
Dopo
l’uscita dal PRC del segretario del circolo
territoriale di Lecce.
A
Lecce, come alcuni di noi avevano previsto,
l’insuccesso di una campagna del PRC del tutto
appiattita sul candidato sindaco Maritati, e
all’interno di essa il suo personale risultato -
assolutamente sproporzionato all’investimento fatto in
una propaganda capillare molto personalizzata - ha
portato all’uscita di Dino De Pascalis dal PRC.
In
realtà qualche preannuncio di uno “sganciamento”
dovuto al fallimento del suo tentativo di conquistare
una posizione di rilievo nel PRC, c’era già stato, prima
della fine della campagna elettorale, al congresso
provinciale, dove egli e i pochi suoi amici avevano
fatto interventi confusi, vittimistici, e che
pretendevano di rappresentare la linea del partito
contro una direzione che avrebbe puntato solo
all’esclusione.
Evidentemente
Dino De Pascalis aveva capito che nel PRC non era
riuscito a occupare più spazio che tra i DS, da cui si
era allontanato proprio per questa ragione, e aveva
preannunciato un disimpegno. In particolare, suscitando
qualche risata, aveva detto che non voleva essere eletto
delegato al congresso regionale, perché “in quella
data aveva altri impegni” e aveva mantenuto
farfugliando la stessa spiegazione anche dopo che gli
era stato spiegato che la data non era stata mai
fissata.
Ci
auguriamo che lo seguano in pochi, anche di quelli che
sono stati coinvolti nei suoi giochi, per ambizione o
perché attratti ingenuamente dal fatto che si
presentava come un oppositore di quanto c’è di
“continuismo” nel gruppo dirigente locale della
rifondazione. Pensiamo che sia così, anche perché
alcuni dei suoi “soci” nella cordata che doveva
scalzare Antonella Mangia da segretaria (da Maurizio
Salice a Nico Sansone, che si era già proclamato
“indipendente” ma seguiva attivamente
l’operazione), se ne sono già andati dal partito
senza fare troppi danni e senza costruire nulla. Ma
dobbiamo fare qualche considerazione sul perché ha
potuto fare questo per un paio d’anni.
Quando
è arrivato nel partito, Dino De Pascalis è stato
paracadutato subito negli organi dirigenti, senza che si
riflettesse sul fatto che non aveva dato una motivazione
politica pubblica della sua uscita dai DS, dato che
evidentemente era prevalentemente legata alla chiusura
degli spazi alle sue arrampicate, e non a un serio
dissenso politico. È stato fatto subito segretario del
circolo territoriale al posto di Antonio Montillo, che
non fiatò ma si trovò fuori del CPP (furono proprio i
compagni del circolo “Università”, che pure avevano
tante volte polemizzato con lui, a proporre che fosse
cooptato nel CPN).
Gli
si è permesso di spacciarsi per “segretario
cittadino”, mentre era chiaro che non poteva esserlo
dato che rifiutava di riconoscere l’evidenza: a Lecce
città ci sono due circoli e solo un congresso comune
poteva eleggere un CD e un segretario. Il circolo
“università” aveva detto che il segretario
cittadino poteva anche essere lo stesso De Pascalis,
purché vincolato a decisioni prese democraticamente in
un direttivo che rappresentasse le “diverse anime”
del partito in città.
De
Pascalis invece ha usato la sua carica per fare campagna
aperta per l’accodamento ai DS, e durante la difficile
campagna elettorale per le politiche ha boicottato ogni
iniziativa cittadina del PRC, e si è fatto vedere a
spellarsi le mani in prima fila sotto il palco quando
parlavano Maritati e D’Alema. Solo così si spiega lo
scarto enorme tra il voto alla Camera e quello al Senato
in città, assolutamente non spiegabile con il “voto
giovanile” (tanto più che la maggior parte dei
simpatizzanti e degli stessi iscritti al circolo
“Università” oltre a non poter votare al Senato
perché under 25, non potevano farlo neppure alla
Camera a Lecce perché vi lavorano politicamente, ma
sono residenti in comuni fuori collegio o anche fuori
provincia.
Tutti
sapevano cos’era successo, e che non era il frutto
solo dell’ostilità al candidato “troppo di
sinistra”, Antonio Moscato, dato che la stessa cosa si
è verificata a Parabita (circolo diretto da un collega
e “compagno di cordata” di De Pascalis) dove il
candidato del PRC era un altro, e difficilmente
definibile “troppo di sinistra”: era dovuto
all’incomprensione e al rifiuto della scelta del
partito di presentare candidati in tutti i collegi
senatoriali, anche se le possibilità che ne venissero
eletti parecchi
erano minime, data l’infame legge elettorale voluta a
suo tempo proprio dai DS (e che ora hanno pagato anche
loro). Quella scelta era invisa ai DS, ma era giusta,
anzi sacrosanta, ed era uno dei primi atti veramente
rifondativi del PRC rinnovato, che si è espresso poi
nell’ultimo congresso (a cui ridicolmente De Pascalis
si richiama riducendolo all’apertura a chi come lui è
un fautore delle alleanze a tutti costi...). Quella
scelta del PRC voleva dire: non importa se avremo
pochi senatori, dobbiamo presentare la nostra posizione
con chiarezza ovunque, e spiegare che lo scopo di una
campagna elettorale è in primo luogo quello di
conquistare uomini e donne, non solo di avere eletti.
Se la
legge elettorale fosse ancora peggiorata, cancellando
ogni residuo di proporzionale, come volevano i DS (ed
esplicitamente anche Alberto Maritati), il PRC dovrebbe
suicidarsi? O annegarsi in una poltiglia in cui trovano
spazio borghesi come Dini, Rutelli, De Benedetti e tanti
altri aperti nemici dei lavoratori, rinunciando alla
propria identità?
Tutti
sapevano che dietro quell’atteggiamento durante le
elezioni politiche c’era questa divergenza non
esplicitata, ma inequivocabile; tuttavia il gruppo
dirigente della federazione ha chiuso gli occhi, ha
preferito evitare lo “scandalo” di una discussione
aperta su questo. E il medico pietoso ha fatto la piaga
purulenta, fino a quando è scoppiata.
SDi
è preferito invece rischiare di perdere compagni di
antica e provata fede comunista, come Vittorio
Tremolizzo o Angiulino Spagnolo, indignati per la
debolezza manifestata rispetto a quello che uno di loro
definiva scherzosamente il “cavallino di Troia dei
DS”. Pensiamo che quel compagno si sbagliasse, perché
De Pascalis in realtà giocava in proprio, per avere -
grazie alla fragilità del gruppo dirigente del PRC di
Lecce - quel ruolo politico cittadino e provinciale che
non gli era riuscito di conquistare attraverso le
battaglie nei DS, che non si chiamano “partito” ma
sono ancora meglio strutturati di noi anche per quanto
riguarda la selezione dei gruppi dirigenti e
l’autodifesa nei confronti degli arrampicatori senza
principi.
Ma il
fatto è che si è preferito lasciare spazio a lui,
ignorando le proteste e perfino le minacce di non
rinnovare la tessera di qualche validissimo compagno.
Precisiamo, non del circolo “Università”, i cui
militanti hanno sempre tenuto duro nonostante le
discriminazioni subite per anni, e hanno mantenuto la
disciplina nel voto anche quando le scelte fatte
apparivano loro sbagliate e controproducenti. Appunto
come l’alleanza con Maritati.
Alberto
Maritati, già quando si presentò alle elezioni
suppletive per il Senato ed ottenne l’appoggio del PRC
(che non condividevamo) era più che discutibile.
Intervistato dai giornali locali insieme a Casilli e
agli altri due candidati (del centro destra) riuscì a
“non dire una sola cosa di sinistra”: gli chiedevano
che fare per il lavoro, e rispondeva che bisognava
rafforzare la presenza della polizia sul territorio per
assicurare la “sicurezza degli imprenditori”, che
bisognava regolare l’afflusso dei “clandestini”
(come lui e Berlusconi chiamano i migranti, che arrivano
come possono…). Come altri esponenti DS o Rutelli,
riesce a non parlare mai dei lavoratori, ma solo delle
“imprese”. Basta vedere lo scandaloso programma
presentato per le ultime amministrative, che poi
qualcuno nel PRC, non solo De Pascalis, definiva
positivo e condizionato da noi…
Ma
dopo che Maritati è stato eletto senatore, beneficiando
soprattutto di una diffusa opinione favorevole al suo
passato di magistrato, si è lanciato nella politica
nazionale in modo tale da approfondire la divaricazione
rispetto al PRC. Nominato sottosegretario agli Interni,
ha assunto la responsabilità della politica
sull’immigrazione avviata da Sinisi (un altro
personaggio a cui il PRC ha dato il voto, screditandosi)
e portata avanti oggi da Mantovano: centri di detenzione
ribattezzati di “prima accoglienza”, aumento
dell’uso dell’esercito nel blocco delle frontiere
adriatiche, ecc. Maritati
non ha avuto dubbi sulla guerra nei Balcani, ma neppure
su quella iniziata nell’Afghanistan e che finirà
chissà dove, anche se, non essendo più al governo,
avrebbe potuto come altri DS esprimere un dissenso. Non
c’è dubbio che un candidato simile allontana il voto
al PRC dei giovani impegnati contro la guerra e nella
solidarietà con gli immigrati, comunque arrivati nel
nostro paese.
Maritati
per giunta si è espresso nettamente per il si al
referendum per la soppressione definitiva e totale del
maggioritario, che avrebbe ovviamente cancellato il PRC
dalle aule parlamentari. Non è questione marginale. Ora
che la geniale trovata di Segni e Occhetto (realizzata
“per merito” del solo PDS, dato che Mario Segni non
sarebbe stato capace di farlo passare neppure nella sua
Sassari, dove nonostante la tradizione “dinastica”
non è riuscito a essere eletto) ha favorito Berlusconi
e i suoi amici, anche in qualche settore del centro
sinistra c’è qualche modesto accenno a un
ripensamento. Il PRC dovrebbe martellare sempre più sul
ritorno al proporzionale, ricordando i guai provocati
dal maggioritario. Una divergenza su questo terreno
dovrebbe essere dirimente. Invece Maritati è stato
accettato in blocco, come “ottimo candidato
sindaco”, con i risultati visti.
Per
vincere le resistenze nel PRC si è detto che aveva
“accettato le nostre proposte per il programma”: o
era una bugia, o le nostre proposte erano veramente
ridicole , perché quello che è venuto fuori è un
programma in cui non c’era un accenno ai lavoratori;
c’era invece la
truffa di chiamare “bilancio partecipativo”
l’articolazione in circoscrizioni…
Quanto
alla concezione della democrazia di Alberto Maritati, va
detto che è così convinto della bontà del meccanismo
devastante della personalizzazione delle campagne per
sindaci, presidenti di province e regioni, ecc., che
anche in campagna elettorale non ha voluto anticipare e
tanto meno concordare con le forze politiche che lo
sostenevano la composizione delle futura giunta: bastava
dargli il voto, e avrebbe deciso sovranamente lui. I
nomi fatti circolare da indiscrezioni alla stampa
locale, comunque, erano da brivido, almeno per un
comunista…
In
ogni caso tutti i compagni del circolo “università”
che si erano opposti in sede di partito alla scelta di
Maritati, hanno evitato di polemizzare con lui in
campagna elettorale (per questo hanno preferito non
entrare in lista, perché si sarebbero trovati tra il
dilemma di parlare francamente e indebolire la scelta
fatta dal partito (ancorché sbagliata) o di dover
mentire, cosa che per i marxisti, i rivoluzionari (e
tutti i comunisti prima che l’avvicinamento al potere
facesse assumere l’abitudine socialdemocratica a
ingannare le masse di elettori non meno dei borghesi). I
compagni del circolo “Università” hanno ovviamente
votato, per disciplina, la lista del PRC nonostante
l’apparentamento con Maritati (anche perché era
impossibile in pratica il voto disgiunto, che si può
dare solo quando ci sono anche candidati sindaci di
liste marginali). Tuttavia, in molti casi, non sono
riusciti a convincere quell’elettorato giovanile che
da un candidato come Maritati è spinto
all’astensionismo. Un bel problema anche per il
futuro, perché dopo la scissione degli stalinisti
cossuttiani, molti giovani che avevano guardato con
simpatia crescente
al PRC, e avevano soprattutto apprezzato le
posizioni espresse da Bertinotti a Livorno nel gennaio
2001, e poi al V Congresso, si sono allontanati quando
hanno visto l’incoerenza di una direzione locale che
pure aveva votato a favore delle “Tesi di
Bertinotti” (compreso De Pascalis, che al Congresso ha
fatto un intervento in cui pretendeva di essere il
migliore interprete di quella linea). Avevamo osservato
nel commento sul voto a livello nazionale che
l’oscillazione pendolare del PRC tra belle
enunciazioni e una pratica terra terra, in piena
continuità col passato del PCI e del PRC cossuttiano,
fa perdere comunque voti. Mantenere le ambiguità non
paga. E come per l’Ulivo, che crede sia furbo
inseguire la destra sul suo terreno, anche per il PRC il
minimalismo e l’appiattimento sui DS non paga.
Non
ha pagato per i DS, ma neppure per chi di questa
politica si è fatto promotore all’interno del PRC,
come De Pascalis. Egli ha fatto una sua massiccia
campagna elettorale nell’Università in cui è
funzionario (e in cui non ha mai voluto il contatto con
gli studenti e i professori comunisti, se non quando –
ma era ancora DS e dirigente della CGIL – chiamò la
polizia contro di loro quando cercavano di portare una
petizione a D’Alema) ma non ha capito che le persone
che frequenta quotidianamente nell’Università (baroni
e portaborse) sulla base delle briciole di potere
amministrativo di cui dispone in quella sede, non
voterebbero mai per Rifondazione e quindi neanche per
lui, all’interno di una lista del PRC.
P.
S. Alleghiamo qui di seguito il comunicato del CD
del circolo “Università”, scritto a caldo in
risposta all’articolo della “Gazzetta” su De
Pascalis che “ha strappato la tessera”. Alcuni
compagni, di quelli più angosciati per la scelta di De
Pascalis, dato che erano stati responsabili della sua
ascesa nel PRC, e avevano avallato, più o meno a
malincuore, le sue scelte politiche, ci hanno detto
scandalizzati che non era il caso di “portare
all’esterno” una posizione diversa sul voto. “Le
divergenze sulle indicazioni elettorali non vanno
portate fuori del partito, specie dopo il voto”.
L’argomento
è bizzarro. Prima del voto, sarebbe stato grave,
o addirittura un sabotaggio, ma ora perché tacere?
Perché non far sapere che una parte del partito non
aveva condiviso la scelta suicida di accodamento a
Maritati, anche se dopo che la decisione era stata
presa (sia pure con la logica del: “non c’è
alternativa, perché con l’atteggiamento del circolo
territoriale di Lecce una presentazione indipendente non
è praticabile”), aveva deciso di non portarla più
all’esterno per tutto il tempo della campagna
elettorale per non danneggiare il PRC, che è il
nostro partito anche quando fa scelte sbagliate (e
specialmente a Lecce, ne ha fatte tante!). Ma tacere ora
non serve anche perché, oltre a tutto, le divisioni
interne nascoste, rimangono meno dominabili e alla fine
esplodono…
Risposta
alla “Gazzetta del Mezzogiorno”
Meschini
pettegolezzi sull’uscita dal PRC di Dino De Pascalis
La
“Gazzetta” ha dato molto rilievo alla decisione di
Dino De Pascalis di dimettersi dal PRC in seguito
all’insuccesso della coalizione di centro sinistra,
della lista del PRC e suo personale.
Ma lo
ha fatto con molte inesattezze, a cominciare da quella
(banale, ma che rivela superficialità e mancanza di
informazioni elementari), di parlare di “conflittualità
mai risolte ed attriti latenti entro le mura di via
Verona”, ignorando che la sede del PRC non è più in
via Verona da molto tempo.
Ne
elenchiamo di seguito alcune:
1.
Rifondazione sarebbe “il partito che esclude,
il partito delle espulsioni”, si scrive, attribuendo
la frase a imprecisati “vecchi compagni”. Le
espulsioni sono state fatte al tempo della segreteria
Merico, e di quei metodi stalinisti sarebbe meglio
chiedere conto agli attuali dirigenti del PdCI.
Viceversa proprio De Pascalis, appena arrivato dai DS
(senza un documento politico di riflessione e di
distacco) ha trovato fin troppo facile inserimento e
presto anche tolleranza per le molte sue indiscipline.
2.
Dino De Pascalis non è mai stato “segretario
cittadino”, ma solo segretario di uno dei due circoli
di Lecce, e si è presentato come tale solo perché
ha sempre impedito con ogni mezzo che si
convocasse un congresso dei due circoli per eleggere un
direttivo comune e un vero “segretario cittadino”.
3.
Dino De Pascalis ha tanto poco subìto un clima
di esclusione, che nelle ultime elezioni politiche ha
potuto condurre un non troppo sotterraneo boicottaggio
del voto al PRC al Senato (a favore ovviamente di
Maritati), giungendo a disertare iniziative di partito
per partecipare a quelle contemporanee con Maritati e
D’Alema.. Non c’è stata nessuna repressione nei
suoi confronti, ma casomai una tolleranza probabilmente
eccessiva, visti i risultati.
Secondo
la “Gazzetta” questa uscita provocherebbe un
“terremoto” nel PRC provinciale. Non sappiamo perché
e come, data l’esiguità dei consensi raccolti da De
Pascalis in occasione del recentissimo congresso
provinciale (e anche nelle elezioni comunali), ma al
contrario ricordiamo che la sua breve e tumultuosa
permanenza nel PRC di terremoti (anche se piccoli) ne ha
provocati non pochi: col tentativo di fare un paio
d’anni fa una “cordata” senza princìpi contro la
segretaria, e soprattutto con la forzatura che ha
portato ad avere come scelta praticamente obbligata
l’alleanza con Maritati, che molti respingevano,
sapendo che avrebbe fatto perdere sicuramente al PRC una
parte del voto giovanile, dato che Maritati è stato
inventore con Sinisi dei centri di detenzione per
immigrati (detti di “prima accoglienza”), fautore
della guerra e del maggioritario secco, sottosegretario
agli Interni durante l’aggressione poliziesca di
Napoli, sempre senza un minimo ripensamento. Questa
imposizione ha provocato amarezza tra i compagni di
Lecce, che pure hanno evitato ogni polemica pubblica e
votato disciplinatamente in base alle decisioni del
partito, anche se le ritenevano sbagliate, ma ha anche
innescato polemiche aspre in alcuni circoli della
provincia, che rimproveravano l’eccessiva indulgenza
degli organi federali nei confronti di un compagno che
sentivano sostanzialmente estraneo alla tradizione
comunista e rimasto molto vicino, almeno
ideologicamente, ai DS.
Il CD del Circolo
“Università” del PRC