La
lunga tragedia dell’Afghanistan.
Premessa
Ogni
volta che ritorna al centro dell’attenzione internazionale,
l’Afghanistan viene presentato dalla maggior parte dei commentatori
semplicemente come una vittima di una volontà di conquista sovietica, e
– soprattutto ora che si sta tentando di rimettere in piedi una larga
coalizione sotto l’egida del vecchio re Zahir – il suo passato
monarchico viene presentato come idilliaco. La realtà è più
complessa, come vedremo sia ricostruendo le fasi della formazione dello
Stato afghano, sia i suoi conflitti interni nel corso del XX secolo, ben
prima dell’intervento sovietico.
Alcuni
dati: chi può aspirare a conquistare l’Afghanistan?
Paese
vasto più della Francia e oltre due volte l’Italia, l’Afghanistan
ha una popolazione valutata oggi in genere tra i 20 e i 26 milioni di
abitanti. Le forti correnti di rifugiati da un lato, e dall’altro
l’afflusso di combattenti integralisti dal Pakistan, ma anche da
diversi paesi arabi, rendono tuttavia molto difficile una
approssimazione sufficiente, e provocano stime fortemente divergenti tra
loro. Alla metà degli anni Cinquanta secondo il Calendario Atlante De
Agostini la popolazione non superava i 12 milioni; nel 1973 uno studio
governativo riduceva ancor più la cifra, calcolando 10.020.600
abitanti. L’annuario dell’ONU del 1977 parlava invece di 21.000.000
abitanti, ma due anni dopo fonti governative ne calcolavano 14.000.000.
Quanto basta per concludere che oggi, anche grazie alla distruzione di
ogni struttura amministrativa capace di valutare la popolazione
residente, è praticamente impossibile sapere quanti sono gli abitanti
dello sfortunato paese. Anche le cifre sul PIL pro capite sono
incredibilmente divergenti, ma tutte inattendibili. In ogni caso le
stime più ottimistiche collocano il Pil per abitante a livelli
corrispondenti a un sesto di quello iraniano e a un quarto di quello del
Pakistan.
L’Afghanistan
ha conosciuto diverse invasioni e tentativi di conquista fin
dall’antichità, a partire dalla spedizione di Alessandro Magno del
327 a.c. Subì la conquista araba nel 652, quella mongola nel 1221, e fu
poi spartito tra gli imperi musulmani della Persia e dell’India.
L’obiettivo dei conquistatori tuttavia non erano certo le modestissime
risorse naturali del paese,
ma la collocazione strategica al centro di una delle più importanti vie
di comunicazione terrestre, la “via della seta”.
Il
“grande gioco”
Dopo
secoli di isolamento, l’Afghanistan, che era stato unificato nel 1747
da un capo guerriero di Kandahar, Ahmad Shah Saddozai, si trovò alla
metà del XIX secolo al centro del “grande gioco” tra Gran Bretagna
e Russia, più o meno negli anni in cui veniva imposto al sultano di
Costantinopoli di aprire i suoi porti alle merci britanniche, e al
Celeste Impero di togliere ogni ostacolo alla penetrazione dell’oppio
prodotto nei possedimenti britannici in India o in quelli francesi in
Indocina. La Russia non aveva ancora realizzato la conquista dei khanati
di Khiva, Boukhara, Kokand e Samarcanda, ma aveva più volte tentato di
penetrarvi, per liberare schiavi russi, o con altri pretesti,
approfittando dei contrasti tra quei piccoli ma ricchissimi regni. Come
sempre la penetrazione era stata preparata da commercianti, cacciatori,
esploratori (non missionari, dato il divieto di proselitismo vigente per
i cristiani in tutto il mondo islamico).
Così,
quando nel 1837 un agente britannico si rese conto che presso l’emiro
Dost Muhammad a Kabul erano presenti emissari russi, e temendo che un
alleanza tra lo zar e lo scià di Persia li portasse a conquistare
congiuntamente l’Afghanistan (considerato la “porta
dell’India”), i britannici inviarono un forte corpo di spedizione
che invase ilpaese da sud con 9.500 uomini, quasi tutti indiani,
occupando prima Kandahar e poi la stessa Kabul nel 1839, dove imposero
un loro fantoccio, Shah Shuja Saddozai, come emiro. Ma nel 1842 gli
occupanti dovettero fuggire precipitosamente di fronte al ritorno di
Dost Muhammad, a cui successe il figlio Sher Alì.
La
tragica ritirata, in cui perirono 16.000 tra britannici, indiani e servi
afghani, ebbe un solo superstite. La Gran Bretagna ritenterà,
ugualmente senza successo, l’impresa nel 1878, e poi ancora altre
volte, mentre la Russia inaugurava la politica che sarà ripresa poi
dall’URSS: evitare una conquista diretta e di offrire protezione a un
Afghanistan indipendente, “Stato cuscinetto” tra i possedimenti
britannici nel subcontinente indiano e le zone dell’Asia centrale
conquistate dall’esercito zarista tra il 1863 e il 1898.
Tuttavia
tra il 1884 e il 1886 le truppe russe entrano in Afghanistan per
contrastare la penetrazione inglese e rischiano più volte uno scontro
diretto, fino alla conclusione di un protocollo tra le due potenze nel
1887, che delimita le rispettive aree di influenza. Nel 1893 si arriverà
a tracciare la “linea Durand”, che delimita la frontiera sud-est
dell’Afghanistan, lasciando nell’impero indiano vasti territori
abitati da pashtun (oggi incorporati nel Pakistan). Nello stesso periodo
un nipote di Sher Alì, Abdur Rahman, conduce una Jihad per
unificare le tribù pashtun e sottomettere le minoranze (tagichi,
hazara, uzbeki, turkmeni, nuristani); quando muore, nel 1901, lascia un
paese sostanzialmente unificato nei confini attuali al figlio
Habibullah, il quale nel 1905 firma un trattato che lascia agli inglesi
la rappresentanza diplomatica dell’Afghanistan. La Russia, sconfitta
dal Giappone, deve accettare, accontentandosi di firmare nel 1907 a
Pietroburgo una convenzione con l’Inghilterra, in cui rinuncia a
considerare l’Afghanistan come parte della propria sfera di influenza,
mentre la Gran Bretagna si impegna a limitarsi a rappresentare il paese
a livello internazionale, senza interferire nella sua politica interna.
Nella corte di Kabul il fratello dell’emiro Habibullah, Nasrullah,
punta a spostare l’equilibrio a favore dei russi, mentre nel 1915
emissari turchi e tedeschi cercano invano di ottenere un impegno
militare contro i britannici.
L’emiro
“progressista” e la rivoluzione russa
Nel
1919 l’emiro Habibullah viene assassinato, ma il clan
“progressista” dei Mohammadzai impone come successore suo figlio
Amanullah, che per prima cosa fa arrestare Nasrullah e i cugini
Mousahiban, accusati di complicità nel regicidio. Una terza invasione
dell’Afghanistan da parte dei britannici, preoccupati delle ambizioni
indipendentiste del nuovo emiro, viene respinta e si conclude con
l’armistizio di Rawalpindi, che riconosce la completa indipendenza del
paese. L’emiro dichiarò immediatamente la volontà di stabilire
subito relazioni diplomatiche con la Russia sovietica con una lettera
inviata a Lenin, “nobile presidente della grande repubblica russa”.
Lenin rispose il 27 maggio con un telegramma in cui sicongratulava con
la lotta del popolo afghano contro “gli oppressori stranieri” e
proponeva un reciproco aiuto contro futuri attacchi, che ovviamente era
puramente simbolico date le condizioni in cui si trovava la repubblica
sovietica in una fase difficilissima della guerra civile (in cui non
riuscì a mandare aiuti neppure alla repubblica dei consigli ungherese,
che li aveva richiesti).
In
quel periodo le relazioni sovietico-afghane sembravano ottime, e Lenin
parlò più volte con simpatia del ruolo dell’emiro
dell’Afghanistan, un sovrano feudale, che per la sua opposizione
all’imperialismo britannico aveva un ruolo più positivo di tutti i
deputati laburisti.
Il
28 febbraio 1921 a Mosca veniva firmato un Trattato sovietico-afghano. I
due paesi si impegnavano a lottare per la liberazione dei popoli
dell’Oriente, e la Russia si impegnava a restituire all’Afghanistan,
subordinatamente a plebisciti, i territori ceduti da quest’ultimo
sotto costrizione alla Russia o a Bukhara nel secolo XIX. Era prevista
inoltre la formalizzazione delle relazioni diplomatiche già avviate de
facto, con l’apertura di ben sette consolati afghani nel territorio
asiatico della repubblica sovietica, e di 5 sovietici in Afghanistan,
che apparivano così sproporzionati rispetto alle reali necessità, che
la Gran Bretagna li considerò una pura copertura di attività di
sovversione rivolte all’India. In
realtà “nessuna organizzata campagna contro l’India rientrava negli
scopi della politica sovietica”, che si limitava a una generica
denuncia dell’imperialismo in suolo asiatico, osserva Carr, che
conclude lucidamente che “ciò che era significativo in tutto questo
non era l’estensione della propaganda per la rivoluzione mondiale,
bensì il subentrare della Russia sovietica nel tradizionale ruolo russo
come principale antagonista della Gran Bretagna nell’Asia Centrale”.
Un
difficile contesto internazionale
Ma
molti problemi nacquero subito per varie ragioni: l’emiro Amanullah,
pur avviando una politica progressista sul piano interno, non era certo
un rivoluzionario, ed aveva espresso ad esempio la sua solidarietà a un
suo simile, l’emiro di Buchara spodestato da una rivolta
modernizzatrice della “Giovane Buchara” appoggiata dai sovietici,
ospitandolo a Kabul..
Inoltre
a complicare le cose c’era il gioco ambiguo della Turchia. I comunisti
avevano salutato con entusiasmo la rivoluzione modernizzatrice e
nazionalista di Kemal Ataturk con cui la Russia aveva subito stabilito
stretti rapporti. In primo luogo si trattava di coerenza con
l’atteggiamento di ferma opposizione ai trattati iniqui di Versailles
e Trianon, che aveva portato la Russia sovietica a stabilire rapporti
privilegiati con i paesi che ne erano stati vittime. In questo quadro
furono ospitati a Mosca alcuni dirigenti turchi che si erano
inizialmente rifugiati a Berlino, come Enver Pascià e Jemal Pascià.
Quest’ultimo da Mosca aveva poi raggiunto Kabul come consigliere
politico di Amanullah, pare su suggerimento sovietico, ma mentre tornava
da un viaggio a Berlino fu assassinato da un armeno a Tiflis.
Enver
Pascià invece, dopo essere arrivato a Mosca, fu poi spinto a recarsi a
Baku per non irritare Kemal, che lo considerava un potenziale rivale.
Enver giunse successivamente nell’Asia sovietica, sempre con il
consenso di Mosca, per mediare tra i bolscevichi e i ribelli islamici
“basmaci” (cioè banditi), ma appena arrivato nella regione di
Buchara era passato apertamente dalla parte di questi ultimi ed era
riuscito a unire le loro forze ai nazionalisti della “Giovane
Buchara”, inizialmente alleati dei sovietici, ma attratti
dall’ideale panturanico.. Egli aveva uno straordinario passato
(ufficiale di carriera di notevole intelligenza e valore, era poi
divenuto un abilissimo guerrigliero che aveva dato molto filo da torcere
agli occupanti italiani in Libia). Ebbe un ruolo determinante
nell’organizzare la rivolta islamica che imperversò nel Turkestan e
che fu domata definitivamente sette o otto anni dopo la sua morte,
avvenuta in combattimento il 4 agosto 1924.
Amanullah
aveva seguito con contrastanti sentimenti questi sommovimenti, che a
mano a mano che le rivolte dei basmaci venivano sconfitte portarono in
Afghanistan moltissimi rifugiati, ovviamente anticomunisti.
Al
di là del comportamento di singoli esponenti come Enver e Jamal Pascià,
che in parte giocavano in proprio anche perché in polemica con Kemal,
molti problemi vennero dal rapporto con la Turchia stessa sia perché,
nel tempo stesso in cui stabiliva un’alleanza con Mosca, Kemal
reprimeva spietatamente i comunisti turchi che pure lo avevano sostenuto
nei momenti più difficili, sia perché intervenne pesantemente nel
Caucaso contro gli armeni. La storia della formazione delle repubbliche
caucasiche, dei loro complessi confini, con le varie enclaves come il
Nagorno Karabach e il Nakhichevan, fu largamente condizionata dalle
ingerenze turche.
L’accordo
tra Mosca e Ankara fu realizzato sulla base della necessità comune di
arginare il nazionalismo armeno, ovviamente carico di volontà di
vendetta, ma anche per la necessità sovietica di utilizzare la Turchia
per rompere l’isolamento internazionale, e l’impossibilità turca di
annettere il Caucaso facendo leva sulle affinità culturali con gli
azeri. Ma fu un accordo fragile, che non impedì una costante presenza
di agenti turchi nelle regioni dell’Asia Centrale che il potere
sovietico aveva cominciato faticosamente a riconquistare.
Qualcosa
di analogo avveniva anche in un altro paese con stretti rapporti con
l’Afghanistan, la Persia. Nel 1920 i bolscevichi avevano riconosciuto
una “repubblica sovietica indipendente del Gilan” nella regione
persiana confinante con l’Azerbaigian, nonostante l’ambiguità del
suo leader, Kuchik Khan, che era stato un agente tedesco. Ma quando a
Teheran un colpo di Stato portò al potere Riza Khan, che appariva
l’equivalente persiano di Kemal e di Amanullah, i sovietici lo
appoggiarono nonostante fosse evidente la sua forte ostilità a ogni
idea di socialismo e comunismo. Kuchik venne sacrificato, e il giovane
partito comunista teorizzò che la rivoluzione in Persia sarebbe stata
possibile solo quando fosse stato completato il pieno sviluppo borghese.
Subito dopo, negli stessi giorni in cui venivano firmati i trattati con
Turchia e Afghanistan, veniva stipulato un trattato sovietico-persiano
che da un lato annullava tutti i trattati ineguali stipulati dalla
Russia zarista ai danni della Persia, con la conseguente rinuncia a
tutti i privilegi, concessioni e proprietà del governo zarista in
territorio persiano (con la sola clausola che non dovevano essere ceduti
ad altre potenze), dall’altro prevedeva il diritto del governo
sovietico a fare entrare truppe in Iran “a scopo difensivo”, nel
caso sia di intervento di truppe straniere, sia di tentativi di crearvi
“un centro d’azione per attaccare la Russia”. Il giovane partito
comunista, non poteva far altro che trasferirsi a Bakù per lanciare da
lì proclami contro l’imperialismo britannico e contro il governo
dello Shah. Ma nell’aprile 1921 arrivava a Teheran il rappresentante
sovietico F. Rothstein, che era stato nominato sei mesi prima senza
essere accettato, in attesa che cessasse l’appoggio politico e
militare alla separatista “repubblica sovietica del Gilan”. Era
l’inizio di una politica estera sovietica che si muoveva sulle linee
direttrici storiche dell’interessamento dello Stato russo a
quell’area.
La
caduta del re “progressista” Amanullah
Verso
Amanullah l’atteggiamento sovietico era più semplice: non c’era
nessuna classe operaia in Afghanistan, e quindi nessuna possibilità e
necessità di costruire un partito comunista. In una lettera di
istruzioni al rappresentante sovietico a Kabul il commissario agli
Affari esteri Cicerin aveva raccomandato di non compiere il grave errore
di cercare di impiantare il comunismo in quel paese. “Noi abbiamo
detto agli afghani che non possiamo neppure per un istante pensare di
imporre al vostro popolo un programma di società non corrispondente al
suo stadio di sviluppo attuale”.
Tanto
più che Amanullah sembrava riuscisse a fare di sua iniziativa meglio di
quanto tentassero di fare i commissari sovietici nell’Asia centrale
musulmana: inizio della scolarizzazione di massa nelle città, estesa
anche alle ragazze, abolizione dei matrimoni imposti alle bambine dalla
famiglia, proposta di un’Assemblea nazionale elettiva e non basata sui
capi tribali tradizionali come la Loya Jirga proposta oggi dal
redivivo re Zahir sotto la tutela degli USA e dell’Italia. La stessa
moglie di Amanullah aveva avviato la campagna contro il velo comparendo
in pubblico a viso scoperto. Ma come vedremo, la principale
preoccupazione sovietica era la neutralità del paese, che mantenesse
sicura quella lunga frontiera.
Le
riforme tentate da Amanullah erano quanto bastava a scatenare la
resistenza dei mullah e dei proprietari più conservatori, che vedevano
di cattivo occhio il rapporto con l’URSS, sia perché forniva
assistenza ai programmi di istruzione pubblica, sia perché il continuo
flusso di rifugiati che sfuggivano la collettivizzazione forzata (che
per popolazioni nomadi voleva dire prima di tutto sedentarizzazione
forzata, anche allo scopo di poter esercitare un maggior controllo).
Tra il 1928 e il 1932 oltre 500.000 turkmeni, uzbeki, kazachi, kirghisi
e hazara hanno varcato il confine affidandosi ai contrabbandieri, o
traversando a nuoto l’Amou-Daria di notte, aggrappati a otri di pelle
gonfiati. Non tutti erano grandi proprietari, e tutti descrivevano le
atrocità commesse ai danni dei religiosi, le vessazioni imposte per
impiantare a forza la cultura del cotone in zone in cui esisteva una
fiorente orticultura e frutticoltura. Alcuni erano stati arrestati per
“sabotaggio” per aver tentato di seminare del grano tra i filari di
cotone, per sfamarsi.
Alle
rivolte, soprattutto verso la fine degli anni Venti e all’inizio del
terribile decennio del Trenta, era stata datauna risposta durissima,
usando gli stessi metodi con cui il gen. Graziani negli stessi anni
piegava la resistenza della Cirenaica deportandone la popolazione in
grandi campi di concentramento.
La
prime rivolte in Asia centrale non erano state determinate
prevalentemente dalle motivazioni economiche e sociali (che provocarono
invece l’esodo del 1928-1932), ma dal modo grossolano e violento con
cui si cercò di “risolvere” il problema delle “sopravvivenze
religiose”. Le intenzioni erano buone, i risultati non altrettanto, e
l’esempio radicalizzò l’opposizione religiosa nell’Afghanistan.
Amanullah, che pure aveva accolto relativamente bene i rifugiati
offrendo loro delle terre incolte nel nord del paese, si trovò presto
minacciato, poi scacciato da una rivolta del tagico Batcha-Saquao (il
“Figlio del portatore d’acqua”), che peraltro finì per essere
sconfitta soprattutto perché prevalentemente a base etnica tagica (la
più grande delle minoranze, valutata a secondo delle fonti tra il 15 e
il 25% dell’intera popolazione, non ha mai avuto la forza sufficiente
per unificare il paese). Amanullah tuttavia è costretto all’esilio
(si rifugia in Italia, dove morirà nel 1960), e viene sostituito da
Nader Shah, appartenente al ramo Musahiban della stessa famiglia reale,
più conservatore e considerato dieci anni prima responsabile
dell’uccisione di Habibullah. Sembra che qualche settore
dell’apparato sovietico e del Comintern abbia visto inizialmente di
buon occhio la rivolta di Batcha-Saquao, considerata un vero movimento
popolare contadino; ma l’orientamento che prevalse a Mosca fu poi di
considerarla una manovra britannica e di appoggiare Amanullah,
rassegnandosi poi a Nader, con cui nel 1931 verrà firmato un “patto
di non aggressione”, che prevedeva l’impegno dell’Afghanistan a
impedire qualsiasi attività dei rifugiati provenienti dall’URSS.
Nader
Shah verrà a sua volta assassinato nel 1933 dalla famiglia Charkhi,
sostenitrice di Amanullah. Anche il fratello di Nader, Mohammad Aziz,
padre di Daud, futuro presidente della repubblica, viene ucciso a
Berlino nello stesso anno. Un bell’ambiente, un bell’esempio della
pace, giustizia e serenità che secondo i fautori della nuova crociata
sarebbero regnate in Afghanistan prima dell’intervento sovietico!
In
quel 1933 diventa emiro Zahir Shah, il “re” che vive a Roma dal 1973
e che oggi viene spolverato per farlo diventare il perno del regime
antitaleban. Essendo allora giovanissimo, la reggenza venne assunta da
Hashem Khan con i fratelli Shah Mahmoud e Shah Wali Khan, che
instaurarono una vera dittatura conservatrice.
Ma
all’URSS non importa troppo: basta che controllino i rifugiati e ne
impediscano l’attività, e che l’Afghanistan rimanga neutrale (lo
sarà effettivamente anche durante la seconda guerra mondiale).
Solo
alla morte di Hashem Khan nel 1946, sostituito alla reggenza dal
fratello Shah Mahmoud, la dittatura si attenua, consentendo
l’apparizione nell’anno successivo del Wikh-e-Zalmayan (Gioventù
illuminata), che riscuote molte simpatie in una parte della stessa Jirga
(il nome della vecchia assemblea tribale è usato per un simulacro di
parlamento), e da cui successivamente usciranno i fondatori del Partito
democratico del popolo afghano (PDPA). Zahir Shah è sempre al margine,
e gli elementi conservatori chiamano come primo ministro un uomo forte:
l’ex capo della polizia e della guarnigione di Kabul, nonché ministro
degli Interni, Mohammad Daud. Venticinque esponenti del Wikh-e-Zalmayan
vengono arrestati, vietati i primi giornali apparsi da poco (con una
tiratura massima di 1.500 copie…).
Tuttavia
la frenesia antisovietica degli Stati Uniti, che hanno armato oltre
misura il Pakistan, e insistono per far aderire l’Afghanistan al Patto
di Bagdad, spingono il neutralista conservatore Daud ad avvicinarsi
all’URSS, che offre senza condizioni un prestito di 25 milioni di
dollari, e assistenza gratuita per la formazione di militari
(soprattutto piloti), già iniziata da qualche tempo.
Nel
1963 un tentativo troppo brutale di assicurare ancora la supremazia
dell’etnia pashtoun sulle altre provoca la caduta di Daud, e il re
Zahir assume finalmente la pienezza dei suoi compiti regali, con
trent’anni di ritardo rispetto alla nomina, dieci anni prima di essere
spodestato dallo stesso Daud.
Nel
nuovo contesto di una monarchia costituzionale regolata da una
costituzione che era stata preparata da Daud, vengono indette per il
1965 elezioni sostanzialmente libere. In esse appare per la prima volta
il PDPA, che si dichiara apertamente comunista e che ottiene 4 seggi su
216. La maggior parte degli eletti sono ancora i vecchi mullah e
capitribù, spesso semianalfabeti. Il PDPA d’altra parte non è solo
piccolo, è anche privo di una base popolare, e ha i suoi punti di forza
soprattutto tra gli ufficiali formati in URSS, nell’apparato
amministrativo, tra gli studenti del liceo di Kabul, dove presto però
nascono nuclei maoisti, e nell’Università (che sarà però chiusa sine
die dal buon re Zahir, che oggi viene portato a modello di
democrazia). Il PDPA è soprattutto diviso in due frazioni che prendono
il nome dai rispettivi giornali, Khalq (il popolo), di cui è
esponente principale Nur Mohammad Taraki, e Parcham (la bandiera)
di Babrak Karmal, più moderato e propenso a un lavoro di
condizionamento del potere dall'interno. Le due frazioni che si
scontreranno spesso con le armi, e i loro conflitti renderanno al tempo
stesso più necessario e meno risolutivo l’intervento sovietico.
Il
colpo di Daud contro Zahir Shah
Emarginato
nel 1963, e carico di rancori, Daud si appoggia sul Parcham, la
frazione di Karmal, che non vuole o sa di non poter costruire un partito
operaio “leninista” (cioè stalinista), e col progetto di un largo
fronte nazionale e democratico ha raggiunto una buona fetta dei
militari, che sono all’80% pashtoun, e sono sensibili alla propaganda
del Parcham, i cui dirigenti vengono tutti dall’etnia
maggioritaria (anzi dai suoi strati sociali agiati). Invece di puntare
al rispetto e all’inserimento delle minoranze il Parcham
alimenta il sogno di un grande Afghanistan attraverso il
ricongiungimento con le regioni a maggioranza pashtoun incorporate nel
Pakistan in conseguenza della linea Durand. Il Khalq invece ha
una composizione plurietnica, e piuttosto piccolo-borghese: propone per
il Pakistan un regime di autonomia per le varie nazionalità anziché la
scomposizione e l’annessione, e se sogna la rivoluzione proletaria in
Afghanistan, propone anche in caso di vittoria il mantenimento di una
rigida neutralità. Babrak Karmal invece dichiara spesso in quegli anni
di volere un legame più stretto con le “sponde radiose del
socialismo”, che lascia pensare perfino a una richiesta di
incorporazione nell’URSS. Ma Daud pensa comunque di poter utilizzare
meglio la frazione di Karmal, e se ne serve per proclamare la repubblica
mentre Zahir è in viaggio di salute all’estero.
Il
Parcham usa il rapporto con Daud per far allontanare o anche
uccidere alcuni uomini politici prestigiosi ma filooccidentali, come
l’ex ministro Maiwandwal, che sarà assassinato in carcere. Ma Daud
non vuole un futuro socialista per l’Afghanistan, e impone un regime
basato su un partito unico, il Partito Nazionale Rivoluzionario di cui
assume la presidenza, pur concedendo per il momento quattro ministeri a
militari legati al Parcham, a cui deve il potere. Saranno
tuttavia quasi tutti allontanati nel 1974 e nel 1975, allarmando
l’URSS, che è costretta anche a ridurre i suoi consiglieri. La
tattica gradualistica del Parcham, di penetrazione “morbida”
negli apparati dello Stato, per avviare un processo di riforme
concordate con le vecchie classi dominanti, e attenuare così le
contraddizioni più stridenti della società, è fallita come tante
altre esperienze analoghe che puntavano alla propaganda illuministica di
idee in sé giuste rinunciando alla lotta di classe. Le classi dominanti
non sono disposte alla minima riforma e anzi nel luglio del 1975
scatenano una prima rivolta nel Panshir contro Daud. Nei rapporti
interni al PDPA si rafforza nettamente la frazione Khalq. L’URSS si
impegna a fondo, con l’aiuto di dirigenti comunisti pakistani e
indiani, per riunificare le due frazioni del PDPA, che fino al 1977
continuano ad accusarsi reciprocamente di tentativi di assassinio dei
rivali e di complicità con la CIA. Potenza del “fraterno aiuto”
dell’URSS, finiranno per riunificarsi ed eliminare congiuntamente
Daud, salvo riprendere subito dopo a combattersi..
Le
responsabilità dell’URSS nel colpo di Stato del 27 aprile 1978
L’eliminazione
(e uccisione) di Daud giunse al termine di dieci giorni di scontri
violentissimi, innescati dalla misteriosa uccisione di un sindacalista
del PDPA, Mir Akbar Khyber, che fu subito attribuita alla dittatura e
provocò il giorno dei funerali una grande manifestazione che attaccò
l’ambasciata USA.
Anche se il colpo militare scattò al termine delle mobilitazioni di
piazza, e risultò ben preparato (gli organizzatori erano uomini come il
generale Abdul Qadir che avevano portato al potere Daud nel 1973, e che
poi erano stati emarginati), molti osservatori anche a Washington
ritennero che avesse colto di sorpresa Mosca. Questa tesi è confortata
prima di tutto dalla verifica che in quasi cinquanta anni l’URSS aveva
sempre considerato come situazione ottimale il mantenimento di buoni
rapporti con lo Stato afghano, quali che fossero i suoi governanti,
purché accettassero il mantenimento di una solida neutralità con
rapporti privilegiati e adeguate garanzie (si è fatto non a caso
qualche confronto con il rapporto stabilito con la Finlandia dopo la
seconda guerra mondiale).
Una
testimonianza interessantissima viene da una fonte imprevedibile: l’ex
dissidente Vladimir Bukovskij, che dopo averne passate di tutti colori
(dal carcere all’ospedale psichiatrico),
era stato espulso dall’URSS e scambiato nel 1976 con il comunista
cileno Luis Corvalán. A settembre del 1991, approfittando
dell’atmosfera immediatamente successiva al golpe di agosto, poté
parlare alla televisione russa insieme al nuovo capo del KGB Vadim
Bakatin, e si offrì di collaborare a una ricerca negli archivi
dell’URSS. Scoprì presto che quelli del KGB erano sostanzialmente
inaccessibili (tranne nei casi in cui unilateralmente qualcuno decideva
di far trapelare qualche documento attraverso canali graditi), ma poté
lavorare a lungo in quelli del PCUS.Ai dirigenti della nuova Russia,
tutti ex comunisti, serviva la testimonianza di un ex “oppositore
doc” al processo sulla incostituzionalità del PCUS, mentre Bukovskij
(che rideva di quell’accusa, dato che il PCUS faceva e disfaceva
costituzioni a suo piacimento) approfittò dell’occasione per buttare
l’occhio nelle carte che lo riguardavano. E grazie a un computer
portatile con scanner incorporato (una diavoleria ancora sconosciuta ai
custodi degli archivi) riuscì a copiare un gran numero di documenti e a
portarli con sé.
Il
risultato è di grande interesse, e largamente contrastante con le
opinioni ormai nettamente reazionarie e anticomuniste di Bukovkij (ma
come stupirsene dopo le esperienze che ha fatto?). Ad esempio egli ha
scoperto che il Polibjuro aveva più volte escluso categoricamente
l’intervento militare in Polonia (che servì invece a Jaruzelskij per
giustificare come “male minore” il suo Golpe, e ancor più in
Afghanistan, finendo per esserci trascinato dalla debolezza degli
“amici afghani”, di cui i massimi dirigenti sovietici non si
fidavano affatto.
Un
altro elemento che avvalora questa ipotesi è che al potere arrivò il
leader dogmatico del Khalq, Nur Mohammad Taraki, che alla prima
occasione (già a luglio dello stesso 1978) cacciò dal paese Babrak
Karmal, Abdul Qadir e gli altri dirigenti del Parcham, che si
rifugiarono in URSS o in Cecoslovacchia. L’epurazione forsennata dei
quadri capaci da tutti i ministeri, l’introduzione di “riforme”
affrettate che suscitano la reazione dei mullah, la sostituzione del
vessillo nazionale con la bandiera rossa, l’insediamento di Taraki nel
palazzo reale, dove riceve seduto sul trono, indeboliscono sempre più
il governo.
I
verbali esaminati da Bukovskij confermano che la sezione internazionale
del PCUS aveva espresso fin dal 1974 un giudizio severissimo sulla
“immorale lotta intestina” condotta dalle due frazioni del PDPA, e
avevano raccomandato loro di sostenere Daud. Mancano i verbali sul 27
aprile, ma in quelli successivi il primo ministro Kosygin afferma, nel
marzo 1979, che “sia Taraki che Amin ci stanno tenendo nascosto il
vero stato delle cose”. Le informazioni che provengono dai consiglieri
sovietici presenti nel paese fanno temere il peggio, e quindi si
comincia a prendere in considerazione un “limitato” intervento
militare; ma Kosygin afferma: “dovremmo far presente senza mezzi
termini a Taraki e Amin gli errori che hanno commesso in questo periodo.
In effetti continuano a far fucilare quelli che non sono d’accordo con
loro, hanno eliminato quasi tutti i dirigenti di alto e medio rango del
partito Parcham”.
La
sfiducia nei dirigenti afghani è tale che il maresciallo Ustinov
afferma nel Politbjuro che in caso di invio di truppe sovietiche,
queste “non dovrebbero in nessun caso mescolarsi con quelle
afghane”.
Comunque
le raccomandazioni dei sovietici non sono servite a molto: Taraki e Amin
cercano di scalzarsi a vicenda, mentre si moltiplicano le insurrezioni
in tutto il paese, stimolate da gesti stupidi del governo (come
l’obbligo per i commercianti di Kabul di dipingere di rosso il negozio
in occasione del primo anniversario della “rivoluzione” del 27
aprile), e rese facili dall’indebolimento delle stesse strutture
repressive in seguito alle continue epurazioni. Ma sono soprattutto
finanziate dagli Stati Uniti tramite i servizi segreti del Pakistan. Una
parte dei movimenti insurrezionali sono invece legati all’Iran, ma
sono radicati solo nella poco numerosa minoranza religiosa sciita. La
Cina finanzia e arma vari gruppi, di cui solo alcuni sono propriamente
maoisti. Fiumi di dollari e carovane di armi arrivano in Afghanistan da
tutte le parti.
Il
16 settembre del 1979 lo scontro nel vertice del PDPA, anzi nel Khalq,
dato che i due protagonisti appartengono alla stessa frazione, si chiude
con l’uccisione di Taraki, di cui Hafizullah Amin prende il posto,
continuandone la politica. In occidente si giura che sono stati i
sovietici a ispirare il gesto. Nulla di più falso: nel dibattito nel Politbjuro
del PCUS trascritto da Bukovskij il giudizio su Amin è severissimo, e
si insinua che stesse addirittura cercando “contatti con esponenti
dell’opposizione musulmana di destra e con i capi di tribù ostili al
governo”. Duro il giudizio anche sulla disponibilità a “condurre
una politica più bilanciata nei confronti delle potenze occidentali”,
e addirittura a cercare “un cambiamento della linea politica
dell’Afghanistan in senso favorevole a Washington”.
Vero?
Anche se si trattasse di un processo alle intenzioni, o di una tipica
accusa di stampo stalinista sulle possibili “collusioni”, non ci può
essere dubbio sul fatto che Amin non fosse un uomo di Mosca. Il suo
comportamento nei confronti dell’URSS viene definito “sempre più
chiaramente falso e ipocrita”, e si dice che è disposto a scaricare
le sue colpe sull’URSS. Più sinteticamente si conclude: “con Amin
abbiamo quindi a che fare con un uomo amante del potere che si distingue
per durezza e perfidia”.
Non
c’è dubbio che fosse vero, ma va detto che fu ricambiato con analoga
perfidia. Amin e prima di lui Taraki avevano chiesto fin da marzo
l’invio di truppe sovietiche, dato che il loro esercito si stava
sfaldando. Al rifiuto sovietico, per timore di complicazioni
internazionali, avevano risposto insistendo perché ci fossero almeno
dei contingenti provenienti dal Tagikistan o dall’Uzbekistan, in grado
di parlare una lingua in uso in Afghanistan, con addosso divise afghane.
Anche questa richiesta non era stata esaudita. Ma a dicembre, quando i
dirigenti sovietici decisero di liberarsi dell’infido e incosciente
Amin per installare il moderato Babrak, finsero di aver finalmente
accolto la richiesta iniziale, inviando contingenti scelti in grado di
mimetizzarsi tra gli afghani “per la sicurezza del palazzo
presidenziale”. Non fu difficile trovare nel KGB delle repubbliche
asiatiche confinanti qualche centinaio di uomini ben disciplinati.
Dovevano solo infilarsi nel palazzo e assassinare il presidente (o
meglio finirlo, perché in una scena degna di Bisanzio o dell’antica
Roma, o di Ivan il Terribile, i cuochi sovietici avevano mescolato alle
bevande analcoliche di una cena di rappresentanza un potente veleno). Il
piano fu realizzato alla perfezione il 29 dicembre 1979.
Eliminato
il pericoloso “amico”, le truppe speciali vennero ritirate e
sostituite con biondissimi russi o ucraini o baltici, che dovevano
combattere sul serio i ribelli, senza poter comunicare con loro: non
mancavano già i sintomi di un possibile contagio delle idee islamiste,
e c’erano i pericolosi precedenti delle truppe sovietiche influenzate
dagli ungheresi nel 1956 e dai cecoslovacchi nel 1968. Impensabile che
le truppe sovietiche potessero cercare di convincere la popolazione! Si
temeva esattamente il contrario. I militari quindi dovevano sparare e
basta, e lo fecero senza tentare neppure una fase di guerra psicologica.
Quanto agli afghani “democratici”, gli errori e gli orrori del primo
anno e mezzo di governo del PDPA li avevano nel migliore dei casi
demoralizzati, quando non addirittura spinti a passare con gli insorti
contro gli “shuravì” i russi. E moltissimi dei giovani
liceali entusiasti che erano andati fiduciosi ad alfabetizzare i
villaggi delle montagne, erano stati assassinati prima che potessero
educare qualcuno. Al posto del tentativo di una “rivoluzione
dall’alto”, erano rimasti solo i carri armati, gli aerei da
bombardamento, gli elicotteri, le mine antiuomo, per giunta scarsamente
efficaci in un paese brullo e desolato, pieno di grotte profonde, di
gole strettissime, e in cui non c’erano più amici locali da aiutare e
che aiutassero…
E
a differenza deglistatunitensi nel Vietnam, a cui sono stati spesso a
torto paragonati, i sovietici intrappolati in Afghanistan si trovavano
di fronte un nemico armatissimo dagli occidentali, addestrato da
istruttori della CIA o del Mossad o delle teste di cuoio britanniche,
non i poveri contadini vietnamiti dotati solo della loro pazienza e dei
modestissimi armamenti leggeri concessi col contagocce dagli stessi
paesi “socialisti” che nello stesso tempo rifornivano svariate
dittature del Terzo Mondo. La partita era inevitabilmente persa.
La
sorpresa maggiore è venuta quando Gorbaciov, dopo aver tentato di
vincere sul campo e averne verificata l’impossibilità, gettò il
ritiro delle truppe sovietiche sul piatto della distensione. Il ritiro,
preparato da gesti simbolici (il rimpatrio di alcuni reggimenti già nel
1986) e dalla sostituzione di Babrak Karmal con il capo dei servizi
segreti Najibullah, che cominciò a cancellare le insensate misure prese
da Taraki e confermate dai successori (la bandiera rossa al posto di
quella nazionale, il nome di “repubblica democratica”, ecc.), si
concretizzò tra il 1988 e il 1989, senza provocare l’immediato crollo
del regime, che anzi per qualche tempo si rafforzò, in seguito ai
violenti conflitti per il potere esplosi tra le diversissime componenti
della resistenza dopo la partenza dei sovietici.
Tra
il 15 febbraio del 1989 (data del ritiro degli ultimi contingenti
sovietici, i cui capi ammisero che 13.310 di essi erano morti e 35.478
erano rimasti feriti, a volte mutilati irreparabilmente) e l’aprile
del 1992, Najibullah resiste alla meglio, tentando invano di procurare
al governo di coalizione, che ha costituito con diversi ministri non
comunisti già nel luglio 1988, un qualche appoggio internazionale.
Quando crolla Kabul sotto i colpi dei mujaeddin, tenta di raggiungere la
famiglia in India, poi chiede protezione all’ONU, che lo terrà
rinchiuso per quattro anni senza tentare di salvarlo facendolo
espatriare. Il 26 settembre del 1996 lo consegnerà senza fiatare al
linciaggio degli “studenti islamici”, i taleban.
Con
chi si doveva stare?
Difficile
ricostruire la frenetica lotta tra le varie fazioni che si erano unite
solo per cacciare i russi, e che subito dopo si sono sparate addosso
distruggendo ogni città, ogni villaggio, ogni attività sociale nel
paese. Il loro comportamento irrazionale e feroce, l’indifferenza per
le sorti del paese, getta una macchia indelebile su chi li ha finanziati
e armati, li ha difesi e presentati come eroi all’opinione pubblica
internazionale, se ne è bellamente infischiato delle vessazioni che
tutte le fazioni riservavano soprattutto alle donne, ma anche alla
popolazione disarmata in genere.
E
diventa evidente che se era impossibile “stare con i sovietici”, per
i loro errori di analisi (e per i molti crimini compiuti
nell’attuazione del loro impossibile tentativo di “salvare gli amici
del PDPA”), non si può dimenticare che avevano resistito a lungo
all’idea di intervenire, e lo avevano fatto tardi, quando già “i
loro amici” avevano fatto guasti irreparabili. Lo avevano fatto non
per “spirito di conquista”, ma per un riflesso di panico rispetto al
rischio di trovarsi sguarniti ben 1600 km di frontiera che era stata
ritenuta sicura per oltre cinquant’anni. Una logica difensiva
sbagliata, distorta, del tutto assurda in epoca di missili balistici
intercontinentali, ma una logica difensiva. Mentre le potenze
occidentali che hanno armato per odio anticomunista gli integralisti di
tutte le specie, compresi quelli arruolati da bin Laden in giro per il
mondo islamico e oltre, come avevano armato i Basmacì negli anni Venti
e Trenta, non hanno attenuanti.
A
suo tempo in certi settori della sinistra era circolata un’idea
bizzarra: che bisognava sostenere i mujaheddin perché erano in parte
contadini poveri che lottavano contro una rivoluzione imposta
dall’alto. Senza entrare nel merito della caratterizzazione
sociologica degli integralisti, e senza usare il facile argomento
dell’origine e appartenza sociale di bin Laden, va detto che si tratta
di una considerazione infondata.
Il
tentativo di riforme modernizzatrici (l’istruzione gratuita per
entrambi i sessi, ecc.) era indubbiamente calato dall’alto, senza
conoscere e capire bene l’arretratezza del paese. C’è una qualche
analogia con la repubblica partenopea del 1799, fragile, con una
direzione intellettualistica e aristocratica, aggrappata alla speranza
dell’aiuto della Francia, che fu spazzata via dalle bande di contadini
analfabeti aizzati contro i“signorini liberali” dal cardinal Ruffo
di Calabria, che uccisero, stuprarono, consegnarono al patibolo il
meglio dell’intellighenzia napoletana e delle province, compresi
alcuni religiosi e parecchie suore. Tutto questo in nome della “Santa
Fede”, di fatto una specie di Vandea italiana. Sul conto dei
rivoluzionari napoletani del 1799 si possono mettere molti errori e
debolezze, e soprattutto l’incapacità di operare una rottura netta
con la loro origine aristocratica, ma si poteva forse stare per questo
dalla parte delle bande sanfediste?
Il
bilancio per l’URSS
L’URSS
ha pagato carissimi i suoi errori, i crimini compiuti nel corso della
repressione, immorali, inutili e controproducenti, e che hanno generato
un grande numero di “spostati” con una “sindrome
dell’Afghanistan” assai simile a quella del Vietnam (e non a caso
sono stati promossi incontri tra le rispettive associazioni di reduci).
In Afghanistan per giunta si produceva un ottima qualità di hashish, il
cui uso è diventato comune tra i soldati sovietici (e ha stimolato il
contrabbando tra gli ufficiali, che spesso accompagnavano piangenti una
bara che invece del morto o accanto ad esso conteneva appunto hashish).
La guerra ha introdotto quindi anche una fonte di corruzione
nell’armata rossa. Le organizzazioni della resistenza islamica ma
anche quelle appoggiate dalla Cina, per finanziarsi hanno poi sviluppato
su larga scala la più redditizia cultura del papavero da oppio, che gli
stessi ipermoralisti taleban hanno continuato a proteggere, ma che aveva
fatto in tempo a contagiare diverse aree dell’ex Unione sovietica.
Lo
sforzo militare ed economico, risultato vano, l’effetto psicologico di
una ritirata percepita come vergognosa da chi aveva creduto alla
necessità del “fraterno aiuto”, mentre chi non ci credeva l’ha
considerata il logico epilogo di uno sfacelo del gruppo dirigente, sono
tutti fattori che hanno contribuito ad accelerare e a rendere più
disastroso il crollo del regime.
Perché
alla fine sono comparsi i taleban
I
conflitti esplodono dopo la partenza dei russi, l’abbiamo già detto,
perché è venuto meno il cemento comune della lotta agli “shuravì”.
Ma perché alla fine il potere finisce nelle mani di un gruppo che non
aveva neppure avuto un ruolo nella caduta del regime filosovietico, e
che presenta caratteristiche di incredibile arretratezza culturale,
nonché un’interpretazione del Corano che non ha paragoni non solo nel
resto del mondo islamico (sunnita o sciita che sia), ma neppure nel
resto dei gruppi integralisti?
Probabilmente,
ha insinuato qualche commentatore, il loro primitivismo ha facilitato la
vittoria su gruppi ben più articolati, ma screditati dalle continue
lotte per il potere, in cui ritornavano in forma ancor più feroce i
vecchi conflitti tribali. Una volta incoraggiata la
distruzione di quanto era stato fatto – spesso malamente – in
passato, erano infatti esplose enormi divisioni etniche, religiose, di
legami con diversi protettori stranieri, di ambizioni personali.
Paradossalmente
i taleban sono apparsi nel 1994 una garanzia di unificazione del paese e
quindi di fine dell’interminabile conflitto fratricida (si
presentarono alla prima apparizione come un gruppo che voleva assicurare
la libertà di transito e di traffico nel paese!). Rimangono molti punti
oscuri nella loro storia, che forse si chiariranno solo in base alla
rapidità di un loro eventuale crollo, o alla capacità di mobilitazione
che potrebbero avere di fronte all’invasione: si tratta di dati oggi
ancora imprevedibili.
Le
negazione della cultura
Alcune
delle caratteristiche della lotta, già tra le altre fazioni, prima
della comparsa dei taleban, rivelavano il riemergere di identità
tribali che negli anni sembravano attenuate o superate, mentre si
perdevano le più recenti identità di classe, politiche, sociali: è
qualcosa che per certi aspetti ricorda
alcuni aspetti dei conflitti nella Somalia dopo Siad Barre, e in parte
della stessa Albania nella fasi di maggiore sfacelo. Quanto al furore
iconoclasta, all’antintellettualismo, all’odio per lo studio e
per l’arte, ha purtroppo molti precedenti nella storia (basti
pensare alla Cambogia degli khmer rossi di PolPot, ma anche a certe
manifestazioni della rivoluzione culturale cinese che se la prendevano
con Beethoven, giustificate tranquillamente dai maoisti nostrani). Ma la
distruzione dei Buddha non è qualcosa di mostruosamente inedito, come
ci dicono i commentatori che vogliono giustificare come “missione di
civiltà” le bombe e i missili su Kabul o Jalalabad?
È
orribile, ma purtroppo non inedito: la nostra civiltà cristiana, difesa
da tanti personaggi incredibili come Bush o Berlusconi, ha distrutto
sistematicamente i templi delle altre religioni, non solo nei primi
secoli ma ad esempio durante la conquista del Messico o del Perù, e poi
in tante parti del mondo “colonizzato” e “civilizzato” (per non
parlare delle chiese e dei templi distrutti tranquillamente senza troppi
problemi a Dresda, Hiroshima, Colonia, nel quadro della
“normalissima” guerra).
Nessuna
giustificazione dunque per l’oscurantista iconoclastia dei taleban, ma
nessun diritto di parlare contro di loro in nome di una presunta
superiorità della nostra “civiltà”.
(bozza
provvisoria, 7 ottobre 2001 ore 20,30)
Antonio Moscato
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