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SECONDA GUERRA MONDIALE: GUERRA PER LA DEMOCRAZIA?

 

Per ribadire la fedeltà atlantica di fronte alla nuova guerra, viene avanzata una duplice argomentazione: gli Stati Uniti si battono per assicurare la democrazia al popolo iracheno come durante la Seconda guerra mondiale avevano liberato l’Europa dal nazismo. Sulla spudoratezza della prima parte della argomentazione inutile ritornare su Liberazione.Vale la pena, invece, di prendere lo spunto dalla seconda per qualche riflessione sulla guerra mondiale che ha dilaniato il mondo tra il 1939 e il 1945.

Anche a sinistra, si continua a parlare di guerra per la democrazia. Poco da obiettare se questa definizione è usata nelle celebrazioni, in polemica con quanti vorrebbero mettere sullo stesso piano Resistenza e Repubblica di di Salò. Resta che la definizione è ideologica  nel senso più rigoroso del termine, esprime, cioè, una coscienza mistificata.In realtà, la Seconda guerra mondiale è stata un fenomeno estremamente più complesso.Si sono scontrati con conseguenze distruttive senza precedenti non solo, da una parte e dall’altra dell’Atlamtico, Stati con diverse istituzioni e diverse dottrine, ma egualmente Stati e paesi di tutti i continenti. Soprattutto nella fase più acuta tra il ’43 e il ’45, si sono contrapposti nazioni, classi sociali, strati e settori di queste classi, partiti e movimenti sociali, gruppi industriali e finanziari, eserciti e frazioni o cricche militari. In ultima analisi, la guerra è stata una espressione concentrata delle contraddizioni del capitalismo in quel periodo. Ha comportato una massima centralizzazione politico-ideologica, oltre che militare, e, al tempo stesso, determinato mobilitazioni e rivolte di milioni e decine di milioni al di fuori del quadro gerarchico preesistente.

 

Cinque conflitti che si intrecciano

Nell’ampio saggio storico “Il significato della Seconda guerra mondiale”, tuttora inedito, Ernest Mandel non si perita di parlare di un intrecciarsi di cinque conflitti diversi. Effettivamente,in primo luogo, la guerra cominciava come conflitto tra  potenze imperialiste, quelle che difendevano posizioni acquisite e quelle che volevano assicurarsi, per riprendere una metafora mussoliniana, un loro posto al sole. Il successivo intervento degli Stati Uniti, provocato più direttamente dalla aggressività dell’imperialismo giapponese, aveva motivazioni analoghe. Nesuna delle potenze che si proclamavano democratiche si era eccessivamente preoccupata dell’avvento al potere del fascismo e neppure del nazismo, ai quali, implicitamente, se non addirittura esplicitamente, si era riconosciuto di aver posto fine a lacerazioni sociali pericolose per il sistema. Comunque sia, una volta scoppiato sul piano militare, era logico che al conflitto si attribuisse un contenuto politico-ideologico e si favorisse, poi, l’istaurazione di regimi socio-politici analoghi a quelli delle potenze vincitrici. Sarebbe, d’altronde,  ben difficile contestare che la conclusione della guerra segnava l’inizio dell’egemonia mondiale delle classi dominanti statunitensi.L’egemonia era, tuttavia, contrastata dall’esistenza dell’Urss, dal formarsi delle “democrazie popolari” nell’Europa centro-orientale e, qualche anno più tardi, dalla vittoria della rivoluzione in Cina. Proprio l’esistenza di questa parte del mondo in cui esistevano rapporti di proprietà e di produzione non più capitalistici e il timore tutt’altro chse infondato di crisi sociali difficilmente controllabilli– e non un astratto messianismo democratico – spingeva gli Stati Uniti a collaborare alla ricostruzione dell’Europa dalle rovine della guerra.

In secondo luogo, a partire dal giugno 1941 alla guerra interimperialista si combinava la guerra cui era costretta l’Unione Sovietica per la sua stessa sopravvivenza contro la proclamata volontà di colonizzazione da parte della Germania nazista.Coloro che, come il piazzista Berlusconi ma anche dirigenti del centro-sinistra, si profondono in ringraziamenti all’America per averci salvati dal nazismo, farebbero bene a non dimenticare il non meno determinante contributo dell’Armata rossa..

In terzo luogo, caratteristiche specifiche aveva sin dall’inizio la guerra in Cina:  una guerra di un popolo per la liberazione nazionale, nonostante la natura reazionaria del regime del Kuomimtang. Più in generale – per venire a una quarta categoria– mobilitazioni e grandi lotte di massa si sviluppavano in altri paesi asiatici, i cui popoli cercavano legittimamente di sfruttare le contraddizioni tra colonialisti vecchi e nuovi per porre fine ad antiche dominazioni. L’esempio più significativo era fornito dai grandi movimenti dell’agosto 1942 in India, repressi con un migliaio di morti e oltre 60.000 arresti.Nell’ottobre 1939 gli operai dell’industria di Bombay avevano proclamato un grande sciopero contro la guerra. All’inizio del conflitto, il partito del Congresso aveva offerto la propria collaborazione alla sforzo bellico a condizione che venisse  riconosciuto iol diritto all’indipendenza con la formazione di un governo nazionale provvisorio, ma la Gran Bretagna aveva rifiutato.Infine, c’è appena bisogno di dirlo, acquistavano un carattere nazionale, non disgiunto da motivazioni sociali, le lotte dei movimenti di resistenza europei, dalla Jugoslavia alla Grecia, dalla Francia all’Italia.

 

Due aspetti illuminanti

Ma a confutazione delle tesi apologetica o quanto meno del tutto unilaterale di guerra per la democrazia valga il richiamo ad altri avvenimenti.Quando da oltre mesi il nazismo era stato sconfitto e gli stessi militaristi giapponesi avevano pressochè esaurito le capacità di resistenza, gli Stati Uniti sganciavano la bomba atomica su Hiroshima e poi su Nagasaki: è difficile dubitare che, più che di un colpo a un nemico già prostrato, si trattasse dell’annuncio di un superiore potenziale militare per il futuro. C’è forse bisogno di ricordare, d’altra parte, che solo un anno dopo la fine delle ostilità Winston Churchill proclamava l’inizio della guerra fredda?

Infine, il quadro del mondo postbellico definito dai vincitori non comportava affatto la fine degli imperi coloniali. Lo stesso governo laburista britannico accettava obtorto collo l’indipendenza dell’India solo due anni più tardi e dopo aver imposto la sciagurata divisione tra India e Pakistan che provocava veri e propri massacri e tuttora rappresenta un pericoloso elemento di lacerazione del subcontinente. Per parte sua, la Francia avrebbe condotto ancora per quasi due decenni, anche con governi a partecipazione socialista e comunista, sanguinose guerre coloniali. Tristemente simbolica una vicenda indonesiana: la dichiarazione di indipendenza nell’agosto del 1945 da parte dei nazionalisti Hatta e Sukarno si scontrava alla repressione dei Giapponesi, cui le forze alleate, proprio nel mese in cui sganciavano le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, avevano affidato il mantenimento dell’ordine in attesa del ritorno degli Olandesi.

In conclusione, almeno a posteriori, dovrebbe essere chiaro che dalla Seconda guerra mondiale emergeva un mondo gravido dei conflitti esplosivi e delle lacerazioni dei decenni successivi e in cui già si spargevano le sementi  dei conflitti non meno laceranti dell’epoca della concentrazione e centralizzazione parossistica del capitale - o globalizzazione - in cui siamo immersi nell’alba tragica del nuovo millennio.

Livio Maitan   

23 marzo 2003  

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