Gli atti dell'accusa spiegano le ragioni dei provvedimenti di custodia cautelare.

"La Questura non collaborò su nomi e foto degli agenti" .
Tra i picchiati c'erano molti estranei ai cortei. Quasi tutti tacevano per paura di ritorsioni .

di GIUSEPPE D'AVANZO

NAPOLI - Il pestaggio irragionevole e illegittimo c'è stato o non c'è stato in piazza Municipio a Napoli, la mattina del 17 marzo 2001? E' vero o è falso che le sevizie sono continuate nel pomeriggio nella caserma Raniero? Ha collaborato o non ha collaborato la Questura di Napoli all'accertamento dei fatti e delle responsabilità? Quando è cominciata davvero l'inchiesta? E' proprio vero che è "vecchia" di tredici mesi? Quali sono le ragioni che possono giustificare l'arresto di sei agenti e due funzionari di polizia? Le prime risposte a queste domande vanno cercate negli atti dell'inchiesta.

E' utile leggerne qualche pagina per sistemare qualche punto fermo in un garbuglio dove parole gridate e ambigue minacce annientano i fatti. In gioco appaiono alcuni diritti essenziali che dovrebbero appassionare chi crede nello Stato di diritto e nella libertà.

Può un poliziotto sequestrare in una caserma senza alcuna accusa formale un cittadino? Può picchiarlo come peggio crede? Può un apparato dello Stato rifiutarsi di accettare il controllo dei suoi comportamenti?

In piazza. Il pestaggio comincia in piazza Municipio. Immagini, video e testimonianze, si legge negli atti dell'istruttoria, "indicano in modo indiscutibile il palese superamento di ogni regola, anche la più repressiva, per l'adempimento del potere-dovere delle forze di polizia di mantenere l'ordine pubblico. Si sono verificate aggressioni gratuite contro manifestanti palesemente indifesi. Contro ragazze a mani alzate e volto scoperto sono stati sferrati violenti colpi di manganello da più agenti contemporaneamente. Si sono verificati veri e propri pestaggi a persone che si trovavano in piazza senza alcun intento aggressivo. Chi era in possesso di macchine fotografiche è stato duramente colpito, le macchine sottratte e distrutte. Nitidi documenti fotografici testimoniano la paradossale scena di numerosi agenti che lanciano sassi contro i giornalisti impegnati a fotografare gli avvenimenti da un implacatura di Piazza Municipio. Altre fotografie dimostrano l'uso improprio da parte di molti agenti dei manganelli di istituto, impugnati al contrario e l'incredibile uso di spranghe e altri strumenti di offesa non consentiti... Certo nessuna dubita che anche una parte dei manifestanti si sia resa responsabile di fatti di violenza anche gravi e risulta documentalmente accertato che appartenenti alle forze di polizia abbiano riportato lesioni a seguito degli scontri... ma allo stesso modo non può essere taciuta la responsabilità di un'azione indiscriminata che ha finito per coinvolgere soprattutto coloro che avevano manifestato pacificamente".

La polizia non individua in quella piazza i violenti. Picchia sodo ma, alla fine dei conti, resta con un pugno di mosche in mano. Dove sono gli "aggressori"? Con due soli arresti, si può giustificare quel pestaggio di massa? No, ecco allora che gli agenti si danno da fare per "denunciare o arrestare il maggior numero possibile di persone e rendere meno visibili gli eccessi e la sproporzionata offensiva". Tutto fa brodo a quel punto.

Quando i pubblici ministeri visionano "gli strumenti atti ad offendere" che procurano una denuncia penale ai loro possessori trovano "fermacapelli, lacci da scarpe, portachiavi, orecchini, cinture" . In caserma. "Dopo gli scontri, si passa al fermo indiscriminato, privo di qualsiasi fondamento logico e giuridico, proprio di quelli che più erano stati malmenati in piazza, dei più ingenui, fiduciosamente riparati presso gli ospedali". I poliziotti che li bloccano nei "pronto soccorso" di quattro ospedali (Loreto Mare, Pellegrini, Ascalesi, S. Giovanni Bosco) li sbeffeggiano chiamandoli "i poveri fessi". Molti dei "poveri fessi" non sanno nulla della manifestazione di piazza Municipio. C'è un aviere; un avvocato; due ragazze cadute dal motorino in un'altra parte della città; un adolescente che il giorno prima si è infortunato al polso in palestra; il disgraziato che passava nei dintorni del municipio ed è stato pestato, con la testa rotta è andato dall'avvocato che gli dice: "Vai al pronto soccorso che poi facciamo la denuncia". Lo beccano di nuovo al pronto soccorso, il disgraziato, e lo sbrego alla testa che rendeva necessari prima sei punti ne abbisogna, dopo, di ventiquattro.

Questi "poveri fessi" vengono rintracciati a fatica dai pubblici ministeri. Nei rapporti della polizia non sono più di 40. I pubblici ministeri ne trovano 85. Ne interrogano 83. Hanno tutti una paura del diavolo. Molti di loro hanno subito soprusi, violenze, percosse, umiliazioni. Uno di loro, F.B., ha subito nel bagno una violenza sessuale. La nega. La confermano altri testimoni. R.D.C. ammette: "Non ho querelato perché sono ancora terrorizzato". M.T., prima di raccontare, chiede se "le persone che ho individuato verrano a sapere del mio riconoscimento. Lo dico perché ho paura delle ritorsioni". Tutti hanno paura, e chi non l'avrebbe? Sanno di doversi un giorno piantare davanti al loro aguzzino e dover dire: "Sì, è lui, è stato lui!". Una ragazza ha detto ai pubblici ministeri: "Sono qui e mio padre mi dice di tenere la bocca chiusa, in fondo quelli sono sempre poliziotti! E se un giorno. ..".

Istruttoria. Dicono che l'inchiesta sia durata tredici mesi, ma l'arco di tempo appare iperbolico a confronto della realtà di un'indagine inquinata dall'ostruzionismo della Questura. Si legge negli atti: "Nonostante le ripetute e dettagliate richieste, sono stati inviati atti frammentari e parziali che hanno provocato molte e serie difficoltà nella ricostruzione dell'accaduto. Basti pensare che, soltanto a distanza di un anno dai fatti (dunque, più o meno nel marzo del 2002, n.d.r.), è stato possibile ottenere un'indicazione (tuttora incompleta) degli agenti e degli ufficiali di polizia impegnati nelle operazioni, in modo da consentire l'investigazione con album fotografici da sottoporre alle persone offese. Tutt'ora non è stato possibile accertare quanti agenti abbiano svolto attività all'interno della Raniero né ottenere un quadro completo degli atti relativi dei fermati prelevati dagli ospedali". Nessuno ancora sa con certezza quanti e quali siano stati gli agenti "comandati" in quella caserma. Degli agenti certamente alla Raniero sono state fornite furbissime immagini. Se il Tale oggi è grasso, è stata fornita la foto di quando era magro. Se Tizio è calvo e glabro, la foto di quando aveva chioma e barba.

"L'incompletezza della documentazione - si legge negli atti - ha ostacolato l'accertamento delle responsabilità. Alcune delle persone chiamate ai riconoscimenti fotografici hanno affermato che, tra le foto raccolte, certamente mancano quelle raffiguranti" alcuni dei "picchiatori" che "sarebbero in grado di riconoscere con precisione". Nessuno sa ancora quanti siano stati "i poveri fessi" finiti nella "sala di tortura". Ancora è senza nome chi decise e ordinò in Questura "il trasporto, le perquisizioni, le ispezioni, i sequestri, il fotosegnalamento di più di 80 persone. Insomma, l'intero svolgimento di un'attività così rilevante da impegnare per circa sette ore, oltre 200 agenti di polizia sarebbe stato realizzato, secondo l'unico documento fornito, senza alcuna pianificazione o ordine superiore diretto". Può essere? Chi è disposto a crederci?

Arresto. Una prima ragione, che giustifica per i pubblici ministeri l'arresto degli indagati, è la capacità di intimidire testimoni già terrorizzati dalla violenza subita e dalle funzioni che i "picchiatori" ancora ricoprono nella polizia di Stato. La procura, in realtà, si attendeva un "arresto a tempo". Non più di trenta giorni. Il tempo necessario per convocare i testimoni, effettuare i riconoscimenti diretti e non fotografici, dispiegare le contestazioni di fatto. Ci sono altre due buone ragioni per prevedere la "custodia cautelare" dei poliziotti. La prima. "Vi sono stati sicuramente altri che hanno partecipato con maggiore "entusiasmo" alle selvagge violenze perpetrate in caserma: solo neutralizzando, o riducendo al massimo, la circolazione delle notizie su quanto emerge dagli accertamenti si riuscirà a garantire la genuinità e l'efficacia degli elementi di prova". La seconda. "Se è vero che non è compito facile formulare il giudizio prognostico cui il Giudice è chiamato nella fase di applicazione della misura cautelare, deve osservarsi come per gli indagati sia piuttosto agevole ipotizzare una concreta eventualità di reiterazione dell'abuso del ruolo e un ripetersi di gravi violenze contro la persona, cui hanno dimostrato in modo così chiaro di essere inclini".

In soldoni, i pubblici ministeri si chiedono: gli indagati possono cedere di nuovo alla violenza e all'abuso? E' il codice a imporre loro quel vaticinio. Ragionano allora così (e non appare un argomento incongruo): "Se gli indagati non hanno avuto remore a usare così gravi violenze nei confronti di giornalisti, avvocati, studenti universitari comunque capaci (per posizione e cultura) di una qualche reazione, si pensi a quale comportamento potrebbero tenere gli indagati nei confronti di persone di fasce sociali più deboli (extracomunitari, tossicidipendenti) incapaci di qualsiasi reazione o difesa e magari responsabili di fatti penalmente rilevanti. Lo spirito di sopraffazione, l'arrogante ritorsione per la repressione del dissenso, il disprezzo per la libertà di espressione del pensiero politico e della libertà di autodeterminazione, costituiscono caratteristiche determinanti della personalità degli indagati per cogliere la concretezza del pericolo sotteso alla mancata adozione di una misura cautelare nei loro confronti".

Fin qui gli atti. Sollecitano altre domande che impegnano il ministro dell'Interno e il vicepresidente del Consiglio. Deve Scajola dare qualche spiegazione in Parlamento per il comportamento della Questura di Napoli? E Gianfranco Fini, più che solidarizzare con i poliziotti girotondini di Napoli, non deve rassicurare il Paese che lo Stato di diritto è ancora vivo e vigente? Napoli non è stata Genova. E' stata peggio.

(29 aprile 2002)

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