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Note sulla
situazione politica argentina: |
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Di Antonio Moscato. |
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Note sulla situazione politica
argentina.
di Antonio Moscato
Difficile fare, per ora, previsioni sullo sbocco
dell'attuale crisi sociale
e politica dell'Argentina. L'ampiezza del
rigetto dei governanti, se ha
comportato la rapidissima liquidazione dei primi
tentativi della borghesia
di trovare una via d'uscita accettabile alla
crisi esplosa con la cacciata
del ministro dell'economia Domingo Cavallo e poi
dello stesso presidente de
la Rua, non sembra per ora vedere il delinearsi
di una credibile
alternativa.
La protesta dei ceti medi urbani defraudati dal
corralito e che si sfoga
nelle manifestazioni davanti al Palazzo di
Giustizia, in Plaza de Mayo e
soprattutto nei quartieri (con i cacerolazos),
stenta a trovare una
saldatura reale con il movimento dei piqueteros
(i blocchi stradali
effettuati quotidianamente dai disoccupati e
licenziati) anche se da molte
parti si leva il grido "piqueteros,
cacerolas, la lucha es una sola". Piu'
facile gridarlo che realizzarlo, per le molte
diffidenze reciproche.
La sinistra rivoluzionaria e' frammentata e in
genere piuttosto settaria
(tipica la convocazione nello stesso giorno di
congressi contrapposti di
piqueteros), e soprattutto si presenta con
programmi preconfezionati, magari
abbastanza corretti, ma che appaiono calati
dall'alto. Per tutta una fase il
risultato e' stato il rigetto dei gruppi che
arrivavano nelle concentrazioni
di piazza inquadrati quasi militarmente con
bandiere ed enormi striscioni,
poi sono stati accettati, ma in un certo senso
piu' tollerati che veramente
riconosciuti come una componente del movimento.
L'inesperienza delle nuove leve
"incazzate" porta spesso a riproporre
il
divieto di partecipazione con bandiere di
organizzazione, oppure porta a una
flessione della partecipazione popolare alle
iniziative centrali, sia per
timore di provocazioni, sia per il permanere del
riflesso condizionato
ereditato dal periodo immediatamente successivo
alla caduta della dittatura,
con la teoria dei "due demoni", i
militari e i gruppi rivoluzionari degli
anni Settanta messi sullo stesso piano delle
responsabilita'. Della sinistra
rivoluzionaria si ricordano gli errori (che vi
furono, ma non furono la
causa, bensi' al massimo il pretesto per la
repressione) e non la generosa
partecipazione alle lotte operaie e popolari
delle stesse organizzazioni
armate. Queste per giunta non rappresentavano la
totalita' della sinistra,
dal momento che anche organizzazioni che pure
criticavano aspramente la
guerriglia svolsero nella prima meta' degli anni
Settanta un ruolo
importante nelle lotte della classe operaia e
furono ugualmente spazzate via
e sterminate dai militari.
Tra esse non consideriamo naturalmente al PCA,
la cui dirigenza (insieme e
non solo al rimorchio dell'URSS, che non ruppe
mai i rapporti con la
dittatura, analogamente a quel che fece la Cina
con Pinochet) ebbe un ruolo
vergognoso di rinuncia alla lotta. Lascio'
perfino che un suo uomo (Jose'
Ber Gelbard, esponente di quelle
"organizzazioni creditizie" che gia'
Guevara considerava responsabili
dell'involuzione del PCA) partecipasse come
ministro dell'economia agli infami governi di
Isabelita Perón e López Rega,
che aprirono la strada alle giunte militari. Il
fatto che molti militanti
comunisti siano stati poi assassinati dalle
squadre della morte non assolve
il partito, e anzi ne aggrava le
responsabilita'. Oggi comunque il PCA non
conta piu' nulla, se non per le sue finanziarie,
che legano con ingenti
prestiti alcuni dei dirigenti del sindacalismo
combattivo (in particolare
della CTA) contribuendo a impedire che assumano
quel ruolo politico che la
situazione renderebbe necessario.
L'unico uomo coerentemente di sinistra che e'
riuscito ad essere eletto al
Congresso nell'ottobre 2001, Luis Zamora, e'
bene accettato nei cacerolazos
e nelle assemblee dei piqueteros, ma non sembra
in grado di assumere un
ruolo nazionale. Alcuni gli rimproverano di non
avere il coraggio di
presentarsi nelle assemblee offrendo la sua
rinuncia alla carica di deputato
a chi chiede "Que se vayan todos"
("se ne vadano tutti", sottintendendo
gli
eletti e i membri della corrotta Corte suprema).
Durante il mio passaggio per Buenos Aires subito
dopo Porto Alegre questa
parola d'ordine delle dimissioni di tutti e di
immediate elezioni (anche dei
membri della Corte suprema) sembrava dominare,
accompagnata da pericolose
illusioni su un possibile passaggio
all'uninominale secco; poi sono
cominciati i dubbi, e oggi si ammette che forse
sarebbe meglio chiedere
elezioni meno ravvicinate, per impedire che in
assenza di un'alternativa
credibile i vecchi apparati radicali e
soprattutto peronisti, umiliati ma
non scomparsi, possano ritornare a galla. In
molti incontri ho trovato
compagni interessati a sapere come e' avvenuto
il riciclaggio dei
politicanti DC e craxiani da parte di
Berlusconi, in nome del "nuovo" e
approfittando dello sdegno per la corruzione
della "prima repubblica", e
dell'insensato regalo fattogli dai DS
appoggiando la modifica del sistema
elettorale con il maggioritario e l'uninominale.
I piu' lucidi propongono una strutturazione del
movimento, fin qui gestito
in forma assembleare, attraverso l'elezione di
delegati dei comitati di
quartiere. Non sarebbero certo ancora i soviet,
ma probabilmente si
ridurrebbero le possibilita' di manipolazioni da
parte di chi controlla i
microfoni nelle assemblee domenicali nel Parque
Centenario, che per giunta
riunisce una parte dei militanti di Buenos Aires
ma e' ben lontano dall'
apparire e soprattutto dal poter essere
veramente una direzione riconosciuta
a livello nazionale.
Si tratta di una strada lunga e complessa,
mentre Duhalde ha gia'
approfittato di qualche flessione della
partecipazione alle troppo
ripetitive assemblee settimanali e ai
cacerolazos per organizzare qualche
pullman di sostenitori reclutati nella feccia
della provincia che lo aveva
eletto governatore in ottobre.
L'ampiezza della crisi e' fuori discussione:
nelle elezioni di ottobre la
maggior parte dei senatori sono stati eletti con
percentuali tra inferiori
al 20% (il candidato di De la Rua, Terragno, con
l'11%), grazie all'
altissimo livello delle astensioni, schede
bianche e nulle, e alla
frammentazione delle liste (in maggioranza
mimetizzate e non riferite
esplicitamente ai due grandi schieramenti).
Non solo il settarismo, ma spesso anche un
ingenuo estremismo (che a
qualcuno in Italia piace molto), hanno impedito
un ruolo della pur numerosa
e vivace sinistra rivoluzionaria. Ma a quanto
pare la lezione non e' ancora
servita.
La strada del radicamento dei gruppi in ciascun
quartiere (dove la gente
partecipa piu' volentieri, e dove e' possibile
che si riconosca un ruolo
dirigente agli stessi militanti dei gruppi che
sembrano invece degli alieni
quando arrivano inquadrati nelle concentrazioni
cittadine) e' quella
sostenuta da alcuni raggruppamenti minori, e
potrebbe essere la piu'
proficua.
P.S. Rinviamo al prossimo numero della rivista
una riflessione piu' ampia e
una rassegna dell'immensa mole di libri e
pregevoli riviste prodotti da una
sinistra argentina che e' sempre culturalmente
ricchissima nonostante le
perdite subite per le stragi della dittatura e
l'esilio (da cui molti non
sono tornati).
3 marzo 2002
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