La
maggior parte dei giornali e la totalità delle TV
hanno presentato l'ultima crisi palestinese, e in
particolare le dimissioni di Abu Mazen, come il
frutto delle "indebite ingerenze" di
Arafat. Anche gli organi legati al centrosinistra
hanno ricalcato questa impostazione, dato che
Prodi e Joskha Fischer hanno contribuito ad
aggravare la crisi accettando la richiesta
statunitense di collocare Hamas tra le
organizzazioni terroriste, e chiudendo gli occhi
di fronte alla nuove azioni terroriste di Israele
a Gaza. Pubblichiamo quindi una utile nota
informativa di Cinzia Nachira, segnalando al tempo
stesso l'ottimo articolo di Gennaro Migliore
uscito su "Liberazione" di domenica 7
settembre.
Abu
Mazen: non ha bevuto il calice avvelenato
Nelle ultime settimane la situazione in Palestina,
come in tutto il Medioriente, sembra seguire due
strade parallele. Dopo l´attentato a Gerusalemme
del 19 agosto scorso, risposta al non rispetto
assoluto della tregua da parte israeliana che
nelle settimane della Hudna (tregua) ha proseguito
senza disturbo alcuno sia gli assassinii
"selettivi" (con decine di feriti tra i
civili, e una decina di morti sempre fra coloro
che si trovavano nel momento sbagliato e nel posto
sbagliato), sia la costruzione del muro di
"sicurezza", con relative confische di
decine di ettari di terra palestinese; la crisi in
Israele si è aggravata. Se in campo palestinese
la crisi politica è molto grave, con lo scontro
tra Mahmud Abbas (Abu Mazen) e Yasser Arafat, in
Israele chi pensa che tutto fili liscio è un
illuso.
Tutto questo mentre la situazione in Iraq è
impantanata fino a costringere George W. Bush a
chiedere "aiuto" a quell´Onu che poche
settimane, fa grazie al fatto che le truppe d´occupazione
non ritenevano necessario proteggere le sue sedi,
proprio a Bagdad ha perso il suo inviato speciale
Sergio Veira de Mello. Tenere a bada l´Iraq dopo
che la guida spirituale degli sciiti iracheni, l´
Ayatollah Al-Hakimi, è rimasto vittima di un
attentato che ha provocato altri 87 morti nella
città santa di Al-Najaf, è sempre più difficile
e costoso.
Il copione in qualche modo si ripete: visto il
fallimento della guerra contro il popolo iracheno,
visto che l´occupazione dell´Iraq non è una
passeggiata e che i "liberatori" sono
bersagliati da attentati quotidiani da azioni di
guerriglia; il "mondo libero e
liberatore" spera di poter almeno segnare un
punto a suo favore in Palestina.
Lo dicemmo all´epoca dell´elezione di Abu Mazen
a primo ministro palestinese: anche se la sua
elezione è stata sicuramente più gradita a Usa,
Israele, Europa che ai palestinesi, dare per
scontato che egli potesse essere un burattino
completamente telecomandato da coloro che vogliono
imporre la pax israeliana ai palestinesi è stato
un grave errore di valutazione.
Certo Abu Mazen è uno degli esponenti più
moderati e filo occidentale di Fatah e dell´Anp
(Autorità Nazionale Palestinese). Fin dallo
scoppio della seconda Intifada, settembre 2000,
egli è stato colui che ha spinto di più verso la
cosiddetta "smilitarizzazione dell´Intifada",
ossia la rinuncia totale ad ogni forma di lotta
armata contro l´esercito israeliano. Rimasto nell´ombra
durante gli anni duri della lotta è riemerso
perché la leadership arafatiana si è trovata non
solo assediata e relegata nella Muqata (il
quartier generale di Ramallah), ma anche perché
dopo l´arresto di Marwan Barghouti e lo
sgretolamento della resistenza dopo i massacri del
2002, iniziati a gennaio e culminati in aprile con
l´assassinio di centinaia di persone a Jenin, la
direzione politica dell´Intifada stava
rapidamente andando a finire nelle mani di quei
gruppi, Brigate dei martiri di Al Aqsa, Hamas e Al
Jihad al Islami, che non hanno mai avuto
intenzione di abbandonare la lotta armata. In
altre parole anche ad Arafat, Abu Mazen, in
definitiva, poteva risultare utile come primo
ministro. Lo scontro tra il presidente dell´Anp e
il primo ministro è stato aspro e aperto fin
dalla nomina di Mohammed Dahalan a ministro degli
interni. Un lungo braccio di ferro ha preceduto la
sua nomina e il cedimento di Arafat che in Dahalan
vede non solo un nemico personale, ma soprattutto
colui che può "scavalcare a destra" lo
stesso Abu Mazen, grazie all´autonomizzazione dei
servizi di sicurezza.
Infatti mentre Dahalan annuncia di avere un piano
per contrastare i "terroristi" dall´altro
Abu Mazen, nel discorso del 5 settembre al
Consiglio Legislativo Palestinese, annuncia la sua
intenzione di voler continuare a "dialogare
con l´opposizione" e di non volerla
"affrontare militarmente". Lo stesso
Mohammed Dahalan però non può far a meno, in un´intervista
apparsa il 2 settembre sul Corriere della Sera, di
ammettere: "Mi dica lei come possiamo
combattere il terrorismo, se Israele continua ad
ammazzare e a colpire anche gente innocente.
Credono di estirpare la violenza? Da una parte si
rafforza Hamas, dall´altra si indebolisce l´Anp.
Il parente, il fratello, il cugino di ogni ferito
non vedrà l´ora di vendicarsi".
Ora che Abu Mazen si è dimesso tutti i commenti
sono unanimi nel sostenere che la sua decisione è
il frutto della contrapposizione con Yasser Arafat.
Certo lo scontro era in atto fin dall´accettazione
della Road Map. Chi legge lo scontro Abu
Mazen-Arafat solo come uno scontro di potere non
vede un fatto di fondo: la vera posta in gioco non
è solo il controllo di questo o quel settore dei
servizi di sicurezza ma la credibilità
complessiva della leadership palestinese. In
questo senso, come nel luglio 2000, Arafat ha
avuto il fiuto di rimettersi in sintonia con la
popolazione stremata. Per di più non solo la Road
Map è nata morta per il fatto che Israele in
realtà non la ha accettata, ma al suo interno
tutti i veri nodi del conflitto restavano
irrisolti. Il muro della vergogna, che non divide
solo il territorio palestinese, ma circonda interi
villaggi, non viene neanche menzionato. Le colonie
vengono di fatto legalizzate dal momento che si
ritengono "illegali" solo quelle
costruite dopo il marzo 2001. L´aver fatto
rilevare questi "dettagli" ha procurato
per Arafat l´ennesimo marchio di
"terrorista". Ma che altro poteva e
doveva fare il presidente di un popolo che rischia
la deportazione di massa e lo sterminio?
Inoltre, e dovrebbe essere sotto gli occhi di
tutti, lo stesso Abu Mazen per giungere alla
tregua del 29 giugno non ha potuto che seguire la
via del dialogo con le organizzazioni dell´opposizione.
Se avesse scatenato puramente e semplicemente la
repressione, che piace tanto anche a molti settori
della sinistra europea, sarebbe arrivato alle
dimissioni molto prima.
Abu Mazen in realtà è stato costretto alle
dimissioni non dall´ostacolo rappresentato da
Arafat, ma dal fatto che tutti i bei discorsi
fatti ad Aqaba, gli impegni presi da Sharon, Bush,
Solana e dall´Onu si sono rivelati vuoti. I soli,
come di norma, a rispettare gli impegni dovevano
essere i palestinesi. Certo lo scontro con Arafat
ha fatto da sottofondo, ma sia il discorso tenuto
al Consiglio legislativo palestinese che la stessa
lettera di dimissioni, denunciano l´impossibilità
di avere dei margini di manovra ragionevoli, non
vogliamo dire equi.
Le dimissioni di Abu Mazen paradossalmente sono un
problema più per il "Quartetto" che per
Arafat.
L´ipocrisia dell´Europa
Mentre Abu Mazen si dimetteva e Israele compiva l´ennesimo
atto di terrorismo di stato tentando di decapitare
Hamas, a Riva del Garda Frattini, De Villepin,
Prodi, Fisher, Strowe, non avevano molto da dire,
ma molte iniquità da compiere. La decisione di
inserire Hamas nella lista delle organizzazioni
terroristiche, come richiesto insistentemente da
Bush, viene seguita da dichiarazioni di un´ipocrisia
senza eguali. Soprattutto Prodi si è distinto,
telefonando ad Arafat per raccomandargli di non
fare il cattivo...
Molti ancora si illudono che l´Europa possa e
voglia avere un ruolo "indipendente" e
determinante perché si riprenda la via del
dialogo. La cosa grave è che Prodi non ha
chiamato Sharon per dirgli di non sparare missili
in quartieri densamente popolati di Gaza City, di
non confiscare terra che da generazioni è
palestinese, ecc.
Non abbiamo particolare simpatia per lo sceicco
Ahmed Yasin, leader e fondatore di Hamas, ma
sicuramente non è possibile accettare né il suo
tentato omicidio né che un´organizzazione
politica sia definita terrorista in base ai
criteri dettati dall´imperialismo, sia esso
statunitense, israeliano, italiano, tedesco o
francese o britannico. Comunque Francia e
Germania, che ciclicamente fanno finta di essere i
"paladini dei deboli", su questa
decisione non hanno battuto ciglio.
In questo senso la sinistra deve smettere di
illudersi ed illudere: scambiare i desideri per la
realtà non porta da nessuna parte.
La Road Map non è migliore perché nel quartetto
c´è l´Europa. I soli europei su cui possono
contare palestinesi ed israeliani sono coloro, e
per fortuna siamo in tanti, che combattono Prodi e
Frattini e non si fidano di Fisher e di De
Villepin, perché l´imperialismo non ci piace
anche se parla francese o tedesco. E´ ovvio che
un dialogo israelo-palestinese deve essere
avviato, lo abbiamo ripetuto fino alla nausea, ma
esso o è frutto di una presa di coscienza
generale che Israele deve ritirarsi
incondizionatamente da Gaza e Cisgiordania (tutte
intere), deve smantellare tutte le colonie,
liberare tutti i prigionieri politici, demolire il
muro (non solo fermarne la costruzione), togliere
tutti i check point, oppure non sarà dialogo, ma
una tragica farsa costellata di morti e feriti
assetati di vendetta.
Prima che sia troppo tardi i venditori di fumo e
di illusioni pericolose traggano le conseguenze
ascoltando chi in Israele combatte per la
sopravvivenza in un paese civile e non
barbaricamente arroccato su se stesso.
In questo senso il grido d´allarme lanciato da
Michael Warshawski, israeliano antisionista dal
1968, ci sembra adeguato a sintetizzare da dove
arriva il rischio reale per gli ebrei israeliani e
non solo: "Quando Ariel Sharon invita gli
ebrei di Francia a fare le valige e a scappare da
un'Europa rimasta profondamente antisemita e
potenzialmente genocida, tutto quel che ha da
offrire loro è solo un grande bunker armato di
enorme paranoia e di bombe nucleari. Il misto
"paranoia/nucleare" rappresenta un
pericolo mortale, non solo per i popoli arabi che
circondano Israele, ma chiaramente per lo stesso
popolo israeliano, specie nel momento in cui il
concetto di guerra preventiva avvelena l'arena
politica internazionale. Infatti - è non deve
esservi il minimo dubbio - una forza nucleare
israeliana, che i generali-ministri Sharon ed
Eitan non escludono, decreterebbe a un certo punto
la condanna a morte di una presenza ebraica nel
Vicino Oriente e, verosimilmente, anche un'ondata
antiebraica senza precedenti in tutto il mondo. È
una vera e propria scommessa di morte".
Cinzia Nachira (7-9-2003)