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L’arresto
di Abul Abbas
Il cosiddetto “blitz” statunitense che ha
portato all’arresto di Abul Abbas, leader del
Fronte per la Liberazione della Palestina (Flp),
dimostra solo che il clima di smobilitazione
dell’apparato iracheno è totale. Abul Abbas da
oltre dieci anni viveva a Baghdad e tutti ne
conoscevano l’indirizzo. Ora questa operazione
viene dipinta come un esempio di “eroismo” dei
marines, che in realtà non hanno che suonato il
campanello alla porta d’ingresso. Come in molti
altri casi di “arresti eccellenti” anche
quello di Abul Abbas è stato reso possibile dal
clima caotico che oggi regna in Medio Oriente.
I giornali italiani si sono riempiti ancora una
volta delle immagini dell’Achille Lauro, di Leon
Klinghofer, un vecchio ammiraglio statunitense,
ebreo, ucciso in quei tre giorni di sequestro.
Come nel 1985 anche oggi sono rare le
ricostruzioni di quei giorni che ricordano oltre
al “santo” ebreo statunitense, anche le oltre
75 vittime tra tunisini e palestinesi di un raid
israeliano sul quartier generale dell’Olp a
Tunisi, un atto di terrorismo di Stato in grande
stile compiuto pochi giorni prima. Come allora
anche oggi, mentre i giornali sono pieni delle
foto del “terrorista” Abul Abbas, nessuna foto
né delle vittime di Tunisi, ne tanto meno di
quelle irachene.
Le ricostruzioni del sequestro, poi, sono a dir
poco fantasiose. Chi apprende solo oggi di
quell’azione del Flp è indotto a credere che
Abul Abbas si trovasse sulla nave (cosa che se
fosse stata vera probabilmente avrebbe evitato la
morte di Klinghofer) mentre egli fu il mediatore
che tra la notte tra il 9 ed 10 ottobre indusse i
quattro ragazzi del commando a liberare tutti i
passeggeri e gli uomini dell’equipaggio, circa
600 persone, e ad arrendersi agli egiziani (la
nave era attraccata a Porto Said) senza
condizioni. Oggi la versione di quel sequestro
lascia credere che il dirottamento della nave
fosse l’obiettivo dei quattro membri del Flp,
che invece avevano tutt’altre intenzioni e
tutt’altro obiettivo. Essi, in realtà, si erano
imbarcati sull’Achille Lauro per raggiungere il
porto israeliano di Ashdod, per potersi infiltrare
in territorio israeliano e, casualmente scoperti
dall’equipaggio, invece di arrendersi, si
impossessarono della nave. Un’azione sicuramente
troppo grande per loro. Quattro ragazzi di cui il
più anziano aveva solo diciotto anni, privi di
reale esperienza, si trovarono a gestire una
situazione difficile e incontrollabile. Ormai da
molto tempo la dinamica della morte di Leon
Klinghofer è stata chiarita: il vecchio
ufficiale, mentre veniva spinto sulla sua
carrozzella da uno dei dirottatori addentò la
mano del ragazzo che perse il controllo e gli sparò
e poi gettò in mare il suo cadavere. Per la
riuscita del sequestro, anche se improvvisato,
sicuramente la morte di Klinghofer non aveva
senso, ed era anzi controproducente. Tra l’altro
la richiesta della liberazione di 52 prigionieri
politici palestinesi venne formulata dopo
ventiquattr’ore dall’inizio del dirottamento,
cosa che dimostra che i quattro non erano saliti
sulla nave con quell’obiettivo.
Sigonella: la notte degli equivoci
Nella notte del 10 ottobre 1985 un aereo delle
linee aeree egiziane sorvola il mediterraneo. A
bordo, oltre i quattro dirottatori, si trovano
Abul Abbas ed un altro esponente palestinese. Nei
cieli di Sicilia l’aereo egiziano viene
intercettato da caccia statunitensi. Bettino
Craxi, all’epoca capo del governo italiano, dà
l’autorizzazione all’atterraggio nella base
NATO di Sigonella, dove le autorità statunitensi
pretendono di arrestare tutti i palestinesi a
bordo, per processarli negli Usa. Il governo
italiano oppone un fermo rifiuto, per il buon
motivo che l’Achille Lauro in quanto battente
bandiera italiana ed essendo partita da Genova
doveva essere considerata territorio italiano,
sicché dovevano essere le autorità italiane a
processare i dirottatori.
In quanto alla sorte di Abul Abbas, il governo
italiano, per non incorrere in un errore
clamoroso, ne decise il rilascio, in quanto
mediatore. Oggi è Giulio Andreotti che spiega
quelle ore convulse, con una battuta: “il tutto
era in mano ai pasticcioni dell’Irangate…”.
Alla fine il governo italiano la spunta e gli Usa,
dal canto loro, non si sono sforzati più di
tanto, in tutti questi anni, per arrestare Abul
Abbas.
Solo nel 1990 la magistratura italiana, non si sa
in base a quali prove, ha condannato Abul Abbas
all’ergastolo in contumacia come mandante del
dirottamento. Da ciò che emerse dal processo ai
dirottatori, invece, risultò che non solo Abul
Abbas non era il mandante del dirottamento, ma
probabilmente non era neppure a conoscenza del
tentativo di raggiungere Ashdod da parte dei
quattro ragazzi.
In ogni caso, ciò che, allora come oggi, nessuno
ha tenuto in conto, è il contesto nel quale si
inseriva quell’episodio.
Erano gli anni della “grande sconfitta”. Dopo
l’espulsione da Beirut nel 1982, le stragi di
Sabra e Chatila, il silenzio era calato sulla
lotta di liberazione del popolo palestinese. Tutti
gli “esperti” facevano a gara a decretare la
morte dell’Olp e la fine di Yasir Arafat. La
frustrazione dei palestinesi era enorme. Gli
atti terroristici sembravano l’unica via
percorribile per far sì che il mondo si
accorgesse dell’esistenza dei palestinesi.
Proprio grazie a questo clima, organizzazioni come
il Flp di Abul Abbas riuscirono ad emergere nella
galassia dell’Olp. In realtà il Flp, nato nel
1977 da una scissione del Fronte popolare per la
Liberazione della Palestina - Comando Generale di
Ahmed Jibril, legato allora alla Siria, aveva una
influenza ridottissima tra i palestinesi. Non per
nulla allo scoppio della prima Intifada nel 1987
quest’organizzazione, come molte altre,
soprattutto quelle emanazione più o meno
esplicita di Siria ed Iraq, spariranno di nuovo e
non avranno alcun peso. Solo nel 1990 si tornerà
a sentir parlare del Flp, per un tentativo fallito
di un’azione a Tel Aviv. A giudicare, invece,
dalla grancassa fatta intorno al preteso
“blitz” di Baghdad, sembrerebbe che il Flp
fosse un’organizzazione potente ed influente.
A chi toccherà dopo Abul Abbas?
Nel 1996, nel quadro degli accordi Oslo II, Abul
Abbas viene inserito nella lista degli amnistiati
per tutti i tipi di “reato” commessi prima del
1993 (anno degli accordi di Oslo I). In fondo alla
lista degli amnistiati, oltre alla firma di
Netanyhau e di Arafat, c’è anche quella di Bill
Clinton. In questo senso hanno ragione Arafat ed
Abu Mazen, che, messe da parte per un momento le
divergenze, chiedono all’unisono la liberazione
di Abul Abbas, il cui arresto è fuori da
qualsiasi diritto e straccia, come d’abitudine,
tutti gli accordi stipulati.
Se un uomo, che da molti anni ha abiurato il suo
passato tanto da essere riammesso nei Territori
Occupati, e che dovrebbe essere protetto da un
accordo internazionale, può essere arrestato, o
meglio sequestrato con l’alibi della “lotta al
terrorismo”, ci si può domandare logicamente:
chi sarà il prossimo?
Inoltre, non è chiara la fine che gli Stati Uniti
hanno riservato ad Abul Abbas. Forse è già nel
lager di Guantanamo, dove ogni diritto umano è
cancellato e la dignità umana calpestata.
Sicuramente in queste condizioni non si può
pensare che Abul Abbas, sia o meno già a
Guantanamo o ci venga portato successivamente, sia
nelle condizioni di difendersi. L’Italia si
avvia a fare l’ennesimo atto di vassallaggio nei
confronti di Washington. Il ministro Castelli, pur
ammettendo di non conoscere la “questione
Achille Lauro”, ha chiesto agli Usa
l’estradizione di Abul Abbas per poi però dire
che forse la cosa è più lunga del previsto.
Conclusione: l’Italia si prepara ad accettare
passivamente qualsiasi decisione gli Usa prendano.
Anche se, ripetiamo, la condanna all’ergastolo
di Abul Abbas è stato un arbitrio giuridico,
sicuramente un carcere italiano sarebbe
preferibile a Guantanamo.
Gli Stati Uniti, con il complice silenzio di molti
e l’esplicito assenso di altri Paesi europei,
stanno semplicemente attuando in Iraq la politica
israeliana che in nome della “sicurezza”
stermina, arresta, affama, ecc.
Certo Arafat e Abu Mazen si illudono se pensano
che appellandosi agli accordi di Oslo II riescano,
se non a liberare Abul Abbas, almeno a salvare se
stessi.
Le bugie clamorose martellate sui mass media sul
sequestro dell’Achille Lauro e sulle
responsabilità di Abul Abbas, presentato come
“vicino ad Arafat”, hanno come obiettivo di
accreditare l’idea dell’Iraq come paese
sostenitore del “terrorismo”, anzi di
“dimostrarla”. Ormai si è rimasti veramente
in pochi a distinguere fra lotta armata
(riconosciuta come diritto dei popoli in lotta
anche dall’Onu), e terrorismo vero e proprio,
con la conseguenza di giustificare qualsiasi
azione decida Israele contro la leadership
palestinese. In questo contesto di totale
arbitrio, in cui l’unico diritto riconosciuto è
quello riservato agli imperialisti di fare ciò
che vogliono e dove vogliono, l’unica speranza
è che il popolo palestinese e quello iracheno
sappiano difendersi, senza aspettarsi aiuto da
nessuno.
La sinistra italiana, in tutto questo, farebbe
bene a riflettere prima di avallare la consegna di
Abul Abbas nelle mani dei suoi carnefici. Se
l’affaire viene, di fatto, accettato senza
batter ciglio in nome dell’esigenza di prendere
le distanze dal “terrorismo”, che si farà
quando arriverà l’espulsione di Arafat? Oggi
tacere sullo scandaloso arresto/sequestro di Abul
Abbas, significa che domani non si potrà nemmeno
denunciare l’arbitrio.
Ci permettiamo di prevedere che la situazione
della regione mediorientale prima o poi sfuggirà
di mano agli apprendisti stregoni, che utilizzando
qualche pennivendolo del livello di Magdi Allam,
pensano di poter “pacificare” i popoli con le
“bombe intelligenti”.
Nessuna meraviglia poi se anche i bambini
iracheni, come quelli palestinesi, cresceranno
covando l’odio verso coloro che non solo gli
hanno massacrato i genitori ma cercano di
strappargli la dignità della loro cultura e del
loro passato. Quello stesso odio che ha nutrito i
ragazzi che sequestrarono l’Achille Lauro.
Non sarà sufficiente la pelosa carità che salva
un solo bambino sulle migliaia colpiti. Per
fortuna lo stesso piccolo Ali, bambino di Baghdad
che sotto le bombe ha perso tutta la famiglia e le
sue braccia, chiede senza sosta: “per voi
liberarci significa ucciderci?” e poi aggiunge:
“io voglio le mie braccia perché io possa
liberarmi”…Non lasciamo soli i tanti Ali in
Iraq, come in Palestina e in Afghanistan.
Cinzia Nachira
17 aprile 2003
P.S. Oggi i corrispondenti della RAI da
Baghdad e Mosul hanno smentito il ritrovamento di
decine di fosse comuni in Iraq, come era stato
chiarito che i poveri resti trovati a Basra appena
conquistata non appartenevano a vittime delle
atrocità del regime, ma a alcuni dei tanti
soldati – iracheni e iraniani - morti nel corso
della guerra che Saddam Hussein scatenò per conto
dell’Occidente (e con armi statunitensi,
tedesche, inglesi e italiane) contro l’Iran. Ma
le smentite vengono date in sordina, e nella
maggior parte della gente resta invece
l’impressione dei titoloni dei quotidiani e dei
telegiornali… (19/4/2003)