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Arafat stretto nella morsa. |
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Di
Michel Warschawski. |
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ARAFAT
STRETTO NELLA MORSA
TRA L'AGGRESSORE ISRAELIANO
E L'OPINIONE PUBBLICA PALESTINESE
di Michel Warschawski
[Giornalista israeliano, collaboratore del
Centro di informazione
alternativa (AIC), ha pubblicato di recente in
francese: Israël-Palestine,
le de'fi binational (Israele-Palestina, la sfida
binazionale), coll. La
Discorde, Parigi, 2001]
Di ritorno dalla trattative di Camp David, Yasser
Arafat e' stato accolto
come un eroe; era riuscito a resistere bene alle
pressioni combinate di Ehud
Barak e di Bill Clinton. Tutti coloro che, sulla
scena politica palestinese
ma soprattutto in certa sinistra per il mondo,
avevano pronosticato che il
"Vecchio" avrebbe accettato di
capitolare ai diktat americani e ingoiato i
Banthustan che Barak voleva imporgli, sono stati
smentiti. Non foss'altro
che per il fatto di dovere tenere conto
dell'opinione pubblica palestinese e
non del libretto d'assegni israeliano o americano,
Yasser Arafat non potra'
essere l'Anton Lahad dei palestinesi [A. Lahad:
era il capo delle forze di
supplemento di Israele nel Libano del Sud]. E'
quanto non erano riusciti a
capire ne' Clinton ne' Barak, acciecati dalla loro
mentalita' imperialista e
coloniale: di qui la loro sorpresa e la loro
collera contro chi ha osato
rispondere "No".
Quando, qualche mese dopo, sono ripresi gli
incontri, il presidente e l'
Autorita' Palestinese (AP) godevano dell'appoggio
dell'intera societa'
palestinese, nonche' di tutte le frazioni
politiche. Anche chi non aveva
risparmiato critiche sia al modo in cui il
presidente dell'OLP aveva
condotto le trattative, sia ai sistemi di gestione
dell'AP, era disposto a
concedere un'altra occasione ad Arafat. Mentre i
capi locali e nazionali
delle varie organizzazioni politiche palestinesi
emergevano in primo piano
ai danni di quel che resta della vecchia guardia,
dei ministri e dei quadri
dell'AP, il presidente si trovava di nuovo
all'apice del proprio prestigio.
A un anno di distanza, la situazione sta
cambiando.
L'Autorita' Palestinese destabilizzata
Per oltre un anno, il governo israeliano ha fatto
di tutto pur di
destabilizzare Yasser Arafat: il blocco economico
e la quasi completa
interruzione di qualsiasi collaborazione
amministrativa con l'AP
(indispensabile per i vari permessi imposti alla
popolazione palestinese
dall'esercito d'occupazione) miravano sicuramente
a spingere la popolazione
civile a vacillare e ad accettare i diktat
politici israeliani, ma anche a
svuotare di qualsiasi contenuto l'AP, rendendola
incapace di gestire la vita
quotidiana sotto la propria responsabilita'.
Analogamente, i bombardamenti e
gli assassini extragiudiziali sono prevalentemente
rivolti a bersagli vicini
al presidente dell'AP, per spingerlo allo scontro
o delegittimarlo agli
occhi della sua stessa opinione pubblica.
Questo significa forse che il governo israeliano
ha deciso di porre fine al
potere di Arafat? Il peggio e' che non si puo'
neppure rispondere
affermativamente a questa domanda. Certo, vi sono
ministri che non
nascondono che, per loro, Arafat va liquidato e
che vedrebbero di buon
occhio la sua sostituzione con...Hammas. Cosi' -
pensano stupidamente - le
cose sarebbero chiare e la comunita'
internazionale si collocherebbe di
nuovo completamente al fianco di Israele,
soprattutto dopo l'11 settembre.
Lo Stato maggiore dell'esercito sembra condividere
una concezione del
genere, o perlomeno si comporta come se la caduta
di Arafat fosse uno dei
suoi obiettivi strategici, per farlo sostituire da
una "direzione piu'
pragmatica", cioe' piu' recettiva rispetto
alle pressioni israeliane.
Quanto ad Arie Sharon, dichiara ogni due giorni
che Arafat non e' un
interlocutore e che, di fatto, e' un altro Ben
Laden, il che starebbe ad
indicare che egli adotta le posizioni dell'estrema
destra e dei vertici
militari. Eppure, Sharon non puo' permettersi di
prendersela direttamente
con il capo dell'AP, visto che sembra che gli
americani abbiano posto un
veto chiaro e netto all'assassinio di Yasser
Arafat o a misure che
conducessero direttamente alla sua caduta.
Simon Peres e soprattutto i Servizi di Sicurezza
si oppongono quindi
categoricamente a tutto cio' che potrebbe
contribuire alla caduta di Arafat.
Per loro, egli resto il solo ed unico garante di
un minimo di stabilita' e
del controllo delle iniziative di resistenza
all'occupazione israeliana; se,
come riporta Haaretz, "la situazione e'
brutta, dopo Arafat sara'
catastrofica" (15 novembre 2001).
Indipendentemente dall'atteggiamento verso Arafat,
la politica portata
avanti da un anno a questa parte dai governi
israeliani destabilizza sempre
piu' l'AP.
Ascesa di una "nuova guardia"
In un articolo di prossima pubblicazione in The
Foreign Affairs, ampiamente
ripreso da Akiva Eldar in Haaretz (15 novembre
2001), il sociologo Khalil
Shkaki, direttore del Centro Sondaggi Palestinese,
mette in guardia gli
israeliani che - come ad esempio gli
"esperti" del Secondo Ufficio - pensano
di far sostituire Arafat da quella che egli chiama
la "vecchia guardia".,
Abu Mazen, Abu Ala e Nabil Shaath, noti per le
loro posizioni moderate, i
loro eccellenti rapporti con i paesi occidentali e
il loro ruolo essenziale
nelle trattative con Israele. "Non sono loro
che sostituiranno Arafat, ma
una nuova coalizione tra la 'giovane guardi'
nazionalista ('the new gard') e
gli estremisti islamici. Sono loro che, nell'anno
passato, si sono
conquistati il rispetto del popolo,
identificandosi con gli scontri militari
con l'occupante. Il fatto che Israele li abbia
spesso presi personalmente di
mira come bersagli della sua politica di
assassinii deliberati non fa che
rafforzarne la popolarita': il segretario generale
di Al Fatah, Marwan Al
Barghuti, evidentemente, ma anche Sami
Abu-Samahadana di Rafah, Hussam
Khader di Naplus e Atef Abayat di Betlemme"
assassinato di recente dagli
israeliani. A queste figure politiche si
aggiungeranno - sempre secondo
Shkaki - i capi dei servizi di informazione
palestinesi, Muhammad Dahlan e
Jibril Rajub; "la stessa esistenza della
vecchia guardia dipende
completamente dalla legittimita' che Arafat le
prodiga. La nuova guardia,
invece, pur riconoscendo l'autorita' di Arafat,
non dipende da questa [...]"
.
I sondaggi resi pubblici dal Centro Sondaggi
Palestinese sono eloquenti:
soltanto l'11% dei palestinesi dichiara di credere
ancora nel processo
negoziale, e l'86% (contro il 56% di un anno fa)
sostiene l'idea di una
insurrezione armata; la popolarita' di Arafat e'
calata del 30% a partire da
Camp David; per la prima volta il numero dei
palestinesi che dichiarano di
identificarsi con il blocco islamiste
e - leggermente - superiore a quello
dei sostenitori del Fatah di Yasser Arafat.
La conclusione che Shkaki ricava da questi
sondaggi e' priva di qualsiasi
ambiguita': "Arafat e la vecchia guardia non
possono in alcun caso
promettere un 'cessate il fuoco' completo; non
hanno i mezzi per imporlo. L'
AP ha perso il monopolio militare, la strada ne
rimette in discussione la
legittimita' e si oppone a qualsiasi tentativo di
forzare la mano alla
giovane guardia e alle correnti islamiste".
Se si vuole una conferma per questa analisi,
bastava guardare in televisione
le migliaia di palestinesi di Genina che
esprimevano la propria collera dopo
l'arresto, ad opera della polizia palestinese e su
richiesta degli
americani, del dirigente della jihad islamica,
Mahmud Tualba. Questa volta,
i manifestanti non hanno esitato ad aggredire i
poliziotti palestinesi e a
gridare ingiurie contro il presidente dell'AP.
Come spiega Ghassan el
Khatib, direttore di Jerusalem Media and
Communication Center: "Arafat e'
troppo indebolito dalle pressioni esercitate a
Israele, dagli USA e dall'
Europa , per fermare i militanti dell'Intifada,
mentre parallelamente
Israele continua la propria politica di assassinii
mirati e di punizione
collettiva dell'insieme della popolazione
palestinese".
Arafat, dunque, manovra tra le pressioni popolari
e quelle
israelo-americane. Ma si sbagliano i dirigenti
israeliani se credono che il
fondatore di Al Fatah sia disposto ad assumersi il
rischio di apparire come
l'Anton Lahad dei palestinesi o di provocare una
guerra civile. Sembra che
Sharon lo capisca, e non ne sia scontento:
soltanto "il blocco totale" della
violenza consentirebbe per lui il ritorno al
tavolo delle trattative; ma
tutti sanno che il primo ministro israeliano non
vuole assolutamente che le
trattative riprendano. Risultato: Sharon non vuole
il cessate il fuoco,
Arafat non lo puo' imporre, e quindi gli scontri
sono destinati a protrarsi,
finche' la comunita' internazionale non decida
alla fine di imporre a
Israele di interrompere la violenza e di
riprendere i negoziati. (Da
Inprecor, n. 465, dicembre 2001)
DIO, COME SONO SANTE QUESTE
GUERRE!
di Daniel Bensaid e Willy Pelletier
[Daniel Bensaid - Docente
all'Universita' Paris-VIII, Daniel Bensaïd e'
filosofo. E' dirigente della Ligue communiste
re'volutionnaire (trotzkista),
di cui e' considerato il teorico. E' firmatario
dell'Appello, detto dei 113,
contro "la crociata imperialista"]
Willy Pelletier - Sociologo (Universita' di
Piccardia), Willy Pelletier e'
il coautore della pubblicazione della Fondazione
Copernico: "Medef: la
rifondazione antisociale".
Forse il nuovo secolo ha avuto veramente inizio
l'11 settembre. Ma,
contrariamente a Jean Baudrillard, che vede negli
attentati dell'11 "un
evento assoluto" (Le Monde del 3 novembre
scorso), Balzac afferma in "Ce'sar
Birotteau" che "gli eventi non sono mai
assoluti". Soltanto il miracolo e'
l'evento assoluto. Non appartiene alla storia,
bensi' alla teologia.
L'evento secondo Baudrillard e' proprio miracoloso
tanto da "sfidare
qualsiasi forma di interpretazione". Ma in un
mondo prosaico e profano,
l'evento ha un prima e un dopo. Si inscrive in una
trama di condizioni e
circostanze logiche.
L'insensatezza stessa ha le proprie ragioni.
Sarebbe rassicurarsi a buon
mercato se ci attribuissimo il monopolio
dell'intelligenza, escludendo Bin
Laden o Al Qaeda dalla razionalita' (come fa
Jean-François Revel) o
richiudendoli nel cerchio maledetto della
"pazzia furiosa" (come fa Chirac).
Capire non e' giustificare. Di questi tempi si
scrivono un sacco di idiozie.
Lo sforzo necessario per capirli non significa
assolutamente giustificarli.
La violenza di un mondo che Bush padre, solo dieci
anni fa, prometteva
riconciliato, rappacificato e ben ordinato, non
nasce dal cervello di Bin
Laden o di chiunque altro. Cresce e prolifera
dall'ineguaglianza e
dall'ingiustizia che, anno dopo anno, i rapporti
dell'ONU sul tasso di
sviluppo umano dimostrano essere in costante
aumento, non solo tra i Paesi
del Nord e del Sud, ma anche in seno ai Paesi
ricchi e tra i sessi.
All'opulenza degli uni fanno da contrappeso lo
sfruttamento e l'oppressione
degli altri. Non si riuscira' a far arretrare la
violenza, senza attaccarla
alla base. In questo campo non ci sono magiche
scorciatoie.
I nostri giornali e le nostre antenne sono
strapiene di sagge considerazioni
sulla crisi dell'ordine westfaliano e sul declino
degli Stati nazionali come
forma dominante della politica moderna. Questa
diagnosi pecca spesso di
estrapolazione frettolosa.
Tuttavia, se vale per i vecchi Stati-nazione
europei, vale a fortiori per
gli Stati tardivi e fragili nati dalla
decolonizzazione, che non hanno avuto
ne' il tempo ne' i mezzi per unificare dei popoli,
consolidare uno spazio
pubblico, dare consistenza ad una societa' civile.
Menomati al loro nascere
da un inserimento subordinato nel mercato mondiale
e investiti in pieno
dalla globalizzazione capitalista, essi sono
spesso destinati ad una crisi
convulsiva di cui si intravedono due terrificanti
sbocchi possibili: o la
caduta in una ricerca genealogica delle origini,
che ha come risultato
l'etnicizzazione della politica e i fantasmi
purificatori; oppure la fuga in
avanti in spazi geopolitici allargati in cui la
comunita' confessionale
funge da consolazione per le introvabili
legittimita' nazionali.
Nelle regioni del mondo in cui le frontiere sono
frutto in larga parte delle
occupazioni e delle spartizioni coloniali, la
"comunita' dei credenti"
riunita da una fede transnazionale replica in modo
inquietante ma per niente
illogico alla costruzione della "potenza
Europa" di cui straparlano i nostri
governanti, oppure al grande mercato delle
Americhe egemonizzato dagli USA.
Il fondamentalismo islamico non ha il monopolio di
questa
(ri)confessionalizzazione della politica. La
provocazione di Ariel Sharon
sulla spianata delle Moschee scommetteva
deliberatamente su questa dinamica:
preferisce evidentemente lo scontro religioso tra
lo Stato ebraico e il
fondamentalismo islamico al conflitto politico con
un movimento palestinese
laico sui diritti sociali e politici uguali per
tutti i cittadini della
regione. Queste turbolenze politiche e
territoriali sono parte fondamentale
della nuova spartizione del mondo richiesta dalla
mondializzazione
imperialista.
L'indebolimento degli Stati-nazione e la negazione
delle sovranita' popolari
come inevitabile corollario rimettono in
discussione la definizione
weberiana dello Stato in quanto detentore del
monopolio della violenza
organizzata. Sarebbe ingannevole credere che una
circolazione senza
frontiere dei capitali e delle merci possa
verificarsi senza una
circolazione senza frontiere della violenza e
senza una disseminazione dei
suoi attori non statali. E altrettanto illusorio
sarebbe immaginare che la
privatizzazione generalizzata della produzione,
dei servizi,
dell'informazione, del diritto, della materia
vivente, del sapere, dello
spazio, possa non condurre anche ad una
privatizzazione dell'esercizio della
violenza, tanto piu' perche' vi si prestano le
tecniche degli armamenti.
La scalata militare, poliziesca e delle politiche
della sicurezza da parte
delle potenze dominanti appare allora come la
contropartita necessaria del
liberismo di mercato. Gli stupefacenti progetti
attualmente in discussione
al Parlamento europeo e il neo-keyneisanesimo
militare americano ne sono la
prova lampante: come scrive Ulrich Beck (Le Monde
del 10 novembre scorso),
il liberismo conquistatore precipita a sua volta
nel passato delle
illusioni. Peccato che il defunto François Furet
non sia piu' qui per
constatarlo.
La crisi degli Stati-nazione va di pari passo con
una destabilizzazione
delle categorie intorno alle quali, dal tempo
delle rivoluzioni dei Lumi in
poi, si organizza il pensiero politico: la
sovranita', il popolo, la
rappresentanza, le frontiere, il cittadino,
l'esterno. I ricorrenti
dibattiti sui clandestini, la crisi della
politica, le aporie democratiche
della costruzione europea, ne sono la
dimostrazione quotidiana.
Nei recenti conflitti gli obiettivi di guerra
paiono via via sempre piu'
vaghi, se non addirittura indefinibili: catturare
Bin Laden, rovesciare il
regime talebano, imporre un nuovo ordine imperiale
in Asia Centrale o
controllare stabilmente le vie del petrolio? Nel
suo discorso del 20
settembre scorso, Gorge W. Bush ha risposto che si
trattava niente meno che
di debellare il terrorismo.
Di conseguenza, il nome iniziale dell'operazione,
"Giustizia infinita", non
sembra piu' un lapsus inopportuno. Contro un
nemico inafferrabile e
proteiforme, le cui forze vengono alimentate
continuamente dalla miseria del
mondo, la guerra sarebbe effettivamente
illimitata: "La nostra guerra contro
il terrore inizia con Al Qaeda - precisava Bush
figlio - ma non finira' li'.
Terminera' solo quando ogni gruppo terroristico in
grado di colpire su scala
mondiale non sara' individuato, arrestato e
debellato". Alle Calende greche,
o quando gli asini voleranno.
In questa guerra senza limiti, la proporzione tra
il fine e i mezzi non ha
piu' senso. In nome della purezza del fine (la
"guerra etica" cara a Tony
Blair!), tutti i mezzi sono validi. Il discorso di
Bush lo preannunciava
senza mezzi termini: questa guerra "potra'
avere azioni spettacolari diffuse
in televisione", ma anche "operazioni
segrete, segrete anche se andassero a
buon fine". In questa guerra dell'ombra senza
testimoni, tutti i colpi sono
ammessi. Passando dalla "mondializzazione
felice" alla beatitudine atomica,
Alain Minc (Le Monde del 7 novembre scorso)
estremizza approvando
risolutamente il bombardamento di Hiroshima.
Data la sproporzione delle forze e dei mezzi, la
Santa Alleanza imperialista
ottiene vittorie militari, ma a prezzo di quali
bombe politiche a scoppio
ritardato? Su quale scala temporale si misurano le
vittorie e le disfatte
nella storia? In realta', il terrore aereo, che
non vede le popolazioni
civili, corrisponde perfettamente alla guerra
illimitata senza obiettivi
dichiarati. Chi vuole questa guerra vuole anche il
suo ingranaggio. La
dottrina militare americana ufficiale della
"guerra asimmetrica" si inscrive
in questa logica in cui il diritto internazionale
si dissolve nella morale
del piu' forte, in cui la guerra non e' piu'
veramente la guerra, ma una
crociata (anche questo lapsus non era gratuito)
secolare della civilta'
contro la barbarie, una semplice retata di polizia
internazionale per
castigare dei delinquenti. Per questi motivi i
Governi coinvolti in queste
operazioni punitive si esimono ormai da dibattiti
e da votazioni
parlamentari: nessuna guerra, nessuna
dichiarazione di guerra, nessun
crimine di guerra! Chi s'e' visto, s'e' visto!
La nozione di terrorismo al singolare nasconde
parecchie inesattezze e
approssimazioni. Per le autorita' d'occupazione
tedesche, i fucilati
dell'Affiche Rouge furono terroristi. Per le
autorita' britanniche in
Palestina, Begin e Shamir furono terroristi. Per i
governanti francesi, i
combattenti per l'indipendenza dell'Algeria,
furono terroristi. Per
Milosevic, lo furono i combattenti albanesi e, per
Putin, i combattenti
ceceni.
Se ci vuole una definizione, quella che figura nei
manuali militari
dell'esercito americano non e' la piu' malvagia.
Il terrorismo e'
ufficialmente definito come "il ricorso
calcolato alla violenza contro dei
civili a scopo di intimidazione e di coercizione
per raggiungere obiettivi
politici, religiosi, ideologici, o di altro
genere." A rigor di logica,
questa definizione si attaglia perfettamente alla
guerra coloniale portata
avanti dall'imperialismo francese in Algeria, agli
interventi statunitensi
occulti in America Latina, alla guerra di
"bassa intensita'" in Centro
America (malgrado la condanna formale del
Tribunale dell'Aja). Non
giustifica assolutamente i crimini dell'11
settembre scorso, ma rivela
tuttavia la simmetria nascosta della guerra
asimmetrica. Condanniamo questi
attentati, non solo per ragioni cosiddette morali,
ma per ragioni
indissolubilmente morali e politiche. Ragioni che
vanno di pari passo,
contrariamente a quanto vuol far credere Monique
Canto-Serber (Le Monde del
4 ottobre scorso), che fa di Bin Laden un figlio
spirituale di Saint-Just e
di Trotzki. Quest'ultimo ha per caso fornito
"la giustificazione del
terrorismo" sostenendo il "carattere
assoluto del fine perseguito e
l'indifferenza riguardo ai mezzi?". Trotzki
chiede al contrario: "Il fine
che giustifica i mezzi suscita immediatamente una
domanda: e che cosa
giustifica il fine?". Poiche' "nella
vita pratica, cosi' come nel movimento
storico, il fine e i mezzi cambiano continuamente
di posto."
Noriega, Pol Pot, Bin Laden, i talebani sono stati
ieri le creature e i
mezzi della politica imperialista. Sono diventati,
con un rovesciamento
dialettico esemplare, i fini della guerra senza
fine contro il terrorismo,
prima di ridiventare, se non sono troppo consumati
da questo gioco di
rimbalzo, i mezzi di nuovi fini! Non stupisce che
questa morale dalla
geometria variabile abbia bisogno di chiamare a
rinforzo le certezze di una
morale eterna che, come sottolineava con
perspicacia Trotsky, "non puo' fare
a meno di Dio": "Noi sappiamo che Dio
non e' neutrale" dichiara in effetti
Gorge W. Bush.
Gli attentati dell'11 settembre non sono per
niente un fatto d'armi
antimperialista. Non aumentano la fiducia dei
popoli nella propria forza
emancipatrice. Non fanno avanzare di un pollice la
causa delle donne afgane,
al contrario. Mettono gli oppressi/e gli uni/e
contro gli altri/e.
Favoriscono la grande coalizione imperiale che
lascia mano libera a Putin in
Cecenia e ai burocrati cinesi contro i loro
oppositori. Facilitano il
ricorso al ricatto del terrorismo da parte dei
dirigenti israeliani e
aumentano la pressione sulla resistenza
palestinese per costringerla a nuove
concessioni. Introducono i germi della divisione
nel movimento contro la
globalizzazione capitalistica in pieno sviluppo
dopo Seattle, Porto Alegre e
Genova. Forniscono pretesti per un inasprimento
delle misure liberticide e
per il rilancio (annunciato ben prima dell'11
settembre) della corsa agli
armamenti.
Il fondamentalismo religioso non e' la forma
finalmente raggiunta
dell'emancipazione sociale, e Bin Laden o il
mullah Omar non ne sono per
niente i nuovi campioni. Dopo le delusioni e le
sconfitte del XX secolo,
incarnerebbero piuttosto un "antimperialismo
degli imbecilli", cosi' come
l'antisemitismo ha potuto costituire un tempo
"il socialismo degli
imbecilli".
Tuttavia, per sfuggire all'ingranaggio della
Crociata secolare e della
Jihad, non e' sufficiente somministrare ai dannati
della Terra lezioni di
morale. Quale speranza di futuro possono nutrire
popolazioni condannate a
vegetare nei campi profughi o a sopravvivere fra
le rovine? Perche' non
dovrebbero andare a cercare in Cielo la salvezza
che non si aspettano piu'
in Terra? Possiamo raccomandare ai milioni di
rifugiati afgani o palestinesi
di costruire i propri sindacati e di eleggere
saggiamente i propri deputati
come se vivessero in una societa' decente e
civilizzata?
Per combattere questa disperazione alla radice, e'
certamente necessario,
come conviene il recente Premio Nobel per
l'economia, Joseph Stiglitz,
debellare la poverta', le ineguaglianze, il debito
del Terzo mondo, i
crimini sociali dell'ordine mondiale. Ci vorra'
molto tempo, indubbiamente.
In compenso, certe risposte politiche possono
essere rapide. E innanzi tutto
porre rimedio all'ingiustizia fatta ai
Palestinesi.
La crisi internazionale non si limita certo alla
questione palestinese ma ne
e' parte fondamentale, cosi' come l'eliminazione
dell'embargo sull'Irak. Lo
riconoscono loro malgrado gli intellettuali de'
Les Temps Modernes, quando
focalizzano tutta l'attenzione sulla questione
israeliana.
I crimini, come dicono i manifestanti americani
contro la guerra, riguardano
la giustizia internazionale, non la vendetta.
Inoltre bisognerebbe che
questa giustizia non fosse a senso unico e che gli
Stati Uniti, che
dovrebbero render conto di molti crimini di
guerra, vi fossero anch'essi
sottoposti. Celebrando "la superiorita'
assoluta della democrazia", Alain
Minc non si discosta, benche' lo neghi, da
Berlusconi e "dallo scontro di
civilta'". Questa democrazia senza aggettivi
e' astratta tanto quanto il
terrorismo al singolare di Baudrillard. Vi sono,
nella storia, forme e
metamorfosi democratiche. La democrazia greca ebbe
la schiavitu' come
condizione e come parte maledetta. Le democrazie
occidentali hanno il
colonialismo, il saccheggio e la dominazione dei
popoli paria. Ne' Trotzki,
ne' Rosa Luxemburg, ne' Che Guevara avrebbero
potuto concepire gli attentati
criminali dell'11 settembre perche' la logica
della lotta di classe frantuma
il panico suscitato dalla mancanza di identita' e
le appartenenze gregarie.
Distrugge i condizionamenti di campanili e
cappelle. Vieta ogni azione che
prenda ciecamente a bersaglio altri oppressi. A
voler negare o rifiutare la
lotta di classe, si ha come risultato la guerra
delle etnie e delle
religioni, le guerre sante e i contraccolpi della
barbarie.
La soluzione alternativa sta dalla parte del nuovo
internazionalismo
profano, delle resistenze alla globalizzazione di
mercato. E' una via
stretta.
Non ce ne sono altre. |
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