G8 un anno dopo

Le bugie di Genova
Molotov sequestrate in strada durante gli scontri del mattino e riapparse alla Diaz di notte. Ordini dati e poi negati. Perizie che escludono ferite su agenti... I risultati di un anno di inchieste

di Roberto Di Caro

 

Il senso dell'inchiesta della magistratura genovese sui fatti del G8, e le sue disastrose conseguenze sulle istituzioni, stanno in una vecchia striscia dei Peanuts di Charles Schultz. Lucy: «Guarda, una rara farfalla europea, ha traversato l'oceano per venire da noi!» Linus: «È una patatina, non una farfalla». Lucy: «Oh! Chissà come avrà fatto a volare sull'oceano!».

Ecco. Le chips non volano: che Lucy pretenda di tenere in piedi il suo ragionamento è un nonsense, per questo ci fa ridere. Ma non volano neppure le bottiglie molotov sequestrate alle 16.30 in un'aiuola in corso Italia dal vicequestore aggiunto Pasquale Guaglione e da lui consegnate a un camion del primo reparto mobile, poi risequestrate a mezzanotte alla scuola Diaz durante l'irruzione della polizia: al primo piano da uomini del primo reparto stando a un rapporto, al pianterreno da uomini della Digos e dello Sco secondo un altro. Né i picconi si aprono da soli le porte dello sgabuzzino dove stanno riposti per lavori di ristrutturazione, per la gioia di essere trovati da uno zelante agente tra una manganellata e l'altra. Né si lanciano da soli contro le quattro volanti, dalle finestre della scuola quartier generale del Genoa social forum, i sassi che nessuno ha visto ma di cui sta scritto nel rapporto firmato da Massimiliano Di Bernardini del Nucleo antisommossa e steso, racconterà poi, per sentito dire («un agente deve avermi raccontato che volava di tutto»: sassi che insieme alle molotov servirono a giustificare l'irruzione alla Diaz).

E se sassi, picconi e molotov non volano più delle chips del fumetto, allora salta l'intera ricostruzione fornita, già nella prima conferenza stampa la sera stessa davanti alla Diaz mentre ancora portavano via i feriti, da Roberto Sgalla, portavoce del capo della Polizia, e ribadita la mattina di domenica in Questura, presente l'allora questore Francesco Colucci.

A un anno di distanza, dimostrata falsa la prima versione, la Polizia si ritrova senza una nuova spiegazione dei fatti. Cerca i burloni che chissà perché hanno sistemato molotov e picconi dove faceva comodo che fossero e riferito all'estensore dei rapporti di quei sassi così utili e così evanescenti. Ma questa logica se la può permettere la ricciuta bambina dei Peanuts. Non la Polizia italiana. Non i suoi vertici, presenti quasi al completo alla Diaz la sera del 21 luglio 2001 e per questo inquisiti per falso e calunnia: perché se le motivazioni fornite sono false, allora non c'era motivo per fare quell'irruzione. O, peggio, lo scopo c'era ma non era quello dichiarato.

Andiamo avanti. Dalla Diaz vennero portate fuori e poi arrestate 93 persone, 62 delle quali ferite, con costole rotte, una milza spappolata, svariati traumi cranici. Perquisizione immotivata ma arresti motivati? «In questa situazione, sicuramente aggravata dalle condizioni sanitarie di diversi giovani, è maturata la determinazione di effettuare l'arresto di tutti gli occupanti dell'immobile, contestando loro i delitti di associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio, lesioni, violenza, minaccia e resistenza a pubblico ufficiale, senza disporre, per ognuno di loro, di elementi che consentissero di ascrivere con una certa sicurezza specifiche responsabilità personali». Capito? Senza disporre di elementi eccetera. Arresti di massa. Arresti non giustificati. E chi lo scrive? Un legale del Social forum, una fanzine no global, un magistrato toga rossa? Sbagliato. Sotto la dicitura "Ministero dell'Interno, Dipartimento della Pubblica Sicurezza", il passaggio sta nel Rapporto Micalizio, ispettore degli Interni incaricato dal capo della Polizia Gianni De Gennaro. Stesse conclusioni del resto ha tratto il Gip, che dei 93 arresti compiuti quella sera alla Diaz ne ha confermato uno solo.

"Come volano le molotov": è il capitolo che stanno scrivendo i magistrati, a partire dall'interrogatorio di Pietro Troiani, vice questore aggiunto del Reparto Mobile della Polizia di Roma, che Di Bernardini vide alla Diaz, in mano le due molotov in bottiglie di rosso Merlot e Colli piacentini. Deposizione segretata: perché quelle bottiglie passano probabilmente nei locali della Questura, certo in mani pesanti, non solo in quelle dell'ultimo agente. E quel filo, snocciolato un granello alla volta come il rosario, porta a chi diede l'ordine di organizzare la messinscena. Particolare inquietante: quando la magistratura ha chiesto alla Polizia l'elenco del personale che entrò quella sera alla Diaz è arrivata una lista di 292 nomi, compresi quelli che stavano nei paraggi , ma il nome di Troiani non c'era.

Il capitolo precedente s'intitola gogolianamente "il giubbotto" e vi si narra come i due tagli sul giubbotto antiproiettile dell'agente Massimo Nocera, sedicente accoltellato appena entrato alla Diaz da un non identificato no global, risultino ai Ris dei Carabinieri incompatibili tra loro e con la testimonianza di Nocera.

Tutto da scrivere è l'epilogo. Là dove si dovrebbe sciogliere l'enigma del chi ha deciso il blitz - e perché - visto che le motivazioni finora addotte non reggono. Curiosi appaiono infatti i rapporti gerarchici nella nostra Polizia, a dar retta alle precedenti testimonianze. Racconta il prefetto Arnaldo La Barbera che poco prima del blitz, in auto con il primo dirigente Vincenzo Canterini, gli dice «passiamo mano, non è cosa». Ma Canterini insiste, «no, facciamolo lo stesso»: sicché si fa. Solo che La Barbera era all'epoca il direttore dell'Ucigos, Canterini il capo del primo reparto mobile di Roma: in quale esercito gli ufficiali decidono le strategie e i generali si adeguano di malavoglia? Canterini, per parte sua, ha smentito.

Da fine maggio la Polizia collabora con i magistrati, con una task force d'indagine voluta da De Gennaro e guidata da Claudio Sanfilippo, già capo della Catturandi a Palermo e ora della Mobile a Genova. Con tutte le difficoltà di indagare in una struttura gerarchica in cui sotto inchiesta sono proprio i suoi vertici. Negli alti gradi, del resto, è un fuggi fuggi generale: ora sembra stessero tutti lì come osservatori di passaggio. Franco Gratteri, capo dello Sco, Servizio centrale operativo, interrogatorio di 11 ore, segretato. Il suo vice Gilberto Caldarozzi. Il vice di La Barbera, Gianni Luperi. Il citato Di Bernardini. Spartaco Mortola, capo della Digos di Genova. Lorenzo Murgolo, all'epoca questore vicario di Bologna dove ora è a capo della Digos. L'allora questore Francesco Colucci. Alle 10.30 sono tutti in Questura alla riunione dove si decide il blitz: solo il prefetto Ansoino Andreassi se ne va, in disaccordo, come testimonierà alla commissione parlamentare d'inchiesta. C'è invece La Barbera, che quel sabato arriva da Roma per compiti tecnici secondo lui; o, secondo quella che è ormai una precisa ipotesi processuale, perché porta l'ordine di intervenire duro contro quel Social forum che Berlusconi il giorno dopo dirà non essere diverso dai black bloc. A Genova c'è già il vicepremier Gianfranco Fini, poi arriva anche il ministro della Giustizia Roberto Castelli.

La catena di comando, questo è il punto. Gli ordini primi. Lo scopo vero dell'operazione. Se si chiarisce questo, anche gli altri fatti tragici di quei giorni assumono un preciso significato. La caserma di Bolzaneto, le vessazioni fisiche e psicologiche inflitte agli arrestati, per cui sono indagati il vicecapo genovese della Digos Alessandro Perugini, un medico, alcuni poliziotti, carabinieri, finanzieri e Gom, polizia penitenziaria. Gli scontri di piazza in via Gastaldi e in piazza Manin, per i quali sono stati identificati e indagati alcuni genovesi che facevano da guida ai 5-600 black bloc: ma la domanda è perché le forze dell'ordine i black bloc non li fermano, come in cima alla ripida scalinata di fronte al carcere di Marassi. Dove, racconta Giuliano Giuliani, padre di Carlo, «bastavano due agenti panciuti per farli rotolare giù, e invece la polizia si scosta, i black bloc salgono, devastano, incendiano, rovesciano i banchetti e picchiano i pacifisti di Rete Lilliput». Altri filmati mostrano un fitto parlottare tra black bloc e alcuni uomini dello Stato.

In questo contesto, anche la morte di Carlo Giuliani, venerdì 20 alle 17.27 in piazza Alimonda, diventa altra cosa da ciò che finirà nelle conclusioni delle indagini, con l'annunciata archiviazione delle accuse per il carabiniere Mario Placanica, il militare di leva che ha sparato. Forse il proiettile è stato deviato da un sasso che volava in aria in quell'istante: lo sostengono alcuni dei periti e in Procura sembrano crederci. Ma a scorrere i filmati degli scontri c'è da stupirsi che i morti non siano stati tre, cinque, dieci. Di certo ci fu una gestione disastrosa della piazza. Per incompetenza o per scelta politica?

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