Scheda sull’Afghanistan
(1978-2001)
Pochi
mesi dopo l’uccisione di Daud e la nascita della “repubblica
democratica dellAfghanistan”, si diffondono in tutto il paese le
proteste contro la laicizzazione e la “sovietizzazione” introdotte
da Taraki, e comincia a organizzarsi una vera e propria resistenza
armata. I primi scontri delle formazioni islamiche con l’esercito si
hanno nelle regioni orientali del paese nel gennaio 1979. In marzo
sollevazione di Herat, nella parte occidentale, a cui si unisce il
grosso della guarnigione. Vengono uccisi diversi consiglieri sovietici,
ma la richiesta di Taraki di inviare truppe russe viene respinta da
Mosca. La riconquista sarà lunga e sanguinosa. Intanto aumentano i
conflitti nel PDPA, e Afizullah Amin viene nominato primo ministro,
ridimensionando il potere di Taraki. A
metà del 1979 le formazioni della guerriglia islamica, appoggiate da
Iran, Cina e Pakistan(con dietro ad esso gli Stati Uniti) formano un
fronte unico, che controlla circa l’80% dell’Afghanistan. Il
16 settembre Taraki viene ucciso da Amin, che concentra nelle sue mani
il poco potere rimasto. I sovietici sono irritatissimi, e cominciano a
prendere in considerazione un intervento diretto, soprattutto perché
temono che l’estendersi della ribellione islamica e un suo completo
successo abbia ripercussioni nelle vicine repubbliche di Turkmenistan,
Uzbekistan e Tagikistan. Il
27 dicembre arrivano le prime truppe, che dovrebbero per prima cosa
proteggere il presidente Amin, che viene invece assassinato e sostituito
con il moderato Babrak Karmal, fatto rientrare dall’esilio di Praga. Il
consiglio di sicurezza dell’ONU condanna nel gennaio 1979
l’invasione sovietica, e il presidente Carter dichiara che “il
tentativo da parte di una potenza straniera di conquistare il controllo
della regione del golfo Persico sarà considerata come un attacco agli
interessi vitali degli Stati Uniti, e respinta con ogni mezzo
necessario, compresa la forza militare”. Per il momento gli USA
forniscono aiuti economici e militari al Pakistan, che è il principale
sostegno dei ribelli, che riescono in luglio a creare un governo
provvisorio. Cominciano i tentativi dell’ONU per far ritirare i
sovietici: il segretario generale Kurt Waldheim nomina Javier Pérez de
Cuellar inviato speciale in Afghanistan. Nell’agosto
1982 i ribelli attaccano per la prima volta Kabul, senza conquistarla.
Le truppe del “limitato intervento” sovietico raggiungono le 100.000
unità. I profughi sono ormai tre milioni e mezzo in Pakistan, due
milioni in Iran, e diverse migliaia in altri paesi dell’area, e anche
in Europa e negli Stati Uniti. Nel
1984 grande offensiva sovietica nella valle del Panshir. Il presidente
Reagan annuncia che gli USA forniranno missili Stinger ai ribelli. Nel
marzo 1985 viene eletto segretario generale del PCUS Michail Gorbaciov,
che lascia intendere di essere disponibile a una soluzione politica, ma
ordina intanto di intensificare gli sforzi militari, senza successi
significativi. Nel maggio i sette maggiori “partiti” della
guerriglia formano una nuova alleanza militare con base a Peshawar. Gli
Stati Uniti aumentano le forniture militari e stanziano per la
guerriglia ben 470 milioni di dollari. Nel
maggio 1986 l’URSS decide di sostituire Babrak Karmal con l’ex capo
della polizia segreta Najibullah, che tenta invano una politica di
riconciliazione nazionale, annullando molte delle misure prese dai
predecessori. Quando nel febbraio 1989 i sovietici si ritirano in base
agli accordi firmati a Ginevra nell’aprile precedente, Najibullah
riesce a resistere, anche perché i capi della guerriglia cominciano a
combattersi tra loro, come faranno con maggiore violenza dopo la
conquista di Kabul nell’aprile 1992. Nel 1993 gli scontri tra le
truppe fedeli al capo del governo Burhanuddin Rabbani e gli uomini del
partito Hebz-e-Islami di Gulbuddin Hekmatjar provocano 10.000 morti. In
gennaio a Hekmatjar si unisce il suo vecchio rivale, il generale uzbeko
Rashid Dostum, per rovesciare il governo di Rabbani e Massud. Kabul è
ormai un cumulo di rovine. Gli
inviati dell’ONU tentano invano di mediare tra le fazioni, e il vice
segretario di Stato USA propone nell’agosto 1994 un “largo governo
di coalizione” e il ritorno di re Zahir, in esilio in Italia dal 1973.
In ottobre altro tentativo di mediazione del primo ministro pakistano,
la signora Benazir Bhutto. Il
4 novembre prima azione dei taliban nei pressi di Kandahar.
Nessuno ne conosce l’origine, ma in pochi giorni conquistano la
capitale della provincia (città di 200.000 abitanti) e poi altre due
province. Nel gennaio 1995, rinforzati da 3.000 guerriglieri islamici
provenienti dal Pakistan cominciano un’avanzata irresistibile: nel
febbraio controllano 9 province su 30, e sono a 25 miglia da Kabul. In
settembre entrano a Herat. Il governo di Rabbani accusa all’ONU il
Pakistan di avere fornito appoggio decisivo all’offensiva: bruciata
l’ambasciata pakistana a Kabul. In
ottobre i taliban assediano Kabul con 400 carri armati, e nel mese
successivo la bombardano più volte, provocando molte decine di morti e
centinaia di feriti. La conquisteranno solo il 26 settembre del 1996,
dopo aver conquistato una dopo l’altra gran parte delle province. Nel
corso della tarda primavera e dell’estate i rappresentanti USA Hank
Brown e Robin Raphael avevano tentato di unificare le varie fazioni, e
in effetti Hekmatjar era entrato come primo ministro sotto la presidenza
di Rabbani. Entrambi fuggiranno di fronte all’attacco decisivo dei
taliban. I rappresentanti delle Nazione Unite a Kabul lasciano prelevare
dalla loro sede l’ex presidente Najibullah da cinque taliban, che lo
fanno linciare in piazza prima di impiccarlo a un lampione. Gli Stati
Uniti il 28 esprimono “rammarico” per l’esecuzione, ma si
dichiarano disposti a stabilire relazioni con il nuovo regime. Il
Pakistan riconosce il regime dei taliban già il 4 ottobre. Nel febbraio
1997 una delegazione taliban visita gli Stati Uniti, e nel settembre
dello stesso anno il maulvi Mohammad Rabbani, omonimo dell’ex
presidente e uno dei massimi leader taliban, si reca in Arabia Saudita,
dove riceve promesse di aiuti dal re Fahd. Ancora nell’aprile 1998
l’inviato speciale nordamericano Bill Richardson visita Kabul. A guastare
l’idillio tra i regimi legati agli Stati Uniti e i taliban, giungono
il 7 agosto 1998 gli attentati alle ambasciate USA in Kenia e Tanzania,
attribuite al miliardario saudita Osama bin Laden, che ha finanziato i
taliban e risiede ormai in Afghanistan. Il 20 agosto gli Stati Uniti
bombardano i presunti campi di addestramento di Jalalabad e Khost,
provocando decine di morti (contemporaneamente attaccano una fabbrica
farmaceutica in Sudan, con effetti disastrosi sulla popolazione civile). Ma i taliban sono
accusati contemporaneamente dall’ayatollah Alì Khamenei di essere
usati contro l’Iran da Stati Uniti e Pakistan, in particolare perché
nella sanguinosa riconquista di Mazar i-Sharif l’8 agosto hanno
ucciso, oltre a molte migliaia di appartenenti alla minoranza etnica
hazarà, anche 11 diplomatici iraniani e un giornalista. Il 31 gennaio 1999
giunge a Kabul una delegazione ufficiale cinese, per colloqui. In
febbraio il governo di Kabul respinge una lettera formale con cui gli
USA chiedono la consegna di bin Laden. Ma i taliban mantengono relazioni
con vari altri governi: in marzo ad esempio ricevono il ministro degli
esteri del Turkmenistan, Sheikhmuradov, e viene stabilito un accordo con
quel paese e il Pakistan per un gasdotto che dovrebbe attraversare
l’Afghanistan. La Russia invece invia il suo ministro della difesa
Sergev a incontrare Massud, il capo dei mujaheddin dell’Alleanza del
nord che si oppone ai taliban. Gli Stati Uniti rilanciano il progetto di
una coalizione intorno al vecchio re Zahir, che convoca a Roma 70
delegati per organizzare una conferenza degli anziani (Loya Jirga). Nell’ottobre 1999
il consiglio di sicurezza dell’ONU vota sanzioni al regime di Kabul se
non consegnerà entro 30 giorni bin Laden agli USA. L’ONU denuncia
anche la produzione di oppio, che in realtà era cominciata da anni ed
era stata più che tollerata per finanziare la lotta al regime
prosovietico. Manifestazione antiamericane in tutto l’Afghanistan ma
anche in Pakistan e altri paesi islamici. Nel settembre 2000 è
la diplomazia italiana a tentare una mediazione tra Alleanza del Nord e
i taliban, promettendo aiuti per 4 milioni di dollari per progetti di
sviluppo in entrambi le parti del paese. Una somma ridicola, a confronto
dei 470 milioni di dollari stanziati dagli USA nel 1985 per
destabilizzare il regime del PDPA. Il 1 ottobre una
delegazione dei taliban si reca a Washington per colloqui al
dipartimento di Stato, mentre in novembre l’inviato speciale
dell’ONU Francisc Vendrell riesce a far firmare un impegno dei taliban
e dell’Alleanza del nord per trattative di pace da tenere in dicembre. Il 21 novembre USA e
Russia chiedono invece all'ONU l'inasprimento delle sanzioni. Le
organizzazioni umanitarie mettono in guardia da questa misura, che viene
tuttavia adottata il 19 dicembre. Le trattative di pace saltano, la
repressione dei taliban si inasprisce, mentre un’ondata di freddo
provoca migliaia di morti – soprattutto vecchi e bambini - nei campi,
dentro e fuori il paese. Il regime decide in
febbraio la distruzione dei Buddha di Bamiyan, nel maggio la polizia
religiosa chiude le panetterie del PAM (Programma Alimentare Mondiale)
perché vi lavorano donne, e irrompe per analoghi motivi nell’ospedale
di Emergency a Kabul. Agli indù viene imposto di portare sugli abiti un
segno di riconoscimento. Dopo gli attentati dell’11 settembre, il regime si prepara a resistere agli attacchi esterni, e a quelli dell’Alleanza del Nord, che tuttavia è stata decapitata da un attentato che ha ucciso il suo capo politico e militare Massud. Ma l’assedio esterno e poi i bombardamenti iniziati il 7 ottobre impediscono ormai di scorgere cosa accade in un paese provato da oltre venti anni di guerra civile. (a.m. 11/10/2001)
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