Bibliografia
ragionata
Libri sulla
politica degli Stati Uniti e la guerra
Per
una panoramica d’insieme della politica
statunitense, è ancor valido il libro
(documentatissimo, di oltre 450 pagine) di Filippo
Gaja, Il secolo corto. La filosofia del
bombardamento. La storia da riscrivere, Maquis
Editore, Milano, 1994. Proprio perché ha quasi
dieci anni, anzi, può essere utile per sfatare la
leggenda, diffusa tra gli oppositori moderati
all’attuale guerra, che questa sarebbe dovuta
solo al fanatismo fondamentalista di George W.
Bush e segnerebbe una svolta nella storia degli
Stati Uniti.
Il
recente libro di Milan Rai, Iraq. Dieci ragioni
contro la guerra, Einaudi, Torino, 2003,
smantella menzogne e contraddizioni nelle
dichiarazioni dei governanti nordamericani. Oltre
all’introduzione di Noam Chomsky, comincia con
un capitolo interamente composto dalle
dichiarazioni dei familiari delle vittime
dell’11 settembre che si sono costituiti in
associazione col nome di Peaceful Tomorrows. Particolarmente
utili i capitoli sui legami tra i governanti
statunitensi e i talebani, e sugli ostacoli
frapposti (non da Saddam!) alle attività degli
ispettori dell’ONU.
Un
grande successo editoriale ha avuto un agile
volumetto di Antonio Gambino (Perché oggi non
possiamo non dirci antiamericani,Colloquio con
Marco Galeazzi, Editori Riuniti, Roma, 2003), che
risente però molto di un taglio giornalistico, e
dedica attenzione solo all’ultima fase, con
molte considerazione in genere giuste, ma
un’insufficiente documentazione, soprattutto sul
lungo periodo.
Molto
più efficace e convincente il libro di Howard
Zinn, Non in nostro nome. Gli Stati Uniti e la
guerra, il Saggiatore, Milano, 2003, che è
introdotto dalla sorella di una vittima dell’11
settembre. Il pregio del volume, pur composto di
scritti pubblicati in varie occasioni, è di dare
un quadro storico della politica statunitense con
molta attenzione agli ultimi cinquant’anni, ma
partendo dalle stesse origini degli Stati Uniti.
Sulla
storia remota degli Stati Uniti (e anzi delle
colonie da cui hanno avuto origine) si sofferma
maggiormente David E. Stannard, Olocausto
americano. La conquista del Nuovo Mondo,
Bollati Boringhieri, Torino, 2001. Stannard, che
è cittadino statunitense e docente
nell’Università delle Haway, affronta
l’insieme dei genocidi compiuti nell’arco di
cinquecento anni nelle Americhe e anche nelle
isole in cui vive. Tuttavia mentre la storia dei
massacri compiuti dai conquistadores
spagnoli e portoghesi è ben nota (anche se
ridimensionata da chi la presenta come “leggenda
nera”), quelli compiuti dagli anglosassoni lo
sono assai meno, pur essendo ugualmente efferati.
Un
ex agente della CIA che ha collaborato con il più
famoso Philip Agee al progetto di smascherare le
attività criminali e liberticide dell’agenzia,
ha pubblicato un ampio ma a volte ingarbugliato
repertorio delle azioni compiute per sovvertire
governi, assassinare personalità politiche, ecc.
Si tratta di William Blum, Con la scusa della
libertà. Si può parlare di impero americano?,
Marco Tropea, Milano, 2002, che fornisce spesso
documenti ineccepibili, ma non sempre aiuta a
comprendere la complessità delle vicende di cui
parla, perché sottovaluta in genere le
motivazioni delle forze locali attribuendo sempre
la responsabilità principale di ogni golpe alle
manovre della CIA.
Un
bellissimo e illuminante volume di Tariq Ali (un
intellettuale di origine pakistana, impegnato da
oltre trenta anni come militante rivoluzionario in
Gran Bretagna.), dedicato a Lo scontro dei
fondamentalismi (Rizzoli, Milano, 2002, Lo
scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, Milano,
2002), contiene anche un lungo capitolo con una Breve
storia dell’imperialismo statunitense, in
cui utilizza testimonianze “dall’interno”
come quella del generale dei marines Smedley
Butler, che nel 1933 lasciò il servizio spiegando
in libro che la sua attività era paragonabile a
quella di un gangster, capo di un racket che, a
differenza di quello di Al Capone, non si
estendeva su tre quartieri ma su tre continenti.
Naturalmente il pregio principale del libro è la
ricostruzione dei molti fondamentalismi che si
scontrano oggi nel mondo, con particolare
attenzione a quelli, dimenticati in genere in
Italia, del subcontinente indiano.
Deludente,
anche se con qualche informazione utile, il libro
di Bob Woodward (il giornalista che smascherò il Watergate
e fece saltare il presidente Nixon), La
guerra di Bush, Sperling & Kupfer, Milano,
2003. Woodward è impegnato contro la guerra, ma
il libro ne ricostruisce soprattutto
cronachisticamente la preparazione all’interno
dell’amministrazione statunitense, senza fornire
elementi per la comprensione dei motivi più
profondi.
Stimolante
come sempre il recentissimo libro di Sergio
Romano, Il rischio americano. L’America
imperiale, l’Europa irrilevante, Longanesi,
Milano, 2003. La tesi di fondo è appunto quella
indicata nel sottotitolo, cioè la scarsa
rilevanza dell’Europa sulla scena mondiale (ma
lo stesso, ha osservato lo storico e politologo
statunitense Paul Kennedy, si può dire a
proposito del Giappone). La conclusione (che
auspica una maggiore unità politica e militare
dell’Europa come contraltare alla strapotenza
statunitense) non è ovviamente condivisibile, dal
momento che i principali paesi europei non hanno
le carte in regola per definire una politica
qualitativamente diversa da quella
dell’imperialismo USA. Tuttavia il libro
tratteggia senza reticenze la politica degli Stati
Uniti, e in particolare la loro espansione nel
continente fin dalla prima metà del XIX secolo,
cercandone le origini ideologiche nel
fondamentalismo cristiano che li ha ispirati fin
da prima della fondazione del nuovo Stato, cioè
nella pretesa di avere, sulle orme dei “Padri
Pellegrini”, Dio dalla loro parte. Nulla di
nuovo, ma fa piacere leggere queste cose in un
libro di uno storico e diplomatico indubbiamente
conservatore, ma intelligente e rigoroso, tanto più
in un periodo in cui destra e gran parte della
sinistra fanno a gara a dire che è “impossibile
e inaccettabile essere antiamericani” e
presentano in chiave apologetica la leggenda della
“grande democrazia profondamente
anticoloniale”, ecc.
Di
qualche interesse il libro di Ahmed Rashid, Talebani.
Islam, petrolio, e il Grande Gioco in Asia
centrale, Feltrinelli, Milano, 2001, che
ovviamente non tratta direttamente la politica
statunitense, nel suo complesso, ma fornisce dati
utili sul corteggiamento dei talebani da parte di
uomini politici nordamericani per conto di
compagnie petrolifere e di altre imprese
interessate alla costruzione di oleodotti in
territorio afghano.
Con
un taglio prevalentemente giornalistico (il libro
si basa su alcune delle efficaci inchieste
televisive fatte dall’autore in Indonesia, Iraq,
Afghanistan e altri paesi) John Pilger (I nuovi
padroni del mondo, Fandango, Roma, 2002),
presenta un quadro di insieme piuttosto efficace
dell’arroganza e della malafede dei dirigenti
degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e
dell’Australia, con un gran numero di
testimonianze rese all’autore – che è un
abile intervistatore a cui è difficile sfuggire -
da molti dei protagonisti.
Un
libro stimolante (e provocatorio fin dal titolo),
è quello di Chalmers Johnson, Gli ultimi
giorni dell’impero americano, Garzanti,
Milano, 2001. Chalmers Johnson è uno specialista
di Estremo Oriente, dove ha vissuto a lungo, fin
dalla guerra di Corea, prima come ufficiale
statunitense, poi come ricercatore e docente. La
sua tesi, che si riallaccia a quella di Paul
Kennedy, è che l’eccessiva sovraesposizione
dell’impero americano, nonostante la sua
schiacciante superiorità militare, lo ha
profondamente indebolito dal punto di vista della
solidità economica e dell’accumularsi di
fattori esplosivi in molti continenti (i possibili
“ritorni di fiamma”). Johnson usa largamente
la categoria di imperialismo, ma osserva
maliziosamente che Lenin si è sbagliato
definendola “fase suprema del capitalismo”: è
piuttosto una malattia. A questo proposito fa
proprio l’esempio della zona del Golfo Persico,
dove per controllare la sicurezza dell’afflusso
di petrolio proveniente da quella zona (per un
valore annuo di 11 miliardi di dollari), gli Stati
Uniti spendono 50 (cinquanta!) miliardi ogni anno.
Johnson fornisce preziose informazioni
sull’Estremo Oriente, ma è attento anche a quel
che accade in altri continenti, e nel suo stesso
paese, dove gran parte dei cittadini sono privi di
assistenza medica e di istruzione pubblica
gratuite, e le pensioni statali sono state
sostituite da fondi pensione privati (che hanno
subito pesanti decurtazioni per i crolli dei
titoli in borsa). Tra l’altro il libro, dopo una
breve presentazione della sua personale storia di
“patriota americano” convinto ed entusiasta
almeno fino alla metà degli anni Sessanta, cioè
alla guerra del Vietnam, esordisce presentando
come esempio tipico di arroganza
che genera odio l’atteggiamento delle
autorità statunitensi per sottrarre a un giudizio
in Italia i piloti che nel 1998 avevano provocato
la strage della funivia di Cavalese.
Tutto
concentrato sui conflitti interni
all’amministrazione USA nell’arco di due
secoli, e meno attento ai loro effetti sul mondo
è invece il libro di Walter Russel Mead, Il
serpente e la colomba. Storia della politica
estera degli Stati Uniti d’America,
Garzanti, Milano, 2001. Ha comunque il pregio di
spazzare via le sciocchezze di chi, per
rivendicare ancora il proprio “americanismo”,
attribuisce al solo Bush l’attuale politica
degli Stati Uniti. Infatti il libro identifica
alcune costanti, nella lunga alternanza tra “il
serpente e la colomba”, cioè tra le tendenze
che Mead chiama con i nomi di jeffersoniana,
jacksoniana, hamiltoniana, e wilsoniana.
Sull’Iraq
e Saddam Hussein
Ovviamente
accenno anche a un mio recentissimo libro (Antonio
Moscato, Tempeste sull’Iraq, Massari,
Bolsena, 2003), che presenta la storia dell’Iraq
nel lungo periodo, ricercando nel processo di
formazione e nella dominazione coloniale
britannica le radici della sua debolezza attuale,
che l’ha fatto scegliere come bersaglio rispetto
ad altri Stati magari più invisi ai governanti
statunitensi. Rinvio ad esso soprattutto perché
segnala molti testi oggi introvabili e che quindi
non riporto in questa bibliografia ragionata.
Sulla
cruciale questione del possesso delle armi di
distruzione di massa da parte di Saddam Hussein
sono efficacissimi due libri usciti prima
dell’attuale raffica di pubblicazioni spesso
improvvisate (che pure segnala l’esistenza di un
“mercato” e quindi di un interesse superiore a
quello riscontrabile nel 1991): il primo è quello
di padre Jean-Marie Benjamin, Obiettivo Iraq.
Nel mirino di Washington, Editori Riuniti,
Roma, 2002, che utilizza le dichiarazioni di vari
ispettori dell’ONU per smantellare la campagna
di intossicazione mediatica che ha
preparato la guerra; il secondo, per certi aspetti
ancora più incisivo, è quello di William Rivers
Pitt, Guerra all’Iraq, Fazi, Roma, 2002,
che di fatto è una lunga intervista a Scott
Ritter, vice
capo degli ispettori dell’ONU fino al 1998
(quando furono ritirati per consentire la ripresa
dei bombardamenti, e non “cacciati da Saddam”
come ripetono tanti commentatori in malafede).
Una
sintetica visione d’insieme si può trovare
nell’agile libro di Giancarlo Lannutti, Breve
storia dell’Iraq, Datanews, Roma, 2002.
Lannutti ha potuto
far uscire tempestivamente il suo libro sia perché
come giornalista aveva seguito da decenni il
Vicino e Medio Oriente, e soprattutto perché
aveva già pubblicato (presso lo stesso editore)
una Guida storico politica di Iraq e Iran,
mentre aveva trattato molte delle vicende irachene
in una utilissima Enciclopedia del Medio
Oriente che aveva curato per l’editore Teti
nel 1979 (integrata poi da un volume di
aggiornamento nel 1991). Molte delle voci di
questa enciclopedia erano state curate dallo
stesso Lannutti, ma anche da Guido Valabrega, Pier
Giovanni Donini, Igor Man e altri buoni
conoscitori dell’area.
Decisamente
utile la nuova edizione aggiornata di un libro già
apparso nel 1991, G. Caretto, G. Corm, G. Crespi,
J-D. Forest, C. Forest, J. Ries, Iraq. Dalle
antiche civiltà alla barbarie del mercato
petrolifero, Jaca Book, Milano, 2003.
L’aggiornamento è dovuto al solo Corm, che è
un ottimo specialista franco-libanese di Medio
Oriente. Il libro parte dalla storia più lontana,
che tuttavia in gran parte non ha molta incidenza
sulle vicende attuali. Ma il capitolo di Caretto
sul declino dell’impero ottomano tra il 1800 e
il 1918, e quelli successivi di Corm (dal 1918 al
1991, e dalla Guerra del Golfo a quella attuale)
sono del tutto condivisibili anche come
metodologia.
Finora
ancora inedito, un esauriente e rigoroso saggio di
Ilario Salucci, Operai e contadini in Iraq: il
percorso del movimento comunista (1924-2002), tocca
aspetti in genere trascurati dalla maggior parte
degli autori. Per ora è disponibile comunque in
internet sul sito della rivista telematica
“Reds” (http://www.ecn.org/reds),
ma sembra imminente la pubblicazione in volume.
Segnaliamo
anche, per evitarli, due libri pessimi, ricchi di
pettegolezzi non verificabili sulla “psicologia
del dittatore” con la stessa logica con cui
tanti complici della “resistibile ascesa” di
Adolf Hitler si sono dilettati poi in
ricostruzioni della sua psiche a partire da
presunte turbe infantili: Carlo Panella, Saddam.
Ascesa, intrighi e crimini del peggior amico
dell’Occidente, Piemme, Casale Monferrato,
2003, e Magdi Allam, Saddam. Storia segreta di
un dittatore, Mondadori, Milano, 2003, forse
ancora più scandaloso nel raccattare le briciole
della propaganda della CIA, che ha fatto
ridicolmente “psicanalizzare a distanza” il
mostro di turno. Nulla sugli idilliaci rapporti
dei vari Rumsfeld con Saddam.. Se Panella è un
dirigente Mediaset, Magdi Allam scrive
abitualmente su “la Repubblica”. Che bella
informazione ci propinano!
Appena
decente, per la relativa presa di distanza dalle
peggiori speculazioni sulla psicologia del
dittatore, il libro di Marcella Emiliani, Leggenda
nera. Biografia non autorizzata di Saddam Hussein,
Guerini e associati, Milano, 2003, molto al di
sotto del livello abituale dell’autrice, (tra
l’altro non c’è una nota per ricostruire le
fonti, ma solo una sommaria e insufficiente
bibliografia). Analoghe caratteristiche, con buone
intenzioni, ma una maggiore superficialità, ha il
libro di due giornalisti di sinistra, Paolo
Barbieri, Maurizio Musolino, Saddam Hussein. La
vita del raìs di Baghdad, Datanews, Roma,
2003. Il punto debole di questi due libri è già
indicato nei titoli: hanno concentrato
l’attenzione su Saddam più che sull’Iraq.
Polemiche
sull’11 settembre
Di
libri sull’attacco alle Due Torri e al Pentagono
ne sono usciti fin troppi, alcuni pessimi, molti
mediocri, e pochi buoni. Rinviamo per i principali
di essi all’ampia rassegna apparsa sul n. 2
della rivista “Erre” (marzo/aprile 2003),
limitandoci qui a un’elencazione con un sommario
giudizio di merito. Uno dei migliori, pur nei
limiti di un appassionato pamphlet, è quello che
raccoglie diversi scritti dello scrittore Gore
Vidal, Le menzogne dell’impero e altre tristi
verità. Perché la junta petroliera
Cheney-Bush vuole la guerra con l’Iraq, Fazi,
Roma, 2002.
Sulla
stessa linea interpretativa ma con una
documentazione ben più ampia e rigorosa è il
libro di uno studioso britannico di origine
mediorientale, Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra
alla libertà. Il ruolo dell’amministrazione
Bush nell’attacco dell’11 settembre, Fazi,
Roma, 2002, che esamina puntualmente le versioni
ufficiali fornite sull’attacco alle Due Torri e
al Pentagono, utilizzando un gran numero di
testimonianze che le smentiscono.
Sul
più noto libro di Thierry Meyssan, L’incredibile
menzogna. Nessun aereo è caduto sul pentagono (Fandango,
Roma, 2002) si è scatenata una vera canea di
denigratori, che taceva sulla documentazione
ineccepibile e si concentrava su una singola tesi
non dimostrabile. Per confutare Meyssan è uscito un pessimo libro (Guillaume Dasquié, Jean
Guisnel, Il complotto. Verità e menzogne sugli
attentati dell’11 settembre, Guerini e
Associati, Milano, 2003), con una
vergognosa prefazione commissionata a Lucia
Annunziata, che evidentemente senza aver letto il
libro gli attribuisce affermazioni antisemite con
cui invece Meyssan polemizza esplicitamente. Ai
suoi numerosi denigratori Thierry Meyssan ha
risposto in un nuovo libro (Il Pentagate. Altri
documenti sull’11 settembre, Fandango, Roma,
2003), che pubblica un’inquietante
documentazione fotografica a sostegno della sua
tesi.
È
poi uscita recentemente la terza edizione
aggiornata di un libro del giudice e senatore
Carlo Palermo apparso per la prima volta nel 1996,
(Il quarto livello. 11 settembre 2001 ultimo
atto? Dalla rete nera del crimine alla guerra
santa di Bin Laden, Editori Riuniti, Roma,
2002). L’autore ha il merito di segnalare
molti dati importanti delle connessioni tra
narcotraffico e potere politico ed economico,
presentando – un po’ come il già ricordato
William Blum - una lunga lista di crimini
attribuibili ai servizi segreti statunitensi (e
non solo). Tuttavia una comprensibile
“deformazione professionale” lo porta a
inseguire troppe piste, in particolare quella
della massoneria e delle sette islamiche, viste
come associate tra loro. Ad esse iscrive Gheddafi,
Komeini, Bin Laden e perfino Hitler, raccogliendo
un pettegolezzo su una presunta conversione
all’Islam che sarebbe stata promessa al Gran
Muftì di Gerusalemme! Con la classica tecnica
dell’amalgama tra fattori diversissimi e non
comparabili, che ha portato a tanti “teoremi”
da parte di magistrati che indagavano su fenomeni
che conoscevano solo superficialmente (si pensi al
processo “7 aprile”!), Carlo Palermo ad
esempio vede incredibilmente nell’ideologia
nazista una manifestazione del sufismo, che
sarebbe arrivato ad Hitler attraverso l’Ordine
dei cavalieri teutonici, eredi dei templari! Così
i molti dati forniti sono inutilizzabili perché
immessi in un contesto di interpretazioni
arbitrarie ispirate a una logica più poliziesca
che giudiziaria.
Ancor
peggiore, ma per scelta deliberata e non per
incapacità di padroneggiare la materia, è il
libro di Simon Reeve. I nuovi sciacalli. Osama
Bin Laden e le strategie del terrorismo,
Tascabili Bompiani, 2003. Pubblicato inizialmente
nel 1999 e poi aggiornato e presentato come
“libro-inchiesta”, ci racconta con uno stile
da spy story tutti i movimenti di coloro
che vengono additati da Bush come membri di una
presunta “internazionale terroristica” (dando
ad esempio per scontato, contro ogni
verosimiglianza, che Bin Laden e Saddam Hussein
collaborino stabilmente) ma ignora tutto dei
legami economici e politici di Bin Laden con gli
Stati Uniti). Un libro vergognoso, che scredita la
stessa casa editrice (che lo ha anche rilanciato
in edizione economica)
Più
corretto, ma scritto prima che uscissero molte
delle inchieste più sconcertanti sui retroscena
dell’11 settembre, e quindi meno utile nella
prima parte che ricostruisce gli attacchi, il
libro di Ricardo E. Rodríguez, La sfida di Bin
Laden, Massari, Bolsena 2003, ha il merito di
tracciare sobriamente la biografia di Bin Laden,
compresi i molti rapporti della sua famiglia con
quella di Bush.
Qualche
aggiornamento sui libri più recenti
Su
quest’ultimo aspetto affrontato da Rodríguez è
uscito ora un libro del giornalista francese Eric
Laurent, La guerra di Bush, Fandango, Roma,
2003. Eric Laurent nel 1991 aveva pubblicato
insieme a Pierre Salinger (già consigliere di
Kennedy) un’impressionante documentazione sulle
207 imprese occidentali (86 tedesche, 18
statunitensi, altrettante britanniche, 16 francesi
e 12 italiane che fino a pochi giorni della guerra
avevano continuato a rifornire Saddam di armi di
ogni genere , comprese quelle chimiche e
batteriologiche).
Oggi
Eric Laurent ricostruisce in primo luogo, e
perfino con un eccesso di particolari, i
retroscena dei vari cambiamenti della politica
statunitense e dei rapporti tra i diversi
esponenti del governo , tra essi e i principi
sauditi, ecc.. Laurent descrive l’impressionante
“conflitto di interessi” rappresentato
dall’intreccio tra le industrie belliche (ad
esempio la Carlyle tra i cui dirigenti c’è
George Bush senior, e tra i principali azionisti
la famiglia Bin Laden, con cui non sarebbe affatto
stato reciso il rapporto neppure dopo l’11
settembre) e l’amministrazione statunitense, a
cui “patriotticamente” forniscono a caro
prezzo armi terribili. Ma nel complesso il libro,
pur sostenendo tesi condivisibili (ad esempio
ridimensiona l’obiettivo della conquista del
petrolio iracheno escludendo che sia la causa
prevalente o esclusiva di questa guerra), è di
gradevole lettura ma poco utilizzabile perché non
indica le fonti, se non in una sommaria
bibliografia al termine di ciascun capitolo.
Un
nuovo libro dello studioso britannico Nafeez
Mosaddeq Ahmed, Dominio. La guerra americana
all’Iraq e il genocidio umanitario, Fazi,
Roma, 2003, è invece da segnalare per
l’abbondanza di informazioni ben documentate e
la capacità di ricercare nella storia recente le
cause profonde di questa guerra, non riducibili ai
moventi immediatamente economici. Il giovane
studioso (è nato nel 1978) coglie bene la
dialettica tra i diversi moventi , che
confluiscono nel progetto di
ricostruzione di un meccanismo di controllo
imperialista più sofisticato di quello coloniale,
basato sul progetto di utilizzare l’alleanza
angloamericana per costruire in Iraq un potere locale,
una specie di “imperialismo vicario”
capace di ristrutturare l’intero Medio Oriente.
Come aveva già dimostrato nel libro sugli
attentati dell’11 settembre, Nafeez Mosaddeq
Ahmed è abilissimo nello smontare le
mistificazioni della propaganda di guerra contro
Saddam, ed è per questo forse il più utile dei
libri apparsi in questo drammatico momento.
Un
libro prezioso per il rigore metodologico e
l’organicità è quello di Pierre-Jean Luizard, La
questione irachena, Feltrinelli Milano 2003.
Luizard conosce a fondo l’Iraq, dove si è
recato per la prima volta nel 1973, quando era già
cominciata l’ascesa di Saddam Hussein, di cui
non nasconde nulla, ma sa bene che “non è il
demonio, e nemmeno un extraterrestre” bensì,
come è ovvio ma spesso dimenticato, “è il
prodotto di una società e di una storia”.
L’Iraq, aggiunge “per sua sventura ha
l’insigne privilegio di concentrare in sé tutte
le contraddizioni del mondo”. Forse non tutte,
possiamo aggiungere, ma molte. E Luizard, che in
Iraq era arrivato con i pregiudizi e gli schemi
ideologici di un giovane comunista francese, oggi
dedica grande attenzione ai fattori religiosi che
allora aveva sottovalutato se non liquidato,
prevedendo che sarebbero presto “scomparsi tra i
rifiuti della storia”. La sua ricostruzione
giustamente parte dal trapasso dal regime ottomano
alla dominazione britannica, seguendo quel
processo in tutti i suoi aspetti, dalle
contraddizioni interimperialiste (compresi gli
effetti della mitizzazione dei 14 punti di Wilson)
agli scontri tra le diverse correnti
dell’amministrazione coloniale britannica. Un
capitolo molto interessante ricostruisce
nell’arco di un secolo l’atteggiamento
dell’Iran verso l’Iraq (che Teheran riconobbe
solo nel 1929), mentre quello dedicato alla
politica statunitense – pur senza rivelazioni
particolari – analizza bene le oscillazioni
periodiche e la prolungata indulgenza verso i
crimini di Saddam, corteggiato per staccarlo
dall’URSS prima, per scagliarlo contro l’Iran
khomeinista poi, e sempre considerato un ottimo
cliente e quindi elogiato come “elemento di
stabilità” fino a pochi giorni prima
dell’invasione del Kuweit, a cui viene
praticamente incoraggiato fino all’ultimo dalle
dichiarazioni di “disinteresse per i conflitti
interarabi” fatte dall’ambasciatrice
statunitense April Glaspie. Insomma un libro che
si stacca nettamente dalla maggior parte di quelli
improvvisati su commissione negli ultimi mesi.
Tra
i quali invece si colloca il contraddittorio Dies
Iraq. Dal regime di emergenza al dopo Saddam
Hussein scritto da Calogero Carlo Lo Re per
l’editore Castelvecchi, che ha scritto anche la
prefazione. Il libro è presentato come se fosse
stato scritto “in collaborazione con
“Internazionale” solo perché riporta nella
parte conclusiva tre articoli diversissimi tra
loro tratti da quella rivista. Il difetto
principale è la mancanza di indicazione delle
fonti, tranne che nella prima parte(“Quale
futuro per l’Iraq?”) è ricca di citazioni, ma
quasi tratte da “Repubblica” o da altri
quotidiani, o magari dalle esternazioni del gen.
Jean su “Limes”, mentre la parte storica –
piena di buone intenzioni - non ha una nota, e
presenta evidenti dislivelli tra le singole parti
(che una minuscola nota editoriale riconduce a
diversi autori), con molte banalità come la
comparazione tra Saddam e Nabucodonosor. Insomma
un libro che ci si può anche risparmiare, come
abbiamo fatto per molti altri, dopo averli scorsi
sui banchi delle librerie, una volta verificato
che si copiavano tra loro. Un’autodifesa
necessaria dall’alluvione editoriale.
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