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Scontro nell´Autorità Nazionale Palestinese:
cosa c´è in gioco?
L´Unità del 23 aprile non ha
dubbi. Nello scontro attuale fra Yasser Arafat e
Mahmud Abbas -Abu Mazen- in gioco c´è la scelta
di sempre: riprendere il dialogo con Israele o
proseguire con la "vio-lenza". Secondo
il quotidiano diretto da Furio Colombo, che
riguardo alla Palestina sembra l´inserto italiano
del Jerusalem Post, il giornale israeliano più a
destra, non ci possono essere dubbi: Arafat ha
ingaggiato questo scontro per non perdere "il
potere assoluto". Nessun dubbio per Umberto
De Giovannangeli che in lungo articolo descrive
Abu Mazen come capofila dell´ala di Al-Fatah più
impegnata a "cercare la pace", oggi come
nel 1991 con gli accordi di Oslo.
Secondo il giornale di Colombo, quindi, l´estrema
autodifesa del popolo palestinese sarebbe l´esito
dell´ambiguità che Arafat: "...ha sempre
tenuto nei confronti della violenza come strumento
di pressione negoziale. Un´ambiguità che ha
portato ad una deriva militarista dell´Intifada".
Adeguan-dosi al linguaggio colonialista, oggi in
massimo auge dopo l´occupazione dell´Iraq, si
identifica la lotta di liberazione di un popolo
schiacciato e massacrato con il
"terrorismo". A De Giovannangeli e
Colombo nulla dicono i palestinesi, più di 2000,
assassinati dall´ottobre del 2000 da Israele, di
cui più di 500 sono bambini o ragazzi poco più
che adolescenti, colpevoli di difendersi con le
pietre dai carri armati Merkawa o dai fucili ad
alta precisione in dotazione all´esercito
israeliano. Ma forse questi appunti di carattere
etico sono demodé, in un contesto in cui l´occupazione
del più importante paese mediorientale viene
spacciata come "liberazione", quindi
cerchiamo di capire meglio ciò che in realtà c´è
in gioco ora in Palestina e che De Giovannengeli e
Colombo volutamente occultano ed ignorano.
Non è la prima volta che Arafat riserva delle
sorprese ai suoi "amici"
socialdemocratici. L´episodio più recente è il
No opposto dal leader a Camp David nel maggio del
2000 ai piani di Barak e Clin-ton che erano
semplicemente una ratifica dello status quo sul
campo: divisione territoriale in decine di
bantustans di una percentuale pari a meno del 22%
della Palestina storica. L´accettazione da par-te
palestinese, con gli accordi di Oslo, dei confini
del giugno 1967, ha significato di fatto
riconosce-re lo stato d´Israele, rinuncia
fattuale al rientro dei profughi (circa 3 milioni
di persone). Ha signifi-cato, per Arafat,
alienarsi per anni il consenso popolare a favore
dei gruppi dell´Islàm politico, Ha-mas e Al
jihad al Islami, che dal 1996 al 2000 sono stati
gli unici ad opporsi all´occupazione milita-re di
Gaza e Cisgiordania che continuava in barba a
tutti gli accordi sottoscritti. Impegni che fin da
subito furono disattesi da Israele e non dai
palestinesi.
E´ bene ricordare un altro particolare: dal 1994
al 2000, gli anni della "tregua", la
corruzione nell´amministrazione palestinese è
stata altissima e molti esponenti dell´Anp
(Autorità Nazionale Palestinese), fra cui Abu
Mazen, Abed Rabbo, Mohammed Dahlan, Nabil Shaaht,
Saeb Erekat, tutti ministri e sottoministri con
tanto di portafoglio, erano talmente invisi alla
popolazione da rischiare di non essere rieletti al
parlamento, ovviamente in favore di Hamas e Al
jihad al Islami.Lo scoppio della seconda Intifada,
nel settembre/ottobre 2000, ha fatto emergere una
nuova leadership che, pur non delegittimando
esplicitamente l´amministrazione dell´Anp, ha
sempre posto dei limiti ben pre-cisi alla corsa al
compromesso a qualsiasi costo.
Barak ha represso l´Intifada in modo brutale, fin
da subito. In questo senso, secondo Colombo e De
Giovannangeli, Arafat avrebbe commesso l´"errore"
di non usare la "sua" polizia per
reprimere le manifestazioni contro l´esercito, i
blocchi delle città palestinesi (veri e propri
assedi), la distruzione di case e coltivazioni con
l´accusa di "terrorismo".
Marwan Barghouti, il leader di Tanzim
("organizzazione"), e segretario di Al
Fatah in Cisgiordania, è stato arrestato dagli
israeliani il 15 aprile del 2002, con l´accusa di
"terrorismo". In realtà Marwan
Barghouti è colpevole di aver usato le poche armi
leggere a disposizione per difendere la sua gente
dal massacro. Mentre Mohammed Dahlan, dirigente
dei servizi di sicurezza palestinesi di Gaza, nel
dicembre 2001 ha represso nel sangue, 10 morti e
centinaia di arresti, una protesta contro l´arresto
del leader di Hamas, lo sceicco Yassin, e per
questo viene indicato da Israele, Stati Uniti,
Comunità Europea ed Egitto come "il miglior
ministro degli interni possibile".
Lo scontro in atto nell´Anp ha origine non dalla
volontà di Arafat di "non perdere il potere
assolu-to", che ormai da anni non ha più, ma
dalla volontà dichiarata di Abu Mazen di porre
fine all´Intifada, cioè all´autodifesa del
popolo palestinese. Arafat non ha mai avallato gli
attacchi suici-di, ma non ha commesso l´errore di
metterli sullo stesso piano della brutalità dell´aggressore.
La ri-chiesta di Abu Mazen di sciogliere le
Brigate dei martiri di Al Aqsa, che non hanno
nulla a che ve-dere con l´Islàm politico, è
inaccettabile perché, come ha previsto Arafat, ciò
porterebbe i palestine-si sull´orlo di una guerra
civile.
Ora che, inoltre, a Baghdad si è insediato il
"governatore civile" Jai Garner, grande
amico di Sharon e grande sostenitore delle sue
Roads maps,* Israele si sente con le spalle ancora
più coperte che in passato. La frattura nel mondo
arabo è verticale e di difficile gestione, non
solo per Usa e Gran Bre-tagna, ma anche e
soprattutto per i leaders arabi moderati che, dopo
aver avallato la distruzione dell´Iraq, ora
chiedono alle truppe d´occupazione di andarsene
prima possibile: prima che i loro pa-esi
esplodano. Questa esplosione potrebbe, ancora una
volta, passare attraverso la Palestina se Ara-fat
fosse costretto dalle pressioni esterne ed interne
a cedere alla volontà di Abu Mazen.
Coloro che oggi invocano la ragionevolezza di Abu
Mazen contro la rigidità di Arafat dimenticano,
inoltre, in quali condizioni Arafat ha dovuto
nominare Abu Mazen come primo ministro. Assedio
feroce di tutta la Cisgiordania, aggressione
continua a Gaza: 110 morti nelle tre settimane di
aggres-sione all´Iraq (fra cui due ragazzi dell´International
Solidarity Movement ed uno ancora in coma, sui
quali nessun ministro britannico o statunitense ha
trovato qualcosa da dire), oltre trenta morti in
Cisgiordania, con l´ennesima esecuzione di un
giornalista a Nablus, centrato mentre dalla sua
casa cercava di riprendere i ragazzi palestinesi
che lanciavano pietre contro i carri armati che
risponde-vano col fuoco... In queste condizioni
Arafat ha "scelto" il candidato che
ormai da mesi Stati Uniti, Europa ed Israele
indicavano come la persona più indicata a
rilanciare il "rinnovamento" dell´Anp.
Peccato che per i palestinesi, che per anni hanno
verificato l´"innovazione" di Abu
Mazen, egli non rappresenti, invece, che la punta
di diamante di quella burocrazia corrotta che è
entrata in crisi nel 2000 con la seconda Intifada.
Coloro che oggi pensano che occorra far pressione
ancora una volta su Arafat, come se qualcuno
avesse mai fatto pressione su Israele, dovrebbero
sapere che le roads maps sono un significativo
passo indietro rispetto anche alla divisione del
1993. Perché non chiedere ad Israele di
rinunciare alla costruzione del Muro, che taglia
da sud a nord la Cisgiordania, divide villaggi ed
anche case, e lo smantellamento delle colonie?
Sharon ha già da tempo detto che non intende
discutere sulla di-screzionalità del concetto di
"sicurezza". Ciò significa solo che le
colonie non sono messe in discus-sione, tranne
alcune insignificanti.
De Giovannangeli aggiunge che Abu Mazen non è
Karzai (l´attuale primo ministro afgano imposto
dagli imperialisti dopo la caduta dei talebani).
Ed è vero. Ma è proprio questo a rendere più
tristi. Sembra che uno dei primi atti del futuro
governo "iracheno" diretto da Ahmad
Chalabi, un quisling che negli anni dell´esilio
statunitense si è arricchito con traffici
illeciti (e di cui persino Vittorio Zucconi ha
detto: "Gli Stati Uniti avrebbero potuto
scegliere meglio..."), sarà il
riconoscimento di Israele e la firma di un
trattato di pace con esso. Se Abu Mazen accetterà
i diktat israeliani sulle ro-ads maps e imporrà
la fine dell´Intifada, non sappiamo con quali
mezzi ma possiamo facilmente immaginarlo, si
troverà schiacciato e con le spalle al muro.
Arafat ancora una volta ha avuto il fiuto politico
di rimettersi in sintonia con il suo popolo, che
no-nostante la tragedia infinita che sta vivendo
difficilmente rinuncerà alla propria dignità. Se
avesse voluto farlo lo avrebbe già fatto.
Infine, ma non da ultimo, ciò a cui i Colombo e i
De Giovannangeli non pensano, è la vera
sicurez-za del popolo israeliano: quale sicurezza
porterebbe agli israeliani una resa incondizionata
dei pale-stinesi? Nessuna. Il passato recente ha
già dimostrato che l´umiliazione rende ciechi di
odio proprio coloro che quell´umiliazione
subiscono. Se Israele non riconoscerà le sue
responsabilità nella spo-liazione del popolo
palestinese e nella sua espulsione, e non sarà
disposto a fare una pace fra uguali, nessuno sarà
più in grado di gestire e arginare la
disperazione.
Ipotizzare un cambiamento della politica di
Israele è un´utopia? Forse, ma necessaria. Non
per un mondo migliore, ma semplicemente per un
mondo vivibile.
Cinzia Nachira (23 aprile 2003)
· Road maps: il termine viene usato
per definire il "piano di pace"
annunciato all´inizio della guerra in Iraq dal
cosiddeto "Quartetto" (USA, Russia, UE e
ONU), ma mantenuto segreto per volontà degli
Stati Uniti fino a quando sarà formato un nuovo
governo palestinese ... di-sposto ad accettare
qualsiasi condizione!
Post scriptum. Nella notte tra il 23 ed il
24 aprile Yasser Arafat e Abu Mazen hanno trovato
un "ac-cordo", cioé Arafat ha ceduto
alle pressioni: Abu Mazen sarà ministro degli
interni, mentre Mo-hammed Dahlan sarà
responsabile dei "servizi di sicurezza".
In cambio, sembra, che Arafat ottenga libertà di
movimento a Gaza e in Cisgiordania. Libertà che
gli è negata sin dall´assedio al suo quar-tier
generale di Ramallah, da oltre un anno.
Non possiamo prevedere gli effetti di questo
accordo, ma l´attentato suicida che la mattina
del 24 aprile, a nord di Tel Aviv, ha provocato la
morte dell´attentatore e di un addetto alla
sicurezza della stazione ferroviaria presa di
mira, e il ferimento di circa 15 persone, sembra
confermare i timori già espressi.
Sicuramente, ora, in tanti si precipiteranno a
dire che i "palestinesi non vogliono la
pace". Ancora una volta la disperazione di
chi vive in campi profughi assediati (come il
giovane palestinese autore dell´attentato del 24
aprile, che proveniva dal campo di Balata, presso
Nablus), verrà spiegata come "atavica"
tendenza palestinese alla "violenza".
Noi, invece, ci sforzeremo ancora di capire e non
ci limiteremo a giudicare. (c. n. 24 aprile 2003)
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