IMPERIALISMO, GUERRA E RESISTENZA
Fernando Martínez Heredia*


* Una versione abbreviata del testo è stata presentata dall´autore il 24 gennaio 2003 nel Panel 1 dell´Area 5, "Impero, guerra e unilateralismo", una delle iniziative centrali del III Forum sociale mondiale di Porto Alegre. La conferenza chiedeva di riferirsi alla "contraddizione del sistema internazionale, in base all´analisi del significato attuale di impero e dell´auge dell´unilateralismo. Logica del terrore e guerra, inesistenza della legalità internazionale. Come si può infrangere l´egemonia interna ed esterna del governo degli Stati Uniti?". Questa versione finale contiene una valutazione degli avvenimenti aggiornata al 13 aprile.


In questo incontro abbiamo il compito di affrontare un lavoro di individuazione e di analisi dei tratti di fondo dell´imperialismo contemporaneo. Non dico "impero", perché ritengo che il termine, che va di moda da qualche tempo, non sia adeguato a definire il fenomeno al quale allude, mentre lo è il concetto di "imperialismo", che ha alle spalle un secolo di elaborazioni scientifiche e un chiaro significato ideologico che non dobbiamo disperdere.(1) A mio avviso, gli studiosi dell´attuale imperialismo non possono limitarsi a raccogliere analisi di dati recenti sulla dimensione economica delle imprese, seguite da dati relativi alle sue funeste "conseguenze" sociali; né basta fermarsi a intuizioni concettuali su questa economia. Le analisi dell´imperialismo debbono includere la sua strategia contro il formarsi di alternative ribelli alla sua dominazione e le forme e il grado in cui l´attuale natura di questo sistema rafforza o indebolisce la sua stessa strategia. Solo così potremo contribuire al compito cruciale di stabilire un nesso tra la caratterizzazione del nemico della vita umana e dello stesso pianeta in cui viviamo e il pensiero e le proposte di questo movimento plurale, che ha come denominatore comune quello di conquistare cambiamenti radicali e di contribuire a creare un "altro mondo possibile".
La mia esposizione rimarrà a un livello generale, secondo le richieste di chi ha promosso il dibattito, ma si basa su analisi di situazioni concrete, tenendo comunque presenti le grandi differenze e le specificità che fanno parte dell´argomento da affrontare.
Oggi, su scala mondiale, funzionano due logiche di terrore e di guerra. Una intraprende la via della guerra, dell´intervento violento, o la minaccia di questo dovunque favorisca la dominazione e gli interessi imperialisti, o l´eliminazione di posizioni autonome, o i rischi che si formino ribellioni. I mezzi impiegati sono: pressioni, ricatti e imposizioni; cospirazioni, attentati e sabotaggi terroristi; oppure l´uso dell´esercito in guerre sporche o dichiarate. La sovranità degli Stati come principio del diritto internazionale è violata, nella pratica, a partire dalla rivendicazione della maggioranza dei paesi di esercitare la "democrazia", i "diritti umani" o la "lotta contro la corruzione": nozioni ambigue la cui presenza o meno in ciascun caso è mediata e manipolata dagli stessi che le pretendono. Argomenti che almeno suscitavano discussione, come quelli relativi all´interdipendenza obbligata fra gli Stati, sono spariti e sono stati soppiantati da sconsiderati richiami alla superiorità militare e tecnica, da operazioni limitate con pochi rischi per gli aggressori e crimini impuniti contro la popolazione civile, richiesta di ubbidire e sostenere o affrontare rappresaglie economiche, e operazioni sempre più mendaci e immorali di costruzione dell´opinione pubblica. Si cerca di ottenere che nel mondo tutti accettino come un dato di natura la disuguaglianza, la disparità e gli abusi impliciti in queste violenze.
L´altra logica imperialista consiste in una guerra culturale su tutta la linea, che mobilita strumenti e risorse formidabili e che esercita controlli totalitari sull´informazione, la formazione dell´opinione pubblica, i gusti e le aspirazioni; questa vera e propria guerra mondiale punta a impedire il formarsi di volontà, identità e pensieri che si oppongano alla dominazione. Essa ricorre all´occultamento dei fatti e a menzogne più o meno grezze o raffinate, ma punta anche a offrire elementi e a creare orientamenti diffusi su determinate questioni e su ingiustizie selezionate - in modo molto controllato e manipolatorio - sempre che lo si consideri utile. L´obiettivo è controllare l´intera sfera della coscienza degli uomini per quegli aspetti che risultino interessanti per il sistema dominante. Il più grossolano determinismo economico, la soppressione del passato e del futuro (cioè della memoria e del progetto), la banalizzazione dei problemi, rientrano tra i principi di fondo di questa guerra culturale, su cui vorrei soffermarmi a fare qualche osservazione.
La predilezione per la logica di guerra culturale trova i suoi precedenti nella situazione cui si arrivò dopo il 1945, in cui l´egemonia capitalista, dopo il grande discredito che avevano rappresentato per essa il fascismo e gli orrori della seconda Guerra mondiale, ha dovuto affrontare: rivendicazioni generalizzate di riforme sociali che ridistribuissero il reddito e di riforme democratiche: identità nazionali attive trasformatesi in quell´ondata di lotte e di ideali anticoloniali e di liberazione che hanno percorso il mondo; l´emergere dell´Urss e del suo blocco come una grande potenza rivale; e il prestigio del socialismo come valida proposta di organizzazione sociale. La seconda grande ondata di rivoluzioni del XX secolo è sopraggiunta allora, con il suo centro in Asia, in America Latina e anche in Africa, come una grande sfida all´oppressione, alla fame e al predominio coloniale e neocoloniale, ed è stata in grado di dare vita a potenze al di fuori del sistema capitalista, trasformandosi in polo di attrazione per chi voleva nel mondo radicali cambiamenti. Negli stessi paesi del centro del sistema si giunse a grandi movimenti di protesta, che non accettavano l´ordine della nuova fase imperialista, o avanzavano rivendicazioni sociali o di riconoscimento della propria identità. Liberazione nazionale, sviluppo, riforma agraria, socialismo, femminismo, erano parole largamente presenti e ogni tentativo di riformulare l´egemonia era costretto ad adeguarsi a queste realtà. Pur se repressioni e guerre sono continuate incessantemente nel cosiddetto Terzo mondo - spingendosi fino al genocidio nei tre continenti - il capitalismo si è visto costretto in generale a ricercare intese attraverso negoziazioni, in un clima internazionale contraddistinto dalla decolonizzazione e dalla tendenza a trasformazioni democratiche. Il passaggio al predominio del neocolonialismo, fondamentale rapporto di integrazione nel sistema mondiale capitalista nella fase imperialista, ha stabilito anch´esso tipi di relazioni e di influenze che avevano bisogno, per consolidarsi e legittimarsi, di adattamento alla mutata situazione.(2) Tutta una vasta serie di iniziative sono state diretta a "conquistare la mente e i cuori" - un impegno che fu ben più della frase felice di un documento - e avevano nessi molto stretti con la strategia imperialista delle "guerre di bassa intensità" e le "operazioni segrete [di intelligence]".
Il bipolarismo postbellico tra Stati Uniti e Urss ha avuto ripercussioni molto profonde sui contrasti fra le potenze imperialiste. A partire il 1945 si è sempre avuta la leadership nordamericana sulle alleanze militari in tutto il mondo dominato dal capitalismo; poi, il suo controllo delle finanze e l´approfondirsi della concentrazione capitalista, oltre alla gigantesca presenza ideologica e culturale degli Stati Uniti, hanno determinato il progressivo predominio di questo paese ben al di là di qualsiasi differenza di interessi e della concorrenza economica tra i paesi sviluppati. Il decennio e passa trascorso dalla fine del bipolarismo non ha modificato questa tendenza.
A distanza di mezzo secolo dalla fine della seconda Guerra mondiale, la logica di guerra culturale non esprime soltanto la maturità del capitalismo; è diventata d´obbligo per il sistema, soprattutto per due motivi. Uno è che la sua principale forma di esistenza attuale è il processo di transnazionalizzazione e di dominio del capitale parassitario su scala mondiale, dominio che sta inficiando le basi del meccanismo formatosi nella metà del XX secolo, implicando due esigenze essenziali: una nuova ricolonizzazione del mondo e l´abbandono della forma democratica di dominazione.
Il carattere del sistema di sfruttamento vigente e il modo in cui esso raggiunge il suo obiettivo essenziale, che è il profitto, nonché il grado di concentrazione del potere raggiunto sui terreni principali, hanno lasciato cadere i rapporti sociali capitalistici e i modelli politici, ideologici ed etici tradizionali. Non vi è più spazio per i liberalismi economico o politico, o per i riformismi basati sui ceti medi, né per programmi o atteggiamenti populisti, e non funziona più la vecchia promessa di realizzare gli ideali della modernità. La logica della concorrenza è stata soppiantata da quella dell´esclusione ed è stato accantonato l´ideale del progresso.
Un mondo senza valori né solidarietà, senza un futuro da conquistare né speranze, può sicuramente risultare molto pericoloso. Per scongiurare un simile rischio, una gigantesca operazione di omologazione di sentimenti e idee, di accettazione di criteri e appiattimento di sogni, ha la pretesa di supplire ai limiti cui il capitalismo è pervenuto e di dominare tutti, inclusi gli esclusi, e ottenere un consenso che per noi sarebbe suicida, perché questo sistema non ha spazio in futuro per i più.
L´altro motivo di predilezione per questa seconda logica consiste nell´immensa accumulazione culturale di conoscenze e di esperienze di ribellione che attualmente detengono coloro che sono dominati. Il XX secolo è stato un secolo di intense e coinvolgenti esperienze liberatrici, in cui sono state coinvolte centinaia di milioni di persone. Hanno perso credibilità il colonialismo, il razzismo, la missione dell´uomo bianco e la sua civiltà; si è appreso che la miseria non è un dato di natura, ma ha radici sociali; le nazioni, le etnie, il genere, gli sfruttati, gli emarginati hanno preso coscienza di sé e si sono organizzati; gli oppressi del mondo hanno messo insieme regole, idee, canzoni e rivoluzioni, per sé e su di sé. La gente, i rapporti, le istituzioni, recano le impronte di queste pratiche, delle diversità che hanno acquisito e delle trasformazioni che hanno intrapreso o tentato. La guerra culturale imperialista ha la pretesa di cancellare tutto questo patrimonio di ribellioni che significa maturità culturale, o perlomeno cerca di trasformarlo in passato privo di valore, sempre più confuso e sconosciuto, e lo fa perché si rende conto che questo passato di ribellione è potenzialmente molto pericoloso. Di qui l´impegno per ottenere a tutti i costi questo risultato, cercando di  approfittare delle nostre stesse debolezze.
Tutte e due le logiche di terrore e guerra tengono il mondo in uno stato di violenza quotidiana, violando i diritti di individui, gruppi e nazioni, imponendo la cultura della paura, la frammentazione, l´indifferenza e la rassegnazione, umiliando la condizione umana.
L´imperialismo lavora a sopprimere ogni traccia di progressi nella convivenza umana e nella legalità internazionale, ottenuti - magari solo parzialmente - attraverso incalcolabili sacrifici da parte di varie generazioni. Cerca, tuttavia, di non vedersi costretto ad ammettere esplicitamente di starlo facendo, e per il momento c´è riuscito: quelle che risultano chiaramente in contrasto con il diritto e la giustizia sono solo certe sue azioni determinate. In realtà, è la specifica natura dell´attuale imperialismo ad avere determinato per migliaia di milioni di persone la privazione generalizzata di un´esistenza dignitosa, del lavoro, del godimento di diritti e di servizi sociali, dell´accesso ai progressi dell´ultimo secolo, negando la possibilità di prendersi cura della famiglia e di progredire, di aspirare alla felicità. Le terribili lotte in cui sono morte milioni e milioni di persone hanno fatto sì che al ciclo imperialista di trent´anni di guerre mondiali e di fascismo (1914-45) seguissero decenni di conquiste - certo, sempre interrotti da drammatici arretramenti - su terreni quali la fine del colonialismo, politiche sociali garantite dallo Stato e sistemi democratici. Oggi stiamo invece vivendo una nuova fase di arretramenti, in questo e in altri settori.
La privatizzazione è uno dei meccanismi generali del sistema che ne nasconde alcuni dei tratti peggiori e che rappresenta un o snodo emblematico nella sua ideologia. È la scelta privilegiata della politica economica di coloro che detengono tutti i vantaggi del potere, mascherata da necessità di efficienza, senza che contribuisca minimamente alla concorrenza fra le imprese, perché si è giunti a un livello di concentrazione, di multinazionali, di fusioni mai conosciuto prima. È farsesco proclamare il regno del mercato e dell´iniziativa privata quando mai come oggi sono stati così ferrei i controlli dell´offerta, della domanda, degli investimenti, della produzione, della distribuzione, del consumo, delle finanze e dei vari altri fattori economici. La "privatizzazione" dei rapporti di lavoro lascia il lavoratore in balìa del padrone, sottoposto a forme precarie di occupazione, di salario e di sicurezza sociale. Sfruttato a fondo e "libero" da ogni protezione legale, statale o sindacale; una situazione tanto più grave in quanto la disoccupazione strutturale in questa fase del capitalismo ha ormai raggiunto dimensioni gigantesche e ha cessato di dipendere da cicli congiunturali. L´enorme e crescente fetta di popolazione attiva che non gode di rapporti retributivi decenti né di altre attività economiche soddisfacenti costringe a ricercare risorse e a riprodurre la propria vita e quella familiare ricorrendo a tutto quello che si abbia a portata di mano o si possa tentare; e si da, a questo, il nome di iniziativa individuale, microimprsa, o altre espressioni ciniche che alludono alla libertà di cui gode chi sopravvive "privatamente". Le politiche sociali che avevano introdotto conquiste di giustizia e benessere, in gradi diversi, per le maggioranze del cosiddetto primo mondo, e per larghi settori in parte degli altri paesi, si sono ridotte e tendono a scomparire, e insieme ad esse svaniscono i controlli statali delle attività economiche e la funzione redistributiva e di fornitore di servizi dello Stato nei confronti della società.
Non è vero, certamente, che gli Stati "assottigliati" si indeboliscano; anche quelli più assoggettati all´imperialismo conservano abbastanza forza su due terreni principali: come entità repressive e come mallevatori e canalizzatori dei grandi traffici di capitale e delle istituzioni internazionali, per cui continuano ad avere rilevanza le scelte in campo economico, guidate dal potere e non dal mercato. D´altro canto, le decisioni che contano stanno al di fuori del controllo e della possibilità di incidervi da parte dei governati, sia tramite i legislatori, i giudici, i controllori od altra forma di iniziativa civile. La democrazia politica - nella misura in cui funziona - si è ridotta all´alternanza tra le varie formazioni politiche del sistema e a un fatto pubblico che somiglia piuttosto uno a spettacolo per occupare il tempo libero dei cittadini.
Il vecchio principio dell´autodecisione delle nazioni torna ad essere ridimensionato, manipolato o negato, per la maggior parte dei paesi. La decolonizzazione, trionfante appena mezzo secolo fa, sta invertendo il proprio corso sistematicamente, attraverso nuove forme neocoloniali, ma si tagliano anche fuori dal sistema e si abbandonano alla loro sfortuna regioni prima sistematicamente depredate. Dell´emarginazione, l´esclusione, la fame, la miseria estrema e del flagello di malattie che si potrebbero prevenire e curare e che colpiscono centinaia di milioni di persone, sono piene le pagine dei giornali; ma le multinazionali e lo Stato più potente del pianeta arrivano a opporsi anche alle misure più moderate, come quella sui farmaci generici. Sono caduti i consensi che avevamo conquistato sulla giustizia come condizione per la libertà e sul dovere dei paesi sviluppati di collaborare allo sviluppo di quelli cosiddetti sottosviluppati. Il capitale, che ha devastato l´Africa e ha inventato la moderna schiavitù di massa, che ha fatto incetta di decine di milioni di immigrati a basso costo per massimizzare i suoi profitti e per i suoi patti sociali metropolitani, ora tira fuori la preoccupazione per l´immigrazione e fa credere che sia questo un impegno essenziale della sua agenda, mentre promuove restrizioni e misure persecutorie, suscitando conseguenti rigurgiti razzisti. Nell´attuale fase dell´imperialismo si stanno perdendo i livelli di sovranità e di autonomia che avevano conquistato i paesi del cosiddetto terzo mondo e che erano riconosciuti dai sistemi neocoloniali "ortodossi". Da più di un decennio a questa parte vengo denunciando che si è rimessa in moto una ricolonizzazione "pacifica" del mondo ad opera del grande capitale; oggi tuttavia mi è sempre più difficile continuare a definirla "pacifica".


NOTE
1) L´opera di M. Hardt, T. Negri, Impero (Rizzoli, Milano 2001), ha avuto vasta risonanza e varie riedizioni, suscitando forti polemiche. Per alcune critiche, che condivido, rinvio ad A. Borón, Imperio &Imperialismo, Consejo Latinoamericano de Ciencias Sociales, Buenos Aires, 2002.
2) "Neocolonialismo è il concetto che esprime la dipendenza più o meno totale di un paese con entità statuale formalmente indipendente da un altro Stato (o a più d´uno) che esprime o rappresenta forze economiche molto superiori a quello dello Stato neocolonizzato, forze economiche che costituiscono il principale veicolo del generalizzarsi e del perdurare di quella dipendenza, pur se sorretti da un potere politico, ideologico e anche militare" (F. Martinez, "Neocolonialismo y imperialismo. Las relaciones neocolonialistas de Europa en Africa", in Economia y desarrollo, (L´Avana), n. 58, luglio-agosto 1980, p. 51.

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IMPERIALISMO, GUERRA E RESISTENZA (parte II)
Fernando Martínez Heredia

Niente di quel che sta avvenendo dipende da una corruzione degli ideali o dalla mancata realizzazione della modernità: è la conseguenza obbligata dello sviluppo del capitalismo, per il quale ormai risulta eccedente parte della popolazione del pianeta e dei suoi stessi lavoratori. Non si tratta di fallimenti dovuti a presunte necessità di adeguarsi o di aprirsi, di privatizzare, di combattere l´inflazione o di sapere attirare gli investimenti, di ridurre o sopprimere la spesa sociale, né del mancato rispetto delle leggi economiche generali. Si tratta del vicolo cieco al quale è giunta una precisa economia, quella capitalistica, rispetto alla soddisfazione dei bisogni e alla creazione di opportunità per la maggior parte della gente, e per il pianeta stesso. Lo stesso si potrebbe dire analizzando la dimensione politica, quella delle idee e quella dei rapporti internazionali. Non si può, insomma, riformare il capitalismo: occorre denunciarlo, negarlo, sconfiggerlo e superarlo.
L´imperialismo americano potrebbe contraddistinguersi attraverso le tre parole che figurano nel titolo dell´incontro. È stato il grande beneficiario delle due guerre mondiali e dello stesso bipolarismo, ed è diventato la maggiore potenza capitalistica, economica, finanziaria e militare. Ha assunto il ruolo di avanguardia nell´attacco ai tentativi di sviluppo autonomo e alle ribellioni in tutto il mondo: basti richiamare la guerra del Vietnam per esemplificare il suo brutale uso della forza, fino ad arrivare al genocidio e all´"ecocidio", o il colpo di Stato militare dell´11 settembre 1973 in Cile, per ricordarne le guerre sporche. Ed è anche stato il principale inventore e promotore delle campagne ideologiche perché tutti si diano ai consumi. Nonostante la sua vecchia promessa di progresso, libertà e democrazia sia completamente fallita, con le sue formidabili risorse alimenta l´attrazione della sua proposta culturale, che è sicuramente quella che ha dimostrato maggiore dinamismo e capacità di presa nello scorso secolo. Gli Stati Uniti, tuttavia, non sono stati in grado di contribuire a far avanzare programmi concreti di eliminazione - sia pur parziale - delle conseguenze più gravi del colonialismo e dello sviluppo disuguale nella maggior parte del pianeta, né di consolidare un sistema internazionale che salvaguardi equità nei rapporti, pace e rispetto dei diritti formulati e codificati nel corso del XX secolo, e neanche la difesa dell´ambiente. Anziché questo percorso, ha seguito quello dell´uso del proprio potere e del suo ruolo di protagonista al servizio degli interessi del capitale transnazionale e dell´estorsione finanziaria, del suo irresistibile predominio, di parvenza imperiale.
A partire dalla bancarotta del rivale sovietico, gli Stati Uniti hanno intrapreso una nuova offensiva per il pieno predominio su scala mondiale, impiegando tutti i mezzi a disposizione nella nuova congiuntura degli anni ´90. Il gruppo attualmente dominante nel paese si è spinto ben più in là, nonostante la discutibile legalità dell´elezione presidenziale del 2000. Con inaudita superbia si è autoproclamato campione di una presunta lotta mondiale contro il terrorismo, che lo autorizza a terrorizzare, ricattare, sottomettere o aggredire chiunque voglia, comprese aggressioni preventive "in qualunque oscuro luogo del mondo". Sta cercando di restringere o di rimodellare le regole di convivenza a proprio arbitrario piacimento, di trasformare in qualcosa di naturale le sue costrizioni e i suoi abusi, assumendo certi ruoli e pigli imperiali. Di fronte al suo potere e al suo ricatto gran parte degli Stati si sottomette semplicemente, e l´Onu è andata declinando ben oltre i suoi tentennamenti fino a trasformarsi in ombra. Se mettiamo da parte la fitta coltre di retorica in cui si mescolano vecchi motti sciovinisti e grottesche più recenti arroganti invenzioni - come "giustizia infinita", "asse del male", o "Dio non è neutrale" - i disegni dell´imperialismo nordamericano si potrebbero riassumere in questo: impadronirsi delle maggiori risorse strategiche del pianeta e ottenere tutti i vantaggi nell´economia internazionale, saccheggiare i paesi sottosviluppati e controllare maggiormente gli alleati del "primo mondo", fungere da polizia mondiale e sottoporre il proprio stesso popolo a un misto di manipolazione e coercizione.
I pericoli di guerra aperta si sono rapidamente moltiplicati. Mentre si preparava il III Forum sociale, gli imperialisti si apprestavano alla nuova guerra contro l´Iraq. A mo´ di esemplare illustrazione delle miserie dell´epoca presente, non si discutevano in questo caso le realtà palpabili: dodici anni di aggressione alla vita dei bambini e alla popolazione di quel paese, bombardamenti "limitati", forti ridimensionamenti della sovranità, ispezioni dell´Onu che non trovano quello che si voleva si trovasse. Si avanzavano invece richieste di resa e si predisponeva un crescente spiegamento di forze militari, e il solo problema da discutere era se gli Stati Uniti avessero o meno il diritto di schiacciare l´Iraq senza occuparsi d´altro, o se dovessero aspettare l´"autorizzazione" del Consiglio di Sicurezza dell´Onu.
Il mondo attuale somiglia molto a quello della seconda metà degli anni ´30 del secolo scorso, fatte salve le ovvie differenze. Una superpotenza fa appello all´ideologia della superiorità di una nazione e al suo diritto sovrano di disporre delle altre, fa a pezzi gli organismi e il diritto internazionali, gioca a indebolire gli altri grandi del capitalismo e aspira al governo supremo del pianeta. Per questa via, altera quel controllo indiretto dei suoi stessi cittadini che aveva fatto parte delle basi della propria egemonia interna, e lo porta sul piano inclinato della liquidazione dei suoi diritti, dei rischi della guerra e dell´odio degli altri popoli. Per i paesi a un tempo soci e concorrenti si aprono interrogativi: smettere di sottomettersi, "riappacificarsi",(1) o affrontare la rivalità e la ricerca di nuove alleanze?
I più direttamente colpiti, i popoli della maggior parte dei paesi del mondo, non hanno in questo momento abbastanza potere per affrontare la superpotenza, né una volontà generalizzata di rigetto di fronte alla sciagurata prospettiva che incombe.
I mesi successivi al Forum ci forniscono tuttavia esperienze su cui riflettere e qualche segnale incoraggiante. Di fronte all´imminenza dell´aggressione all´Iraq, milioni di persone si sono mobilitate in tutto il mondo, manifestando la loro protesta e il loro rifiuto della guerra nelle strade e in tutti i modi possibili; le giornate del 15 febbraio e del 15 marzo hanno visto mobilitazioni straordinarie. Movimenti sociali del tipo più vario hanno fatto sentire il peso della loro organizzazione, insieme a certi settori politici, ma l´elemento determinante è l´enorme massa di gente che scende in piazza per partecipare. Alle proteste si sono aggiunte numerose personalità di vari settori, che stanno fornendo una produzione intellettuale che contribuisce alla riflessione e alla mobilitazione. L´inizio della guerra non ha determinato la caduta della protesta, neppure negli Stati Uniti - come alcuni temevano - e la condanna morale degli imperialisti aggressori è stata quotidiana e ha trovato espressioni veramente forti. I massicci bombardamenti contro la popolazione civile, l´assassinio dall´alto e da parte delle truppe di terra di migliaia di persone inermi, le privazioni causate a milioni di persone hanno documentato chi fossero i criminali. La coraggiosa difesa della patria da parte dei combattenti iracheni ha costretto gli invasori a una campagna di tre settimane, e ha smentito tutte le menzogne accumulate con le loro dichiarazioni e quelle dei mezzi di comunicazione di massa loro complici; le censure e le notizie ridicole non sono riuscite a distorcere come stessero realmente le cose. I gravi saccheggi incoraggiati dagli invasori dopo la fine della resistenza - compresi tesori appartenenti alla storia dell´umanità - rendono evidente l´intenzione di demoralizzare il popolo iracheno, che non indugerebbe di fronte a nessuna immoralità.
Risultano evidenti i costi fin qui dell´avventura irachena degli imperialisti. Non si è riusciti a schiacciare dall´aria un paese e, malgrado il precedente notevole disarmo, i difensori sono riusciti a causare agli aggressori centinaia di morti. Il gruppo dominante negli Stati Uniti sa ormai che dovrà affrontare difficoltà interne in una prospettiva di perdite ulteriori. La resistenza, inoltre, è stata ancora più importante se si tiene conto dell´assenza di un´unità etnico-religiosa dell´Iraq e dei conflitti e delle offese che si erano verificati durante il governo di Saddam Hussein, oltre ad altri precedenti problemi che mettevano quel governo in posizione di svantaggio. Per altro verso, le mobilitazioni e le innumerevoli scritte contro l´intervento imperialista lasciano indubbiamente tracce positive rispetto all´approfondirsi del rifiuto, al maturare dei livelli di coscienza e alle esperienze pratiche acquisite dagli interessati, e al disprezzo che ricade sui dirigenti dell´aggressione e sui loro argomenti, e ai meccanismi infine che l´hanno scatenata. Valutare bene quali difficoltà incontri la superpotenza quando passa dal regno della manipolazione astratta a quello della realtà concreta costituisce un buon antidoto contro la rassegnazione e lo scoraggiamento. La capacità di iniziativa e di sviluppo del movimento di protesta e lo straordinario significato che ha la resistenza decisa di un popolo sono lezioni che indicano i limiti e le debolezze dell´imperialismo.
L´ultima parte di questa relazione è dedicata alle potenzialità e ai bisogni del movimento che si oppone alla dominazione, visto che è la nostra opposizione ad essa che ci fa trovare insieme qui. Ma lo faccio soprattutto per qualcosa che riguarda qualsiasi analisi si faccia oggi dell´attuale imperialismo: le debolezze della nostra opposizione ad esso costituiscono una parte molto importante della sua forza.
Il Foro sociale mondiale è un´ulteriore espressione della maggiore forza che ha il movimento: un´enorme accumulazione culturale, frutto di diversissime iniziative, prodotto delle lotte, delle idee e dei sentimenti di varie generazioni che si sono scontrate con la dominazione. Si tratta di un corpo inestimabile di esperienze, tradizioni, solidarietà, organi di pensiero e di lotta, aspirazioni, domande, dissensi. L´imperialismo si vede costretto a riconoscere questo potenziale di ribellione, lo tiene costantemente presente e si impegna a neutralizzarlo, sterilizzarlo, a indurci a dimenticarlo. Prima ha tratto vantaggio dal nostro essere deboli e dal nostro essere ignoranti. Ora siamo soltanto deboli. Permetteremo all´imperialismo di privarci della nostra cultura di ribellione, acquisita con tanti sacrifici?
La prima cosa è la pratica della volontà di protesta, di denuncia, acquistare sempre maggiore coscienza e migliore organizzazione, coordinare i nostri sforzi e formare una internazionale di volontà. La sfida è forgiare e trasformare in fenomeno di massa la volontà di resistere, di fidarci di noi stessi, di pensare, parlare e sentire in modo indipendente, creativo e audace, in modo autonomo dal loro potere, di cessare di essere una parte subalterna del corpo stesso della dominazione. All´inizio c´è la volontà di lottare; la sfida sta nello strutturare bene questa volontà e nel generalizzarla. Da questo punto di partenza occorre costantemente commisurare questa volontà con i problemi essenziali e i dati della realtà, da ricercare e sistematizzare in modo autonomo, da parte nostra, e non sul terreno dei problemi, dati e credenze che lorsignori organizzano per nostro uso e consumo. Abbiamo un terreno comune che condividiamo in centinaia di milioni di persone, che è anche prodotto del secolo precedente, idee che sono entrate a far parte della sensibilità e delle convinzioni e che è molto difficile sradicare. Tra queste c´è il rifiuto delle sofferenze e del lasciare indifese persone e gruppi umani, perché ormai non si accetta più che questo rientri nell´ordine naturale delle cose, e c´è anche il nesso tra questa situazione e i privilegi e gli interessi di ricchi e potenti; le rivendicazioni di democrazia; la condanna della violenza.
Occorre liberare il linguaggio e il pensiero dalle prigioni della dominazione. Sono state soppresse le parole che esprimevano le ansie, le conquiste e le lotte dei più, sostituendole con una "neolingua" che ci disarma impedendoci di pensare e sentire in modo autonomo, che confonde e distorce i rapporti tra persone, gruppi e paesi e altera il riconoscimento dei dati di fatto e dei simboli, che trasforma l´ingiustizia sociale in dato naturale. Urge respingere ovunque questi strumenti del sistema, divulgarne la funzione e difendere l´uso del linguaggio che il pensiero sociale ha elaborato al fine di conoscere le società, e promuovere la creazione dei nuovi concetti che risultino indispensabili. Per realizzare questo compito che non può attendere, non c´è bisogno di aspettare rapporti di forza favorevoli, né di grandi mezzi. Un aspetto centrale dell´indispensabile trasformazione democratica dei mass media è ottenere che, anziché servire da ponte per l´accettazione progressiva della sottomissione all´imperialismo, siano veicoli di un linguaggio e di un pensiero favorevole ai bisogni della società.
Il capitalismo ha cessato di fornire al mondo promesse di progresso, sviluppo economico e democrazia, perché non riesce neanche a enunciarle. Fa invece appello alla forza delle proprie finanze, risorse materiali ed armamenti, cerca di indurre tutti a convincersi che il mondo sia diviso tra inclusi ed esclusi e che ciascuno debba lottare per essere un incluso; richiama all´uso della violenza criminale in una presunta guerra mondiale "contro il terrorismo" organizzata dai maggiori terroristi della storia, esige che i paesi si sottomettano e abbandonino qualsiasi progetto nazionale, fabbrica e induce consensi grazie alla sua formidabile apparecchiatura culturale. Spiegare, divulgare e condannare questa strategia della dominazione è un passo avanti sull cammino per indebolirla e cominciare a smantellarla.
Tuttavia, non otterremmo nulla se non intraprendessimo sin d´ora il cambiamento di noi stessi. Occorre fare in modo che il vigore e l´entusiasmo con cui si partecipa alle iniziative di protesta, denuncia o ribellione si estendano a pratiche di acquisizioni più profonde e tendenti a permanere, che ci insegnino ad essere capaci di creare un altro mondo diverso ed opposto - e non solo opposto - a quello in cui viviamo. Tali trasformazioni soggettive saranno quelle che contribuiranno in maniera decisiva allo sviluppo di una forza sufficiente a cambiare la società.
Liberarsi dal predominio culturale è la cosa più difficile, e costituirà un percorso lungo. Nulla tuttavia sostituisce il primato dell´agire. Obiettivi molto concreti e prospettive molto radicali di cambiamento, e lavoro nei due campi contemporaneamente: è questa la strada. I milioni di persone che manifestano contro la guerra, insieme a quelli che combattono in difesa della propria patria, insieme a quelli che costruiscono la riforma agraria e si propongono di abolire la fame in Brasile, insieme a noi che difendiamo un futuro umano per l´Umanità a Cuba, insieme a quelli che resistono e combattono in mille modi in tanti luoghi del mondo, possiamo e dobbiamo coordinare e raddoppiare i nostri sforzi. Se arriveremo ad essere capaci di unirci, renderemo possibile la vittoria, e la trasformeremo in realtà.


NOTA
1) La politica di "riappacificazione" di Gran Bretagna e Francia, nel 1936-39, pretendeva di convincere Hitler a interrompere le conquiste fasciste in Europa. Quando si firmò il Trattato di Monaco (29 sett. 1938) tra Germania, Italia, Gran Bretagna e Francia, il Primo ministro britannico disse che si era ottenuta "la pace per la nostra epoca". Era stato tutto inutile: entro meno di un anno cominciava la seconda Guerra mondiale.

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