Rosa
Luxemburg ha avuto un ruolo straordinario nelle
battaglie politiche e teoriche della socialdemocrazia
negli anni in cui aveva raggiunto i maggiori successi
e marciava a passi spediti verso il suo crollo. Aveva
soprattutto previsto quella fine assai prima di Lenin,
che pure era assai meglio inserito negli organismi
dirigenti dell’internazionale socialista, e che per
questo fu così sconvolto da quello che gli sembrava
un sorprendente tradimento.
La
maggior parte del “popolo di sinistra” oggi nomina
almeno tre volte al giorno il cosiddetto “crollo del
comunismo”, ma nessuno si ricorda della fine
ignominiosa della seconda internazionale allo scoppio
della Grande Guerra, né le mette in conto i milioni
di morti di cui fu la socialdemocrazia fu
corresponsabile con quella vergognosa capitolazione.
Proprio
per la sua lungimiranza Rosa fu odiata e presto
dimenticata nella socialdemocrazia, a parte qualche
tentativo di riappropriazione truffaldina da parte di
esponenti craxiani come Claudio Martelli o Margherita
Boniver, una decina d’anni fa, quando il bel film Rosa
L della von Trotta riaccese l’interesse per la
sua figura. Un operazione miserabile, che peraltro fu
possibile solo perché non si sapeva praticamente più
nulla di lei.
Perché tanta
ostilità verso Rosa
Un’altra
ragione dell’oblio fu l’ostilità nei suoi
confronti manifestata anche da Stalin. Già nel1925,
quando imperversava la cosiddetta
“bolscevizzazione” che avrebbe portato in
pochissimi anni a imporre il centralismo staliniano a
tutti i partiti comunisti e alla loro subordinazione
alla burocrazia sovietica, una risoluzione del
Comitato esecutivo allargato dell’IC aveva messo in
guardia contro i“luxemburghisti”, sostenendo che
era “impossibile assimilare il leninismo” (cioè
la codificazione dogmatica fattane da Stalin) “senza
tener conto degli errori di parecchi eminenti
marxisti” tra cui Rosa Luxemburg. “Più questi
teorici sono vicini al leninismo, più le loro
concezioni sono pericolose nei punti dove ne
divergono”.
C’era già completa la concezione di una “linea
giusta” (una sola,quella decisa dal gruppo
dirigente) e della pericolosità di ogni
“divergenza” o “deviazione” dalla retta
strada. Un ingrediente essenziale dello stalinismo, e
il più tenace a morire.
In
quel caso almeno la si collocava ancora tra gli
“eminenti marxisti” e si rendeva “omaggio alla
grandezza dell’opera di Rosa Luxemburg, che fu tra i
fondatori dell’Internazionale comunista”. Ma era
tra l’altro una doppia bugia: Rosa morì prima del
Congresso di fondazione, e aveva comunque espresso il
parere che non ci fossero ancora le condizioni per
farlo. La stessa tesi fu sostenuta al primo congresso
dal delegato tedesco Hugo Eberlein, le cui resistenze
furono vinte solo grazie al clima di entusiasmo
generale creato da alcune notizie – risultate poi
infondate – sul dilagare della rivoluzione in Europa
centrale e in particolare a Vienna
Ma
nel 1932 Stalin, divenuto ormai “padrone” quasi
assoluto del partito e dell’internazionale aveva
sferrato un attacco ben più pesante a Rosa,
assimilandola tra l’altro all’odiato Trotskij
(tanto in URSS nessuno poteva più leggere né l’uno
né l’altra). Come era sua abitudine, Stalin
accusava i suoi avversari di “errori”
diametralmente opposti alle loro reali posizioni. Così
nell’articolo A proposito di alcuni problemi
della storia del bolscevismo Rosa viene accusata
di conciliazionismo con i centristi alla Kautsky. in
contrapposizione a un Lenin implacabile loro nemico.
In realtà era accaduto esattamente il contrario, come
Lenin stesso ha ammesso in diversi suoi scritti.
Le
falsificazioni di Stalin
Stalin,
per trasformare Lenin in oggetto di culto, da venerare
in un mausoleo, e da studiare zelantemente sotto la
guida di sommi sacerdoti e di un “pontefice” del
“leninismo”, doveva cancellare ogni traccia della
sue evoluzione, che ha seguito “una curva
ininterrottamente ascendente”, scrive Trotskij, ma
è pur sempre un’evoluzione che supera una
concezione per assumerne un’altra. Ammettere fasi
diverse nel “leninismo” per Stalin ha lo stesso
significato sacrilego che ha per un papa un’analisi
storica e filologica della Bibbia, che la riconduce ai
diversi momenti in cui fu scritta.
Impossibile
per Stalin ammettere che “Lenin non è nato come un
Lenin bell’e pronto, come viene raffigurato dagli
sbavanti imbrattacarte che ne hanno fatto una
‘divinità’, ma si è venuto formando fino a
diventare il Lenin che conosciamo. Lenin ha sempre
allargato i propri orizzonti, ha imparato da altri e
si è elevato quotidianamente a un livello più alto
di quello del giorno precedente. Il suo spirito
temerario trovò espressione in quella perseveranza,
in quella tenace ricerca di una continua crescita
spirituale tesa al superamento di se stesso. Se nel
1903 Lenin avesse capito e formulato tutto ciò che
che era necessario per i tempi a venire, allora non
gli sarebbe rimasto che ripetersi per tutto il resto
della vita. In realtà non fu affatto così. Stalin
non fa che imprimere il proprio marchio su Lenin,
adattandolo ai suoi meschini passaggi da una citazione
numerata a un’altra.”
Nello
stesso articolo su Rosa Stalin aveva formulato
un’altra calunnia in quel momento e ai suoi occhi
era ancora più grave: diceva infatti che “i
sinistri della socialdemocrazia tedesca, Parvus e Rosa
Luxemburg […] fabbricarono lo schema utopistico e
semimenscevico della rivoluzione permanente. […] Più
tardi questo schema semimenscevico della rivoluzione
permanente venne ripreso da Trotskij(in parte da
Martov) e trasformato in uno strumento di lotta contro
il leninismo”.
La
calunnia è articolatissima: prima di tutto per
l’attribuzione della “rivoluzione permanente”.
Lo stesso Stalin nel 1925 aveva scritto col solito
stile rigidamente chiesastico, che piace ancora a
tanti nostalgici: “Non è vero che la ‘teoria
della rivoluzione permanente’ sia stata formulata
nel 1905 da Rosa Luxemburg e da Trotsky. In realtà
questa teoria è stata formulata da Parvus e da
Trotsky”. Sei anni dopo proclama solennemente il
contrario, tirando in ballo Martov, che era stato
sempre un avversario della rivoluzione permanente (ma
ormai “menscevico” era diventato un insulto
demonizzante, e quindi l’accostamento serviva per
gettare un po’ di fango in più su Trotskij). In
ogni caso attribuire a Rosa il ruolo di ispiratrice
dell’odiato Trotskij voleva dire che era ormai
considerata anch’essa una nemica.
Stalin
era abituato a fare queste giravolte, tanto più che
quando cambiava idea faceva ritirare i libri in cui
aveva sostenuto il contrario di quel che diceva in
quel momento (e comunque nessuno si azzardava a
ricordarglielo). Così nell’aprile del 1924 nelle Questioni
del leninismo pubblicate a puntate sulla Pravda
aveva sostenuto l’impossibilità di costruire il
socialismo in un paese solo, ma già nella nuova
edizione dell’autunno dello stesso anno aveva
sostituito quel passo con una frase che proclamava che
il proletariato “può e deve” costruire il
socialismo in un paese solo.
Questa
era il ruolo che Stalin attribuiva alla “teoria”:
la giustificazione delle sue scelte contingenti del
momento. L’attribuzione della “colpa” della
rivoluzione permanente a Rosa corrispondeva alla
necessità di lottare più duramente contro ogni
traccia di “luxemburghismo” nel partito comunista
tedesco e in quello polacco. In particolare nel
partito comunista tedesco Stalin aveva scatenato una
caccia alle streghe di cui si era fatta interprete la
sciagurata Ruth Fischer, che per settarismo coniò il
termine di “lue luxemburghiana”, e che poi finirà
a sua volta fuori dal partito, e per qualche tempo si
avvicinerà anche a Trotskij, che era sempre fiducioso
sulla possibile evoluzione di qualsiasi compagno,
mentre altri suoi collaboratori, a partire da Alfonso
Leonetti, non la sopportavano. Quanto a quello
polacco, la “lue luxemburghiana” fu considerata
talmente indelebile che anche dopo averne sostituito
più volte la direzione, Stalin nel 1938 – alla
vigilia della guerra e della spartizione con Hitler
– non si accontentò di sterminare i dirigenti
sopravvissuti alle prime purghe ma sciolse lo stesso
partito, lasciando il proletariato polacco senza uno
strumento al momento dell’invasione nazista.
Ma
lasciamo da parte Stalin e torniamo al lungo passo di
Trotskij che abbiamo citato poco sopra
sull’evoluzione di Lenin. Ci sembra che possa essere
applicato allo stesso Trotskij, che modificò
profondamente le sue concezioni del partito nel corso
della guerra mondiale, e a Rosa, i cui ultimi scritti
come vedremo rivelano una forte rivalutazione di quel
partito bolscevico che aveva tanto criticato, a ogni
vero rivoluzionario.
Anche
senza arrivare alle coscienti falsificazioni
staliniane, continua a essere molto diffusa (essendosi
consolidata in decenni di dogmatismo) la pessima
abitudine di ricavare citazioni da un testo di un
autore senza tenere conto del contesto in cui è stato
scritto e del livello di elaborazione che egli aveva
raggiunto in quel momento. Lo si fa spesso con
Guevara, anche a Cuba, estraendo frasi singole dai
suoi scritti, col risultato di impedire di cogliere la
sua profonda evoluzione, e magari assolutizzando le
banalità sul “marxismo-leninismo” che si trovano
in certi suoi articoli e discorsi precedenti al
1962-1965, e che derivano semplicemente dal fatto che
non aveva ancora cominciato uno studio sistematico
delle fonti, di Marx e soprattutto di Lenin, e si
basava ancora sui libricini divulgativi e sui manuali
di origine sovietica.
Lo
stesso discorso potrebbe essere fatto per lo stesso
Marx, il cui pensiero maturo sarebbe stato stimolato
nel corso degli anni non solo dallo studio sistematico
dell’economia e della storia, ma anche dalle ricche
esperienze fatte ad esempio dalla Comune di Parigi.
Tornando
a Lenin, molte sciocchezze di suoi ingenui inesperti
ammiratori sono state provocate da una lettura
acritica ed assolutizzante del Che fare?, senza
tenere conto delle riflessioni e correzioni fatte
dallo stesso Lenin dopo l’esperienza della
rivoluzione del 1905 nell’introduzione alla raccolta
Dodici anni dopo, e
soprattutto della loro concretizzazione nella pratica
del partito bolscevico (ad esempio nei criteri di
reclutamento).
Come
recuperare il pensiero di Rosa
Come
tutti i grandi, Rosa ha sofferto sia per le
falsificazioni e denigrazioni coscientemente
calunniose dei suoi nemici, ma anche per le
banalizzazioni e stravolgimenti fatti dai suoi
sostenitori. Marx e Lenin pagano e continueranno a
pagare per colpa dei “marxisti-leninisti”
dogmatici, lo stesso Guevara è stato impoverito non
solo dalla mitizzazione strumentale alimentata dai
mass media borghesi, ma anche dalla riduzione al
“guerrigliero eroico”, e peggio ancora al modello
da proporre ai bambini cubani nelle scuole elementari
(facendo imparare a memoria lettere e discorsi a quei
poveri bambini). Trotskij ha pagato e paga a caro
prezzo che al suo nome facciano – indebitamente –
riferimento varie sette dogmatiche, che hanno ben poco
a che fare col suo pensiero critico e con le sue reali
concezioni organizzative (soprattutto perché hanno
tutte una concezione feticistica del partito, cheè
assai più vicina a quella stalinista). Molte di
queste usano la calunnia nei confronti delle altre
tendenze rivoluzionarie e in questo quadro fanno un
uso assai strumentale della teoria. Una di queste, Socialismo
rivoluzionario, ha cominciato recentemente a
sostituire il riferimento a Trotskij con quello a
Rosa, senza avere molto a che fare con le reali
concezioni dell’uno e dell’altra.
Già
negli anni Venti e Trenta a Rosa si rifacevano varie
correnti centriste e spontaneiste, dentro la
socialdemocrazia o in piccole organizzazioni autonome,
in contrapposizione alle concezioni marxiste
rivoluzionarie che facevano riferimento a Trotskij e a
Lenin. Di fronte al tentativo di costruire un
“luxemburghismo” da contrapporre a chi tentava di
costruire la Quarta Internazionale, Trotskij
rispondeva seccamente che “noi abbiamo più volte
preso le difese di Rosa Luxemburg contro le impudenti
e stupide deformazioni che ne hanno fatto Stalin e la
sua burocrazia. E continueremo a difenderla. Facendo
questo non obbediamo ad alcuna considerazione
sentimentale, ma soltanto alle esigenze della critica
storico-materialista. La nostra difesa di Rosa
Luxemburg non è però incondizionata. I lati deboli
del suo insegnamento sono stati messi a nudo sia nella
teoria che nella prassi”.
I
gruppi che si aggrappavano a un presunto
“luxemburghismo” come la SAP tedesca, lo Spartacus
francese, l’Action socialiste in Belgio,
ecc., osservava Trotskij, “prendono in
considerazione soltanto questi lati deboli, le carenze
che in Rosa non erano affatto preponderanti, essi
generalizzano ed esagerano all’estremo queste
debolezze, costruendo su tale base un sistema
profondamente assurdo.”
E’
quello che in quegli anni è capitato anche allo
stesso Trotskij, di cui alcuni intellettuali hanno
ripreso e valorizzato gli scritti giovanili in
polemica con Lenin, come il Rapporto della
delegazione siberiana, scritto a caldo nel 1903
dopo il Congresso in cui avvenne la prima separazione
tra bolscevichi e menscevichi (pare nelle 48 ore
successive alla chiusura dei lavori), e che era
indubbiamente fazioso e pieno di incomprensioni. Il
fatto che Trotskij lo considerasse un errore di
gioventù, non ha significato nulla per chi voleva
contrapporlo a Lenin nel momento in cui – quasi solo
– ne difendeva le idee.
Per
Rosa questo atteggiamento continua ancora, anche in
Italia. Il suo pensiero – al momento delle polemiche
con Lenin - è stato semplificato e ridotto a
un’esaltazione assoluta della spontaneità,
prescindendo da quello che aveva fatto concretamente
nell’organizzazione del piccolo partito polacco
(SDKPiL) che diresse per anni insieme a Leo Jogiches
con polso fermo e una pratica centralizzatrice che non
aveva nulla dainvidiare al partito bolscevico, ma
anche sorvolando sull’ammirazione e rispetto per
esso espressi nello scritto su La rivoluzione
russa, tanto citato ma evidentemente pochissimo
letto.
Trotskij
ha ricostruito molto bene questo aspetto: non c’è
dubbio, scrive, che “Rosa Luxemburg ha
appassionatamente contrapposto la spontaneità delle
azioni di massa alla politica conservatrice
“coronata dalla vittoria” della socialdemocrazia
tedesca, soprattutto dopo la rivoluzione del 1905.
Questa opposizione ebbe un carattere profondamente
rivoluzionario e progressivo. Rosa capì – e cominciò
a combatterlo molto tempo prima di Lenin – il ruolo
di freno giocato dall’apparato fossilizzato del
partito e dei sindacati. Tenendo conto
dell’inevitabile acutizzazione delle contraddizioni
di classe, ella ha sempre pronosticato il carattere
ineluttabile della venuta alla ribalta indipendente ed
elementare delle masse contro la volontà e contro la
linea delle istanze ufficiali. In questa prospettiva
storica generale, Rosa Luxemburg ha avuto ragione.
Infatti la rivoluzione del 1918 è stata proprio
‘spontanea’, vale a dire che è stata realizzata
dalle masse nonostante tutte le previsioni e le
precauzioni delle istanze del partito. Ma d’altronde
tutta la storia ulteriore della Germania ha ampiamente
dimostrato che la spontaneità, di per se stessa, non
permette di vincere. Il regime di Hitler costituisce
un argomento di un certo peso contro la spontaneità
concepita come una panacea.”
Trotskij
precisava inoltre che in effetti
Rosa “non si è mai limitata alla pura teoria
della spontaneità. […] Contrariamente a Parvus,
Rosa si è sforzata di educare in anticipo l’ala
rivoluzionaria del proletariato e di unificarla per
quanto possibile sul piano organizzativo. Ella ha
costruito in Polonia un’organizzazione indipendente
estremamente rigida. Tutt’al più si potrebbe dire
che, nella sua valutazione storico-filosofica del
movimento operaio, la selezione preliminare
dell’avanguardia non rivestiva un’importanza
sufficiente a paragone delle azioni di massa che ci si
sarebbe dovuti aspettare, mentre invece Lenin, senza
consolarsi al pensiero dei miracoli delle azioni a
venire, raccoglieva instancabilmente gli operai
avanzati in solidi nuclei legali e illegali, in seno
alle organizzazioni di massa e clandestinamente,
attorno a un programma rigorosamente definito.
La
teoria della spontaneità di Rosa costituì un’arma
salutare contro l’apparato fossilizzato del
riformismo. Il fatto che essa sia stata talvolta
diretta contro il lavoro di Leninnel campo della
costruzione di un apparato rivoluzionario, ne ha messo
a nudo - soltanto embrionalmente, beninteso – gli
aspetti reazionari. Ma in Rosa stessa questo aspetto
era soltanto episodico. Ella era fin troppo realista,
in senso rivoluzionario, per sviluppare i vari
elementi della sua teoria della spontaneità in un
sistema metafisico compiuto. Nella pratica, con ognuna
delle sue iniziative, lei stessa minava quelle teorie:
Si
noti con quanto rispetto Trotskij, ormai profondamente
convintodi aver avuto – insieme a Rosa – torto di
fronte a Lenin nel dibattito del 1903 sul partito,
esprima la sua critica: “si potrebbe dire che nella
sua valutazione storico-filosofica del movimento
operaio, la selezione preliminare dell’avanguardia
non rivestiva un’importanza sufficiente”. E in
altri scritti, sempre a proposito della grande
rivoluzionaria, Trotskij riprese una efficace
espressione di Lenin nell’elogio funebre: “Sebbene
alle aquile possa accadere di scendere fino al livello
delle galline, le galline non riusciranno mai ad
alzarsi tra le nuvole del cielo, nemmeno dispiegando
le proprie ali”.
Si noti che ricordando Rosa assassinata anche Lenin
non nascose le vecchie polemiche, in base al principio
che la verità è rivoluzionaria, e non a quello
borghese che rende un omaggio retorico e ipocrita al
morto.
Agli
adoratori della spontaneità, Trotskij obiettava che
avevano “tanto poco il diritto di fare riferimento a
Rosa Luxemburg quanto i meschini burocrati del
Komintern di richiamarsi a Lenin. Lasciamo da parte ciò
che è accessorio e che non ha retto alla prova della
storia, e potremo allora porre, con pieno diritto, il
nostro lavoro per la Quarta Internazionale sotto il
segno delle “tre L”, cioè non soltanto sotto il
segno di Lenin, ma anche sotto quello della Luxemburg
e di Liebkhnecht.”
Anche
in Italia alcuni settori della nuova sinistra hanno
fatto oggetto Rosa di un piccolo culto in chiave
"antileninista", basato su una profonda
distorsione dei termini reali del dibattito che si
sviluppò tra i due grandi rivoluzionari. Ad esempio
in Democrazia proletaria era rituale l'omaggio a Rosa
“che sul partito aveva ragione contro Lenin”. Ad
esempio, Giovanni Russo Spena, nella relazione al VI
Congresso di Riva del Garda, il 4 maggio 1988 aveva
scritto che l'esperienza sandinista aveva “spiegato
in maniera definitivamente persuasiva” che “nel
1918 aveva ragione Rosa Luxemburg e avevano torto i
bolscevichi” e anche Luigi Vinci aveva ripreso
successivamente l’argomento elogiando la
“splendida polemica di Rosa Luxemburg nel 1918
contro l'ipercentralismo bolscevico” (Luigi Vinci, Economia
di transizione e democrazia politica, in
“Notiziario comunista”, 13 febbraio 1992). In
entrambi il riferimento al 1918, è basato
evidentemente su una vaga reminiscenza dello scritto
su La rivoluzione russa, che tuttavia contiene
critiche interessanti che meritano di essere discusse,
ma su altri problemi: l'assegnazione della terra ai
contadini, il diritto all'autodeterminazione e
soprattutto la mancata rielezione dell’assemblea
costituente (non il suo scioglimento in sé) La
mitizzazione di Rosa Luxemburg contro Lenin è
probabilmente una tardiva ricaduta della lettura
spontaneista fattane da Lelio Basso (pur all'interno
di un lavoro di edizione abbastanza rigoroso), e
sorvola sulle molte ammissioni di Rosa, proprio in
quel fatale 1918, sui meriti essenziali dei
bolscevichi.
Nel
1918 Rosa si batteva con decisione per trasformare
l'informe e semianarchico movimento spartachista in un
partitocentralizzato, e aveva ripreso anche
formalmente molti degli argomenti di Lenin. È noto
che la Luxemburg, insieme a Liebkhnecht e ai più
sperimentati quadri spartachisti, fu messa in
minoranza dalle giovani leve estremiste nel I
Congresso della KPD, non solo sulla tattica verso i
sindacati o sulla partecipazione alle elezioni, ma
anche sulla concezione del partito: per reazione alla
rigidità burocratica della SPD, contro cui aveva
combattuto per anni, la maggioranza dei giovani
delegati rifiutò perfino l'elementare principio della
subordinazione delle strutture locali a quelle
centrali.
Il contributo
fondamentale di Rosa alla teoria marxista
La
sua opera più impegnativa, L'accumulazione del
capitale, criticata aspramente per diverse
ragioni, tra cui una presunta revisione di Marx, ha
perso ben poco della sua attualità. Se la parte più
strettamente teorica è di non facile lettura, quella
storica è accessibilissima, e soprattutto
attualissima, perché spiega i meccanismi con cui alla
fine del secolo scorso i prestiti internazionali hanno
creato le premesse per la perdita dell'indipendenza
dell'Egitto e dello stesso impero ottomano. Meccanismi
che sono gli stessi usati nuovamente dall'imperialismo
negli ultimi venticinque anni. L 'accusa di
revisionismo (in se molto discutibile, dato che Marx
non si sognava affatto di essere infallibile) era
anche infondata. Rosa polemizzava con alcuni capitoli
del primo libro del Capitale senza sapere che
nel terzo volume e in altri scritti pubblicati solo
negli anni Trenta lo stesso Marx aveva affinato le sua
analisi arrivando alle stesse conclusioni a cui
sarebbe arrivata poi Rosa. Che comunque non temeva, se
necessario, di criticare anche Marx. Era il metodo di
tutti i veri marxisti rivoluzionari.
Anche
sul terreno della dialettica spontaneità-organizzazione,
e quella tra coscienza politica e coscienza sindacale,
Rosa Luxemburg ha molto da insegnarci. Ad esempio, già
nel 1893, quando era ai primi passi in politica si era
indignata che la maggior parte dei socialdemocratici
tedeschi, incluso il "padre fondatore"
Bebel, approvassero la posizione di alcuni
socialdemocratici polacchi che sostenevano che nella
Polonia prussiana non era possibile avere sindacati,
ma solo un partito politico polacco. Come è
possibile, scriveva, che proprio "in un paese in
cui le masse sono completamente indifferenti e mute e
possono essere smosse soltanto mediante gli interessi
più immediati e la lotta per i salari" si pensi
di poter saltare la fase della lotta economica? Frölich
commenta a questo proposito che Rosa "si
rifiutava di prendere per realtà i propri desideri.
Era pronta ad utilizzare i più piccoli accenni di
vita per un movimento. Ma non voleva lasciare il
partito affondare nella lotta quotidiana, voleva anzi
che il partito avesse davanti agli occhi l'intero
percorso dello sviluppo futuro in conformità alla
conoscenza storica e che ogni passo dell'azione
pratica venisse dettato dal pensiero dello scopo
finale. La rivoluzione borghese non le appariva
solamente una tappa oggettivamente inevitabile dello
sviluppo della Russia, ma i diritti democratici da
conquistare in questa lotta e la lotta stessa per
questi diritti erano per lei mezzi mediante i quali la
classe operaia sarebbe maturata da un punto di vista
intellettuale, morale e organizzativo, e sarebbe
diventata capace di lottare per la conquista del
potere politico". E' praticamente la stessa
concezione che sta dietro il programma di transizione.
La
dialettica tra lotte parziali e su obiettivi modesti e
la strategia rivoluzionaria, viene affrontata con
un'ottica pedagogica basata sull'autoeducazione delle
masse attraverso l' esperienza delle lotte. Ma Rosa è
stata anche una straordinaria pedagoga in senso
proprio. Agli inizi del 1907 venne chiamata a
insegnare economia politica alla scuola di partito
appena costituita e che rappresentò un'esperienza di
grande interesse. Rimangono come traccia di quel
lavoro alcune dispense pubblicate anche in Italia col
titolo Introduzione all'economia politica, Jaca
Book, Milano, 1970. In particolare la prima lezione ( Che
cos’è' l’economia politica) dà il senso del
carattere iconoclastico dell'insegnamento della
Luxemburg, che comincia facendo a pezzi con una
mordente ironia tutta la scienza accademica ufficiale
tedesca.
Ma
il contributo più prezioso di Rosa Luxemburg, quello
che ce la rende una compagna di lotta insostituibile
è la sua analisi della burocrazia, giustamente
valorizzata da Ernest Mandel nel saggio dallo stesso
nome come parte integrante dell'elaborazione della
Quarta Internazionale.
Il ruolo
della burocrazia
Questo
fenomeno è stato colto molto lucidamente da Rosa
Luxemburg prima che esso si manifestasse nelle forme
peggiori, diventasse tradimento vero e proprio, e
arrivasse al crimine per mettere a tacere le voci più
scomode: Rosa fu assassinata dai Corpi Franchi
assoldati dal ministro socialdemocratico Gustav Noske!
In
uno straordinario scritto del 1906, Sciopero
generale, partito, sindacati, la Luxemburg aveva
osservato che la grande crescita del movimento
sindacale e soprattutto di un vasto strato di
funzionari sindacali era “un prodotto storico
pienamente spiegabile” degli anni di alta
congiuntura economica 1895-1900, anni di prosperità
economica e di bonaccia politica. Questo apparato,
anche se inseparabile da certi inconvenienti, è un
“male storicamente necessario. Ma la dialettica
storica dello sviluppo comporta che questi mezzi
necessari della crescita sindacale, a una certa
altezza dello sviluppo organizzativo e a un certo
grado di maturità dei rapporti, si convertano nel
loro contrario, in ostacoli a una crescita
ulteriore.” Erano parole particolarmente
profetiche, giacché appena un anno dopo, la
socialdemocrazia avrebbe per la prima volta perso voti
nelle elezioni politiche, spezzando una curva
ascendente che sembrava definitiva, e scendendo in
percentuale dal 31,7 al 29 % e in deputati da 81 a 43.
All’origine dell’insuccesso relativo c’era stata
l’incapacità di fronteggiare un forsennato attacco
sciovinista ai socialdemocratici che avevano osato
denunciare i crimini compiuti dalle truppe coloniali
contro gli ottentotti del territorio che oggi si
chiama Namibia; con un conseguente relativo isolamento
che impedì apparentamenti e “desistenze”, ma la
destra socialdemocratica ne ricavò la convinzione che
bisognava rinunciare ad ogni critica al colonialismo e
al militarismo.
La
spiegazione del processo involutivo fornita da Rosa è
particolarmente interessante e dialettica: ne
riportiamo per questo una piccola parte in una scheda.
La straordinaria ricchezza di questa analisi comunque
non fu capita subito dallo stesso Lenin.
Rosa
invece metteva a frutto la sua straordinaria
esperienza nel più forte e strutturato partito della
Seconda Internazionale, e quella che proprio nel 1905
aveva fatto in Polonia e in Russia durante la prima
rivoluzione. Analizzando gli scioperi generali
“spontanei” in Russia e in altri paesi, sempre
prodottisi al di fuori ed anzi in contrapposizione
delle organizzazioni sindacali, Rosa aveva ricavato
queste conclusioni: “È chiaro dall’esame
dettagliato degli scioperi di massa in Russia come
dalla situazione stessa della Germania, che una
qualunque azione di massa un po’ importante, se essa
non deve limitarsi soltanto ad una dimostrazione una
volta tanto, ma deve diventare una vera azione di
lotta”. E non può essere diretta solo
dai sindacati, dato che “ogni azione diretta di
massa diretta od ogni periodo di aperte lotte di
classe sarebbe nello stesso tempo politico ed
economico”.
Scheda
Rosa,
le lotte operaie e il partito
Nel
congresso di Jena dell’autunno 1905 Rosa riuscì a
far passare – utilizzando l’esempio russo - una
risoluzione che approvava l’uso dello sciopero
politico di massa in determinate condizioni.
Tuttavia le formulazioni del testo, incentrato sul
parlamentarismo e la difesa di esso, erano
deludenti, e il numero di compagni che condividevano
realmente le sue idee le parve troppo esiguo. Fu
molto delusa soprattutto da alcuni discorsi, tra cui
quello del vecchio “padre fondatore” August
Bebel. Nel suo intervento conclusivo Rosa Luxemburg
si espresse duramente su questo: “Quando si sono
ascoltati i discorsi che sono stati pronunciati qui
nel corso del dibattito sulla questione dello
sciopero di massa, bisogna veramente prendersi la
testa tra le mani e domandare: viviamo davvero
nell’anno della gloriosa rivoluzione russa, o
siamo nel periodo di dieci anni fa? […] Le
rivoluzioni finora esistite, e particolarmente
quella del 1848, hanno dimostrato che nelle
situazioni rivoluzionarie bisogna tenere imbrigliate
non le masse, ma i deputati parlamentari affinché
non tradiscano le masse e la rivoluzione.”
Queste
parole irritarono così profondamente il capo del
partito Bebel, che egli dichiarò ironicamente:
“quando ho sentito tutto questo, ho guardato un
paio di volte i miei stivali, per vedere se non
sguazzassero già nel sangue”.
Le
citazioni sono tratte da Paul Frölich, Rosa
Luxemburg, prefazione di Rossana Rossanda, BUR,
Milano, 1987, pp. 188-189.
Anche
in Germania, se si aprirà una fase di lotte
paragonabili a quelle della Russia, “gli
avvenimenti non si preoccuperanno minimamente di
domandare se i dirigenti sindacali hanno dato o no la
loro approvazione al movimento”. Se tenteranno
di opporsi, “i dirigenti sindacali, allo stesso
modo che i dirigenti di partito, saranno semplicemente
buttati fuori da un lato dall’onda degli
avvenimenti, e le lotte tanto economiche quanto
politiche saranno combattute senza di loro. Infatti la
divisione tra lotta politica e sindacale, e
l’indipendenza di entrambe non che un prodotto
artificioso, quantunque storicamente condizionato, del
periodo parlamentare”. Era un’intuizione
giusta, anche se solo nella Russia del 1917 arriverà
a una verifica completa, per l’esistenza di una
forza rivoluzionaria cosciente che mancherà invece
nella rivoluzione del 1919-1919 in Germania. Ma è
un'altra questione da quella che vogliamo sottolineare
in questo capitolo.
Scheda
Le
ragioni dell’involuzione dell’apparato sindacale
[…]
“La specializzazione della loro attività
professionale come dirigenti sindacali insieme con
la naturale ristrettezza dell’orizzonte che è
connessa con le lotte economiche spezzettate in un
periodo tranquillo, portano troppo facilmente presso
i funzionari sindacali al burocratismo e ad una
certa ristrettezza di vedute. Entrambi questi
aspetti si manifestano in una serie di tendenze che
potrebbero diventare addirittura fatali per
l’avvenire del movimento sindacale. Fra queste
c’è la tendenza a sopravvalutare
l’organizzazione, che da mezzo in vista di uno
scopo viene a poco a poco trasformata in un fine a
se stesso, in un bene supremo a cui devono essere
subordinati gli interessi della lotta. Così si
spiega quel bisogno apertamente confessato di
tranquillità che indietreggia spaventato davanti a
ogni rischio un po’ grave, davanti a pretesi
pericoli per l’esistenza dei sindacati, davanti
all’incertezza [dell’esito] delle maggiori
azioni di massa, e così si spiega inoltre la
sopravvalutazione del metodo di lotta sindacale,
delle sue prospettive e dei suoi successi.
Continuamente
assorbiti dalla guerriglia sindacale, i dirigenti
sindacali, il cui compito consiste nello spiegare
alle masse lavoratrici l’alto valore di ogni anche
più piccola conquista economica, di ogni aumento di
salario o riduzione dell’orario di lavoro,
finiscono con il perdere essi stessi a poco a poco
il senso delle correlazioni e la capacità di
abbracciare con lo sguardo la situazione
complessiva. Solo così si può spiegare che
parecchi dirigenti sindacali richiamino
l’attenzione con tanta soddisfazione sulle
conquiste degli ultimi 15 anni anziché viceversa
metter l’accento sul rovescio della medaglia: sul
contemporaneo enorme abbassamento del livello di
vita proletario a cagione del caro-pane,
dell’insieme della politica fiscale e doganale,
del rincaro dei terreni che ha determinato un così
esorbitante aumento dei fitti, in una parola su
tutte le tendenze obiettive della politica borghese
che hanno in gran parte messo in dubbio le conquiste
di 15 anni di lotte sindacali. Di tutta la
verità socialdemocratica che, accanto alla
accentuazione del lavoro sindacale e della sua
assoluta necessità, dà rilievo essenziale anche
alla critica e ai limiti di questo lavoro,
viene in questo modo sostenuta solo la mezza
verità sindacale che mette in evidenza solo il lato
positivo della lotta quotidiana. E infine
dall’abitudine di passare sotto silenzio i limiti
obiettivi che l’ordinamento della società
borghese pone alla lotta sindacale deriva una
diretta avversione a qualunque critica teorica che
richiami l’attenzione su questi limiti in
relazione con gli scopi finali del movimento
operaio. L’adulazione incondizionata,
l’ottimismo senza limiti sono elevati a dovere.”
Rosa
Luxemburg osservava che si creava così una stretta
alleanza tra chi non accettava la classica posizione
socialdemocratica (oggi diremmo “comunista” ma
fino al tradimento dell’Internazionale socialista
nel 1914 anche i rivoluzionari come Lenin o Rosa
Luxemburg si autodefinivano socialdemocratici)
contro l’ottimismo acritico sul terreno sindacale,
con quelli che rifiutavano lo stesso ottimismo che
portava a illusioni sul ruolo dello strumento
parlamentare. Ma il peggio era che a queste tendenze
si ricollegava strettamente un mutamento nel
rapporto tra capi e massa:
“Al
posto della direzione collegiale attraverso
commissioni locali con le loro indubbie
insufficienze, subentra la direzione professionale
dei funzionari sindacali. L’iniziativa e la
capacità di giudizio divengono in tal modo, per così
dire, una specialità professionale, mentre alla
massa spetta essenzialmente la virtù meramente
passiva della disciplina. Questi lati deboli del
funzionarismo nascondono in sé sicuramente dei
gravi pericoli anche per il partito, che possono
molto facilmente derivare dalla recentissima
innovazione, la creazione dei segretari locali di
partito, se la massa socialdemocratica non veglierà
a che i segretari nominati rimangano dei puri organi
di attuazione e non vengano considerati come i
titolari professionali dell’iniziativa e della
direzione della vita locale di partito.
Ma
nella socialdemocrazia, per la natura delle cose,
per il carattere stesso della lotta politica, sono
posti al burocratismo limiti assai più stretti che
nella vita sindacale. Qui proprio la
specializzazione tecnica delle lotte salariali, p.
es. la conclusione di complicati accordi tariffari e
altri simili, ha come risultato che alla massa degli
organizzati viene spesso rifiutato “uno sguardo
panoramico sull’intera vita professionale” e con
ciò si giustifica la sua incapacità di giudizio.
Un fiore di questa concezione è segnatamente
l’argomentazione con la quale viene proibita ogni
critica teorica alle prospettive e alle possibilità
della prassi sindacale, perché essa
rappresenterebbe un supposto pericolo per la fede
della massa nei sindacati. Si parte qui dall’idea
che la massa operaia può essere guadagnata e
conservata all’organizzazione solo con una fede
cieca e infantile nella fortuna della lotta
sindacale. All’opposto della socialdemocrazia, che
basa la sua influenza sulla comprensione da parte
della massa delle contraddizioni dell’ordine
esistente e di tutta la complicata natura del suo
sviluppo, e sull’atteggiamento critico della massa
in tutti i suoi momenti e stadi della sua propria
lotta di classe, l’influenza e la forza dei
sindacati vengono fondati secondo questa teoria
assurda, sulla mancanza di critica e di giudizio
della massa. “Al popolo deve essere conservata la
fede” - questo è il principio in base al quale
parecchi funzionari sindacali bollano ogni critica
alle obiettive insufficienze del movimento sindacale
come attentato al movimento sindacale stesso”.
Rosa
Luxemburg si sbagliava solo su un punto: sarebbe
stata rapida la trasposizione di questo
atteggiamento dai sindacati alla socialdemocrazia e
successivamente agli altri partiti operai. Il metodo
di paracadutare dall’alto i dirigenti locali è
stato applicato con sistematicità anche in tutti i
partiti comunisti, a partire dal periodo staliniano,
e continua ancor oggi, e ha contagiato anche molte
organizzazioni della “nuova sinistra” nate dopo
il 1968. Ma l’analisi complessiva resta
attualissima. Sciopero generale, partito e
sindacati è pubblicato in varie raccolte. La
citazione tratta è da Rosa Luxemburg, Scritti
politici, a cura di Lelio Basso, Editori
Riuniti, Roma, 1967, pp. 363-365.