Il meccanismo truccato
della rilevazione dei prezzi
Quando sotto la
spinta della resistenza e della protesta sociale di
tutti coloro che avevano sofferto maggiormente il prezzo
della guerra (reduci, disoccupati, operai di fabbriche
distrutte o in via di lenta riconversione dalla
produzione bellica) alla fine del 1945 la Confindustria
accettò di pagare una “indennità di contingenza”,
cioè una scala mobile dei salari, non si limitò a
chiedere come contropartita la fine del blocco dei
licenziamenti, ma si premunì disinnescando in parte il
meccanismo attraverso un sistema di rilevazione degli
aumenti dei prezzi truccato in vari modi.
Naturalmente la
Confindustria aveva accettato la scala mobile
soprattutto per arginare gli scioperi spontanei
provocati dal carovita, ma sperava anche di ingannare i
lavoratori pagando molto meno dell’aumento reale dei
prezzi: infatti il “paniere” su cui venivano
rilevati i prezzi non conteneva molti generi di largo
consumo e invece registrava i prezzi di altri prodotti
praticamente fuori commercio.
Questo meccanismo
è stato perpetuato: ancora fino agli anni Novanta
invece di calcolare il gas di città, il gasolio o la
bombola, nel “paniere” c’era la fascina da ardere
(il cui costo era insignificante, perché in genere non
è in vendita, ma usata come combustibile solo dagli
stessi contadini che la raccolgono).
Finché c’è
stata la scala mobile, si calcolava il prezzo delle
sigarette sulle “Nazionali”, che non aumentavano mai
come le altre marche, ma erano praticamente introvabili.
Invece della penna a sfera si rilevava il prezzo dei
pennini, ecc. Ancora oggi per la rilevazione delle spese
per viaggi, si calcola il costo del biglietto
ferroviario semplice, mentre è noto che sulle
principali linee i treni sono tutti Eurostar o
Intercity, molto più cari, e la maggior parte degli
espressi sono stati soppressi.
Sul “Manifesto”
il 24 agosto è uscito un lungo articolo scritto da Aldo
Carra, un ex dipendente dell’Istat, che merita una
certa attenzione.
“Sul perché
l'inflazione registrata è così lontana da quella
“sentita” dai cittadini e, soprattutto, su che cosa
dovrebbe fare l'Istat non si fanno molti passi avanti.
Penso, anzi, che alimentando il sospetto che i dati
Istat siano “truccati” si vada a finire fuori
strada. Dico questo non solo perché, avendo lavorato
per 30 anni all'Istat, so che i lavoratori dell'Istituto
non lo consentirebbero, ma anche perché, essendo gli
indici dei prezzi ottenuti con semplici operazioni
aritmetiche e con procedure informatizzate, sarebbe
folle pensare ad operazioni di manomissione.”
Carra tuttavia
ammetteva “che l'Istat sbagli a non mettere a
disposizione di tutti, tutti i dati di tutti i prodotti
e per tutte le città in modo che ciascuno possa vedere
quali dati elementari producono il livello di inflazione
che si reputa sottostimato e confrontarli con quelli ha
sotto gli occhi. Se l'Istat lo fa perché applica il
criterio di non fornire dati elementari stabilito per
persone ed imprese a tutela della privacy sbaglia perché
quel criterio non può essere esteso a prezzi di beni
che tutti possono controllare guardando i banchi o le
vetrine. Se lo fa perché teme che utenti non esperti
possano utilizzare male l'enorme mole di informazioni
sbaglia perché, così facendo, alimenta il sospetto.
L'Istat, quindi, invece di perdere tempo a
giustificarsi, farebbe bene a rendere totalmente
trasparente il calcolo. Contribuirebbe, così, a
spostare il confronto dal terreno scandalistico ad uno
più scientifico spingendo così anche associazione dei
consumatori, studiosi e politici a formulare critiche di
merito e proposte.”
Le cose tuttavia
sono più complesse: “L'Istat modifica annualmente il
paniere utilizzando i risultati della rilevazione sui
consumi delle famiglie. Il fatto è in sé positivo
perché significa che le modifiche nei consumi sono
colte man mano che avvengono. Ma rimane anche qui un
“fattore strutturale”, quello stagionale, che
produce una riduzione dell'inflazione “rilevata”
rispetto a quella “reale”. Proviamo a spiegarlo con
un esempio. Se il prezzo del cappotto è inserito nella
rilevazione è chiaro che nei mesi estivi si trascinerà
il prezzo dei mesi invernali precedenti. Ciò significa
che nei mesi estivi l'indice ponderato non rifletterà
correttamente gli aumenti dei prodotti che in estate
sono sul mercato, perché la loro dinamica sarà
attenuata dal peso dei prodotti invernali con aumento
zero. Questo ulteriore fattore inerziale potrebbe essere
eliminato adottando un sistema di pesi trimestrali in
modo che in ogni “stagione” l'indice venga calcolato
con i pesi dei prodotti effettivamente consumati in
quella stagione. L'Istat non dovrebbe avere nessuna
difficoltà tecnica ad adottare questa ipotesi.”
È vero, ma il
difetto sta nel manico. Infatti il problema non è
tecnico: la vera responsabilità non è di chi elabora i
dati, ma di chi decide su quali prodotti e dove
effettuare le rilevazioni, e di quale peso
percentuale attribuire a ciascun capitolo della spesa.
Trattandosi di una questione che ha ripercussioni sulla
politica salariale (anche se non più automatiche come
al tempo della scala mobile) è facile immaginare quali
interessi scendano in campo per alterare i dati. La
scelta si calcolare in estate il prezzo del cappotto non
è casuale, né frutto di disattenzione.
In ogni grande città
inoltre la rilevazione dei prezzi è affidata a una
speciale pattuglia di vigili: ma tutti sanno che in ogni
grande città c’è una disparità notevole tra i
prezzi di alcuni mercati, e quelli della generalità
degli esercizi. Basta incentivare (da parte del governo
o di Confindustria, non dell’Istat) questo nucleo di
vigili a “saper scegliere bene”, vedere o non
vedere, e si esercita una prima alterazione delle
rilevazioni.
Ma la più
importante avviene ad altri livelli: quando le
associazioni dei consumatori (riprese anche dai maggiori
giornali) si sono domandate come è possibile che il
costo dell’abitazione incida in Italia solo per il
9,3% nel “paniere” su cui si calcola la spesa delle
famiglie (come è possibile che chi guadagna due milioni
al mese paghi solo meno di duecentomila lire di
affitto?), il presidente dell’Istat Luigi Biggeri ha
risposto candidamente che ciò dipende dal fatto che
viene effettuata una media tra chi paga l’affitto e
chi non lo paga perché la casa è di sua proprietà, e
per questo la percentuale si abbassa. In una delle
interviste ha parlato di un 50% di famiglie che
avrebbero la casa di proprietà e non pagherebbero
affitto, in altre addirittura dell’85%. Già viene un
dubbio sulla serietà di un’istituzione che fornisce
dati così ballerini.
Non è che tra le
“case di proprietà” si calcolano anche le seconde o
terze case di villeggiatura (che nel caso di Berlusconi
e di altri del suo genere si misurano a decine)? E forse
la maggioranza dei lavoratori che sono stati costretti a
comprare un appartamento, quando era impossibile
trovarne in affitto ad equo canone, non continua a
pagare ogni mese una quota di mutuo ben superiore al
9,3%? E anche chi ha finito di pagare il mutuo, non
spende per manutenzioni, condominio, sproporzionate
tasse sui rifiuti, ecc., somme non indifferenti, che non
vengono prese in esame?
Ma il colmo del
ridicolo (a parte che nella stessa pagina del “Sole 24
Ore” i prodotti su cui l’Istat calcolerebbe le
variazioni dei prezzi sono secondo Luigi Biggeri
“oltre 900”, mentre secondo un documentatissimo
articolo di Vincenzo Chierchia sono esattamente 668)
viene dal fatto che per giustificare la scarsissima
incidenza delle assicurazioni auto sulla spesa di una
famiglia, il presidente dell’Istat spiega che “a
fronte dei premi pagati ci sono i rimborsi per i danni
subiti, e quindi quello che l’insieme dei consumatori
sostiene come spesa è la differenza tra queste due
voci”. Biggeri ammette che “capisce” che “per
chi non fa mai incidenti c’è solo il premio”, ma
l’indice è medio e deve tener conto dei rimborsi”.
Incredibile! Il ragionamento quindi varrebbe solo per
chi finge un incidente e si fa pagare
dall’assicurazione. Biggeri dimentica che chi ha
subito davvero un danno, ottiene un rimborso – per
giunta in genere insufficiente – di una spesa già
effettivamente sostenuta!
L’altro argomento
usato per giustificare i calcoli dell’Istat tanto
discordanti da quanto verifica ogni famiglia di
lavoratori (che hanno uno “strumento di misura”
infallibile: quanti giorni prima dello stipendio sono
rimasti senza un euro, e a quanti prodotti o servizi una
volta abituali hanno dovuto progressivamente
rinunciare…), è che i criteri adottati sarebbero
“scientifici”, perché corrispondenti a quelli
fissati dall’Eurostaf. Grottesco, e non solo perché
non è assolutamente vero (secondo l’indice europeo ad
esempio il costo dell’alloggio corrisponderebbe al
15,0% anziché al 9,3%, ed è sempre poco), ma per
un’altra ragione ben più importante: non esiste un
solo paese europeo in cui gli organi dello Stato non
siano al servizio degli interessi capitalistici.
Nascondersi dietro
“organismi europei” o in genere internazionali per
giustificarsi è un’operazione truffaldina. Non a caso
Biggeri tira in ballo perfino i “Princìpi della
Statistica” delle Nazioni Unite per affermare che
“la statistica pubblica ha un valore particolare che
nasce dalla sua imparzialità e indipendenza. È quindi
preziosa per la democrazia”. Per giunta, sostiene il
presidente dell’Istat, la sua attività è soggetta a
controlli esterni: “L’attività dell’Istat, per
esempio, viene monitorata da Fmi, Eurostat, e dalla
Commissione di garanzia per l’informazione
statistica” (che cos’è?).
Beato chi ci crede:
per i marxisti, gli organismi sovranazionali che sono il
frutto di accordi tra gli Stati capitalistici come il
Fmi, o anche quelli della Ce, non sono mai stati
“imparziali” e al di sopra di ogni sospetto! E
quanto abbiamo detto a più riprese non solo per
organismi come il Fmi o la Bm, ma per la stessa Onu, i
cui organismi burocratici non possono esprimere
interessi diversi da quelli degli Stati che li
designano. Sul Fmi e la Bm in genere il giudizio della
sinistra è negativo, ma si dimentica poi che sono
organismi delle Nazioni Unite, su cui invece si sono
illusioni diffusissime.
È una questione
importante: ogni volta che in un paese c’è una forte
resistenza a una misura antipopolare, entra in campo una
presunta “autorità sovranazionale” che afferma che
quella misura adottata è assolutamente indispensabile.
Bisogna spiegare che i superburocrati europei o di altri
organismi, pagati milioni di euro, non sono
“neutrali”, ma esprimono, da un pulpito a cui si
attribuisce assurdamente una grande autorità e
obiettività, gli interessi capitalistici più biechi.
Lo stesso vale per
le “esternazioni” del Presidente della Banca
d’Italia, o della Corte dei conti, che ogni volta che
emergono i dati dello sfacelo dell’economia
capitalistica, si affrettano a pontificare assicurando
che l’unica soluzione è la “riforma delle
pensioni”, cioè la cancellazioni dei diritti
acquisiti dai lavoratori che li hanno pagati con
trattenute sul loro salario. Insomma ripropongono
spudoratamente i fondi pensioni privati, come se milioni
di lavoratori negli Stati Uniti o in altri paesi europei
non fossero stati derubati dalla Enron o dalle banche a
cui si erano affidati!
Cosa che non è
affatto una novità: il capitalismo è sempre stato
caratterizzato da una profonda disonestà: basta pensare
a come Agnelli senior si impossessò della Fiat (di cui,
contrariamente a quanto detto nelle celebrazioni
ufficiali, non era stato affatto il “fondatore”). Il
meccanismo truffaldino (concertato con due membri del
Consiglio di Amministrazione, fu di attirare tanti
piccoli azionisti col miraggio di dividendi favolosi,
che esattamente come per la Enron o la Wrdcom un secolo
dopo, non corrispondevano a un’effettiva redditività
del titolo, ma venivano pagati utilizzando crediti delle
banche. Al termine dell’operazione Agnelli nel 1906 si
era impossessato del pacchetto di maggioranza, e potè
buttare fuori i veri soci fondatori. Fu processato, ma
l’intervento del Ministro della Giustizia sulla
procura lo fece prosciogliere sei anni dopo per i
“meriti” acquisiti con le forniture all’esercito
per la guerra di Libia. Le frodi furono ugualmente
all’origine delle fortune dei Vanderbilt, dei Morgan,
dei Rockfeller, dei Kennedy e di tanti altri.
Non è inutile,
dopo decenni di esaltazione delle virtù del
“mercato” (cioè del capitalismo), a cui si sono
associati anche la maggior parte dei partiti della
sinistra, ricordare queste elementari verità. Ed è
anche importante soprattutto oggi, per spiegare di che
crimini sono stati vittime tutti coloro (tra cui anche
pensionati e lavoratori) che si sono illusi di
migliorare il proprio tenore di vita cedendo alle
lusinghe di chi prometteva facili guadagni, e hanno
perso gran parte dei propri risparmi. Ma naturalmente
non basta.
Bisogna rilanciare
la lotta per una difesa effettiva dei salari, attraverso
il ripristino della scala mobile, la cui soppressione è
stata regalata dai burocrati confederali, Cofferati
compreso, ai padroni, ma non può essere solo un ritorno
al passato: va resa efficace attraverso meccanismi di
controllo dei prezzi dal basso, da parte di commissioni
di consumatori, e il controllo operaio negli stessi
luoghi di produzione sui costi reali dei prodotti. Una
battaglia lunga e difficile, ma l’unica che possa
bloccare i meccanismi speculativi normali nel
capitalismo, mentre il “calmiere” tanto propagandato
una volta dalla destra è praticamente impossibile.
Altra cosa è
bloccare gli aumenti delle tariffe, e anzi cancellare
quelli già avvenuti. Assurdamente Epifani si è
dichiarato contrario, ma invece, pur non essendo
risolutivo, questo blocco può arginare in parte
l’inflazione galoppante. Anche su questo i lavoratori
delle ferrovie o dell’Enel, ecc., possono fare molto,
se sollecitati da una forte campagna che faccia capire
che devono associare i loro interessi diretti a quelli
degli utenti.
Naturalmente gli
organismi della comunità europea, e lo stesso Prodi,
hanno dichiarato inammissibile questa misura, ma vale
per questo quanto dicevamo sopra a proposito della
presunta “neutralità” e “imparzialità degli
organi che gli Stati capitalisti dell’Europa si sono
dati per arginare le richieste dei lavoratori e
cancellare i loro diritti. Quando a Prodi, è grottesco
che l’Ulivo attenda la salvezza dal suo ritorno sulla
scena politica italiana. È stato un grande manager
dell’industria a partecipazione statale,
nell’interesse dei capitalisti privati, e ha avviato
durante il suo governo la politica di privatizzazioni
che hanno svenduto ai privati l’Alfa Romeo, la Cirio,
la Centrale del Latte di Roma, e tante altre aziende
sanissime regalate a famelici capitalisti (che non hanno
ovviamente mantenuto un solo impegno sulla salvaguardia
dell’occupazione).
Rilanciare la lotta
in difesa dei salari reali è un compito prioritario,
senza il quale l’altro grande obiettivo, la riduzione
d’orario, rimarrebbe lettera morta, anche se venisse
imposta per legge (come peraltro è del tutto
improbabile con questo governo e questa
“opposizione”). Ma una crescita delle mobilitazioni
operaie e di tutti i lavoratori potrebbe cambiare le
cose, e mettere di nuovo in difficoltà la maggioranza
di governo come avvenne nell’autunno del 1994, quando
Berlusconi e Dini credettero di poter colpire le
pensioni. L’opposizione punta oggi solo sui
“girotondi” sui conflitti di interessi, o sulla
complessa questione della magistratura, ma non è così
che si può mutare il clima politico. Tra l’altro la
magistratura, dopo un periodo in cui molti, anche nella
sinistra, si erano illusi che spazzasse via la
corruzione, oggi non gode di grande popolarità, e ha
parecchie colpe, non essendo affatto così “rossa”
come afferma Berlusconi, e neppure così indipendente.
Basti pensare al ruolo di D’Ambrosio nella scandalosa
sentenza sul “malore di Pinelli, o di altri del suo
staff nell’incriminazione di Sofri. Altro che “toghe
rosse”!
Naturalmente la
magistratura va difesa quando si oppone alle turpi leggi
che vogliono cancellarne ogni residua autonomia, ma non
è su questo terreno che può innestarsi la
controffensiva nei confronti della destra famelica e
arrogante. Solo puntando sulla difesa dei lavoratori e
dei consumatori dai meccanismi economici che li stanno
stritolando si può creare un grande movimento che
riapra la stagione delle lotte e delle conquiste.
Lecce,
30 agosto 2002
Antonio
Moscato
Aggiornamento
dopo il Consiglio dei ministri
Come sempre il
grande venditore di fumo ha colpito ancora: Berlusconi
alla fine ha proposto di bloccare per tre mesi (il
tempo di far passare le proteste d’autunno) “le
tariffe”, ma essendo gia’ state aumentate quelle
di telefoni e gas (e non se ne parla di toccarle),
tutto si riduce a una sola tariffa, quella
dell’Enel, il cui aumento annunciato inciderebbe
sull’inflazione per lo 0,025 su base annua! Inoltre
essendo l’aumento dell’energia elettrica legato a
quello del petrolio, potrebbe tranquillamente scattare
anche prima un supplemento legato alla nuova guerra
contro l’Iraq. Delle assicurazioni non se ne parla
neppure, di far restituire alle compagnie petrolifere
gli aumenti mantenuti anche nei periodi in cui il
prezzo del petrolio scendeva e il cambio euro-dollaro
era diventato piu’ favorevole. Per giunta con questa
misura insignificante dal valore quasi esclusivamente
propagandistico (e che non a caso e’ stata approvata
subito da Cisl e Uil) Berlusconi delegittima la
cosidetta “Authority”, che dovrebbe accertare la
legittimita’ degli aumenti di alcune tariffe (non lo
ha fatto, ma cosi’ potro’ farlo ancora meno).
(a.m.)
Lecce, 31 agosto
2002.