IMPERIALISMO,
GUERRA E RESISTENZA
Fernando Martínez Heredia*
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Una versione abbreviata del testo è
stata presentata dall´autore il 24 gennaio
2003 nel Panel 1 dell´Area 5, "Impero,
guerra e unilateralismo", una delle
iniziative centrali del III Forum sociale
mondiale di Porto Alegre. La conferenza
chiedeva di riferirsi alla
"contraddizione del sistema
internazionale, in base all´analisi del
significato attuale di impero e dell´auge
dell´unilateralismo. Logica del terrore e
guerra, inesistenza della legalità
internazionale. Come si può infrangere l´egemonia
interna ed esterna del governo degli Stati
Uniti?". Questa versione finale
contiene una valutazione degli avvenimenti
aggiornata al 13 aprile.
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In questo incontro abbiamo il compito di
affrontare un lavoro di individuazione e di
analisi dei tratti di fondo dell´imperialismo
contemporaneo. Non dico "impero",
perché ritengo che il termine, che va di moda da
qualche tempo, non sia adeguato a definire il
fenomeno al quale allude, mentre lo è il concetto
di "imperialismo", che ha alle spalle un
secolo di elaborazioni scientifiche e un chiaro
significato ideologico che non dobbiamo
disperdere.(1) A mio avviso, gli studiosi dell´attuale
imperialismo non possono limitarsi a raccogliere
analisi di dati recenti sulla dimensione economica
delle imprese, seguite da dati relativi alle sue
funeste "conseguenze" sociali; né basta
fermarsi a intuizioni concettuali su questa
economia. Le analisi dell´imperialismo debbono
includere la sua strategia contro il formarsi di
alternative ribelli alla sua dominazione e le
forme e il grado in cui l´attuale natura di
questo sistema rafforza o indebolisce la sua
stessa strategia. Solo così potremo contribuire
al compito cruciale di stabilire un nesso tra la
caratterizzazione del nemico della vita umana e
dello stesso pianeta in cui viviamo e il pensiero
e le proposte di questo movimento plurale, che ha
come denominatore comune quello di conquistare
cambiamenti radicali e di contribuire a creare un
"altro mondo possibile".
La mia esposizione rimarrà a un livello generale,
secondo le richieste di chi ha promosso il
dibattito, ma si basa su analisi di situazioni
concrete, tenendo comunque presenti le grandi
differenze e le specificità che fanno parte dell´argomento
da affrontare.
Oggi, su scala mondiale, funzionano due logiche di
terrore e di guerra. Una intraprende la via della
guerra, dell´intervento violento, o la minaccia
di questo dovunque favorisca la dominazione e gli
interessi imperialisti, o l´eliminazione di
posizioni autonome, o i rischi che si formino
ribellioni. I mezzi impiegati sono: pressioni,
ricatti e imposizioni; cospirazioni, attentati e
sabotaggi terroristi; oppure l´uso dell´esercito
in guerre sporche o dichiarate. La sovranità
degli Stati come principio del diritto
internazionale è violata, nella pratica, a
partire dalla rivendicazione della maggioranza dei
paesi di esercitare la "democrazia", i
"diritti umani" o la "lotta contro
la corruzione": nozioni ambigue la cui
presenza o meno in ciascun caso è mediata e
manipolata dagli stessi che le pretendono.
Argomenti che almeno suscitavano discussione, come
quelli relativi all´interdipendenza obbligata fra
gli Stati, sono spariti e sono stati soppiantati
da sconsiderati richiami alla superiorità
militare e tecnica, da operazioni limitate con
pochi rischi per gli aggressori e crimini impuniti
contro la popolazione civile, richiesta di
ubbidire e sostenere o affrontare rappresaglie
economiche, e operazioni sempre più mendaci e
immorali di costruzione dell´opinione pubblica.
Si cerca di ottenere che nel mondo tutti accettino
come un dato di natura la disuguaglianza, la
disparità e gli abusi impliciti in queste
violenze.
L´altra logica imperialista consiste in una
guerra culturale su tutta la linea, che mobilita
strumenti e risorse formidabili e che esercita
controlli totalitari sull´informazione, la
formazione dell´opinione pubblica, i gusti e le
aspirazioni; questa vera e propria guerra mondiale
punta a impedire il formarsi di volontà, identità
e pensieri che si oppongano alla dominazione. Essa
ricorre all´occultamento dei fatti e a menzogne
più o meno grezze o raffinate, ma punta anche a
offrire elementi e a creare orientamenti diffusi
su determinate questioni e su ingiustizie
selezionate - in modo molto controllato e
manipolatorio - sempre che lo si consideri utile.
L´obiettivo è controllare l´intera sfera della
coscienza degli uomini per quegli aspetti che
risultino interessanti per il sistema dominante.
Il più grossolano determinismo economico, la
soppressione del passato e del futuro (cioè della
memoria e del progetto), la banalizzazione dei
problemi, rientrano tra i principi di fondo di
questa guerra culturale, su cui vorrei soffermarmi
a fare qualche osservazione.
La predilezione per la logica di guerra culturale
trova i suoi precedenti nella situazione cui si
arrivò dopo il 1945, in cui l´egemonia
capitalista, dopo il grande discredito che avevano
rappresentato per essa il fascismo e gli orrori
della seconda Guerra mondiale, ha dovuto
affrontare: rivendicazioni generalizzate di
riforme sociali che ridistribuissero il reddito e
di riforme democratiche: identità nazionali
attive trasformatesi in quell´ondata di lotte e
di ideali anticoloniali e di liberazione che hanno
percorso il mondo; l´emergere dell´Urss e del
suo blocco come una grande potenza rivale; e il
prestigio del socialismo come valida proposta di
organizzazione sociale. La seconda grande ondata
di rivoluzioni del XX secolo è sopraggiunta
allora, con il suo centro in Asia, in America
Latina e anche in Africa, come una grande sfida
all´oppressione, alla fame e al predominio
coloniale e neocoloniale, ed è stata in grado di
dare vita a potenze al di fuori del sistema
capitalista, trasformandosi in polo di attrazione
per chi voleva nel mondo radicali cambiamenti.
Negli stessi paesi del centro del sistema si
giunse a grandi movimenti di protesta, che non
accettavano l´ordine della nuova fase
imperialista, o avanzavano rivendicazioni sociali
o di riconoscimento della propria identità.
Liberazione nazionale, sviluppo, riforma agraria,
socialismo, femminismo, erano parole largamente
presenti e ogni tentativo di riformulare l´egemonia
era costretto ad adeguarsi a queste realtà. Pur
se repressioni e guerre sono continuate
incessantemente nel cosiddetto Terzo mondo -
spingendosi fino al genocidio nei tre continenti -
il capitalismo si è visto costretto in generale a
ricercare intese attraverso negoziazioni, in un
clima internazionale contraddistinto dalla
decolonizzazione e dalla tendenza a trasformazioni
democratiche. Il passaggio al predominio del
neocolonialismo, fondamentale rapporto di
integrazione nel sistema mondiale capitalista
nella fase imperialista, ha stabilito anch´esso
tipi di relazioni e di influenze che avevano
bisogno, per consolidarsi e legittimarsi, di
adattamento alla mutata situazione.(2) Tutta una
vasta serie di iniziative sono state diretta a
"conquistare la mente e i cuori" - un
impegno che fu ben più della frase felice di un
documento - e avevano nessi molto stretti con la
strategia imperialista delle "guerre di bassa
intensità" e le "operazioni segrete [di
intelligence]".
Il bipolarismo postbellico tra Stati Uniti e Urss
ha avuto ripercussioni molto profonde sui
contrasti fra le potenze imperialiste. A partire
il 1945 si è sempre avuta la leadership
nordamericana sulle alleanze militari in tutto il
mondo dominato dal capitalismo; poi, il suo
controllo delle finanze e l´approfondirsi della
concentrazione capitalista, oltre alla gigantesca
presenza ideologica e culturale degli Stati Uniti,
hanno determinato il progressivo predominio di
questo paese ben al di là di qualsiasi differenza
di interessi e della concorrenza economica tra i
paesi sviluppati. Il decennio e passa trascorso
dalla fine del bipolarismo non ha modificato
questa tendenza.
A distanza di mezzo secolo dalla fine della
seconda Guerra mondiale, la logica di guerra
culturale non esprime soltanto la maturità del
capitalismo; è diventata d´obbligo per il
sistema, soprattutto per due motivi. Uno è che la
sua principale forma di esistenza attuale è il
processo di transnazionalizzazione e di dominio
del capitale parassitario su scala mondiale,
dominio che sta inficiando le basi del meccanismo
formatosi nella metà del XX secolo, implicando
due esigenze essenziali: una nuova
ricolonizzazione del mondo e l´abbandono della
forma democratica di dominazione.
Il carattere del sistema di sfruttamento vigente e
il modo in cui esso raggiunge il suo obiettivo
essenziale, che è il profitto, nonché il grado
di concentrazione del potere raggiunto sui terreni
principali, hanno lasciato cadere i rapporti
sociali capitalistici e i modelli politici,
ideologici ed etici tradizionali. Non vi è più
spazio per i liberalismi economico o politico, o
per i riformismi basati sui ceti medi, né per
programmi o atteggiamenti populisti, e non
funziona più la vecchia promessa di realizzare
gli ideali della modernità. La logica della
concorrenza è stata soppiantata da quella dell´esclusione
ed è stato accantonato l´ideale del progresso.
Un mondo senza valori né solidarietà, senza un
futuro da conquistare né speranze, può
sicuramente risultare molto pericoloso. Per
scongiurare un simile rischio, una gigantesca
operazione di omologazione di sentimenti e idee,
di accettazione di criteri e appiattimento di
sogni, ha la pretesa di supplire ai limiti cui il
capitalismo è pervenuto e di dominare tutti,
inclusi gli esclusi, e ottenere un consenso che
per noi sarebbe suicida, perché questo sistema
non ha spazio in futuro per i più.
L´altro motivo di predilezione per questa seconda
logica consiste nell´immensa accumulazione
culturale di conoscenze e di esperienze di
ribellione che attualmente detengono coloro che
sono dominati. Il XX secolo è stato un secolo di
intense e coinvolgenti esperienze liberatrici, in
cui sono state coinvolte centinaia di milioni di
persone. Hanno perso credibilità il colonialismo,
il razzismo, la missione dell´uomo bianco e la
sua civiltà; si è appreso che la miseria non è
un dato di natura, ma ha radici sociali; le
nazioni, le etnie, il genere, gli sfruttati, gli
emarginati hanno preso coscienza di sé e si sono
organizzati; gli oppressi del mondo hanno messo
insieme regole, idee, canzoni e rivoluzioni, per sé
e su di sé. La gente, i rapporti, le istituzioni,
recano le impronte di queste pratiche, delle
diversità che hanno acquisito e delle
trasformazioni che hanno intrapreso o tentato. La
guerra culturale imperialista ha la pretesa di
cancellare tutto questo patrimonio di ribellioni
che significa maturità culturale, o perlomeno
cerca di trasformarlo in passato privo di valore,
sempre più confuso e sconosciuto, e lo fa perché
si rende conto che questo passato di ribellione è
potenzialmente molto pericoloso. Di qui l´impegno
per ottenere a tutti i costi questo risultato,
cercando di approfittare delle nostre stesse
debolezze.
Tutte e due le logiche di terrore e guerra tengono
il mondo in uno stato di violenza quotidiana,
violando i diritti di individui, gruppi e nazioni,
imponendo la cultura della paura, la
frammentazione, l´indifferenza e la
rassegnazione, umiliando la condizione umana.
L´imperialismo lavora a sopprimere ogni traccia
di progressi nella convivenza umana e nella
legalità internazionale, ottenuti - magari solo
parzialmente - attraverso incalcolabili sacrifici
da parte di varie generazioni. Cerca, tuttavia, di
non vedersi costretto ad ammettere esplicitamente
di starlo facendo, e per il momento c´è
riuscito: quelle che risultano chiaramente in
contrasto con il diritto e la giustizia sono solo
certe sue azioni determinate. In realtà, è la
specifica natura dell´attuale imperialismo ad
avere determinato per migliaia di milioni di
persone la privazione generalizzata di un´esistenza
dignitosa, del lavoro, del godimento di diritti e
di servizi sociali, dell´accesso ai progressi
dell´ultimo secolo, negando la possibilità di
prendersi cura della famiglia e di progredire, di
aspirare alla felicità. Le terribili lotte in cui
sono morte milioni e milioni di persone hanno
fatto sì che al ciclo imperialista di trent´anni
di guerre mondiali e di fascismo (1914-45)
seguissero decenni di conquiste - certo, sempre
interrotti da drammatici arretramenti - su terreni
quali la fine del colonialismo, politiche sociali
garantite dallo Stato e sistemi democratici. Oggi
stiamo invece vivendo una nuova fase di
arretramenti, in questo e in altri settori.
La privatizzazione è uno dei meccanismi generali
del sistema che ne nasconde alcuni dei tratti
peggiori e che rappresenta un o snodo emblematico
nella sua ideologia. È la scelta privilegiata
della politica economica di coloro che detengono
tutti i vantaggi del potere, mascherata da
necessità di efficienza, senza che contribuisca
minimamente alla concorrenza fra le imprese, perché
si è giunti a un livello di concentrazione, di
multinazionali, di fusioni mai conosciuto prima.
È farsesco proclamare il regno del mercato e dell´iniziativa
privata quando mai come oggi sono stati così
ferrei i controlli dell´offerta, della domanda,
degli investimenti, della produzione, della
distribuzione, del consumo, delle finanze e dei
vari altri fattori economici. La
"privatizzazione" dei rapporti di lavoro
lascia il lavoratore in balìa del padrone,
sottoposto a forme precarie di occupazione, di
salario e di sicurezza sociale. Sfruttato a fondo
e "libero" da ogni protezione legale,
statale o sindacale; una situazione tanto più
grave in quanto la disoccupazione strutturale in
questa fase del capitalismo ha ormai raggiunto
dimensioni gigantesche e ha cessato di dipendere
da cicli congiunturali. L´enorme e crescente
fetta di popolazione attiva che non gode di
rapporti retributivi decenti né di altre attività
economiche soddisfacenti costringe a ricercare
risorse e a riprodurre la propria vita e quella
familiare ricorrendo a tutto quello che si abbia a
portata di mano o si possa tentare; e si da, a
questo, il nome di iniziativa individuale,
microimprsa, o altre espressioni ciniche che
alludono alla libertà di cui gode chi sopravvive
"privatamente". Le politiche sociali che
avevano introdotto conquiste di giustizia e
benessere, in gradi diversi, per le maggioranze
del cosiddetto primo mondo, e per larghi settori
in parte degli altri paesi, si sono ridotte e
tendono a scomparire, e insieme ad esse svaniscono
i controlli statali delle attività economiche e
la funzione redistributiva e di fornitore di
servizi dello Stato nei confronti della società.
Non è vero, certamente, che gli Stati
"assottigliati" si indeboliscano; anche
quelli più assoggettati all´imperialismo
conservano abbastanza forza su due terreni
principali: come entità repressive e come
mallevatori e canalizzatori dei grandi traffici di
capitale e delle istituzioni internazionali, per
cui continuano ad avere rilevanza le scelte in
campo economico, guidate dal potere e non dal
mercato. D´altro canto, le decisioni che contano
stanno al di fuori del controllo e della
possibilità di incidervi da parte dei governati,
sia tramite i legislatori, i giudici, i
controllori od altra forma di iniziativa civile.
La democrazia politica - nella misura in cui
funziona - si è ridotta all´alternanza tra le
varie formazioni politiche del sistema e a un
fatto pubblico che somiglia piuttosto uno a
spettacolo per occupare il tempo libero dei
cittadini.
Il vecchio principio dell´autodecisione delle
nazioni torna ad essere ridimensionato, manipolato
o negato, per la maggior parte dei paesi. La
decolonizzazione, trionfante appena mezzo secolo
fa, sta invertendo il proprio corso
sistematicamente, attraverso nuove forme
neocoloniali, ma si tagliano anche fuori dal
sistema e si abbandonano alla loro sfortuna
regioni prima sistematicamente depredate. Dell´emarginazione,
l´esclusione, la fame, la miseria estrema e del
flagello di malattie che si potrebbero prevenire e
curare e che colpiscono centinaia di milioni di
persone, sono piene le pagine dei giornali; ma le
multinazionali e lo Stato più potente del pianeta
arrivano a opporsi anche alle misure più
moderate, come quella sui farmaci generici. Sono
caduti i consensi che avevamo conquistato sulla
giustizia come condizione per la libertà e sul
dovere dei paesi sviluppati di collaborare allo
sviluppo di quelli cosiddetti sottosviluppati. Il
capitale, che ha devastato l´Africa e ha
inventato la moderna schiavitù di massa, che ha
fatto incetta di decine di milioni di immigrati a
basso costo per massimizzare i suoi profitti e per
i suoi patti sociali metropolitani, ora tira fuori
la preoccupazione per l´immigrazione e fa credere
che sia questo un impegno essenziale della sua
agenda, mentre promuove restrizioni e misure
persecutorie, suscitando conseguenti rigurgiti
razzisti. Nell´attuale fase dell´imperialismo si
stanno perdendo i livelli di sovranità e di
autonomia che avevano conquistato i paesi del
cosiddetto terzo mondo e che erano riconosciuti
dai sistemi neocoloniali "ortodossi". Da
più di un decennio a questa parte vengo
denunciando che si è rimessa in moto una
ricolonizzazione "pacifica" del mondo ad
opera del grande capitale; oggi tuttavia mi è
sempre più difficile continuare a definirla
"pacifica".
NOTE
1) L´opera di M. Hardt, T. Negri, Impero (Rizzoli,
Milano 2001), ha avuto vasta risonanza e varie
riedizioni, suscitando forti polemiche. Per alcune
critiche, che condivido, rinvio ad A. Borón,
Imperio &Imperialismo, Consejo Latinoamericano
de Ciencias Sociales, Buenos Aires, 2002.
2) "Neocolonialismo è il concetto che
esprime la dipendenza più o meno totale di un
paese con entità statuale formalmente
indipendente da un altro Stato (o a più d´uno)
che esprime o rappresenta forze economiche molto
superiori a quello dello Stato neocolonizzato,
forze economiche che costituiscono il principale
veicolo del generalizzarsi e del perdurare di
quella dipendenza, pur se sorretti da un potere
politico, ideologico e anche militare" (F.
Martinez, "Neocolonialismo y imperialismo.
Las relaciones neocolonialistas de Europa en
Africa", in Economia y desarrollo, (L´Avana),
n. 58, luglio-agosto 1980, p. 51.
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IMPERIALISMO,
GUERRA E RESISTENZA (parte II)
Fernando Martínez Heredia
Niente di quel che sta avvenendo dipende da una
corruzione degli ideali o dalla mancata
realizzazione della modernità: è la conseguenza
obbligata dello sviluppo del capitalismo, per il
quale ormai risulta eccedente parte della
popolazione del pianeta e dei suoi stessi
lavoratori. Non si tratta di fallimenti dovuti a
presunte necessità di adeguarsi o di aprirsi, di
privatizzare, di combattere l´inflazione o di
sapere attirare gli investimenti, di ridurre o
sopprimere la spesa sociale, né del mancato
rispetto delle leggi economiche generali. Si
tratta del vicolo cieco al quale è giunta una
precisa economia, quella capitalistica, rispetto
alla soddisfazione dei bisogni e alla creazione di
opportunità per la maggior parte della gente, e
per il pianeta stesso. Lo stesso si potrebbe dire
analizzando la dimensione politica, quella delle
idee e quella dei rapporti internazionali. Non si
può, insomma, riformare il capitalismo: occorre
denunciarlo, negarlo, sconfiggerlo e superarlo.
L´imperialismo americano potrebbe
contraddistinguersi attraverso le tre parole che
figurano nel titolo dell´incontro. È stato il
grande beneficiario delle due guerre mondiali e
dello stesso bipolarismo, ed è diventato la
maggiore potenza capitalistica, economica,
finanziaria e militare. Ha assunto il ruolo di
avanguardia nell´attacco ai tentativi di sviluppo
autonomo e alle ribellioni in tutto il mondo:
basti richiamare la guerra del Vietnam per
esemplificare il suo brutale uso della forza, fino
ad arrivare al genocidio e all´"ecocidio",
o il colpo di Stato militare dell´11 settembre
1973 in Cile, per ricordarne le guerre sporche. Ed
è anche stato il principale inventore e promotore
delle campagne ideologiche perché tutti si diano
ai consumi. Nonostante la sua vecchia promessa di
progresso, libertà e democrazia sia completamente
fallita, con le sue formidabili risorse alimenta l´attrazione
della sua proposta culturale, che è sicuramente
quella che ha dimostrato maggiore dinamismo e
capacità di presa nello scorso secolo. Gli Stati
Uniti, tuttavia, non sono stati in grado di
contribuire a far avanzare programmi concreti di
eliminazione - sia pur parziale - delle
conseguenze più gravi del colonialismo e dello
sviluppo disuguale nella maggior parte del
pianeta, né di consolidare un sistema
internazionale che salvaguardi equità nei
rapporti, pace e rispetto dei diritti formulati e
codificati nel corso del XX secolo, e neanche la
difesa dell´ambiente. Anziché questo percorso,
ha seguito quello dell´uso del proprio potere e
del suo ruolo di protagonista al servizio degli
interessi del capitale transnazionale e dell´estorsione
finanziaria, del suo irresistibile predominio, di
parvenza imperiale.
A partire dalla bancarotta del rivale sovietico,
gli Stati Uniti hanno intrapreso una nuova
offensiva per il pieno predominio su scala
mondiale, impiegando tutti i mezzi a disposizione
nella nuova congiuntura degli anni ´90. Il gruppo
attualmente dominante nel paese si è spinto ben
più in là, nonostante la discutibile legalità
dell´elezione presidenziale del 2000. Con
inaudita superbia si è autoproclamato campione di
una presunta lotta mondiale contro il terrorismo,
che lo autorizza a terrorizzare, ricattare,
sottomettere o aggredire chiunque voglia, comprese
aggressioni preventive "in qualunque oscuro
luogo del mondo". Sta cercando di restringere
o di rimodellare le regole di convivenza a proprio
arbitrario piacimento, di trasformare in qualcosa
di naturale le sue costrizioni e i suoi abusi,
assumendo certi ruoli e pigli imperiali. Di fronte
al suo potere e al suo ricatto gran parte degli
Stati si sottomette semplicemente, e l´Onu è
andata declinando ben oltre i suoi tentennamenti
fino a trasformarsi in ombra. Se mettiamo da parte
la fitta coltre di retorica in cui si mescolano
vecchi motti sciovinisti e grottesche più recenti
arroganti invenzioni - come "giustizia
infinita", "asse del male", o
"Dio non è neutrale" - i disegni dell´imperialismo
nordamericano si potrebbero riassumere in questo:
impadronirsi delle maggiori risorse strategiche
del pianeta e ottenere tutti i vantaggi nell´economia
internazionale, saccheggiare i paesi
sottosviluppati e controllare maggiormente gli
alleati del "primo mondo", fungere da
polizia mondiale e sottoporre il proprio stesso
popolo a un misto di manipolazione e coercizione.
I pericoli di guerra aperta si sono rapidamente
moltiplicati. Mentre si preparava il III Forum
sociale, gli imperialisti si apprestavano alla
nuova guerra contro l´Iraq. A mo´ di esemplare
illustrazione delle miserie dell´epoca presente,
non si discutevano in questo caso le realtà
palpabili: dodici anni di aggressione alla vita
dei bambini e alla popolazione di quel paese,
bombardamenti "limitati", forti
ridimensionamenti della sovranità, ispezioni dell´Onu
che non trovano quello che si voleva si trovasse.
Si avanzavano invece richieste di resa e si
predisponeva un crescente spiegamento di forze
militari, e il solo problema da discutere era se
gli Stati Uniti avessero o meno il diritto di
schiacciare l´Iraq senza occuparsi d´altro, o se
dovessero aspettare l´"autorizzazione"
del Consiglio di Sicurezza dell´Onu.
Il mondo attuale somiglia molto a quello della
seconda metà degli anni ´30 del secolo scorso,
fatte salve le ovvie differenze. Una superpotenza
fa appello all´ideologia della superiorità di
una nazione e al suo diritto sovrano di disporre
delle altre, fa a pezzi gli organismi e il diritto
internazionali, gioca a indebolire gli altri
grandi del capitalismo e aspira al governo supremo
del pianeta. Per questa via, altera quel controllo
indiretto dei suoi stessi cittadini che aveva
fatto parte delle basi della propria egemonia
interna, e lo porta sul piano inclinato della
liquidazione dei suoi diritti, dei rischi della
guerra e dell´odio degli altri popoli. Per i
paesi a un tempo soci e concorrenti si aprono
interrogativi: smettere di sottomettersi,
"riappacificarsi",(1) o affrontare la
rivalità e la ricerca di nuove alleanze?
I più direttamente colpiti, i popoli della
maggior parte dei paesi del mondo, non hanno in
questo momento abbastanza potere per affrontare la
superpotenza, né una volontà generalizzata di
rigetto di fronte alla sciagurata prospettiva che
incombe.
I mesi successivi al Forum ci forniscono tuttavia
esperienze su cui riflettere e qualche segnale
incoraggiante. Di fronte all´imminenza dell´aggressione
all´Iraq, milioni di persone si sono mobilitate
in tutto il mondo, manifestando la loro protesta e
il loro rifiuto della guerra nelle strade e in
tutti i modi possibili; le giornate del 15
febbraio e del 15 marzo hanno visto mobilitazioni
straordinarie. Movimenti sociali del tipo più
vario hanno fatto sentire il peso della loro
organizzazione, insieme a certi settori politici,
ma l´elemento determinante è l´enorme massa di
gente che scende in piazza per partecipare. Alle
proteste si sono aggiunte numerose personalità di
vari settori, che stanno fornendo una produzione
intellettuale che contribuisce alla riflessione e
alla mobilitazione. L´inizio della guerra non ha
determinato la caduta della protesta, neppure
negli Stati Uniti - come alcuni temevano - e la
condanna morale degli imperialisti aggressori è
stata quotidiana e ha trovato espressioni
veramente forti. I massicci bombardamenti contro
la popolazione civile, l´assassinio dall´alto e
da parte delle truppe di terra di migliaia di
persone inermi, le privazioni causate a milioni di
persone hanno documentato chi fossero i criminali.
La coraggiosa difesa della patria da parte dei
combattenti iracheni ha costretto gli invasori a
una campagna di tre settimane, e ha smentito tutte
le menzogne accumulate con le loro dichiarazioni e
quelle dei mezzi di comunicazione di massa loro
complici; le censure e le notizie ridicole non
sono riuscite a distorcere come stessero realmente
le cose. I gravi saccheggi incoraggiati dagli
invasori dopo la fine della resistenza - compresi
tesori appartenenti alla storia dell´umanità -
rendono evidente l´intenzione di demoralizzare il
popolo iracheno, che non indugerebbe di fronte a
nessuna immoralità.
Risultano evidenti i costi fin qui dell´avventura
irachena degli imperialisti. Non si è riusciti a
schiacciare dall´aria un paese e, malgrado il
precedente notevole disarmo, i difensori sono
riusciti a causare agli aggressori centinaia di
morti. Il gruppo dominante negli Stati Uniti sa
ormai che dovrà affrontare difficoltà interne in
una prospettiva di perdite ulteriori. La
resistenza, inoltre, è stata ancora più
importante se si tiene conto dell´assenza di un´unità
etnico-religiosa dell´Iraq e dei conflitti e
delle offese che si erano verificati durante il
governo di Saddam Hussein, oltre ad altri
precedenti problemi che mettevano quel governo in
posizione di svantaggio. Per altro verso, le
mobilitazioni e le innumerevoli scritte contro l´intervento
imperialista lasciano indubbiamente tracce
positive rispetto all´approfondirsi del rifiuto,
al maturare dei livelli di coscienza e alle
esperienze pratiche acquisite dagli interessati, e
al disprezzo che ricade sui dirigenti dell´aggressione
e sui loro argomenti, e ai meccanismi infine che l´hanno
scatenata. Valutare bene quali difficoltà
incontri la superpotenza quando passa dal regno
della manipolazione astratta a quello della realtà
concreta costituisce un buon antidoto contro la
rassegnazione e lo scoraggiamento. La capacità di
iniziativa e di sviluppo del movimento di protesta
e lo straordinario significato che ha la
resistenza decisa di un popolo sono lezioni che
indicano i limiti e le debolezze dell´imperialismo.
L´ultima parte di questa relazione è dedicata
alle potenzialità e ai bisogni del movimento che
si oppone alla dominazione, visto che è la nostra
opposizione ad essa che ci fa trovare insieme qui.
Ma lo faccio soprattutto per qualcosa che riguarda
qualsiasi analisi si faccia oggi dell´attuale
imperialismo: le debolezze della nostra
opposizione ad esso costituiscono una parte molto
importante della sua forza.
Il Foro sociale mondiale è un´ulteriore
espressione della maggiore forza che ha il
movimento: un´enorme accumulazione culturale,
frutto di diversissime iniziative, prodotto delle
lotte, delle idee e dei sentimenti di varie
generazioni che si sono scontrate con la
dominazione. Si tratta di un corpo inestimabile di
esperienze, tradizioni, solidarietà, organi di
pensiero e di lotta, aspirazioni, domande,
dissensi. L´imperialismo si vede costretto a
riconoscere questo potenziale di ribellione, lo
tiene costantemente presente e si impegna a
neutralizzarlo, sterilizzarlo, a indurci a
dimenticarlo. Prima ha tratto vantaggio dal nostro
essere deboli e dal nostro essere ignoranti. Ora
siamo soltanto deboli. Permetteremo all´imperialismo
di privarci della nostra cultura di ribellione,
acquisita con tanti sacrifici?
La prima cosa è la pratica della volontà di
protesta, di denuncia, acquistare sempre maggiore
coscienza e migliore organizzazione, coordinare i
nostri sforzi e formare una internazionale di
volontà. La sfida è forgiare e trasformare in
fenomeno di massa la volontà di resistere, di
fidarci di noi stessi, di pensare, parlare e
sentire in modo indipendente, creativo e audace,
in modo autonomo dal loro potere, di cessare di
essere una parte subalterna del corpo stesso della
dominazione. All´inizio c´è la volontà di
lottare; la sfida sta nello strutturare bene
questa volontà e nel generalizzarla. Da questo
punto di partenza occorre costantemente
commisurare questa volontà con i problemi
essenziali e i dati della realtà, da ricercare e
sistematizzare in modo autonomo, da parte nostra,
e non sul terreno dei problemi, dati e credenze
che lorsignori organizzano per nostro uso e
consumo. Abbiamo un terreno comune che
condividiamo in centinaia di milioni di persone,
che è anche prodotto del secolo precedente, idee
che sono entrate a far parte della sensibilità e
delle convinzioni e che è molto difficile
sradicare. Tra queste c´è il rifiuto delle
sofferenze e del lasciare indifese persone e
gruppi umani, perché ormai non si accetta più
che questo rientri nell´ordine naturale delle
cose, e c´è anche il nesso tra questa situazione
e i privilegi e gli interessi di ricchi e potenti;
le rivendicazioni di democrazia; la condanna della
violenza.
Occorre liberare il linguaggio e il pensiero dalle
prigioni della dominazione. Sono state soppresse
le parole che esprimevano le ansie, le conquiste e
le lotte dei più, sostituendole con una
"neolingua" che ci disarma impedendoci
di pensare e sentire in modo autonomo, che
confonde e distorce i rapporti tra persone, gruppi
e paesi e altera il riconoscimento dei dati di
fatto e dei simboli, che trasforma l´ingiustizia
sociale in dato naturale. Urge respingere ovunque
questi strumenti del sistema, divulgarne la
funzione e difendere l´uso del linguaggio che il
pensiero sociale ha elaborato al fine di conoscere
le società, e promuovere la creazione dei nuovi
concetti che risultino indispensabili. Per
realizzare questo compito che non può attendere,
non c´è bisogno di aspettare rapporti di forza
favorevoli, né di grandi mezzi. Un aspetto
centrale dell´indispensabile trasformazione
democratica dei mass media è ottenere che, anziché
servire da ponte per l´accettazione progressiva
della sottomissione all´imperialismo, siano
veicoli di un linguaggio e di un pensiero
favorevole ai bisogni della società.
Il capitalismo ha cessato di fornire al mondo
promesse di progresso, sviluppo economico e
democrazia, perché non riesce neanche a
enunciarle. Fa invece appello alla forza delle
proprie finanze, risorse materiali ed armamenti,
cerca di indurre tutti a convincersi che il mondo
sia diviso tra inclusi ed esclusi e che ciascuno
debba lottare per essere un incluso; richiama all´uso
della violenza criminale in una presunta guerra
mondiale "contro il terrorismo"
organizzata dai maggiori terroristi della storia,
esige che i paesi si sottomettano e abbandonino
qualsiasi progetto nazionale, fabbrica e induce
consensi grazie alla sua formidabile
apparecchiatura culturale. Spiegare, divulgare e
condannare questa strategia della dominazione è
un passo avanti sull cammino per indebolirla e
cominciare a smantellarla.
Tuttavia, non otterremmo nulla se non
intraprendessimo sin d´ora il cambiamento di noi
stessi. Occorre fare in modo che il vigore e l´entusiasmo
con cui si partecipa alle iniziative di protesta,
denuncia o ribellione si estendano a pratiche di
acquisizioni più profonde e tendenti a permanere,
che ci insegnino ad essere capaci di creare un
altro mondo diverso ed opposto - e non solo
opposto - a quello in cui viviamo. Tali
trasformazioni soggettive saranno quelle che
contribuiranno in maniera decisiva allo sviluppo
di una forza sufficiente a cambiare la società.
Liberarsi dal predominio culturale è la cosa più
difficile, e costituirà un percorso lungo. Nulla
tuttavia sostituisce il primato dell´agire.
Obiettivi molto concreti e prospettive molto
radicali di cambiamento, e lavoro nei due campi
contemporaneamente: è questa la strada. I milioni
di persone che manifestano contro la guerra,
insieme a quelli che combattono in difesa della
propria patria, insieme a quelli che costruiscono
la riforma agraria e si propongono di abolire la
fame in Brasile, insieme a noi che difendiamo un
futuro umano per l´Umanità a Cuba, insieme a
quelli che resistono e combattono in mille modi in
tanti luoghi del mondo, possiamo e dobbiamo
coordinare e raddoppiare i nostri sforzi. Se
arriveremo ad essere capaci di unirci, renderemo
possibile la vittoria, e la trasformeremo in realtà.
NOTA
1) La politica di "riappacificazione" di
Gran Bretagna e Francia, nel 1936-39, pretendeva
di convincere Hitler a interrompere le conquiste
fasciste in Europa. Quando si firmò il Trattato
di Monaco (29 sett. 1938) tra Germania, Italia,
Gran Bretagna e Francia, il Primo ministro
britannico disse che si era ottenuta "la pace
per la nostra epoca". Era stato tutto
inutile: entro meno di un anno cominciava la
seconda Guerra mondiale.