FIAT
e democrazia partecipativa.
di Livio Maitan
Sulla
drammatica vicenda della Fiat Liberazione ha
fornito, oltre a informazioni esaurienti di prima mano,
editoriali e commenti di compagni con
responsabilita' dirigenti - da Fausto Bertinotti a
Giorgio Cremaschi, da Franco Turigliatto a Paolo Ferrero
- sulle cui analisi e indicazioni non puo' esserci
che un larghissimo consenso.Per parte mia, vorrei
riprendere, sviluppandoli, qualche aspetto di fondo che
mi paiono degni di ulteriore riflessione.
Il primo e' sul terreno analitico. La crisi che investe
la Fiat si inserisce nella piu' ampia crisi mondiale
dell'industria automobilistica. Non interessa tanto, a
mio avviso, chiedersi se ci sia un restringimento del
mercato, effettivo o tendenziale. Certo e' che, come ha
sottolineato anche De Cecco su La Repubblica, c'e' stata
una riorganizzazione dei settori del mercato stesso e,
quel che ancora piu' importante, esiste un potenziale
produttivo in eccedenza (persino in Cina!). In queste
condizioni, nell'ambito di un ristagno che si prolunga,
la concorrenza diventa
inevitabilmente piu' brutale, con ricadute di tensioni
tra le stesse vittime in aree geografiche continentali e
in regioni di uno stesso paese. Comunque a lasciarci le
penne sono sempre i piu' deboli, per avere commesso
errori, come e' il caso della Fiat, o anche senza averne
commessi. Ed e' difficile immaginare come le cose
possano cambiare a scadenza ragionevole. La crisi
dell'auto e' una crisi strutturale in cui da tempo si
intrecciano, e ancor piu' si intrecceranno in futuro,
ragioni strettamente socio-economiche e ragioni
ambientali, ogni giorno che passa piu' angosciose. In
ultima analisi, quello che si imporrebbe e' un
complessivo progetto economico-industriale alternativo.
Nessuna delle soluzioni avanzate, per ora a tastoni da
Fiat, General Motors, Berlusconi e compagnia va, ne'
puo' andare, in questa direzione.
Non riprendendo le giuste critiche gia'
fatte in proposito, mi sembra di dover sottolineare come
emergano anche in questa circostanza non solo i
fallimenti pratici, tutt'altro che marginali, delle
ricette del neoliberismo, ma anche l'eclissi, almeno
parziale, dell'ideologia del neoliberismo stesso. Forse
qualche riflessione dovrebbero farla anche gli
ispiratori di quello che resta dell'Ulivo. Per quanto ci
riguarda, capisco che, per mettere in difficolta' i
neoliberisti, si citino i casi di grandi gruppi in cui
e' presente una partecipazione pubblica e che si trovano
in condizioni migliori della Fiat. Non va, pero',
dimenticato che il rilancio, per il momento, della
Renault e' stato ottenuto con ristrutturazioni drastiche
ad opera di manager ben poco
"compassionevoli". Quanto alla Volkswagen,
chiediamo qualche informazione in Catalogna, il cui
rilevante settore automobilistico Volkswagen-Seat e'
attualmente minacciato da trasferimenti di impianti in
paesi dell'Europa centro-orientale dove si ipotizzano
tassi di sfruttamento ben piu' elevati.
Benissimo abbiamo fatto, infine, a indicare l'obiettivo
della nazionalizzazione: sia per la sua portata nel caso
concreto, sia per l' indicazione piu' generale che
racchiude, politico-culturale oltre che socio-economica.
Dobbiamo, tuttavia, affrontare piu' esplicitamente due
questioni.
In primo luogo, rispondendo a chi ci accusa di
accettare l'idea della nazionalizzazione delle
perdite, dobbiamo rispondere con le giustissime
considerazioni gia' fatte. Va aggiunto che per noi una
nazionalizzazione non comporta automaticamente un
indennizzo. Non si tratta di una questione astrattamente
di principio, ma concreta. Non puo' essere evocato il
precedente della nazionalizzazione dell'industria
elettrica che, al di la' dei risultati sul piano
strettamente produttivo del settore, ha comportato
ingenti vantaggi per i capitali privati indennizzati.
Tanto meno lo si puo' evocare date le condizioni
fallimentari denunciate. Staremo, peraltro, a vedere a
quali condizioni comprera' eventualmente la General
Motors, che cerchera' di pagare il meno possibile.
Comunque per noi, nazionalizzazione non puo' significare
in alcun modo versare denaro pubblico nelle casse degli
Agnelli e compagnia permettendo loro di accrescere le
loro operazioni finanziarie.
La seconda questione e' ancora piu' importante. A chi
affidiamo la gestione di una Fiat eventualmente
nazionalizzata? A qualche ministero, direttamente o
tramite a Sviluppo per l'Italia, rassegnandoci al
riemergere di vecchi carrozzoni? Se prendiamo sul serio
quello che abbiamo detto a Porto Alegre e al nostro
ultimo congresso sulla democrazia partecipativa, diciamo
a tutti, a cominciare da noi stessi: Hic Rhodus! Hic
salta! Detto in altri termini: questa e' la volta buona
per fissare come obiettivo una partecipazione
democratica dei piu' direttamente interessati, cioe' dei
lavoratori, alla gestione dell'azienda, con la
collaborazione di tutte le competenze di cui riterranno
di avvalersi.
14 ottobre 2002
Livio Maitan