Pubblichiamo
un articolo scritto da Livio Maitan per
"liberazione"e una recensione di Antonio
Moscato a un libro sul commercio delle armi.
KURDISTAN:
CONTINUA UNA TRAGEDIA ANTICA
Le vicende che vedono i peshmerga
del Kurdistan sotto dominazione irachena
schierarsi con le truppe imperialiste degli Stati
Uniti provocano sconcerto e indignazione nel vasto
movimento internazionale della pace. Non per
giustificare, ma per comprendere questa drammatica
deriva bisogna partire da lontano.
Il popolo curdo non rientra nella categoria di
quelli che con infelice espressione Friedrich
Engels aveva definito popoli senza storia. Le sue
origini risalgono addirittura al XXX secolo a.c.
Ma, per uscire da brume così remote, dei curdi
parlano storici dell´antichità greco-romana: in
particolare ai Kardoukoi si riferisce nell´Anabasi
Senofonte. Per avvicinarsi ancora, già nel XVI
secolo emergerebbe l´idea nazionale curda, che
avrebbe poi ispirato il poeta Ehmed Khani, autore
dell´epopea Mem-O-Zin.
Una storia tormentata
Mentre il XIX secolo era segnato da
lotte dei principati contro l´Impero ottomano,
agli inizi del XX secolo usciva in Svizzera e poi
in Inghilterra, Kurdistan, giornale bilingue
curdo-turco. Ma bisognava attendere la fine della
Prima guerra mondiale - dopo che, nel corso del
conflitto, il governo turco aveva deportato oltre
mezzo milione di curdi, in gran parte periti nel
trasferimento - perché circoli e associazioni,
stimolati dai 14 punti del presidente degli Stati
Uniti, Wilson, sollevassero esplicitamente il
problema di un Kurdistan indipendente. La
delusione non poteva essere più grande: il
Trattato di Sèvres (1920) si limitava a parlare
di autonomie locali prospettando vagamente una
ipotesi di indipendenza, comunque subordinata a un
riconoscimento della Società delle Nazioni. Nel
1923 il Trattato di Losanna sanciva la divisione
coloniale del Kurdistan tra Turchia, Iran, Irak e
Siria. Anche in Unione Sovietica viveva una
comunità curda, di modeste dimensioni, in
migliori condizioni, rispetto alle comunità degli
altri paesi, sin materia di diritti linguistici e
culturali.
In questo contesto si susseguivano negli anni `20
e ´30 rivolte e movimenti insurrezionali di
ispirazione nazionale. Per esempio, lo sceicco
Mahmud, che già nel 1919-20 si era battuto contro
l´occupazione britannica del Kurdistan
meridionale, nel 1922 dava vita a un
"gabinetto del Kurdistan" composto da
otto ministri. Nel 1928 Ihsan Nuri, alla testa di
migliaia di sostenitori, proclamava la repubblica
dell´Ararat, che resisteva per due anni. Alla metà
del decennio successivo scoppiava nel
territorio annesso alla Turchia la rivolta del
Dersim, diretta dal "generalissimo"
Seyid Reza, autore di una lettera-manifesto.
Alla fine della Seconda guerra mondiale le potenze
vincitrici imponevano il mantenimento della
divisione del Kurdistan. Ma nel ´43 era scoppiata
nella regione irachena la rivolta di Mustafà
Barzani, schiaccista da un intervento britannico,
mentre gli insorti si rifugiavano nel Kurdistan
iraniano. Agli inizi del 1946 questa regione era
il teatro di una delle vicende più significative
della lotta per la liberazione curda. A Mahabad
era proclamata, sotto la presidenza di Qadi
Mohammed, una repubblica indipendente che si
dotava di un proprio esercito. La repubblica
durava solo sino alla fine dell´anno, ma aveva
esercitato una forza di attrazione nei confronti
di curdi di altre regioni, che partecipavano alla
sua difesa. L´Unione Sovietica ,dopo aver inviato
qualche segnale favorevole, assisteva passivamente
al soffocamento della giovane repubblica da parte
delle truppe dello Scià: gli imperativi di Yalta
pesavano di più dei diritti nazionali curdi.
A Mahabad era sorto, sempre nel 1946, il Partito
democratico curdo (Pkd) a vocazione pancurda. Ma
poco dopo, sotto la direzione di Barzani, sorgeva
il Pdk iracheno: nel 1965 si costituiva il Pdk
delle regioni turche e nel 1967 quello siriano. Più
tardi sarebbero nate, soprattutto nelle zone sotto
dominio turco, una serie di altre formazioni,
marxisteggianti, comuniste e anche di estrema
sinistra. Indipendentemente dai progetti di
partenza e dalle intenzioni via via espresse,
questa suddivisione del movimento rendeva sempre
più difficile, per non dire impossibile, una
strategia politica pancurda e finiva con l´inserirsi
nella logica interna dei vari Stati regionali e,
in ultima analisi, nei disegni politici delle
potenze imperialiste. Così la lacerazione imposta
ai curdi dopo le due guerre produceva i suoi
frutti avvelenati.
Per non fornire che qualche sommaria indicazione,
il Pdk, proclamatosi temporaneamente
marxista-leninista, conosceva ripetute crisi
interne e scissioni: la scissione più importante
dava origine all´Unione patriottica curda (Upk)
con Talabani come dirigente principale. Dopo la
rivoluzione anti-imperialista del 1958 in Iraq,
Barzani si accordava con il nazionalista iracheno
Kassem rinunciando alla rivendicazione dell´indipendenza.
Tra lo stesso anno e il 1975, peraltro, il governo
di Bagdad alternava concessioni e repressioni,
includendo nella sua compagine esponenti curdi.
Barzani rompeva con Bagdad del `64 e
successivamente si accordava con lo scià d´Iran
e con gli stessi Stati Uniti. Nel `75, mediatrice
l´Algeria, lo scià si accordava con Bagdad e
Barzani era lasciato dall´oggi al domani al suo
miserevole destino.
Per venire alla vicenda odierna, va ricordato che
gli ultimi anni le difficoltà interne di Saddam
Hussein e i condizionamenti esterni avevano
consentito alle regioni curde dell´Iraq di godere
di una relativa autonomia, accompagnata da una
sospensione di scontri militari e repressioni e da
una modesta crescita economica. Situazione,
tuttavia, quanto mai precaria: le truppe di Saddam
costituivano pur sempre una minaccia
incombente, mentre, dall´altra parte delle
frontiera, premeva la Turchia, preoccupata delle
eventuali ricadute nel suo territorio della sia
pur limitata. autonomia della contigua regione
irachena. In questo contesto, scoppiata la guerra,
la presenza americana appariva, illusoriamente, a
curdi iracheni come un´ancora di salvezza
Autodecisione: diritto
inalienabile
Il quadro tracciato sarebbe
incompleto senza un accenno alle strutture e alle
dinamiche curde sul piano socio-economico. In
realtà il movimento nazionale curdo è stato
profondamente segnato dal combinarsi e dal
relativo contrapporsi del peso di strutture
economiche arretrate, anche con tratti tribali
(Barzani, per esempio, era considerato espressione
dei grandi proprietari e dei capi tradizionali) e
di aspetti politico-culturali più moderni. In
particolare, se la percentuale dei proletari già
dagli anni ´70 era tutt´altro che irrilevante,
tuttavia, nuclei operai curdi, anche consistenti
risiedevano in grandi città turche e, forse
ancor, più nell´emigrazione, in grandi fabbriche
tedesche.
Per concludere: al di là di tutte le vicende, più
lontane e più recenti, è incontestabile che
esiste un popolo curdo - geograficamente contiguo
e di entità numerica superiore alla maggior parte
degli Stati dell´Unione europea - che resta
vittima di una classica oppressione nazionale. Il
prezzo pagato al protrarsi di questa oppressione
è stato ed è enorme e non solo per i curdi. Alla
irrinunciabile rivendicazione democratica dell´autodecisione
si è mossa e si muove l´obiezione che sarebbe
giusta in linea di principio, ma in pratica
foriera di gravi conflitti e lacerazioni in una
intera regione tradizionalmente esplosiva. Ai
"realisti" rispondiamo con una domanda:
se un Kurdistan indipendente e unitario si fosse
formato, come era possibile, dopo la Prima guerra
mondiale, ci sarebbero forse stati conflitti e
lacerazioni ancora più gravi di quelli cui
abbiamo assistito e assistiamo? Ci sembra
ben difficile dare una risposta affermativa.
5 aprile 2003
Livio Maitan
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Le molte strade
delle armi
Abbiamo segnalato di sfuggita nella
"Bibliografia ragionata" sugli Stati
Uniti e la guerra il documentatissimo libro di
Sergio Finardi e Carlo Tombola, Le strade delle
armi,Jaca Book, Milano, 2002 , che ricostruisce
con molti dati "la guerra come affare",
in permanente crescita negli ultimi anni, dopo un
breve rallentamento subito dopo il crollo dell´URSS.
Ma vale la pena di parlarne ora più ampiamente. I
due autori, che lavorano da anni sul sistema
mondiale dei trasporti, sostengono che la maggior
parte del commercio delle armi avviene per vie
legali e che perfino quello totalmente illegale può
essere quindi ricostruito a partire da una
decifrazione di dati di vario genere, da quelli
dei porti e aeroporti alle fonti doganali,
mettendo a confronto le statistiche dei paesi
esportatori con le ammissioni spesso divergenti di
quelli importatori (il che vale anche per altre
merci, come i diamanti, strettamente legati almeno
in Africa alle forniture militari, e occultati con
vari espedienti, non insormontabili, da paesi come
Israele che della trasformazione dei diamanti
grezzi è paese leader). Naturalmente Finardi e
Tombola sanno bene che mai come nel settore degli
armamenti le statistiche sono sottoposte a
manipolazioni e coperte nei limiti del possibile
dal segreto militare.
Una rapida panoramica, in un capitolo su
"conflitti odierni ed eserciti del XXI
secolo", segue in primo luogo le tracce dei
principali fornitori del Pentagono. Le aziende
statunitensi hanno esportato nel 1999 armi per 33
miliardi di dollari, sbaragliando i più
agguerriti concorrenti inglesi (5 miliardi) e
russi (3 miliardi). Per avere un´idea del grado
di concentrazione, basti dire che le prime cento
società hanno assorbito 82,5 miliardi di dollari
di commesse nel 2000, e le prime dieci 50,6
miliardi (diventati già 58,7 nel 2001): per un
termine di confronto, l´intero PIL dell´Algeria
nel 2000 era di 53 miliardi di dollari, e quello
dell´Ecuador di 13,6!
Nel suo piccolo l´Italia già nel 1999 dichiarava
un bilancio militare di 23 miliardi di dollari.
Probabilmente la spesa reale è molto superiore,
perché una parte notevole di essa è mimetizzata
sotto la voce "protezione civile". Falco
Accame da moltissimi anni ha documentato casi in
cui la Marina Militare ha acquistato 4 navi,
mentre altrettante dello stesso tipo erano state
commissionate dalla protezione civile, che ha tra
l´altro nei suoi libri paga centinaia di
ufficiali superiori. Non sarà per questo che la
protezione "civile" è così
inefficiente in caso di vere catastrofi naturali?
La cifra delle spese militari italiane sembra
modestissima rispetto ai 281 miliardi del bilancio
USA del 1999, portato già da Clinton a cifre ben
superiori (preventivava 324 miliardi di dollari
per il 2002. Bush poi lo ha subito fissato a 379
miliardi per il 2003, con l´obiettivo di arrivare
entro il 2007 a 451 miliardi di dollari). Ma, per
valutare le dimensioni della spesa italiana,
bisogna pensare che nel 1999 solo 58 paesi al
mondo avevano un PIL superiore ai 23 miliardi di
dollari.
Appena arrivato alla Casa Bianca Bush ha firmato
il maggiore contratto militare di tutti i tempi
(200 miliardi di dollari, evidentemente in più
del bilancio ordinario) per produrre il JSF, Joint
Strike Fighter, l´aereo da caccia multiruolo
della Lockeed Martin. Finardi, che vive da tempo
negli Stati Uniti, ha ricostruito insieme a
Tombola come la pioggia di investimenti verrà
equamente divisa (dando in subappalto la
produzione di singole parti) dalla società
capocommessa con i suoi "concorrenti",
ognuno dei quali a sua volta è intestatario
principale di altri remunerativi progetti, e
naturalmente disposto a ricambiare il favore.
Gli autori seguono rigorosamente e
"tecnicamente" questi processi, ma
spesso traspare lo sdegno per queste spese, che se
sono insensate dal punto di vista degli interessi
complessivi della società umana, non lo sono
certo dal punto di vista del funzionamento
"normale" del capitalismo. Finardi e
Tombola si riallacciano a un certo punto alla
denuncia contenuta nel "Rapporto Brandt"
del 1980, che calcolava, già allora, che con ciò
che veniva speso nel mondo in una sola mezza
giornata per il mantenimento degli apparati
militari si poteva finanziare completamente il
programma dell´Organizzazione Mondiale della
Sanità per sradicare la malaria e l´oncocercosi
in tutto il mondo; con il costo di un solo carro
armato si potevano costruire 1000 aule scolastiche
o migliorare l´immagazzinamento di 100.000
tonnellate di riso, riducendone le perdite dovute
a cattiva conservazione; con l´equivalente del
costo di un caccia si potevano allestire 40.000
farmacie di villaggio; una riduzione di appena lo
0,5% della spesa militare mondiale poteva pagare
le attrezzature agricole per accrescere la
produzione portando in dieci anni a rendere quasi
autosufficienti dal punto di vista alimentare i
paesi a basso reddito. Ma nulla è stato fatto,
neppure dalla Germania di Brandt.
Commentando quei dati, Finardi e Tombola fanno un
"aggiornamento al 2002": i casi di
malaria clinicamente accertati sono diventati 300
milioni, mentre in Africa i malati di oncocercosi
sono un milione, di cui 100.00 sono ormai ciechi.
Farei un altro aggiornamento, che permette di
ridimensionare il significato del "Rapporto
Brandt": nel 1999 la Germania era il quinto
paese esportatore di armi, il quarto se si
considerano carri armati e veicoli corazzati, il
terzo esportatore di armi leggere... E Brandt è
stato per anni il principale esponente politico
del suo paese, e il suo partito continua a
governarlo. Sarebbe bene ricordarlo, insieme al
fatto che è stato lui a coniare i termini
"Nord e Sud del mondo", che gran parte
del mondo cattolico e della sinistra hanno fatto
propri, senza cogliere che servivano soprattutto a
scacciare, presentandola come superata, la
definizione classica marxista di imperialismo,
perfettamente applicabile anche alla Germania che
lui guidava, sostituendola con un termine
geografico vago e impreciso.
A parte questa "annotazione a margine",
il libro è utilissimo perché esamina diversi
casi concreti: dal punto di vista della
produzione, ad esempio, il "distretto
Beretta" nella Valtrompia, di cui poi in
appendice si ricostruisce l´incidenza come
"gruppo di pressione" nel processo di
progressivo smantellamento della legge 185/90
sulla trasparenza nelle vendite di armi, avviato
dal governo D´Alema e giunto nella fase finale
con il governo Berlusconi, con la complicità o
indifferenza di gran parte della sinistra (non
escluso il PRC, assente - probabilmente per scarsa
attenzione - in diverse scadenze della discussione
in commissione). La legge 185/90 era la migliore
in Europa, ed era stata imposta dalla pressione
dei movimenti pacifisti.
Quanto ai tantissimi destinatari delle armi, il
libro si concentra soprattutto su due casi, quello
dell´Angola, ricostruito anche in tutti gli
aspetti politici (comprese le gravissime complicità
della Cina nell´armamento e addestramento -
insieme al Sudafrica razzista - dell´FNLA di
Holden Roberto prima e poi dell´UNITA di
Savimbi). Va detto che gli autori, in vari casi,
hanno trovato tracce di legami tra il complesso
militare-industriale sudafricano e l´UNITA anche
nel periodo post apartheid.
Non altrettanto facilmente utilizzabile la
panoramica dell´area mediterranea e
mediorientale, sia per l´eccesso di particolari,
sia e soprattutto perché prende in esame un
gruppo troppo vasto ed eterogeneo di paesi. Ma in
ogni caso risulta il "ruolo centrale dell´Italia",
anche se ridimensionato per alcuni anni proprio
per effetto della legge 185, che aveva provocato
la discesa dal quarto all´undicesimo posto nella
graduatoria dei paesi esportatori di armi.
Soprattutto oggi, alla luce della mobilitazione
popolare e sindacale contro i carichi di armi
destinati alla guerra in Iraq, è preziosa la
ricostruzione tanto delle reti mondiali di
trasporti marittimi (tra cui al primo posto si
colloca l´autorità portuale di Singapore, che
controlla (o partecipa a) tredici terminal
container, comprese Genova-Voltri e Venezia),
quanto dei venticinque siti militari USA in
Italia. Che tuttavia sono solo in parte
determinanti nei trasporti d´armi, che sono ormai
per ragioni molteplici quasi tutti
"esternalizzati" e
"terziarizzati" (col risultato
aggiuntivo di una militarizzazione dei trasporti
"civili").
Ancora sull´Italia: quando avevamo per la prima
volta segnalato questo libro, avevamo osservato
che le notizie riguardanti direttamente l´Iraq
non sono molte, perché per ovvie ragioni i
fornitori hanno cercato di occultare i loro
traffici con un regime dalla pessima fama.
Tuttavia non mancano dati poco conosciuti sul
ruolo di imprese italiane come la Valsella (di cui
si ricostruisce la storia) nell´eludere l´embargo
con l´appoggio della filiale di Singapore della
Banca Nazionale del Lavoro (ma una volta scoperta,
dati i suoi legami con la FIAT, la Valsella trovò
un giudice che insabbiò il processo e derubricò
il reato da esportazione illegale di armi a
semplici infrazioni valutarie).
Segnalo, tra l´altro, che Sergio Finardi è
intervenuto puntualmente su "il
manifesto" di poche settimane fa su questa
fase della guerra ridimensionando il "movente
petrolio" in quanto tale (più che la
conquista diretta, gli USA pensano casomai al
controllo complessivo delle aree in cui si
produce); la stessa tesi è stata sostenuta da
Immanuel Wallerstein, in un efficace articolo
sulle pagine dello stesso giornale, purtroppo
presentato da redattori disattenti con un titolo
che contraddiceva totalmente quello che c´era nel
testo.
In conclusione, anche se il libro è stato scritto
nel 2002, e accenna quindi solo di sfuggita ai
preparativi di questa nuova fase della
"guerra infinita", ci sembra che possa
essere veramente utile per i militanti del
movimento contro la guerra.
8
aprile 2003
Antonio
Moscato