Stralci
dal discorso di Guevara all’ONU dell’11
dicembre 1964
Pubblichiamo
due brevi stralci del discorso di Guevara
all’ONU dell’11 dicembre 1964, di grande
attualità. Prima di tutto per l’uso
sistematico e rigoroso del termine
“imperialismo”, riferito non solo a quello
statunitense che pure era quello che più
direttamente minacciava Cuba, ma anche ai paesi
europei, compreso il Belgio (il termine ricorre
complessivamente 24 volte in tredici pagine),
per la denuncia delle complicità dell’ONU in
imprese brigantesche come quella che portò
all’assassinio di Patrice Lumumba nel Congo ex
belga, e poi per il rifiuto di accettare misure
unilaterali di disarmo imposte a paesi piccoli
dai paesi imperialisti traboccanti di armi di
distruzione di massa. (a.m)
[…]
Ancora
una volta, leviamo la nostra voce per denunciare
al mondo quello che sta succedendo in Sud Africa;
la brutale politica dell'apartheid viene applicata
sotto gli occhi delle nazioni del mondo. I popoli
dell'Africa sono costretti a sopportare che in
quel continente sia ancora riconosciuta
ufficialmente la superiorità di una razza
sull'altra, che si commettano impunemente degli
assassinii in nome della superiorità razziale. Le
Nazioni Unite non faranno dunque nulla per
impedirlo?
Vorrei
riferirmi specificamente al doloroso caso del
Congo, unico nella storia del mondo moderno, che
indica come si può offendere nella più assoluta
impunità, col cinismo più insolente, il diritto
dei popoli. All'origine di tutto ciò vi sono le
ingenti ricchezze del Congo che le potenze
imperialiste vogliono mantenere sotto il proprio
controllo. Nell'intervento che ebbe a fare in
occasione della sua prima visita alle Nazioni
Unite, il compagno Fidel Castro disse che tutto il
problema della coesistenza fra le nazioni si
riduceva al problema dell'appropriazione indebita
di ricchezze altrui, ed egli fece la seguente
affermazione: "cessi la filosofia della
spoliazione e cesserà la filosofia della
guerra." Ma la filosofia della depredazione
non solo non è cessata, anzi continua più forte
che mai e, per questo, le stesse forze che si
servirono del nome delle Nazioni Unite per
perpetrare l'assassinio di Lumumba, assassinano
oggi migliaia di congolesi in nome della difesa
della razza bianca.
Come
è possibile dimenticare il modo in cui fu tradita
la speranza che Patrice Lumumba pose nelle Nazioni
Unite? Come potremmo dimenticare gli intrighi e le
manovre che seguirono all'occupazione di quel
paese da parte delle truppe delle Nazioni Unite,
sotto i cui auspici agirono impunemente gli
assassini del grande patriota africano?
Come
potremmo dimenticare, signori delegati, che chi si
sottrasse all'autorità delle Nazioni Unite in
Congo, e non proprio per ragioni patriottiche ma
in virtù della lotta fra imperialisti, fu Moise
Ciombé, che diede inizio alla secessione del
Katanga con l'appoggio belga?
E
come giustificare, come spiegare che, alla fine di
tutta l'azione delle Nazioni Unite, Ciombé,
cacciato dal Catanga, ritorna padrone e signore
del Congo? Chi potrebbe negare il tristo ruolo che
gli imperialisti fecero svolgere
all'Organizzazione delle Nazioni Unite?
Riassumendo: è stato messo in moto tutto un
vistoso apparato per evitare la scissione del
Katanga e oggi, il Katanga è al potere, le
ricchezze del Congo in mano agli imperialisti... e
le spese debbono essere pagate da degne nazioni.
Un buon affare per i mercanti della guerra! […]
Chi
sono gli autori? Paracadutisti belgi, trasportati
da aerei nordamericani decollati da basi inglesi.
Ci viene in mente che pochi anni or sono, ieri
quasi, un piccolo paese d'Europa, lavoratore e
civilizzato, il regno del Belgio, era invaso dille
orde hitleriane; la nostra coscienza era
amareggiata dal sapere che questo popolo era
massacrato dall'imperialismo tedesco e lo vedevamo
con affetto. Ma quest'altra faccia della medaglia
imperialista era sconosciuta ai piú.
Forse
sono figli di patrioti belgi, morti in difesa
della libertà del proprio paese, quelli che
assassinano a freddo migliaia di congolesi in nome
della razza bianca così come essi furono soggetti
al tallone tedesco perché la loro percentuale di
sangue ariano non era abbastanza alta.
I
nostri occhi liberi si aprono oggi su nuovi
orizzonti e sono capaci di vedere quello che ieri
la nostra condizione di schiavi coloniali ci
impediva di osservare: cioè che la "civiltà
occidentale" nasconde sotto la sua vistosa
facciata una realtà di iene e di sciacalli.
Perché
non possiamo chiamare diversamente quelli che sono
andati a compiere azioni cosi
"umanitarie" nel Congo. Animale
carnivoro che si nutre di popoli inermi; ecco a
che cosa riduce l'uomo l'imperialismo, questo è
ciò che distingue il "bianco"
imperiale.
Tutti
gli uomini liberi del mondo debbono prepararsi a
vendicare il crimine del Congo. Forse molti di
quei soldati, trasformati in subumani dalla
macchina imperialista, pensano in buona fede di
difendere i diritti di una razza superiore; ma in
questa Assemblea la maggioranza è costituita da
popoli che hanno la pelle abbronzata da diversi
soli, colorata da diversi pigmenti, e che hanno
capito perfettamente che le differenze fra gli
uomini non vengono dal colore della pelle, ma dal
tipo di proprietà dei mezzi di produzione, dai
rapporti di produzione. […]
Un
piccolo commento: purtroppo il “doloroso caso
del Congo”, non è “unico nella storia del
mondo moderno”.
[…]
Signor Presidente, uno dei temi fondamentali di
questa Assemblea è il disarmo generale e
completo. Esprimiamo il nostro accordo per quanto
riguarda il disarmo generale e completo;
propugniamo, inoltre, la distruzione totale delle
bombe termonucleari e appoggiamo la proposta per
la convocazione di una conferenza di tutti i paesi
del mondo che realizzi queste aspirazioni dei
popoli. Il nostro Primo Ministro ha ammonito, nel
suo intervento davanti a questa Assemblea, che la
corsa agli armamenti ha sempre condotto alla
guerra. Vi sono nuove potenze atomiche nel mondo e
le possibilità di uno scontro aumentano. Noi
riteniamo che questa conferenza sia necessaria per
arrivare alla totale distruzione delle armi
termonucleari e, come prima misura, suggeriamo la
proibizione totale degli esperimenti. Al tempo
stesso, bisogna stabilire chiaramente l'obbligo
per tutti i paesi di rispettare le attuali
frontiere dei diversi stati; di non esercitare
alcuna azione aggressiva, neppure con le armi
convenzionali.
Nell'unirci
alla voce di tutti i paesi del mondo che chiedono
il disarmo generale e completo, la distruzione di
tutto l'arsenale atomico, la cessazione assoluta
della fabbricazione di nuove bombe termonucleari e
degli esperimenti atomici di qualsiasi tipo,
riteniamo necessario sottolineare che deve essere
rispettata anche l'integrità territoriale delle
nazioni e deve esser fermato il braccio armato
dell'imperialismo che non è meno pericoloso per
il fatto che impugna armi convenzionali. Coloro
che hanno assassinato migliaia di cittadini
congolesi inermi, non si sono serviti dell'arma
atomica; sono state le armi convenzionali,
impugnate dall'imperialismo, a provocare tanta
morte.
Anche
se la realizzazione delle misure qui auspicate
renderebbe inutile dirlo, è bene precisare che
noi non potremmo aderire a nessun patto regionale
di denuclearizzazione finché gli Stati Uniti
manterranno basi aggressive nel nostro stesso
territorio, a Portorico, a Panama e in altri stati
americani, nei quali essi ritengono loro diritto
installare, senza alcuna restrizione, sia armi
convenzionali che nucleari. Senza contare che le
ultime risoluzioni dell'OEA [Organizzazione degli
Stati Americani, NdR] contro il nostro paese, che
potrebbe essere aggredito invocando il trattato di
Rio, rendono necessario il possesso di tutti i
mezzi difensivi a nostra disposizione. […]
NOTA
ESPLICATIVA: Cuba non aveva aderito al trattato di
Mosca del 1963 sulla proibizione parziale degli
esperimenti nucleari, né all’accordo
riguardante la pacifica utilizzazione dello spazio
ultraterrestre, né al trattato di Tlatelolco,
Messico, per la proscrizione delle armi nucleari
in America latina, né, infine, all’accordo per
la non proliferazione dell’armamento nucleare,
approvato neI 1968. La posizione cubana in questo
campo era stata sintetizzata nelle parole che nel
maggio 1968 pronunciò il ministro degli Esteri
Raul Roa alle Nazioni Unite in merito all’ultimo
dei trattati menzionati: “È stata sempre
convinzione profonda del mio governo che per
affrontare l’aggressione imperialista i popoli
piccoli non hanno altra via che resistere e
lottare, e per quanto riguarda il nostro paese,
soggetto alla continua minaccia di una potenza
atomica; questa delegazione riafferma che, come
questione di principio e indipendentemente, dal
fatto che possa mai ottenerle, Cuba non rinuncerà
mai al suo diritto inalienabile di difendersi con
ogni tipo di armi, qualunque sia la loro natura e
a dispetto delle decisioni che in materia adotti
questo o qualsiasi altro organismo
internazionale.” Analizzando il trattato in
dettaglio, Roa ne aveva denunciato la natura
“ricattatoria”. “La supposta finalità
pacifista del testo che esaminiamo si nutre di due
premesse di molto difficile comparazione: la prima
che il rischio principale di scatenamento di nuove
guerre risiede nell’armamento nucleare; la
seconda, che la minaccia di un conflitto nucleare
risiede nella possibilità che gli Stati non
possessori di armi nucleari le acquistino, e non
in quegli Stati che le accumulano da anni.”
(...) “Questa fallace concezione omette,
coscientemente o incoscientemente, le guerre
convenzionali, le sole conosciute sino ad ora
dall’umanità c lo sviluppo sulle concezioni
imperialiste sulla ‘guerra locale’ e la
‘guerra speciale’ che si manifestano in azioni
brutali contro i popoli del Terzo Mondo, in forma
crescente, a partire dal 1945.” (...) “È
innegabile, da qualsiasi punto di vista, che
l’apparizione di questo trattato è la
conseguenza della sovversione del processo
razionale che avrebbero, potuto seguire i
negoziati sul disarmo. L’unico modo di
affrontare il problema della non proliferazione
senza limitazioni ai diritti di nessun paese, era
di impostarlo come parte di un complesso di misure
da adottare simultaneamente in tutti gli Stati e
sotto un sistema di controllo universale. Queste
misure avrebbero dovuto includere, innanzi tutto
la completa denuclearizzazione delle grandi
potenze, la distruzione totale di tutte le riserve
nucleari esistenti e di tutti i loro vettori, la
liquidazione completa dei loro arsenali e la
cessazione definitiva dei loro esperimenti. Solo
in questo quadro è ammissibile chiedere agli
Stati non nucleari impegni come quelli proposti,
unilateralmente, dal trattato.” Riferendosi poi
ai problemi dello sviluppo del mondo sottomesso,
il ministro degli Esteri cubano analizzò
l’importanza dell’energia nucleare come
strumento di questo sviluppo. Ma con
l’approvazione di quel trattato, aggiunse, “la
prospettiva non potrebbe essere più oscura per i
popoli del Terzo Mondo. Si vedrebbero costretti a
dipendere perpetuamente dalle potenze
somministratrici di energia nucleare o sarebbero
obbligati a rinunciare all’uso delle risorse
energetiche. Oppure, che è lo stesso, dovrebbero
accettare la soggezione permanente agli interessi
delle grandi potenze o rinunciare per sempre a
ogni possibilità di sviluppo. Questa è la
drammatica alternativa che offre, nelle attuali
circostanze, il trattato proposto. L’unica
soluzione degna, per i paesi posti di fronte ad un
tale dilemma, sarebbe quella di rifiutarlo e
intraprendere, con i propri mezzi, lo sviluppo
pacifico dell’energia nucleare, cosa che per la
maggior parte di essi sarebbe impossibile, al
livello attuale del loro progresso tecnologico e
scientifico.”
L’ultimo
accenno di Guevara si riferisce al trattato per
la “difesa interamericana,” firmato a Rio de
Janeiro, Brasile, il 2 settembre deI 1947 dai
paesi membri dell’OEA. Cuba considera che le
sue disposizioni violano la Carta delle Nazioni
Unite. Fu usato dall’OEA per espellere Cuba
dal suo seno (gennaio-febbraio 1962) e per
approvare la rottura collettiva delle relazioni
diplomatiche con L’Avana (giugno 1964).
Abbiamo
scelto questi due brani, per la loro attualità,
soprattutto in un momento in cui di fronte ai
preparativi della guerra imperialista per
impossessarsi delle ricchezze non solo dell’Iraq
ma di tutto il Vicino e Medio Oriente gran parte
della sedicente sinistra italiana trova giusto
firmare una grottesca proposta del gran ciarlatano
e paladino dell’imperialismo Pannella che
propone l’esilio per Saddam Hussein (a che
titolo? E perché non per Sharon, condannato da
una corte israeliana per i massacri di Sabra e
Shatila, e detentore di 400 armi atomiche?).
Pensiamo anche con amarezza che a una proposta
ugualmente indecente di Eco e Bobbio, appoggiata
dal direttore dell’Unità Furio Colombo, lo
stesso direttore di “Liberazione” ha risposto
contestandola, ma dando per scontato che
naturalmente siamo tutti “d’accordo con la
necessità di disarmare l’Iraq…”
Guevara
non sarebbe stato d’accordo. Condividiamo
totalmente la sua impostazione, aggiungendo che
ovviamente ciò non vuol dire neppure giustificare
o difendere Saddam Hussein. Saddam è un
criminale, ma come decine di altri capi di paesi
del mondo, come era Suharto (protetto per
trent’anni dopo che aveva massacrato nel 1965
con la supervisione USA 500.000 indonesiani), come
lo era Mobutu, come i tanti dittatori africani che
non sono ancora stati spazzati via, come i
militari turchi che hanno contrattato oggi
l’appoggio agli Stati Uniti ottenendo in cambio
non solo miliardi di dollari, ma soprattutto
ancora via libera per il massacro dei curdi
dell’Iraq. Saddam non è peggiore di Sharon, il
cui esercito massacra non solo i palestinesi, ma
anche i pacifisti (l’ultima vittima è
statunitense) che cercano di fare gli scudi umani,
o i giornalisti che mettono il naso mentre i carri
armati cercano di sospingere i palestinesi a un
nuovo esodo (chiamato ipocritamente
“trasferimento”).
Saddam
non è meglio dei tanti criminali di guerra
statunitensi, sotto governi repubblicani o
democratici che hanno invaso, ucciso, assassinato
dirigenti di movimenti di liberazione o innocui
cittadini di tanti paesi, che hanno risposto ad
attacchi alle loro basi militari o alle loro
ambasciate (che erano risposte - discutibili ma
risposte - alla loro arroganza imperialista)
bombardando innocue fabbriche di medicinali
nel Sudan, o lanciando missili a caso nel Medio
Oriente. Criminali che hanno l’impunità
assicurata perché gli Stati Uniti si sottraggono
a ogni corte internazionale sui crimini di guerra.
Tra l’altro di questi crimini ne hanno scritto e
parlato tanti cittadini degli Stati Uniti, da Gore
Vidal a Chalmer Johnson, da Howard Zinn a Noam
Chomsky e Edward Said.
Segnaliamo
questo scritto del Che soprattutto ai tanti che
indossano le magliette con la sua icona,
sventolano nelle manifestazioni le bandiere con il
suo volto, ma non lo conoscono veramente a fondo.
Ognuno ha il diritto di non condividere le idee di
Guevara, come certamente Eco e Bobbio e molti
altri, ma chi lo ama deve conoscerlo e sapere cosa
diceva di un mondo che non era così diverso da
questo di oggi. Tra l’altro, se conoscere le
riflessioni del Che sull’URSS e i cosiddetti
“paesi socialisti” non è facile, perché in
gran parte sono contenute nei testi rimasti –
non a caso – finora inediti (me non tutti: il
discorso al II seminario di Algeri del 1965 in cui
accusava i “paesi socialisti” di complicità
con l’imperialismo è noto da 38 anni, pur
essendo stato sistematicamente ignorato dai
“nostalgici” del cosiddetto “socialismo
reale”), il discorso di Guevara all’ONU è
stato più volte pubblicato anche in Italia, a
partire dalla raccolta in più volumi edita da
Feltrinelli nel 1970. È comunque disponibile
integralmente in almeno due siti, che segnaliamo:
http://www.geocities.com//senate/3120/cheonu.html
http://www.ecn.org/asicuba/cuba/che.htm