Sul risultato delle elezioni…diversi bilanci sono possibili…

di Antonio Moscato

 

Alcuni compagni del PRC, forse influenzati da una specie di “pensiero unico” della sinistra (in senso molto lato…) si sono affrettati a dichiarare che si vince solo dove ci si presenta uniti.

Ci sembra un ragionamento molto discutibile e in contrasto con i dati. Prima di tutto, perché non si tiene conto delle ragioni di sconfitte clamorose ottenute dal centro sinistra anche dove il PRC aveva accettato di partecipare alla sua coalizione: penso a Lecce, dove un accordo senza un minimo di coerenza programmatica (il programma del candidato dell’Ulivo, Alberto Maritati, non conteneva neppure una volta un vago accenno ai lavoratori, e poteva essere sottoscritto da qualunque candidato del centro destra) oltre a una pesante disfatta del centro sinistra ha portato a un sensibile ridimensionamento dello stesso PRC. Di casi così, ne conosco parecchi, ma ovviamente meno direttamente di quello della città in cui lavoro e milito.

Il dato di Genova, giustamente enfatizzato, non è stato determinato solo da un programma alla cui elaborazione il PRC aveva realmente contribuito, ma da una difesa della mobilitazione contro il G8 fatta dallo stesso sindaco Pericu, che per questo è stato accusato dal centro destra di essere “il sindaco dei no global”; Baget Bozzo ha denunciato che Pericu si è“alleato con i trotskisti”, che effettivamente in quella città hanno un certo peso nella stessa segreteria della federazione del PRC (un argomento cossuttian-stalinista ripreso da un ex craxiano e oggi berlusconiano!).

Di dati così clamorosamente positivi non ce ne sono moltissimi, e ciascuno ha una spiegazione a sé (ad esempio a Sesto S. Giovanni la trionfale elezione come sindaco di Oldrini si deve probabilmente anche al fatto che è stato sempre impegnato nella solidarietà con Cuba, che in quelle città è stata sempre importante e concreta).

Ma i compagni che lanciano questa interpretazione unilaterale dell’unità come chiave del successo, dimenticano alcuni altri aspetti importanti. È vero che non sono molti i casi in cui il PRC si è presentato da solo e ha avuto un successo (tra le grandi città, soprattutto Savona e Carrara), ma perché non tenere conto che in molti casi era impossibile presentarsi decentemente con un centro sinistra indistinguibile dal centro destra, o che presentava al suo interno, a volte anche come candidati a sindaco, degli esponenti di destra protagonisti di clamorosi ribaltoni determinati non da ripensamenti, ma da conflitti con la coalizione che li aveva eletti nelle precedenti elezioni?

Quando il PRC si è presentato da solo a volte è aumentato, a volte no, non sempre ha mantenuto i consiglieri che aveva. Questo dipende da molti fattori: in primo luogo, come ha sottolineato Fausto Bertinotti, perché “la logica bipolare sembra, ahimé, introiettata in profondità e condiziona tutte le scelte di voto”, sicché è tanto più importante anche solo aver resistito allo schiacciamento “in un contesto che esalta le coalizioni e deprime le avventure solitarie” (citiamo ancora Bertinotti). Tra l’altro ricordiamo che questo meccanismo elettorale perverso, che porta a una spoliticizzante personalizzazione “all’americana” non l’ha inventato Berlusconi, ma i governi che lo hanno preceduto!

Naturalmente il successo, quando c’è, si deve alla nostra capacità di avere iniziativa politica per 365 giorni all’anno, e non solo all’ultimo momento. Ma a pesare contro le presentazioni del PRC fuori dalle coalizioni, c’è invece l’incapacità di una parte del nostro elettorato (ma anche degli iscritti e degli stessi quadri intermedi del PRC) di resistere alle pressioni del centro sinistra e in particolare dei DS, che sono incapaci di parlare alle masse degli elettori, ma sono ancora in grado di condizionarci, soprattutto grazie ai legami dovuti alla comune provenienza, e alla scarsa capacità di “andare contro corrente” di molti nostri quadri, che tra l’altro formano le loro idee più su “Repubblica” o sui giornali locali che su “Liberazione” (come si capisce confrontando il numero delle copie vendute, per giunta e per fortuna non solo all’interno del partito, con quello degli iscritti). Per non parlare della partecipazione ai dibattiti politici (quando ci sono) nelle istanze di partito.

Lo si era visto al momento della presentazione di nostri candidati al Senato fuori dei due Poli, che parecchi militanti non avevano “digerito”, sicché pur non opponendosi apertamente nel dibattito interno, l’hanno di fatto boicottata, col risultato di scarti notevolissimi tra il voto alle nostre liste nel proporzionale per la Camera e quello per il Senato, così forte in certi casi da non essere spiegabile solo col voto giovanile.

Così è sorprendente che in alcuni casi abbiamo avuto successi o anche solo che abbiamo “tenuto”. Ma questo va valutato riflettendo su cos’è il partito, che tipo di formazione dà ai suoi iscritti e anche ai “quadri intermedi” (cioè, quasi ovunque, nessuna!), e non giudicando se abbiamo avuto un consigliere in più o in meno, o magari non ne abbiamo avuto nessuno.

A che servirebbe un consigliere ottenuto annegandosi in una coalizione ambigua (nei comuni inferiori ai 15.000, dove presentarsi insieme al centro sinistra significa mettere uno o due compagni in lista con una compagnia poco decente) ai fini delle battaglie future del partito? Quanti consiglieri eletti in questo modo abbiamo perduto ogni volta tra un’elezione e l’altra, attratti dalle lusinghe di un assessorato, per avere il quale hanno dovuto tapparsi il naso e rinunciare a quelle poche idee di sinistra che avevano? Ne conosco moltissimi, nella provincia di Lecce, nello stesso comune in provincia di Roma dove ho mantenuto la residenza e quindi voto, ma mi hanno descritto casi analoghi anche in tante altre federazioni.

Ma per giunta, per capire meglio di che si tratta, cosa significavano le scissioni (che riguardavano sempre gli “eletti”, in proporzione incomparabile con gli iscritti e con l’elettorato) che ci sono stateanche a livello nazionale? Da quella per “baciare il rospo” Dini, con perdita di un terzo del gruppo parlamentare, a quella ancor più grave per salvare il governo Prodi che avremmo dovuto abbandonare da un pezzo in base alle stesse delibere congressuali votate anche da Cossutta, e che stava già preparando la guerra che poi D’Alema ha portato avanti?

Naturalmente in questi casi c’erano anche altri fattori, come i criteri discutibilissimi usati prima della scissione per scegliere candidati “fidati”, cioè apparentemente disciplinati, e in realtà opportunisti che evitavano di criticare qualsiasi scelta sbagliata della direzione, come è dovere di ogni buon militante, mentre si escludevano i compagni più dotati di spirito critico (che sono risultati invece alla prova dei fatti i più legati al partito). Ma c’era anche l’ossessione della “governabilità” a prescindere dai contenuti, ereditata da passate esperienze, e che ha reso quegli “eletti” influenzabilissimi dalle lusinghe del centro sinistra.

Vuol dire che non dobbiamo mai partecipare a coalizioni locali con il centro sinistra? Assolutamente no, ma vuol dire che si possono fare solo quando il circolo (o la federazione…) è ben agguerrito, è capace di “fare campagna”, non solo in senso elettorale, sulle nostre tematiche, di battersi per spostare la coalizione in cui si entra anziché parteciparvi pensando solo a guadagnare consensi facendo “come gli altri”. Questo vuol dire anche puntare a valorizzare la nostra diversità, anziché minimizzarla sia sul terreno delle tematiche, sia su quello dei comportamenti (ad esempio imitando gli altri partiti nello sperpero di manifesti o cartoncini con foto a colori che poi si trovano per terra in grande quantità). Mi risulta che non siano molti i circoli o le federazioni che hanno evitato questi comportamenti, che naturalmente non sono la causa principale degli insuccessi eventuali, ma pesano negativamente sull’immagine del partito, facendolo apparire sostanzialmente “uguale agli altri”, e impedendo quindi che diventi veramente il cuore di un polo alternativo che recuperi parte del 20 o 30% dei non votanti, e cominci a scollarsi dalla “sopravvivenza” incollata al solito 5%.

Quale partito è necessario?

E qui arriviamo al problema centrale, che non è quello di avere un consigliere in più, ma di avere un partito dovunque in grado di far politica in modo diverso, di difendere con successo le sue scelte “controcorrente” quando sono indispensabili, o di imporre alleanze decenti anche a forze della sinistra moderata dove esiste un minimo di possibilità.

Finché il partito rimane quello che è, almeno qui in provincia di Lecce (con poche eccezioni), non c’è e non ci potrà essere vera possibilità di scelta. Lo avevo detto nella discussione sulla presentazione nella coalizione guidata da Maritati (sottosegretario agli Interni al momento dell’aggressione poliziesca di Napoli, nonché artefice insieme a Sinisi dell’invenzione dei centri di detenzione per immigrati, ipocritamente definiti “di prima accoglienza”). Ero assolutamente contrario, anche per altre valide ragioni (Maritati ha votato a favore della guerra nel Kosovo e in Afghanistan, si è battuto per l’eliminazione di ogni residuo di proporzionale, ha rifiutato di concordare con i partiti la “squadra” che lo avrebbe affiancato in caso di vittoria, ma aveva indicato come possibili esponenti centristi impresentabili, ecc.) ma ho detto per onestà politica nel CPF che se ci presentavamo da soli non avremmo avuto più voti, e anzi ne avremmo avuti forse di meno, in base all’esperienza del boicottaggio del voto al PRC al Senato, a cui ho già accennato.

Alcuni compagni mi hanno criticato per questa affermazione: “Ma allora perché vorresti che ci presentassimo da soli, se tu stesso dici che forse si ottengono meno voti?” Perché finché il partito non esce dall’ambiguità che permane in parte anche dopo la scissione (e anche dopo un congresso che ho condiviso pienamente), ogni scelta elettorale e anche più in genere politica, ad esempio quella di proporre referendum invisi a DS e CGIL, comporta la perdita del consenso di una parte dell’elettorato (mentre ne conquista un’altra, ovviamente): insieme a un candidato sindaco screditato e difensore di tutto quello contro cui noi e il movimento ci battiamo, non recuperiamo l’astensionismo e anzi possiamo perdere anche alcuni di quelli che dopo la scissione ci hanno fatto credito; ma presentandoci da soli, esposti all’accusa di voler far “vincere la destra” (anche se come si è visto è stato proprio Maritati a facilitarne la vittoria…), avremmo perso una parte dell’elettorato meno saldamente comunista e forse una parte dello stesso gruppo dirigente del circolo territoriale di Lecce, che non ha mai pensato che si potesse scegliere altro che unirsi ai DS.

E allora? È un circolo vizioso? No. O meglio, rimarrà tale finché – sia pure per il valido motivo di evitare crisi interne – eviteremo di assumere una posizione più netta (che non è quella rigida della minoranza interna, e quindi non vuol dire “alleanze si o no”,  come se fosse una questione di “principio”). Una posizione più netta (che al Congresso è stata delineata con la forte polemica di Bertinotti nei confronti dell’eredità dello stalinismo, anche nella versione italiana del togliattismo, ecc., ma che ha lasciato spazi per interpretazioni diverse) potrebbe a breve termine sconcertare una parte degli iscritti e dell’elettorato, e in un primo momento quindi farci perdere voti e anche tessere, ma poi consentirebbe di definirci meglio come protagonisti della battaglia per una sinistra alternativa che abbia al suo interno – non necessariamente nel partito, almeno in un primo momento – il movimento dei movimenti, il sindacalismo autorganizzato e i settori combattivi della FIOM, ecc. E sarebbe la premessa per il recupero costante dei delusi, di chi non se l’è più sentito di votare per un centro sinistra indistinguibile dal centro destra, di quel milione di voti che abbiamo perduto negli ultimi anni (che sono forse molti di più, perché a ogni elezione si conquistavano nuovi elettori che in parte occultavano le perdite subite). Ne abbiamo persi tanti, in genere verso l’assenteismo: basta pensare che nel 1993, da soli, avevamo superato i DS a Milano e Torino! Poi a partire dal 1994, per l’alleanza con i “progressisti”, è cominciato l’allontanamento di chi non ci credeva più tanto diversi dagli altri. Poi abbiamo ritardato il distacco dal governo Prodi e siamo finiti in tante giunte in cui non avremmo dovuto stare…

Insomma, dovremmo riuscire a interrompere quel movimento pendolare degli elettori (che ha qualcosa in comune e in parte è il riflesso di quel patologico turnover che ci fa perdere un terzo degli iscritti ogni anno), che si manifesta anche in un dato che non c’è solo in provincia di Lecce: spesso cresciamo di più nei comuni dove non c’è il nostro circolo (e ci votano basandosi sui discorsi televisivi di Bertinotti), e arretriamo dove ci vedono all’opera, magari per la conquista di un assessorato a qualunque costo e con chiunque!

Che fare?

Bisogna guardare lontano, invece di giocare sempre di rimessa, magari polemizzando invece di accodarsi, ma sempre condizionati dalle mosse degli avversari e dei dubbi alleati.

Oggi ci sono molte occasioni concrete per agire, per creare intorno a noi un largo schieramento: in primo luogo i referendum, che già creano contraddizioni in quellaopposizione addomesticata che non vuole coinvolgere la massa non protetta attraverso l’estensione della validità dello Statuto anche alle aziende sotto i 15 dipendenti, mentre coinvolgono ampi settori del movimento e del sindacalismo di classe.

Ma non ci sono solo i referendum: ad esempio vanno rilanciate molte lotte abbozzate e non portate avanti con decisione dal nostro partito (proprio per le sue contraddizioni, ambiguità, e in parte anche per la sua composizione sociale).

-        La lotta per il salario sociale (non si può chiedere ai giovani senza lavoro di lottare solo per difendere i diritti di chi il lavoro ce l’ha, ma occorre offrire una prospettiva):

-        La lotta per la riduzione d’orario, anche al di sotto delle 35 ore, con la logica di creare nuovi posti ridistribuendo il lavoro tra tutti;

-        La difesa del salario anche rilanciando la lotta per il ripristino della scala mobile, scippata dal padronato con la complicità dei sindacati confederali:

-        La lotta per la democrazia, in primo luogo battendosi per eliminare la riforma truffaldina del sistema elettorale voluto dai DS, e per il ritorno alla proporzionale pura, che assicuri a ogni lista una rappresentanza in base ai consensi ricevuti.

-        La lotta  contro le spese militari, che sottraggono preziose risorse all’istruzione, alla sanità, a ogni servizio di utilità pubblica, alle pensioni, e servono ai nostri governanti per portare morte e distruzione in paesi del mondo di cui gli italiani non sanno nulla.

Si tratta insomma di rilanciare le nostre proposte, che abbiamo a volte lasciato cadere perché preoccupati dalla difficoltà di stabilire alleanze per la loro realizzazione, ma che sono giuste e vanno quindi difese tenacemente, anche se oggi sono “minoritarie”, perché possano diventare maggioritarie domani.

E non bisogna lasciare sperperare il grande apporto di lotta che ha imposto e realizzato la mobilitazione del 23 marzo e lo sciopero generale: senza la nostra vigilanza alla fine potrebbero essere serviti solo a riverniciare la CGIL e preparare il lancio in politica di Cofferati. Non è per questo che ci siamo battuti!

Tutto il partito deve impegnarsi su questo terreno, ma con una priorità assoluta: i referendum. I tempi sono strettissimi, e un insuccesso nella raccolta delle firme nel brevissimo tempo previsto dalla legge pregiudicherebbe tutte le altre iniziative. Quindi, al lavoro!

Lecce, 29 maggio 2002

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