DOSSIER IRAQ

Abbiamo scelto per questo dossier alcuni articoli dal “Manifesto” che ci sono parsi privi di ambiguità e quindi particolarmente efficaci. Ma crediamo sia utile aggiungere qualche osservazione sulle ultime fasi della mastodontica campagna di intossicazione dell’opinione pubblica con menzogne spudorate, smantellandole a una a una.

“In Iraq si rischia la guerra civile” ripetono tanto i ministri di Berlusconi quanto i leader del triciclo che vogliono convincere la loro base recalcitrante che si può essere contro la guerra, ma bisogna restare per “evitare il peggio” Buffoni! La guerra civile è stata rischiata in un primo momento, per la distruzione non solo dell’apparato di Saddam ma di ogni struttura sociale irachena, e oggi è davvero ridicolo parlare di questo “rischio”: in Iraq non c’è guerra civile perché vengono colpiti solo gli invasori e i loro collaboratori, e per giunta anche in pieno giorno e a viso scoperto. Tutti contro gli invasori. Un bel risultato, quello ottenuto dai geniali strateghi di Washington!

Ma... “è stata colpita anche la sede dell’ONU con dentro il rappresentante personale di Annan”, dicono i fautori della permanenza delle truppe. La verità è che agli occhi degli iracheni l’ONU è apparsa subito indistinguibile dagli eserciti invasori, a cui dava una parvenza di legittimità.

E anche oggi che differenza c’è tra “la proposta dell’ONU” e quella degli Stati Uniti? Il nuovo inviato di Kofi Annan a Baghdad, Lakhdar Brahimi, ha proposto di consultare una specie di Loya Jorga, come in Afghanistan. Cioè di preparare le elezioni (rinviate al 2005) con una “conferenza nazionale” che scelga una “assemblea consultiva” che dovrebbe affiancare il governo ad interim a preparare le lezioni. Bella democrazia: gli Stati Uniti e i fidati vassalli scelgono un governo ad interim, una conferenza nazionale e un’assemblea consultiva, tutti organismi non eletti ma nominati dall’alto, previa consultazione di “sceicchi”, imam e ayatollah, cioè dei residui del vecchi potere feudale intaccato ma non cancellato da Saddam...

Sarà efficace? Conosciamo i bei risultati ottenuti in Afghanistan dove oggi davvero la guerra civile sta divampando, accanto agli attacchi agli invasori...

Ma quello che propone Brahimi è solo una variante di quanto programmato dagli Stati Uniti (la differenza è solo una dilazione dei tempi, per poter “scegliere meglio” i membri dell’assemblea consultiva). Ed è anche il modello applicato durante le lunghe ingerenze in Bosnia, dove non è mai stata consultata la popolazione. I rappresentati dei paesi imperialisti europei affiancati dagli Stati Uniti, discutevano solo con i capi delle bande armate estremiste serbe, croate e “musulmane”, fingendo di non vederne i crimini.

Ci sembra utile sottolineare che è semplicemente ridicolo che i nostri governanti e i loro complici nel centrosinistra continuino ad alimentare la leggenda degli stranieri perturbatori dell’ordine. (se lo fossero, e fossero davvero odiati dalla popolazione, sarebbero stati rapidamente identificati e neutralizzati). I nostri soldati hanno ripetuto contro ogni evidenza questa balla raccontata loro dagli “esperti” che neppure sanno l’arabo (e dipendono da interpreti locali non sempre fidati, come ha ammesso Marco Calamai, che era vicegovernatore a Nassiriya e si è dimesso per protesta contro l’evidente trasformazione di una sedicente operazione umanitaria in vera e propria spedizione militare sotto comando straniero).

Intanto non a caso i molti documentari girati sulle 15 ore di combattimento sui ponti di Nassiriya sono segretati, per non far vedere che sui ponti c’erano donne e bambini: o erano “stranieri” anche loro?

Quante menzogne, quante reticenze: quanta paura a nominare le parole giuste: “mercenari” ad esempio. Ora sono “eroi”!

Ma anche tutto il resto viene coperto da gravi mistificazioni. Tutti coloro che cadono nelle mani degli insorti vengono definiti “ostaggi”, “sequestrati”, ecc. ? Eppure sono prigionieri, con le stesse regole applicate a Guantanamo (dove ci sono insieme persone rapite dalle truppe statunitensi in Afghanistan, in Pakistan e in altri paesi senza nessuna protezione legale che consenta di accertare se hanno commesso reati, e indipendentemente dall’essere stati presi in armi...)

“Ma li uccidono...”, protestano indignati gli ipocriti, dimenticando che le leggi di guerra lo ammettono implicitamente, dato che le norme sui prigionieri di guerra non valgono per chi è un irregolare sottratto agli obblighi e alla protezione di una bandiera scoperto armato in territorio nemico.

Naturalmente i quattro italiani sono dei poveri diavoli che hanno creduto di potersi arricchire offrendosi come rambo da quattro soldi (si fa per dire, 8.000 euro mensili invece dei 20 o 30.000 di un inglese o di uno sperimentato sudafricano bianco...). Invece vengono esaltati con un’incredibile retorica: difenderebbero “l’onore dell’Italia”. Può essere che la frase attribuita al rambo giustiziato sia stata inventata dal superbugiardo Frattini, ma potrebbe essere anche un residuo dell’imbottimento dei crani durante il servizio militare...

Loro sono “eroi”, i resistenti sono “banditi”. In realtà colpiscono gli occupanti (di cui fanno parte i 20.000 o forse 30.000 mercenari, di cui nessuno parlava prima che ne fossero catturati alcuni) con le armi a disposizione, e con l’evidente appoggio della popolazione.

Gli italiani berranno ancora le balle sui grandi meriti dei “nostri”? Si pensi a quella sull’inglese liberato da un nostro blitz? Non è vero, il blitz era in un’altra parte della città, verso una presunta sede dei sostenitori di al Qadr (bell’eroismo, la “sede” era vuota!) mentre l’inglese veniva “comprato” da alcuni sceicchi locali. La prova è che tra i documentari che lo ritraevano nella nostra base e mentre veniva accompagnato in quella britannica, ne è scappato uno che lo ritraeva mentre veniva scortato alla nostra base da una folta delegazione di capetti locali, senza che ci fosse una sola divisa italiana nella piccola folla. Vedremo poi se saranno confermate le notizie – per ora “non smentite” dal solito Frattini - sui “mercenari di alto rango”, cioè agenti dei servizi, ricomprati in questi giorni (alla faccia delle famiglie dei quattro poveri diavoli abbandonati “in nome della fermezza”...).

Uscire subito dall’Iraq, dunque, è indispensabile anche per salvare quanto resta della nostra democrazia, gravemente intaccata da un regime di menzogna e ipocrisia. Uscire subito, senza aspettare una possibile riverniciatura dell’impresa con i colori dell’ONU!

(A.M.,  Lecce, 16 aprile 2004)

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La nuova resistenza e la democrazia degli ipocriti

TARIQ ALI  (da “il Manifesto” del 9 aprile 2004)

 

Subito dopo l'occupazione, gli Stati uniti e i suoi alleati - quelli militari e quelli ideologici - parlavano della resistenza irachena come di «elementi stranieri», «terroristi» o «ex seguaci del regime di Saddam». Questa fraseologia ora è divenuta ridondante e i portavoce militari americani si riferiscono alla guerriglia definendola semplicemente «forze anti-irachene», come per suggerire che le truppe americane, inglesi, spagnole, bulgare, ucraine, italiane, giapponesi, sudocreane e polacche rappresentano l'Iraq mentre gli iracheni che resistono all'occupazione sono l'anti-Iraq. Strano mondo. Quando le menzogne utilizzate da Bush, Blair, Aznar e Berlusconi hanno perso ogni credito davanti all'opinione pubblica, ostinandosi a non farsi trovare le armi di distruzione di massa, gli uffici di propaganda di tutti questi paesi e i loro giornalisti favoriti hanno cambiato linea e hanno cominciato a dire: «Bene, forse non ci sono le armi, ma noi ci siamo liberati di un tiranno e abbiamo portato la democrazia in Iraq». Davvero? Democrazia? Pur lasciando da parte le molte migliaia di civili iracheni che sono morti e quelli che vengono uccisi in questi giorni, ogni discorso su una democrazia che abbia un minimo di significato è svanito. Il vecchio ideologo imperiale Samuel Huntington adesso parla del «paradosso democratico». Che animale è mai questo? Quando la democrazia non esprime quel che l'Occidente vuole che esprima, diventa un «paradosso». E per la democrazia capitalista oggi qualsiasi sfida all'ordine economico neo-liberale è un paradosso. Gli iracheni a cui non piace che il loro sistema di salute e d'educazione sia privatizzato, vivono «nel passato». Gli operatori iracheni che disdegnano le corporations entrate nel paese dopo l'occupazione sono «elementi arretrati».

Quando gli affaristi stranieri vengono colpiti, gli iracheni di ogni classe (eccetto i collaborazionisti) gioiscono. Le compagnie straniere sono sentite come uno sciame di cavallette che vengono a divorare un paese occupato.

E' ovvio che se in Iraq la democrazia fosse infine consentita, i rappresentanti eletti insisterebbero per la rimozione di tutte le truppe non-irachene, per il controllo iracheno sul petrolio dell'Iraq e forse per un trattato di pace a lungo termine con l'Iran. Niente di tutto ciò si confà agli interessi imperiali. E Henry Kissinger e altri avvoltoi suggeriscono invece la balcanizzazione dell'Iraq. Di qui i discorsi su un'incombente guerra civile. Di qui la provocazione di bombardare i pellegrini a Kerbala (un crimine sconfessato da ogni gruppo in Iraq). Né i religiosi sunniti o sciiti né le forze laiche di origine sunnita o sciita parlano un linguaggio diverso da quello di un Iraq unito contro l'occupazione coloniale. L'ayatollah sciita Sistani si è incontrato con i leader sunniti enfatizzando l'unità del paese e in privato ha insistito che un modello clericale all'iraniana sarebbe un disastro per l'Iraq. Moqtada al-Sadr parla di liberare l'Iraq, non di un Iraq sciita.

Nelle ultime due settimane è divenuto chiaro che con l'eccezione dei leader kurdi, tutto il resto del paese è contro l'occupazione e vuole la sua fine immediata. All'interno dei gruppi religiosi sciiti è ora in corso una lotta aperta per conquistarsi l'appoggio delle masse dell'Iraq meridionale. La decisione delle forze d'occupazione di provocare gli abitanti di Falluja (solo due giorni prima che i quattro mercenari Usa fossero attaccati e brutalmente uccisi c'era stato un assalto dei marines e dei civili erano morti) è chiarissima. Perché mai il giornale di al-Sadr è stato chiuso dagli occupanti? Quando le parole sono proibite, le bombe prendono il loro posto. Quella a cui stiamo assistendo in Iraq è la logica di un'occupazione coloniale. Ascoltate le campane che suonano a Falluja e Bassora. In Italia esse suonano per quei giornalisti liberali o liberali «di sinistra» che denunciano la resistenza come «terrorista» quando soldati d'occupazione italiani finiscono sotto tiro. Ci vengono a dire che loro sono là per scopi «umanitari». Bene, adesso la maschera è saltata e il leader eletto dal popolo italiano ha detto che gli italiani in Iraq combatteranno per Bush e moriranno per Bush e uccideranno per l'Impero. E in una situazione come questa i Ds non hanno votato no ai crediti di guerra in parlamento. Contro la guerra ma non per la fine dell'occupazione? Il tentativo disperato di accreditarsi come un partito di centro, li spinge a destra dei socialisti spagnoli. Felicissimi di battere Sergio Cofferati e toglierlo di mezzo, ma riluttanti a sfidare seriamente il coinvolgimento di Berlusconi nella guerra. E poi i leader Ds si meravigliano se dei manifestanti contro la guerra esprimono la loro rabbia e la loro delusione.

Nel frattempo l'Iraq e i suoi abitanti continuano a soffrire. Il poeta Sinan Anton di recente ha letto a Baghdad una poesia che evoca l'atmosfera che si respira:

«L'Eufrate

è una lunga processione

Le città ne accarezzano le rive mentre le palme piangono».

La decisione di al-Sadr e dei suoi seguaci di unirsi alla resistenza ha spinto centinaia di migliaia di persone nelle strade e rappresenta una nuova sfida agli occupanti. E' inutile che gli occidentali versino lacrime ipocrite per l'Iraq o lamentino che la resistenza irachena non abbia gli alti standard del liberalismo occidentale. Di quale resistenza parlano? Quando una occupazione è ripugnante, la resistenza non può essere dolce, se non in un film hollywoodiano o in una commedia all'italiana. E se i partiti religiosi dominano nel sud dell'Iraq ciò è in parte dovuto al fatto che gli Stati uniti e la Gran Bretagna hanno appoggiato alcuni di loro negli ultimi dodici anni.

La soluzione, per molti del centro-sinistra, è di passare il controllo del paese alle Nazioni unite. Fu così già nel 1924 quando gli inglesi governavano l'Iraq attraverso un mandato della Lega delle nazioni, che essi stessi avevano imposto. Gli Stati uniti potrebbero facilmente ottenere un analogo mandato dal Consiglio di sicurezza e così sperare di poter mantenere le loro basi militari nel paese per altri vent'anni. Ma che cosa accadrà se questa soluzione diretta a perpetuare nel tempo il controllo pretendendo di far credere al mondo che i nativi hanno il controllo del loro paese, non dovesse funzionare? Si tornerebbe di nuovo ai bombardamenti e ai danni collaterali (le vite dei civili importano poco all'Occidente come abbiamo visto in Iraq e in Afghanistan)? Sì, potrebbe dire un buon liberale, ma forse che l'Onu non è meglio degli Usa? Non dipende da chi controlla e decide quel che le Nazioni unite fanno? E chi sarà a decidere?

Per i cittadini dei paesi i cui governi e leader hanno appoggiato la guerra, la priorità deve essere il castigo dei guerrafondai, sull'esempio degli spagnoli. Se Aznar sarà seguito nel Valhalla da Berlusconi, Blair e Bush sarà una vittoria importante. E allora noi dovremo montare una campagna perché i loro successori la facciano finita con l'occupazione. L'uso puro e semplice delle Nazioni unite potrebbe rivelarsi un pretesto per salvare la faccia. Nient'altro.

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Senza via d'uscita 

ALESSANDRO DAL LAGO (da il Manifesto del 13/04/04)

 

Quello che sta emergendo giorno dopo giorno in Iraq è un tremendo errore strategico, causato più dal dogmatismo e dall'ottusità dei neoconservatori al potere negli Usa che dai calcoli sbagliati dei militari. Bush pensava che la sua guerra finisse con la riduzione all'impotenza dello sgangherato esercito iracheno e l'eliminazione di Saddam (missione compiuta, appunto). E l'Iraq? Beh, probabilmente i neoconservatori non vedevano nella popolazione irachena null'altro che categorie coloniali: le tribù del deserto, i curdi, gli sciiti, i sunniti. Per cui, cooptati gli «esponenti» di queste categorie in un governo collaborazionista e aperto il mercato alle fameliche imprese americane (e europee), tutto si sarebbe risolto da solo, in una versione guerresca della globalizzazione dall'alto. Purtroppo per Bush (o chi per lui), a questo quadro mancava un solo dato, ma il più importante di tutti, cioè la società irachena. I militari sconfitti o fuggiti, diverse centinaia di migliaia di persone armate, non hanno avuto di che mangiare, perché gli occupanti si sono dimenticati di loro. La popolazione più povera ha visto sciamare ogni tipo di impresa famelica, occupanti di decine di nazionalità, un esercito di mercenari (30.000), funzionari di ogni parte del mondo, ma nessuno che la sollevasse dalla disperazione. I sunniti cercavano ovviamente la rivalsa. I gruppi radicali sciiti hanno visto in pochi mesi che nessuno era interessato a una costituzione in cui avessero un ruolo determinante. A parte i curdi - i quali cominceranno a pagare prima o poi il loro ruolo di alleati dell'invasore -, non si capisce perciò chi avrebbe dovuto o dovrebbe stare con la coalizione, dopo il limitatissimo entusiasmo iniziale.

In breve, la coalizione si è messa contro una società disperata e affamata e certamente non saranno i 150.000 militari occupanti a poter controllare, anche al prezzo delle stragi di questi giorni, il paese. Un generale ha detto che, sì, gli Usa hanno perso a Falluja 70 uomini in dieci giorni, ma i «banditi» (in gran parte civili) 700 (probabilmente il doppio). Con questa logica, l'odio anti-occidentale non può che divampare in tutto l'Iraq. Cercando di eliminare al Sadr, gli americani ne faranno un eroe e trascineranno nella guerra anche gli sciiti moderati. In pochi mesi, la coalizione ha creato i presupposti di una situazione che potrebbe far impallidire la Cecenia e la Palestina e finire come in Vietnam, con la differenza che all'orizzonte non c'è un'ipotesi di unificazione, come quello di Hanoi, ma un incendio che potrebbe propagarsi a tutta la regione. Da qui il vicolo cieco della coalizione. Non potendo mollare l'Iraq per ovvi motivi strategico-politico-elettorali, sarà costretta ad alzare il tiro e a inviare nuove truppe (europee comprese) con le conseguenze che si possono immaginare. Ma la guerra, cosa che gli americani sembrano aver dimenticato, si fa in due. E all'escalation di Bremer corrisponde quella della guerriglia, che mira a mettere in difficoltà la coalizione sul piano mediale. Ed ecco quindi non solo la resistenza attiva e gli attacchi quotidiani ai convogli, ma anche i rapimenti. Per quanto questi siano ripugnanti, sono terribilmente efficaci: smascherano la realtà dell'esercito mercenario, inchiodano gli ultimi arrivati alle loro responsabilità (Giappone), terrorizzano le imprese appaltatrici e, soprattutto, sono un messaggio più che chiaro all'Onu.

Come non capire che dietro questo odio c'è la memoria dei bombardamenti indiscriminati del `91 e delle atroci sofferenze dell'embargo, oltre che degli orrori di oggi? Questa è una guerra basata sulla menzogna. E questa ci coinvolge perché anche il nostro governo l'ha sostenuta e l'ha propagata. Ed ecco perché nessuno può sentirsi sicuro. Se l'Europa vuole la tranquillità, questa comincia con il ritiro dall'Iraq, senza condizioni. E questo a sua volta passa, anche se non dobbiamo nutrire troppe illusioni su chi seguirà, dalla cacciata di questi incoscienti e letali signori della guerra, che si chiamino Bush, Blair o Berlusconi.

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Tragico gioco 

ALESSANDRO DAL LAGO (da il Manifesto del 08/04/04)

 

Quello che le persone ragionevoli avevano previsto un anno fa, all'inizio dell'invasione dell'Iraq, si sta avverando con macabra puntualità. La pseudo vittoria anglo-americana sul campo contro un esercito fantasma (i cui comandanti erano stati in larga parte comprati) si sta trasformando non solo in una sconfitta strategica, ma anche in un'avventura dalle conseguenze imprevedibili e dai costi umani incalcolabili. Per prima cosa, i fatti. I dati ufficiali sulle perdite della coalizione, facilmente consultabili sui siti del Dipartimento della difesa e delle organizzazioni pacifiste americane, dicono che i caduti (al 6 aprile) sono 748, di cui 636 americani (cifra sicuramente difettosa, perché al momento in cui scrivo violenti combattimenti sono in corso in tutto l'Iraq). Soltanto nei primi sei giorni di aprile sono morti 37 uomini, cioè la più alta percentuale di perdite giornaliere dopo quella del marzo 2003. Dati che rappresentano solo una parte della realtà, perché non tengono conto delle perdite dei cosiddetti corporate soldiers, cioè i mercenari (circa il 10% delle forze di occupazione), degli agenti dei servizi segreti e del gran numero di civili di ogni parte del mondo impegnati nella «ricostruzione» (a tutti gli effetti degli occupanti più o meno militarizzati). Considerando anche queste categorie, la cifra delle perdite occidentali potrebbe superare di gran lunga il migliaio. Ma il punto non è questo. Si calcola che la maggioranza delle diecimila vittime civili irachene (a mio avviso una valutazione del tutto difettosa) siano cadute dopo la cosiddetta fine della guerra. Ciò fa sì che l'Iraq di oggi non sia paragonabile tanto alla Mogadiscio del 1993, quanto alla Cecenia. Gli eserciti occupanti non sono in grado di controllare la situazione in un ambiente urbano ostile, nemmeno a prezzo di spaventose perdite nella popolazione civile.

Ma il dato politico più significativo è il salto di qualità della resistenza irachena (tra l'altro, definirla solo in termini di terrorismo è una pietosa bugia, visto che gli attentati sono solo una delle varie modalità con cui gli occidentali vengono attaccati). Ai sunniti, ai baathisti, agli ex militari e agli stranieri si sono aggiunti anche gli sciiti. In altri termini, l'intero Iraq è in fiamme, né si vede che cosa possa far cambiare la situazione. Gli americani sono trincerati, come gli spagnoli o gli italiani, nelle loro basi e quando si avventurano all'aperto non sono mai sicuri di non essere colpiti. Stiamo parlando di truppe d'élite ormai al lumicino, progressivamente sostituite da reparti meno addestrati e dalla guardia nazionale Usa, che è in fondo una milizia ancor meno preparata a una situazione di guerra.

In questo quadro, l'ipotesi Onu, sbandierata dall'opposizione moderata, non è che una favola o una foglia di fico. In primo luogo, un apparato militare Onu senza americani e inglesi non esiste. Poi, è impensabile che l'Onu umiliata da Bush, anche se fosse in grado di subentrare, possa accettare di coprire un'avventura sempre più fallimentare, anche perché qualsiasi contingente straniero, europeo o arabo, sarebbe ormai vissuto dagli iracheni come una forza usurpatrice di occupazione. Gli americani e i loro ausiliari inglesi, italiani,spagnoli e così via sono e resteranno soli a gestire le conseguenze di un'invasione ingiustificata, criminale e sotto ogni punto di vista, a cominciare da quello politico-strategico, profondamente stupida.

A leggere in questi giorni i commenti dei cosiddetti esperti di geopolitica e di questioni strategiche c'è da rabbrividire. Uno tra i più visti in televisione aveva pubblicato qualche mese fa su Limes la brillante diagnosi secondo cui la situazione in Iraq era in via di normalizzazione. Oggi, suggerisce che la sola via d'uscita dall'inferno iracheno è il rafforzamento della presenza militare, cioè l'escalation, insomma la radicalizzazione della guerra. Pensatori di questo calibro - a dire il vero, ampiamente rappresentati in gran parte della stampa - hanno anche il coraggio di rinfacciare ai pacifisti la mancanza di «realismo».

E dove sarebbe il realismo, invece, di tutti coloro che, dopo aver accettato di fatto l'invasione (magari per motivi umanitari), oggi discettano del dovere di «resistere», come se fossero gli iracheni ad averci fatto la guerra e non noi a loro? Tra parentesi, il titolo di ieri del Riformista meriterebbe il Pulitzer: «Gli sciiti in guerra contro l'Italia». Come quando, all'epoca dell'invasione italiana della Libia, i quotidiani imperialisti scrivevano: «Gli arabi massacrano i nostri soldati».

No, se guardiamo con un minimo di senso politico al futuro, se non ci facciamo travolgere dalla retorica nazionalista dei «nostri ragazzi», l'unica opzione realistica oggi è ritirare le truppe occidentali dall'Iraq, e subito. Perché a combattere gli occupanti non ci sono tanto e soltanto i fanatici (come vogliono farci credere gLi «arabisti», magari con il nome arabo) ma un popolo, il quale, nel bene e nel male e con la cultura politica che gli è propria, vuole governarsi da sé e non farsi amministrare da qualche manager, americano o italiano, trincerato nel suo bunker. Se siamo realisti, dobbiamo capire che, con questa gente, noi occidentali dobbiamo smettere di fare i bulli e cominciare a far politica.

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