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   Attualità:
 
 • Grandi opere allo sbando.
 

L'ACQUEDOTTO PUGLIESE:


E ora, a chi la date a bere?
Gallerie che collassano. Tubature che perdono. Cattiva gestione. Risultato: fra poche settimane un'intera regione rischia di rimanere a secco. E centinaia di persone sono già scese in piazza...

di Roberto Fabiani

Stravecchia (e di paternità incerta) questa è la definizione icastica dell'Acquedotto Pugliese: "Opera ciclopica che da quando esiste ha dato molto più da mangiare che da bere". Sembra che a inventarla, inizio anni '60, sia stato l'allora direttore del "Corriere della Sera", Mario Missiroli, che dietro l'aria da gentiluomo ottocentesco era una vipera. Mezzo secolo dopo, all'Acquedotto Pugliese la situazione non è cambiata granché. Ne sanno qualcosa le centinaia di persone, per lo più madri di famiglia, che da tre settimane assediano il Comune di Bari, città che ospita, in un palazzone di marmo bianco e stile vagamente romanico, gli uffici dell'Acquedotto. Arrivano alle 7 di mattina armate di secchi e damigiane e attaccano una litania da Terzo mondo: non si cucina, non ci si lava, non si va al bagno. L'acqua non c'è e quando c'è si ferma al primo piano dei palazzi.

Gli assedianti sono l'avanguardia di un esercito di 4 milioni e mezzo di cittadini pugliesi sui quali sta per abbattersi una calamità biblica: intorno all'Epifania, giorno più se continua a nevicare giorno meno se smette, l'acquedotto resterà a secco. Cosa certificata dal governatore della Regione, Raffaele Fitto (ex dc passato a Forza Italia) che il 19 dicembre ha annunciato con pubblico proclama: c'è acqua per 22 giorni, poi la Protezione Civile porterà con le autobotti quanto serve a farvi cucinare. Scordatevi di lavare anche i piatti. E figuriamoci il resto.

Le coltivazioni del Foggiano e le serre della Capitanata sono destinate alla rovina; il Salento farà un altro passo verso la desertificazione (prevista tra 20 anni); si bloccherà l'acciaieria di Taranto dove i prodotti degli altiforni vengono raffreddati con l'acqua potabile (600 mila litri al giorno). E addio turisti. All'alba del terzo millennio una regione benedetta da Dio, bella e intraprendente, muore per mancanza d'acqua pur essendo servita dall'acquedotto più grande e ramificato d'Europa.

Andiamolo a vedere questo celeberrimo acquedotto senz'acqua. Facciamo un viaggio nelle inefficienze sue e in quelle prodotte da una sottopolitica miope e stracciona. Elenchiamo protagonisti e comprimari di una catastrofe prossima ventura. Senza dimenticare che intorno all'acqua si combattono battaglie industriali e finanziarie identiche a quelle combattute per il petrolio: se questo è l'oro nero, quella è il platino bianco.



Il viaggio comincia su una montagna aspra e bellissima in provincia di Avellino. Lì da una roccia esce un gran fiotto d'acqua che forma il fiume Sele. Cento anni fa alla roccia è stata messa la mordacchia e l'acqua incanalata in una galleria lunga 244 chilometri che attraversa l'Appennino e sbuca in Puglia. Su un'altra montagna della Basilicata, una enorme polla forma l'invaso del Pertusillo. Catturato anche lui. L'Acquedotto Pugliese nasce qui e vive lungo 23 mila chilometri di tubi (la lunghezza della rete ferroviaria italiana) che distribuiscono 20 mila litri d'acqua al secondo. Prima sorpresa: dalle fonti, di acqua ne esce il doppio. Ma in cento anni non si è fatta manutenzione e le tubature perdono. O collassano come la galleria, che il 2 gennaio '99 è crollata per un tratto.

Spostiamoci nel palazzone di Bari, cuore e cervello dell'Acquedotto. Qui i problemi tecnici e di efficienza cedono il passo alla gestione pura del potere, al clientelismo, alla sottopolitica, all'allegra commistione pubblico-privato. Qui regna e governa, come amministratore unico nominato da Romano Prodi nel '97 (l'Acquedotto è del Tesoro) l'avvocato Lorenzo Pallesi, fiorentino di 64 anni un po' vanesio. Infatti ha tre uffici stampa, uno dei quali impegnato a curare esclusivamente la sua immagine, che all'Acquedotto costano 300 milioni l'anno. Pallesi è anche appassionato di automobili sportive (l'ultima è una Ferrari, la penultima una Porsche) è gran frequentatore di salotti e gran lobbista amico del presidente Ciampi, di D'Alema e Gianni Letta. Come re è assente; si fa vedere non più di otto-dieci giorni al mese, essendo molto occupato: c'è stato un periodo in cui amministrava contemporaneamente tre aziende, tra cui l'Enciclopedia Treccani.

Pallesi sa due cose: l'Acquedotto è la più grande impresa pugliese con 2.300 dipendenti, un indotto di 10 mila persone, un fatturato di 700 miliardi. Secondo: chi ha in mano l'acquedotto ha in mano la Regione; chiunque, politico, imprenditore, supplicante, deve bussare lì. Ultimamente hanno bussato in 400, un'assunzione in massa come non si vedeva da anni. Quasi tutti amministrativi. Al termine dell'imbarcata ha bussato anche la Finanza, ma non è successo niente. I militari non si sono neppure accorti che non c'era il direttore generale, Bruno Spagnuolo. Fa il commercialista con poderoso studio a Napoli e lavora all'Acquedotto tre giorni la settimana (lo scarrozza su e giù una macchina dell'acquedotto con autista). Anche il direttore amministrativo, Nicola Notarnicola, è commercialista con due studi privati, uno a Bari. Lui si vede più spesso.

Tutti costoro, Pallesi in testa, hanno appena tirato un sospiro di sollievo per aver vinto una battaglia campale contro l'Enel di Franco Tatò. È andata così. Sotto la regia dell'allora presidente del Consiglio, Massimo D'Alema (ministro del Tesoro Giuliano Amato), il 3 settembre 1999 il Tesoro annuncia la vendita dell'Acquedotto all'Enel, che ha fiutato un magnifico affare: è disposto a pagare 936 miliardi e accollarsi 531 miliardi di debiti. In più Tatò promette 5.700 miliardi di investimenti in quattro anni. Il primo a fiutare il pericolo e a gridare "allo scippo" (come se il Tesoro, proprietario dell'Acquedotto, fosse di proprietà della Puglia) è Fitto, spalleggiato da Alleanza nazionale. Pallesi, invece, si dichiara «più che soddisfatto della decisione». Per questo gli piovono addosso 60 interrogazioni parlamentari, otto denunce alla Procura, l'ostilità aperta della Regione. Quando anche lui si rende conto che il nuovo padrone lo farà saltare in mezza giornata, inizia un fuoco di sbarramento: si allea con Fitto, assume gente, crea società, spezzetta la gestione con una infinità di appalti affidati a 86 società.



La manfrina dura 26 mesi; a metà novembre scorso Tatò dichiara di non volerne più sapere. Fitto si presenta ai cittadini come il difensore di un bene che stava per essere rubato, anzi scippato. Pallesi ha salvato la poltrona (per adesso, scade comunque il prossimo aprile). L'Acquedotto Pugliese ha perso la sua occasione storica: dove lo trova un altro imprenditore disposto a investire sui tubi bucati e le gallerie che crollano quasi 6 mila miliardi?

Tutto questo naturalmente non ha niente a che vedere col fatto che entro gennaio la Puglia diventerà un caso europeo e i 15 sghignazzeranno quanto hanno voglia sul grande acquedotto senz'acqua. Dove però qualche idea ce l'hanno: andare a prendere l'acqua in Albania e portarla in Puglia (vedi riquadro a pag. 51). Ma non sarebbe più semplice turare i buchi nell'acquedotto? Facile a dirsi. Questa sarebbe industria. L'altra, e da sempre, è politica.

10.01.2002

 

"Se quest'ombre v'han noiato, dite (e tutto è rimediato) che, in un sonno pien di larve, tal visione qui v'apparve. Noi farem, scusati, ammenda".    ( W. Shakespeare )

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