Abbiamo
scelto per questo dossier alcuni articoli dal
“Manifesto” che ci sono parsi privi di ambiguità
e quindi particolarmente efficaci. Ma crediamo sia
utile aggiungere qualche osservazione sulle ultime
fasi della mastodontica campagna di intossicazione
dell’opinione pubblica con menzogne spudorate,
smantellandole a una a una.
“In
Iraq si rischia la guerra civile” ripetono
tanto i ministri di Berlusconi quanto i leader del
triciclo che vogliono convincere la loro base
recalcitrante che si può essere contro la guerra, ma
bisogna restare per “evitare il peggio” Buffoni!
La guerra civile è stata rischiata in un primo
momento, per la distruzione non solo dell’apparato
di Saddam ma di ogni struttura sociale irachena, e
oggi è davvero ridicolo parlare di questo
“rischio”: in Iraq non c’è guerra civile perché
vengono colpiti solo gli invasori e i loro
collaboratori, e per giunta anche in pieno giorno e a
viso scoperto. Tutti contro gli invasori. Un bel
risultato, quello ottenuto dai geniali strateghi di
Washington!
Ma...
“è stata colpita anche la sede dell’ONU con
dentro il rappresentante personale di Annan”, dicono
i fautori della permanenza delle truppe. La verità è
che agli occhi degli iracheni l’ONU è apparsa
subito indistinguibile dagli eserciti invasori, a cui
dava una parvenza di legittimità.
E
anche oggi che differenza c’è tra “la
proposta dell’ONU” e quella degli Stati Uniti? Il
nuovo inviato di Kofi Annan a Baghdad, Lakhdar Brahimi,
ha proposto di consultare una specie di Loya Jorga,
come in Afghanistan. Cioè di preparare le elezioni
(rinviate al 2005) con una “conferenza nazionale”
che scelga una “assemblea consultiva” che dovrebbe
affiancare il governo ad interim a preparare le
lezioni. Bella democrazia: gli Stati Uniti e i fidati
vassalli scelgono un governo ad interim, una
conferenza nazionale e un’assemblea consultiva,
tutti organismi non eletti ma nominati dall’alto,
previa consultazione di “sceicchi”, imam e
ayatollah, cioè dei residui del vecchi potere feudale
intaccato ma non cancellato da Saddam...
Sarà
efficace? Conosciamo i bei risultati ottenuti in
Afghanistan dove oggi davvero la guerra civile sta
divampando, accanto agli attacchi agli invasori...
Ma
quello che propone Brahimi è solo una variante di
quanto programmato dagli Stati Uniti (la differenza è
solo una dilazione dei tempi, per poter “scegliere
meglio” i membri dell’assemblea consultiva). Ed è
anche il modello applicato durante le lunghe ingerenze
in Bosnia, dove non è mai stata consultata la
popolazione. I rappresentati dei paesi imperialisti
europei affiancati dagli Stati Uniti, discutevano solo
con i capi delle bande armate estremiste serbe, croate
e “musulmane”, fingendo di non vederne i crimini.
Ci
sembra utile sottolineare che è semplicemente
ridicolo che i nostri governanti e i loro complici nel
centrosinistra continuino ad alimentare la leggenda
degli stranieri perturbatori dell’ordine.
(se lo fossero, e fossero davvero odiati dalla
popolazione, sarebbero stati rapidamente identificati
e neutralizzati). I nostri soldati hanno ripetuto
contro ogni evidenza questa balla raccontata loro
dagli “esperti” che neppure sanno l’arabo (e
dipendono da interpreti locali non sempre fidati, come
ha ammesso Marco Calamai, che era vicegovernatore a
Nassiriya e si è dimesso per protesta contro
l’evidente trasformazione di una sedicente
operazione umanitaria in vera e propria spedizione
militare sotto comando straniero).
Intanto
non a caso i molti documentari girati sulle 15 ore di
combattimento sui ponti di Nassiriya sono segretati,
per non far vedere che sui ponti c’erano donne e
bambini: o erano “stranieri” anche loro?
Quante
menzogne, quante reticenze: quanta paura a nominare le
parole giuste: “mercenari” ad
esempio. Ora sono “eroi”!
Ma
anche tutto il resto viene coperto da gravi
mistificazioni. Tutti coloro che cadono nelle mani
degli insorti vengono definiti “ostaggi”,
“sequestrati”, ecc. ? Eppure sono prigionieri, con
le stesse regole applicate a Guantanamo (dove ci sono
insieme persone rapite dalle truppe statunitensi in
Afghanistan, in Pakistan e in altri paesi senza
nessuna protezione legale che consenta di accertare se
hanno commesso reati, e indipendentemente
dall’essere stati presi in armi...)
“Ma
li uccidono...”, protestano indignati gli ipocriti,
dimenticando che le leggi di guerra lo ammettono
implicitamente, dato che le norme sui prigionieri di
guerra non valgono per chi è un irregolare sottratto
agli obblighi e alla protezione di una bandiera
scoperto armato in territorio nemico.
Naturalmente
i quattro italiani sono dei poveri diavoli che hanno
creduto di potersi arricchire offrendosi come rambo da
quattro soldi (si fa per dire, 8.000 euro mensili
invece dei 20 o 30.000 di un inglese o di uno
sperimentato sudafricano bianco...). Invece vengono
esaltati con un’incredibile retorica: difenderebbero
“l’onore dell’Italia”. Può essere che la
frase attribuita al rambo giustiziato sia stata
inventata dal superbugiardo Frattini, ma potrebbe
essere anche un residuo dell’imbottimento dei crani
durante il servizio militare...
Loro
sono “eroi”, i resistenti sono “banditi”. In
realtà colpiscono gli occupanti (di cui fanno parte i
20.000 o forse 30.000 mercenari, di cui nessuno
parlava prima che ne fossero catturati alcuni) con le
armi a disposizione, e con l’evidente appoggio della
popolazione.
Gli
italiani berranno ancora le balle sui grandi meriti
dei “nostri”? Si pensi a quella sull’inglese
liberato da un nostro blitz? Non è vero, il blitz era
in un’altra parte della città, verso una presunta
sede dei sostenitori di al Qadr (bell’eroismo, la
“sede” era vuota!) mentre l’inglese veniva
“comprato” da alcuni sceicchi locali. La prova è
che tra i documentari che lo ritraevano nella nostra
base e mentre veniva accompagnato in quella
britannica, ne è scappato uno che lo ritraeva mentre
veniva scortato alla nostra base da una folta
delegazione di capetti locali, senza che ci fosse una
sola divisa italiana nella piccola folla. Vedremo poi
se saranno confermate le notizie – per ora “non
smentite” dal solito Frattini - sui “mercenari di
alto rango”, cioè agenti dei servizi, ricomprati in
questi giorni (alla faccia delle famiglie dei quattro
poveri diavoli abbandonati “in nome della
fermezza”...).
Uscire
subito dall’Iraq, dunque, è indispensabile
anche per salvare quanto resta della nostra
democrazia, gravemente intaccata da un regime
di menzogna e ipocrisia. Uscire subito, senza
aspettare una possibile riverniciatura dell’impresa
con i colori dell’ONU!
(A.M.,
Lecce, 16 aprile 2004)
* * * * *
La
nuova resistenza e la democrazia degli ipocriti
TARIQ ALI
(da
“il Manifesto” del 9 aprile 2004)
Subito
dopo l'occupazione, gli Stati uniti e i suoi alleati -
quelli militari e quelli ideologici - parlavano della
resistenza irachena come di «elementi stranieri», «terroristi»
o «ex seguaci del regime di Saddam». Questa
fraseologia ora è divenuta ridondante e i portavoce
militari americani si riferiscono alla guerriglia
definendola semplicemente «forze anti-irachene»,
come per suggerire che le truppe americane, inglesi,
spagnole, bulgare, ucraine, italiane, giapponesi,
sudocreane e polacche rappresentano l'Iraq mentre gli
iracheni che resistono all'occupazione sono l'anti-Iraq.
Strano mondo. Quando le menzogne utilizzate da Bush,
Blair, Aznar e Berlusconi hanno perso ogni credito
davanti all'opinione pubblica, ostinandosi a non farsi
trovare le armi di distruzione di massa, gli uffici di
propaganda di tutti questi paesi e i loro giornalisti
favoriti hanno cambiato linea e hanno cominciato a
dire: «Bene, forse non ci sono le armi, ma noi ci
siamo liberati di un tiranno e abbiamo portato la
democrazia in Iraq». Davvero? Democrazia? Pur
lasciando da parte le molte migliaia di civili
iracheni che sono morti e quelli che vengono uccisi in
questi giorni, ogni discorso su una democrazia che
abbia un minimo di significato è svanito. Il vecchio
ideologo imperiale Samuel Huntington adesso parla del
«paradosso democratico». Che animale è mai questo?
Quando la democrazia non esprime quel che l'Occidente
vuole che esprima, diventa un «paradosso». E per la
democrazia capitalista oggi qualsiasi sfida all'ordine
economico neo-liberale è un paradosso. Gli iracheni a
cui non piace che il loro sistema di salute e
d'educazione sia privatizzato, vivono «nel passato».
Gli operatori iracheni che disdegnano le corporations
entrate nel paese dopo l'occupazione sono «elementi
arretrati».
Quando
gli affaristi stranieri vengono colpiti, gli iracheni
di ogni classe (eccetto i collaborazionisti)
gioiscono. Le compagnie straniere sono sentite come
uno sciame di cavallette che vengono a divorare un
paese occupato.
E'
ovvio che se in Iraq la democrazia fosse infine
consentita, i rappresentanti eletti insisterebbero per
la rimozione di tutte le truppe non-irachene, per il
controllo iracheno sul petrolio dell'Iraq e forse per
un trattato di pace a lungo termine con l'Iran. Niente
di tutto ciò si confà agli interessi imperiali. E
Henry Kissinger e altri avvoltoi suggeriscono invece
la balcanizzazione dell'Iraq. Di qui i discorsi su
un'incombente guerra civile. Di qui la provocazione di
bombardare i pellegrini a Kerbala (un crimine
sconfessato da ogni gruppo in Iraq). Né i religiosi
sunniti o sciiti né le forze laiche di origine
sunnita o sciita parlano un linguaggio diverso da
quello di un Iraq unito contro l'occupazione
coloniale. L'ayatollah sciita Sistani si è incontrato
con i leader sunniti enfatizzando l'unità del paese e
in privato ha insistito che un modello clericale
all'iraniana sarebbe un disastro per l'Iraq. Moqtada
al-Sadr parla di liberare l'Iraq, non di un Iraq
sciita.
Nelle
ultime due settimane è divenuto chiaro che con
l'eccezione dei leader kurdi, tutto il resto del paese
è contro l'occupazione e vuole la sua fine immediata.
All'interno dei gruppi religiosi sciiti è ora in
corso una lotta aperta per conquistarsi l'appoggio
delle masse dell'Iraq meridionale. La decisione delle
forze d'occupazione di provocare gli abitanti di
Falluja (solo due giorni prima che i quattro mercenari
Usa fossero attaccati e brutalmente uccisi c'era stato
un assalto dei marines e dei civili erano morti) è
chiarissima. Perché mai il giornale di al-Sadr è
stato chiuso dagli occupanti? Quando le parole sono
proibite, le bombe prendono il loro posto. Quella a
cui stiamo assistendo in Iraq è la logica di
un'occupazione coloniale. Ascoltate le campane che
suonano a Falluja e Bassora. In Italia esse suonano
per quei giornalisti liberali o liberali «di sinistra»
che denunciano la resistenza come «terrorista»
quando soldati d'occupazione italiani finiscono sotto
tiro. Ci vengono a dire che loro sono là per scopi «umanitari».
Bene, adesso la maschera è saltata e il leader eletto
dal popolo italiano ha detto che gli italiani in Iraq
combatteranno per Bush e moriranno per Bush e
uccideranno per l'Impero. E in una situazione come
questa i Ds non hanno votato no ai crediti di guerra
in parlamento. Contro la guerra ma non per la fine
dell'occupazione? Il tentativo disperato di
accreditarsi come un partito di centro, li spinge a
destra dei socialisti spagnoli. Felicissimi di battere
Sergio Cofferati e toglierlo di mezzo, ma riluttanti a
sfidare seriamente il coinvolgimento di Berlusconi
nella guerra. E poi i leader Ds si meravigliano se dei
manifestanti contro la guerra esprimono la loro rabbia
e la loro delusione.
Nel
frattempo l'Iraq e i suoi abitanti continuano a
soffrire. Il poeta Sinan Anton di recente ha letto a
Baghdad una poesia che evoca l'atmosfera che si
respira:
«L'Eufrate
è
una lunga processione
Le
città ne accarezzano le rive mentre le palme piangono».
La
decisione di al-Sadr e dei suoi seguaci di unirsi alla
resistenza ha spinto centinaia di migliaia di persone
nelle strade e rappresenta una nuova sfida agli
occupanti. E' inutile che gli occidentali versino
lacrime ipocrite per l'Iraq o lamentino che la
resistenza irachena non abbia gli alti standard del
liberalismo occidentale. Di quale resistenza parlano?
Quando una occupazione è ripugnante, la resistenza
non può essere dolce, se non in un film hollywoodiano
o in una commedia all'italiana. E se i partiti
religiosi dominano nel sud dell'Iraq ciò è in parte
dovuto al fatto che gli Stati uniti e la Gran Bretagna
hanno appoggiato alcuni di loro negli ultimi dodici
anni.
La
soluzione, per molti del centro-sinistra, è di
passare il controllo del paese alle Nazioni unite. Fu
così già nel 1924 quando gli inglesi governavano
l'Iraq attraverso un mandato della Lega delle nazioni,
che essi stessi avevano imposto. Gli Stati uniti
potrebbero facilmente ottenere un analogo mandato dal
Consiglio di sicurezza e così sperare di poter
mantenere le loro basi militari nel paese per altri
vent'anni. Ma che cosa accadrà se questa soluzione
diretta a perpetuare nel tempo il controllo
pretendendo di far credere al mondo che i nativi hanno
il controllo del loro paese, non dovesse funzionare?
Si tornerebbe di nuovo ai bombardamenti e ai danni
collaterali (le vite dei civili importano poco
all'Occidente come abbiamo visto in Iraq e in
Afghanistan)? Sì, potrebbe dire un buon liberale, ma
forse che l'Onu non è meglio degli Usa? Non dipende
da chi controlla e decide quel che le Nazioni unite
fanno? E chi sarà a decidere?
Per
i cittadini dei paesi i cui governi e leader hanno
appoggiato la guerra, la priorità deve essere il
castigo dei guerrafondai, sull'esempio degli spagnoli.
Se Aznar sarà seguito nel Valhalla da Berlusconi,
Blair e Bush sarà una vittoria importante. E allora
noi dovremo montare una campagna perché i loro
successori la facciano finita con l'occupazione. L'uso
puro e semplice delle Nazioni unite potrebbe rivelarsi
un pretesto per salvare la faccia. Nient'altro.
* * * * *
Senza
via d'uscita
ALESSANDRO
DAL LAGO (da
il Manifesto del 13/04/04)
Quello
che sta emergendo giorno dopo giorno in Iraq è un
tremendo errore strategico, causato più dal
dogmatismo e dall'ottusità dei neoconservatori al
potere negli Usa che dai calcoli sbagliati dei
militari. Bush pensava che la sua guerra finisse con
la riduzione all'impotenza dello sgangherato esercito
iracheno e l'eliminazione di Saddam (missione
compiuta, appunto). E l'Iraq? Beh, probabilmente i
neoconservatori non vedevano nella popolazione
irachena null'altro che categorie coloniali: le tribù
del deserto, i curdi, gli sciiti, i sunniti. Per cui,
cooptati gli «esponenti» di queste categorie in un
governo collaborazionista e aperto il mercato alle
fameliche imprese americane (e europee), tutto si
sarebbe risolto da solo, in una versione guerresca
della globalizzazione dall'alto. Purtroppo per Bush (o
chi per lui), a questo quadro mancava un solo dato, ma
il più importante di tutti, cioè la società
irachena. I militari sconfitti o fuggiti, diverse
centinaia di migliaia di persone armate, non hanno
avuto di che mangiare, perché gli occupanti si sono
dimenticati di loro. La popolazione più povera ha
visto sciamare ogni tipo di impresa famelica,
occupanti di decine di nazionalità, un esercito di
mercenari (30.000), funzionari di ogni parte del
mondo, ma nessuno che la sollevasse dalla
disperazione. I sunniti cercavano ovviamente la
rivalsa. I gruppi radicali sciiti hanno visto in pochi
mesi che nessuno era interessato a una costituzione in
cui avessero un ruolo determinante. A parte i curdi -
i quali cominceranno a pagare prima o poi il loro
ruolo di alleati dell'invasore -, non si capisce perciò
chi avrebbe dovuto o dovrebbe stare con la coalizione,
dopo il limitatissimo entusiasmo iniziale.
In
breve, la coalizione si è messa contro una società
disperata e affamata e certamente non saranno i
150.000 militari occupanti a poter controllare, anche
al prezzo delle stragi di questi giorni, il paese. Un
generale ha detto che, sì, gli Usa hanno perso a
Falluja 70 uomini in dieci giorni, ma i «banditi»
(in gran parte civili) 700 (probabilmente il doppio).
Con questa logica, l'odio anti-occidentale non può
che divampare in tutto l'Iraq. Cercando di eliminare
al Sadr, gli americani ne faranno un eroe e
trascineranno nella guerra anche gli sciiti moderati.
In pochi mesi, la coalizione ha creato i presupposti
di una situazione che potrebbe far impallidire la
Cecenia e la Palestina e finire come in Vietnam, con
la differenza che all'orizzonte non c'è un'ipotesi di
unificazione, come quello di Hanoi, ma un incendio che
potrebbe propagarsi a tutta la regione. Da qui il
vicolo cieco della coalizione. Non potendo mollare
l'Iraq per ovvi motivi strategico-politico-elettorali,
sarà costretta ad alzare il tiro e a inviare nuove
truppe (europee comprese) con le conseguenze che si
possono immaginare. Ma la guerra, cosa che gli
americani sembrano aver dimenticato, si fa in due. E
all'escalation di Bremer corrisponde quella della
guerriglia, che mira a mettere in difficoltà la
coalizione sul piano mediale. Ed ecco quindi non solo
la resistenza attiva e gli attacchi quotidiani ai
convogli, ma anche i rapimenti. Per quanto questi
siano ripugnanti, sono terribilmente efficaci:
smascherano la realtà dell'esercito mercenario,
inchiodano gli ultimi arrivati alle loro responsabilità
(Giappone), terrorizzano le imprese appaltatrici e,
soprattutto, sono un messaggio più che chiaro all'Onu.
Come
non capire che dietro questo odio c'è la memoria dei
bombardamenti indiscriminati del `91 e delle atroci
sofferenze dell'embargo, oltre che degli orrori di
oggi? Questa è una guerra basata sulla menzogna. E
questa ci coinvolge perché anche il nostro governo
l'ha sostenuta e l'ha propagata. Ed ecco perché
nessuno può sentirsi sicuro. Se l'Europa vuole la
tranquillità, questa comincia con il ritiro
dall'Iraq, senza condizioni. E questo a sua volta
passa, anche se non dobbiamo nutrire troppe illusioni
su chi seguirà, dalla cacciata di questi incoscienti
e letali signori della guerra, che si chiamino Bush,
Blair o Berlusconi.
* * * * *
Tragico
gioco
ALESSANDRO
DAL LAGO (da
il Manifesto del 08/04/04)
Quello
che le persone ragionevoli avevano previsto un anno
fa, all'inizio dell'invasione dell'Iraq, si sta
avverando con macabra puntualità. La pseudo vittoria
anglo-americana sul campo contro un esercito fantasma
(i cui comandanti erano stati in larga parte comprati)
si sta trasformando non solo in una sconfitta
strategica, ma anche in un'avventura dalle conseguenze
imprevedibili e dai costi umani incalcolabili. Per
prima cosa, i fatti. I dati ufficiali sulle perdite
della coalizione, facilmente consultabili sui siti del
Dipartimento della difesa e delle organizzazioni
pacifiste americane, dicono che i caduti (al 6 aprile)
sono 748, di cui 636 americani (cifra sicuramente
difettosa, perché al momento in cui scrivo violenti
combattimenti sono in corso in tutto l'Iraq). Soltanto
nei primi sei giorni di aprile sono morti 37 uomini,
cioè la più alta percentuale di perdite giornaliere
dopo quella del marzo 2003. Dati che rappresentano
solo una parte della realtà, perché non tengono
conto delle perdite dei cosiddetti corporate soldiers,
cioè i mercenari (circa il 10% delle forze di
occupazione), degli agenti dei servizi segreti e del
gran numero di civili di ogni parte del mondo
impegnati nella «ricostruzione» (a tutti gli effetti
degli occupanti più o meno militarizzati).
Considerando anche queste categorie, la cifra delle
perdite occidentali potrebbe superare di gran lunga il
migliaio. Ma il punto non è questo. Si calcola che la
maggioranza delle diecimila vittime civili irachene (a
mio avviso una valutazione del tutto difettosa) siano
cadute dopo la cosiddetta fine della guerra. Ciò fa sì
che l'Iraq di oggi non sia paragonabile tanto alla
Mogadiscio del 1993, quanto alla Cecenia. Gli eserciti
occupanti non sono in grado di controllare la
situazione in un ambiente urbano ostile, nemmeno a
prezzo di spaventose perdite nella popolazione civile.
Ma
il dato politico più significativo è il salto di
qualità della resistenza irachena (tra l'altro,
definirla solo in termini di terrorismo è una pietosa
bugia, visto che gli attentati sono solo una delle
varie modalità con cui gli occidentali vengono
attaccati). Ai sunniti, ai baathisti, agli ex militari
e agli stranieri si sono aggiunti anche gli sciiti. In
altri termini, l'intero Iraq è in fiamme, né si vede
che cosa possa far cambiare la situazione. Gli
americani sono trincerati, come gli spagnoli o gli
italiani, nelle loro basi e quando si avventurano
all'aperto non sono mai sicuri di non essere colpiti.
Stiamo parlando di truppe d'élite ormai al lumicino,
progressivamente sostituite da reparti meno addestrati
e dalla guardia nazionale Usa, che è in fondo una
milizia ancor meno preparata a una situazione di
guerra.
In
questo quadro, l'ipotesi Onu, sbandierata
dall'opposizione moderata, non è che una favola o una
foglia di fico. In primo luogo, un apparato militare
Onu senza americani e inglesi non esiste. Poi, è
impensabile che l'Onu umiliata da Bush, anche se fosse
in grado di subentrare, possa accettare di coprire
un'avventura sempre più fallimentare, anche perché
qualsiasi contingente straniero, europeo o arabo,
sarebbe ormai vissuto dagli iracheni come una forza
usurpatrice di occupazione. Gli americani e i loro
ausiliari inglesi, italiani,spagnoli e così via sono
e resteranno soli a gestire le conseguenze di
un'invasione ingiustificata, criminale e sotto ogni
punto di vista, a cominciare da quello
politico-strategico, profondamente stupida.
A
leggere in questi giorni i commenti dei cosiddetti
esperti di geopolitica e di questioni strategiche c'è
da rabbrividire. Uno tra i più visti in televisione
aveva pubblicato qualche mese fa su Limes la brillante
diagnosi secondo cui la situazione in Iraq era in via
di normalizzazione. Oggi, suggerisce che la sola via
d'uscita dall'inferno iracheno è il rafforzamento
della presenza militare, cioè l'escalation, insomma
la radicalizzazione della guerra. Pensatori di questo
calibro - a dire il vero, ampiamente rappresentati in
gran parte della stampa - hanno anche il coraggio di
rinfacciare ai pacifisti la mancanza di «realismo».
E
dove sarebbe il realismo, invece, di tutti coloro che,
dopo aver accettato di fatto l'invasione (magari per
motivi umanitari), oggi discettano del dovere di «resistere»,
come se fossero gli iracheni ad averci fatto la guerra
e non noi a loro? Tra parentesi, il titolo di ieri del
Riformista meriterebbe il Pulitzer: «Gli sciiti in
guerra contro l'Italia». Come quando, all'epoca
dell'invasione italiana della Libia, i quotidiani
imperialisti scrivevano: «Gli arabi massacrano i
nostri soldati».
No,
se guardiamo con un minimo di senso politico al
futuro, se non ci facciamo travolgere dalla retorica
nazionalista dei «nostri ragazzi», l'unica opzione
realistica oggi è ritirare le truppe occidentali
dall'Iraq, e subito. Perché a combattere gli
occupanti non ci sono tanto e soltanto i fanatici
(come vogliono farci credere gLi «arabisti», magari
con il nome arabo) ma un popolo, il quale, nel bene e
nel male e con la cultura politica che gli è propria,
vuole governarsi da sé e non farsi amministrare da
qualche manager, americano o italiano, trincerato nel
suo bunker. Se siamo realisti, dobbiamo capire che,
con questa gente, noi occidentali dobbiamo smettere di
fare i bulli e cominciare a far politica.