Un'artista
canadese ha simulato, in un sito, le 24 ore
sempre uguali di un dipendente della catena di
hamburger
.
Una giornata nella vita di un commesso di
McDonald's
Si può seguire, passo passo, l'esistenza
quotidiana di un nuovo "alienato" al
tempo della globalizzazione
.
di RICCARDO STAGLIANO'
ROMA
- La giornata di un dipendente di McDonald's è
un ciclo di 24 ore che si rifrange all'infinito
nello specchio della vita. Il domani è uguale a
ieri e identico alla settimana prossima: il pane
con il sesamo, le sottilette, i cetrioli, la
carne macinata, le guarnizioni e tutto il resto
sino alla scatola bianca e rossa del BigMac. E
si ricomincia da capo, senza sosta. Il prima e
il dopo sono solo il tessuto connettivo di
un'esistenza che sola riesce a riprodurre i
ritmi meccanici di un'era industriale d'antan:
la catena di montaggio, un uomo che gira una
manovella e al posto del bullone stringe una
fettina di bacon.
E se il turno di fabbrica è stato cantato in
"Tempi moderni" da Charlie Chaplin, il
cottimo dell'hamburger è immortalato
mirabilmente in un sito-testimonianza
di Garnet Hertz, un laureando di Belle Arti
all'Università di Saskatchewan che ne fece,
anni fa, la sua tesi di laurea e che oggi - in
tempi di No global - è diventato un tormentone
della Rete. A partire dalle 8, quando la sveglia
trilla: "Alzarsi. Fare la doccia" è
un'opzione, "Troppo stanco. Spegnere la
suoneria" è l'altra. Il visitatore può
scegliere una strada o l'altra e seguire, passo
dopo passo, la giornata del nuovo alienato.
Appare un'altra immagine e altre strade
possibili: scegliere gli abiti, salire in
macchina, guidare a velocità
minima-media-massima verso il negozio per
prepararsi al piatto forte, l'azione.
Inizia la sequenza, che diventa presto
un'ossessione: parte inferiore del panino,
salse, sottilette, carne, divisorio di pane,
altra carne, lattuga, cetrioli, parte superiore
del panino e tutto finisce nella scatola. Si
ricomincia da capo, ad oltranza. Uno, due,
cinque BigMac. E quando il turno potrebbe
considerarsi concluso, salta fuori lo scrupolo
sul se si è fatto abbastanza. Se si prosegue,
infatti, si può prendere un piccolo
straordinario, 5 dollari l'ora per imbandire
l'ennesima sfilza di super-panini.
Ma a un certo punto la stanchezza ha la meglio.
E' il momento di tornare a casa. Come una
pellicola girata all'indietro il turnista della
globalizzazione torna a casa dove l'aspetta
un'entusiasmante cenetta. Più carote? Più
patate lesse? Più carne? Non si può dire che
sia una vita senza possibilità di scelta. Poi
la dicotomia finale: "Guardare la tv"
o "Andare a letto"? Nel primo caso,
ancora un sacco di alternative ma - come
qualcuno ha detto - "Tanti canali, niente
da vedere". Quando finalmente tocca il
letto, il dipendente spera di affrancarsi con i
sogni, che però risultano marchiati con il
medesimo logo della "M" grande e
tonda. Non c'è scampo.
"Come sempre, alle cinque del mattino,
suonarono la sveglia percuotendo con un martello
un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca
del comando" iniziava "Una giornata di
Ivan Denisovic", il romanzo che dette la
notorietà internazionale a Aleksandr Solzenicyn
e che raccontava le disumane condizioni di vita
di un prigioniero dei gulag staliniani. Nei
McDonald's le cose sono ben diverse, a nessuno
sfugge, ma simile è l'inesorabile ripetizione
delle giornate, che non conoscono variazioni sul
tema, non consentono scarti. Ivan, scrive
Solzenicyn, "Aveva desiderato che non
venisse il mattino. Ma il mattino, come sempre,
era venuto". Il dipendente senza nome che
l'artista canadese racconta ha avuto, più e più
volte, il medesimo desiderio. Invano.
(15 marzo 2002)
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