincoli la Fiat a un piano di sviluppo, a puntare sulle innovazioni di prodotto, a intervenire sul settore delle vetture ecologiche ecc.
Tutto questo è certamente giusto; è sicuramente anche corretto avanzarlo come propaganda per denunciare le responsabilità della famiglia Agnelli, che da Torino e dall’Italia hanno avuto tutto.
Altrettanto giusto è affrontare la vicenda della Fiat nell’ambito più complessivo e proporre, per quanto riguarda il territorio torinese, una vertenza sociale che definisca altre linee di sviluppo rispetto a quelle proposte dai poteri forti. Questi puntano infatti sulle “grandi opere” e su un presunto sviluppo occupazionale nel terziario e nel turismo, combinati con qualche produzione di nicchia e qualche speranza in altre tecnologie legate all’informatica e alle telecomunicazioni. Il tutto, peraltro, condito in una salsa che poco ha a che fare con le compatibilità ambientali.
Quel che nei fatti rischia di diventare il nocciolo duro della questione è l’utopia di pensare che gli azionisti Fiat mettano mano al portafoglio per agire in una ottica di interesse collettivo. Si appelleranno alla sacralità della proprietà privata e a tutta l’ideologia sulla razionalità del mercato profusa a piene mani in questi anni. Invocheranno il non intervento del pubblico nell’economia. Si proporranno di fare profitti anche in questa occasione e di salvare la pelle agli azionisti che contano.
Dall’altro, c’è il pericolo che un ulteriore aggravamento delle condizioni di mercato e della situazione debitoria della Fiat porti l’azienda a subire un vero e proprio strangolamento da parte della GM o di altri che avessero interesse ad acquisire pezzi della Fiat auto a bassi costi.
E dove stanno gli interessi della collettività, schiacciati tra le mire di vendita e le ristrutturazione attuali e quelle più radicali e definitive della GM? In questo scenario è proprio la GM a fare da sfondo al dramma, anche se nessuno dei due schieramenti politici, né il governo, né le amministrazioni locali, hanno mai voluto chiamare in causa i padroni americani, che sono in realtà quelli che hanno in mano il gioco. Il governo dovrebbe trattare il futuro e la sorte della Fiat direttamente con i padroni di oltre oceano.
Questa eventualità – che potrà prodursi in termini temporali abbastanza rapidi – comporta invece, dal punto di vista degli interessi dei lavoratori e della collettività, che vengano rimesse in discussione le logiche di mercato e della proprietà . O si accetta la logica feroce del liberismo, che ha come conseguenze un disastro sociale, o si mette in campo l’intervento del pubblico, dello Stato in quanto portatore di interessi collettivi e sociali. La Fiat non può fare quello che vuole. Siamo di fronte a eventi gravissimi che richiedono intervento assolutamente straordinari, quelli, che in termini provocatori, Rocco Papandrea sulle colonne di Liberazione ha definito «commissariare la Fiat». In altri termini, per salvare un patrimonio economico e occupazionale, può essere necessario un intervento più forte, direttamente sulla proprietà, per gli interessi collettivi contro quelli privati.
Qualcuno ha sorriso, quando sono stati introdotti questi ragionamenti, che certo sono molto controcorrente, ma che dovrebbero essere meno controcorrente nella sinistra radicale: «Ma come, volete forse la nazionalizzazione della Fiat», sembrano volerci dire. La risposta non può che essere: «Se necessario si; se questo può impedire lo smantellamento di questa azienda, di questa ricchezza prodotta in 100 anni con il lavoro di molte generazioni di lavoratrici e di lavoratori, ebbene, si». Il fatto che si vada contro corrente, cioè contro la logica del capitale, contro la logica degli azionisti, il fatto che sia fatta tabula rasa dell’intervento pubblico, che si abbia paura anche tra di noi a chiamare le cose necessarie con il loro nome nulla toglie alla impellenza di un intervento di comando che rompa con le regole del capitalismo e del liberismo.
«È il mercato bellezza». Ma se il mercato provoca, come è nella realtà, insopportabili contraddizioni e penalizzazioni sempre più forti per la classe lavoratrice, la lotta, la mobilitazione di massa, l’azione collettiva, l’imposizione di un intervento pubblico a difesa della società devono imporsi. Occorre vincere la partita perché i loro profitti non valgono le nostre vite.

(*) della Direzione nazionale del Prc

 

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