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Stravecchia (e di
paternità incerta) questa è la
definizione icastica dell'Acquedotto
Pugliese: "Opera ciclopica che da
quando esiste ha dato molto più da
mangiare che da bere". Sembra che
a inventarla, inizio anni '60, sia
stato l'allora direttore del
"Corriere della Sera", Mario
Missiroli, che dietro l'aria da
gentiluomo ottocentesco era una
vipera. Mezzo secolo dopo,
all'Acquedotto Pugliese la situazione
non è cambiata granché. Ne sanno
qualcosa le centinaia di persone, per
lo più madri di famiglia, che da tre
settimane assediano il Comune di Bari,
città che ospita, in un palazzone di
marmo bianco e stile vagamente
romanico, gli uffici dell'Acquedotto.
Arrivano alle 7 di mattina armate di
secchi e damigiane e attaccano una
litania da Terzo mondo: non si cucina,
non ci si lava, non si va al bagno.
L'acqua non c'è e quando c'è si
ferma al primo piano dei palazzi.
Gli assedianti sono l'avanguardia di
un esercito di 4 milioni e mezzo di
cittadini pugliesi sui quali sta per
abbattersi una calamità biblica:
intorno all'Epifania, giorno più se
continua a nevicare giorno meno se
smette, l'acquedotto resterà a secco.
Cosa certificata dal governatore della
Regione, Raffaele Fitto (ex dc passato
a Forza Italia) che il 19 dicembre ha
annunciato con pubblico proclama: c'è
acqua per 22 giorni, poi la Protezione
Civile porterà con le autobotti
quanto serve a farvi cucinare.
Scordatevi di lavare anche i piatti. E
figuriamoci il resto.
Le coltivazioni del Foggiano e le
serre della Capitanata sono destinate
alla rovina; il Salento farà un altro
passo verso la desertificazione
(prevista tra 20 anni); si bloccherà
l'acciaieria di Taranto dove i
prodotti degli altiforni vengono
raffreddati con l'acqua potabile (600
mila litri al giorno). E addio
turisti. All'alba del terzo millennio
una regione benedetta da Dio, bella e
intraprendente, muore per mancanza
d'acqua pur essendo servita
dall'acquedotto più grande e
ramificato d'Europa.
Andiamolo a vedere questo celeberrimo
acquedotto senz'acqua. Facciamo un
viaggio nelle inefficienze sue e in
quelle prodotte da una sottopolitica
miope e stracciona. Elenchiamo
protagonisti e comprimari di una
catastrofe prossima ventura. Senza
dimenticare che intorno all'acqua si
combattono battaglie industriali e
finanziarie identiche a quelle
combattute per il petrolio: se questo
è l'oro nero, quella è il platino
bianco.
Il viaggio comincia su una montagna
aspra e bellissima in provincia di
Avellino. Lì da una roccia esce un
gran fiotto d'acqua che forma il fiume
Sele. Cento anni fa alla roccia è
stata messa la mordacchia e l'acqua
incanalata in una galleria lunga 244
chilometri che attraversa l'Appennino
e sbuca in Puglia. Su un'altra
montagna della Basilicata, una enorme
polla forma l'invaso del Pertusillo.
Catturato anche lui. L'Acquedotto
Pugliese nasce qui e vive lungo 23
mila chilometri di tubi (la lunghezza
della rete ferroviaria italiana) che
distribuiscono 20 mila litri d'acqua
al secondo. Prima sorpresa: dalle
fonti, di acqua ne esce il doppio. Ma
in cento anni non si è fatta
manutenzione e le tubature perdono. O
collassano come la galleria, che il 2
gennaio '99 è crollata per un tratto.
Spostiamoci nel palazzone di Bari,
cuore e cervello dell'Acquedotto. Qui
i problemi tecnici e di efficienza
cedono il passo alla gestione pura del
potere, al clientelismo, alla
sottopolitica, all'allegra commistione
pubblico-privato. Qui regna e governa,
come amministratore unico nominato da
Romano Prodi nel '97 (l'Acquedotto è
del Tesoro) l'avvocato Lorenzo
Pallesi, fiorentino di 64 anni un po'
vanesio. Infatti ha tre uffici stampa,
uno dei quali impegnato a curare
esclusivamente la sua immagine, che
all'Acquedotto costano 300 milioni
l'anno. Pallesi è anche appassionato
di automobili sportive (l'ultima è
una Ferrari, la penultima una Porsche)
è gran frequentatore di salotti e
gran lobbista amico del presidente
Ciampi, di D'Alema e Gianni Letta.
Come re è assente; si fa vedere non
più di otto-dieci giorni al mese,
essendo molto occupato: c'è stato un
periodo in cui amministrava
contemporaneamente tre aziende, tra
cui l'Enciclopedia Treccani.
Pallesi sa due cose: l'Acquedotto è
la più grande impresa pugliese con
2.300 dipendenti, un indotto di 10
mila persone, un fatturato di 700
miliardi. Secondo: chi ha in mano
l'acquedotto ha in mano la Regione;
chiunque, politico, imprenditore,
supplicante, deve bussare lì.
Ultimamente hanno bussato in 400,
un'assunzione in massa come non si
vedeva da anni. Quasi tutti
amministrativi. Al termine
dell'imbarcata ha bussato anche la
Finanza, ma non è successo niente. I
militari non si sono neppure accorti
che non c'era il direttore generale,
Bruno Spagnuolo. Fa il commercialista
con poderoso studio a Napoli e lavora
all'Acquedotto tre giorni la settimana
(lo scarrozza su e giù una macchina
dell'acquedotto con autista). Anche il
direttore amministrativo, Nicola
Notarnicola, è commercialista con due
studi privati, uno a Bari. Lui si vede
più spesso.
Tutti costoro, Pallesi in testa, hanno
appena tirato un sospiro di sollievo
per aver vinto una battaglia campale
contro l'Enel di Franco Tatò. È
andata così. Sotto la regia
dell'allora presidente del Consiglio,
Massimo D'Alema (ministro del Tesoro
Giuliano Amato), il 3 settembre 1999
il Tesoro annuncia la vendita
dell'Acquedotto all'Enel, che ha
fiutato un magnifico affare: è
disposto a pagare 936 miliardi e
accollarsi 531 miliardi di debiti. In
più Tatò promette 5.700 miliardi di
investimenti in quattro anni. Il primo
a fiutare il pericolo e a gridare
"allo scippo" (come se il
Tesoro, proprietario dell'Acquedotto,
fosse di proprietà della Puglia) è
Fitto, spalleggiato da Alleanza
nazionale. Pallesi, invece, si
dichiara «più che soddisfatto della
decisione». Per questo gli piovono
addosso 60 interrogazioni
parlamentari, otto denunce alla
Procura, l'ostilità aperta della
Regione. Quando anche lui si rende
conto che il nuovo padrone lo farà
saltare in mezza giornata, inizia un
fuoco di sbarramento: si allea con
Fitto, assume gente, crea società,
spezzetta la gestione con una infinità
di appalti affidati a 86 società.
La manfrina dura 26 mesi; a metà
novembre scorso Tatò dichiara di non
volerne più sapere. Fitto si presenta
ai cittadini come il difensore di un
bene che stava per essere rubato, anzi
scippato. Pallesi ha salvato la
poltrona (per adesso, scade comunque
il prossimo aprile). L'Acquedotto
Pugliese ha perso la sua occasione
storica: dove lo trova un altro
imprenditore disposto a investire sui
tubi bucati e le gallerie che crollano
quasi 6 mila miliardi?
Tutto questo naturalmente non ha
niente a che vedere col fatto che
entro gennaio la Puglia diventerà un
caso europeo e i 15 sghignazzeranno
quanto hanno voglia sul grande
acquedotto senz'acqua. Dove però
qualche idea ce l'hanno: andare a
prendere l'acqua in Albania e portarla
in Puglia (vedi riquadro a pag. 51).
Ma non sarebbe più semplice turare i
buchi nell'acquedotto? Facile a dirsi.
Questa sarebbe industria. L'altra, e
da sempre, è politica.
10.01.2002
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