UNA
EGEMONIA ILLEGITTIMA
Michel Husson
La guerra in Iraq inaugura questo XXI secolo in
chiave di barbarie. Essa induce a interrogarsi
sugli assetti dell´economia mondiale nel cui
quadro si dispiega. Per affrontare questa
questione, può non essere inutile riprendere
(altri lo hanno già fatto: v. Odile Castel, La
naissance de l´ultra-impérialisme. Une interprétation
du processus de mondialisation, in Duménil-Lévy,
Le triangle in-fernal. Crise, mondialisation,
financiarisation, Puf, Parigi 1999; Robert Went,
Mondialisation: vers un ultra-impérialisme?, in
"Mondialisation et impérialisme", in
Cahiers de Critique communiste, n. 1, Syllepse,
Parigi 2003) la tipologia proposta circa trenta
anni fa da Ernest Mandel (cfr. La troi-sième âge
du capitalisme, Les Editions de la Passion, Parigi
1997). Egli distingueva tre possibili scenari:
ultraimperialismo, superimperialismo, e permanenza
della concorrenza interimperialista.
Ultraimperialismo
La prima ipotesi, quella dell´ultraimperialismo,
va chiaramente respinta. Già prevista a suo tempo
da Kautsky, corrisponderebbe a uno scenario in
cui, per riprendere la formulazione di Mandel,
"la reciproca compenetrazione internazionale
dei capitali è talmente avanzata che i contrasti
tra interes-si decisivi, di natura economica, tra
detentori di capitali di diverse nazionalità sono
completamente scomparsi". Siamo evidentemente
ben lungi da una situazione del genere e bisogna
ricavarne le le-zioni. L´illusione di un
equilibrato condominio tra i tre poli della
"Triade" (Stati Uniti, Europa, Giappone)
ha fatto cilecca. All´epoca si parlava di
toyotismo, e di "nuovo modello del
lavoro" e si inneggiava alle nuove risorse
della produttività dell´industria giapponese. Si
pensava insomma che gli Stati Uniti avrebbero
assistito senza reagire a una lenta erosione delle
basi stesse della loro do-minazione e avrebbero
favorito il ragionevole gioco di una
mondializzazione che alcuni, come A-lain Minc, non
hanno esitato a definire "felice".
Si tratta anche della nozione di
"Impero" avanzata da Michael Hardt e
Antonio Negri, che ha appe-na registrato una
madornale smentita pratica. Per convincersene,
basta ricordare il nocciolo duro della loro tesi,
così sintetizzata da Negri: "Nell´attuale
fase imperiale, non c´è più imperialismo - o,
se resta, è un fenomeno di transizione verso una
circolazione dei valori e dei poteri su scala dell´Impero.
Allo stesso modo, non vi è più Stato-nazione:
gli sfuggono le tre sostanziali caratteri-stiche
della sovranità - militare, politica, culturale -
assorbite o sostituite dai poteri centrali dell´Impero.
La subordinazione degli ex paesi coloniali agli
Stati-nazione imperialisti, come pure la gerarchia
imperialista dei continenti e delle nazioni
spariscono o deperiscono: tutto si riorganizza in
funzione del nuovo orizzonte unitario dell´Impero"
(in "L´Empire, stade suprême de l´imperialisme",
in Le Monde Diplomatique, gennaio 2001.
Eppure Hardt tiene ferma nonostante e contro tutto
la tesi dell´Impero, in una recente sortita
("Folly of Our Masters of the Universe",
in The Guardian, 18 dicembre 2002). Egli insiste
sugli interessi comuni delle élites statunitensi
e di quelle di altri paesi, in particolare nella
sfera economica: "Gli uomini d´affari per il
mondo ammettono che l´imperialismo non sia una
buona cosa per gli affari, perché erge barriere
che ostacolano i flussi globali. I potenziali
profitti della mondializzazione capi-talistica,
che solo qualche anno fa attizzavano ovunque gli
appetiti degli ambienti d´affari, dipendo-no dall´apertura
dei sistemi di produzione e di scambio. Anche gli
industriali statunitensi assetati di petrolio vi
sono interessati". M. Hardt si spinge fino a
presentare l´"Impero" come un´alternativa
all´imperialismo Usa, pur denunciando alcune élites
"incapaci di agire in funzione del loro
spesso personale interesse". Dopo avere
ammonito così i potenti di questo mondo, Hardt
rivolge poi i suoi consigli al movimento
antiguerra ("A trap set for protesters",
in The Guardian, 21 febbraio 2003). Certo - dice -
il suo antiamericanismo si nutre dell´antieuropeismo
dell´amministrazione Bush. Re-sta pur sempre che
si tratta di una trappola che porta a una visione
troppo bipolare del mondo o, peggio, a una visione
nazionalista. Hardt contrappone questa
ristrettezza di veduta alla chiaroveg-genza del
movimento "altromondista", che era
riuscito a non pensare più la politica "a
partire dalle rivalità tra nazioni o blocchi di
nazioni". Si tratta di una dissociazione
infondata, e l´atteggiamento di Hardt esprime un
sorprendente volontarismo teorico, consistente nel
negare una realtà oggi ben più tangibile: il
grande ritorno delle contraddizioni
interimperialiste.
Superimperialismo
L´apparentemente assoluta supremazia che sembra
rivelare l´unilateralismo degli Stati Uniti
merita che si esamini la tesi del
superimperialismo. In questo scenario, sempre
secondo la definizione di Mandel, "una sola
grande potenza imperialista detiene una tale
egemonia che gli altri Stati imperia-listi perdono
qualsiasi reale autonomia nei suoi confronti e si
riducono al rango di potenze semico-loniali
secondarie". Anche se l´Unione europea non
si può evidentemente definire "una potenza
se-micoloniale secondaria", questo schema
sembra corrispondere alla gerarchia riconfermata
tra le potenze imperialiste che consacra il ruolo
dominante degli Stati Uniti in ogni campo:
economico, tecnologico, diplomatico e militare.
Questo scenario, però, è molto più ambiguo di
quel che non sembri. Certo, gli Usa hanno
registrato uno sviluppo nettamente superiore a
quello del Giappone e dell´Europa nell´ultimo
decennio. Han-no, al tempo stesso, ristabilito la
propria egemonia nei due ambiti strategici della
tecnologia e dell´armamento. Tuttavia, questa
incontestabile supremazia è andata insieme a
quelli che con un ti-tolo premonitore (Seven
Unsustentables Processes, The Levy Economics
Institute, 1999) Wynnie Godley chiamava "i
sette processi che non possono durare". Li
riprendiamo brevemente: 1) caduta del saggio di
risparmio delle famiglie; 2) aumento dell´indebitamento
netto del settore privato; 3) crescita accelerata
della responsabilità cambiaria della moneta; 4)
crescita del prezzo delle azioni più rapido di
quella dei profitti; 5) aumento dell´attivo di
bilancio; 6) aumento del passivo corrente; 7)
aumento dell´indebitamento con l´estero.
Questo quadro sottolinea come la forma di sviluppo
battezzata "nuova economia" fosse
fondamen-talmente squilibrata e asimmetrica. Quel
che non hanno capito i suoi primi teorici come
Michel A-glietta (cfr. Le capitalisme de demain,
Nota della Fondation Saint-Simon, 1998) e questo
modello di sviluppo non si poteva espandere su
scala mondiale perché, al contrario, si basa su
una forma di "e-sternalizzazione" dei
condizionamenti verso gli altri due grandi poli
imperialisti. A mo´ di battuta, si potrebbe
osservare che gli Usa non verrebbero inseriti nell´Ue
se lo chiedessero, perché sono ben lungi dal
soddisfare i criteri che i paesi europei hanno
definito per sé.
Lo sviluppo relativamente sostenuto degli Stati
Uniti nel corso degli anni Novanta si è basato su
un trend di ascesa del consumo delle famiglie e su
un vero e proprio boom dell´investimento. Come
dimostra Godley, qui c´è un problema
irrisolvibile se non con il tendenziale incremento
del buco dell´indebitamento con l´estero. Questo
quindi vuol dire che l´accumulazione del capitale
e l´indebitamento delle famiglie sono stati in
gran parte finanziati da ingressi regolari di
capitali pro-venienti dal Giappone e dall´Europa,
ma anche dai paesi emergenti dopo la crisi
finanziaria. Si trat-tava di un movimento così
poderoso che ha contribuito al rafforzamento del
dollaro, malgrado il passivo che avrebbe dovuto
invece indebolirlo se non si fosse trattato della
moneta dominante. Que-sta rivalutazione del
dollaro ha drogato le esportazioni europee e sarà
una delle condizioni (parados-sali) del successo
dell´euro. È potuto sembrare si trattasse di una
transazione relativamente collabo-rativa che
permetteva all´Europa di riprendere lo sviluppo.
Vi sono addirittura stati economisti che hanno
annunciato che l´Europa, ormai munita dell´euro,
potesse diventare la nuova locomotiva dell´economia
mondiale, se solo si fosse decisa a investire a
propria volta nelle nuove tecnologie.
Ma quel che non poteva durare non è durato e l´inversione
degli andamenti di borsa ha bruscamente infranto
non poche illusioni. Il governo Bush ha allora
preso una serie di misure per evitare una
ca-tastrofe plausibile per il livello di
indebitamento senza precedenti. La nuova strategia
è rientrata su un solo obiettivo: preservare a
ogni costo le condizioni dello sviluppo
statunitense, pronti a esporta-re la recessione
nel mondo intero. Vi è stato prima il rifiuto
degli accordi di Kyoto con l´argomento che gli
interessi dell´economia statunitense è al di
sopra di qualsiasi altra considerazione.
Altrettan-to unilateralmente, e in flagrante
contrasto con il liberismo imposto agli altri, gli
Stati Uniti hanno assunto misure tipicamente
protezionistiche per le importazioni di acciaio ed
hanno aumentato ulte-riormente le sovvenzioni all´agro-business.
Anche la politica di bilancio operato una svolta
radica-le, con l´accettazione di un passivo che
ha preso a incrementarsi rapidamente non solo in
ragione delle accresciute spese militari, ma anche
di notevoli riduzioni fiscali a vantaggio dei
ricchi. Bush ha decisamente esentato i dividendi
da qualsiasi imposta sul reddito. Infine,
chiarissima è la svolta anche sul piano
monetario: il dollaro ha preso a scendere rispetto
all´euro, il che equivale a una sva-lutazione
dell´ordine del 25%. In altri termini, gli Stati
Uniti operano la scelta di un´offensiva
commerciale, per ridurre (in parte) il passivo
grazie al rilancio di esportazioni maggiormente
com-petitive.
Una egemonia priva di legittimità
Questa nuova politica sottolinea la fragilità
delle basi della dominazione Usa, che si potrebbe
sinte-tizzare così: in modo piuttosto inedito, l´imperialismo
dominante non è esportatore di capitali e la sua
supremazia poggia invece sulla sua capacità di
drenare un flusso permanente di capitali che
vengono a finanziarne l´accumulazione e
riprodurre le basi tecnologiche di questo dominio.
Si tratta dunque di un imperialismo predatore, più
che parassita, la cui grande debolezza e di non
poter pro-porre un regime stabile ai suoi
vassalli. Il Giappone ad esempio ha visto la sua
capacità di sviluppo autonomo infranta dalla
sopravalutazione dello yen imposta dagli Accordi
di Plaza del 1985 e da un decennio la sua economia
sta vegetando. Quanto all´Ue, in ultima analisi
non si è mai prefissa que-sto obiettivo.
In mancanza, quindi, di un superimperialismo che
proponga una struttura stabile, il mondo si sta
o-rientando verso il terzo scenario, quello della
concorrenza interimperialista: "la fusione
internazio-nale dei capitali è sufficientemente
avanzata perché un numero crescente di grandi
potenze imperia-liste indipendenti sia sostituito
da un minor numero di superpotenze imperialiste,
ma essa è così fortemente ostacolata dallo
sviluppo diseguale del capitale che fallisce la
costituzione di una comu-nità globale di
interessi". Lo spartiacque Europa/America sarà
nei prossimi anni un asse centrale di queste
rivalità.
Per stabilire un nesso più diretto con la guerra
in Iraq, va introdotta un´altra caratteristica
dell´attuale capitalismo che si deduce da questa
rapida analisi, e cioè la sua incapacità di
proporre un modello di espansione dei presunti
vantaggi della mondializzazione. Questo modello
non eguali-tario, antisociale ed escludente,
improvvisamente non gode di legittimità, per cui
è condannato ad imporsi con forme più o meno
edulcorate di violenza.; di fronte a questo, in
assenza di alternative sufficientemente
concretizzate, il rifiuto rischia di assumere la
forma dell´ascesa degli integralismi religiosi,
comunitari o nazionalistici. Possiamo illustrare
il modo in cui questa egemonia illegittima
ingeneri una vera e propria dialettica dei
fondamentalismi con l´ausilio di un saggio,
allucinante e allucinato, pubblicato qualche anno
fa nella rivista di una scuola militare (cfr.
William Peters, "Constant Conflict", in
Parameters, vol. XXVII, n. 2, 1997). Il maggiore
Peters vi descrive, con parole sue, la fine
di un´epoca:
"E´ ormai un dato dell´evidenza che per
buona parte del XII secolo il ventaglio dei
redditi si è ri-stretto, si tratti di individui,
di paesi o di continenti [...] Chi lavorava più
sodo del vicino poteva migliorare la propria
condizione sul mercato. Questa giustizia primitiva
alimentava speranze larga-mente diffuse. Quel
modello è morto. Oggi, il dispendio fisico
diventa superfluo in un mondo in cui le macchine e
i sistemi produttivi risparmiano il lavoro [...] L´americano
medio uscito dalle scuole superiori negli anni
Sessanta sperava in un buon lavoro che gli
consentisse di assicurare il benessere familiare e
di migliorare ragionevolmente il proprio tenore di
vita. Per molti di questi americani è crollato il
mondo, proprio nel momento in cui i media li
provocano mostrando loro le immagini di un mondo
sempre più ricco, movimentato e distratto, dal
quale si sente escluso. Questi cittadini
e-marginati (discared) hanno la sensazione che il
governo non si occupi più di loro, ma solo dei
privi-legiati".
Vediamo bene come l´odio per lo straniero si
trasformi in diffidenza di classe: "l´operaio
americano licenziato e il Talebano sono fratelli
nella sofferenza". La totale perdita di
legittimità, sia all´interno sia fuori, porta
logicamente a una visione paranoica del mondo che
sfocia in una vera e propria di-chiarazione di
guerra: "chi non ha niente odierà chi ha
tutto e se la prende con loro. E noi, negli Sta-ti
Uniti, continueremo ad essere visti come quelli
che hanno tutto. Dovremo intervenire per
difende-re i nostri interessi, i nostri
concittadini, i nostri alleati o i nostri clienti.
Vinceremo militarmente ogni volta che ne avremo il
coraggio. Non vi sarà pace. Siamo chiamati a
vivere in un mondo attra-versato da molteplici
conflitti dalle mutevoli forme. Il ruolo dell´esercito
Usa sarà in pratica quello di conservare un mondo
sicuro per la nostra economia e aperto alla nostra
offensiva culturale. A questo scopo, dovremo
uccidere un bel po´ di gente (do a fair amount of
killing)".
La guerra attuale si colloca sulla direttrice di
questo delirio. Il suo nesso con l´economia non
si può analizzare secondo schemi meccanicistici
secondo cui l´intervento servirebbe a rilanciare
l´economia statunitense, a fare scendere il
prezzo del petrolio o, in una versione ancora un
po´ più paranoica, a garantire la supremazia del
dollaro rispetto all´euro (cfr. William Clark,
"The Real Re-asons for the Upcoming War with
Iraq: a Macroeconomic and Geostrategic Analysis of
the Unspo-ken Truth), 2003 http://www.ratical.og/ratville/CAH/RRiraqWar.html).
Nessuna di queste cause può rendere realmente
conto dell´intervento in atto. Questo rinvia, in
sostanza, al carattere squilibra-to e asimmetrico
dell´imperialismo contemporaneo, e alla
conseguente incapacità di dominare con altri
mezzi che non siano la violenza.