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   Arafat stretto nella morsa.
 
 • Di Michel Warschawski.
ARAFAT STRETTO NELLA MORSA
TRA L'AGGRESSORE ISRAELIANO
E L'OPINIONE PUBBLICA PALESTINESE


di Michel Warschawski
[Giornalista israeliano, collaboratore del Centro di informazione
alternativa (AIC), ha pubblicato di recente in francese: Israël-Palestine,
le de'fi binational (Israele-Palestina, la sfida binazionale), coll. La
Discorde, Parigi, 2001]

Di ritorno dalla trattative di Camp David, Yasser Arafat e' stato accolto
come un eroe; era riuscito a resistere bene alle pressioni combinate di Ehud
Barak e di Bill Clinton. Tutti coloro che, sulla scena politica palestinese
ma soprattutto in certa sinistra per il mondo, avevano pronosticato che il
"Vecchio" avrebbe accettato di capitolare ai diktat americani e ingoiato i
Banthustan che Barak voleva imporgli, sono stati smentiti. Non foss'altro
che per il fatto di dovere tenere conto dell'opinione pubblica palestinese e
non del libretto d'assegni israeliano o americano, Yasser Arafat non potra'
essere l'Anton Lahad dei palestinesi [A. Lahad: era il capo delle forze di
supplemento di Israele nel Libano del Sud]. E' quanto non erano riusciti a
capire ne' Clinton ne' Barak, acciecati dalla loro mentalita' imperialista e
coloniale: di qui la loro sorpresa e la loro collera contro chi ha osato
rispondere "No".
Quando, qualche mese dopo, sono ripresi gli incontri, il presidente e l'
Autorita' Palestinese (AP) godevano dell'appoggio dell'intera societa'
palestinese, nonche' di tutte le frazioni politiche. Anche chi non aveva
risparmiato critiche sia al modo in cui il presidente dell'OLP aveva
condotto le trattative, sia ai sistemi di gestione dell'AP, era disposto a
concedere un'altra occasione ad Arafat. Mentre i capi locali e nazionali
delle varie organizzazioni politiche palestinesi emergevano in primo piano
ai danni di quel che resta della vecchia guardia, dei ministri e dei quadri
dell'AP, il presidente si trovava di nuovo all'apice del proprio prestigio.
A un anno di distanza, la situazione sta cambiando.

L'Autorita' Palestinese destabilizzata

Per oltre un anno, il governo israeliano ha fatto di tutto pur di
destabilizzare Yasser Arafat: il blocco economico e la quasi completa
interruzione di qualsiasi collaborazione amministrativa con l'AP
(indispensabile per i vari permessi imposti alla popolazione palestinese
dall'esercito d'occupazione) miravano sicuramente a spingere la popolazione
civile a vacillare e ad accettare i diktat politici israeliani, ma anche a
svuotare di qualsiasi contenuto l'AP, rendendola incapace di gestire la vita
quotidiana sotto la propria responsabilita'. Analogamente, i bombardamenti e
gli assassini extragiudiziali sono prevalentemente rivolti a bersagli vicini
al presidente dell'AP, per spingerlo allo scontro o delegittimarlo agli
occhi della sua stessa opinione pubblica.
Questo significa forse che il governo israeliano ha deciso di porre fine al
potere di Arafat? Il peggio e' che non si puo' neppure rispondere
affermativamente a questa domanda. Certo, vi sono ministri che non
nascondono che, per loro, Arafat va liquidato e che vedrebbero di buon
occhio la sua sostituzione con...Hammas. Cosi' - pensano stupidamente - le
cose sarebbero chiare e la comunita' internazionale si collocherebbe di
nuovo completamente al fianco di Israele, soprattutto dopo l'11 settembre.
Lo Stato maggiore dell'esercito sembra condividere una concezione del
genere, o perlomeno si comporta come se la caduta di Arafat fosse uno dei
suoi obiettivi strategici, per farlo sostituire da una "direzione piu'
pragmatica", cioe' piu' recettiva rispetto alle pressioni israeliane.
Quanto ad Arie Sharon, dichiara ogni due giorni che Arafat non e' un
interlocutore e che, di fatto, e' un altro Ben Laden, il che starebbe ad
indicare che egli adotta le posizioni dell'estrema destra e dei vertici
militari. Eppure, Sharon non puo' permettersi di prendersela direttamente
con il capo dell'AP, visto che sembra che gli americani abbiano posto un
veto chiaro e netto all'assassinio di Yasser Arafat o a misure che
conducessero direttamente alla sua caduta.
Simon Peres e soprattutto i Servizi di Sicurezza  si oppongono quindi
categoricamente a tutto cio' che potrebbe contribuire alla caduta di Arafat.
Per loro, egli resto il solo ed unico garante di un minimo di stabilita' e
del controllo delle iniziative di resistenza all'occupazione israeliana; se,
come riporta Haaretz, "la situazione e' brutta, dopo Arafat sara'
catastrofica" (15 novembre 2001).
Indipendentemente dall'atteggiamento verso Arafat, la politica portata
avanti da un anno a questa parte dai governi israeliani destabilizza sempre
piu' l'AP.

Ascesa di una "nuova guardia"

In un articolo di prossima pubblicazione in The Foreign Affairs, ampiamente
ripreso da Akiva Eldar in Haaretz (15 novembre 2001), il sociologo Khalil
Shkaki, direttore del Centro Sondaggi Palestinese, mette in guardia gli
israeliani che - come ad esempio gli "esperti" del Secondo Ufficio - pensano
di far sostituire Arafat da quella che egli chiama la "vecchia guardia".,
Abu Mazen, Abu Ala e Nabil Shaath, noti per le loro posizioni moderate, i
loro eccellenti rapporti con i paesi occidentali e il loro ruolo essenziale
nelle trattative con Israele. "Non sono loro che sostituiranno Arafat, ma
una nuova coalizione tra la 'giovane guardi' nazionalista ('the new gard') e
gli estremisti islamici. Sono loro che, nell'anno passato, si sono
conquistati il rispetto del popolo, identificandosi con gli scontri militari
con l'occupante. Il fatto che Israele li abbia spesso presi personalmente di
mira come bersagli della sua politica di assassinii deliberati non fa che
rafforzarne la popolarita': il segretario generale di Al Fatah, Marwan Al
Barghuti, evidentemente, ma anche Sami Abu-Samahadana di Rafah, Hussam
Khader di Naplus e Atef Abayat di Betlemme" assassinato di recente dagli
israeliani. A queste figure politiche si aggiungeranno - sempre secondo
Shkaki - i capi dei servizi di informazione palestinesi, Muhammad Dahlan e
Jibril Rajub; "la stessa esistenza della vecchia guardia dipende
completamente dalla legittimita' che Arafat le prodiga. La nuova guardia,
invece, pur riconoscendo l'autorita' di Arafat, non dipende da questa [...]"
.
I sondaggi resi pubblici dal Centro Sondaggi Palestinese sono eloquenti:
soltanto l'11% dei palestinesi dichiara di credere ancora nel processo
negoziale, e l'86% (contro il 56% di un anno fa) sostiene l'idea di una
insurrezione armata; la popolarita' di Arafat e' calata del 30% a partire da
Camp David; per la prima volta il numero dei palestinesi che dichiarano di
identificarsi con il blocco   islamiste e - leggermente - superiore a quello
dei sostenitori del Fatah di Yasser Arafat.
La conclusione che Shkaki ricava da questi sondaggi e' priva di qualsiasi
ambiguita': "Arafat e la vecchia guardia non possono in alcun caso
promettere un 'cessate il fuoco' completo; non hanno i mezzi per imporlo. L'
AP ha perso il monopolio militare, la strada ne rimette in discussione la
legittimita' e si oppone a qualsiasi tentativo di forzare la mano alla
giovane guardia e alle correnti islamiste".
Se si vuole una conferma per questa analisi, bastava guardare in televisione
le migliaia di palestinesi di Genina che esprimevano la propria collera dopo
l'arresto, ad opera della polizia palestinese e su richiesta degli
americani, del dirigente della jihad islamica, Mahmud Tualba. Questa volta,
i manifestanti non hanno esitato ad aggredire i poliziotti palestinesi e a
gridare ingiurie contro il presidente dell'AP. Come spiega Ghassan el
Khatib, direttore di Jerusalem Media and Communication Center: "Arafat e'
troppo indebolito dalle pressioni esercitate a Israele, dagli USA e dall'
Europa , per fermare i militanti dell'Intifada, mentre parallelamente
Israele continua la propria politica di assassinii mirati  e di punizione
collettiva dell'insieme della popolazione palestinese".
Arafat, dunque, manovra tra le pressioni popolari e quelle
israelo-americane. Ma si sbagliano i dirigenti israeliani se credono che il
fondatore di Al Fatah sia disposto ad assumersi il rischio di apparire come
l'Anton Lahad dei palestinesi o di provocare una guerra civile. Sembra che
Sharon lo capisca, e non ne sia scontento: soltanto "il blocco totale" della
violenza consentirebbe per lui il ritorno al tavolo delle trattative; ma
tutti sanno che il primo ministro israeliano non vuole assolutamente che le
trattative riprendano. Risultato: Sharon non vuole il cessate il fuoco,
Arafat non lo puo' imporre, e quindi gli scontri sono destinati a protrarsi,
finche' la comunita' internazionale non decida alla fine di imporre a
Israele di interrompere la violenza e di riprendere i negoziati. (Da
Inprecor, n. 465, dicembre 2001)


DIO, COME SONO SANTE QUESTE GUERRE!
di Daniel Bensaid e Willy Pelletier


[Daniel Bensaid - Docente all'Universita' Paris-VIII, Daniel Bensaïd e'
filosofo. E' dirigente della Ligue communiste re'volutionnaire (trotzkista),
di cui e' considerato il teorico. E' firmatario dell'Appello, detto dei 113,
contro "la crociata imperialista"]

Willy Pelletier - Sociologo (Universita' di Piccardia), Willy Pelletier e'
il coautore della pubblicazione della Fondazione Copernico: "Medef: la
rifondazione antisociale".

Forse il nuovo secolo ha avuto veramente inizio l'11 settembre. Ma,
contrariamente a Jean Baudrillard, che vede negli attentati dell'11 "un
evento assoluto" (Le Monde del 3 novembre scorso), Balzac afferma in "Ce'sar
Birotteau" che "gli eventi non sono mai assoluti". Soltanto il miracolo e'
l'evento assoluto. Non appartiene alla storia, bensi' alla teologia.
L'evento secondo Baudrillard e' proprio miracoloso tanto da "sfidare
qualsiasi forma di interpretazione". Ma in un mondo prosaico e profano,
l'evento ha un prima e un dopo. Si inscrive in una trama di condizioni e
circostanze logiche.
L'insensatezza stessa ha le proprie ragioni. Sarebbe rassicurarsi a buon
mercato se ci attribuissimo il monopolio dell'intelligenza, escludendo Bin
Laden o Al Qaeda dalla razionalita' (come fa Jean-François Revel) o
richiudendoli nel cerchio maledetto della "pazzia furiosa" (come fa Chirac).
Capire non e' giustificare. Di questi tempi si scrivono un sacco di idiozie.
Lo sforzo necessario per capirli non significa assolutamente giustificarli.
La violenza di un mondo che Bush padre, solo dieci anni fa, prometteva
riconciliato, rappacificato e ben ordinato, non nasce dal cervello di Bin
Laden o di chiunque altro. Cresce e prolifera dall'ineguaglianza e
dall'ingiustizia che, anno dopo anno, i rapporti dell'ONU sul tasso di
sviluppo umano dimostrano essere in costante aumento, non solo tra i Paesi
del Nord e del Sud, ma anche in seno ai Paesi ricchi e tra i sessi.
All'opulenza degli uni fanno da contrappeso lo sfruttamento e l'oppressione
degli altri. Non si riuscira' a far arretrare la violenza, senza attaccarla
alla base. In questo campo non ci sono magiche scorciatoie.
I nostri giornali e le nostre antenne sono strapiene di sagge considerazioni
sulla crisi dell'ordine westfaliano e sul declino degli Stati nazionali come
forma dominante della politica moderna. Questa diagnosi pecca spesso di
estrapolazione frettolosa.
Tuttavia, se vale per i vecchi Stati-nazione europei, vale a fortiori per
gli Stati tardivi e fragili nati dalla decolonizzazione, che non hanno avuto
ne' il tempo ne' i mezzi per unificare dei popoli, consolidare uno spazio
pubblico, dare consistenza ad una societa' civile. Menomati al loro nascere
da un inserimento subordinato nel mercato mondiale e investiti in pieno
dalla globalizzazione capitalista, essi sono spesso destinati ad una crisi
convulsiva di cui si intravedono due terrificanti sbocchi possibili: o la
caduta in una ricerca genealogica delle origini, che ha come risultato
l'etnicizzazione della politica e i fantasmi purificatori; oppure la fuga in
avanti in spazi geopolitici allargati in cui la comunita' confessionale
funge da consolazione per le introvabili legittimita' nazionali.
Nelle regioni del mondo in cui le frontiere sono frutto in larga parte delle
occupazioni e delle spartizioni coloniali, la "comunita' dei credenti"
riunita da una fede transnazionale replica in modo inquietante ma per niente
illogico alla costruzione della "potenza Europa" di cui straparlano i nostri
governanti, oppure al grande mercato delle Americhe egemonizzato dagli USA.
Il fondamentalismo islamico non ha il monopolio di questa
(ri)confessionalizzazione della politica. La provocazione di Ariel Sharon
sulla spianata delle Moschee scommetteva deliberatamente su questa dinamica:
preferisce evidentemente lo scontro religioso tra lo Stato ebraico e il
fondamentalismo islamico al conflitto politico con un movimento palestinese
laico sui diritti sociali e politici uguali per tutti i cittadini della
regione. Queste turbolenze politiche e territoriali sono parte fondamentale
della nuova spartizione del mondo richiesta dalla mondializzazione
imperialista.
L'indebolimento degli Stati-nazione e la negazione delle sovranita' popolari
come inevitabile corollario rimettono in discussione la definizione
weberiana dello Stato in quanto detentore del monopolio della violenza
organizzata. Sarebbe ingannevole credere che una circolazione senza
frontiere dei capitali e delle merci possa verificarsi senza una
circolazione senza frontiere della violenza e senza una disseminazione dei
suoi attori non statali. E altrettanto illusorio sarebbe immaginare che la
privatizzazione generalizzata della produzione, dei servizi,
dell'informazione, del diritto, della materia vivente, del sapere, dello
spazio, possa non condurre anche ad una privatizzazione dell'esercizio della
violenza, tanto piu' perche' vi si prestano le tecniche degli armamenti.
La scalata militare, poliziesca e delle politiche della sicurezza da parte
delle potenze dominanti appare allora come la contropartita necessaria del
liberismo di mercato. Gli stupefacenti progetti attualmente in discussione
al Parlamento europeo e il neo-keyneisanesimo militare americano ne sono la
prova lampante: come scrive Ulrich Beck (Le Monde del 10 novembre scorso),
il liberismo conquistatore precipita a sua volta nel passato delle
illusioni. Peccato che il defunto François Furet non sia piu' qui per
constatarlo.
La crisi degli Stati-nazione va di pari passo con una destabilizzazione
delle categorie intorno alle quali, dal tempo delle rivoluzioni dei Lumi in
poi, si organizza il pensiero politico: la sovranita', il popolo, la
rappresentanza, le frontiere, il cittadino, l'esterno. I ricorrenti
dibattiti sui clandestini, la crisi della politica, le aporie democratiche
della costruzione europea, ne sono la dimostrazione quotidiana.
Nei recenti conflitti gli obiettivi di guerra paiono via via sempre piu'
vaghi, se non addirittura indefinibili: catturare Bin Laden, rovesciare il
regime talebano, imporre un nuovo ordine imperiale in Asia Centrale o
controllare stabilmente le vie del petrolio? Nel suo discorso del 20
settembre scorso, Gorge W. Bush ha risposto che si trattava niente meno che
di debellare il terrorismo.
Di conseguenza, il nome iniziale dell'operazione, "Giustizia infinita", non
sembra piu' un lapsus inopportuno. Contro un nemico inafferrabile e
proteiforme, le cui forze vengono alimentate continuamente dalla miseria del
mondo, la guerra sarebbe effettivamente illimitata: "La nostra guerra contro
il terrore inizia con Al Qaeda - precisava Bush figlio - ma non finira' li'.
Terminera' solo quando ogni gruppo terroristico in grado di colpire su scala
mondiale non sara' individuato, arrestato e debellato". Alle Calende greche,
o quando gli asini voleranno.
In questa guerra senza limiti, la proporzione tra il fine e i mezzi non ha
piu' senso. In nome della purezza del fine (la "guerra etica" cara a Tony
Blair!), tutti i mezzi sono validi. Il discorso di Bush lo preannunciava
senza mezzi termini: questa guerra "potra' avere azioni spettacolari diffuse
in televisione", ma anche "operazioni segrete, segrete anche se andassero a
buon fine". In questa guerra dell'ombra senza testimoni, tutti i colpi sono
ammessi. Passando dalla "mondializzazione felice" alla beatitudine atomica,
Alain Minc (Le Monde del 7 novembre scorso) estremizza approvando
risolutamente il bombardamento di Hiroshima.
Data la sproporzione delle forze e dei mezzi, la Santa Alleanza imperialista
ottiene vittorie militari, ma a prezzo di quali bombe politiche a scoppio
ritardato? Su quale scala temporale si misurano le vittorie e le disfatte
nella storia? In realta', il terrore aereo, che non vede le popolazioni
civili, corrisponde perfettamente alla guerra illimitata senza obiettivi
dichiarati. Chi vuole questa guerra vuole anche il suo ingranaggio. La
dottrina militare americana ufficiale della "guerra asimmetrica" si inscrive
in questa logica in cui il diritto internazionale si dissolve nella morale
del piu' forte, in cui la guerra non e' piu' veramente la guerra, ma una
crociata (anche questo lapsus non era gratuito) secolare della civilta'
contro la barbarie, una semplice retata di polizia internazionale per
castigare dei delinquenti. Per questi motivi i Governi coinvolti in queste
operazioni punitive si esimono ormai da dibattiti e da votazioni
parlamentari: nessuna guerra, nessuna dichiarazione di guerra, nessun
crimine di guerra! Chi s'e' visto, s'e' visto!
La nozione di terrorismo al singolare nasconde parecchie inesattezze e
approssimazioni. Per le autorita' d'occupazione tedesche, i fucilati
dell'Affiche Rouge furono terroristi. Per le autorita' britanniche in
Palestina, Begin e Shamir furono terroristi. Per i governanti francesi, i
combattenti per l'indipendenza dell'Algeria, furono terroristi. Per
Milosevic, lo furono i combattenti albanesi e, per Putin, i combattenti
ceceni.
Se ci vuole una definizione, quella che figura nei manuali militari
dell'esercito americano non e' la piu' malvagia. Il terrorismo e'
ufficialmente definito come "il ricorso calcolato alla violenza contro dei
civili a scopo di intimidazione e di coercizione per raggiungere obiettivi
politici, religiosi, ideologici, o di altro genere." A rigor di logica,
questa definizione si attaglia perfettamente alla guerra coloniale portata
avanti dall'imperialismo francese in Algeria, agli interventi statunitensi
occulti in America Latina, alla guerra di "bassa intensita'" in Centro
America (malgrado la condanna formale del Tribunale dell'Aja). Non
giustifica assolutamente i crimini dell'11 settembre scorso, ma rivela
tuttavia la simmetria nascosta della guerra asimmetrica. Condanniamo questi
attentati, non solo per ragioni cosiddette morali, ma per ragioni
indissolubilmente morali e politiche. Ragioni che vanno di pari passo,
contrariamente a quanto vuol far credere Monique Canto-Serber (Le Monde del
4 ottobre scorso), che fa di Bin Laden un figlio spirituale di Saint-Just e
di Trotzki. Quest'ultimo ha per caso fornito "la giustificazione del
terrorismo" sostenendo il "carattere assoluto del fine perseguito e
l'indifferenza riguardo ai mezzi?". Trotzki chiede al contrario: "Il fine
che giustifica i mezzi suscita immediatamente una domanda: e che cosa
giustifica il fine?". Poiche' "nella vita pratica, cosi' come nel movimento
storico, il fine e i mezzi cambiano continuamente di posto."
Noriega, Pol Pot, Bin Laden, i talebani sono stati ieri le creature e i
mezzi della politica imperialista. Sono diventati, con un rovesciamento
dialettico esemplare, i fini della guerra senza fine contro il terrorismo,
prima di ridiventare, se non sono troppo consumati da questo gioco di
rimbalzo, i mezzi di nuovi fini! Non stupisce che questa morale dalla
geometria variabile abbia bisogno di chiamare a rinforzo le certezze di una
morale eterna che, come sottolineava con perspicacia Trotsky, "non puo' fare
a meno di Dio": "Noi sappiamo che Dio non e' neutrale" dichiara in effetti
Gorge W. Bush.
Gli attentati dell'11 settembre non sono per niente un fatto d'armi
antimperialista. Non aumentano la fiducia dei popoli nella propria forza
emancipatrice. Non fanno avanzare di un pollice la causa delle donne afgane,
al contrario. Mettono gli oppressi/e gli uni/e contro gli altri/e.
Favoriscono la grande coalizione imperiale che lascia mano libera a Putin in
Cecenia e ai burocrati cinesi contro i loro oppositori. Facilitano il
ricorso al ricatto del terrorismo da parte dei dirigenti israeliani e
aumentano la pressione sulla resistenza palestinese per costringerla a nuove
concessioni. Introducono i germi della divisione nel movimento contro la
globalizzazione capitalistica in pieno sviluppo dopo Seattle, Porto Alegre e
Genova. Forniscono pretesti per un inasprimento delle misure liberticide e
per il rilancio (annunciato ben prima dell'11 settembre) della corsa agli
armamenti.
Il fondamentalismo religioso non e' la forma finalmente raggiunta
dell'emancipazione sociale, e Bin Laden o il mullah Omar non ne sono per
niente i nuovi campioni. Dopo le delusioni e le sconfitte del XX secolo,
incarnerebbero piuttosto un "antimperialismo degli imbecilli", cosi' come
l'antisemitismo ha potuto costituire un tempo "il socialismo degli
imbecilli".
Tuttavia, per sfuggire all'ingranaggio della Crociata secolare e della
Jihad, non e' sufficiente somministrare ai dannati della Terra lezioni di
morale. Quale speranza di futuro possono nutrire popolazioni condannate a
vegetare nei campi profughi o a sopravvivere fra le rovine? Perche' non
dovrebbero andare a cercare in Cielo la salvezza che non si aspettano piu'
in Terra? Possiamo raccomandare ai milioni di rifugiati afgani o palestinesi
di costruire i propri sindacati e di eleggere saggiamente i propri deputati
come se vivessero in una societa' decente e civilizzata?
Per combattere questa disperazione alla radice, e' certamente necessario,
come conviene il recente Premio Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz,
debellare la poverta', le ineguaglianze, il debito del Terzo mondo, i
crimini sociali dell'ordine mondiale. Ci vorra' molto tempo, indubbiamente.
In compenso, certe risposte politiche possono essere rapide. E innanzi tutto
porre rimedio all'ingiustizia fatta ai Palestinesi.
La crisi internazionale non si limita certo alla questione palestinese ma ne
e' parte fondamentale, cosi' come l'eliminazione dell'embargo sull'Irak. Lo
riconoscono loro malgrado gli intellettuali de' Les Temps Modernes, quando
focalizzano tutta l'attenzione sulla questione israeliana.
I crimini, come dicono i manifestanti americani contro la guerra, riguardano
la giustizia internazionale, non la vendetta. Inoltre bisognerebbe che
questa giustizia non fosse a senso unico e che gli Stati Uniti, che
dovrebbero render conto di molti crimini di guerra, vi fossero anch'essi
sottoposti. Celebrando "la superiorita' assoluta della democrazia", Alain
Minc non si discosta, benche' lo neghi, da Berlusconi e "dallo scontro di
civilta'". Questa democrazia senza aggettivi e' astratta tanto quanto il
terrorismo al singolare di Baudrillard. Vi sono, nella storia, forme e
metamorfosi democratiche. La democrazia greca ebbe la schiavitu' come
condizione e come parte maledetta. Le democrazie occidentali hanno il
colonialismo, il saccheggio e la dominazione dei popoli paria. Ne' Trotzki,
ne' Rosa Luxemburg, ne' Che Guevara avrebbero potuto concepire gli attentati
criminali dell'11 settembre perche' la logica della lotta di classe frantuma
il panico suscitato dalla mancanza di identita' e le appartenenze gregarie.
Distrugge i condizionamenti di campanili e cappelle. Vieta ogni azione che
prenda ciecamente a bersaglio altri oppressi. A voler negare o rifiutare la
lotta di classe, si ha come risultato la guerra delle etnie e delle
religioni, le guerre sante e i contraccolpi della barbarie.
La soluzione alternativa sta dalla parte del nuovo internazionalismo
profano, delle resistenze alla globalizzazione di mercato. E' una via
stretta. Non ce ne sono altre.
 

"Se quest'ombre v'han noiato, dite (e tutto è rimediato) che, in un sonno pien di larve, tal visione qui v'apparve. Noi farem, scusati, ammenda".    ( W. Shakespeare )

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