L’ANELLO DEBOLE DELLA CATENA MONDIALE DEL DEBITO.
di Eric
Toussaint
23 agosto 2001
(Eric Toussaint
e’ presidente del
CADTM, Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo
Mondo, autore di Deuda Externa en el Tercer Mundo. Las
Finanzas contra los pueblos, Debito estero nel Terzo Mondo. Le
finanze contro i popoli, Ed Nueva Sociedad,
Caracas/Convergencia Socialista-Mexico/CADTM-Bruxelles, 1998.;
e’ stato uno dei conferenzieri del Genova Social Forum e
sara’ relatore a Porto Alegre).
Nel
2001, la situazione argentina e’ catastrofica: tre anni di
recessione, dovuti all’applicazione di una politica
neoliberista particolarmente aggressiva. In realta’, la
decadenza dell’Argentina, cominciata sotto la dittatura
(1976-1983), si e’ protratta per oltre vent’anni, con i
vari governi successivi. Contrariamente a quanto sostengono
certi settori, dopo la dittatura non c’e’ stata una reale
rottura nella politica economica. Guardando in prospettiva,
negli ultimi decenni i cambiamenti di governo non hanno
modificato significativamente il processo di arretramento cui
il paese era stato avviato dalla sua classe dominante.
Al confronto con quella degli anni
1940-1950-1960, l’Argentina di oggi e’ profondamente
cambiata. Ha subito un arretramento come potenza industriale
della periferia ed oggi la maggioranza della popolazione
argentina vive peggio di trent’anni fa. Tra gli inizi della
dittatura (marzo 1976) e il 2001, il debito e’ cresciuto di
circa 20 volte, passando da meno di 8.000 milioni di dollari a
circa 160.000 milioni. Nello stesso periodo, l’Argentina ha
rimborsato intorno ai 200.000 milioni di dollari, vale a dire
circa 25 volte quello che doveva nel marzo 1976 (cfr. tab. 1
sul testo che puo’ essere chiesto come allegato cercato sul
sito di Bandiera Rossa).
L’Argentina dimostra all’estremo la natura viziosa e infernale
dell’indebitamento del Terzo Mondo (e della Periferia in
generale). A causa del pagamento – e non a
prescindere da questo – il paese deve nel 2001 circa 20
volte quello che doveva agli inizi della dittatura (gran parte
dei prestiti sono serviti a rifinanziare precedenti debiti
scaduti o per garantire il pagamento delle prossime scadenze).
I pagamenti del debito argentino hanno costituito e costituiscono tuttora
uno spaventoso meccanismo di trasferimento di ricchezza
prodotta dai salariati verso i detentori del capitale ( siano
essi argentini o residenti nei paesi con maggiore sviluppo
industriale, a partire dagli Stati Uniti e dall’Europa
occidentale). Si tratta di un meccanismo semplice: lo Stato
argentino destina una parte sempre piu’ rilevante delle
entrate fiscali (la maggior parte delle quali provengono dalle
tasse pagate dagli strati popolari) al rimborso del debito
estero e ai tanti vantaggi che concede al settore capitalista.
Chi beneficia dei pagamenti effettuati dallo Stato argentino?
I principali istituti finanziari internazionali, titolari di
oltre l’80% del debito estero argentino. Il colmo e’ che,
tramite i mercati finanziari nordamericani ed europei sui
quali si emettono prestiti, i capitalisti argentini acquistano
titoli del debito del proprio paese con denaro portato fuori
da questo, per cui ricevono parte dei rimborsi.
Vedremo piu’ avanti come i capitalisti
argentini si siano allegramente indebitati durante la
dittatura, collocando all’estero buona parte di quel denaro
(grazie alla fuga di capitali): la somma dei capitali
collocati all’estero dai capitalisti argentini durante la
dittatura supera l’ammontare dei debiti contratti (per la
spiegazione tecnica del fenomeno si rinvia a vari lavori di
questi autori, citati nella Nota bibliografica al termine
dell’articolo: A. ed E. Calcagno; Aldo Ferrer; M. Rappoport,
2001, pp. 813-4; e nella sentenza Ballestero, Poder Judicial
de la Nacio’n, 2000). Soltanto nel periodo 1980-’82, le
fughe di capitale, stando alla Banca Mondiale, sono arrivate a
oltre 21.000 milioni di dollari (Rappoport, p. 825). Inoltre,
i capitalisti argentini hanno ottenuto un enorme regalo: i
loro debiti sono stati assunti dallo Stato al termine della
dittatura.
Da allora al debito dello Stato si e’
aggiunto il carico di quello delle imprese private, dato che
lo Stato stesso se ne e’ assunto l’impegno di fronte ai
creditori. A partire da allora, i capitalisti argentini hanno
conservato questa politica di evasione di capitali come se si
trattasse di uno sport nazionale; a tal punto, che si potrebbe
organizzare un campionato latinoamericano in materia e la
squadra argentina potrebbe provare a vincerlo, pur
scontrandosi con rivali notevoli (i capitalisti brasiliani,
messicani e venezuelani sono pericolosi al riguardo).
Per altro verso, i debiti delle imprese
pubbliche, anch’essi significativamente aumentati per
decisione della dittatura, non sono stati cancellati se non
quando si e’ intrapresa la privatizzazione di queste
imprese. I governi venuti dopo la dittatura sono ricorsi alla
scusa dell’indebitamento delle aziende pubbliche per
privatizzarle, prendendo la “precauzione” che lo Stato
preliminarmente ne assumesse i debiti (si veda piu’ avanti
il caso di Aerolíneas Argentinas, la compagnia aerea
argentina). Si tratta dunque di un ulteriore regalo al
capitale argentino o straniero. Diabolico!
Dopo un quarto di secolo in un contesto del
genere, il paese e’ dissanguato. I salari e le prestazioni
sociali sono scesi spaventosamente, la disoccupazione e’
elevatissima, i servizi pubblici versano in uno stato penoso,
la poverta’ si estende a settori sempre piu’ ampi della
popolazione (includendone alcuni che in passato godevano di
condizioni di vita piuttosto confortevoli), le casse dello
Stato sono vuote, gran parte dell’apparato produttivo e’
in abbandono mentre il resto e in mani straniere. Ormai non
c’e’ quasi piu’ niente da privatizzare. Si sta gia’
manifestando la protesta sociale (diversi scioperi generali e,
dal 2000, blocchi stradali ad opera dei “piqueteros”,
rivolte in citta’ pauperizzate e in interi quartieri).
Chiaramente, l’Argentina e’ uno
degli anelli deboli della catena dell’indebitamento
internazionale., che probabilmente si spezzera’ grazie a
questo paese. Non vi e’ nulla di ineluttabile, tuttavia. La
crisi puo’ prolungarsi per anni. I colpi subiti durante
la dittatura, tra il 1973 e il 1983, dalle organizzazioni dei
lavoratori e dai movimenti sociali in genere registrano ancora
i loro effetti, e sebbene il popolo argentino abbia mille
ragioni per dire “basta!”, sembra dubbioso di fronte a un
esito imprevedibile. Visto in prospettiva internazionale, un
cambiamento di atteggiamento da parte dell’Argentina sul
debito avrebbe sicuramente enormi ripercussioni. L’ammontare
da rimborsare ai mercati finanziari dei paesi piu’
sviluppati e’ tale che un mancato pagamento potrebbe
destabilizzarli, fino a spaventarli e a costringerli ad
intavolare il dialogo. Perche’ questo fosse favorevole agli
argentini e ai paesi indebitati occorrerebbe che la pressione
dei cittadini inducesse le autorita’ ad adottare per tutto
un periodo una posizione decisa (diversamente da quanto
accaduto con Alan García in Peru’ nel 1985, o con il regime
brasiliano nel 1987), accanto a riforme economiche che
favorissero una suddivisione progressista degli introiti
nazionali tramite una politica fiscale redistributiva,
promuovendo il ritorno alla sfera pubblica delle imprese
privatizzate e privilegiando accordi regionali Sud-Sud
rispetto ai rapporti commerciali con gli Stati Uniti, tramite
l’ALCA (Accordo di Libero Commercio delle Americhe).
Sospendere il pagamento del debito con l’estero e adottare
una diversa politica economica implica la rottura degli
accordi tra il governo argentino e il FMI, una rottura che non
comporterebbe alcun danno e che anzi potrebbe essere
vantaggiosa per l’Argentina. Per la popolazione locale e per
i movimenti in cui questa si organizza si tratterebbe comunque
di un’occasione. La coglieranno?
Al fine di facilitare la comprensione di
come si sia arrivati alla situazione attuale per quanto
concerne l’indebitamento, presentiamo di seguito una breve
ricostruzione storica, a partire dalla dittatura.
Argentina: indebitamento e
dittatura militare.
Il periodo in cui il debito argentino e’
letteralmente esploso corrisponde alla fase della dittatura
militare del generale Videla (1976-1981). La politica
economica promossa da Martínez de Hoz, ministro
dell’Economia della dittatura, a partire dal 2 aprile del
1976 segna l’avvio di un processo di distruzione
dell’apparato produttivo, creando le condizioni per
un’economia speculativa logorante per il paese. La maggior
parte dei prestiti concessi alla dittatura argentina
provenivano da banche private del Nord, che potevano contare
sul completo accordo delle autorita’ statunitensi (sia la
Federal Reserve sia l’Amministrazione nordamericana). I
“maestri” argentini della politica di indebitamento erano
il ministro dell’Economia, Martínez de Hoz, e il Segretario
di Stato per il Coordinamento e la Programmazione economica,
Guillermo Walter Klein. Per ottenere prestiti dalle banche
private, il governo pretendeva che le aziende pubbliche
argentine si indebitassero con le banche private
internazionali, trasformandosi percio’ in assi portanti
della snazionalizzazione dello Stato, attraverso un
indebitamento che comportava l’abbandono di gran parte della
sovranita’ nazionale.
Indebitamento forzato delle
aziende pubbliche.
Quanto sopra affermato e’ cosi’ vero
che la principale impresa pubblica argentina, la societa’
petrolifera YPF (Giacimenti Petroliferi Fiscali) fu costretta
a indebitarsi all’estero pur disponendo di risorse
sufficienti a sostenerne lo sviluppo. Al momento del colpo di
Stato militare del 24 marzo 1976, il debito estero di YPF
ammontava a 372 milioni di dollari. Sette anni dopo, alla fine
della dittatura, il debito era salito a 6.000 milioni di
dollari. In sette anni, quel debito era aumentato 16 volte.
Pressoche’ nulla dell’ammontare di quel
debito in divise straniere rimase nelle casse dell’azienda,
ma fini’ nelle mani della dittatura, sotto la quale la
produttivita’ del lavoratore di YPF aumento’ di un 80%. Il
personale si ridusse da 47.000 a 34.000 lavoratori. Per
aumentare gli introiti delle proprie casse, la dittatura
diminui’ della meta’ il denaro per commissioni che
spettava a YPF per la vendita di combustibili. Di piu’, YPF
fu costretta a raffinare il petrolio che estraeva presso le
multinazionali Shell ed Esso, anche se avrebbe potuto dotarsi,
vista la buona situazione finanziaria di cui godeva
all’inizio della dittatura, della capacita’ di
raffinazione adeguata alle proprie esigenze (integrando quella
delle sue raffinerie di La Plata, Luján de Cuyo e Plaza
Huincul). Nel giugno del 1982, l’intero attivo della
societa’ era pignorato dai debiti.
L’indebitamento dello Stato.
I responsabili economici della dittatura e il FMI hanno giustificato il
massiccio indebitamento dello Stato argentino come il modo per
aumentarne le riserve in divise straniere onde sostenere una
politica di apertura economica. Con una buona gestione
economica, l’aumento delle riserve internazionali dello
Stato argentino avrebbe dovuto risultare dalle attivita’ di
interscambio sul mercato mondiale. Le riserve internazionali
annunciate dalla dittatura argentina provenivano
dall’indebitamento.
Esse non erano amministrate ne’
controllate dalla Banca Centrale. In linea generale, i
prestiti per cifre favolose contrattati con i banchieri del
Nord venivano immediatamente ricollocati come depositi nelle
loro stesse banche o in altre competitive. L’83% di tali
riserve e’ stato depositato nel 1979 in istituti bancari
fuori dal paese. Le riserve sono aumentate fino a 10.138
milioni di dollari e i depositi nelle banche estere hanno
raggiunto gli 8.410 milioni di dollari. Nello stesso anno il
debito estero passava da 12.496 milioni di dollari a 19.034
milioni di dollari (OLMOS, 1990, pp.171-2). In ogni caso,
l’interesse ottenuto per le somme depositate era inferiore a
quello pagato per il debito. La logica di questa politica per
le autorita’ che l’avevano organizzata era: 1)
l’arricchimento personale grazie alle commissioni pagate dai
banchieri del Nord; 2) si trattava di aumentare le riserve
internazionali per sostenere il rilevante aumento delle
importazioni, specie in acquisto di armi; 3) la politica di
apertura economica e indebitamento raccomandata dal FMI
consentiva alla dittatura argentina di migliorare la propria
credibilita’ internazionale presso i principali paesi
industrializzati, a partire dagli Stati Uniti. La dittatura
argentina non avrebbe potuto mantenere il regime di terrore
interno nei primi anni (1976-1980) senza la benedizione
dell’amministrazione nordamericana.
Da parte sua, la Federal Reserve degli Stati Uniti era piu’ che
disposta a sostenere la politica economica della dittatura
argentina, visto che gran parte del denaro del debito era
depositato nelle casseforti delle banche nordamericane. Dal
punto di vista dell’amministrazione degli Stati Uniti e del
FMI, l’indebitamento argentino riconduceva nel grembo
nordamericano un paese che per decenni aveva affermato un
nazionalismo critico e aveva ottenuto un certo decollo
economico durante il regime peronista.
Confusione di ruoli.
Il Segretario di Stato per il Coordinamento
e la Programmazione Economica, Guillermo Klein, ha rivestito
questo incarico dal 1976 al marzo 1981. Nello stesso periodo,
egli ha diretto un Ufficio studi privato, che rappresentava a
Buenos Aires gli interessi dei creditori stranieri. Se, quando
entro’ in funzione, il suo Ufficio rappresentava un’unica
banca, la Scandinavian Enskilda Bank, qualche anno dopo
rappresentava gli interessi di 22 banche straniere. Nel marzo
del 1981, lasciava l’incarico di Segretario di Stato nel
momento stesso in cui Viola sostituiva Videla alla testa della
dittatura. Poche settimane dopo, il 7 aprile 1982, cinque
giorni dopo l’occupazione delle Malvine da parte
dell’esercito argentino con la dichiarazione di guerra alla
Gran Bretagna, fu designato procuratore a Buenos Aires della
societa’ anonima britannica Barclays Bank Limited, che era
tra l’altro uno dei principali creditori privati del debito
pubblico e privato argentino. Alla caduta della dittatura e
all’avvento al potere di Alfonsin, nel 1984, il suo studio
rimase a patrocinare gli interessi dei creditori stranieri.
Post-dittatura militare: il
governo Alfonsin e l’impunita’.
La Banca Centrale argentina dichiaro’ di non disporre della
registrazione del debito pubblico con l’estero, per cui le
autorita’ che succedettero alla dittatura furono costrette a
basarsi sulle dichiarazioni dei creditori stranieri e sui
contratti firmati dai membri della dittatura, senza che
fossero passati per il controllo della Banca Centrale.
A parte tutto, dopo la caduta della
dittatura, il nuovo regime presidenziale di Alfonsin decise di
assumere in proprio l’insieme del debito, sia privato sia
pubblico, contratto durante la dittatura. Mentre i militari
torturatori ottenevano l’impunita’, i responsabili
economici della dittatura traevano vantaggi dalla misura di
clemenza. Quel che e’ ancora piu’ grave, la maggior parte
degli alti funzionari dell’economia e della finanza sono
rimasti nell’apparato dello Stato, ed alcuni sono stati
addirittura promossi.
Lo
Stato assume il debito delle imprese private.
Anche le imprese private argentine e le
filiali argentine delle multinazionali straniere sono state
incentivate perche’ si indebitassero. Il totale del debito
privato raggiunse oltre 14.000 milioni di dollari.
Tra le imprese private indebitate figurano
le filiali argentine di societa’ multinazionali: Renaullt
Argentina, Mercedes-Benz Argentina, Ford Motor Argentina, IBM
Argentina, City Bank, First National Bank of Boston, Chase
Manhattan Bank, Bank of America, Deutsche Bank.
Lo Stato argentino paga i creditori privati
di queste imprese: Renault France, Mercedes Benz, City Bank,
Chase Manhattan Bank Bank of America, First National Bank of
Boston, Cre’dit Lyonnais, Deutsche Bank, Socie’te’
Ge’ne’rale.
Sinteticamente: il contribuente argentino paga il debito contratto dalle
filiali delle multinazionali con le rispettive case madri o
con le banche internazionali. Legittimo il sospetto che le
multinazionali in questione abbiano creato un debito delle
rispettive filiali argentine attraverso un semplice gioco di
contratti. I poteri pubblici argentini non dispongono di
alcuno strumento di controllo.
L’ondata di privatizzazioni.
Il regime di Menem, succeduto a quello di Alfonsin, si e’ lanciato in
una politica generalizzata di privatizzazioni nel 1990-1992,
liquidando letteralmente gran parte del patrimonio nazionale,
che si stima abbia rappresentato una perdita di 60.000 milioni
di dollari. Menem prese a pretesto lo spaventoso
indebitamento delle aziende pubbliche argentine per
giustificarne le vendite agli occhi dell’opinione pubblica
nazionale. La cattiva situazione finanziaria era dovuta alla
politica di indebitamento forzato imposto dalle autorita’
economiche della dittatura; come abbiamo accennato, il grosso
delle somme del debito non era mai arrivato nelle casse delle
imprese. Menem aveva affidato alla banca nordamericanMerril
Lynch la valutazione del valore di YPF. La Merril Linch
ridusse deliberatamente al 30% le riserve petrolifere
disponibili, cercando di sminuire il valore di YPF prima che
la si mettesse in vendita. Una volta realizzata la
privatizzazione, la parte delle riserve occultate riemerse nei
conti. Gli operatori finanziari che avevano comprato a basso
prezzo le azioni dell’impresa riuscirono a ricavare guadagni
favolosi grazie all’aumento della quotazione in borsa delle
azioni YPF.
Un’operazione del genere consente di menare vanto
ideologicamente della superiorita’ del privato sul pubblico.
(Nota: Sempre la banca nordamericana Merril Lynch e’ stata
incaricata dal presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso
di valutare, nel 1997, la principale societa’ pubblica
brasiliana, la Vale do Río Doce, una societa’ mineraria, ed
e’ stata accusata da numerosi parlamentari brasiliani di
avere sottovalutato del 75% le riserve di minerali
dell’impresa – Fonte: O Globo, 8 aprile 1997, Brasile).
A
parte YPF (venduta alla multinazionale petrolifera spagnola
Repsol nel 1999), e’ stata liquidata un’altra perla
argentina: si tratta dell’impresa Aerolineas Argentinas
(venduta alla compagnia aerea spagnola Iberia). I Boeing 707
che facevano parte della sua flotta sono stati venduti
simbolicamente a 1 dollaro (1,54 dollari USA, per la
precisione!). A qualche anno di distanza, sono ancora in
servizio nelle linee della compagnia privatizzata, ma
Aerolineas deve pagare un “leasing” per servirsene. I
diritti d’uso delle linee aeree della compagnia, del valore
di circa 800 milioni di dollari, sono stati stimati a solo 60
milioni di dollari. L’impresa e’ stata ceduta a Iberia per
un ammontare in denaro liquido di 130 milioni di dollari,
mentre cio’ che restava era costituito da annullamento di
crediti per il debito. Iberia rastrello’ crediti per
comprare l’azienda e trasformo’ la totalita’ del credito
contratto in debito della nuova Aerolineas Argentinas, che di
colpo si e’ trovata indebitata fin dall’origine
dell’operazione. Nel 2001 Aerolineas Argentinas,
proprieta’ di Iberia, era sull’orlo del fallimento per
colpa dei nuovi proprietari.
La
privatizzazione di Aerolineas e’ un caso paradigmatico.
Tutte le imprese privatizzate sono state liberate dal loro
pacchetto di debiti, dei quali si e’ fatto carico lo Stato.
Processo
contro la dittatura.
Lo scandalo del debito argentino ha
suscitato, negli anni successivi alla dittatura, l’interesse
dei cittadini. Il governo civile post-dittatura ha costituito
una commissione parlamentare che, dopo un anno e mezzo di
lavoro, e’ stata sciolta, visto che i suoi risultati
rischiavano di danneggiare la politica economica di
Alfonsi’n, che nel frattempo aveva deciso il trasferimento
allo Stato del debito. Anche Menem, al suo tempo, aveva
sparlato dei responsabili dell’indebitamento, ma una volta
al potere aveva lasciato cadere qualsiasi velleita’ di
agitare un tema che da allora in poi e’ diventato un
tabu’.
Indipendentemente da questi compromessi ed
elusioni, si e’ avviato un procedimento giudiziario, a
seguito di una denuncia fatta nell’ottobre del 1982 da un
cittadino argentino, Alejandro Olmos, quando ancora
l’Argentina sottostava alla dittatura. A parte tutte le
difficolta’, alla fine il processo si e’ concluso nel
luglio 2000.
Questo giornalista, coraggioso e
instancabile, e’ riuscito ad ottenere che il tema delle
responsabilita’ dell’indebitamento del paese fosse oggetto
di indagine da parte delle autorita’ giudiziarie. Si sono
svolte tutta una serie di audizioni dei responsabili economici
della dittatura e di quelli delle imprese pubbliche. Lo studio
di Guillermo Klein e’ stato oggetto di indagini e notevoli
quantita’ di documenti relativi al periodo della dittatura
sono stati sequestrati e custoditi nelle casseforti della
Banca Centrale.
La sentenza del 13 luglio 2000 non ha prodotto alcuna condanna di
chicchessia (fondamentalmente, per motivi di prescrizione) ma
ha rivelato l’ampiezza dello scandalo costituito dal debito
argentino.
La
sentenza di 195 pagine emessa dal giudice Ballestrero conferma
una serie di accuse di estrema importanza.
1.
Il
FMI ha sostenuto attivamente la dittatura argentina,
soprattutto fornendole uno dei suoi alti funzionari, un tal
Dante Simone (Poder Judicial de la Nacio’n, 13 luglio 2000,
pp. 31-2, 106, 109, 127).
2.
La
Federal Reserve e’ servita come avallo verso le banche
private nordamericane, perche’ prestassero denaro
alla dittatura, oltre ad essere stata mediatrice in una serie
di operazioni della Banca Centrale argentina (p. 127).
3.
Mentre
la dittatura indebitava il Tesoro pubblico e le imprese
pubbliche, permetteva ai capitalisti argentini di piazzare
all’estero notevolissime quantita’ di capitale. Tra
il 1978 e il 1981, piu’ di 38.000 milioni di dollari sono
usciti dal paese in maniera “eccessiva e ingiustificata”;
questo era consentito fondamentalmente dal fatto che ogni
residente argentino poteva acquistare 20.000 dollari al giorno
– che poi potevano essere collocati all’estero (pp. 56-8).
In poche parole, lo Stato si indebitava
mentre i capitalisti esportavano allegramente i capitali fuori
dal paese: “Approssimativamente, il 90% delle risorse
provenienti dall’estero tramite l’indebitamento di imprese
(private e pubbliche) e del governo erano state trasferite
all’estero in operazioni finanziarie speculative” (p.
102). Rilevanti cifre prese in prestito da banche private
statunitensi e dell’Europa occidentale sono poi state
depositate in quelle stesse banche.
Aziende pubbliche come YPF sono state
sistematicamente messe in difficolta’ (p. 130).
Il regime di transizione “democratica”
succeduto alla dittatura ha trasformato il debito delle
imprese private in debito pubblico del tutto illegalmente (p.
152) – il che significa che questa decisione potrebbe essere
rivista. Tra le imprese private i cui debiti sono stati
assunti dallo Stato, 26 erano societa’ finanziarie. Tra
queste figuravano parecchie banche straniere insediate in
Argentina: City Bank, First National Bank of Boston, Deutsche
Bank, Chase Manhattan Bank, Bank of America (pp. 155-7), il
che significa che lo Stato argentino indebitato con queste
banche ha deciso di assumersene i debiti. Senza commenti!
Un esempio puntuale di convergenza tra una
banca privata del Nord e la dittatura argentina: tra il luglio
e il novembre del 1976, la Chase Manhattan Bank ha ricevuto
mensilmente depositi di 22 milioni di dollari (cifre che poi
sono aumentate ulteriormente), ricavando un interesse del 5,5%
in quel periodo e, allo stesso ritmo, la Banca Centrale
argentina ha acceso prestiti presso la stessa banca degli
Stati Uniti, la Chase Manhattan Bank, a un interesse
dell’8,75% (p. 165).
Quelle della sentenza sono conclusioni
demolitrici per la dittatura, per i regimi che l’hanno
sorretta, per il FMI, per i creditori privati, ecc. La
sentenza emessa dal tribunale enuncia chiaramente che “il
debito estero della nazione […] e’ risultato
grossolanamente incrementato a partire dal 1976 attraverso la
strumentazione di una politica economica volgare e
oltraggiosa che ha messo in ginocchio il paese con i
vari metodi utilizzati, gia’ spiegati in questa conclusione,
e che tendevano tra l’altro ad avvantaggiare e sostenere
imprese e affari privati – nazionali e stranieri – ai
danni di societa’ e imprese dello Stato che, tramite una
politica appositamente orientata, si sono andate impoverendo
di giorno in giorno; tutto cio’, tra l’altro, si e’
riflesso nelle valutazioni ottenute al momento in cui sono
cominciate le privatizzazioni di queste imprese” (p.
195).
La sentenza dovrebbe servire di base per
una decisa iniziativa di rifiuto del pagamento del debito
estero pubblico argentino e per il suo annullamento. Si tratta
di un debito odioso e illegittimo. I creditori non hanno il
diritto di continuare a ricevere gli interessi per questo
settore del debito; i loro crediti sono nulli. Come i nuovi
debiti contratti dal 1982-1983, sono essenzialmente serviti a
rimborsare quelli precedenti e sono in se’ gravati da
illegittimita’. L’Argentina puo’ perfettamente
basarsi sul diritto internazionale per giustificare la
decisione di non pagare il debito estero. Si possono invocare
svariati argomenti giuridici, tra i quali si potrebbe citare
la nozione di debito odioso (i creditori non possono
disconoscerlo), di forza maggiore (come gli altri paesi
indebitati, l’Argentina si e’ trovata di fronte a un
brusco cambiamento della situazione a causa della decisione di
aumentare unilateralmente i tassi di interesse da parte degli
Stati Uniti a partire dal 1979) e di stato di necessita’ (le
finanze argentine non consentono di continuare a pagare,
perche’ questo impedisce il rispetto degli obblighi assunti
con la sottoscrizione di trattati internazionali che
riguardano i diritti economici e sociali dei cittadini).
La sospensione dei pagamenti del debito va
completata con altre misure essenziali. Ed ecco alcune
proposte da discutere. Innanzitutto, l’esigenza di
un’indagine internazionale sugli attivi illegittimamente
accumulati da residenti argentini e depositati all’estero
(secondo il BIS, i depositi di capitalisti argentini in banche
dei paesi piu’ industrializzati ammontano grosso modo a
40.000 milioni di dollari – cfr. BIS, “International
Banking and Financial Market Developments”, in Quarterly
Review, giugno 2001, www.bis.org). L’obiettivo e’ quello di recuperare la
massima quantita’ possibile di fondi sottratti alla Nazione.
In secondo luogo, introdurre misure di controllo sui movimenti
di capitali e sulle operazioni cambiarie, per impedire che si
protragga la fuga di capitali e per proteggersi da aggressioni
speculative. In terzo luogo, mettere in moto una politica
fiscale redistributiva: tassazioni eccezionali sul patrimonio
del decile piu’ ricco della popolazione, imposte sui
guadagni da capitali, riduzione dell’IVA su prodotti e
servizi di base, ecc. In quarto luogo, deroga di decreti e
leggi che impongano riduzioni di salari e pensioni (ed altre
prestazioni sociali); difesa e potenziamento della sicurezza
sociale; assicurare un reddito minimo e garantito a tutti i
disoccupati e aumentare salari e pensioni per ricostituire il
potere d’acquisto e’ la condizione di fondo di qualsiasi
alternativa progressista all’attuale stato di cose; la
“fiducia dei consumatori” si recupera rivedendo la riforma
del lavoro e garantendo la stabilita’ dell’impiego e non
aspettando che “piovano” i vantaggi dei profitti ottenuti
dagli imprenditori. In quinto luogo: statalizzazione delle
imprese privatizzate indebitamente, a partire da quelle
corrispondenti a settori strategici (energia, petrolio,
comunicazioni, ecc.); sul piano internazionale, favorire la
costruzione di un fronte dei paesi indebitati, sviluppare le
complementarita’ e gli interscambi Sud-Sud; opporsi
energicamente all’ALCA; opporsi all’offensiva militare
degli Stati Uniti (basi militari, scudo antimissili di Bush,
che cerchera’ di creare una base strategica nel Cono Sur;
Plan Colombia); sostenere le iniziative in favore
dell’imposizione di una tassa tipo Tobin sulle transazioni
finanziarie internazionali.
Queste varie proposte costituiscono tracce
per un’alternativa al modello neoliberista. Non si tratta di
un programma da “prendere o lasciare”, ma si tratta di
dimostrare che esistono soluzioni se si vuole farla finita con
la logica infernale dell’indebitamento estero e della
dipendenza sempre piu’ accentuata.
Nota bibliografica.
ATTAC (1999), Attac contre la dictature des
marche’s [Attac contro la dittatura dei mercati], Paris,
1999, Attac, La Dispute, Syllepse, VO Editions, 158 pp.
A. Calcagno, E. Calcagno (1999), La Deuda
Externa explicada a todos [Il debito estero spiegato al
volgo], Catalogos Editora, Buenos Aires, 1999, 126 pp.
Alejandro Olmos (1990), Todo lo que usted
quiso saber sobre la deuda externa y siempre lo ocultaron
[Tutto quel che avreste voluto sapere sul debito estero e vi
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