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Bibliografia ragionata

 

Libri sulla politica degli Stati Uniti e la guerra

Per una panoramica d’insieme della politica statunitense, è ancor valido il libro (documentatissimo, di oltre 450 pagine) di Filippo Gaja, Il secolo corto. La filosofia del bombardamento. La storia da riscrivere, Maquis Editore, Milano, 1994. Proprio perché ha quasi dieci anni, anzi, può essere utile per sfatare la leggenda, diffusa tra gli oppositori moderati all’attuale guerra, che questa sarebbe dovuta solo al fanatismo fondamentalista di George W. Bush e segnerebbe una svolta nella storia degli Stati Uniti.

Il recente libro di Milan Rai, Iraq. Dieci ragioni contro la guerra, Einaudi, Torino, 2003, smantella menzogne e contraddizioni nelle dichiarazioni dei governanti nordamericani. Oltre all’introduzione di Noam Chomsky, comincia con un capitolo interamente composto dalle dichiarazioni dei familiari delle vittime dell’11 settembre che si sono costituiti in associazione col nome di Peaceful Tomorrows. Particolarmente utili i capitoli sui legami tra i governanti statunitensi e i talebani, e sugli ostacoli frapposti (non da Saddam!) alle attività degli ispettori dell’ONU.

Un grande successo editoriale ha avuto un agile volumetto di Antonio Gambino (Perché oggi non possiamo non dirci antiamericani,Colloquio con Marco Galeazzi, Editori Riuniti, Roma, 2003), che risente però molto di un taglio giornalistico, e dedica attenzione solo all’ultima fase, con molte considerazione in genere giuste, ma un’insufficiente documentazione, soprattutto sul lungo periodo.

Molto più efficace e convincente il libro di Howard Zinn, Non in nostro nome. Gli Stati Uniti e la guerra, il Saggiatore, Milano, 2003, che è introdotto dalla sorella di una vittima dell’11 settembre. Il pregio del volume, pur composto di scritti pubblicati in varie occasioni, è di dare un quadro storico della politica statunitense con molta attenzione agli ultimi cinquant’anni, ma partendo dalle stesse origini degli Stati Uniti.

Sulla storia remota degli Stati Uniti (e anzi delle colonie da cui hanno avuto origine) si sofferma maggiormente David E. Stannard, Olocausto americano. La conquista del Nuovo Mondo, Bollati Boringhieri, Torino, 2001. Stannard, che è cittadino statunitense e docente nell’Università delle Haway, affronta l’insieme dei genocidi compiuti nell’arco di cinquecento anni nelle Americhe e anche nelle isole in cui vive. Tuttavia mentre la storia dei massacri compiuti dai conquistadores spagnoli e portoghesi è ben nota (anche se ridimensionata da chi la presenta come “leggenda nera”), quelli compiuti dagli anglosassoni lo sono assai meno, pur essendo ugualmente efferati.

Un ex agente della CIA che ha collaborato con il più famoso Philip Agee al progetto di smascherare le attività criminali e liberticide dell’agenzia, ha pubblicato un ampio ma a volte ingarbugliato repertorio delle azioni compiute per sovvertire governi, assassinare personalità politiche, ecc. Si tratta di William Blum, Con la scusa della libertà. Si può parlare di impero americano?, Marco Tropea, Milano, 2002, che fornisce spesso documenti ineccepibili, ma non sempre aiuta a comprendere la complessità delle vicende di cui parla, perché sottovaluta in genere le motivazioni delle forze locali attribuendo sempre la responsabilità principale di ogni golpe alle manovre della CIA.

Un bellissimo e illuminante volume di Tariq Ali (un intellettuale di origine pakistana, impegnato da oltre trenta anni come militante rivoluzionario in Gran Bretagna.), dedicato a Lo scontro dei fondamentalismi (Rizzoli, Milano, 2002, Lo scontro dei fondamentalismi, Rizzoli, Milano, 2002), contiene anche un lungo capitolo con una Breve storia dell’imperialismo statunitense, in cui utilizza testimonianze “dall’interno” come quella del generale dei marines Smedley Butler, che nel 1933 lasciò il servizio spiegando in libro che la sua attività era paragonabile a quella di un gangster, capo di un racket che, a differenza di quello di Al Capone, non si estendeva su tre quartieri ma su tre continenti. Naturalmente il pregio principale del libro è la ricostruzione dei molti fondamentalismi che si scontrano oggi nel mondo, con particolare attenzione a quelli, dimenticati in genere in Italia, del subcontinente indiano.

Deludente, anche se con qualche informazione utile, il libro di Bob Woodward (il giornalista che smascherò il Watergate e fece saltare il presidente Nixon), La guerra di Bush, Sperling & Kupfer, Milano, 2003. Woodward è impegnato contro la guerra, ma il libro ne ricostruisce soprattutto cronachisticamente la preparazione all’interno dell’amministrazione statunitense, senza fornire elementi per la comprensione dei motivi più profondi.

Stimolante come sempre il recentissimo libro di Sergio Romano, Il rischio americano. L’America imperiale, l’Europa irrilevante, Longanesi, Milano, 2003. La tesi di fondo è appunto quella indicata nel sottotitolo, cioè la scarsa rilevanza dell’Europa sulla scena mondiale (ma lo stesso, ha osservato lo storico e politologo statunitense Paul Kennedy, si può dire a proposito del Giappone). La conclusione (che auspica una maggiore unità politica e militare dell’Europa come contraltare alla strapotenza statunitense) non è ovviamente condivisibile, dal momento che i principali paesi europei non hanno le carte in regola per definire una politica qualitativamente diversa da quella dell’imperialismo USA. Tuttavia il libro tratteggia senza reticenze la politica degli Stati Uniti, e in particolare la loro espansione nel continente fin dalla prima metà del XIX secolo, cercandone le origini ideologiche nel fondamentalismo cristiano che li ha ispirati fin da prima della fondazione del nuovo Stato, cioè nella pretesa di avere, sulle orme dei “Padri Pellegrini”, Dio dalla loro parte. Nulla di nuovo, ma fa piacere leggere queste cose in un libro di uno storico e diplomatico indubbiamente conservatore, ma intelligente e rigoroso, tanto più in un periodo in cui destra e gran parte della sinistra fanno a gara a dire che è “impossibile e inaccettabile essere antiamericani” e presentano in chiave apologetica la leggenda della “grande democrazia profondamente anticoloniale”, ecc.

Di qualche interesse il libro di Ahmed Rashid, Talebani. Islam, petrolio, e il Grande Gioco in Asia centrale, Feltrinelli, Milano, 2001, che ovviamente non tratta direttamente la politica statunitense, nel suo complesso, ma fornisce dati utili sul corteggiamento dei talebani da parte di uomini politici nordamericani per conto di compagnie petrolifere e di altre imprese interessate alla costruzione di oleodotti in territorio afghano.

Con un taglio prevalentemente giornalistico (il libro si basa su alcune delle efficaci inchieste televisive fatte dall’autore in Indonesia, Iraq, Afghanistan e altri paesi) John Pilger (I nuovi padroni del mondo, Fandango, Roma, 2002), presenta un quadro di insieme piuttosto efficace dell’arroganza e della malafede dei dirigenti degli Stati Uniti, della Gran Bretagna e dell’Australia, con un gran numero di testimonianze rese all’autore – che è un abile intervistatore a cui è difficile sfuggire - da molti dei protagonisti.

Un libro stimolante (e provocatorio fin dal titolo), è quello di Chalmers Johnson, Gli ultimi giorni dell’impero americano, Garzanti, Milano, 2001. Chalmers Johnson è uno specialista di Estremo Oriente, dove ha vissuto a lungo, fin dalla guerra di Corea, prima come ufficiale statunitense, poi come ricercatore e docente. La sua tesi, che si riallaccia a quella di Paul Kennedy, è che l’eccessiva sovraesposizione dell’impero americano, nonostante la sua schiacciante superiorità militare, lo ha profondamente indebolito dal punto di vista della solidità economica e dell’accumularsi di fattori esplosivi in molti continenti (i possibili “ritorni di fiamma”). Johnson usa largamente la categoria di imperialismo, ma osserva maliziosamente che Lenin si è sbagliato definendola “fase suprema del capitalismo”: è piuttosto una malattia. A questo proposito fa proprio l’esempio della zona del Golfo Persico, dove per controllare la sicurezza dell’afflusso di petrolio proveniente da quella zona (per un valore annuo di 11 miliardi di dollari), gli Stati Uniti spendono 50 (cinquanta!) miliardi ogni anno. Johnson fornisce preziose informazioni sull’Estremo Oriente, ma è attento anche a quel che accade in altri continenti, e nel suo stesso paese, dove gran parte dei cittadini sono privi di assistenza medica e di istruzione pubblica gratuite, e le pensioni statali sono state sostituite da fondi pensione privati (che hanno subito pesanti decurtazioni per i crolli dei titoli in borsa). Tra l’altro il libro, dopo una breve presentazione della sua personale storia di “patriota americano” convinto ed entusiasta almeno fino alla metà degli anni Sessanta, cioè alla guerra del Vietnam, esordisce presentando come esempio tipico di arroganza  che genera odio l’atteggiamento delle autorità statunitensi per sottrarre a un giudizio in Italia i piloti che nel 1998 avevano provocato la strage della funivia di Cavalese.

Tutto concentrato sui conflitti interni all’amministrazione USA nell’arco di due secoli, e meno attento ai loro effetti sul mondo è invece il libro di Walter Russel Mead, Il serpente e la colomba. Storia della politica estera degli Stati Uniti d’America, Garzanti, Milano, 2001. Ha comunque il pregio di spazzare via le sciocchezze di chi, per rivendicare ancora il proprio “americanismo”, attribuisce al solo Bush l’attuale politica degli Stati Uniti. Infatti il libro identifica alcune costanti, nella lunga alternanza tra “il serpente e la colomba”, cioè tra le tendenze che Mead chiama con i nomi di jeffersoniana, jacksoniana, hamiltoniana, e wilsoniana.

Sull’Iraq e Saddam Hussein

Ovviamente accenno anche a un mio recentissimo libro (Antonio Moscato, Tempeste sull’Iraq, Massari, Bolsena, 2003), che presenta la storia dell’Iraq nel lungo periodo, ricercando nel processo di formazione e nella dominazione coloniale britannica le radici della sua debolezza attuale, che l’ha fatto scegliere come bersaglio rispetto ad altri Stati magari più invisi ai governanti statunitensi. Rinvio ad esso soprattutto perché segnala molti testi oggi introvabili e che quindi non riporto in questa bibliografia ragionata.

Sulla cruciale questione del possesso delle armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein sono efficacissimi due libri usciti prima dell’attuale raffica di pubblicazioni spesso improvvisate (che pure segnala l’esistenza di un “mercato” e quindi di un interesse superiore a quello riscontrabile nel 1991): il primo è quello di padre Jean-Marie Benjamin, Obiettivo Iraq. Nel mirino di Washington, Editori Riuniti, Roma, 2002, che utilizza le dichiarazioni di vari ispettori dell’ONU per smantellare la campagna di intossicazione mediatica che ha preparato la guerra; il secondo, per certi aspetti ancora più incisivo, è quello di William Rivers Pitt, Guerra all’Iraq, Fazi, Roma, 2002, che di fatto è una lunga intervista a Scott Ritter,  vice capo degli ispettori dell’ONU fino al 1998 (quando furono ritirati per consentire la ripresa dei bombardamenti, e non “cacciati da Saddam” come ripetono tanti commentatori in malafede).

Una sintetica visione d’insieme si può trovare nell’agile libro di Giancarlo Lannutti, Breve storia dell’Iraq, Datanews, Roma, 2002. Lannutti ha  potuto far uscire tempestivamente il suo libro sia perché come giornalista aveva seguito da decenni il Vicino e Medio Oriente, e soprattutto perché aveva già pubblicato (presso lo stesso editore) una Guida storico politica di Iraq e Iran, mentre aveva trattato molte delle vicende irachene in una utilissima Enciclopedia del Medio Oriente che aveva curato per l’editore Teti nel 1979 (integrata poi da un volume di aggiornamento nel 1991). Molte delle voci di questa enciclopedia erano state curate dallo stesso Lannutti, ma anche da Guido Valabrega, Pier Giovanni Donini, Igor Man e altri buoni conoscitori dell’area.

Decisamente utile la nuova edizione aggiornata di un libro già apparso nel 1991, G. Caretto, G. Corm, G. Crespi, J-D. Forest, C. Forest, J. Ries, Iraq. Dalle antiche civiltà alla barbarie del mercato petrolifero, Jaca Book, Milano, 2003. L’aggiornamento è dovuto al solo Corm, che è un ottimo specialista franco-libanese di Medio Oriente. Il libro parte dalla storia più lontana, che tuttavia in gran parte non ha molta incidenza sulle vicende attuali. Ma il capitolo di Caretto sul declino dell’impero ottomano tra il 1800 e il 1918, e quelli successivi di Corm (dal 1918 al 1991, e dalla Guerra del Golfo a quella attuale) sono del tutto condivisibili anche come metodologia.

Finora ancora inedito, un esauriente e rigoroso saggio di Ilario Salucci, Operai e contadini in Iraq: il percorso del movimento comunista (1924-2002), tocca aspetti in genere trascurati dalla maggior parte degli autori. Per ora è disponibile comunque in internet sul sito della rivista telematica “Reds” (http://www.ecn.org/reds), ma sembra imminente la pubblicazione in volume.

Segnaliamo anche, per evitarli, due libri pessimi, ricchi di pettegolezzi non verificabili sulla “psicologia del dittatore” con la stessa logica con cui tanti complici della “resistibile ascesa” di Adolf Hitler si sono dilettati poi in ricostruzioni della sua psiche a partire da presunte turbe infantili: Carlo Panella, Saddam. Ascesa, intrighi e crimini del peggior amico dell’Occidente, Piemme, Casale Monferrato, 2003, e Magdi Allam, Saddam. Storia segreta di un dittatore, Mondadori, Milano, 2003, forse ancora più scandaloso nel raccattare le briciole della propaganda della CIA, che ha fatto ridicolmente “psicanalizzare a distanza” il mostro di turno. Nulla sugli idilliaci rapporti dei vari Rumsfeld con Saddam.. Se Panella è un dirigente Mediaset, Magdi Allam scrive abitualmente su “la Repubblica”. Che bella informazione ci propinano!

Appena decente, per la relativa presa di distanza dalle peggiori speculazioni sulla psicologia del dittatore, il libro di Marcella Emiliani, Leggenda nera. Biografia non autorizzata di Saddam Hussein, Guerini e associati, Milano, 2003, molto al di sotto del livello abituale dell’autrice, (tra l’altro non c’è una nota per ricostruire le fonti, ma solo una sommaria e insufficiente bibliografia). Analoghe caratteristiche, con buone intenzioni, ma una maggiore superficialità, ha il libro di due giornalisti di sinistra, Paolo Barbieri, Maurizio Musolino, Saddam Hussein. La vita del raìs di Baghdad, Datanews, Roma, 2003. Il punto debole di questi due libri è già indicato nei titoli: hanno concentrato l’attenzione su Saddam più che sull’Iraq.

 

Polemiche sull’11 settembre

Di libri sull’attacco alle Due Torri e al Pentagono ne sono usciti fin troppi, alcuni pessimi, molti mediocri, e pochi buoni. Rinviamo per i principali di essi all’ampia rassegna apparsa sul n. 2 della rivista “Erre” (marzo/aprile 2003), limitandoci qui a un’elencazione con un sommario giudizio di merito. Uno dei migliori, pur nei limiti di un appassionato pamphlet, è quello che raccoglie diversi scritti dello scrittore Gore Vidal, Le menzogne dell’impero e altre tristi verità. Perché la junta petroliera Cheney-Bush vuole la guerra con l’Iraq, Fazi, Roma, 2002.

Sulla stessa linea interpretativa ma con una documentazione ben più ampia e rigorosa è il libro di uno studioso britannico di origine mediorientale, Nafeez Mosaddeq Ahmed, Guerra alla libertà. Il ruolo dell’amministrazione Bush nell’attacco dell’11 settembre, Fazi, Roma, 2002, che esamina puntualmente le versioni ufficiali fornite sull’attacco alle Due Torri e al Pentagono, utilizzando un gran numero di testimonianze che le smentiscono.

Sul più noto libro di Thierry Meyssan, L’incredibile menzogna. Nessun aereo è caduto sul pentagono (Fandango, Roma, 2002) si è scatenata una vera canea di denigratori, che taceva sulla documentazione ineccepibile e si concentrava su una singola tesi non dimostrabile. Per confutare  Meyssan è uscito un pessimo libro (Guillaume Dasquié, Jean Guisnel, Il complotto. Verità e menzogne sugli attentati dell’11 settembre, Guerini e Associati, Milano, 2003), con una vergognosa prefazione commissionata a Lucia Annunziata, che evidentemente senza aver letto il libro gli attribuisce affermazioni antisemite con cui invece Meyssan polemizza esplicitamente. Ai suoi numerosi denigratori Thierry Meyssan ha risposto in un nuovo libro (Il Pentagate. Altri documenti sull’11 settembre, Fandango, Roma, 2003), che pubblica un’inquietante documentazione fotografica a sostegno della sua tesi.

È poi uscita recentemente la terza edizione aggiornata di un libro del giudice e senatore Carlo Palermo apparso per la prima volta nel 1996, (Il quarto livello. 11 settembre 2001 ultimo atto? Dalla rete nera del crimine alla guerra santa di Bin Laden, Editori Riuniti, Roma, 2002). L’autore ha il merito di segnalare molti dati importanti delle connessioni tra narcotraffico e potere politico ed economico, presentando – un po’ come il già ricordato William Blum - una lunga lista di crimini attribuibili ai servizi segreti statunitensi (e non solo). Tuttavia una comprensibile “deformazione professionale” lo porta a inseguire troppe piste, in particolare quella della massoneria e delle sette islamiche, viste come associate tra loro. Ad esse iscrive Gheddafi, Komeini, Bin Laden e perfino Hitler, raccogliendo un pettegolezzo su una presunta conversione all’Islam che sarebbe stata promessa al Gran Muftì di Gerusalemme! Con la classica tecnica dell’amalgama tra fattori diversissimi e non comparabili, che ha portato a tanti “teoremi” da parte di magistrati che indagavano su fenomeni che conoscevano solo superficialmente (si pensi al processo “7 aprile”!), Carlo Palermo ad esempio vede incredibilmente nell’ideologia nazista una manifestazione del sufismo, che sarebbe arrivato ad Hitler attraverso l’Ordine dei cavalieri teutonici, eredi dei templari! Così i molti dati forniti sono inutilizzabili perché immessi in un contesto di interpretazioni arbitrarie ispirate a una logica più poliziesca che giudiziaria.

Ancor peggiore, ma per scelta deliberata e non per incapacità di padroneggiare la materia, è il libro di Simon Reeve. I nuovi sciacalli. Osama Bin Laden e le strategie del terrorismo, Tascabili Bompiani, 2003. Pubblicato inizialmente nel 1999 e poi aggiornato e presentato come “libro-inchiesta”, ci racconta con uno stile da spy story tutti i movimenti di coloro che vengono additati da Bush come membri di una presunta “internazionale terroristica” (dando ad esempio per scontato, contro ogni verosimiglianza, che Bin Laden e Saddam Hussein collaborino stabilmente) ma ignora tutto dei legami economici e politici di Bin Laden con gli Stati Uniti). Un libro vergognoso, che scredita la stessa casa editrice (che lo ha anche rilanciato in edizione economica)

Più corretto, ma scritto prima che uscissero molte delle inchieste più sconcertanti sui retroscena dell’11 settembre, e quindi meno utile nella prima parte che ricostruisce gli attacchi, il libro di Ricardo E. Rodríguez, La sfida di Bin Laden, Massari, Bolsena 2003, ha il merito di tracciare sobriamente la biografia di Bin Laden, compresi i molti rapporti della sua famiglia con quella di Bush.

Qualche aggiornamento sui libri più recenti

Su quest’ultimo aspetto affrontato da Rodríguez è uscito ora un libro del giornalista francese Eric Laurent, La guerra di Bush, Fandango, Roma, 2003. Eric Laurent nel 1991 aveva pubblicato insieme a Pierre Salinger (già consigliere di Kennedy) un’impressionante documentazione sulle 207 imprese occidentali (86 tedesche, 18 statunitensi, altrettante britanniche, 16 francesi e 12 italiane che fino a pochi giorni della guerra avevano continuato a rifornire Saddam di armi di ogni genere , comprese quelle chimiche e batteriologiche).

Oggi Eric Laurent ricostruisce in primo luogo, e perfino con un eccesso di particolari, i retroscena dei vari cambiamenti della politica statunitense e dei rapporti tra i diversi esponenti del governo , tra essi e i principi sauditi, ecc.. Laurent descrive l’impressionante “conflitto di interessi” rappresentato dall’intreccio tra le industrie belliche (ad esempio la Carlyle tra i cui dirigenti c’è George Bush senior, e tra i principali azionisti la famiglia Bin Laden, con cui non sarebbe affatto stato reciso il rapporto neppure dopo l’11 settembre) e l’amministrazione statunitense, a cui “patriotticamente” forniscono a caro prezzo armi terribili. Ma nel complesso il libro, pur sostenendo tesi condivisibili (ad esempio ridimensiona l’obiettivo della conquista del petrolio iracheno escludendo che sia la causa prevalente o esclusiva di questa guerra), è di gradevole lettura ma poco utilizzabile perché non indica le fonti, se non in una sommaria bibliografia al termine di ciascun capitolo.

Un nuovo libro dello studioso britannico Nafeez Mosaddeq Ahmed, Dominio. La guerra americana all’Iraq e il genocidio umanitario, Fazi, Roma, 2003, è invece da segnalare per l’abbondanza di informazioni ben documentate e la capacità di ricercare nella storia recente le cause profonde di questa guerra, non riducibili ai moventi immediatamente economici. Il giovane studioso (è nato nel 1978) coglie bene la dialettica tra i diversi moventi , che confluiscono nel progetto di  ricostruzione di un meccanismo di controllo imperialista più sofisticato di quello coloniale, basato sul progetto di utilizzare l’alleanza angloamericana per costruire in Iraq un potere locale, una specie di “imperialismo vicario” capace di ristrutturare l’intero Medio Oriente. Come aveva già dimostrato nel libro sugli attentati dell’11 settembre, Nafeez Mosaddeq Ahmed è abilissimo nello smontare le mistificazioni della propaganda di guerra contro Saddam, ed è per questo forse il più utile dei libri apparsi in questo drammatico momento.

Un libro prezioso per il rigore metodologico e l’organicità è quello di Pierre-Jean Luizard, La questione irachena, Feltrinelli Milano 2003. Luizard conosce a fondo l’Iraq, dove si è recato per la prima volta nel 1973, quando era già cominciata l’ascesa di Saddam Hussein, di cui non nasconde nulla, ma sa bene che “non è il demonio, e nemmeno un extraterrestre” bensì, come è ovvio ma spesso dimenticato, “è il prodotto di una società e di una storia”. L’Iraq, aggiunge “per sua sventura ha l’insigne privilegio di concentrare in sé tutte le contraddizioni del mondo”. Forse non tutte, possiamo aggiungere, ma molte. E Luizard, che in Iraq era arrivato con i pregiudizi e gli schemi ideologici di un giovane comunista francese, oggi dedica grande attenzione ai fattori religiosi che allora aveva sottovalutato se non liquidato, prevedendo che sarebbero presto “scomparsi tra i rifiuti della storia”. La sua ricostruzione giustamente parte dal trapasso dal regime ottomano alla dominazione britannica, seguendo quel processo in tutti i suoi aspetti, dalle contraddizioni interimperialiste (compresi gli effetti della mitizzazione dei 14 punti di Wilson) agli scontri tra le diverse correnti dell’amministrazione coloniale britannica. Un capitolo molto interessante ricostruisce nell’arco di un secolo l’atteggiamento dell’Iran verso l’Iraq (che Teheran riconobbe solo nel 1929), mentre quello dedicato alla politica statunitense – pur senza rivelazioni particolari – analizza bene le oscillazioni periodiche e la prolungata indulgenza verso i crimini di Saddam, corteggiato per staccarlo dall’URSS prima, per scagliarlo contro l’Iran khomeinista poi, e sempre considerato un ottimo cliente e quindi elogiato come “elemento di stabilità” fino a pochi giorni prima dell’invasione del Kuweit, a cui viene praticamente incoraggiato fino all’ultimo dalle dichiarazioni di “disinteresse per i conflitti interarabi” fatte dall’ambasciatrice statunitense April Glaspie. Insomma un libro che si stacca nettamente dalla maggior parte di quelli improvvisati su commissione negli ultimi mesi.

Tra i quali invece si colloca il contraddittorio Dies Iraq. Dal regime di emergenza al dopo Saddam Hussein scritto da Calogero Carlo Lo Re per l’editore Castelvecchi, che ha scritto anche la prefazione. Il libro è presentato come se fosse stato scritto “in collaborazione con “Internazionale” solo perché riporta nella parte conclusiva tre articoli diversissimi tra loro tratti da quella rivista. Il difetto principale è la mancanza di indicazione delle fonti, tranne che nella prima parte(“Quale futuro per l’Iraq?”) è ricca di citazioni, ma quasi tratte da “Repubblica” o da altri quotidiani, o magari dalle esternazioni del gen. Jean su “Limes”, mentre la parte storica – piena di buone intenzioni - non ha una nota, e presenta evidenti dislivelli tra le singole parti (che una minuscola nota editoriale riconduce a diversi autori), con molte banalità come la comparazione tra Saddam e Nabucodonosor. Insomma un libro che ci si può anche risparmiare, come abbiamo fatto per molti altri, dopo averli scorsi sui banchi delle librerie, una volta verificato che si copiavano tra loro. Un’autodifesa necessaria dall’alluvione editoriale.

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