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   Protesta sociale e crisi politica in Argentina:
 
 • La sconfitta neoliberista.

 

Protesta sociale e crisi politica in Argentina: la sconfitta neoliberista.

di Jose' Súane


L'articolo apparira', completo delle note qui omesse, sul prossimo numero della rivista Bandiera Rossa. Jose' Sùane è sociologo, coordinatore del programma "Osservatorio sociale dell'America Latina" (OSAL) del "Consiglio Latinoamericano di Scienze Sociali" (CLACSO). Docente presso la facolta' di Scienze Sociali dell'Universita' di Buenos Aires.


Immagini della fine.

Giovedi' 20 dicembre, al calar della sera, il presidente De la Rúa
presentava le dimissioni e concludeva, precipitosamente, il breve governo
dell'"Alianza" (la coalizione elettorale composta dall'Unión Cívica Radical
e dal FREPASO - Frente País Solidario), che aveva largamente vinto le
elezioni presidenziali argentine nell'ottobre 1999. Mentre l'elicottero
ufficiale portava via l'ex presidente, nei pressi della Casa di Governo e
in tutto il centro di Buenos Aires le forze di polizia cercavano di
sciogliere, con una repressione violenta, l'instancabile manifestazione
popolare che aveva occupato e conteso la simbolica Plaza de Mayo fin dalla
notte del giorno prima.
Queste immagini ritraevano il tracollo della coalizione politica ufficiale,
che aveva deluso le aspettative popolari che ne avevano accompagnato la
vittoria anni addietro. Dopo le promesse sul lavoro, l'istruzione e la
giustizia (il principale slogan dell'Alianza nella campagna elettorale del
1999), la crescita significativa della disoccupazione, l'asfittico bilancio
della pubblica istruzione e le tasse sugli studi universitari, la
connivenza con i giudici federali designati sotto la gestione "menemista",
stavano gia' ad indicare con quanta facilita' si fossero dimenticati i
patti stretti con la cittadinanza, tratto peraltro distintivo delle e'lites
politiche dei nostri giorni. I "cazerolazos" (le manifestazioni al suono
delle pentole) e le proteste di fine dicembre, di cui sono stati
protagonisti gli stessi settori sociali che avevano sorretto la coalizione
al governo, riproponevano per le strade l'essenza vitale della democrazia,
vilipesa e corrotta dall'applicazione delle politiche neoliberiste.
Si chiudeva una politica che aveva solo portato a fondo, a piu' riprese,
l'aggiustamento fiscale, all'insegna del- le attente "raccomandazioni" del
Fondo Monetario Internazionale e della Banca creditrice, e che aveva quindi
bruscamente accelerato il prolungato ciclo recessivo che ormai durava da
oltre quattro anni e il processo di depauperamento sociale che segna la
politica economica argentina pressoche' senza soluzione di continuita'
dalla meta' degli anni Settanta.
La rinuncia forzata dell'ex presidente De la Rúa si aggiungeva alla lista -
tutt'altro che breve, se teniamo conto dei casi del Brasile, dell'Ecuador,
del Peru' e del Venezuela nell'ultimo decennio - di governanti
"neoliberisti" latinoamericani che hanno dovuto abbandonare in fretta il
potere, sotto la spinta del rigetto e della mobilitazione sociale.
Ma la caduta del governo e la crisi politica innescata a partire di li' -
espressasi tra l'altro nel susseguirsi di cinque presidenti in meno di
quindici giorni - rifletteva anche il collasso del regime forgiato a
partire dagli anni Novanta, noto con il nome della "convertibilita'", che
aveva costituito la specifica cristallizzazione storica di un ciclo di piu'
lungo respiro, le cui radici risalgono a quasi tre decenni addietro, con
l'avvio di politiche di taglio neoliberista in Argentina. Le ripercussioni
sociali di tali politiche risultano evidenti se si tiene conto del fatto
che mentre nel 1975, su 22 milioni di abitanti, la popolazione che viveva
al di sotto della soglia di poverta' ammontava a 2 milioni, oggi su una
popolazione di 37 milioni sono quasi 14 i milioni di cittadini condannati
ad essere poveri, e quasi un terzo di questi (poco piu' di 4,5 milioni di
persone) sono indigenti. D'altra parte, la stessa incapacita' di garantire,
magari con un modello distributivo regressivo, un ciclo di sostenuta
crescita economica e' resa evidente dalla prolungata recessione in atto.
La crisi dell'"Argentina della convertibilita'", forgiata dal presidente
Menem e dal ministro Cavallo agli inizi degli anni Novanta e sotto la
gestione De la Rúa - un altro dei modelli internazionali della via da
seguire proposto dai sostenitori del "libero mercato" - - rifletteva anche,
con tutta l'intensita' di un caso esemplare, la profonda crisi economica di
fronte alla quale si trova a livello internazionale la cosiddetta
"globalizzazione neoliberista".



Fisionomia del neoliberismo.

Imposto a sangue e fuoco a partire dal 1976 con la dittatura militare,
l'innesco della strategia neoliberista in Argentina presupponeva la
costituzione di un nuovo regime socioeconomico caratterizzato da un modello
regressivo di distribuzione delle risorse e della ricchezza, che ha
comportato un pazzesco processo di concentrazione del capitale e di
esproprio di beni, risorse e diritti di ampie frange sociali, nonche' dei
beni pubblici e delle risorse naturali.
Ispirato all'"ortodossia" economica, fondato sulla liberalizzazione
finanziaria e commerciale, questo regime ha portato all'istallarsi di un
modello contraddistinto dalla valorizzazione finanziaria e dal
trasferimento di risorse all'estero. L'indebitamento estero del grande
capitale locale - poi "statalizzato" sotto la breve gestione di Domingo
Cavallo, con dietro la Banca centrale, nel 1982 - legato alla speculazione
finanziaria e alla fuga di capitali, e l'indebitamento statale che ha
accompagnato tutto questo per procurare le divise necessarie al ciclo
speculativo, hanno fatto dell'aumento del debito estero una componente
essenziale del regime neoliberista. D'altro canto, il predominio
dell'investimento finanziario - ai danni di quello produttivo - accanto
all'apertura commerciale, ha spinto all'estremo la distruzione
dell'apparato produttivo e ha portato allo smantellamento delle industrie,
con il conseguente espandersi della disoccupazione e il ridursi dei salari.
L'avvio, nel 1991, del sistema della convertibilita' ha comportato, ben
oltre le ripercussioni sul contenimento della spirale inflazionistica, il
radicale approfondirsi del corso neoliberista, accentuando l'apertura
commerciale e aprendo la strada alla privatizzazione estrema del settore
pubblico. In questo schema, le privatizzazioni hanno consentito al grande
capitale, locale e internazionale, di appropriarsi a prezzi irrisori di
quote dell'attivita' economica, a condizioni in genere di quasi monopolio e
di elevata redditivita', ottenendo nuove alternative di valorizzazione,
grazie alla soppressione di una serie di diritti di carattere pubblico,
trasformati a loro volta in oggetto del processo di accumulazione del
capitale. L'associazione in una nuova "comunita' di traffici" dei grandi
imprenditori locali con la banca internazionale e con imprese
transnazionali nella gestione delle aziende pubbliche privatizzate ha
costituito la ragione del consenso del potere economico ed ha fornito
appoggio stabile al governo dell'ex presidente Menem. La cessione al
capitale con maggiore concentrazione di questi settori ad elevata
redditivita' si e' connessa al nuovo ciclo di indebitamento con l'estero e
di fuga di capitali che ha caratterizzato il decennio Novanta, segnalando
ancora una volta la natura di prebenda e di rendita del regime economico
argentino. Facile intuire come lo svilupparsi di un processo del genere non
solo abbia acuito la crisi sociale e le condizioni di disparita'
redistributiva, ma abbia anche portato all'estremo la situazione di
debolezza fiscale e di deterioramento della bilancia estera.
Cosi', la dipendenza strutturale del sistema avviato a meta' degli anni
Settanta, quello cioe' dell'affluenza di capitali esteri -in forma di
indebitamento, o di capitale speculativo, o di investimenti - sta a
significare che, quando l'accesso al credito si blocca, il meccanismo entra
in crisi e conosce momenti di collasso. E' quanto e' accaduto nel 1982
(crisi del debito estero), nel 1989 (tracollo fiscale e iperinflazione),
nel 1995 (effetto Tequila) e si e' ripresentato a partire dalla meta' del
1998, in seguito alla crisi mondiale.
Da questo punto di vista, la crisi argentina, nella sua specifica
complessita', manifesta anche a livello nazionale gli effetti dei terremoti
finanziari che agitano la "globalizzazione neoliberista" a partire dalla
fine del 1997 con il tracollo delle economie asiatiche, prolungatisi nel
corso del 1998 in Russia e in Brasile, per poi raggiungere il cuore delle
stesse grandi potenze - soprattutto gli Stati Uniti - nel 2001, nella forma
di quella recessione economica che oggi sembra presentarsi al livello
internazionale.
Diversamente dalle crisi precedenti, la specificita' di quella in atto ci
rimanda a tre questioni o processi che proveremo ad analizzare di seguito.


La ripresa della mobilitazione sociale.

I cacerolazos e le mobilitazioni promossi dai settori urbani - in
particolare dai ceti medi e da larghi strati giovanili a Buenos Aires - che
hanno contrassegnato le giornate di dicembre hanno costituito il punto di
arrivo di il lungo processo di crescita della protesta sociale e di
consolidamento dei movimenti popolari che si era andato forgiando lungo il
2001.
Su questo, vale la pena di ricordare che, per esempio, le rilevazioni
effettuate dall'Osservatorio Sociale dell'America Latina (OSAL-CLACSO)
indicano come, nel caso argentino, il numero di proteste promosse da vari
movimenti e organizzazioni durante lo scorso anno sia aumentato del 50%
rispetto all'anno precedente.
La crescita della protesta si e' manifestata tra l'altro nel suo stesso
allargamento territoriale e sociale - comprendendo dai lavoratori occupati
(soprattutto del settore pubblico) ai disoccupati, gli studenti, settori di
ceto medio, commercianti e piccoli produttori agricoli - nella sua maggiore
consistenza, nei passi in avanti sul piano dell'organizzazione che alcuni
di tali processi hanno compiuto - specie in settori di lavoratori
disoccupati e urbani - nello svilupparsi di forme nuove di iniziativa
collettiva e di coordinamenti e in importanti conflitti. Per la sua
vastita' e consistenza, la protesta rifletteva la profondita' dell'impatto
sia della recessione economica e delle politiche di "aggiustamento", sia
dei processi di riarticolazione delle relazioni sociali, grazie al formarsi
al rafforzarsi dei movimenti.
Le mobilitazioni di dicembre avevano alle spalle come eredita' ed
esperienza le intense lotte sociali esplose nel marzo e nel luglio 2001, di
fronte ai rinnovati tentativi di taglio della spesa pubblica imposti dal
governo. La prima, concentrata tra il 16 e il 21 marzo, e' nata dal rifiuto
del feroce pacchetto di misure di taglio annunciate dal ministro
dell'Economia, Ricardo López Murphy. Sebbene si fosse concretizzata
soltanto una parte delle misure annunciate, la mobilitazione massiccia di
vari settori aveva contribuito alle dimissioni del neoministro. La seconda
mobilitazione, iniziata alla meta' del mese di luglio e protrattasi fino a
settembre, nasceva in risposta all'annuncio governativo del piano di
"deficit zero" sostenuto da Cavallo, successore di Murphy. La riduzione del
13% dei salari del settore pubblico (incluse le pensioni), i licenziamenti,
il pagamento di una parte dei salari in buoni - nel caso degli impiegati
provinciali - o semplicemente l'interruzione del pagamento dei salari,
oltre alla sospensione degli incentivi agli insegnanti - ottenuti
all'inizio del governo dell'Alianza - e alla riduzione del bilancio
dell'universita' - cosa che condannava alla paralisi vari centri di studio
- erano all'origine della protesta e stavano ad indicare ormai il collasso
del sistema economico noto con il nome di "convertibilita'".
Il ciclo di mobilitazioni, di scioperi, blocchi stradale e cazerolazos che
ha percorso il 2001 e si e' nettamente manifestato alla fine dell'anno ci
riporta a tre problemi interessanti. In primo luogo, esso sembra segnare la
fine della tregua sociale, rafforzatasi con l'esercizio o la minaccia del
terrore repressivo della passata dittatura e ripresa nella forma del
"terrore economico", introdotta dal punto di vista sociale dalla fase di
iperinflazione e di disoccupazione di massa degli anni Novanta. L'irruzione
del sociale sulla scena del potere e la sua provata capacita' di incidere
sulla crisi ha perlomeno messo in evidenza che c'e', socialmente, un limite
ai tentativi di soluzione dell'attuale situazione. Ormai, il fragore delle
pentole risuona negli orecchi dell'e'lite politica ed economica.
In secondo luogo, mentre le politiche messe in atto negli ultimi decenni -
nell'ultimo in particolare - potevano contare sulla partecipazione o il
beneplacito dell'establishment politico, la crescita dei movimenti di
protesta si e' andata consolidando in una sempre piu' esplicita autonomia
dai partiti maggioritari ed e' andata costruendo, nel corso della propria
esperienza, una critica all'insieme del sistema politico - in maniera
chiarissima nelle proteste di dicembre - avviando un complesso processo
embrionale di democrazia di strada, assembleare e partecipativa.
Infine, nella loro vitalita' e nelle loro forme, sembra che le
mobilitazioni abbiano rinnovato altre esperienze di recenti rivolte sociali
latinoamericane, come la sollevazione indigena in Ecuador nel gennaio 2000
o la cosiddetta "Guerra dell'Acqua" a Cochabamba (Bolivia) nell'aprile
dello stesso anno contro la privatizzazione della societa' fornitrice
dell'acqua, sottolineando cosi' lo stesso carattere regionale dei processi
in corso.


La delegittimazione crescente del regime politico.

Come segnala Noam Chomsky, la liberalizzazione del capitale, caratteristica
delle controriforme neoliberiste, porta all'instaurazione di un "parlamento
virtuale" che, tramite il controllo quotidiano dei flussi speculativi,
ottiene un "potere di veto e decisione" sulle politiche del governo,
restringendo di fatto la democrazia. Anche Attilio Boron ha segnalato la
profonda contraddizione che c'e' tra la democrazia - intesa come effettivo
governo del popolo - e il neoliberismo.
La recente esperienza argentina si rivela come un tragico e nitido esempio
di queste constatazioni. La politica neoliberista applicata nel decennio di
Menem comportava una particolare concentrazione di potere nell'Esecutivo -
tramite i decreti presidenziali - di controllo e di subordinazione della
Giustizia - allargamento della Corte Suprema, rimpiazzo dei Giudici
Federali - e di generalizzazione della corruzione - che, lungi dall'essere
un "corpo estraneo" al modello economico, ha svolto un ruolo fondamentale
nella manipolazione del consenso attivo e passivo concesso dalla
maggioranza delle e'lites dirigenti. Le vittorie elettorali conseguite da
Menem - garantite da questi procedimenti e grazie al controllo
dell'inflazione, alla fittizia calma economica e all'espansione del credito
nei primi anni - hanno cominciato ad offuscarsi nella seconda meta' degli
anni Novanta, con l'acuirsi della crisi economica. L'arretramento
elettorale del partito di governo (Justicialista) nelle elezioni politiche
e provinciali del 1997 - soprattutto con l'insuccesso nella provincia di
Buenos Aires - e la clamorosa sconfitta alle presidenziali e alle politiche
del 1999 stavano ad indicare, in termini di volonta' popolare, l'urgenza
sociale di un'inversione di rotta. Invece il governo dell'Alianza, lungi
dal prestare ascolto alle motivazioni democratiche della sua base
elettorale, ha dimostrato una continuita' sempre piu' marcata con il
precedente governo menemista e questo, di fatto, ha comportato una serie di
conflitti politici al suo interno e il progressivo defilarsi e
differenziarsi dal potere esecutivo di buona parte delle strutture
politiche dei due partiti che formavano la coalizione ufficiale.
Agli occhi della societa', la crescente delegittimazione politica che il
governo e la stessa maggioranza dell'establishment erano riusciti a
guadagnarsi durante la breve gestione ha finito per ripercuotersi sui
risultati delle elezioni dell'ottobre 2001, con il clamoroso disastro
elettorale della coalizione al governo, la perdita di voti del partito
Justicialista -che pero' e' comunque riuscito ad essere la prima minoranza
alla Camera dei Deputati e, quindi, ad attribuirsi un relativo controllo
del parlamento (cosa che avrebbe avuto un ruolo decisivo nella transizione
apertasi a dicembre) - il vertiginoso aumento del voto nullo o delle schede
bianche (che hanno raggiunto quasi il 22%, costituendo la terza forza al
livello nazionale), il risultato ottenuto da nuove coalizioni elettorali -
perlopiu' formate da distacchi e scissioni della "Coalizione di governo" -
critiche verso la politica governativa e la relativa crescita della
sinistra politica. La messa in discussione, quindi, dell'insieme dei poteri
statuali (il potere esecutivo, il parlamento e la Corte Suprema) che ha
contraddistinto le proteste di dicembre ha espresso in piazza - con
maggiore intensita' - la rivendicazione di un "demos" orfano di
rappresentanza il quale, pur se ancora a uno stadio embrionale, rivendica
una riforma radicale del sistema politico che sia in grado di rendere
effettivo il governo del popolo.


Le tensioni tra i poteri economici.

Il ciclo della "convertibilita'", come abbiamo accennato, ha garantito
l'ulteriore arricchimento dei poteri economici dominanti, soprattutto con
la partecipazione alla privatizzazione delle imprese pubbliche, che ha
significato il trasferimento di settori di quasi monopolio a condizioni
anche normative di particolare favore - aumento delle tariffe,
dollarizzazione delle fatture, indicizzazione biennale in base
all'inflazione americana , ecc. - garantendo in questo modo -e vanno
aggiunti il calo permanente del costo del lavoro e i sussidi al settore
privato - un nuovo ciclo di passaggio di introiti e risorse al potere
economico con maggiore concentrazione. di capitale
Naturalmente, il blocco dell'accesso al credito, le svalutazioni
concorrenziali promosse da altri paesi dell'area - soprattutto dal Brasile
- e la portata crescente della recessione mondiale hanno segnato
l'esaurirsi di questo ciclo "virtuoso" (in termini di maggiore
concentrazione di capitale) della convertibilita'. La crisi si e'
manifestata con crescenti polemiche e tensioni in seno al blocco economico
tra settori finanziari e quelli dei servizi pubblici privatizzati - passati
intorno alla seconda meta' degli anni Novanta nelle mani delle
transnazionali - che si battevano per la dollarizzazione, e la frazione
capeggiata dai cosiddetti "grandi gruppi locali" - essenzialmente
esportatori - che appoggiavano la svalutazione. Di certo, ben al di la' di
tali differenziazioni e delle intenzioni di spostare a proprio favore altri
settori sociali, entrambi i gruppi erano, e continuano ad essere, concordi
nel sostenere il quadro arretrato di redistribuzione delle risorse.
La polemica tra i "poteri economici" attraversa l'insieme
dell'establishment politico e si e' manifestata ogni volta che si sono
prese misure economiche. Sotto i reiterati "colpi del mercato" - che si
mostravano soprattutto nella scalata del "rischio-paese" e nella fuga di
depositi - il governo di De la Rúa ha privilegiato, con successivi
aggiustamenti fiscali, i settori finanziari, i creditori esteri, dietro
consiglio del FMI. Il prevalere di queste pressioni ha svolto un ruolo
importante nella crisi di dicembre e nei suoi successivi, ed attuali,
tentativi di risolverla. Da questo punto di vista, il passaggio dal governo
di De la Rúa a quello di Eduardo Duhalde -l'attuale presidente - puo' anche
essere interpretato - dopo la svalutazione del peso e gli annunci di
dedollarizzazione dell'economia - in termini di differenziazioni tra i
"poteri economici", al pari della preminenza crescente ottenuta dai "grandi
gruppi locali" (esportatori).


Le giornate di dicembre.

Nelle ultime settimane di dicembre questi processi si sono combinati e
intensificati, fino a mettere in discussione il regime politico e le
soluzioni per l'uscita dalla crisi della "convertibilita'". Lo specifico
detonatore e' stato il varo di una serie di misure decise dal ministro
Cavallo - dette poi "corralito" - che hanno comportato il sostanziale
congelamento dei depositi in banca, colpendo sia quelli a "scadenza
determinata", sia il pagamento dei salari, che con precedenti misure dello
stesso ministro era diventato obbligatorio depositare in banca. L'impatto
di queste politiche si e' fatto ben presto sentire. Il mercoledi' 12
dicembre si verificavano in tutto il paese proteste e blocchi stradali e si
sentivano i primi "cazerolasos" e "bocinazos"; il giorno dopo, tutte le
centrali sindacali convocavano uno sciopero nazionale contro la politica
economica, che raccoglieva un'altissima adesione - una delle piu' alte in
tutto il decennio.
In quello stesso giorno sono apparsi nel paese i primi saccheggi e le prime
rivolte per procurarsi del cibo, che si sono prolungati in un'ondata
prolungatasi e moltiplicatasi per tutto il 18 e il 19 nella conurbazione di
Buenos Aires e in buona parte delle altre citta'. Sulla spinta di queste
mobilitazioni, che ricordavano quelle del 1989, i settori maggiormente
depauperati dei quartieri piu' popolosi delle principali citta' del paese
ricomparivano sull'arena del conflitto, riadattando le esperienze di
blocchi stradali che avevano caratterizzato il movimento dei disoccupati
nei mesi e negli anni precedenti.
E' ancora difficile valutare con certezza questo drammatico processo, su
cui hanno sicuramente inciso l'acuirsi della crisi determinata dal
"corralito bancario" e l'avvicinarsi delle festivita' natalizie, o il
fenomeno - che costituisce la trama diffusa della tradizione creola, fatta
di forze di "insicurezza" e del crimine in particolare presenti nella
provincia di Buenos Aires,- di chi ha cercato di approfittare del
"rimescolamento delle acque".
La sera del 19 dicembre il presidente De la Rúa annunciava alla TV la
proclamazione dello Stato d'assedio, una misura a quanto pare concordata
con i governatori giustizialisti. Verso la fine del discorso, con un atto
di aperta disobbedienza civile, la popolazione dei quartieri di Buenos
Aires - e di numerose altre citta' del paese - hanno preso a fare risuonare
le loro pentole, per poi riunirsi a ogni angolo ed avviare la lunga marcia
verso i luoghi-simbolo del potere politico: la residenza presidenziale, la
casa del ministro Cavallo, il Palazzo del Congresso e la Plaza de Mayo.
Quando le prime colonne di vecinos [gli abitanti dei vari barrios o
quartieri] - tra cui spiccavano le donne, i giovani e i bambini - sono
arrivate in Plaza de Mayo battendo le pentole era ormai passata la
mezzanotte. Stranamente, la repressione scatenatasi contro i primi
manifestanti che si andavano concentrando nella piazza non induceva a
desistere. Per buona parte della notte e al mattino dell'indomani,
giovedi', si protraeva una vera e propria battaglia di occupazione delle le
strade, che a mano a mano si estendeva a tutto il centro cittadino. Le
immagini di quegli scontri, la spiccata presenza di giovani e l'accanimento
poliziesco richiamano alla mente le giornate di Genova contro il G8 del
luglio 2001.
Alla fine di quella giornata, il presidente e l'intero governo si
dimettono. L'inaspettata ed intensa protesta e la mobilitazione dei
cittadini - quelli che avevano costituito la base principale del successo
dell'Alianza nel 1999 -nonche' la risposta della repressione poliziesca
segnano dunque la fine del governo di De la Rúa e indicano la stessa
profondita' della crisi di egemonia che sta ormai rimettendo in discussione
in Argentina il modello neoliberista. Dopo l'assunzione del brevissimo
mandato di presidente da parte di Rodriguez Saá, le dispute per il potere
in seno al partito Justicialista (nelle quali e' stato coinvolto l'insieme
dell'establishment politico) e le frizioni fra le varie frazioni del
"potere economico", si e' aperto il varco al fragore delle pentole e le
mobilitazioni hanno scandito il ritmo della crisi politica.


Una soluzione in bilico.

L'elezione del nuovo presidente Eduardo Duhalde da parte dell'Assemblea
legislativa e' ancora ben lungi dall'avere risolto la profonda crisi di
egemonia manifestatasi con particolare intensita' a partire dalla fine di
dicembre. Diversamente da quanto accaduto nel 1989, quando l'iperinflazione
e i saccheggi hanno accelerato l'avvento alla presidenza di Carlos Menem,
inaugurando esasperate politiche neoliberiste (poi sancite con la
"convertibilita'"), ora la costruzione di un nuovo modello, sulle ceneri di
quel regime, deve fare i conti sia con la difficolta' di ricomporre
l'unita' delle forze economiche - dove, a quanto pare, prevalgono i "gruppi
esportatori" - sia la crescente resistenza sociale a un'uscita dalla crisi
che implichi, ancora una volta, un'iniqua redistribuzione delle risorse.
Rispetto al movimento sociale, le esperienze dei cazerolazos , i picchetti
nei quartieri e le mobilitazioni hanno dischiuso, nei settori urbani, un
processo di organizzazione locale la cui potenzialita' e la cui ricchezza
non si riescono ancora a valutare appieno. Accanto, infatti, ai nuovi
cazerolazos che, rivolti in particolare contro le banche, ormai stanno
accompagnando la gestione di Duhalde, tornano a manifestarsi altre proteste
che vedono protagonisti soprattutto i lavoratori del settore pubblico e del
movimento dei disoccupati, che gia' incarnavano il ciclo di mobilitazioni
dell'agosto-settembre 2001.
Il sorgere di queste esperienze e il loro imporsi per le strade e in piazza
esprimono la resistenza sociale che si e' dispiegata in risposta ai
tentativi di scaricare la soluzione della crisi sulla maggioranza degli
strati popolari, nonche' l'aspirazione crescente al rinnovamento e alla
radicale trasformazione democratica della vita sociale.
Fintanto che gli eventi non troveranno una conclusione, varrebbe forse la
pena di chiedersi in quale misura, visto che l'ex "Argentina convertibile"
forgiata da Menem e Cavallo era stata presentata dagli organismi creditizi
internazionali come il luminoso cammino da seguire, quella di oggi non
possa essere concepita come il riflesso del futuro neoliberista in America
Latina. 

[Traduzione dal castigliano di Titti Pierini]

 

"Se quest'ombre v'han noiato, dite (e tutto è rimediato) che, in un sonno pien di larve, tal visione qui v'apparve. Noi farem, scusati, ammenda".    ( W. Shakespeare )

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