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   L’Italia nei Balcani: Storia e attualità.
 
 • Perchè questa guerra?  (Di Antonio Moscato.)

 

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Indice:

1)       Introduzione: perché questa guerra

Le menzogne della propaganda di guerra

2)       La memoria storica che manca agli italiani

Dal protettorato italiano alla conquista dell’Albania

L’invasione e l’occupazione della Jugoslavia (1941-1943)

L’Italia e il Kosovo prima e durante la Seconda Guerra Mondiale

3)       Origini e responsabilità della crisi jugoslava

appendice: Michel Chossudovski: La colonia Jugoslavia

4)       Questa guerra: le cause recenti

Perché la Nato ha deciso di intervenire oggi

5)       Uno sguardo retrospettivo a una storia di secoli

Le relazioni tra Italia e Balcani dall’antichità a oggi

La Serbia, il “Piemonte” dei Balcani

c) Le altre nazioni della ex Jugoslavia

6)       Perché l’Italia ha tentato più volte la conquista dei Balcani

7)       Dopo l’avventura fascista: la speranza di una federazione balcanica socialista

Profili di protagonisti

Appendice: il colonialismo italiano

Conclusioni.

 

 

1) Introduzione: perché questa guerra

La nuova guerra dei Balcani è stata preparata a freddo, da tempo. Ha cause molteplici, e avrà conseguenze drammatiche su molti piani: nel paese che ne è la principale vittima (sia pure non innocente), negli altri paesi che sono già stati coinvolti - e lo saranno ancora di più in futuro - e all’interno degli stessi Stati aggressori.

Come ogni guerra ingiusta e senza motivi confessabili, ha bisogno non solo di una martellante preparazione psicologica, ma anche di una sostanziale svolta autoritaria, che imbavagli in ciascun paese aggressore l’opposizione (in quello aggredito, invece, si crea quasi automaticamente un clima di unità nazionale, che rafforza il gruppo dirigente, indipendentemente dalle sue precedenti responsabilità).

Per contrastare la sistematica campagna tendente a creare una visione distorta e manichea della guerra, cercheremo di ricostruire alcune delle ragioni reali del conflitto, di identificare l’origine dei complessi interessi che spingono all’intervento, e soprattutto di riportare alla memoria quella parte della storia delle relazioni tra Italia, Albania e Jugoslavia che nel nostro paese viene occultata e rimossa. A questo scopo, la riflessione sul presente si intreccia con quella sulle premesse di questa guerra, riprendendo anche nostri scritti precedenti, che affrontavano già alcuni dei nodi della questione dei Balcani e dell’intervento, all’interno di essi, dell’imperialismo europeo, in particolare italiano.

Le menzogne della propaganda di guerra

Oggi questa riflessione è più necessaria che mai. La propaganda di guerra – di ogni guerra - porta sistematicamente alla demonizzazione del “nemico”: Alessandro Curzi ha ricordato che suo padre, socialista da sempre contrario alla guerra, nel 1915 divenne interventista, quando apprese dai giornali che i tedeschi tagliavano le mani ai bambini del Belgio. Ad esempio, il 14 maggio 1915 (dieci giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia) sia il Corriere della sera sia Il Messaggero pubblicarono con grande rilievo un rapporto inglese sulle atrocità tedesche in Belgio: vi si parlava, con abbondanza di particolari raccapriccianti, dello “sgozzamento di donne, di giovinette, di fanciulli, spesso accompagnato da circostanze ripugnanti in cui le baionette ebbero gran parte”. E poi notizie “certe”, riferite dai soliti anonimi “testimoni oculari”, su casi di “estirpazione di mammelle alle donne”, o di “un bambino di tre anni crocifisso” Un pamphlet bellicista dal titolo Sangue belga, scritto da Achille De Marco, descriveva con fantasia perversa altre orrende mutilazioni, stupri conditi da crudeltà inaudite, e perfino il caso di “bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui moncherini per il passatempo spirituale” della soldataglia tedesca. Inutile dire che, arrivando in Belgio dopo la guerra, il padre di Curzi scoprì con stupore che non si vedevano bambini con mani e piedi tagliati.

Viceversa, nello stesso periodo l’opinione pubblica tedesca era stata infiammata con le descrizioni degli agguati tesi da vecchi, donne e bambini del Belgio ai soldati germanici rimasti isolati, a cui venivano inflitte crudeli mutilazioni. Sui giornali tedeschi comparivano perfino foto di volti atrocemente sfigurati di soldati a cui – si diceva – erano stati strappati gli occhi. In realtà si trattava delle foto di militari vittime dell’esplosione degli shrapnel, antenati delle cluster bombs,  le terribili bombe a grappolo o a frammentazione usate largamente nel Vietnam dagli Stati Uniti, e poi da Israele nel Libano, e ora dalla NATO in Jugoslavia.

In Italia, dopo la battaglia di Adua, in cui perirono 7.000 dei 9.000 militari italiani, furono diffuse notizie su “orribili mutilazioni” e “incivili efferatezze” compiute sui feriti e i prigionieri in genere. La stampa vicina al Presidente del Consiglio Crispi, che non voleva ritirarsi dall’Africa (e tantomeno dal governo), organizzò una campagna propagandistica per ostacolare le iniziative umanitarie nei confronti dei prigionieri, allo scopo di rendere più difficili le trattative di pace. Anche dopo le sue dimissioni da capo del governo, Francesco Crispi intervenne nella polemica sostenendo che era impossibile portare soccorso ai prigionieri, per il “muro di barbarie” che ormai si frapponeva tra l’Italia e il nemico. Si noti che Crispi proveniva dalle file della sinistra repubblicana. Lo ricordiamo per capire che l’attuale approdo bellicista di tanti esponenti della sinistra una volta arrivati al potere (non pensiamo solo a D’Alema, ma a Fernando Solana, che era nel Partito socialista spagnolo tra i promotori della campagna contro l’adesione alla NATO, o al ministro degli esteri laburista ed ex “sessantottino” Robin Cook) non è un caso unico e insolito.

Il vero motivo della durezza di Crispi nei confronti degli sventurati soldati sopravvissuti a quella tragedia, provocata dall’incapacità e presunzione dei generali, si capì poi dopo il loro ritorno in patria, avvenuto con uno sbarco notturno e praticamente clandestino a Napoli: nessuno era “orribilmente mutilato”, e molti di loro raccontarono successivamente a familiari e amici che erano stati sfamati e curati dai “barbari”. Un ufficiale, nelle sue memorie, si vantò anzi di avere potuto stabilire relazioni amorose con una dama della corte di Menelik, dove era stato accolto con i privilegi del suo rango!

Più recente l’esperienza della preparazione della Guerra del Golfo: prima, durante e dopo l’invasione dell’Iraq, una valanga di notizie di atrocità compiute dalle truppe irachene nel Kuweit occupò gli schermi televisivi e pagine intere dei giornali. Si scrisse che la soldataglia del “nuovo Hitler” aveva strappato i fili alle incubatrici per rubarle, facendo così morire i neonati, ma si seppe dopo che non ne era stata asportata neanche una: erano state semplicemente messe fuori uso dall’interruzione dell’energia elettrica, provocata dai bombardamenti “umanitari” delle truppe sotto copertura dell’ONU. Si descrissero stupri di massa ai danni delle donne del Kuwait, mentre poi si seppe che in quella guerra la maggior parte degli stupri erano stati compiuti su soldatesse statunitense, ma erano opera dei loro commilitoni.

Quando gli iracheni catturarono due piloti italiani e una soldatessa USA, i giornali si sbizzarrirono nell’immaginare atroci sevizie. Al ritorno, l’unica cosa di cui si lamentarono fu… la mancanza di zucchero nel the che veniva loro offerto. E la militare americana, a chi insinuava che avesse subito violenza sessuale, rispose che, al contrario, era stata trattata con molta cortesia, e perfino con galanteria.

Le bugie sulle atrocità irachene furono sfornate in serie e studiate per colpire l’immaginazione di particolari ambienti: ad esempio, sui giornali sportivi dei paesi impegnati nell’aggressione si scrisse a titoli cubitali che era stata fucilata l’intera squadra nazionale di calcio del Kuwait. A guerra finita si seppe (senza titoli in prima pagina, naturalmente) che di calciatori non ne era morto neppure uno.

Scheda

Sull’Iraq una documentazione più ampia si può trovare nel mio libro Israele, Palestina e la Guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991, mentre sulla Prima Guerra Mondiale è stato ristampato abbastanza recentemente un libro del 1921, Marc Bloch, La guerra e le false notizie, Donzelli, Roma, 1994. Anche nella Seconda Guerra Mondiale le menzogne di guerra vi furono, ma ve ne fu meno bisogno, date le atrocità compiute da una parte e dall’altra. Quelle naziste non sono in genere contestate, se non da qualche fascista fazioso e/o ignorante camuffato da “revisionista storico”, mentre quelle italiane nei Balcani e in Russia sono taciute e rimosse dalla stessa sinistra nel nostro paese; gli stessi spietati bombardamenti alleati sulla popolazione civile di Dresda non sono molto ricordati, anche se fecero altrettante vittime della bomba di Hiroshima. Vi fu peraltro, nel corso della guerra, un fenomeno sorprendente: molte delle prime notizie sullo sterminio degli ebrei non furono credute, sia perché trapelavano a fatica, per l’interesse diverso ma convergente di tutti gli Stati e degli stessi sionisti a minimizzarle, sia perché chi era stato ingannato durante la guerra precedente pensò che si trattasse della solita esagerazione della propaganda. Su questo, c’è una preziosa documentazione nel libro di Walter Laqueur, Il terribile segreto. La congiura del silenzio sulla “soluzione finale”, Giuntina, Firenze, 1983.

Questa guerra dei Balcani (la quinta o la settima?, non è facile tenere il conto) è stata preparata con la tecnica già sperimentata per l’Iraq: in primo luogo un martellamento sul dovere di salvare le vittime del mostro di turno. Nel 1990-1991 si parlava non solo dei kuwaitiani, ma anche dei poveri kurdi da proteggere da Saddam Hussein. A chi allora credette a quella campagna chiediamo come mai il dittatore sta ancora in sella, mentre nel Kurdistan iracheno intervengono anche in questi giorni le truppe turche alla ricerca di militanti del PKK. Nel frastuono della nuova guerra, la notizia di un ennesimo massacro di 70 kurdi ai primi di aprile è finita in un trafiletto a una colonna su qualche raro quotidiano, e non molto spazio in più è stato dedicato alla formalizzazione della richiesta di una condanna a morte per Ocalan, altra vittima dimenticata dell’ipocrisia del governo italiano, e della sua indifferenza per le leggi in generale e per la Costituzione in particolare. Quanto al clamoroso successo nelle elezioni turche del 17 aprile dei “Lupi grigi” (la formazione fascista da cui proveniva Alì Agca, l’attentatore del papa), quasi nessuno ne ha parlato, perché la Turchia è un nostro alleato e soprattutto un buon cliente per i nostri mercanti di armi. Eppure questa formazione, che dovrebbe entrare nel governo turco, ha un programma aggressivo e revanscista anche per i Balcani…

Silenzio su questi dati inquietanti della situazione politica nel Mediterraneo, silenzio sui bilanci della sciagurata Guerra del Golfo, dimenticati i kurdi dopo la breve fase di attenzione legata alla venuta in Italia di Ocalan, e alla vistosa e coloratissima presenza di migliaia di essi nelle piazze di Roma. Oggi, per qualche tempo, al centro dei riflettori c’è il Kosovo, di cui il 90% degli italiani fino a un anno fa non conosceva neppure il nome, e che viene presentato come unica vittima di uno spaventoso ed eccezionale massacro a senso unico.

Tutti i molti crimini (purtroppo veri) delle guerre che dal 1991 insanguinano la ex Jugoslavia vengono messi in conto a Milosevic. Nessuno parla degli 800.000 serbi scacciati dalla Croazia, dalla Bosnia e in parte anche dal Kosovo. Ci sono solo i kosovari, sulle cui differenziazioni politiche non ci si sofferma. I kurdi del PKK o i baschi di Herri Batasuna sono tutti “terroristi”, mentre i militanti dell’UCK, che partono da Bari in tuta mimetica portandosi sui traghetti le armi leggere, sono “bravi ragazzi” che vanno a “salvare i loro fratelli”. Se poi i serbi rispondono al fuoco dell’UCK che parte dal territorio albanese (appena arrivano a Durazzo questi militanti ricevono anche armi pesanti dai comandi NATO), si tratta di una “intollerabile aggressione a uno Stato sovrano”. L’Albania, ovviamente. Per i nostri giornalisti, invece, la Jugoslavia non lo è più.

Da come la questione viene presentata quasi unanimemente dalle trasmissioni televisive (con l’eccezione, che ha creato scandalo, di Moby Dick, che ha fatto subito ribattezzare Santoro “Mobilosevic”) e da tutti i grandi giornali “di informazione”, non è possibile infatti accorgersi che il Kosovo è riconosciuto da tutti gli Stati come parte integrante dello Stato jugoslavo. Tutti gli altri confini sono sacri e inviolabili, mentre in questo caso si dà per scontata la necessità di un intervento, magari per creare un “corridoio umanitario”.

Cosa può essere un “corridoio umanitario” aperto all’interno di uno Stato sovrano? E ammesso che lo si crei, come “salvare” chi sta al di fuori di esso, se non trasformandolo in una testa di ponte per ulteriori penetrazioni di truppe? E come può essere “umanitario” un intervento che scarica ogni giorno missili e bombe su un territorio abitato proprio dalla popolazione che si dice di volere proteggere?

La guerra è accompagnata da una vera e propria orgia di mistificazioni degne della neolingua così efficacemente rappresentata da Orwell in 1984. L’aumento vertiginoso dei profughi in fuga da un territorio devastato da bombardamenti incessanti viene messo in conto alla pulizia etnica, ma quando si scopre che questi, arrivati in Macedonia o in Albania, vorrebbero venire in Italia, si proclama che bisogna impedirne la “deportazione” lontano dalle loro terre. Cioè, bisogna rinchiuderli in orribili campi, dove fanno la fame e suscitano l’ostilità della popolazione locale, non solo in Macedonia, ma nella stessa Albania, che ha già tanti problemi per potersene accollare un altro, e in cui non a caso risorgono antiche diffidenze: per anni, a causa dei cattivi rapporti tra i rispettivi regimi, poche notizie circolavano tra Tirana e Priština, e quando i contatti sono stati ristabiliti, diversità culturali, di mentalità, perfino di lingua (il Kosovo, come il nord dell’Albania, usa la variante gheg, il resto del paese il tosk) hanno creato nuove incomprensioni. Provenendo da un’area assai più sviluppata, i primi kosovari arrivati a Tirana hanno aperto con successo attività commerciali. Quando poi dal Kosovo sono arrivati in tanti, e senza niente, è scattato tra gli albanesi più poveri il timore che questi strani fratelli possano accaparrarsi una parte dei pochi aiuti disponibili.

Per questo moltissimi kosovari aspirano a lasciare l’Albania e a venire in Italia, magari per raggiungere la Svizzera, dove c’è la più consistente e meglio inserita comunità della diaspora. Ma se riescono ad arrivare clandestinamente in Italia, i “rifugiati” o “profughi” vengono braccati, catturati e soprattutto vengono immediatamente definiti “clandestini”, di cui si teme “l’invasione” delle nostre terre. Così la campagna bellicista si salda a quella contro l’immigrazione, che è “clandestina” solo perché tutti questi “benefattori a mano armata” non hanno mai accettato la semplice proposta fatta da molte ONG impegnate veramente nell’accoglienza a chi giunge sulle nostre coste: consentire ai profughi di viaggiare, sia pure con permessi di soggiorno temporaneo, sui traghetti di linea o sulle stesse navi militari che pullulano tra le due sponde dell’Adriatico. Basterebbe ciò per tagliare l’erba sotto i piedi agli scafisti che speculano sulle tragedie umane pretendendo 1.000 o 2.000 dollari a persona, utilizzando a volte chi non può pagare per fare recapitare borsoni pieni di droga, o portando “a credito” le ragazze che per disperazione sono finite nelle mani di sfruttatori della prostituzione. Invece c’è chi, per risolvere la questione, propone di sparare ai gommoni. Lo ha fatto perfino qualche esponente della ex sinistra! Altro che “intervento umanitario”!

Il dibattito interno alla popolazione albanese prima dell’intervento militare è poi stato occultato ed è quindi ignorato dai più. Gli “accordi di Rambouillet” sono stati seguiti solo da pochi specialisti di problemi internazionali: ci è capitato di scoprire – a guerra iniziata – che anche molti dirigenti intermedi della sinistra non sapevano neppure di che si parlasse. Eppure, nel castello di Rambouillet è scattata la trappola che ha dato il pretesto per la guerra. Parliamo di “accordi”, ma in realtà si trattava di un diktat inaccettabile per le due parti, per ragioni diverse ma solide. La Jugoslavia non poteva accettare ovviamente la presenza di truppe straniere sul suo territorio (previste dalla bozza di accordo), gli esponenti dell’UCK non potevano accontentarsi di un’imprecisata “autonomia”, dato che hanno ormai cominciato a combattere per l’indipendenza. Per giunta, a Rambouillet non solo non erano presenti gli esponenti moderati e gradualisti della comunità albanese come Ibrahim Rugova, ma neppure quei capi storici dell’UCK che non accettavano di rinunciare alle loro rivendicazioni solo per fare da esca per la guerra della NATO: ad esempio, Adem Demaci, che anzi era inizialmente il capo della delegazione.

Quanto a Rugova, allo scoppio della guerra aveva perso ormai molta della sua popolarità iniziale, perché alla sua pazienza, gradualismo, moderazione nelle rivendicazioni (chiedeva solo il ritorno all’autonomia sancita dalla Costituzione jugoslava del 1974) non era stata data alcuna risposta da Milosevic, spalleggiato fino a poco fa dai governi occidentali, che lo avevano tenuto in gran conto come garante degli accordi di Dayton che hanno frantumato la Bosnia-Erzegovina.

Nessuno aveva mosso ciglio allorché la Costituzione era stata brutalmente stracciata da Milosevic nel 1989, quando da dirigente “comunista” si era improvvisato nazionalista serbo, e aveva riscoperto la “ferita bruciante” della battaglia di Kosovo Poljie di... seicento anni prima. Ancora nel giugno 1998, quando le potenze europee, preoccupate per il crescente afflusso di emigrati, premevano per l’intervento nei Balcani (lo ha confermato Andreatta, a quel tempo ministro della Difesa nel governo Prodi), gli Stati Uniti avevano rifiutato e non avevano esercitato alcuna pressione sulla Jugoslavia per il ripristino dell’autonomia del Kosovo. Per questo nel corso del 1998 l’UCK aveva accresciuto le sue forze, e al suo interno si erano consolidate le tendenze più decisamente indipendentiste.

L’UCK ha radici nelle lotte interne al movimento albanese. Il nucleo fondatore è costituito da persone legate al Movimento Popolare del Kosovo (LPK), una organizzazione marxista-leninista (cioè filocinese e soprattutto filoalbanese) che operava nell’emigrazione ed era stata in conflitto con i dirigenti della Provincia autonoma del Kosovo, ai tempi della Jugoslavia di Tito, e con la leadership di Rugova e del suo partito (LDK), successivamente. L’UCK, che ha cominciato a operare in maniera organizzata nel 1996, dopo che con gli accordi di Dayton era stata messa un’ipoteca sulle richieste di indipendenza dei kosovari, ha ottenuto un seguito di massa non solo nelle campagne, ma anche tra gli studenti delle città, quando ha aperto la prospettiva di una via all’indipendenza alternativa a quella delle politiche attendiste dei leader kosovari moderati sostenuti da USA ed Europa.

Gli USA, infatti, avevano in passato sempre sostenuto la linea di resistenza passiva di Rugova, perché tornava loro utile - in un momento in cui altri conflitti erano in atto - che il Kosovo non minacciasse la stabilità della Serbia. Nel 1997 gli USA hanno ufficialmente chiesto e ottenuto il rinvio delle elezioni per il Parlamento “clandestino” del Kosovo, premendo per una partecipazione degli albanesi alle imminenti elezioni in Serbia e in Jugoslavia e, quindi, per una loro integrazione nel sistema politico serbo. Quando il conflitto armato è scoppiato, un anno fa, gli Stati Uniti hanno implicitamente legittimato le stragi serbe, definendo per bocca del loro inviato nei Balcani, Gelbard, l’UCK come una formazione terrorista. Nei mesi successivi l’Occidente ha fatto di tutto per mettere l’UCK sotto il comando dei leader “moderati” come Rugova e, quando non vi è riuscito, dopo un colloquio tra l’inviato Holbrooke e alcuni esponenti dell’organizzazione, ha implicitamente avallato la cruenta offensiva serba dell’estate del 1998, astenendosi dal mettere in atto qualsiasi pressione politica, se non quando l’offensiva era ormai terminata con una vittoria di Belgrado.

Il primo interessamento degli Stati Uniti si è avuto solo al momento del vertice di Rambouillet, quando alcuni importanti dirigenti dell’UCK si sono dimostrati disponibili a cessare la lotta armata e a rinunciare, o rimandare a tempi indefiniti, le richieste di indipendenza, pur di ottenere l’intervento della NATO. Essi sono diventati quindi di colpo i principali interlocutori degli Stati Uniti, soppiantando quasi completamente l’ala gradualista e “gandhiana” di Rugova.

Da più parti è stata fornita un’ampia documentazione sui cospicui finanziamenti che l’UCK riceve non solo dalle comunità della diaspora albanese, ma direttamente da istituzioni degli Stati Uniti. Questo ha spinto una parte della sinistra a reagire con ostilità nei confronti della causa del Kosovo, e a ridurre l’UCK semplicemente a “un’invenzione della CIA”. Si tratta di due errori dovuti a un’abituale incapacità di affrontare dialetticamente la realtà. In primo luogo, il recente successo dell’UCK ha qualche analogia con la crescita dell’integralismo islamico nella già laicissima Palestina, come conseguenza della delusione per gli insuccessi dell’OLP di Arafat, la cui moderazione non è stata ripagata con la stessa moneta dal governo israeliano e dagli Stati Uniti.

Il dovere di condannare duramente il gravissimo errore della direzione dell’UCK, che si affida agli Stati Uniti fornendo loro il pretesto per intervenire (senza avere in realtà nessuna garanzia per il successo della propria causa), non ci dà tuttavia il diritto di negare al popolo del Kosovo la scelta del proprio futuro. Sarà lui a decidere se i suoi diritti saranno tutelati a sufficienza da un regime di provincia autonoma (magari formalmente ribattezzata “repubblica”) come quello riconosciuto dalla Costituzione del 1974, stracciata da Milosevic, o se riterrà indispensabile l’indipendenza totale.

In Italia prevale anche nella sinistra un orientamento che considera scandalosa la rivendicazione dell’indipendenza, soprattutto perché nei decenni in cui è stato subordinato all’URSS, il movimento comunista aveva fatto proprio il mito stalinista della santità e inviolabilità dei confini (che invece la Terza Internazionale ai tempi di Lenin e Trotskij denunciava come frutto di rapina e conquiste imperialiste). L’URSS, in realtà, aveva modificato infinite volte i confini dell’Europa alle spalle dei popoli, contrattando le spartizioni prima con Hitler, poi con Churchill; ma proprio per questo non ammetteva che una nazione oppressa potesse insorgere contro quelle imposizioni. E il criterio dell’intangibilità delle frontiere esistenti era stato esteso assurdamente perfino a quelle dell’Africa o dell’Asia, di cui nessuno poteva dubitare che fossero state tracciate dagli imperialisti nella spartizione delle loro colonie. Quasi nessuno riconosce il valore del diritto all’autodeterminazione, e questo ha facilitato le letture scioccamente “poliziesche” delle cause dell’esplosione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia.

Per giunta questo atteggiamento, applicato anche al Kosovo, sorvola sul fatto che il “ritorno” alle condizioni del 1974 è impossibile per due ragioni concrete: la prima è che non c’è più la Jugoslavia federale, in cui aveva un senso essere provincia autonoma con diritto di veto e magari rivendicare anche il nome di “repubblica”. Quella attuale si chiama come allora “Jugoslavia”, ma non ha più al suo interno croati, sloveni, macedoni e bosniaci che possano controbilanciare il peso della Serbia. Tra l’altro i montenegrini, anche se rimanessero circoscritte le spinte secessioniste che oggi sembrano maggioritarie nel parlamento locale, non potrebbero avere una funzione analoga a quella delle altre nazionalità uscite dalla Federazione, perché sono a tutti gli effetti dei serbi, sia pure con una storia separata dagli altri per secoli sulle loro montagne inaccessibili.

La seconda ragione è che anche i kosovari non sono più gli stessi di dieci anni fa: le sofferenze, le vessazioni, la cancellazione dei loro diritti acquisiti hanno lasciato profondi risentimenti e diffidenze: non sarebbe facile convincerli a riprovare, mettendosi nelle mani di chi già ha stracciato tutte le leggi, e ha scatenato una persecuzione ingiusta e illegale. In ogni caso, dovremmo ricordare sempre che sono gli abitanti del Kosovo a dover decidere, e non noi.

Scheda

Il “giustificazionismo” di sinistra

Questa problematica viene di fatto ignorata da chi ha scelto acriticamente di schierarsi per Milosevic: ad esempio Domenico Losurdo in un ampio saggio apparso sul numero 630 de Il calendario del popolo (aprile 1999). Da un lato si minimizzano le vessazioni che hanno costretto all’esodo molti kosovari, limitandosi ad ammettere che “la fuga di una popolazione di dubbia lealtà non risulta certo sgradita a Belgrado, che deve averla a sua volta incoraggiata e, in certe zone, imposta al fine di evitare la guerra su due fronti”. D’altra parte, ed è un argomento spesso ripreso da Losurdo come da Luciano Canfora, anche Roosevelt “subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale fece deportare in campi di concentramento i cittadini americani di origine giapponese”. Eppure, commenta Losurdo, “gli USA non erano bombardati giorno e notte, non erano esposti a reali rischi di sbarco, e non vedevano in gioco l’integrità nazionale, anzi la stessa sopravvivenza come Stato e come nazione. È questo invece il caso della Jugoslavia e del popolo serbo”.

Curiosamente Losurdo dimentica che l’espulsione dei kosovari è cominciata prima dell’intervento NATO, e non può essere cancellata solo citando la dichiarazione di un presunto combattente dell’UCK alla televisione serba, che sosteneva di aver avuto attrezzature per “organizzare una quinta colonna”. Basta poi la definizione “quinta colonna” per scatenare un incredibile perorazione di Losurdo. “Dileguata è la memoria di un glorioso capitolo di storia: nei terribili anni ’30 e ’40 i comunisti invocavano il pugno di ferro contro la quinta colonna dell’imperialismo hitleriano.” Come è possibile che oggi non lo si faccia, si domanda. Possiamo a nostra volta domandarci come si continuare nel 1999 a credere che i comunisti rivoluzionari del POUM, i libertari, i trotskisti assassinati a Barcellona e in tante altre città della Spagna fossero veramente agenti di Hitler? Eppure Losurdo e soprattutto Canfora continuano a tirar fuori la leggenda della “quinta colonna” trotsko-fascista.

La metodologia usata per difendere Milosevic e negare ogni diritto del popolo kosovaro è sorprendente: bastano le affermazioni di qualche giornalista italiano che riduce l’UCK a “un’organizzazione di tipo mafioso” che avrebbe “imposto il versamento di una tassa a ogni albanese della diaspora” o che si finanzierebbe col “il traffico della droga dall’Afghanistan”.

D’altra parte appaiono ridicole affermazioni di questo genere: “sin quasi alla fine i serbi hanno dato prova di moderazione e si sono preoccupati di salvare l’unità”, tanto più che “pur rappresentando il 36% della popolazione jugoslava, erano costretti a dividere equamente il potere con le altre cinque repubbliche e le due province”. Al di là dell’affermazione che lascia trasparire che sarebbe stato comprensibile un rifiuto di dividere il potere con il restante 64% degli jugoslavi, sembra che Losurdo dimentichi che l’esplosione della Jugoslavia è cominciata proprio con l’attacco serbo al Kosovo in nome di una battaglia combattuta 600 anni prima. E fu quell’attacco ingiustificato che provocò il rifiuto di fornire soldati per una guerra così insensata da parte degli sloveni e poi dei croati, e quindi l’esplosione. Un minimo di cronologia non guasterebbe….

Ma la chiave – al di là della scelta della causa di Milosevic come se si trattasse della squadra del cuore, da difendere in tutto e per tutto e di cui non si può ammettere nessuna colpa – è anche il rifiuto di principio dell’autodeterminazione. Secondo Losurdo ci sarebbero “gruppi comunisti, soprattutto trotskisti, che, richiamandosi a Lenin, agitano la bandiera dell’autodeterminazione per il Kosovo, la Macedonia, il Montenegro, insomma nei Balcani e in ogni parte del mondo”. Il falso è grottesco: prima di tutto nessuno “rivendica in astratto” l’autodeterminazione, e tanto meno per la Macedonia, che già è indipendente, ma nessun comunista l’ha mai richiesta, in astratto o in concreto: semplicemente la posizione classica di Lenin e di Trotskij è che nessun popolo, tanto più se grande e forte ha il diritto di negare ad altri la possibilità di scegliere l’indipendenza. Losurdo confonde Lenin con Stalin: infatti sostiene che “quando lanciava questa parola d’ordine il grande rivoluzionario pensava soprattutto ai popoli coloniali”. In realtà Lenin la difese, contro Rosa Luxemburg, anche per la Polonia, l’Ucraina, la Georgia, gli Stati Baltici, prima della rivoluzione di febbraio, durante il periodo preparatorio dell’Ottobre e anche dopo la vittoria bolscevica. E affermava che non si può riconoscere il diritto all’autodeterminazione solo a chi ci sta simpatico, a chi la pensa come noi. A chi sostiene oggi che per Lenin si trattava di una parola d’ordine “tattica” (cioè furbesca e contingente, nell’accezione passata dallo stalinismo fino ai gruppi della Nuova Sinistra), Lenin dava anticipatamente una risposta sferzante, bollando i socialrivoluzionari e i menscevichi russi che si preoccupavano della lontana Irlanda, ma ignoravano il diritto all’indipendenza della Finlandia o dell’Ucraina.

Per Losurdo, poi, “la situazione è ben diversa che ai tempi di Lenin”; un argomento principe per potersi dire come lui “leninista” e giustificare una politica diametralmente opposta. E tra gli argomenti che usa per giustificare il rifiuto del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, porta esempi sorprendenti: Hitler ha saputo usare la questione nazionale dice ad esempio. Ed è vero, ma solo perché la nazione tedesca era stata effettivamente vessata, spezzettata, sottoposta a molteplici dominazioni ad opera degli iniqui trattati di Versailles: è stata la violazione a determinare la reazione e l’utilizzazione strumentale, non il principio in sé¸ analogamente sono stati i sempre più frequenti arbitrii nell’URSS staliniana e poststaliniana a creare i risentimenti che hanno contribuito alla sua esplosione.

Come oggi, appunto, in Jugoslavia. Moltissime pagine di questo libro sono dedicate alla critica del cinismo dell’imperialismo, che dopo aver avallato tante altre violazioni dei diritti delle minoranze nei Balcani ed altrove, ha preso a pretesto la difesa dei kosovari dall’oppressione serba. Ma ha potuto prenderla a pretesto perché questa esisteva.

 

Le discussioni appassionate sul diritto all’autodeterminazione che caratterizzano la sinistra sono per altro del tutto ignorate nelle grossolane ricostruzioni del conflitto dilaganti sui quotidiani e sui grandi settimanali come l’Espresso o Panorama, o nelle principali catene televisive, su cui non è raro ascoltare ricostruzioni fantasiose della storia meno recente, e grottesche sviste nella collocazione geografica di questo o quel territorio. E questo, anche senza interventi coscientemente in mala fede, come quel titolo “Milosevic invade il Montenegro”, che al lettore più sprovveduto suggeriva che “il mostro” stava occupando anche “un altro” paese indipendente. Come se in Jugoslavia si scrivesse “D’Alema occupa la Puglia” (che poi, data la vera e propria invasione di mezzi militari, la chiusura di aeroporti, ecc., sarebbe perfino un po’ più fondato…).

Ad esempio, di Ibrahim Rugova si è cominciato a parlare nei primi giorni della guerra, quando si è detto che la sua casa era stata bruciata e che era stato ferito, mentre i suoi principali collaboratori erano stati assassinati. Quando questi “morti” sono apparsi in pubblico, e lo stesso Rugova è comparso insieme a Milosevic alla televisione di Belgrado, pronunciandosi per la fine immediata dei bombardamenti, si è detto subito che si trattava di un falso, che le immagini erano quelle di un filmato su un incontro del giugno 1998. Quando si è dimostrato che non era vero, dato che i vestiti erano diversi (d’altra parte avevano parlato entrambi in serbo, e il chiarissimo riferimento ai bombardamenti dimostrava che non si trattava di una vecchia ripresa), Rugova è stato presentato come “un ostaggio” e un prigioniero di Milosevic. Eppure era arrivato liberamente a Belgrado da Parigi!

La versione finale proposta all’unisono dagli stessi corrispondenti italiani da Belgrado è stata che Rugova soffriva della “sindrome di Aldo Moro”: la stessa menzogna usata a suo tempo per disinnescare l’effetto delle lettere in cui Moro, prigioniero delle Brigate Rosse, aveva scritto di essere convinto che la DC e il governo lo preferivano morto (opinione fondatissima). Poi Rugova è scomparso dai mass media italiani ed europei, e dei suoi successivi incontri con Milosevic e altri esponenti governativi è stata data appena una notizia brevissima.

Un altro esempio di intossicazione è stato fornito da tutti i mass media occidentali quando la NATO ha annunciato che avrebbe bombardato le installazioni televisive jugoslave, se non avessero trasmesso per almeno 6 ore al giorno i programmi occidentali. Tutti o quasi si sono affrettati a sostenere la fondatezza della richiesta, dimenticando che in Serbia continuano ad operare i giornalisti dei paesi aggressori (come da Bagdad, nel 1991, poteva trasmettere la CNN). Quale altro paese aggredito ha mai concesso questo agli aggressori, sapendo che per giunta non è difficile trasmettere tra le righe informazioni cifrate ad uso militare?

Non si capisce poi perché la televisione serba, che ritrasmetteva già brani dai telegiornali occidentali, avrebbe dovuto concedere 6 ore agli aggressori, che non hanno mai concesso neppure 6 minuti alla voce degli aggrediti. La televisione di Belgrado veniva definita strumento di propaganda e di repressione, proprio da parte di chi stava inondando il mondo di menzogne a canali unificati, e bombardava e bombarda la Jugoslavia di emissioni radio, come la Voce dell’America e Radio Europa Libera; da parte di chi inonda sistematicamente ogni paese “sgradito” come Cuba con centinaia di ore giornaliere di emissioni radio che diffondono menzogne e incitano al sabotaggio.

Perfino alcuni dei nostri giornalisti, abitualmente pronti a fornire più interpretazioni che fatti ed immagini da Pristina o Belgrado, hanno protestato. Forse temevano di trovarsi coinvolti personalmente, dato che usavano gli studi televisivi jugoslavi per trasmettere: ma comunque hanno protestato. Quando poi una delle giornaliste più sensibili ai suggerimenti del potere, la “pentita” Lucia Annunziata, è stata espulsa dalla Serbia, il quotidiano più bellicista, la Repubblica, ha scritto nel titolo che era stata “picchiata”, mentre la stessa Annunziata nell’intervista contenuta all’interno dello stesso quotidiano lo smentiva nettamente. In realtà, un vero e proprio “pensiero unico” caratterizza questa guerra, che bombarda di missili quelli che dice di volere “proteggere”, e di menzogne i cittadini dei paesi aggressori. Comunque, nel giro di una settimana, una serie di ripetitori prima e poi la sede della stessa televisione federale sono stati distrutti.

Un altro caso di spudorata e deliberata falsificazione delle informazioni è quello che ha seguito la notizia che un convoglio di profughi albanesi era stato centrato dal “bombardamento umanitario” della NATO (probabilmente effettuato da italiani, come si può desumere dagli orari annunciati per l’inizio dell’entrata in azione dei “nostri” aerei, per quelle famose azioni di “difesa integrata”, come sono state definite da D’Alema per fornire l’ennesimo alibi a Cossutta). Immediatamente si è insinuato che doveva trattarsi di una ritorsione serba per il bombardamento NATO, che secondo i comunicati aveva colpito proprio quella zona. Poi i solerti corrispondenti della RAI hanno trovato “testimoni” che giuravano di aver visto chiaramente “i MIG serbi” che gettavano bombe sul convoglio da 300 metri di altezza. Peccato che dopo poco tempo il comando NATO ha confessato che erano stati i suoi aerei “umanitari” a sganciare le bombe... da 5.000 metri di altezza. Evidentemente, oggi in Albania si trovano persone disposte a giurare di avere visto qualunque cosa in cambio di 100 dollari (e, se sono militari dell’UCK, quelli che partono da Bari in divisa e armati di tutto punto, le bugie le dicono anche gratis).

Ma la campagna bellicistica di questi mesi è in Italia particolarmente grave, perché nasconde appunto completamente anche le responsabilità del nostro paese in Jugoslavia e in Albania nel corso di questo secolo. Per questo occorre prima di tutto ricostruire la storia dei rapporti tra l’Italia (che, contrariamente a quel che si crede, è più responsabile di altri paesi d’Europa) e i Balcani prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Partiamo da due episodi drammatici, di cui ricorreva l’anniversario proprio nei primi giorni della guerra, e che quasi nessuno ricorda in Italia, mentre sono ben presenti nella memoria di molti abitanti della penisola balcanica. Al tempo stesso, a tutti quelli che fino a ieri ignoravano perfino l’esistenza del Kosovo e che oggi si schierano per i bombardamenti “umanitari” che dovrebbero salvarlo, o si pronunciano categoricamente sui suoi problemi, alcuni riconoscendogli il diritto all’indipendenza altri negandoglielo, può essere utile ricordare quanto il nostro paese ha pesato nelle sue vicende prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

2) La memoria storica che manca agli italiani

 

7 aprile 1939: l’Italia invade l’Albania

Dal protettorato italiano alla conquista dell’Albania

All’alba del 7 aprile 1939 l’esercito dell’Italia fascista sbarcò a Durazzo, Valona, San Giovanni di Medua (Shëngjin) e Saranda, che gli italiani chiamavano Santi Quaranta e poi ribattezzarono Porto Edda (in onore della figlia del “Duce” e moglie del ministro degli esteri Galeazzo Ciano, l’uomo che aveva voluto più di ogni altro la conquista dello sventurato paese). La conquista fu quasi incruenta per molte ragioni: in oltre vent’anni di protettorato l’Italia aveva addestrato e inquadrato il misero esercito albanese, che si squagliò quindi subito come neve al sole; la penetrazione economica e culturale aveva avuto pochi effetti sullo sviluppo del paese, ma aveva permesso di stabilire legami interessati con diversi capi clan della Mirdizia e dei Dukagini, che avevano conti in sospeso con re Zog.

Le perdite italiane per il momento furono modestissime: secondo le cifre ufficiali 11 morti e 42 feriti a Durazzo, un morto e 10 feriti a Saranda. Oltre al disorientamento delle truppe per la precipitosa fuga del re Zog, che appena capita l’antifona era partito in direzione della Grecia con un corteo di auto e di ambulanze e parte delle risorse auree del paese, pesò l’assoluta mancanza di aerei e di batterie antiaeree (sempre grazie ai suggerimenti dei consiglieri militari italiani), mentre l’Italia appoggiò lo sbarco con ben 384 aerei, che anche allora venivano presentati sulla stampa come “apportatori di pace e di sicurezza”. Ma le perdite evitate allora sarebbero venute dopo.

Una testimonianza preziosa: il Diario di Ciano

Già pochi giorni dopo l’occupazione Ciano notava sul suo Diario (13 aprile) che “la cosa è andata finora liscia come l’olio perché non abbiamo dovuto ricorrere alla forza, ma se domani dovessimo cominciare a sparare sulla folla, l’opinione pubblica si commuoverebbe di nuovo”. Tuttavia nei giorni precedenti aveva notato non pochi problemi: “difficoltà negli sbarchi, carburanti non adatti, ed infine difficoltà di collegamenti perché i radio-telegrafisti richiamati non sono stati né sono in grado di assicurare il servizio”. Sono problemi che si riscontreranno in tutte le “guerre del Duce” e che costeranno la vita a tanti soldati italiani.

Il 15 aprile egli osserva che tra i notabili albanesi portati a Roma per ratificare il nuovo stato di cose, e che pure sono da tempo al soldo degli italiani, qualcuno “ha l’aria depressa. Il Duce li riceve a Palazzo Venezia e parla. Vedo che attendono con ansia la parola indipendenza, ma questa parola non viene e ne sono rattristati.” Erano evidentemente stati ingannati sullo scopo dell’operazione italiana, che credevano servisse solo a rovesciare il tirannico re Zog, e invece aveva ben altri obiettivi. Il giorno successivo Ciano nota lo stupore di “questa gente dura, montanara, guerriera” nei confronti di Vittorio Emanuele III, quel “piccolo omino seduto su una grande sedia dorata” che risponde “con voce incerta e tremante” al discorso del rappresentante albanese Shevket Verlaci, che a sua volta ha letto “con stanchezza e senza convinzione le parole che deve dire per offrire la corona”.

Il 12 maggio Ciano comincia a preoccuparsi dell’opposizione latente negli ambienti intellettuali albanesi e pensa di risolverla ricorrendo al confino per una ventina di essi. Ma già il 16 gennaio 1941 i carabinieri consegnano al Duce un “rapporto allarmante sull’Albania”. Il Duce ci crede e Ciano non troppo, ma il 30 gennaio annota che nella sola Corcia (Korcë o, alla greca, Koriza) la quasi totalità degli studenti e dei professori hanno creato disordini, e per “colpire gli irriducibili” propone nuovamente il confino in un isola tirrenica, ma questa volta per due o trecento persone…(in una città di 24 abitanti). Sono i primi accenni di quel che accadrà successivamente.

La tragedia vera avverrà a partire dal 28 ottobre dello stesso anno, con l’invasione della Grecia. Dopo giorni di stupido entusiasmo cominciano i primi segni di inquietudine, puntualmente registrati dal solito meticoloso Ciano, che nei primi giorni li attribuiva al maltempo (contribuiva anche quello, ma non era la causa principale). Il 1° novembre salutava con gioia l’arrivo del sole: “ne approfitto per fare su Salonicco un bombardamento coi fiocchi”. Ma un po’ di inquietudine affiora, perché il suo aereo è stato “attaccato dalla caccia greca”. Se l’è cavata ma confessa a sé stesso (il Diario non era destinato alla pubblicazione) che è stata “una gran brutta sensazione”. E il peggio deve venire. Il 6 novembre c’è stato un attacco greco su Corcia, che “non ha avuto i risultati che millantano le radio inglesi, ma c’è stato, qualche progresso il nemico lo ha fatto, ed è una realtà che all’ottavo giorno di operazioni l’iniziativa è agli altri.” Il giorno dopo Ciano ammette che a Corcia c’è stato un “collasso”, che attribuisce a un battaglione albanese che “per paura – non sembra per tradimento – cominciò a fuggire”. Da allora in poi il Diario abbandona i toni ottimistici. E’ cominciata la catastrofe, che costringerà Hitler a modificare i suoi piani e a invadere la Grecia (e quindi la Jugoslavia) per riparare i guasti provocati dall’impreparazione e alla scarsa motivazione dell’esercito fascista.

La guerra si è spostata già da novembre sul territorio albanese, grazie all’eroismo del popolo della Grecia, più che del suo esercito male armato e pessimamente organizzato. Bene per la Grecia, male per gli albanesi, ormai tragicamente coinvolti in una guerra che non avevano mai voluto. Pagano il prezzo per l’incoscienza dei loro dirigenti, che hanno creduto di ottenere l’appoggio dell’Italia per le loro contese interne, e si sono trovati sottomessi e privati di quella sovranità a cui tenevano molto. Peccato che quell’esperienza sia stata dimenticata da altri albanesi di oggi, quella parte dei dirigenti dell’UCK che hanno accettato gli accordi di Rambouillet, fornendo l’esca per fare scattare l’impresa “umanitaria” della NATO, nell’illusione di ottenere un appoggio per le loro aspirazioni all’indipendenza.

L’antefatto: le relazioni italo-albanesi tra il 1912 e il 1939

L’invasione dell’Albania, da un lato, non era apparsa molto preoccupante per le altre potenze interessate ai Balcani (era un paese già completamente inserito nell’orbita italiana, e il mutamento istituzionale non modificava ancora gli equilibri complessivi dell’area), dall’altro era insensata, inutile e costosa. Ma costosa era stata anche la politica di penetrazione “pacifica” dei decenni precedenti. Intanto fu solo relativamente “pacifica”, perché in realtà i tentativi di trasformare il protettorato de facto (riconosciuto dalle altre potenze, ma mai formalizzato di fronte agli orgogliosissimi albanesi) in una vera annessione, erano stati tutti fallimentari, e avevano comportato numerose imprese militari.

L’Italia tra il 1914 e il 1915 aveva contrattato il suo passaggio dalla neutralità (che rappresentava già uno sganciamento dalla “Triplice alleanza” con Germania e Impero austro-ungarico) all’entrata in guerra a fianco dell’Intesa ottenendo con il Patto di Londra (rimasto segreto fino alla pubblicazione da parte dei bolscevichi – dopo la rivoluzione d’Ottobre - di tutti i trattati e gli accordi depositati negli archivi del governo zarista) la promessa di consistenti acquisizioni territoriali in Dalmazia, nella fascia di Adalia in Turchia e in Albania. In particolare era stata promessa all’Italia la baia di Valona, che fu effettivamente occupata al termine della guerra, ma a cui si dovette rinunciare in seguito all’insurrezione della popolazione di quella città il 2 aprile 1920. Il mito della “vittoria mutilata” che alimentò la propaganda fascista nacque da quelle rinunce forzate, determinate dalla vigorosa crescita del nazionalismo albanese, jugoslavo e turco.

L’unica acquisizione di una parte dei territori promessi nel Patto di Londra fu (a parte Trento, e Trieste, che sarebbero state però ottenute lo stesso anche in caso di neutralità) fu quella del territorio allora integralmente tedesco del Sud Tirolo, dell’Istria, di Fiume (conquistata col colpo di mano di D’Annunzio) e l’isolotto deserto di Saseno, strategicamente importante dato che controlla l’accesso alla baia di Valona.

Fallito il tentativo di occupare Valona ed altre parti dell’Albania, l’Italia si accontentò quindi di puntare a un controllo indiretto del paese, assumendosi una serie di compiti di “consulenza tecnica”, compresa quella assai delicata della definizione degli incerti confini del nuovo Stato, che comportò in diverse occasioni alcuni incidenti, in cui nel 1923 rimase ucciso il gen. Tellini, capo della Commissione incaricata della ricognizione topografica. Anche nel 1935 il generale De Ghilardi, ispettore italiano dell’esercito albanese, rimase ucciso a Fier in una sollevazione nazionalista.

Le aspirazioni dell’imperialismo italiano sull’Albania d’altra parte non erano nate col fascismo, né ad essa era estranea la casa regnante, come si è detto a torto recentemente. È vero che alla vigilia della conquista del 1939 Vittorio Emanuele aveva manifestato qualche dubbio, che era però legato a considerazioni tattiche contingenti e non certo a divergenze di fondo con Mussolini. Lo sapevano bene gli albanesi, tanto è vero che monsignor Bumçi, il vescovo cattolico che guidava la delegazione albanese a Versailles, nel tentativo di respingere una spartizione o un vero e proprio protettorato, aveva già allora avanzato l’ipotesi che alla testa dello Stato indipendente albanese potesse essere collocato come re un principe di casa Savoia.

La politica di penetrazione economica e di corruzione di dirigenti locali, iniziata almeno dieci anni prima dell’avvento del fascismo dai governi liberali, continuò fino al 1938 sulle stesse linee, anche se senza maggiori successi. Roberto Morozzo Della Rocca, uno degli studiosi più attenti della storia delle relazioni italo-albanesi (con particolare attenzione all’utilizzazione politica del fattore religioso) ha scritto che “le concessioni economiche e la rete di interessi creata dagli italiani in Albania non si traducevano in un parallelo e proporzionale aumento di influenza politica e in un controllo strategico”. Al contrario, “era lo  stesso aspetto meramente finanziario a costituire un insuccesso per l’Italia”, dato che si svolse in perdita netta per il nostro paese, al punto che non rimase che tentare l’avventura dell’annessione.

Un anno prima della conquista militare il console italiano a Tirana lamentava che la situazione dei lavoratori italiani (a parte alcuni specializzati “addetti al Comando della difesa nazionale” ) era piuttosto triste: essendo “quasi tutti mediocri lavoratori” non erano molto ricercati. “Chiedono paghe che, mentre sono fantastiche in paragone di quelle delle quali si contentano gli albanesi, sono insufficienti per loro” e quindi finiscono per lavorare solo saltuariamente. L’unica eccezione è la richiesta “di cameriere giovani per locali pubblici e per privati”, considerata tuttavia inopportuna dal console “per ragioni di decoro e di prestigio, essendo questa terra in genere fatale alle nostre lavoratrici giovani. Presto o tardi esse trovano un protettore straniero e finiscono per disabituarsi al lavoro onesto”. E pensare che c’è oggi chi considera “predisposte alla prostituzione” le ragazze albanesi!

Dopo l’occupazione il numero degli italiani occupati crebbe vertiginosamente (da 1200 a 70.000 durante la guerra di Grecia, esclusi i militari ovviamente), come crebbe anche l’apparato statale albanese (da 6.000 a 18.000), senza per questo diventare più efficiente e meno corrotto, ed anzi finendo per essere occasione di illeciti arricchimenti di una torma di profittatori, intermediari, capitalisti “magliari” e tenutari di case chiuse (in cui arrivavano direttamente, con grande scorno del regime, soprattutto “signorine” italiane).

Il finanziamento della Chiesa cattolica (nettamente minoritaria) era stato costosissimo, ma non l’aveva trasformata in una docile pedina della penetrazione italiana. Di fatto, come hanno osservato vari studiosi, la vera religione dell’Albania non è né quella islamica né quella ortodossa o quella cattolica, ma l’albanità. La stessa osservazione è stata fatta successivamente, anche a proposito dello stesso “marxismo-leninismo” di Henver Hoxha, dall’ex ambasciatore a Tirana, Gian Paolo Tozzoli, che ha curato una efficace ricostruzione del regime “comunista” nella guida Albania pubblicata nel 1992 dalla CLUEP di Milano.

Che quei finanziamenti fossero soldi buttati via emerse chiaramente anche dopo la conquista, quando la Chiesa cattolica scoprì di non essere veramente privilegiata, dato che ingenti contributi, proporzionali al numero di fedeli e quindi ben più consistenti, venivano dati anche alle comunità ortodossa e islamica, peraltro senza effetti risolutivi. Così anche l’occupazione si concluse da tutti i punti di vista con un pugno di mosche, come tutte le altre “conquiste” dell’Italia imperiale.

L’invasione e l’occupazione della Jugoslavia (1941-1943)

6 aprile 1941: Belgrado distrutta dai bombardamenti

All’alba della domenica delle palme, il 6 aprile 1941 uno spaventoso bombardamento tedesco distrugge gran parte della città di Belgrado. Sperimentata prima a Guernica, poi a Varsavia, viene applicata quella tecnica della distruzione sistematica di tutte le infrastrutture civili oltre che militari che caratterizzerà poi tutta la Seconda Guerra Mondiale, e che culminerà nella distruzione di Dresda, Hiroshima e Nagasaki. Per tutti gli jugoslavi un trauma indelebile, riecheggiato nel bellissimo film di Emir Kusturica, Underground.

Nel corso dei bombardamenti furono distrutti antichi monumenti artistici, e la Biblioteca nazionale con tutti i suoi tesori. I bombardamenti colpirono anche altre città come Skopije, Cetinjie, Niš. La cifra delle vittime è controversa, per l’interesse convergente dei massacratori ma anche delle autorità del paese aggredito che, per ragioni diverse, omettono il bilancio reale (nel caso dell’esercito jugoslavo si trattava di nascondere la propria impreparazione); tuttavia, secondo Sthephen Clissold, sarebbero state 20.000, e in gran parte civili. Tra i morti, ironia della storia, uno dei più filofascisti del governo guidato dal generale Dušan Simovic, lo sloveno Frane Kulovec, che appena il giorno prima aveva presentato a Hitler – tramite l’ambasciata slovacca – la proposta di creare una Slovenia “indipendente” sotto la protezione tedesca.

Il capo del governo, Simovic, era assente dalla capitale per assistere al matrimonio della figlia. Ma naturalmente questo particolare è solo la conferma di un atteggiamento suicida, che portò a evitare ogni mobilitazione, sperando di non irritare le potenze dell’Asse, a cui venivano ripetute incessantemente dichiarazioni di buona volontà. L’interruzione di ogni comunicazione telefonica e radiofonica impedì poi a Simovic e allo Stato Maggiore di impartire ordini alle truppe, che rimasero disorientate e sbandate come quelle italiane dopo l’8 settembre del 1943. Peraltro, anche se li avessero dati, si poteva dubitare dei risultati, dato il basso livello dei quadri superiori dell’esercito: l’attaché militare francese, che aveva assistito alle manovre del 1937, aveva scritto nel suo rapporto che non era suo compito convincere i vertici militari jugoslavi della loro incapacità e suggerir loro di fare harakiri…

Non si trattava certo di un’inferiorità intrinseca degli jugoslavi - che daranno negli anni successivi una splendida dimostrazione delle loro capacità combattive, impegnando ben trenta divisioni tedesche - ma dell’organizzazione basata sul predominio arrogante dei serbi, che avevano escluso a lungo croati e sloveni dagli alti gradi, generando al tempo stesso frustrazioni, tensioni interetniche e una selezione non basata sul criterio delle effettive capacità.

Inoltre il piano militare tedesco era stato ben congegnato: l’invasione era cominciata da più parti: truppe tedesche erano entrate dalla Romania e dalla Bulgaria, ed erano state spalleggiate dall’esercito bulgaro, a cui era stato promesso un cospicuo bottino. Contemporaneamente l’esercito italiano entrava in Jugoslavia dall’Istria e dall’Albania, e poco dopo si sarebbero aggiunte anche forze ungheresi a cui era stata concessa l’occupazione della Vojvodina, dove esisteva una cospicua minoranza magiara.

L’antefatto

L’invasione della Jugoslavia non rientrava nei precedenti piani di Hitler. Probabilmente questi condivideva il giudizio di Bismarck, che aveva detto che quella terra non valeva le ossa di un solo granatiere di Pomerania. La Germania, d’altra parte, come l’Italia, preferiva puntare a un controllo indiretto dei Balcani attraverso l’alleanza con governi conservatori, anche utilizzando gli storici legami dell’Austria nell’area balcanica. In questo la Germania era entrata più volte in concorrenza e quasi in conflitto con l’Italia, che mirava allo stesso obiettivo e che, in particolare al momento del primo tentativo di annessione dell’Austria nel 1934, aveva puntato a un polo con Ungheria, Jugoslavia, Romania e Bulgaria (più l’Albania semivassalla) per contrastare l’espansionismo germanico. Tuttavia l’incoerenza della politica estera fascista aveva reso debole questo progetto, in particolare per quanto riguarda la Jugoslavia, preoccupata per l’appoggio dato dal governo di Roma al gruppo fascista croato di Ante Pavelic, ma anche ad altri uomini politici croati. Per attenuare le diffidenze, ovviamente accresciutesi dopo l’assassinio di re Aleksandar da parte degli ustaša  avvenuto a Marsiglia il 9 ottobre 1934, alcuni capi del gruppo fascista croato furono confinati a Lipari per qualche tempo. Ma le ambizioni mussoliniane erano tanto manifeste che un vero riavvicinamento con Belgrado non fu possibile. Inoltre, la penetrazione economica della Germania in Jugoslavia era nettamente superiore a quella italiana.

La crisi che doveva portare la Jugoslavia ad allontanarsi dalla Germania e dall’Italia, ormai non più antagoniste dopo la guerra di Etiopia e le sanzioni della Società delle Nazioni, fu la conquista dell’Albania. Concepita come rivincita sulla conquista della Cecoslovacchia da parte di Hitler, l’operazione non fece alcun effetto a livello internazionale, dato che l’Albania fin dal 1912 era di fatto un protettorato italiano. Ma allarmò il governo jugoslavo, preoccupato dalle aspirazioni italiane sul Kosovo. Nel febbraio 1939 era caduto il governo Stojadinovic, che due anni prima aveva firmato un trattato con l’Italia. Il successivo governo di Dragiša Cvetovic cercò – tardivamente – di attenuare le tensioni con i croati creando accanto alle banovine (province autonome) serba e slovena una banovina  di Croazia, e poi altre due in Bosnia-Erzegovina e nella Vojvodina. Ma lo Sporazum (accordo) del 26 novembre 1939 non fu mai attuato, soprattutto per quanto riguarda l’inserimento nei comandi dell’esercito di rappresentanti croati.

Le molte responsabilità dell’Italia

Le responsabilità dell’Italia nella crisi balcanica non sono solo quelle delle maldestre e contraddittorie ingerenze nella politica interna jugoslava, o dell’irresponsabile avallo alle tendenze secessioniste croate e kosovare.

Fu la guerra di Grecia a provocare la catastrofe. Iniziata per velleità di grandezza imperiale e per gelosia infantile nei confronti della vittoria tedesca in Francia, soprattutto se comparata alla miserabile riuscita della proditoria e maramaldesca aggressione italiana a una Francia già piegata, fu avviata il 28 ottobre 1940, l’anniversario della marcia su Roma, che coincideva tuttavia con l’inizio del maltempo autunnale. In poche settimane l’Italia fu ributtata indietro dall’esercito greco, pessimamente armato, ma fortemente motivato e sostenuto da uno sforzo eroico della popolazione civile, che trasportava a spalle i mortai e le munizioni sulle più impervie zone di montagna. La guerra si spostò fin dentro l’Albania, con gravissime conseguenze sulla popolazione locale, che gli italiani non dovrebbero mai dimenticare.

L’orientamento filofascista del governo greco del dittatore Metaxas (morto il 29 gennaio 1941), che aveva lasciato sguarnite le frontiere con l’Albania per illusioni sulle intenzioni dell’Italia fascista, fu abbandonato rapidamente dal nuovo governo Koridzis, che chiedeva e otteneva aiuto dalla Gran Bretagna.

Hitler reagì in modo furibondo, tanto più che Mussolini gli aveva tenuto nascosto il suo insensato progetto, di cui lo informò solo a cose fatte nell’incontro di Firenze avvenuto proprio il 28 ottobre 1940. Il maresciallo Keitel attribuì appunto alla guerra di Grecia l’inizio della fine del “Reich millenario”. Al processo di Norimberga dichiarò lapidariamente: “arrivammo [a Firenze] con tre ore di ritardo e ciò fu la catastrofe”. Aveva sostanzialmente ragione: l’avventurismo di Mussolini aveva consentito la costituzione di una testa di ponte inglese nei Balcani, particolarmente pericolosa per l’invasione dell’URSS, già decisa e tenuta a lungo nascosta a Mussolini per ricambiarlo della stessa moneta.

Come è noto, Hitler iniziò immediatamente la preparazione di un’occupazione della Grecia, che comportava tuttavia il passaggio per la Jugoslavia. Energiche pressioni in tal senso furono fatte sul reggente Pavle di Jugoslavia, mentre con la massima segretezza grandi forze tedesche entravano in Bulgaria. Nel corso di marzo il reggente Pavle e Cvetkovic cominciarono a cedere, mentre aumentava la protesta popolare. Il 21 marzo si dimisero tre ministri contrari all’adesione della Jugoslavia all’Asse, ma il 25 dello stesso mese Cvetkovic firmava a Vienna l’adesione al Patto tripartito, troncando definitivamente con la Gran Bretagna, ma anche con il suo popolo. Imponenti manifestazioni spontanee protestavano contro la capitolazione del governo e del reggente a Niš, a Spalato, a Leskovac, a Kragujevac, a Cetinje, a Skopje, a Lubiana. Al loro interno ricompariva con molta forza il Partito comunista, che era stato messo fuori legge vent’anni prima.

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo un colpo di Stato militare antitedesco diretto da ufficiali di aviazione filobritannici, tra cui Borivoje Mirkovic e Dušan Simovic, che assumeva la guida del governo, rovesciò il governo Cvetkovic e spedì il reggente in esilio in Kenia, dichiarando maggiorenne Petar Karadjorjevic (a cui mancavano in realtà diversi mesi per la maggiore età), che fu quindi proclamato re.

Il nuovo governo ricordava per molti aspetti quello che si formerà in Italia nel 1943 con Badoglio: prima preoccupazione fu quella di incarcerare centinaia di comunisti. Inoltre aprì trattative sia con la Gran Bretagna sia con l’URSS, che tuttavia era ancora troppo legata dal patto Ribbentrop-Molotov. Nel corso di un incontro tenuto al Cremlino tra Simovic e Višinskij, questi offrì solo un generico trattato di amicizia e di non aggressione, dal quale si desumeva che l’URSS era disponibile a mantenere un atteggiamento di benevola neutralità nei confronti di Belgrado, ma non ad entrare in guerra al suo fianco. Un trattato che serviva a poco in quel frangente. Due giorni dopo cominciavano i bombardamenti di Belgrado e l’invasione del paese.

L’Italia fascista e gli “eterni” odii interetnici

Un luogo comune assai diffuso attribuisce gli attuali conflitti nel Kosovo e quelli precedenti in Bosnia, in Croazia, ecc., agli “eterni” conflitti etnici. In realtà se, come abbiamo accennato, la questione nazionale non era stata risolta felicemente nella Jugoslavia tra le due guerre per l’eccesso di centralismo serbo, non aveva generato gravi conflitti. Il gruppo di Pavelic esisteva, ma superava appena i 500 aderenti: era una frangia insignificante, che non interpretava affatto l’atteggiamento della stessa popolazione croata.

Anche se a volte la Jugoslavia era stata definita una “prigione dei popoli” dal Partito comunista, fautore da sempre di una soluzione federativa e che – prima della Seconda Guerra Mondiale – difendeva (come tutti i partiti comunisti, compreso quello italiano) il diritto delle minoranze all’autodecisione fino alla separazione, il suo assetto interno non era particolarmente diverso da quello di altri paesi come l’Italia o la Spagna che comprendevano etnie non protette. Non vi furono d’altra parte in quel periodo conflitti significativi su questo terreno.

Nel 1941 cambiò tutto, e la prima responsabilità ricade, più che sulla Germania nazista come si pensa abitualmente, sull’Italia mussoliniana: essa infatti non solo si impadronì di gran parte del litorale dalmata e di Lubiana, che divenne “provincia italiana”, ma costituì un Regno di Croazia in cui fu incorporata la Bosnia e quindi un numero altissimo di serbi, di “musulmani” ecc. Questo regno doveva essere affidato a un Ajmone di Savoia, che doveva assumere il nome croato di Tomislav II, ma che preferì non mettervi mai piede per non fare la fine di Massimiliano d’Asburgo in Messico. Rimase prevalentemente a Saint Moritz, frequentandone assiduamente il famoso Casinò. Ciano, tuttavia, lo faceva pedinare per timore che si dileguasse del tutto, e scrisse sul suo Diario che dopo una breve sparizione era stato rintracciato in un alberghetto di Milano, dove aveva passato la notte con una “ragazza di facili costumi”, come si diceva allora.

Come reggente fu collocato il criminale comune Ante Pavelic, di cui Curzio Malaparte, allora corrispondente del fascista Corriere della sera descrisse i crimini – a guerra finita – nel suo libro Kaputt: ad esempio disse di avere visto nella villa in cui aveva sede il comando degli ustaša un cesto che gli sembrava pieno di ostriche. Erano invece venti chili di occhi strappati ai serbi. Altre denunce erano state fatte subito da alcuni ufficiali italiani e perfino tedeschi.

In Croazia furono compiuti crimini atroci, con la benedizione di quel monsignor Aloysio Stepinac che Giovanni Paolo II ha voluto beatificare di recente per compiacere il potente episcopato croato. Religiosi francescani parteciparono alla direzione dei famigerati campi di concentramento in cui a una parte dei serbi e dei “musulmani” si offriva la possibilità di salvarsi con una conversione forzata al cattolicesimo, mentre tzigani ed ebrei venivano direttamente consegnati ai campi di sterminio nazisti.

Quei crimini generarono una spirale di odii e di vendette, giacché anche i cetnici serbi fedeli a re Petar non erano da meno se mettevano le mani su qualche croato. Ma l’innesco era stato provocato proprio dalla spartizione della Jugoslavia voluta insieme da Mussolini e da Hitler.

Una parte degli ufficiali italiani, abbiamo accennato, si indignarono e cercarono di limitare quei crimini; non a caso dopo l’8 settembre del 1943 molti di loro – pur rimasti senza ordini per la viltà di Vittorio Emanuele III e di Badoglio – rifiutarono di piegarsi ai tedeschi e molti si unirono ai partigiani. Gran parte degli ufficiali e dei soldati della Divisione “Venezia” e della “Taurinense” formarono la divisione “Garibaldi”, unendosi ai partigiani comunisti pur essendo tendenzialmente monarchici, perché avevano verificato che solo i comunisti combattevano a fondo i nazisti, mentre i cetnici di re Petar preferivano accordarsi con gli occupanti contro gli altri partigiani. E’ una storia poco conosciuta, che fa onore al nostro popolo.

Ma torniamo ai famosi “fatali ed eterni odii interetnici”, di cui parlano i propagandisti dell’intervento militare di oggi. La prima smentita viene dallo straordinario successo dei partigiani comunisti, che seppero tenere impegnate trenta divisioni tedesche e liberare da soli gran parte del proprio paese, unico esempio in Europa oltre all’Unione Sovietica. La loro forza derivava da due fattori: da un lato non rinviarono come in altri paesi a un “secondo tempo” sia la questione sociale sia quella istituzionale (praticarono da subito una radicale riforma agraria nelle zone liberate e rifiutarono ogni accordo con i seguaci conservatori del re); dall’altro abbozzarono subito un progetto di soluzione della questione nazionale basata su quella Federazione che consentì poi oltre quarant’anni di convivenza sostanzialmente pacifica tra le varie etnie. La stessa composizione del gruppo dirigente era una conferma vivente della concretezza del progetto: Tito era mezzo croato e mezzo sloveno, Kardelij era sloveno, Rankovic serbo, Moshe Pijade ebreo, Djilas montenegrino, ecc….

La dissoluzione della Jugoslavia tra il 1989 e il 1991, e le tragedie successive, non avvennero dunque per la fatale permanenza degli odii antichi, ma come conseguenza di una crisi profonda del regime dovuta all’indebitamento estero, alle pressioni del FMI e della Banca Mondiale, e al tentativo dei dirigenti ex comunisti come Milosevic o Tudjiman di organizzarsi un consenso agitando vecchi spettri e presentandosi come “salvatori” del paese da un pericolo esterno. Ma approfondiremo questi problemi più avanti, nel III capitolo.

L’Italia e il Kosovo durante la Seconda Guerra Mondiale

Gli argomenti della propaganda di guerra talvolta fanno breccia anche nella sinistra, a volte direttamente, oppure attraverso un rifiuto così radicale delle motivazioni ufficiali, che porta a schierarsi non solo contro l’aggressore, ma a fare proprie le tesi dell’aggredito, non necessariamente corrette. Così, essendo innegabile che la Serbia è aggredita, si tende ad attribuire ai kosovari ogni colpa, al di là di quella – di una parte soltanto del gruppo dirigente dell’UCK – di avere accettato una protezione interessata, facendo da esca per la trappola. E si nasconde che, se una parte dei kosovari hanno abbandonato la linea non violenta e gradualista di Rugova, ciò si deve non solo e non tanto ai finanziamenti della diaspora albanese negli Stati Uniti (e magari della stessa CIA), ma al fallimento di quella linea per l’intransigenza serba. Non ci si può scandalizzare dunque se in questo contesto è cresciuto un movimento che punta all’indipendenza, e che si illude di trovare protezione da parte della NATO. È lo stesso ragionamento che abbiamo già fatto a proposito del popolo palestinese, per capire perché di fronte all’intransigenza dei Benyamin Netaniahu e all’inadeguatezza (a dir poco) dei risultati ottenuti da Arafat, si è sviluppato l’integralismo islamico, che si è rafforzato non perché islamico, ma perché è apparso il più deciso oppositore ad accordi che anche lucidissimi e laici esponenti palestinesi come Edward Said, Mahmud Darwish, Hanna Ashrawi o Abdel Shafi hanno criticato severamente.

Può essere utile ricostruire le vicende del Kosovo nell’ultimo secolo, senza nascondere le sue sofferenze, che ci sono state, e senza ignorare il punto di vista dei serbi (non del solo Milosevic). Nel secolo scorso diversi viaggiatori, inglesi o di altre nazionalità, hanno descritto vivacemente i conflitti che esistevano in quella regione dell’Impero ottomano, e che spesso si concludevano a danno della minoranza serba, meno armata e relativamente meno protetta. Ma non erano conflitti “etnici”. L’arretratezza del Kosovo e della stessa Albania, la parte più povera e trascurata dell’impero ottomano, aveva fatto protrarre fino alle soglie di questo secolo un’organizzazione per clan che comportava spesso scontri cruenti tra gli stessi albanesi, per faide durate decenni, il ricorso sistematico all’abigeato nei confronti dei vicini in caso di calamità naturali, ecc.

Le leggende alimentate dalla propaganda nazionalista serba hanno ingigantito tutti gli episodi di cui erano vittime gli slavi, ignorando quelli che avevano colpito gli albanesi. Ad esempio, si ingigantivano i dati sugli stupri a danno di serbe, sorvolando sul fatto che analoghi episodi colpivano donne albanesi, e che comunque la percentuale di tali episodi non era diversa da quella riscontrata nei rapporti di polizia nelle regioni più arretrate della stessa Serbia. Un residuo di concezioni che consideravano la donna un oggetto disponibile, ovviamente orribili, ma che non avevano nulla a che vedere con la pratica sistematica e deliberata dello stupro che ha accompagnato la “pulizia etnica” (da parte di croati, serbi e “musulmani”) nelle guerre di Croazia e di Bosnia in questo terribile decennio.

La propaganda nazionalista serba aveva ingigantito allora quegli episodi, per teorizzare l’inferiorità “razziale” degli albanesi. Ad esempio, un uomo politico serbo, Vladan Djordjevic, improvvisatosi antropologo, aveva sostenuto seriamente nel 1913 che gli albanesi erano residuati di popolazioni primitive che avevano avuto la coda per appendersi agli alberi (secondo lui, ancora nel secolo scorso c’erano nel Kosovo esemplari umani con residui della coda!). Il residuo animalesco degli “arnauti”, come venivano chiamati da turchi e serbi gli albanesi, sarebbe stato provato dalla mancanza di un alfabeto.

La propaganda serba, inoltre, sosteneva che la “Vecchia Serbia” (così veniva chiamato il Kosovo a Belgrado) era sempre stata abitata solo da serbi fino alla battaglia di Kosovo Polje del 1389, quando era cominciata una “invasione” albanese al seguito delle armate turche. Nulla di più falso: nella famosa battaglia, rispolverata da Milosevic nel 1989 per cancellare l’autonomia sancita dalla Costituzione jugoslava, gli albanesi erano presenti in entrambi gli eserciti, come risulta da tutti i documenti dell’epoca. Ciò si doveva naturalmente al fatto che allora, come in tutta l’Europa e nel mondo, non era nata un’identità “nazionale”, e la presenza in questo o quell’esercito dipendeva dalle scelte tattiche dei vari capi clan. E ciò era durato a lungo: Skanderberg, l’eroe albanese per eccellenza, era figlio di una serba, mentre Djordje Petrovic, detto Karadjordje, fondatore della dinastia serba, era invece di origine albanese.

I più raffinati propagandisti serbi, invece di negare l’esistenza di albanesi nella “Vecchia Serbia”, li consideravano in parte “invasori”, in parte serbi convertiti all’islam e albanesizzati linguisticamente. Naturalmente in tutti i Balcani c’erano state molte conversioni alla religione dei dominatori, ma rimaneva da spiegare come mai l’assimilazione linguistica sarebbe avvenuta da parte di quella che doveva essere secondo loro una minoranza insignificante, e non da parte dei turchi, come è accaduto quasi ovunque negli altri casi accertati.

Su questi aspetti è prezioso il libro più organico sulla storia di questa sfortunata regione, quello di Marco Dogo, Kosovo. Albanesi e serbi: le radici del conflitto, C. Marco Editore, Lungro di Cosenza, 1992. Un libro documentatissimo e rigoroso di ben 376 pagine, che costa purtroppo, se lo si trova ancora, 45.000 lire. Anche l’agile ed equilibrato libretto di Thomas Benedikter, Il dramma del Kosovo. Dall’origine del conflittofra serbi e albanesi agli scontri di oggi, Data News, Roma, 1998, p. 140, £. 22.000, fornisce dati assai utili su questo piano.

Come per tutte le convivenze durate per secoli, con qualche tensione, ma senza conseguenze tragiche (ad esempio il Libano fino all’inizio della penetrazione delle potenze europee nel 1840), i guai veri sono cominciati con gli interventi esterni. Nel corso del secolo XIX, oltre alla guerra propagandistica, nel Kosovo e in Macedonia operavano agenti della Serbia da un lato, dell’Austria Ungheria dall’altro, che offrivano protezione a destra e a manca per impossessarsi di quei territori facendo leva sulle rivalità tra i vari capi locali (i serbi stessi protessero alcuni capibanda albanesi contro altri).

 

Le responsabilità europee ed italiane nel conflitto

Sono le guerre balcaniche (sulla cui origine esterna è difficile dubitare, dato che dietro a ciascon contendente c’erano le maggiori potenze europee che affilavano le armi in vista della Grande Guerra) ad avviare i tentativi di spartizione dell’ampia area dell’Albania etnica, che cominciava ad aspirare all’indipendenza, ma che aveva meno forza degli altri contendenti, e a cui offriva protezione l’ultimo paese arrivato sulla scena balcanica: l’Italia. Nel corso delle guerre balcaniche e poi della Prima Guerra Mondiale i territori del Kosovo e della stessa Albania sono invasi da diversi eserciti. L’Italia offre protezione a una possibile Albania indipendente, scontrandosi con gli interessi della Francia, alleata ma rivale non solo nei Balcani, che appoggia la Serbia e punta decisamente alla spartizione.

Stabilito un discutibile protettorato sull’Albania (riconosciuto alla fine dalle altre potenze dell’Intesa), l’Italia spreca molte delle sue carte nel tentativo di impossessarsi direttamente di Valona, scontrandosi con una fiera resistenza e perdendo così molta credibilità.

Negli anni successivi, l’irredentismo del Kosovo, annesso alla Serbia senza alcun riconoscimento della pur minima autonomia culturale, non trova molti appoggi esterni. L’Italia punta più sulla carta croata, mentre la stessa Albania di re Zog evita di toccare l’argomento della Grande Albania perché ha bisogno dell’appoggio jugoslavo contro i nemici esterni e le mai cessate aspirazioni dell’imperialismo italiano.

Sappiamo dal solito Ciano (fonte preziosa per la ricostruzione della politica estera italiana) che il 21 aprile 1939, appena completata la conquista dell’Albania, aveva cominciato a interessarsi del Kosovo. Riferendo il contenuto di un incontro avvenuto quel giorno con Tahir Stylla, ex ministro di Albania a Belgrado, Galeazzo Ciano parla per la prima volta del “problema dei Cossovesi, cioè 850.000 albanesi fortissimi fisicamente, saldissimi moralmente, entusiasti all’idea di una unione alla madre Patria”. Da Stylla apprende che “pare che i serbi ne abbiano un terrore panico”. A quanto sembra, non ne sa molto, ma comunque conclude che “oggi non bisogna neppure lasciare immaginare che il problema attira la nostra attenzione: anzi bisogna cloroformizzare gli jugoslavi. Ma in seguito bisogna adottare una politica di vivo interessamento per il Cossovo: ciò varrà a tener vivo un problema irredentista nei Balcani che polarizzerà l’attenzione degli stessi albanesi, e rappresenterà un pugnale piantato nel dorso della Jugoslavia”.

Il 18 giugno dello stesso anno riceve di nuovo Stylla, e annota: “Intendo valermi di lui per la questione del Kossovo [questa volta ne trascrive più correttamente il nome NdR], della quale è molto competente. Creerò presso il sottosegretariato per l’Albania un ufficio irredentismi”. Il momento buono verrà meno di due anni dopo, con l’invasione e la spartizione della Jugoslavia. Il Kosovo (tranne la zona di Trepca, piccola ma importante per le risorse minerarie, che viene annessa alla zona di occupazione tedesca) viene assegnato all’Italia.

Per una parte degli albanesi sembra la realizzazione del sogno della “Grande Albania”, sia pure sotto tutela italiana. Nel giro di un anno, 60.000 contadini serbi sono costretti a lasciare il paese; ma doveva essere solo l’inizio. Il capo del governo fantoccio nominato dall’Italia, Mustafà Kruja, annunciò in un discorso che il Kosovo doveva essere “etnicamente puro”: per gli immigrati recenti c’era l’espulsione o l’eliminazione, mentre i serbi che vi risedevano da secoli dovevano essere dichiarati in massa “colonisti” (alludendo anacronisticamente alle colonie di popolamento avviate dopo l’annessione alla Serbia). Va detto che Ciano diffidava di lui, temendo che il suo estremismo facesse danni, ma anche perché Kruja era impopolare tra i notabili albanesi in quanto era figlio di un servitore! Comunque, Mustafà Kruja rimase in carica dal novembre 1941 al gennaio 1943, e di danni riuscì a farne effettivamente parecchi.

Quando l’esercito italiano si sfaldò dopo l’8 settembre 1943, il Kosovo finì ovviamente sotto controllo diretto della Germania. Molti notabili, per ottenere i favori dei nuovi padroni, cominciarono a teorizzare di essere “ariani di stirpe illirica”, e ottennero comunque l’espulsione di altri serbi e montenegrini dalle zone miste. Anche per questo la resistenza antifascista nell’area fu più debole che nel resto della Jugoslavia, e radicata prevalentemente tra le minoranze slave, sottoposte a un’oppressione più dura.

 

Il Kosovo nella Jugoslavia di Tito

Dopo la liberazione la sorte dei kosovari fu contraddittoria: da un lato il Kosovo fu annesso alla Repubblica serba come regione senza diritti amministrativi autonomi (a differenza della Vojvodina, che li ottenne quasi subito), dall’altro non fu concesso il ritorno ai serbi e montenegrini espulsi dai kosovari alleati ai fascisti italiani e ai nazisti. La questione dell’assetto della regione era stata rinviata alla eventuale costituzione della grande federazione balcanica, che doveva comprendere anche Albania e Bulgaria, e la stessa Grecia se fosse diventata – come sembrava probabile – anch’essa una repubblica socialista, e della cui sorte parliamo altrove.

Intanto una spietata repressione colpiva la popolazione, in alcuni casi perché accusata di connivenza con i nazifascisti, in altri perché legata effettivamente a un’organizzazione nazionalista anticomunista come il Balli Kombetar. I metodi adottati erano terribili: a Drenica fu trovata una fossa comune con 250 albanesi, mentre nel Montenegro 1.670 civili albanesi furono chiusi in un tunnel e asfissiati con il gas. Tali misure furono adottate anche in altre repubbliche contro i collaborazionisti, veri o presunti, ma va segnalato che quando nel 1966 il potente ministro degli Interni Aleksandar Rankovic fu destituito, fu accusato tra l’altro (oltre che di avere messo microspie perfino nella camera da letto di Tito…) di crimini commessi contro la popolazione del Kosovo. Le misure staliniste di Rankovic avevano largamente anche i serbi, ma dopo il suo allontanamento da tutte le responsabilità direttive egli era apparso la vittima di una presunta discriminazione antiserba: quando morì nel 1983 un immenso corteo di serbi lo accompagnò alla tomba, trasformandolo in un simbolo.

Questi dati ci permettono di capire che la soluzione dei problemi nazionali nella Repubblica jugoslava non deve essere denigrata, ma neppure mitizzata, giacché, come è stato sperimentato anche durante l’occupazione di Trieste, la formazione stalinista dei dirigenti portò molte volte a oscillazioni tra progetti rispettabili e brutali sopraffazioni.

La Costituzione del 1946 non riconosceva dunque l’esistenza di un’etnia albanese, e manteneva le regioni abitate da essa all’interno di tre repubbliche (Serbia, Macedonia e Montenegro). Sotto la direzione di Rankovic venne anche incoraggiato l’esodo di circa 195.000 albanesi del Kosovo e della Macedonia verso la Turchia. Solo nel 1966 si comincerà a modificare la situazione, dopo il Plenum di Brioni della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, che varò un progetto di decentramento, in base al quale fu deciso tra l’altro di istituire l’università albanese di Priština. Nel 1968 ci saranno forti manifestazioni studentesche in tutta la Jugoslavia, che a Priština assumeranno caratteristiche nazionalistiche. Ma l’aspirazione all’unione con l’Albania rimarrà circoscritta a pochi gruppi marxisti-leninisti, alcuni dei quali sono confluiti oggi nell’UCK. La ragione è semplice: pur restando l’area più povera e arretrata della Jugoslavia, il Kosovo ha un livello di vita e di cultura nettamente superiore a quello dell’Albania di Henver Hoxha. Il processo di graduale concessione di diritti nazionali agli albanesi culmina nel 1974 in una Costituzione che, pur non riconoscendo lo status di repubblica al Kosovo, lo equipara di fatto a una repubblica con diritto di veto sulle decisioni della federazione. Verrà anche destinata al Kosovo una buona fetta del bilancio della federazione jugoslava, che tuttavia finirà in parte sprecata per la gestione burocratica dei dirigenti locali

Il resto è più noto, ed è conseguenza, non causa, della crisi profonda del paese, indebitato con l’estero e incapace di affrontare democraticamente i problemi che aveva di fronte. Va ricordato tuttavia che, per moltissimi anni dopo la soppressione da parte di Milosevic dei diritti riconosciuti dalla Costituzione del 1974, tra i kosovari continuò a prevalere un orientamento gradualistico e la richiesta di autonomia, non di indipendenza o di unione a un’Albania ancora poco attraente.

In ogni caso, non abbiamo il diritto di decidere noi se la soluzione migliore è l’autonomia o l’indipendenza, o l’unione all’Albania. Possiamo solo batterci perché la decisione possa essere presa democraticamente da tutti gli abitanti del Kosovo, e perché siano garantiti i diritti della minoranza serba. Altro non ci compete. E comunque, meno che mai possiamo farlo noi italiani, che esaltiamo nei libri di storia e nelle celebrazioni rituali il nostro Risorgimento, che si basava appunto su una lotta per la riunificazione degli italiani sparsi in diversi Stati o sottoposti a una dominazione straniera ritenuta intollerabile anche se secolare.

3) Origini e responsabilità della crisi jugoslava*

Prima di tutto è necessario smantellare le interpretazioni fuorvianti abitualmente proposte dalla grande stampa di dis/informazione. La più diffusa è quella che attribuisce i conflitti a un eterno e fatale odio tra serbi e croati e in genere tra le etnie che hanno fatto parte della Jugoslavia. È qualcosa di analogo allo stereotipo del “bimillenario conflitto tra arabi ed ebrei”, che non ha alcun fondamento, dato che per secoli gli ebrei perseguitati nell’Europa cristiana si rifugiavano principalmente nell’Impero ottomano, che assicurava loro protezione, e nella stessa Palestina la coabitazione tra la maggioranza palestinese e la minoranza ebraica è stata sempre pacifica fino all’arrivo delle correnti migratorie sospinte dal razzismo europeo.

La Jugoslavia nasce nel 1918 da una spinta profonda che porta croati, sloveni e montenegrini a unirsi alla Serbia, che aveva assunto un ruolo di “Piemonte balcanico” nella lunga resistenza alla dominazione turca e alle conquiste austro-ungariche. Anche l’attentato di Sarajevo, che diede il pretesto allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, era una manifestazione della stessa aspirazione all’unità presente tra gli stessi giovani bosniaci. Che poi la dinastia Karadjordjevic abbia governato il Regno dei serbi, Croati e Sloveni (come si chiamò la Jugoslavia fino al 1929) con un eccesso di centralismo serbo, che suscitò tensioni e spinte centrifughe, è un altro fatto, ma non particolarmente rilevante: nell’Europa tra le due guerre mondiali, a parte l’Unione Sovietica, non erano molti gli Stati che rispettassero le minoranze, ma questo non provocava automaticamente eccidi e guerre etniche.

I conflitti etnici, accompagnati da massacri e crudeltà inaudite, sono cominciati soltanto durante la Seconda Guerra Mondiale, e la prima responsabilità ricade sulle potenze che occuparono e si spartirono la Jugoslavia nel 1941: Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria. La responsabilità italiana non è affatto secondaria, anche se poi una parte delle truppe italiane, dopo l’8 settembre 1943, scelse la collaborazione con i partigiani, salvando l’onore del nostro paese.

Nei capitoli precedenti abbiamo visto che il presunto “eterno conflitto” tra croati e serbi fu innescato proprio da forze esterne, in particolare dal nostro paese. Nessuno ne parla, invece, e nessuno ha chiesto al nostro governo quell’autocritica storica che è stata giustamente fatta (sia pure in ritardo di cinquant’anni e con qualche reticenza) dal governo giapponese per le atrocità commesse durante l’occupazione della Cina e dell’Asia sudorientale.

Ma non si tratta solo di sfatare questa leggenda: il “revisionismo storico” dilagante sulle pagine dei nostri giornali, mentre assolve i nostri criminali di guerra (e ce ne furono tanti in Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica, ma anche in Libia, Somalia, Eritrea ed Etiopia), nasconde la realtà da cui nacque la Jugoslavia del dopoguerra.

Il movimento partigiano in Jugoslavia fu infatti il più forte d’Europa, e tenne impegnate trenta divisioni tedesche dopo il crollo del fascismo e lo sfacelo dell’esercito italiano provocato l’8 settembre 1943 dalla fuga a Pescara e poi a Brindisi del “re fellone”. Così fu giustamente chiamato dagli antifascisti quel Vittorio Emanuele III che aveva voluto la guerra di Libia, la non necessaria partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, che fu complice di Mussolini nella farsesca “marcia su Roma” e in tutte le altre imprese banditesche (guerra di Etiopia, di Spagna, annessione dell’Albania, seconda guerra mondiale). Lo ricordiamo, perché oggi c’è chi vuole riabilitare i Savoia!

Bisogna comprendere perché il movimento partigiano riuscì ad avere una forza tale da consentirgli di liberare il paese da solo, a parte la collaborazione dell’Armata Rossa alla liberazione di Belgrado, offerta da Stalin, e motivata con la necessità di aggirare le truppe naziste per raggiungere più rapidamente Budapest, ma che creò le prime tensioni tra Jugoslavia e URSS per il comportamento non corretto delle truppe sovietiche verso la popolazione. Ci sono due spiegazioni fondamentali: la prima – già ricordata - è forse quella decisiva: a differenza di quelli italiani, greci, francesi, ecc., i partigiani jugoslavi non rinviarono a dopo la guerra la questione sociale e quella istituzionale, e rifiutarono la politica dei “due tempi” (prima la guerra, poi la rivoluzione) già attuata con esiti fallimentari in Spagna, e imposta da Stalin a tutti i partiti comunisti che in base alla spartizione del mondo dovevano restare sotto l’imperialismo occidentale. Essi non solo applicarono fin dall’inizio nelle zone liberate la riforma agraria, l’autoorganizzazione contadina, la confisca dei beni dei capitalisti collaborazionisti, ma rifiutarono ogni accordo con i cetnici, i partigiani monarchici, che erano colpevoli di ritorsioni crudeli che facevano pagare a innocenti croati le colpe di Pavelic, e soprattutto non volevano toccare l’assetto sociale del paese. D’altra parte il cieco anticomunismo dei cetnici di Mihailovic li spinse spesso a collaborare con gli occupanti contro i comunisti.

La seconda ragione è in questo contesto la più significativa per sfatare le leggende sul “passato che fatalmente ritorna”: la maggior parte degli jugoslavi nel 1941-1945 erano inorriditi dai massacri “etnici” delle varie bande armate al soldo degli occupanti. L’armata popolare partigiana e il PCJ (che rimase nell’ombra ma ne era l’ispiratore) non erano assolutamente identificabili con una delle etnie contrapposte, per la variegatissima composizione del loro stesso gruppo dirigente e delle stesse truppe, tra cui c’erano albanesi del Kosovo, macedoni, ebrei, italiani dell’Istria e della Dalmazia (oltre ai tanti soldati e ufficiali dell’esercito regolare che dopo l’8 settembre si unirono ai partigiani comunisti, dopo aver visto l’inefficienza e le complicità con i nazisti di quelli monarchici, verso cui soprattutto gli ufficiali avevano guardato inizialmente con simpatia). D’altra parte nel programma dei partigiani c’era la costituzione di una Federazione in cui i diversi popoli avrebbero avuto pari diritti e dignità.

Ecco la più importante ragione del successo dei comunisti jugoslavi. Ed è la smentita più clamorosa a chi sostiene che “i popoli” della ex Jugoslavia si sarebbero sempre odiati (oltre a quella che ci viene dalla disperazione delle popolazioni coinvolte oggi da una guerra feroce e insensata, che non capiscono e non vogliono, e che è condotta - come nel 1941-1945 - da poche migliaia di appartenenti a bande armate contrapposte).

Non si vuole assolutamente mitizzare l’operato dei comunisti jugoslavi sul terreno della costruzione di uno Stato federale: alcune nazionalità furono ugualmente sacrificate, soprattutto se appartenevano all’etnia dominante in uno Stato confinante e per varie ragioni ostile. È il caso degli italiani, che nel progetto originario dovevano avere una repubblica federata che avrebbe dovuto comprendere Trieste e il suo territorio, e che pagarono per l’ostilità dell’Italia e degli Alleati nei confronti della nuova Jugoslavia. Lo stesso trattamento ci fu verso i kosovari, che si temeva fossero spinti a separarsi dal nazionalismo albanese, e verso gli ungheresi della Vojvodina. Ma i diritti di queste minoranze furono per molti aspetti rispettati meglio di quanto fossero quelli degli slavi residenti nei paesi vicini, e comunque i rapporti tra le sei principali repubbliche (Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Montenegro) furono regolati costituzionalmente in modo meticoloso, perfezionato poi anche attraverso un complicato sistema di rotazione delle cariche previsto dalla Costituzione ipergarantista del 1974.

La tutela delle nazionalità minori fu tale che tra i serbi, che nel vecchio Regno dei Karadjordjevic erano nettamente privilegiati, rimase sempre la sensazione di essere stati sacrificati da Tito. In realtà la politica economica dello Stato federale fu rivolta a favorire le regioni più arretrate, tra cui la stessa Serbia, tentando di superare le differenze ereditate dal passato. La storia separata delle diverse regioni che costituirono la Jugoslavia aveva infatti lasciato tracce profonde. La Slovenia, cattolica e mitteleuropea, aveva un livello culturale e industriale più alto perché sottoposta al governo illuminato di Vienna, mentre la Croazia, anch’essa cattolica, era rimasta sottoposta al potere dei latifondisti ungheresi che avevano rifiutato le riforme modernizzanti avviate a Vienna verso la fine del XVIII secolo. Tra queste due aree, entrambe gravitanti verso occidente, e il resto della Jugoslavia correva di fatto un confine naturale (la Drina), corrispondente dapprima a quello tra Impero romano d’Occidente e Impero d’Oriente, e tra la Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, ma che poi coincise per molto tempo con la frontiera tra Europa cristiana e Impero ottomano. I serbi erano stati i primi a rendersi indipendenti, assumendo un ruolo analogo a quello del Piemonte nell’unità d’Italia, ma erano rimasti abbastanza a lungo sotto il governo di Istambul in declino per non portarne le tracce, che erano poi ancor più pesanti nelle aree rimaste sotto i turchi fino alla seconda metà del secolo scorso, e in cui erano restate cospicue minoranze di convertiti all’islam.

Molti hanno sottolineato queste diversità (ad esempio, tra i 12.500 $ procapite di PIL della Slovenia e i 3.300 della Macedonia), o hanno sopravvalutato un fattore religioso che nella Jugoslavia “socialista” era invece marginalizzato dalla laicizzazione crescente. Casomai più importante era la ben diversa efficienza dell’apparato statale, dell’istruzione, della sanità in Slovenia rispetto a quella del Montenegro o del Kosovo. Ma questo scarto esiste anche, per eredità dello stesso tipo, tra diverse regioni italiane, come ben sa chi ha frequentato un ospedale friulano o triestino e uno romano o campano, o conosce lo stato della scuola pubblica nel nord e nel sud d’Italia. Sono differenze che si ritrovano anche in Francia, in Spagna, in Gran Bretagna, ma non generano necessariamente conflitti cruenti. D’altra parte la politica federale tendeva a superarle.

Una delle prime manifestazioni di tensioni tra le diverse repubbliche assunse in Slovenia e nella ricca costa dalmata della Croazia (ma solo a partire dagli anni Settanta!) toni analoghi a quelli agitati dalla Lega Nord di Bossi, mentre nelle repubbliche più arretrate c’era qualcosa di simile allo pseudomeridionalismo becero del MSI e di demagoghi alla Cito. Le une lamentavano di pagare più tasse perché producevano più ricchezza e polemizzavano col “parassitismo” delle repubbliche più arretrate, considerate pozzi senza fondo in cui veniva gettato il denaro pubblico, mentre le altre sottolineavano che il distacco aveva cominciato ad accrescersi, perché i lavori pubblici andavano a beneficio soprattutto di industrie del nord. In ogni caso, finché visse Tito, queste tendenze furono contrastate, e anche successivamente nessuno al mondo avrebbe mai pensato che potessero portare all’esplosione del 1991.

L’esperienza della Jugoslavia “socialista” (usiamo le virgolette, perché come vedremo non lo era realmente, come non lo erano l’Unione Sovietica e gli altri Stati sorti sul suo modello) viene completamente denigrata oggi nel quadro delle campagne dei mass-media che tendono a giustificare gli interventi esterni con una presunta “barbarie” del paese.

Essa fu invece interessante, anche se non vanno nascosti i suoi limiti e le sue contraddizioni. Prima di tutto la Jugoslavia riuscì a resistere alla fortissima pressione di Stalin (che pensava fosse sufficiente il suo “dito mignolo” per schiacciare Tito, ma usò poi mezzi più pesanti) proprio perché il partito comunista - anche se il suo gruppo dirigente era cresciuto all’ombra di Stalin, che aveva sterminato le direzioni precedenti, come fece con tanti partiti comunisti, da quello tedesco a quello ungherese e polacco - si era profondamente radicato tra le masse durante la resistenza, e aveva l’appoggio della stragrande maggioranza della popolazione.

Al tempo stesso, va riconosciuto ai comunisti jugoslavi il merito di avere resistito anche alle pressioni occidentali, quando il brusco ritiro dei tecnici sovietici e la rottura di tutte le relazioni commerciali al momento della “scomunica” del Cominform nel 1948 gettò il paese in una crisi profonda. Ci furono solo alcune sbavature, come un patto difensivo (mai entrato in vigore) con Grecia e Turchia, accettato nel momento in cui si temeva un’aggressione da parte del Patto di Varsavia, ma tutti i tentativi occidentali di subordinare le forniture di petrolio e di altri beni indispensabili alla cancellazione delle nazionalizzazioni e delle altre trasformazioni sociali furono respinti con fermezza, come dovettero ammettere i dirigenti sovietici quando nel 1955 andarono a Canossa e riconobbero il carattere socialista (cioè affine al loro) della Jugoslavia.

Inoltre la Jugoslavia tentò, dopo un breve periodo immediatamente successivo alla condanna di Stalin in cui si ostinava a presentarsi come la più rigida custode dell’ortodossia staliniana, di costruire un’alternativa al modello sovietico. Non ci riuscì completamente, perché la formazione staliniana di Tito e degli altri dirigenti era troppo radicata, e tutti gli espedienti adottati (cambio del nome del partito in Lega dei comunisti jugoslavi, “autogestione”, ecc.) non permisero di toccare il nodo principale: esistenza di un partito unico fortemente burocratizzato e appoggiato su una potente polizia segreta, che manteneva il controllo dei gangli essenziali dell’economia e che usava l’autogestione come strumento di mobilitazione della base, senza fare partecipare effettivamente le masse alla elaborazione del piano, alla direzione della politica estera, alle scelte di priorità politiche ed economiche. D’altra parte, la dura repressione dei “cominformisti”, perfettamente speculare a quella dei “titoisti” nelle Democrazie popolari, confermava la logica staliniana degli “antistalinisti” di Belgrado.

Tuttavia, se Tito non riuscì a rappresentare un’effettiva alternativa al modello dell’URSS staliniana (che tale restò con modifiche insignificanti anche sotto gli epigoni, da Krusciov a Gorbaciov), non va dimenticato che non riuscirono neppure gli altri tentativi, da quello di Mao a quello di Castro dopo la morte di Guevara.

Anche dopo la ricucitura con l’URSS, d’altra parte, la Jugoslavia svolse un ruolo internazionale originale e positivo, proiettandosi verso il “Terzo mondo” e promuovendo quel movimento dei “paesi non allineati” che contrastò in parte la polarizzazione del mondo in due blocchi militari contrapposti. Non si può negare che questo movimento declinò successivamente, perdendo gran parte del suo significato originario, ma ciò va attribuito, più che a errori specifici della Jugoslavia, a potenti fattori oggettivi e soggettivi,.come l’involuzione che ridusse l’originaria carica antimperialistica di molte direzioni di paesi ex coloniali, la loro crescente dipendenza dall’imperialismo, la ricerca di soluzioni militari per i problemi pendenti con i paesi vicini, anche allo scopo di creare un diversivo che facesse dimenticare il bilancio fallimentare della politica interna.

Riconoscere questi meriti alla Jugoslavia e a Tito che ne fu guida carismatica per quasi quarant’anni (con un culto della persona, peraltro, che non aveva molto da invidiare a quello di Stalin), non significa accettare la versione corrente che attribuisce alla sua morte la causa principale dello sfacelo della Federazione.

Si tratta di una coincidenza cronologica, non di un rapporto di causa ed effetto: in primo luogo, l’ultimo decennio di vita di Tito rivela i sintomi di una crisi profonda del sistema, con brusche svolte repressive contro le tendenze centrifughe delineatesi in Croazia e Slovenia, l’imposizione di un più forte controllo politico nei confronti delle spinte liberali, da un lato, e marxiste antiburocratiche, dall’altro, emerse sotto l’apparente unanimità (e lo stesso significato aveva d’altra parte la dura repressione del movimento studentesco del 1968). Anche le minuziose prescrizioni di complessi meccanismi di rotazione nelle cariche, e di garanzie per le minoranze etniche non riconosciute a livello di repubblica (come gli albanesi del Kosovo e gli ungheresi della Vojvodina) confermavano che si era già identificato il pericolo speculare dell’eccessiva centralizzazione da un lato (di fatto in linea di continuità con le vecchie aspirazioni panserbe), e del particolarismo delle altre repubbliche dall’altro. Il fatto che quella Costituzione sia stata insufficiente a contrastare le due tendenze e poi sia stata calpestata apertamente dalla direzione serba (che si pretendeva “jugoslava”), e non abbia impedito ribellioni e secessioni, rivela solo l’ampiezza di una crisi innescata da cause economiche e sociali profonde.

Non è stata la morte di Tito, ma il debito estero, accresciutosi vertiginosamente nel corso degli anni Settanta quando le banche occidentali offrivano a tassi ridottissimi i “petrodollari”, a provocare la crisi. Negli ultimi anni l’entità del debito era stata nascosta, ma nel 1980 venne alla luce che ammontava a 20 miliardi di dollari, pari a un quarto del prodotto nazionale lordo. Il paese fu posto, con il consenso dei suoi governanti, sotto la tutela del FMI e della BM. Ogni cittadino finì per essere gravato di un debito di 850 $ dovuto a spese che non aveva contribuito a determinare, e che in parte erano servite a finanziare investimenti sbagliati o anche la concessione di crediti a paesi del terzo mondo per ragioni di prestigio internazionale.

Una politica economica così dissennata, di cui l’elemento più pericoloso era rappresentato dalla continua necessità di nuovi crediti dalle banche occidentali per tappare i buchi del bilancio, e dalla ricerca di correttivi mutuati dal capitalismo per fronteggiare l’inefficienza crescente del sistema burocratico di pianificazione, era cominciata già negli anni Sessanta, e aveva scandalizzato Ernesto Che Guevara, che nei suoi ultimi scritti, rimasti inediti, aveva colto con allarme la tendenza dei gruppi dirigenti di Polonia, Ungheria e della stessa URSS a seguire le orme della Jugoslavia. Ciò assume un’importanza ancora maggiore quando si constata che anche la crisi di quei paesi è stata innescata dal progressivo indebitamento e dalla crescente subordinazione materiale e ideologica alla borghesia occidentale.

Va detto che, fin dagli anni Settanta, la progressiva introduzione di criteri suggeriti dalla dipendenza dal capitalismo, aveva provocato grandi ondate di scioperi, puntualmente ignorati dalla sinistra europea. La crisi strisciante si manifestò più clamorosamente nel corso degli anni Ottanta. Pur essendo una crisi economica e sociale, fu percepita in termini nazionali, anche perché tutti i dirigenti di provenienza comunista spingevano verso questa interpretazione. Riferendosi all’ultima fase un pacifista serbo, Mile Isakov, ha detto crudamente che tutti i governanti della ex Jugoslavia hanno fatto ricorso alla demagogia nazionalista e alla ricerca di capri espiatori nei popoli vicini attraverso un uso distorto e mistificato della storia solo perché non sapevano governare e non avevano alcun bilancio positivo da presentare ai propri elettori. Così tiravano fuori come elemento fondante della “serbità” e come giustificazione delle discriminazioni antialbanesi una battaglia di Kosovo Polje svoltasi nel lontano 1389, o altri episodi più o meno mitici.

Quella di Isakov è un’osservazione acuta, specie se riferita al periodo immediatamente successivo alla caduta del muro e dei regimi sedicenti socialisti dell’Europa centro-orientale, quando il monopartitismo vigente fino a quel momento (pur con caratteristiche particolarissime, giacché le autonomie concesse dalla Costituzione del 1974 avevano portato in Jugoslavia a una singolare forma di pluripartitismo dato che, pur chiamandosi sempre con lo stesso nome di “Lega dei comunisti”, i partiti al potere in ciascuna repubblica si erano differenziati profondamente tra loro e polemizzavano spesso apertamente l’uno con l’altro) dovette cedere il passo a elezioni formalmente libere e con diversi partiti in lizza.

Essa necessita tuttavia di una correzione parziale: quei governanti non solo non sapevano, ma non potevano governare bene, perché erano ormai sotto la tutela di quei rapaci esattori dell’imperialismo che sono il FMI e la BM. Su questo rinviamo appunto all’aggiornamento contenuto nel saggio di Michel Chossudovski riportato in appendice subito dopo la fine di questo capitolo.

Ci sono profonde analogie con quanto è accaduto negli ultimi anni dell’URSS, determinandone l’esplosione. In tutti e due i casi, un disagio che aveva cause sociali, economiche e politiche, è stato deviato sul terreno dei conflitti nazionali, fornendo una spiegazione rozza ma più facilmente comprensibile, perché faceva ricorso a vecchi stereotipi ripescati nel passato e che evidentemente non erano mai stati completamente rimossi dal subconscio collettivo (anche perché per il “superamento dei vecchi conflitti” Tito aveva scelto il silenzio su di essi). Si tratta di una testimonianza impressionante sulla crisi ideale e di valori: il vecchio cemento ideologico non teneva più, anche perché era stato riproposto con palese ipocrisia da una burocrazia che da tempo non credeva più a una parola dei principi che affermava, e se ne cercava uno “nuovo” (in realtà vecchissimo) additando il vicino come nemico e causa di tutti i mali.

Il fatto che un po’ tutti i dirigenti delle nuove repubbliche indipendenti nella ex URSS come nella ex Jugoslavia provenissero dal Partito comunista (compresi quelli come Tudjman che se ne erano staccati prima degli altri), conferma che in quei paesi, anche prima della crisi finale, non c’era “troppo socialismo”, ma troppo poco, o meglio c’era solo una utilizzazione strumentale dell’ideologia “marxista-leninista” per giustificare un potere sottratto a ogni controllo democratico dei cittadini, cioè a quella che è una componente essenziale del socialismo nella concezione di Marx, di Lenin, di Rosa Luxemburg, di Trotskij.

La crisi finale

La discussione nella sinistra sull’esplosione della Jugoslavia risente dei ritardi complessivi nella riflessione sulle società postcapitalistiche e sulla loro lunga crisi. C’è inoltre la tendenza a sfuggire a un’analisi approfondita attribuendo tutto alle “manovre” della CIA o di suoi agenti. Per l’URSS la maggior parte della sinistra non ha in genere dubbi nel considerare quasi unico responsabile Boris Eltsin, considerato naturalmente un “agente” degli Stati Uniti, anche se il suo comportamento imprevedibile è tutt’altro che gradito ai suoi presunti padroni (specie quando vende armi sofisticate all’Iran, o punta i piedi in difesa dei serbi, sia pure con gli scarsi margini di manovra concessigli dallo stato catastrofico dell’esercito russo, che riesce ancora ad essere arbitro dei conflitti interni, ma si è rivelato incapace di piegare militarmente perfino la minuscola Cecenia). Alcuni aggiungono tra i responsabili anche Gorbaciov; ma, in ogni caso, c’è una forte resistenza a prendere atto di una crisi profonda, che era già venuta alla luce da decenni, e che aveva potuto essere colta tra il 1962 e il 1965 perfino da Guevara, dotato di vivacissima intelligenza ma pur sempre un autodidatta che aveva avuto meno di un decennio per sviluppare le sue analisi.

Anche sulla Jugoslavia, non ci sono molti dubbi nella sinistra sulle responsabilità dell’imperialismo e soprattutto di quello statunitense nell’esplosione. Abbiamo già chiarito che queste responsabilità sono enormi per quanto riguarda l’indebitamento e la riduzione del paese in una dipendenza della BM e del FMI. Ma perché gli imperialisti avrebbero dovuto desiderare la distruzione e frantumazione di un paese con cui facevano ottimi affari e aveva governanti molto disponibili? A chi poteva fare paura, militarmente o anche come modello per altri paesi, la Jugoslavia in sfacelo del decennio che precede il conflitto?

Lo stesso discorso può essere fatto anche per la stessa URSS, che a nostro parere non rappresentava una vera alternativa all’imperialismo, con cui si era accordata benissimo in molti casi alle spalle dei popoli, come aveva segnalato ancora Guevara nell’ultimo discorso pubblico (e uno dei pochi di quel periodo ad essere stato pubblicato) nel Secondo Seminario Afroasiatico di Algeri, nel febbraio 1965. D’altra parte, pochi mesi prima del crollo, Bush si era recato in visita a Vilnius e Kiev criticando apertamente le tendenze secessioniste.

E che vantaggi potevano in effetti derivare agli Stati Uniti dal dovere trattare con quindici capi di Stato imprevedibili e poco conosciuti anziché con un solo Gorbaciov, con cui si intendevano benissimo e che era fin troppo disposto alla collaborazione? E quali affari può fare lo stesso imperialismo europeo con una ex Jugoslavia ridotta in miseria dalla guerra, in cui il prodotto interno lordo di ciascuna repubblica (compresa la “ricca” Slovenia, rimasta praticamente fuori dai conflitti) è sceso precipitosamente per la distruzione delle principali vie di comunicazione e l’interruzione dei normali canali di scambio reciproco?

La guerra jugoslava ha cause dirette principalmente endogene, connesse alla debolezza sociale della casta burocratica che la dirigeva quando si diceva “socialista” e che si è ora riciclata come nazionalista.

Ciò non toglie nulla alle responsabilità dell’imperialismo nella fase precedente di riduzione in stato di vassallaggio attraverso il debito estero, e anche in quelle successive, per il modo con cui è stata fronteggiata l’esplosione della Federazione. Perché in effetti, una volta prodottasi la frammentazione, ciascun paese imperialista ha “raccolto i cocci”. Le indecisioni e le brusche svolte nella gestione della crisi dipendono casomai dai conflitti di interessi latenti tra le maggiori potenze imperialiste.

Il primo crimine commesso nella fase apertasi nel 1991 è stato il riconoscimento senza condizioni dei nuovi Stati indipendenti. Non è il riconoscimento in sé ad essere grave: l’esperienza storica ha confermato quanto fosse fondata la concezione leniniana che riconosceva ad ogni popolo il diritto all’autodeterminazione, includendovi la possibilità del distacco da uno Stato considerato oppressivo. Quando ha cominciato ad essere elusa e calpestata nell’URSS, si sono accumulate tensioni che hanno rafforzato le spinte separatiste e le identificazioni etniche. Il “crimine” a cui alludevamo è quello di non avere chiesto, soprattutto alla Croazia (la Slovenia non aveva minoranze significative) di riconoscere alle consistenti minoranze interne quei diritti che chiedeva per sé, e che venivano invece negati dalla proclamazione stessa di uno “Stato dei croati” che escludeva ovviamente i serbi, gli italiani, ecc., inclusi nei suoi confini.

La responsabilità di questo ricade soprattutto sui paesi che si affrettarono a riconoscere la Croazia: Germania (per i molti legami economici creati nei decenni precedenti), Italia (per ragioni analoghe e per le tradizionali mire su quel paese, dalla Prima Guerra Mondiale all’occupazione durante la Seconda), e Vaticano (per i legami con i cattolici croati, e per continuità con la sciagurata politica seguita durante il periodo 1941-1945, quando Pio XII non esitò neppure a ricevere in udienza privata il criminale Pavelic). Nessuno di essi ha oggi il diritto di piangere sul sangue versato.

Così un conflitto iniziato per il rifiuto della Slovenia di partecipare con uomini e fondi alla repressione degli albanesi del Kosovo, che provocò il maldestro tentativo serbo (anche se fatto in nome della Jugoslavia) di riportarla all’ovile con i bombardamenti, si è esteso ed è degenerato senza che alcuno facesse alcunché per porvi termine.

Il ruolo dell’ONU, della NATO e della Comunità Europea, che si sono alternate tra il 1991 e il 1995 alla testa delle missioni di mediazione, a seconda dei diversi equilibri tra le potenze (l’ONU ad esempio è stata esautorata ogni volta che nel Consiglio di Sicurezza la Russia o la Turchia o alcuni paesi arabi ponevano condizioni non gradite), è stato scandaloso. In primo luogo perché, invece di tentare una vera interposizione, hanno a volte aggravato le condizioni della popolazione civile con bombardamenti che, nel migliore dei casi, servivano a facilitare una delle parti, ma anche perché hanno sempre trattato solo con i capi delle bande armate, invece di imporre la consultazione dell’intera popolazione, in larga misura estranea e ostile a un conflitto portato avanti da poche decine di migliaia di combattenti sulla pelle degli innocenti.

Nessuno ha ascoltato la voce dei pacifisti, all’inizio assai forte, anche se il clima di una guerra così barbarica li ha progressivamente indeboliti, lasciando più spazio per l’odio e lo spirito di vendetta. Nessuno ha tenuto conto di quei cittadini bosniaci che nei censimenti si dichiaravano “jugoslavi” e non croati o serbi o “musulmani”. Eppure in alcune città costituivano una percentuale importante della popolazione: più del 20% a Tuzla, e poco meno a Sarajevo. E chi ha tenuto conto della percentuale ancora maggiore di matrimoni misti, frequentissimi in tutta la Jugoslavia? Dove andranno questi jugoslavi non schierati quando diverranno effettive le spartizioni (con annessa “pulizia etnica”) previste da tutte le mediazioni internazionali?

Per fare accettare all’opinione pubblica le bombe “umanitarie” (che sono “intelligenti come quelle che hanno ucciso 400.000 iracheni durante il genocidio unilaterale chiamato “Guerra del Golfo”) hanno sottoposto tutto il mondo a un vero bombardamento di immagini televisive mistificanti. Quando abbiamo visto le sequenze della strage del mercato di Sarajevo, con le telecamere che indugiavano su arti smembrati e pozze di sangue, non vi erano dubbi che si stesse preparando qualche nuova impresa ancora più orribile. L’uso di quelle scene per fare accettare un intervento militare che doveva soprattutto facilitare l’offensiva croata (forse anche con complicità serbe, nel quadro del progetto di spartizione della Bosnia concordato tra Tudjman e Milosevic), sarebbe stato infame anche se non avesse avuto il retroscena che è stato scoperto da osservatori imparziali: la bomba che ha provocato il massacro non era partita da postazioni serbe, ma da chi voleva innescare l’escalation e facilitare l’intervento della NATO (con delega ONU).

Questa guerra per la “spartizione dei cocci” tra le varie potenze imperialiste, degna emula delle orrende guerre balcaniche combattute per conto terzi nella fase che precedette la Prima Guerra Mondiale, ha dei prezzi altissimi anche per il nostro zoppicante sistema democratico: perché si accresce a dismisura quell’uso intossicante dei mass-media già sperimentato durante la “Guerra del Golfo” e che, impedendo una corretta comprensione dei processi, espropria già di per sé quella possibilità di giudicare e decidere che è alla base di ogni vera democrazia, ma anche perché ha come corollario la sottrazione ai parlamenti di scelte fondamentali. L’Italia è entrata in guerra, alla faccia dell’articolo 12 della Costituzione, senza un voto del parlamento. Era già accaduto nel 1982, quando truppe italiane parteciparono a un’operazione tutt’altro che umanitaria nel Libano, e poi in occasione di altre analoghe imprese; ma ora si è andati oltre. I cittadini italiani hanno appreso, ad esempio, che c’erano nostri militari nella ex Jugoslavia solo quando caddero un aereo e un elicottero con diverse vittime nei due casi. E la stessa NATO, contro cui hanno giustamente lottato intere generazioni di comunisti, mai in passato aveva fatto un intervento fuori della sua area e così poco difensivo come quest’ultimo. Senza che ci sia stata una parola di critica da parte del parlamento…

Un’ultima considerazione sui problemi che questa guerra pone alla sinistra: alcuni (pochi, per fortuna) sono stati tentati di parteggiare per una presunta “Serbia rossa”, visto che era indubbiamente la più sfavorita nei mass-media, e veniva colpita da un embargo unilaterale iniquo. Ma è lo stesso un errore, come quello di chi vedendo la grande coalizione contro l’Iraq si schierava con Saddam Hussein. Bisognava allora difendere l’Iraq senza giustificare Saddam Hussein, bisogna oggi difendere la Serbia se e quando è aggredita, senza per questo appoggiare Milosevic, che è della stessa pasta degli altri capi nazionalisti, anche se usa ancora qualche residuo di demagogia “socialista” per rendere più accettabile a sinistra il suo nazionalismo grande serbo.

In questo conflitto la sinistra non può avere nemici da demonizzare né amici da esaltare, ma si deve schierare perché sia data la parola alle sventurate popolazioni che vengono spartite tra i vari litiganti senza che nessuno chieda il loro parere. Ogni altra posizione rischia di impedire la comprensione del conflitto, o peggio di aggravarlo attraverso il sostegno a una delle parti responsabili di questo folle massacro.

 

Appendice:

LA COLONIA JUGOSLAVIA**

di Michel Chossudovski

L’opinione pubblica occidentale è stata ingannata: la situazione dell’ex Jugoslavia è state presentata come il risultato di un “nazionalismo aggressivo”, l’inevitabile conseguenza di tensioni etniche e religiose profondamente radicate nella storia... La mediazione occidentale, conclusasi con il Trattato di Dayton nel novembre 1995, è stata accuratamente presentata come lo strumento che avrebbe “riportato la pace” in Bosnia-Erzegovina, contribuendo intanto a ricostruire gli Stati sovrani sotto il segno del “libero mercato”.

Si è posto l’accento sulle numerose iniziative diplomatiche e il chiaro progetto delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace e i soccorsi umanitari. In questo processo, le cause economiche e sociali della guerra civile sono state sottaciute. Degli interessi strategici degli Stati Uniti e della Germania non si è fatta parola; la crisi economica - dalle radici profonde - che ha preceduto la guerra civile, è da tempo passata nel dimenticatoio. Agli occhi dei media globalizzati, i poteri occidentali non hanno avuto responsabilità alcuna nell’impoverimento e nella rovina di una nazione di 24 milioni di abitanti!

Eppure, lo sfacelo della Federazione jugoslava è in rapporto stretto con il programma di ristrutturazione macroeconomica imposto al governo di Belgrado dai suoi creditori esterni. Questo programma, adottato in più riprese fin dal 1980, ha innescato il tracollo dell’economia nazionale, portando alla disintegrazione del settore industriale e allo smantellamento, pezzo dopo pezzo, dello stato sociale.

Le tendenze secessioniste, alimentate dalle divisioni etniche e sociali, si sono rafforzate proprio in questo periodo di terribile impoverimento della popolazione jugoslava. La prima fase della riforma macroeconomica, avviata nel 1980 poco prima della morte di Tito, ha determinato il disastro economico e politico. Il rallentamento della crescita, l’accumularsi del debito estero e soprattutto il costo degli interessi di questo, nonché la svalutazione, hanno comportato un crollo del tenore di vita del cittadino jugoslavo medio.... La crisi economica minacciava la stabilità politica, e minacciava di peggiorare le stesse tensioni etniche, già ribollenti. Le riforme, accompagnate dalla firma di accordi sulla ristrutturazione del debito con i creditori ufficiali e commerciali, sono servite tra l’altro a indebolire le istituzioni dello Stato federale, creando divisioni politiche tra Belgrado e i governi delle Repubbliche e province autonome.

Interessi strategici

Gli obiettivi della ristrutturazione economica e “strategica” sono stati avviati contemporaneamente: la prima avrebbe dovuto rafforzare la seconda... Malgrado il non allineamento di Belgrado e i suoi rilevanti rapporti commerciali con la Comunità Europea e con gli Stati Uniti, le amministrazioni di Reagan prima e poi di Bush erano comunque intenzionate ad abbattere il “socialismo di mercato” della Jugoslavia. L’obiettivo strategico di Washington era quello di annettere i Balcani al sistema del libero mercato.

Dal 1993, con l’appoggio del Fondo Monetario Internazionale, si è applicato un secondo “pacchetto” di misure di stabilizzazione economica, sfociate in una pesante inflazione. Insieme all’impatto della liberalizzazione delle importazioni, il congelamento del credito ha comportato un crollo senza precedenti degli investimenti...

Le misure di riforma economica hanno raggiunto l’apice sotto il governo filoamericano del primo ministro Ante Markovic, che ha avviato la deregolamentazione dei prezzi e la svalutazione monetaria: l’indice dei prezzi al consumo è salito del 2.700% nel 1989, anno in cui Markovic si è recato a Washington per incontrare Bush, ricevendo la promessa di un “pacchetto” di aiuti finanziari in cambio di radicali riforme economiche, fra cui una nuova svalutazione della moneta, il blocco dei salari, il taglio della spesa pubblica e l’abolizione delle aziende autogestite. Molte delle riforme richieste erano state già messe a punto dalla nomenclatura di Belgrado, con l’assistenza di consulenti occidentali.

L’accordo con il FMI

Il “pacchetto economico” è stato varato nel gennaio 1990, con l’accordo del FMI e i prestiti della Banca Mondiale per il “riadeguamento strutturale”. I tagli al bilancio, che richiedevano lo spostamento delle entrate federali verso gli interessi del debito, hanno comportato la sospensione dei trasferimenti di risorse da Belgrado ai governi delle Repubbliche e delle provincie autonome, alimentando così il processo di secessione e di balcanizzazione politica.

Il governo della Serbia aveva respinto integralmente il programma di austerità di Markovic, con circa 650.000 lavoratori serbi che avevano protestato contro il governo federale. Il movimento sindacale si era unito alla lotta; la resistenza dei lavoratori aveva superato le barriere etniche, poiché serbi, croati, bosniaci e sloveni si erano mobilitati tutti insieme.

Mentre l’inflazione erodeva gli stipendi, il FMI ordinava anche il congelamento dei salari al livello della fine del 1989. I salari reali crollavano del 41% nei primi mesi del 1990, con un’inflazione che superava il 70%. Nel gennaio del 1991 si effettuava un’altra svalutazione del dinaro del 30% e l’inflazione saliva al 140%, fino ad arrivare al 1.134% nel 1993...

I creditori avevano il controllo della politica monetaria: l’accordo con il FMI impediva al governo federale l’accesso al credito della propria Banca centrale. Questa condizione in pratica ha paralizzato il bilancio e menomato la capacita dello Stato di finanziare i programmi economici e sociali.

Il blocco dei trasferimenti alle Repubbliche ha creato una situazione di “secessione de facto”. Il rispetto delle condizioni dell’accordo sottoscritto con il FMI faceva parte delle intese per la rinegoziazione del debito estero raggiunte con i club di Parigi e Londra. La crisi del debito, indotta dal Fondo, aveva preparato il crollo della struttura fiscale federale, prima della formale dichiarazione di secessione da parte di Croazia e Slovenia, nel giugno del 1991. Le pressioni politiche su Belgrado da parte della Comunità Europea, più le aspirazioni della Germania a trascinare i Balcani nella propria orbita geopolitica, avevano anch’esse incoraggiato il processo secessionista.

Le “riforme”

Il programma di ristrutturazione richiesto dai creditori di Belgrado doveva eliminare il sistema delle aziende autogestite. La legge sulle imprese del 1989 ha sancito l’abolizione delle “organizzazioni di base dei lavoratori associati”- unità produttive autogestite, con un Consiglio dei lavoratori costituito come principale organo decisionale - mirando a trasformarle in aziende capitaliste private, gestite da un Consiglio di amministrazione sotto il controllo dei proprietari dell’azienda e dei creditori. L’obiettivo era quello di assoggettare l’economia jugoslava a una massiccia privatizzazione e smantellare il settore pubblico.

Sempre nel 1989 sono state varate una legge sulle operazioni finanziarie e un’altra sul fallimento delle aziende. Nel 1988, la legge sugli investimenti stranieri aveva consentito l’ingresso illimitato di capitale straniero, non soltanto nell’industria ma anche nei settori bancario e assicurativo e nel terziario. Il “pacchetto” ha permesso la dismissione delle aziende autogestite e la loro vendita al capitale straniero a prezzi stracciati...

Tra il 1989 e il 1990, con una nuova legge sul sistema bancario, è stata avviata anche la liquidazione delle “banche associate” autogestite. È stata smantellata oltre la metà delle banche del paese, per lasciare il posto a “istituzioni indipendenti con scopo di lucro”. Entro il 1990, era ormai completato lo smantellamento dell’intero sistema bancario jugoslavo, sotto la guida della Banca Mondiale, che avrebbe concesso un prestito ad hoc nel 1991.

Con le “riforme” del FMI e della Banca Mondiale, si è congelato il credito per il settore industriale, con l’intenzione di accelerarne il processo di liquidazione: le industrie sono state minuziosamente schedate e sono stati avviati i processi di fallimento, secondo quanto stabiliva la legge del 1989. In meno di due anni, questa legge ha causato il licenziamento di oltre 600.000 lavoratori. La maggiore concentrazione di aziende fallite e di licenziamenti si è avuta in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e Kosovo. Alla fine del 1990, i lavoratori considerati “in esubero” erano circa 1,9 milioni (su un totale di 2,7).

La disintegrazione politica

Le misure di austerità, a sostegno di grandi interessi strategici, hanno gettato le basi di una nuova “colonizzazione” dei Balcani. Nelle elezioni del 1990, la politica economica era stata al centro del dibattito politico: le coalizioni separatiste hanno soppiantato i comunisti in Croazia, in Bosnia-Erzegovina e in Slovenia.

La separazione della Croazia ha ricevuto l’assenso formale del Ministro degli esteri tedesco Genscher: la Germania non solo appoggiava la secessione, ma stava anche “forzando la mano alla diplomazia internazionale”, premendo sugli occidentali perché concedessero il riconoscimento a Slovenia e Croazia... L’espansione tedesca è stata accompagnata da ondate montanti di nazionalismo e xenofobia. La Germania ha cercato di ottenere dai propri alleati mano libera per conseguire il predominio economico in tutta l’Europa centrale.

D’altronde, Washington favoriva un indebolimento dell’unità, incoraggiando nel frattempo lo “sviluppo democratico”....

Il dopoguerra

La prospettiva di ricostruzione delle nuove repubbliche indipendenti appariva difficile: la rinegoziazione del debito era parte integrante del processo di pace. L’ex Jugoslavia era passata rigorosamente al vaglio dei creditori stranieri, il debito estero veniva attentamente suddiviso e ripartito tra le repubbliche, ciascuna delle quali era ora soffocata da separati accordi di “ristrutturazione” e di rinegoziazione del debito...

I programmi di privatizzazione effettuati sotto la sorveglianza dei creditori hanno portato a un’ulteriore fase di disgregazione economica e di impoverimento della popolazione. Il Pil è sceso almeno del 50% in 4 anni (dal 1990 al 1993...)...Secondo il FMI, la terapia d’urto del gennaio 1990 non aveva raggiunto in pieno i propri obiettivi, per cui si richiese un’altra tornata di “stabilizzazione e ristrutturazione”. A causa dell’accordo del 1993, il governo di Zagabria non poteva mobilitare le proprie risorse produttive, con una politica fiscale e monetaria sottoposta al rigido controllo dei creditori stranieri. I pesanti tagli al bilancio richiesti dall’accordo avevano compromesso la possibilità di una ricostruzione postbellica...Sotto i colpi del programma del Fondo monetario internazionale, il tasso ufficiale di disoccupazione in Croazia saliva al 19,1% nel 1994... Il 95% delle aziende autogestite veniva trasformato in società per azioni... Il governo di Zagabria era costretto a ristrutturare e privatizzare completamente il settore bancario, con l’assistenza della Banca Mondiale e della Bers (la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, ndr).

Le trattative con i club di Parigi e Londra si impantanavano, nel 1994, sulla questione di quale quota del debito dell’ex Jugoslavia sarebbe toccata a ciascuna repubblica... Già nel 1995, qualche mese prima del perfezionamento del Trattato di Dayton, l’azione del FMI per conto delle banche creditrici e dei governi occidentali proponeva di ridistribuire il debito della ex Jugoslavia pressappoco nel modo seguente: Serbia e Montenegro, 36%; Croazia, 28%; Slovenia, 16%; Bosnia-Erzegovina, 16%; Macedonia, 5%.

In Macedonia, il modello di ristrutturazione era per molti versi analogo a quello applicato in Croazia: la liquidazione delle aziende autogestite aveva condotto al tracollo dell’industria e a una disoccupazione dilagante. Nel 1993, si è adottato un programma di riforme economiche sostenuto dal FMI, che intendeva comprimere i salari reali e congelare il credito. Inaspettatamente, l’affarista miliardario americano George Soros, agendo da privato cittadino, si inseriva nel cosiddetto “Gruppo di sostegno internazionale”, accanto al governo olandese e alla Banca dei Regolamenti internazionali. Il denaro offerto non era destinato alla ricostruzione della Macedonia, ma veniva concesso perché il governo di Skopje potesse rimborsare gli arretrati del debito alla Banca Mondiale...

La terapia economica del FMI per la Macedonia costituiva un coerente “programma fallimentare”, che portava allo smantellamento dell’intero settore industriale. I beni più redditizi sono stati venduti alla Borsa macedone, creata nel 1995. Essa opera in quanto organismo interno all’Agenzia per le privatizzazioni. Il ministro delle Finanze presentava nel 1995 un piano di ricostruzione che avrebbe privato la Bosnia-Erzegovina della propria sovranità economica. Questo piano consisteva soprattutto nella trasformazione della Bosnia-Erzegovina in un territorio diviso, occupato dall’esercito atlantico e sotto l’amministrazione occidentale.

Basandosi sul Trattato di Dayton del novembre 1995, gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno instaurato in Bosnia un’amministrazione completamente colonialista, con alla sua testa l’alto rappresentante da essi nominato (high representative, HR), un cittadino non bosniaco (art.1 dell’Accordo sull’alto rappresentante del Trattato di pace di Dayton). Lo HR ha pieni poteri esecutivi in tutte le questioni civili e il diritto di revoca sui governi della Federazione bosniaca e della Repubblica serbo-bosniaca di Serbia. Lo HR deve operare in stretto contatto con l’Alto Comando militare (IFOR), nonché con le agenzie dei concessionari di crediti...

Mentre l’Occidente enfatizzava il proprio appoggio alla democrazia, l’Assemblea parlamentare, istituita secondo la “Costituzione” e perfezionata con il Trattato di Dayton, agiva soprattutto approvando decisioni altrui (sono stati stanziati 2 miliardi di dollari per finanziare il contingente statunitense di 20.000 soldati).

Dietro la facciata democratica, il potere politico effettivo restava nelle mani del “governo parallelo”, guidato dall’Alto rappresentante e da consulenti stranieri

Inoltre, la Costituzione trattata a Dayton consegnava le redini della politica economica alle istituzioni di Bretton Woods e alla Bers di stanza a Londra. L’articolo VII stabiliva che il primo governatore della Banca centrale della Bosnia-Erzegovina doveva essere nominato dal FMI e “non doveva essere un cittadino bosniaco, o di uno Stato limitrofo”...La Banca centrale, in base alla Costituzione, non poteva agire in quanto tale... Il nuovo Stato “sovrano” non poteva avere  una valuta propria, né poteva mobilitare le proprie risorse interne. Come nelle altre nuove repubbliche, la capacità di autofinanziare la propria ricostruzione veniva soffocata fin dall’inizio.

Il compito di amministrare l’economia bosniaca è stato accuratamente suddiviso fra le agenzie dei concessionari del credito: mentre la Banca centrale era sotto la custodia del FMI, la Bers guidava la Commissione delle società statali che vigilava su tutte le operazioni di tutte le aziende del settore pubblico, soprattutto con l’intenzione di svendere i beni statali e quelli autogestiti...

Si era creato un triste e pericoloso precedente nei rapporti internazionali: i creditori occidentali imponevano i propri interessi in una Costituzione scritta frettolosamente a proprio nome; le posizioni esecutive nel sistema dello Stato bosniaco erano detenute da non cittadini, nominati dalle istituzioni finanziarie occidentali...

Il petrolio bosniaco

In base al Trattato di Dayton, la spartizione della Bosnia-Erzegovina ha rivestito un’importanza strategica per gli interessi economici occidentali.

Essa avrebbe dovuto rafforzare la “linea di confine interetnica” tra la Federazione della Bosnia-Erzegovina e la Federazione serbo-bosniaca di Serbia. I documenti in mano alla Croazia e ai serbo-bosniaci mostravano che erano stati localizzati giacimenti di carbone e di petrolio nel versante orientale della faglia del Dinarides, una regione che aveva costituito il fronte principale delle massicce offensive dell’esercito croato contro i ribelli serbi in Bosnia e nella regione croata della Krajina. Secondo gli ufficiali bosniaci, la Amoco (società petrolifera americana con sede a Chicago) era una fra le numerose aziende straniere che successivamente hanno avviato le ricerche esplorative in Bosnia. L’Occidente non aspettava altro che potere sfruttare questa regione: la Banca Mondiale - e le multinazionali che hanno condotto le operazioni - esitavano (agosto 1995) a rivelare i resoconti delle ultime ricerche ai governi impegnati nei combattimenti. Inoltre, c’erano anche consistenti giacimenti petroliferi in una regione della Croazia sotto controllo serbo, nella regione di Tuzla. Questa, secondo il Trattato di Dayton, faceva parte della Divisione militare degli Stati Uniti, con quartier generale a Tuzla.

La divisione territoriale, secondo il Trattato di Dayton, sancisce la “pulizia etnica”. Lo spiegamento di nove brigate munite di armamenti pesanti di 70.000 soldati (quasi quanti ce ne erano in Vietnam) non voleva “consolidare la pace”, bensì amministrare la spartizione territoriale della Bosnia-Erzegovina, in accordo con gli interessi economici occidentali. Anche questo obiettivo è stato raggiunto con la frammentazione territoriale...

La fine

La ristrutturazione macroeconomica, attuata in Jugoslavia secondo un progetto politico neoliberale, ha comportato la distruzione dell’intero paese. Eppure, sin dallo scoppio della guerra nel 1991, il ruolo centrale della riforma macroeconomica è stato prudentemente sottaciuto e negato dai media di tutto il mondo. Il mercato libero era stato raffigurato come la soluzione, la base su cui riedificare l’economia distrutta dalla guerra... L’impatto sociale e politico della ristrutturazione economica in Jugoslavia è stato scrupolosamente cancellato dalla nostra coscienza sociale e dalla visione collettiva di “ciò che è realmente accaduto”. Le divisioni culturali, etniche e religiose sono state messe in risalto e presentate come le uniche cause della crisi, quando in realtà esse non sono state altro se non la conseguenza di un ben più profondo processo di lacerazione economica e politica. Questa “falsa coscienza” ha pervaso tutti gli ambiti di discussione e di dibattito critico. Non soltanto essa nasconde la verità, ma ci impedisce anche di riconoscere i reali avvenimenti storici e, per finire, distorce le fonti effettive dei conflitti sociali.

 

4) Questa guerra: le cause recenti

Le responsabilità dello sfacelo della Repubblica federativa jugoslava, come abbiamo visto, sono di molti, compresi ovviamente i governanti di ciascuna repubblica sorta dalla sua dissoluzione. Tuttavia, sono più gravi quelle di chi, in Europa e nel mondo, ha più potere – economico, militare, politico - e finora lo ha usato malissimo.

Nei Balcani nessuno è innocente, soprattutto per quanto riguarda la cosiddetta “pulizia etnica”, che è stata praticata prima di ogni altro dal governo croato (nessuno ne parla, ma ci sono 800.000 rifugiati serbi, scacciati dalle loro case e dalle loro terre - in cui vivevano da moltissime generazioni – nella Krajina e nella Slavonia occupate dai croati, o nel complicatissimo mosaico bosniaco).

Fino a poco tempo fa, forse, poteva essere considerata “non colpevole” da questo punto di vista la sola Macedonia, a cui pure assurdamente è stato a lungo negato il riconoscimento come Stato indipendente, non per qualche sua responsabilità, ma per un assurdo veto da parte della Grecia, che ha ottenuto tra l’altro che i macedoni non potessero scegliersi il nome che preferivano. I greci continuano a chiamare questa repubblica col nome della sua capitale, Skopje, e le Nazioni Unite l’hanno riconosciuta con la lunga definizione “repubblica ex jugoslava di Macedonia”.

Tuttavia, ora, perfino questa eccezione sta per finire: la Macedonia è finita anch’essa nelle mani di una banda nazionalista, che sta cominciando a commettere anch’essa crimini (pensiamo al trattamento brutale inflitto ai rifugiati kosovari), e ha fatto gravi errori, a partire dalla concessione del suo territorio per gli eserciti della NATO impegnati in questa insensata impresa “umanitaria”. E il suo nuovo governo, che ha messo in disparte il presidente Kiro Gligorov (già vittima nel 1995 di un gravissimo attentato da cui salvò a stento la vita, e che sta per concludere il suo mandato), ha dimostrato una notevole irresponsabilità riconoscendo – in cambio di una sovvenzione di poche centinaia di milioni di dollari – Taiwan, che non le potrà dare nessun aiuto sostanziale. Tale gesto ha provocato ovviamente una viva irritazione nel governo delle Repubblica popolare cinese, e potrà avere ripercussioni anche sull’atteggiamento della Russia, che per molte ragioni ha stretto sempre più le relazioni economiche e politiche con Pechino.

In ogni caso, ribadiamo ancora una volta, i due più importanti Stati sorti dalle rovine della Jugoslavia, quello prevalentemente serbo che ne ha ereditato il nome e la Croazia, hanno avuto responsabilità praticamente uguali negli orrori di questi ultimi anni: in misura quasi uguale hanno scacciato le minoranze con il terrore, gli assassinii, gli stupri, o le hanno scagliate le une contro le altre; ciascuna con la protezione di altri Stati e l’appoggio dei mass media internazionali che denunciavano – a seconda degli interessi e degli schieramenti - i crimini degli uni tacendo quelli degli altri.

Soprattutto all’inizio dell’esplosione della Federazione, nel 1991, si erano usati due pesi e due misure. Lo stesso papa ad esempio ha sempre mostrato grande indulgenza nei confronti della Croazia cattolica, a cui anche recentemente ha concesso la scandalosa beatificazione di monsignor Aloysio Stepynac, l’arcivescovo di Zagabria che aveva affiancato tacendo e benedicendo i crimini più efferati del regime ustaša di Ante Pavelic. E al momento della guerra che ha dilaniato e diviso la Bosnia contro ogni logica (le popolazioni delle tre “etnie” principali vivevano mescolate in modo tale che dopo la spartizione quattro milioni di bosniaci su cinque vivono lontani da dove sono nati), l’intervento esterno è stato fazioso, dannoso e irrazionale: tutti i “mediatori” hanno trattato solo con i capi delle bande armate e hanno ignorato la popolazione, mai consultata.

Insomma, da più parti la “pulizia etnica” era stata di fatto accettata, sicché appare oggi del tutto incredibile che l’intervento sia dettato dalla preoccupazione di fare cessare quella praticata dai serbi nel Kosovo, ignorando tra l’altro quella che nelle zone dove operava l’UCK era rivolta verso la minoranza serba. E naturalmente fingendo di non vedere tutte le atrocità compiute – in questi stessi giorni – in altre parti del mondo, in primo luogo nel Kurdistan turco e iracheno.

Né appare convincente l’ipotesi avanzata dai residui nostalgici del “socialismo reale”, che considerano la piccola Jugoslavia di Milosevic l’ultimo baluardo del comunismo, che per questo sarebbe attaccato dall’imperialismo americano. In realtà Milosevic non ha cambiato nulla delle sue idee e dei suoi comportamenti negli ultimi anni, nel corso dei quali ha mantenuto rapporti ottimi sia con gli Stati Uniti, sia con l’Europa. Fino a pochissimo tempo fa ha potuto comprare armi dai paesi che ora lo attaccano, e ha ottenuto diversi consistenti finanziamenti: la Telecom italiana ad esempio ha acquistato insieme alla OTE greca una consistente partecipazione nella società di telecomunicazioni di Belgrado, fornendo così ingenti somme in valuta pregiata.

Questa interpretazione, che attribuisce a Milosevic caratteristiche che non ha, e lo considera un pericoloso oppositore degli Stati Uniti e dell’Europa capitalistica, dimentica tra l’altro che Milosevic è stato il principale garante degli accordi di Dayton. Attribuire alla Jugoslavia attuale un ruolo anticapitalistico e antimperialistico che non ha e non vuole avere, significa ripetere l’errore compiuto, ad esempio, da quei palestinesi dei Territori Occupati che durante la Guerra del Golfo non si limitarono a difendere l’Iraq aggredito, ma considerarono Saddam Hussein il paladino della causa araba (che invece egli aveva contribuito ad affossare non meno del suo rivale e “gemello” siriano Assad).

Perché la Nato ha deciso di intervenire oggi

Il paragone con Saddam Hussein aiuta a comprendere uno degli obiettivi di questa guerra: la propaganda assicura che si deve estirpare un cancro, che si deve spazzare via il “nuovo Hitler”; lo si diceva anche di Saddam, che sta ancora lì, mentre il suo popolo soffre e muore per l’embargo e i periodici bombardamenti decisi con ogni pretesto, a volte perfino per distrarre l’opinione pubblica statunitense nei momenti in cui la popolarità di Clinton stava diminuendo per i penosi scandali sessuali in cui era coinvolto. La guerra del Golfo del 1991 aveva naturalmente motivazioni false ma ragioni assai serie: per gli USA si trattava di superare la “sindrome del Vietnam”, le frustrazioni accumulate successivamente di fronte alla rivoluzione iraniana, che aveva messo a nudo la debolezza della più forte potenza imperialista in quel momento (erano passati appena quattro anni dalla precipitosa fuga da Saigon quando gli studenti di Teheran occuparono l’ambasciata americana). Si trattava di dimostrare a tutto il mondo la recuperata capacità di intervento militare, di sperimentare armi nuove (in alcuni casi sulla pelle degli stessi militari americani, come si è visto per i proiettili a uranio impoverito), di verificare la capacità di controllare perfettamente la macchina propagandistica, evitando le sbavature avvenute durante la guerra del Vietnam, quando i militari avevano perso il monopolio dell’informazione.

Insomma, la Guerra del Golfo aveva molte cause e motivazioni inconfessate, meno che quella dichiarata: il timore di un “nuovo Hitler” (come si diceva) o di un nuovo leader della causa della rivoluzione araba (come speravano quei famosi palestinesi che la notte aspettavano gli scud iracheni per applaudirli). E che Saddam Hussein non facesse paura agli Stati Uniti si era visto non solo per l’appoggio che aveva ricevuto quando nel 1980 aveva attaccato l’Iran in un momento delicatissimo per il regime islamico, ma per gli ottimi rapporti economici e militari mantenuti fino all’estate del 1990, quando discusse francamente e cinicamente del suo progetto di invadere il Kuwait con l’ambasciatrice USA April Glaspie, che non obiettò nulla, e se ne partì per le vacanze lasciando il suo amato cane a Bagdad affidato a una dog sitter. Evidentemente non era stata informata neppure lei dal suo governo che il paese prescelto per una prova di forza era proprio l’Iraq: il Dipartimento di Stato l’aveva usata per preparare la trappola. Occorreva un pretesto per un intervento che comunque andava fatto in quell’area. Si era pensato inizialmente di scegliere come “mostro” il dittatore siriano Assad per il suo coinvolgimento (vero) in molte imprese terroristiche, comprese quelle che poi sono state addebitate alla Libia. Invece Assad è stato poi accolto nella “santa alleanza” contro l’Iraq. Il “mostro” è stato trovato lasciando capire a Saddam che poteva continuare a fare quello che aveva sempre fatto fino a quel momento col beneplacito degli USA.

Non è dietrologia: il colloquio con l’ambasciatrice era stato registrato, mentre il senatore Robert Dole (autorevole capo della lobby dei senatori provenienti dagli Stati produttori di grano e riso, di cui l’Iraq era uno dei principali acquirenti), si era recato poco prima a Bagdad, scusandosi anche a nome di Bush, per la “campagna di denigrazione” del regime iracheno portata avanti negli Stati Uniti da una “stampa arrogante e indiscreta”.

Ci sono analoghe tracce della cordiale collaborazione – alle spalle dei kosovari - tra Stati Uniti e Milosevic, fino a pochi mesi fa. C’è perfino un episodio, riferito in un lunghissimo articolo di Jean Pierre Langellier apparso su Le Monde e tradotto su l’Unità, di una protesta col suo amico statunitense Richard Holbrooke, per un articolo contro di lui apparso su un giornale di Washington.

E allora perché “Slobo” è stato prescelto per diventare il simbolo di tutti mali del mondo, e un bersaglio su cui puntare un immenso arsenale bellico? Per una ragione semplicissima: non è difficile attribuirgli ogni misfatto, perché li ha effettivamente compiuti, anche se non meno del suo rivale e “gemello” croato Franjo Tudjiman, e perché – esattamente come nel caso di Saddam – non può suscitare simpatie.

Che sia odioso è innegabile, ma una guerra così importante e costosa non si fa certo in base alle caratteristiche di un uomo (che oggi, per giunta, è diventato più forte nel suo paese ottenendo l’appoggio della stessa opposizione che poco più di un anno fa stava per scalzarlo dal potere). Si è semplicemente deciso di dare un esempio non solo nei Balcani. L’obiettivo è di dimostrare che si è in grado di mettere in campo in poco tempo una spaventosa macchina bellica, di collaudarla, di fare insomma una prova generale di quello che potrebbe essere necessario domani in caso di nuovi rivolgimenti nella ex Unione Sovietica in sfacelo.

Un motivo ben più serio e fondato di quelli dichiarati cinicamente all’opinione pubblica mondiale. Per questo non si è provato neppure a coinvolgere l’ONU, che è stata tagliata fuori proprio perché almeno in quella sede la Russia e altri Stati ex sovietici avrebbero potuto differenziarsi, anche se difficilmente potrebbero fare qualcosa di concreto, sottoposti come sono a un pesante ricatto economico da parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, e con un gap  nella tecnologia militare rispetto all’Occidente che in questi anni si è ulteriormente aggravato. Ed è stato fatto sapendo che la nuova umiliazione inflitta a quella che fino a dieci anni fa era la seconda potenza mondiale non potrà non avere pesanti ripercussioni psicologiche sulla popolazione russa in genere, e in particolare tra i militari.

La NATO e l’ONU

Abbiamo cercato di spiegare perché questa non è una guerra dell’ONU, come fu la non meno ingiusta Guerra del Golfo. Ma vogliamo sottolineare che non è neppure – come fu invece quella - una guerra voluta dai soli Stati Uniti . In quel caso gli USA, essendo grandi produttori potenziali di petrolio, che tuttavia estraggono solo quando il prezzo del greggio sale notevolmente, e si approvvigionano soprattutto da giacimenti lontani dall’area dei combattimenti, ricavarono molti vantaggi, mentre furono colpiti duramente i consistenti interessi della Germania in Iraq e del Giappone nel Kuwait (i due principali rivali commerciali degli USA sono entrambi completamente privi di giacimenti petroliferi).

Comunque sarebbe meglio cominciare ad avere meno illusioni sul ruolo dell’ONU. Sarebbe bello che ci fosse un vero organismo internazionale al di sopra delle parti, capace di garantire la pace. Invece l’ONU non lo ha mai fatto, come non lo ha fatto tra le due guerre mondiali la Società delle Nazioni, che si rivelò sistematicamente impotente nei confronti di tutte le aggressioni (anche le “inique sanzioni”, di cui si lamentava tanto Mussolini, furono aggirate alla grande). Ancor meno lo fecero le Conferenze internazionali che a partire dal 1878 regolarono i rapporti tra le potenze imperialiste e sancirono la spartizione del mondo.

Altrettanto inutile fu la Conferenza internazionale per il disarmo generalizzato, promossa nel 1899 all’Aia da Nicola II di Russia. Nicola II per quella iniziativa fu proposto per il Premio Nobel per la pace, che rifiutò (fu l’unica cosa buona che fece in vita sua, oltre a quella di abdicare); i risultati della Conferenza, come si poté verificare quindici anni dopo, furono nulli.

Quanto all’ONU, che ha avallato la Guerra di Corea, l’intervento “umanitario” nel Congo (richiesto da Patrice Lumumba contro le secessioni fomentate dai colonialisti belgi, e che invece fu consegnato ai suoi assassini), e tante altre imprese sciagurate compresa la Guerra del Golfo, può presentare al suo attivo solo l’indipendenza della Namibia, che tuttavia non fu che la registrazione della pesante sconfitta inflitta da cubani e angolani alle truppe sudafricane a Cuito Cuanavale. Fu quella verifica del fallimento della politica aggressiva a spingere i governanti razzisti del Sudafrica a cambiare politica, chiamando a togliere le castagne dal fuoco Nelson Mandela, che avevano incarcerato per 27 anni come “terrorista”. Proiettati sui difficili problemi interni, si ritirarono quindi dall’Angola, dal Mozambico e appunto dalla Namibia.

Sulla questione palestinese l’ONU ha votato decine di risoluzioni sulla restituzione dei Territori Occupati da Israele e il ritorno dei palestinesi nelle case e nelle terre da cui erano stati scacciati nel 1948-1949 e nel 1967: non ne è stata applicata neppure una, e nessuna misura è mai stata presa per bloccare la politica aggressiva di Israele. Ha votato ogni anno quasi all’unanimità risoluzioni contro l’embargo a Cuba, ma senza nessuna conseguenza pratica.

Perché l’ONU è stata sempre impotente di fronte ai forti? Basta pensare alla composizione dei cinque membri permanenti di sicurezza: hanno tutti – senza eccezione - nel loro bilancio innumerevoli aggressioni, senza mai essere stati toccati da nessuna misura. Ma anche l’Assemblea generale non è meglio: la maggior parte dei governi che vi inviano i loro rappresentanti sono dittatoriali e violano già nel loro paese tutti i diritti umani. Inoltre, moltissimi piccoli Stati sono debolissimi, indebitati e pronti ad ubbidire alle grandi potenze in cambio della cancellazione di una parte del debito o di qualche aiuto finanziario.

D’altra parte già la passività dell’ONU in questa guerra la dice lunga, e dovrebbe spazzare via illusioni inutili e dannose. Solo la rinascita di un forte movimento operaio, il risorgere di orientamenti antimperialisti almeno in una parte degli Stati membri potrebbe ridare forza all’ONU. Ma è una prospettiva lontana e difficile.

Comunque, oggi in questa guerra sono coinvolti tutti i principali paesi capitalistici dell’Europa, alcuni come l’Italia e la Germania per diretti interessi nei Balcani, ma tutti insieme convinti di doversi preparare a bloccare qualsiasi evoluzione pericolosa (per loro) della situazione nell’ex Unione Sovietica. Come la bomba di Hiroshima non era necessaria per piegare il Giappone già ridotto allo stremo, ma per ammonire l’URSS, così questa guerra così deliberatamente devastatrice serve da intimidazione preventiva per una Russia che potrebbe domani assumere un atteggiamento nettamente antioccidentale, dopo le deludenti esperienze di questi anni di apertura al capitalismo.

Lo stato d’animo della maggioranza dei russi, oggi, anche se non ne coglie fino in fondo la sua terribile logica, vive drammaticamente questa guerra. Su alcuni giornali sono uscite dichiarazioni di vari esponenti politici e anche di scrittori, artisti e intellettuali russi. Ci è sembrato particolarmente efficace quanto ha dichiarato a Le Monde (e che è stato riprodotto poi su La Repubblica del 20 aprile 1999) il grande storico Roy Medvedev. Lo riproduciamo qui di seguito.

 

Appendice

La rabbia dei russi

di ROY MEDVEDEV

I bombardamenti in Serbia da parte dei missili Nato hanno scatenato in Russia una vera esplosione di sdegno, così forte e generale che non solo stupisce gli osservatori, ma ha finito col diventare un importante fattore del conflitto che non era stato considerato prima. Negli ultimi cinquanta anni non c’è stato alcun evento nel mondo e in Russia capace di scatenare emozioni così forti e spontanee. Tutti i sondaggi mostrano che il 95 per cento dei cittadini russi condannano l’azione della Nato. Una simile unanimità non si vedeva nel nostro paese da decine di anni.

Si uniscono alla protesta gli studenti, gli scolari e perfino i tifosi delle squadre di calcio che fino a ieri erano assolutamente estranei alla politica e ora lanciano uova e bottiglie contro l’ambasciata americana. Centinaia di volontari russi sono già in Serbia; migliaia sono in viaggio; decine di migliaia si preparano a seguirli. Dall’intenzione di andare a difendere i serbi parlano non solo i cosacchi e gli ufficiali paracadutisti, ma anche i generali e i comandanti dei distretti militari. Da dove viene questa esplosione di rabbia su cui si ritrovano tutti i politici dell’opposizione e perfino personaggi noti per essere pro-occidentali?

I politologi cercano di capire i motivi dell’aggressione Nato. Nessuno crede alla tesi della difesa dei “valori occidentali” o al desiderio di impedire una “catastrofe umanitaria”. Le bombe e i missili altro non hanno fatto che aggravare questa catastrofe, alimentando tutti i dubbi della Russia, del mondo arabo e dell’India proprio sulla questione dei valori occidentali. La lotta tra i serbi ortodossi e gli albanesi musulmani va avanti in Kosovo da oltre quattro secoli. Queste dispute antiche non possono essere risolte dalle bombe che cadono su Belgrado e Pristina. I diritti dell’Onu e del Consiglio di sicurezza, che sono importanti condizioni del diritto internazionale, sono stati violati. I commentatori politici scrivono che gli Stati Uniti e la Nato vogliono sperimentare in condizioni operative i nuovi tipi di armi altamente tecnologiche. Ci dicono che la Nato, avendo perduto con lo scioglimento del patto di Varsavia e il crollo dell’Urss i suoi obiettivi chiari, sta ora cercando un nuovo motivo di esistenza. La Nato ormai non ha un nemico a Oriente, nuovi membri dell’Europa orientale entrano a far parte dell’Alleanza e sono necessari enormi mezzi per il loro riarmo.

Il deterioramento dei rapporti all’interno dell’Europa orientale aiuta a spiegare l’utilità della Nato. Gli esperti più scrupolosi di geopolitica poi ci dicono anche che esiste una lotta tra due ipotesi di sviluppo del mondo; una che vorrebbe un pianeta multipolare e l’altra, al contrario, vede un mondo governato da un solo leader e con un unico centro di forza, l’America. Ci capita anche di sentir dire che gli Stati Uniti temono l’indipendenza economica e finanziaria dell’Europa occidentale e cercano di legare questi paesi e il loro euro ai crimini commessi in comune e al sangue dei serbi. Tutte queste considerazioni possono certo influire sul comportamento dei politici e dei diplomatici, dei capi militari. Ma non possono cambiare l’opinione dei semplici cittadini della Russia.

L’impetuosa reazione della gente del mio paese agli avvenimenti dei Balcani non rientra nella sfera della logica politica, ma riguarda piuttosto la sfera dei sentimenti. I motivi della rabbia dei russi sono tanti. Ve ne esporrò alcuni, quelli che a me sembrano i più importanti tenuto conto della coscienza nazionale e della psicologia dei russi, delle nostre tradizioni storiche e dei valori, il nostro senso della giustizia e dell’ingiustizia, dell’onore e del disonore.

1.       I forti colpiscono il debole. Molti contro uno solo. Quasi venti paesi tra i più forti del mondo, inclusi tre paesi ritenuti grandi potenze, colpiscono la Serbia. Lo spettacolo che la televisione porta ogni giorno fino a noi, è ripugnante e inaccettabile per l’idea di giustizia dei russi. Per non parlare dell’effetto che produce su di noi la partecipazione della Germania e della Turchia. Il ricordo dell’ultima guerra è ancora molto vivo in Russia.

2.       Chi è armato colpisce chi è disarmato. La Serbia non dispone di un’aviazione e di sistemi antiarei moderni. Essa è indifesa di fronte ai missili e alle bombe della Nato. I piloti e i marinai della Nato non rischiano nulla, sono fuori pericolo e impunibili. Dal punto di vista dei russi, questa è una guerra impari e senza onore. Migliaia di vittime serbe e non un solo americano o tedesco. Non è una guerra, è un linciaggio.

3.       Si sta distruggendo un paese slavo e ortodosso, vicino alla Russia nel sangue e nella fede. Noi usiamo spesso un’ espressione metaforica, parliamo di Madre Russia, o di Madrepatria. Il simbolo della Russia è una scultura che rappresenta una donna-madre con la spada. In questo senso, la Serbia è una sorella minore, perfino una figlia della Russia. In tutte le guerre che hanno insanguinato l’Europa nel corso degli ultimi tre secoli, la Serbia è sempre stata alleata della Russia. Alla fine del secolo scorso, il nostro paese aiutò i serbi a conquistare l’indipendenza, ma anche la Serbia ha aiutato la Russia a difendere la sua indipendenza. La Serbia non è mai andata contro la Russia e ancora oggi resta il nostro unico alleato in Europa. Ognuno di noi lo sa bene sin dai tempi della scuola.

4.       Si colpisce la Serbia, per dare una lezione e umiliare la Russia. La Nato vuole il dominio della Serbia per tenere la Russia sotto minaccia. Il nostro paese sta appena cominciando a rialzarsi in piedi, uscire dalla crisi, decidere autonomamente la propria politica. Sta appena cominciando a liberarsi dei politici più meschini ma estranei. Solo da poco tempo, con l’arrivo di Primakov, ha un leader degno di questo nome. E per questo, l’Occidente vuole piegare non solo la volontà della Serbia, ma anche quella della Russia. La vuole mettere in riga, ricacciarla a Oriente; la vuole dividere e indebolire. Il colpo alla Serbia è un colpo alla dignità della Russia. Questi sentimenti sono molto diffusi nell’esercito, negli organi di sicurezza e nel settore della difesa. E si trasmettono anche all’intera popolazione.

5.       L’Occidente ha ingannato e derubato la Russia. Il nostro popolo si è sentito dire e ridire che i paesi ricchi e liberi dell’Occidente avrebbero aiutato la Russia a costruire la democrazia e l’economia di mercato. Queste illusioni sono svanite da tempo. Nella coscienza dei russi sempre più poveri e spesso ridotti alla miseria, si fa largo l’idea che l’ Occidente non solo ha tradito le nostre speranze, ma ha anche derubato il paese. I nuovi ricchi russi hanno preso e portato in Occidente i loro capitali. Profitti enormi sono stati esportati anche dagli speculatori finanziari occidentali. La Russia vive oggi peggio e più poveramente di dieci anni fa, mentre i suoi debiti verso l’Occidente sono cresciuti a dismisura. Ora, l’Occidente vuole prendersi la Russia anche politicamente e privarla infine del suo status di grande potenza.

Certo, questi argomenti sono oppugnabili, me ne rendo conto. Io non sto dando un’opinione, vi sto descrivendo i sentimenti che animano oggi la maggioranza dei russi. I quali sono anche convinti che la Russia non sia ancora morta. Ha un esercito, che va rafforzato, e le migliori armi del mondo, che può condividere con i fratelli serbi. Non c’è dubbio sul fatto che se la guerra in Serbia dovesse continuare, essa potrà coinvolgere l’Albania, la Macedonia e il Montenegro, nonché le forze di terra della Nato. A un certo punto la Russia dovrà uscire dall’embargo a cui è legata per decisione dell’Onu. In Serbia cominceranno ad arrivare non solo gli aiuti umanitari, ma anche le armi. E se non oggi, domani, sarà difficile impedire l’entrata della Serbia in una unione con la Russia e la Bielorussia. E anche l’ umore e il ruolo dell’Ucraina cambieranno.

I discorsi sul dispotismo di Milosevic non possono fare effetto in Russia. Nelle prigioni serbe non ci sono detenuti politici, e l’opposizione più radicale di destra e di sinistra difende il presidente della Jugoslavia. Io non so cosa vedono sui propri schermi televisivi i cittadini americani, quelli inglesi e italiani. Ma noi vediamo case, ponti, fabbriche e depositi distrutti, vediamo villaggi annientati, centrali elettriche fumanti e civili uccisi. I serbi fanno da scudo umano tutta la notte sul ponte di Belgrado, e sono visioni antiche, come scrive Solgenytsin. Vediamo anche decine di migliaia di profughi. Ma da chi fuggono? Dalle truppe serbe o dalle bombe? Chi comanda l’esercito di liberazione del Kosovo? Che gente è? Sono degni di fiducia? Quali sono i loro obiettivi? Dove prendono le armi?

Per vincere la guerra bisogna piegare la volontà di un popolo e dei suoi leader. Se la Russia dovesse sostenere la Serbia, sarebbe difficile riuscirci. I serbi hanno combattuto di più di quanto abbiano vissuto sulla terra, hanno sopportato più a lungo la prigione di quanto non abbiano conosciuto la libertà. È praticamente impossibile vincere questo piccolo popolo dei Balcani, anche se lo si può distruggere. Esiste una via d’ uscita? Questa è un’altra questione. Io volevo solo spiegare ai lettori e ai miei amici italiani il perché dell’indignazione dei russi.

Il costo della guerra

Inoltre il costo enorme della guerra ha due aspetti: per la maggioranza dei cittadini significa nuovi sacrifici, maggiori tasse, magari perdite umane anche tra gli aggressori in caso di combattimenti di terra in un paese che ha una conformazione fisica e una coscienza nazionale ben diversa da quella dello sventurato Iraq, ma ad altri assicura favolosi profitti. E la maggior parte delle armi che vengono usate o distrutte in questa guerra, sono di provenienza statunitense, italiana, francese, inglese, ecc., e dovranno essere rapidamente rimpiazzate da altre, dando un po’ di ossigeno ad economie per altri versi ristagnanti per la generalizzata contrazione del mercato interno e degli investimenti per le infrastrutture di interesse sociale.

Il primo mese di guerra è già costato alla Nato circa 6.000 miliardi di lire. Con questa somma si poteva fornire assistenza ai profughi per un anno! Ogni giorno di guerra costa 178 miliardi, pari a 7 miliardi l’ora. Un solo missile da crociera Tomahawk costa i.500 milioni di dollari; un elicottero da attacco Apache (che cattivo gusto chiamare un’arma col nome di un popolo sterminato!) costa 14 milioni di dollari; un bombardiere strategico B2 Spirit ben 2,2 miliardi di dollari. Probabilmente vengono fatturate dai produttori con lo stesso criterio con cui la FIAT fa pagare alle FS 335.000 lire per un portacenere, 816.000 lire per un cestino per la carta in plastica, 174.000 lire per lo sportellino della carta igienica, un milione e mezzo per la tazza del gabinetto degli ETR 500. Anzi, ancora di più perché gli accordi sulle forniture militari sono coperti dal “segreto militare”, nell’interesse sia delle industrie, sia dei militari e degli intermediari che si fanno pagare tangenti d’oro.

Ogni giorno si consumano inoltre 25.000 tonnellate di carburante, facendo lievitare il prezzo, che ha già raggiunto i 20 dollari al barile, ma che si prevede possa arrivare presto a 28 dollari, anche perché il carburante comincia già a scarseggiare (le raffinerie italiane non sono in grado, ad esempio, di produrne più di 5.000 tonnellate al giorno). Così è prevedibile un aumento generalizzato di tutti combustibili, con logiche ricadute sui costi di trasporto e produzione delle merci, e sul tenore di vita dei consumatori civili.

Danni “collaterali” hanno già colpito i pescatori dell’Adriatico, la cui produzione si è già ridotta del 30%; l’industria turistica in Puglia ha visto ridursi catastroficamente le prenotazioni nella misura del 70% di quelle italiane, e del 100% di quelle delle agenzie straniere.

Chi pagherà tutto questo? Inutile dirlo: i cittadini di ciascun paese, e in primo luogo i lavoratori dipendenti, che sono ovunque gli unici contribuenti che non sfuggono al fisco. In Italia si preannuncia già una “manovra aggiuntiva” di 12.000 miliardi (pari all’ultima finanziaria), ma se la guerra continuerà, ce ne vorranno altre assai più pesanti.

E tutto questo senza tenere conto delle enormi distruzioni apportate alla Serbia: la sola raffineria di Pancevo ha subito danni per 1.278 miliardi. Una volta conquistata la Jugoslavia, tutta o in parte, bisognerà ricostruirla. Chi pagherà?

Qualche considerazione sui pretesti di guerra

L’attentato di Sarajevo contro l’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono imperiale austro-ungarico, fornì il 28 giugno 1914 un’utile pretesto a chi preparava da anni la guerra, come aveva compreso da molti anni, prima di ogni altro, Rosa Luxemburg. L’attentato era stato effettuato da giovani patrioti bosniaci che rifiutavano il dominio asburgico, in un territorio strettamente controllato dalle forze repressive dell’impero. Ma la responsabilità fu attribuita alla Serbia, a cui fu rivolto un ultimatum (nella forma definitiva presentato il 23 luglio 1914) in dieci punti. Pretendeva la cacciata dall’esercito e dalle scuole serbe di ogni elemento antiasburgico, l’interdizione di ogni giornale o pubblicazione sgradita a Vienna, l’arresto dei nazionalisti bosniaci, ecc., ma anche la presenza di polizia austriaca sul territorio serbo per controllare tali misure. La Serbia accettò tutto, meno quest’ultimo punto, che significava la fine della sua sovranità. Scattò l’invasione austriaca, spalleggiata dalla Germania, che era convinta che la Russia, ancora molto impreparata militarmente, avrebbe protestato senza intervenire. Invece la Russia tenne fede alla sua allleanza con la Serbia, e quella che doveva essere la Terza Guerra Balcanica diventò la Prima Guerra Mondiale.

Per cominciare l’invasione della Polonia il 1° settembre 1939 Hitler organizzò invece un finto attacco di “soldati polacchi” a un posto di frontiera. Era stato sufficiente procurarsi qualche decina di divise dell’esercito polacco, farle indossare a detenuti comuni e far riprendere l’attacco dai cineoperatori. Poi fece fucilare le “comparse”, a cui era stata invece promessa la libertà. Per tutta la prima fase della guerra Hitler, spalleggiato purtroppo dall’URSS, fece la parte della vittima, e annunciò “piani di pace”. Credeva di poter continuare a mangiare il carciofo foglia a foglia, come aveva fatto impunemente fino a quel momento. Invece aveva sbagliato i suoi calcoli: cominciò la terribile Seconda Guerra Mondiale.

Oggi l’aggressione alla Jugoslavia è cominciata con il pretesto “umanitario” di fermare i massacri etnici, ma puntando poi apertamente a cancellare la sovranità del pur discutibile Stato jugoslavo ridotto alla sola Serbia e Montenegro, con le due province ex autonome di Vojvodina e Kosovo. Si bombardano anche terre non abitate da serbi, si parla di “corridoi umanitari” che di fatto sarebbero “teste di ponte” per ulteriori invasioni. E non c’è bisogno di ricorrere come fece Hitler a “comparse” con divise serbe. La pretesa “minaccia serba all’Albania” su cui all’unisono tutte le TV e i giornali di regime, in Italia e in Europa, fanno titoli analoghi, consiste in scaramucce di confine tra le truppe serbe e l’UCK (armato e reclutato con fondi degli Stati Uniti in Italia e in Albania. L’UCK a volte entra nel Kosovo (cioè nello Stato jugoslavo), a volte spara dall’Albania. Se i serbi rispondono, si grida che c’è una “aggressione all’Albania”. E per giustificare il proseguimento della guerra di distruzione, rifiutando la più modesta proposta di mediazione, si presentano richieste (cinque punti, invece dei dieci dell’Austria-Ungheria nel 1914) che contengono richieste inaccettabili da qualsiasi Stato sovrano, ma sono sufficienti a presentare l’avversario come irresponsabile e oltranzista: un nemico della pace, dunque, come Hitler diceva della Polonia e della Francia Inghilterra pur così timidamente schierate al suo fianco in base a precedenti trattati.

 

5) Uno sguardo retrospettivo a una storia di secoli

a) Le relazioni tra Italia e Balcani dall’antichità a oggi

 

In effetti – indipendentemente dalle mitizzazioni della propaganda fascista – tra le due sponde dell’Adriatico ci sono stati rapporti molteplici, poco o per nulla conosciuti dagli italiani sottoposti oggi a un bombardamento psicologico non legato solamente alla preparazione di questa guerra ma finalizzato anche alle campagne contro le “invasioni” degli immigrati, su cui ci si commuove quando restano in Albania (sono profughi o rifugiati) e ci si indigna quando arrivano qui e diventano clandestini.

In epoca fascista invece furono sottolineati spesso i legami intercorsi nei secoli precedenti. Per motivare l’occupazione anche alla vigilia del 1939 fu usato l’argomento che occorreva intervenire per soccorrere una popolazione forte e fiera, vittima del malgoverno di Zog, e ansiosa di collocarsi sotto la protezione dell’Italia. Lo stesso argomento era stato usato per la conquista della Libia, salvo definire “ribelli” i libici che mostravano di non gradire tale protezione, a Sciara Sciat prima e poi con la grande rivolta guidata da Omar el-Mukhtar.

La storia della conquista romana dell’Illiria, e poi dei suoi rapporti con la Repubblica di Venezia veniva riproposta continuamente, come quella della antica colonizzazione della Libia, la Quarta sponda che era stato il granaio d’Italia prima di essere “mandato in rovina dalla conquista islamica”.

Un’interessante occasione per conoscere senza faticose ricerche d’archivio queste tematiche è fornita dalla recente (1997) pubblicazione in reprint da parte del Touring Club Italiano del volume della Guida d’Italia dedicato all’Albania, stampato tempestivamente già nell’ottobre 1939 dalla Consociazione Turistica Italiana (il nome italianizzato del TCI in periodo fascista). Tale guida era stata commissionata prima dell’occupazione (nel 1937) al professor Pirro Marconi, capo della missione archeologica in Albania, che come in altri paesi oggetto delle mire espansioniste italiane costituiva uno dei principali strumenti della penetrazione culturale e anche di un vero e proprio spionaggio militare. Dopo la morte di Marconi, avvenuta nell’aprile 1938 in un incidente aereo sulla rotta Tirana-Roma, il posto di coordinatore generale dell’opera era stato assunto da altro docente ugualmente impegnato a fianco dei progetti imperialistici, il prof. Sestilio Montanelli.

La ripubblicazione di questa guida fornisce materiale prezioso, sia per la descrizione minuziosa e puntuale dell’aspetto del paese al momento della conquista, sia per comprendere come fu preparata politicamente l’impresa. Ad esempio, l’introduzione storica presenta in chiave apologetica - senza timore del ridicolo - il ruolo civilizzatore di Roma nell’Illiria a partire dal 146 a.c.; quello di Roberto il Guiscardo, il normanno Duca di Puglia, nel 1080; quello di Tancredi Conte di Lecce nel 1185; quello dello svevo Manfredi; di Carlo d’Angiò; dei signori aragonesi di Napoli nel XV secolo. Va detto che Vittorio Emanuele III, pur totalmente complice dell’operazione che mise sulla sua testa la corona d’Albania oltre che quella di imperatore d’Etiopia, aveva espresso a Mussolini “il suo scetticismo […] circa la possibilità di installarsi solidamente in Albania”, proprio basandosi “sui ricordi storici di veneziani e aragonesi”.

La mitizzazione del passato continuava esaltando il ruolo di questi strani rappresentanti dell’italianità (che erano normanni, svevi, angioini, aragonesi, ecc.); eppure, nonostante ciò, la lettura di questo testo non è inutile, sia per merito della competenza professionale degli estensori, sia perché consente di comprendere meglio l’ideologia colonialista che lo ha ispirato.

Indubbiamente il lungo rapporto con Roma aveva lasciato non poche tracce archeologiche nei Balcani. Interessante notare che l’Albania di Henver Hoxha, usando in forma rovesciata gli stessi criteri politici per orientare le ricerche, ha puntato a valorizzare le tracce del passato illirico preromano.

Ma ricercare nel passato l’origine di alcuni problemi può anche essere utile, se sottratto alle utilizzazioni strumentali contingenti. Ad esempio, molte delle differenze linguistiche, religiose e culturali tra le diverse parti della Jugoslavia corrispondono alla famosa “linea di Teodosio” che, a partire dal lontano 395, divideva definitivamente l’Impero d’Occidente da quello d’Oriente, che avevano avuto già un’amministrazione separata dal tempo di Diocleziano, oltre un secolo prima. I territori che oggi fanno parte delle Repubbliche di Slovenia e di Croazia facevano parte dell’Impero d’Occidente e gravitavano quindi verso Roma dal punto di vista religioso (sono rimasti sempre cattolici e hanno adottato l’alfabeto latino), mentre le regioni orientali erano incorporate nell’Impero d’Oriente, usavano il cirillico, derivato dall’alfabeto greco, dipendevano religiosamente dal Patriarca ortodosso di Costantinopoli e, politicamente, prima dall’impero bizantino, poi da quello ottomano. Di quest’area faceva parte anche l’Albania, che fu per alcuni periodi indipendente, in altri sottoposta a Venezia, agli Svevi che regnavano nell’Italia meridionale, poi agli angioini. Alla fine del XIII secolo il dominio angioino si era ridotto quasi solo a Durazzo, mentre il Kosovo e gran parte dell’Albania settentrionale nel secolo successivo erano stati conquistati da un re serbo, Stevan Dušan “il forte”, che si definiva “zar dei serbi, dei greci, dei bulgari e degli albanesi”. Il particolare è importante, per far capire che i regni di allora erano assolutamente plurietnici, e non corrispondevano affatto alla ricostruzione fattane in questo secolo dal nazionalismo serbo o da quello albanese.

Per questo nella famosa battaglia di Kosovo Polje (la Piana dei merli) del 1389 c’erano numerosi albanesi nell’esercito “serbo”, mentre altri, appartenenti a principati locali più o meno autonomi, combattevano nelle file ottomane. Lo stesso eroe nazionale albanese Giorgio Castriota Skanderbeg aveva combattuto con i turchi e per i turchi fino al 1443, quando fondò la “Lega dei popoli albanesi” e cominciò la lotta contro il dominio ottomano, che durò con notevoli ma non duraturi successi fino alla sua morte avvenuta nel 1468.

Della complessità delle intense relazioni con la penisola italiana (parlare di Italia come entità politica in quel tempo sarebbe assurdo), sono viva testimonianza le numerose colonie albanesi in Puglia, Calabria, Basilicata, Molise e Sicilia. Skanderbeg era di fatto vassallo dei re di Napoli, oltre ad avere buone relazioni con Venezia, che gli fornì aiuto in più occasioni. Egli venne in Italia nel 1457 a combattere per Ferdinando d’Aragona contro Giovanni d’Angiò, ottenendo come ricompensa alcuni feudi (ma fin dal 1448 c’era stata un primo arrivo di albanesi, considerati ottimi guerrieri). Quando la controffensiva ottomana nei Balcani piegò la resistenza albanese in quasi tutto il territorio (con l’eccezione delle città di Durazzo e Valona, che restarono sotto Venezia la prima fino al 1501 e la seconda fino al 1690), il figlio di Skanderbeg, Giovanni, ottenne altri feudi in Puglia (Soleto e San Pietro in Galatina), mentre decine di migliaia di albanesi che fuggivano dalla dominazione turca trovarono ospitalità in molte zone del mezzogiorno, dove si ambientarono ottimamente, in molti casi conservando intatta la lingua e diventando in genere cattolici di rito greco.

I rapporti tra le due sponde erano mantenuti anche da una singolare Repubblica semindipendente: Ragusa (oggi Dubrovnik). Sottoposta a Venezia dal 1205 al 1385, quindi formalmente vassalla del regno ungaro-croato fino al 1526, stabilì poi un rapporto complesso con l’impero ottomano, a cui pagava un tributo annuo, senza perdere del tutto la sua indipendenza, e ottenendo anzi di poter liberamente commerciare con tutti i porti dell’Oriente islamico (perfino al tempo della grande spedizione cristiana che culminò nella battaglia di Lepanto del 1571). La religione cattolica dei suoi abitanti non le impediva questa funzione di tramite, indispensabile per tutti gli Stati che si affacciavano sul Mediterraneo, ed assicurata anche da una consistente comunità ebraica. Ragusa fu sempre in relazioni conflittuali con Venezia, di cui condivise la sorte nel periodo napoleonico finendo, circa dieci anni dopo il trattato di Campoformio, sotto il dominio austro-ungarico.

La presenza di Venezia, che riforniva l’Europa di schiavi (il cui nome, al posto di quello di servi usato dai romani, è appunto la testimonianza linguistica di quella fiorente attività, certo non apprezzata dalle popolazioni slave dei Balcani), ha lasciato tracce ancora più consistenti: in tutta la Dalmazia si trovano non solo chiese ed edifici dallo stile inconfondibile e contrassegnati dal Leone di San Marco, ma anche manufatti provenienti da Venezia o da altre regioni dell’Italia con cui la Repubblica veneta commerciava.

Lo sviluppo diverso delle varie parti dei Balcani, soprattutto nell’interno, si deve oltre che alla separazione antica tra l’influenza di Roma e quella di Costantinopoli, e alla presenza delle due Repubbliche marinare, alle dominazioni successive. Slovenia e Croazia, ad esempio, entrambe cattoliche, conosceranno la prima l’influenza prevalente di Vienna (da cui nella seconda metà del Settecento si promuovono riforme che incoraggiano lo sviluppo capitalistico), l’altra di Budapest, dove il dominio dei grandi proprietari terrieri conservatori resterà impermeabile a ogni progetto modernizzatore fino al crollo dell’impero austro-ungarico. Le differenze tra Slovenia e Croazia sono analoghe a quelle tra Boemia e Moravia (l’attuale Repubblica ceca), che hanno conosciuto un forte sviluppo industriale sotto l’amministrazione austriaca, e la Slovacchia, rimasta caratterizzata da un’economia agricola arretrata imposta da Budapest.

b) La Serbia, il “Piemonte” dei Balcani

La Serbia aveva conosciuto, a partire dal XII secolo, un periodo di relativa prosperità sotto la dinastia dei Nemanja, che aveva unificato le tribù slave che popolavano i Balcani in uno Stato forte e solido. Il penultimo dei re serbi, il già ricordato Stevan Dušan (1331-1355), si era fatto incoronare nel 1346 a Skoplje “imperatore dei serbi e dei greci”, titolo che successivamente modificò in “imperatore e autocrate dei serbi, dei greci, dei bulgari e degli albanesi”. Morì mentre organizzava la conquista della stessa Costantinopoli, preparata da un’intensa attività diplomatica. Gli successe il figlio Stevan Uroš, che visse fino al 1371.

Tuttavia già prima della morte di questi, l’impero era andato in pezzi, dilaniato da rivolte che portarono alla formazione di piccoli Stati in Montenegro, Tessaglia, Epiro e Macedonia, e minacciato dall’invasione ottomana. Sulla parte settentrionale di quello che era stato l’impero di Stevan Dušan regnava un nobile di nome Lazar Hrebljanovic, che assunse il titolo di knez (principe) e morì a Kosovo Polje il 28 giugno 1389, il fatidico Vidovdan (giorno di San Vito), celebrato per secoli fino ai giorni nostri dai canti popolari.

Nei decenni successivi, fino alla battaglia di Smederevo (1459), vari piccoli principati rimasero indipendenti, destreggiandosi tra ottomani e ungheresi, di cui alternativamente si dichiararono vassalli. Molti serbi si erano rifugiati in Ungheria dopo la battaglia di Kosovo, e un numero ancor maggiore dopo quella di Smederevo: in quattro anni ne giunsero 200.000. Secondo il cardinale Martinuzzi nel 1538 costituivano quasi la metà della popolazione dell’Ungheria, dove svolsero un ruolo importante nella difesa dalle ripetute invasioni turche. Ma rimasero in una parte dell’Ungheria (l’attuale Vojvodina, provincia della Serbia con forte presenza magiara) anche dopo la conquista turca, mentre gran parte della popolazione ungherese fuggiva a Occidente. Altri serbi fuggirono invece quando si trovarono esposti alla repressione degli ottomani, che facevano pagare assai care le loro sollevazioni in appoggio alle campagne di riconquista delle truppe austriache.

Dopo la vittoria ottenuta nel 1664 dagli austriaci (guidati dal generale di origine italiana Raimondo Montecuccoli) sul fiume Raab, e la nuova sconfitta ottomana sotto le mura di Vienna nel 1683, i serbi si erano sollevati spontaneamente. Tuttavia i tentativi di convertirli al cattolicesimo ne raffreddarono gli entusiasmi; in ogni caso quando gli austriaci abbandonarono Belgrado e si ritirarono al di là del Danubio lasciando la Serbia nella mani dei turchi, l’esodo divenne massiccio. Già otto anni prima del trattato di Karlowitz che nel 1699 concluse la guerra assegnando all’Austria la Croazia e la Slavonia, centinaia di migliaia di serbi avevano abbandonato il Kosovo e la Macedonia, lasciando libere quelle zone, fino a quel momento prevalentemente slave e cristiane, per gli albanesi musulmani che si spingevano a Nord e a Oriente.

Ma i serbi avrebbero pagato ancora a caro prezzo i conflitti tra Vienna e Istambul per il controllo della penisola balcanica. L’Austria, che ufficialmente nel 1714 era neutrale, mentre l’esercito turco combatteva con quello della Repubblica veneta, che aveva fomentato un’insurrezione del Montenegro, decise di intervenire nel 1716 al fianco di Venezia, che aveva perso già il Peloponneso (che chiamava Morea), molte isole dell’Egeo, Creta, ed era assediata a Corfù.

Affermando che la Sublime Porta (come veniva chiamato il governo ottomano) non aveva rispettato il trattato di Karlowitz mettendo in pericolo la Dalmazia e i possedimenti austriaci in Croazia e Stiria, l’Austria sferrò una grande offensiva contro i turchi: 60.000 uomini guidati dal generale Eugenio di Savoia sgominarono gli ottomani a Peterwardein sul Danubio il 5 agosto 1716, si impadronirono di Temesvar e cominciarono l’assedio della fortificatissima Belgrado, che conquistarono già il 21 dello stesso mese. Il Trattato di Passarowitz, firmato nell’anno successivo, assegnava all’Austria Belgrado, Temesvar e parte della Valacchia. Ma già nel 1737-1739 l’Austria, che aveva ritenuto di potere approfittare di una delle tante guerre russo-turche per il controllo delle regioni affacciate sul Mar Nero, e aveva invaso la Serbia meridionale e la Bosnia, fu invece duramente sconfitta e dovette firmare il 18 settembre 1739 il Trattato di Belgrado, nella città ormai caduta in mano ai turchi. Oltre a Belgrado l’Austria si ritirava da tutta la Serbia settentrionale, dalla Bosnia e da parte della Valacchia. Altre centinaia di migliaia di serbi (soprattutto quelli che erano rientrati al seguito delle truppe austriache nel 1718) imboccarono la via dell’esilio, quasi sempre rimpiazzati da popolazioni musulmane, tra cui molti albanesi di tribù montanare. Quell’esodo e quel ripopolamento sono ancora oggi gli argomenti principali del nazionalismo serbo per sostenere i propri “diritti” sul Kosovo, che essi chiamano appunto “Vecchia Serbia”.

Abbiamo già accennato che la Serbia, intorno a cui si coagulò il nazionalismo degli slavi del Sud, si autodefiniva nella seconda metà dell’Ottocento “il Piemonte dei Balcani”. E la crescita dell’irredentismo slavo fu seguita con attenzione dall’opinione pubblica italiana, che sperava di poter approfittare di ogni indebolimento dell’Impero austro-ungarico. Ma va fatto un cenno anche a una vicenda successiva ormai dimenticata: l’Italia entrò in guerra nel 1915 al fianco della Serbia, il cui esercito venne tuttavia pesantemente sconfitto nell’ottobre di quell’anno dal congiungimento delle truppe bulgare e da quelle austro-tedesche guidate dal feldmaresciallo Mackenzen proprio nella fatale regione del Kosovo. La ritirata verso il mare dopo la disfatta fu tragica: centinaia di migliaia di soldati a piedi, armati solo di fucili, accompagnavano il vecchio re Pietro, malato, su un carro trainato dai buoi. Insieme a loro donne, bambini, monaci e sacerdoti con la teca che custodiva la testa del re Stevan, mentre le popolazioni albanesi, che avevano subito vessazioni dall’invasione serba dell’anno precedente, attaccavano i fuggiaschi dai fianchi. Dal 25 novembre 1915 al 20 gennaio 1916 durò quel lungo calvario, su monti coperti di neve, e commosse profondamente soprattutto l’opinione pubblica francese e italiana. E furono le flotte di Francia e Italia a trasportare il re e lo Stato maggiore da Bar e Ulcinji a Corfù (senza chiedere l’autorizzazione al re di Grecia), e poi le truppe a Biserta, in Tunisia, mentre la maggior parte dei civili si rifugiarono in Italia e poi in Francia, circondati da una vasta solidarietà popolare. Tutto questo è stato dimenticato: allora i serbi erano alleati, vittime dei “selvaggi albanesi”, e quindi degni di commiserazione e protezione, oggi sono “barbari incivili”.

c) Le altre nazioni della ex Jugoslavia

La Slovenia, oggi ormai disinteressata a quanto accade nel resto della ex Jugoslavia, è una formazione statale assai recente: non aveva mai avuto un assetto di Stato indipendente, se non per una quindicina di anni nel periodo napoleonico, quando nel 1797, dopo Campoformio, furono costituite le “Province illiriche”, che comprendevano anche la Dalmazia fino a Ragusa, la Carinzia, la Carniola, parte della Croazia, Gorizia e l’Istria. La capitale era Lubiana. Abbandonata dalle truppe francesi dopo la disastrosa campagna di Russia, la Slovenia tornò sotto l’Austria, che la controllava dal XIII secolo. In precedenza era stata sotto il dominio di Carlo Magno, e poi, per breve tempo, aveva fatto parte di un effimero Regno di Boemia. La sua lingua, proveniente dallo stesso ceppo del serbo-croato, si è tuttavia differenziata nel corso di molti secoli si separazione ed è oggi talmente diversa da non consentire “rivendicazioni” (come accade con il macedone, che serbi e bulgari si ostinano a considerare una variante dialettale della propria lingua). Dopo l’invasione italiana e tedesca dell’aprile 1941, la Slovenia fu divisa tra i due occupanti, e Lubiana divenne una “provincia italiana”. Una parte degli sloveni parteciparono alla resistenza, ma altri collaborarono con i nazifascisti, anche per i secolari legami stabiliti con l’Austria e quindi con la Germania. Per questo furono sottoposti a una dura “epurazione” dopo la liberazione. Diversa linguisticamente, praticamente priva di minoranze (la più numerosa, quella croata, supera appena il 2%, gli italiani sono lo 0,2%), la Slovenia innescò di fatto l’esplosione della Jugoslavia, rifiutando di fornire soldati all’esercito federale per la repressione nel Kosovo, e proclamò unilateralmente la sua indipendenza, resistendo facilmente al tentativo di riconquista dell’esercito serbo-jugoslavo. Fu riconosciuta subito dopo da Austria, Germania, Italia e Vaticano, mentre gli Stati Uniti – contrariamente a un luogo comune diffuso nella sinistra – esitarono a lungo, dato che avrebbero preferito continuare a fare buoni affari con una Jugoslavia unita che con piccoli Stati in permanente crisi. Per i primi anni dopo l’indipendenza il governo di Lubiana non stampò neppure una sua moneta, utilizzando direttamente i marchi tedeschi anziché i dinari della vecchia Jugoslavia, e puntò direttamente all’inserimento nella Comunità Europea. Dopo una prima fase in cui l’indipendenza provocò una grave crisi economica, la Slovenia si è relativamente ripresa (mantenendo tuttavia un tasso di disoccupazione del 10%,) e ha ristabilito solidi rapporti commerciali con la Serbia.

La Croazia ha invece una storia indipendente più lunga e complessa, la cui rievocazione ha alimentato un nazionalismo fanatico perfettamente speculare a quello di Milosevic. Il primo regno croato risale addirittura al 924. Tuttavia già nel 1089 fu annessa al regno di Ungheria. Finito questo sotto i turchi, anche gran parte della Croazia ne seguì la sorte, ritornando poi sotto il dominio austriaco dopo la pace di Karlowitz del 1699. Nel 1779 la nobiltà croata ottenne di essere collegata al regno di Ungheria, che essendo più conservatore garantiva l’immobilità dei rapporti sociali meglio dell’Austria riformatrice. Nonostante le forte propaganda italiana in senso contrario, la maggior parte dei croati vollero l’unione con la Serbia e il Montenegro nel 1918. Sul ruolo del suo governo filofascista e clericale nella Seconda Guerra Mondiale abbiamo già parlato in altro capitolo. Nel 1991 proclamò la sua indipendenza subito dopo la Slovenia, e ottenne anch’essa un immediato riconoscimento senza condizioni, nonostante avesse preannunciato assumendo il nome di Stato dei croati la pulizia etnica nei confronti delle forti minoranze serbe installate da secoli nella Slavonia e nella Krajina, le regioni al confine con la Bosnia che erano state ripopolate dall’Austria-Ungheria con i serbi che sfuggivano al dominio turco.

Quanto alla Bosnia-Erzegovina, .abbiamo già visto che era stata a lungo terreno di scontro tra l’impero ottomano e quello austriaco, che riuscì finalmente a conquistarla solo nel 1878, sia pure presentando l’occupazione come temporanea. Il Congresso di Berlino del giugno-luglio 1878 ne affidò l’amministrazione all’impero austro-ungarico, pur riconoscendo che la Bosnia era nominalmente ancora soggetta alla Sublime Porta. Resterà in questo status ambiguo fino al 1908, quando verrà formalmente annessa all’impero, e sottoposta a una amministrazione congiunta delle due corone che facevano parte di esso. Le correnti più moderate e conciliazioniste chiedevano solo che l’imperatore assumesse una terza corona, quella di un regno slavo di Slovenia, Croazia e Bosnia, ma tale progetto, a cui pare fosse favorevole l’Arciduca Francesco Ferdinando, non si concretizzò mai..

Giustamente molti autori (ad esempio Ferruccio Quintavalle, autore di una documentatissima Cronistoria della Guerra Mondiale di ben 1730 pagine, pubblicata da Ulrico Hoepli a Milano tra il 1921 e il 1923) fanno risalire al famoso Congresso del 1878 le premesse della Prima Guerra Mondiale. Infatti quel Congresso, convocato per limitare le acquisizioni territoriali che la Russia aveva ottenuto col Trattato di Santo Stefano firmato con l’impero ottomano nel marzo dello stesso anno, sancì comunque il principio del suo smembramento, gettando le basi per nuovi conflitti, che culmineranno nelle guerre balcaniche del 1912-1913 e poi nella “Grande Guerra”.

La Bosnia era stata relativamente indipendente fino alla conquista turca del 1463, ma in realtà quasi sempre frammentata in piccoli principati e dilaniata da feroci lotte religiose che contrapponevano cattolici e ortodossi alla setta dei bogomili, fondata nel X secolo da un prete bulgaro chiamato appunto Bogomil, che predicava un rigido ascetismo per sfuggire al dominio di Satanael, il diavolo che aveva creato il mondo terrestre. L’ostilità delle altre confessioni cristiane era comprensibile: i bogomili non accettavano l’Antico Testamento, l’incarnazione, il simbolo della croce, i sacramenti e tutta la struttura gerarchica che caratterizzava tanto gli ortodossi che i cattolici. Furono proprio le feroci persecuzioni da parte degli altri cristiani a spingere i bogomili ad accogliere benevolmente l’invasione ottomana, che garantiva loro una libertà religiosa di cui tuttavia non approfittarono a lungo, perché preferirono convertirsi all’Islam. Lo storico inglese William Miller sostiene che “avevano preferito essere conquistati dal sultano piuttosto che essere convertiti dal papa”, e che avevano scelto la religione islamica sia per i “punti di somiglianza con la loro disprezzata eresia”, sia perché “accordava a quelli che l’accettavano il vantaggio materiale di conservare le proprie terre e i privilegi feudali”. Così la Bosnia rimase formalmente sottomessa a Costantinopoli, ma retta da un’aristocrazia slava convertita all’islamismo. Di fatto rimase sempre una repubblica aristocratica presieduta da un musulmano, che a volte era proprio un bosniaco. Sempre Miller scrisse che bisognava “essere figli di un rinnegato cristiano per arrivare alle cariche più alte dell’impero turco”. In realtà tale possibilità fu offerta a molti altri sudditi di Costantinopoli, anche ebrei come Juan Míguez, detto José Nassi, un ebreo di origine portoghese arrivato nell’impero ottomano nel XVI secolo come “marrano” (come venivano chiamati gli ebrei della penisola iberica convertiti a forza al cattolicesimo) e ritornato subito alla religione dei padri. José Nassi divenne duca di Naxos e signore di Tiberiade, dove propose – senza successo – un ripopolamento ebraico della Palestina. Anche il famoso Mehmet Alì, il governatore dell’Egitto che dopo la spedizione napoleonica del 1799 si rese di fatto indipendente e fu il capostipite della dinastia che governò quel paese fino alla rivoluzione dei colonnelli del 1952, era di origine albanese.

In ogni caso questi dati possono aiutare a comprendere l’origine della tripartizione della Bosnia tra croati cattolici, serbi ortodossi e “musulmani” (la denominazione divenne ufficiale nella Jugoslavia di Tito, quando la maggioranza di essi, come degli altri abitanti, non erano praticanti, o erano addirittura atei o agnostici). I “musulmani” non erano un’altra etnia, ma dei purissimi “serbo-croati”, che si erano convertiti alcuni secoli fa ad un’altra religione, ma che avevano conservato la stessa lingua e gli stessi costumi degli altri bosniaci. Abbiamo usato tra virgolette il termine “serbo-croato”, che oggi è in uso solo per l’insegnamento di quella lingua in Italia e in altre parti dell’Europa, ma è ormai bandito in Serbia, in Croazia, in Bosnia. E tra poco non rimarrà neppure più quella lingua (che aveva al suo interno minori differenze di quelle esistenti tra i dialetti delle varie regioni italiane), dato che i nuovi governanti croati o serbi, e gli accademici ad essi asserviti, stanno ricercando nei dialetti particolari di questa o quella zona gli elementi che possono allontanare tra loro due lingue che appena dieci anni fa erano una sola lingua trascritta con due alfabeti diversi, quello latino e quello cirillico.

La Macedonia – dal cui nome non a caso deriva il termine culinario riferito a un assortimento di molti frutti diversi – non ha mai avuto un’identità statale precisa. Nel primo decennio di questo secolo, quando la “questione macedone” assunse caratteristiche drammatiche anche per l’apparizione di molte organizzazioni terroristiche, la sua composizione etnica fu contestata da tutti i paesi vicini, che condussero, prima di quella con le armi, un’intensa battaglia con le statistiche. L’etnia dominante veniva considerata serba dai serbi, bulgara dai bulgari, mentre i greci se ne attribuivano una buona parte, prima di annettersi gran parte dello stesso territorio durante le guerre balcaniche. Ancor oggi la Grecia, con il consenso unanime della destra e di gran parte della sinistra, nega il diritto della Macedonia a definirsi tale (dovrebbe chiamarsi “Repubblica di Skopje”) e a usare nella sua bandiera l’antico simbolo del regno macedone di Filippo II e Alessandro Magno, con cui effettivamente gli slavi macedoni non hanno molto a che vedere (sono arrivati con altre migrazioni slave nel VII secolo), ma che non hanno neppure molte affinità con i greci di oggi. Da un lato questi sono il frutto – come noi italiani - di molte ibridazioni dovute a successive conquiste, dall’altro tutto il mondo all’infuori dei greci sa che gli antichi macedoni erano diversi dagli attuali, ma anche dai greci di allora, tanto è vero che lo stesso Alessandro Magno studiò il greco da adulto sotto la guida di Aristotele. Che poi le straordinarie conquiste realizzate dal grande condottiero abbiano consentito una formidabile unificazione del bacino mediterraneo orientale e dello stesso Medio Oriente e una grande diffusione della cultura greca (non a caso definita ellenistica e non ellenica), è altra cosa che non ha nulla a che vedere con le contese scioviniste di oggi.

Ma il fatto che queste contese non abbiano fondamento, non toglie che possano fare danni. La Macedonia è un entità contestata da sempre: su di essa vi sono rivendicazioni greche, bulgare, serbe (anche se queste con poche possibilità di essere oggi concretizzate). Perfino la grafia del nome della capitale è controversa, tra Skoplje o Skopje, a seconda che prevalga l’influenza bulgara o serba. Se questo paese, in cui esiste una consistente minoranza albanese, valutata un anno fa tra il 23 e il 30% (le statistiche etniche in questo sfortunato paese erano assai controverse 80 anni fa e lo sono oggi), dovesse esplodere perché coinvolto ulteriormente nella guerra o anche solo per l’aumento vertiginoso degli albanesi provenienti dal Kosovo, non sarebbe difficile immaginare quanti paesi tenterebbero di approfittarne.

Quanto al Montenegro (Crna Gora), non ha mai fatto gola a nessuno: una vecchia ballata racconta che “quando Dio finì di creare il mondo, si accorse di aver dimenticato una gran quantità di rocce nel suo sacco, e allora le rovesciò tutte in un angolo desolato e selvaggio della terra; fu così che nacque il Montenegro”. Per questo non fu mai occupato dai turchi, se non per brevissimo tempo. La dinastia dei Petrovic governò il paese dal 1696 col titolo di vladika, che in realtà corrispondeva alla carica religiosa di vescovo. Dato che i vescovi ortodossi, a differenza dei semplici pope, dovevano essere per norma celibi, la successione passava da zio a “nipote”. Solo il penultimo dei Petrovic, Danilo II (1851-1860), per potersi sposare, separò la carica religiosa da quella politica da quella politica, assumendo il titolo di gospodar (principe) di Crna Gora. Tuttavia prima di aver avuto un figlio maschio fu ucciso da un ribelle che aveva condannato all’esilio, sicché il trono passò ancora una volta a un nipote, Nikola, che regnò fino al 1918, e che fu soprannominato “il suocero d’Europa”: una figlia, Elena, aveva sposato infatti nel 1896 il futuro re d’Italia Vittorio Emanuele III, un’altra Petar Karadjordjevic, in quel momento in esilio, ma futuro re di Serbia, mentre altri figli erano entrati nelle famiglie reali tedesca e russa. Questa politica dinastica non servì a molto: al termine della Prima Guerra Mondiale la spinta “jugoslavista” costrinse Nikola a partire, e il Montenegro entrò nel nuovo “regno dei serbi, croati e sloveni” senza trovarvi una collocazione particolare. D’altra parte i montenegrini sono serbi da tutti i punti di vista, con l’unica caratteristica di aver tutelato meglio e più a lungo degli altri la loro indipendenza, soprattutto per le caratteristiche del territorio. Durante la Seconda Guerra Mondiale la resistenza vi si sviluppò con particolare ampiezza, e quindi il Montenegro ottenne nella nuova Jugoslavia “socialista” lo status di repubblica federata, nonostante le modeste dimensioni (ha una superficie di soli 13.000 kmq., quanto il Trentino-Alto Adige, e 600.000 abitanti, come la Basilicata).

6) Perché l’Italia ha tentato più volte la penetrazione nei Balcani

Prima di tutto va chiarita una questione fondamentale. È stato solo il fascismo a puntare alla conquista di una parte dei Balcani, e all’egemonia sulla regione? La risposta è categorica: no.  Questo aspetto della nostra storia è comunque praticamente ignorato dalla maggior parte dei testi scolastici, e non fa parte del “bagaglio culturale” della stessa sinistra.

Ai Balcani e in generale a una partecipazione alla prevedibile spartizione del grande malato, come veniva definito l’impero ottomano, l’Italia aveva cominciato a guardare molto tempo prima della Grande Guerra, come accenniamo d’altra parte nell’appendice sulle linee di tendenza generale del colonialismo e dell’imperialismo italiano.

La conquista italiana della Libia, confermando la debolezza dell’esercito turco (i guai verranno dalla resistenza spontanea della popolazione locale, non prevista dai brillanti strateghi che avevano preparata la passeggiata militare), contribuì ad accendere la miccia delle guerre balcaniche. Anche alcune imprese militari italiane come quella nei Dardanelli del 18 aprile 1911 e quella del capitano Millo il 18 luglio dello stesso anno (con alcune motosiluranti che non colpirono nessun bersaglio), furono ampiamente propagandate e diedero la sensazione di uno sfaldamento totale della forza della Turchia, in cui si stava sviluppando la rivoluzione dei Giovani Turchi. In realtà erano praticamente un bluff propagandistico, come la ben più decantata impresa di D’Annunzio e Costanzo Ciano del febbraio 1918 (la cosiddetta Beffa di Buccari). Una ricerca storica successiva ha accertato che nessuno degli abitanti di Bakar, compresi alcuni marinai di guardia al porto, si era accorto della famosa impresa dannunziana, se non per i tonfi di alcune torpedini lanciate e non esplose..

Più seria era stata invece l’occupazione di Rodi e del Dodecanneso, nel maggio del 1912: conquistate ufficialmente per costringere la Turchia a firmare un Trattato di pace, rimasero in realtà sotto occupazione italiana fino alla disfatta nella Seconda Guerra Mondiale.

L’entrata dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, che si combatte anche nei Balcani e per i Balcani,  fu come è noto motivata con argomenti patriottici: bisognava ottenere Trento e Trieste (che invece erano state promesse dall’Austria-Ungheria all’Italia in caso di mantenimento della neutralità, anche se Trieste doveva avere uno status particolare, con amministrazione italiana, ma rimanendo “porto franco” accessibile alle merci austriache, boeme ed ungheresi).

Il Patto di Londra con cui l’Italia contrattò la sua entrata in guerra, e che come altri Trattati segreti fu conosciuto solo perché la Russia sovietica pubblicò integralmente tutti i documenti riservati trovati nelle casseforti dell’impero zarista, prevedeva ampie conquiste territoriali, in primo luogo nei Balcani (l’Istria, l’intera costa dalmata e Valona, con l’isola di Saseno e “sufficiente territorio strategico”), ma anche in Turchia. Si riconosceva infatti “l’interesse dell’Italia a mantenere l’equilibrio del Mediterraneo in quella parte che confina con la zona di Adalia, dove l’Italia ha speciali interessi e diritti”. Secondo il trattato, in caso di mancata spartizione della Turchia d’Asia, e “procedendosi fra le Potenze solo a una delimitazione di sfere d’influenza, si terranno in considerazione gli interessi dell’Italia”, mentre se le “tre Potenze alleate occuperanno distretti dell’Asia turca, l’intero distretto confinante con Adalia sarà riservato all’Italia, che potrà occuparlo”.

Oltre all’occupazione diretta di Valona, l’art. 7 del Trattato prendeva in esame “l’eventuale formazione di un piccolo Stato autonomo dell’Albania, di cui l’Italia avrà il diritto di dirigere le relazioni estere”, senza escludere però la possibile spartizione di distretti dell’Albania fra gli Stati confinanti, e della neutralizzazione della costa dell’Albania a sud di Valona”.

Inoltre ci sarebbe stato il riconoscimento de jure della conquista della Libia e del Dodecanneso, e anche il “diritto italiano d’estendere i suoi possessi nelle sue tre colonie e nei distretti confinanti con le colonie britanniche e francesi, se Francia e Inghilterra estendessero i loro possessi in Africa a danno della Germania”.

L’articolo 15 prevedeva poi un “impegno delle tre Potenze ad appoggiare l’Italia, se questa non permetterà che rappresentanti della Santa Sede svolgano azione diplomatica per la conclusione della pace e per la sistemazione delle questioni connesse con la guerra”. La spiegazione di questa frase è semplicissima: le “tre Potenze” condividevano completamente l’irritazione dell’Italia nei confronti dei messaggi del papa a favore di una pace “senza annessioni”.

Di tutte queste conquiste, molte risultarono impossibili, per la forza del nazionalismo slavo, di quello turco e anche per la resistenza albanese, che ridusse alla sola isoletta di Saseno il territorio effettivamente occupato dall’Italia, dopo la cacciata da Valona insorta contro le truppe italiane. Qualche compensazione in Africa ci fu, ai confini tra Libia e Ciad e tra Somalia e Kenia (la regione del Giuba).

7) Dopo l’avventura fascista

La speranza di una federazione socialista balcanica

La resistenza in Jugoslavia cominciò immediatamente dopo l’aggressione nazista e fascista all’URSS, anche se nella storiografia ufficiale viene fatta risalire a qualche tempo prima. In realtà i partiti comunisti erano stati paralizzati dall’alleanza russo-tedesca sancita dagli accordi Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939, che comportò anche un’apologia delle “proposte di pace” tedesche (tra l’altro in un vergognoso discorso di Molotov, che fu ripreso in tutto il mondo dagli organi di stampa dei partiti comunisti).

Anche in Grecia la lotta armata diretta dal partito comunista cominciò nello stesso periodo, mentre in Albania e in Italia ben più tardi (nel nostro paese cominciò di fatto dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, davanti a Porta San Paolo, a Roma, e in qualche altra città come Ascoli Piceno). La forza della resistenza greca, che in Europa fu seconda solo a quella jugoslava, e che diede parecchio filo da torcere alle truppe tedesche, è legata alle circostanze in cui nacque. L’insensata aggressione italiana del 28 ottobre 1940 aveva incontrato una resistenza spontanea straordinaria, che ributtò rapidamente indietro l’ armata di Mussolini, che alla fine di dicembre - dopo durissime perdite - dovette attestarsi ben all’interno dell’Albania da cui era partita. L’esercito greco era totalmente impreparato perchè a causa delle simpatie filonaziste del dittatore Metaxas erano stati approntati piani di guerra e fortificazioni (peraltro incomplete e quindi pressoché inutili) solo per un ipotetica aggressione “bolscevica” dal confine settentrionale. Le provocazioni e le vere e proprie aggressioni italiane (come l’affondamento di una nave da guerra ormeggiata davanti all’isola di Tinos per partecipare alle feste popolari del 15 agosto in onore della Vergine) non avevano indotto Metaxas a preparare la mobilitazione.

Le 16 divisioni italiane si trovarono di fronte un esercito che solo alla fine di novembre, a mobilita­zione ultimata, arrivò a 11 divisioni male armate, con 115 aerei di cui solo 16 moderni contro 400 impegnati dall’Italia su quel fronte. Mancavano del tutto strade e ferrovie, e il rifornimento delle truppe greche venne assicurato da colonne di montanari, in gran parte donne che si erano offerte come volontarie per trasportare a spalla munizioni e armi, e che assicuravano il vettovagliamento di quella che sembra un’armata del secolo scorso. Contro l’invasione fascista si schierarono in quei giorni anche molti di coloro che la dittatura Metaxas aveva perseguitato. Persino il segretario del KKE, Zachariadis, dichiarò dal carcere di Atene di sostenere senza riserve Metaxas contro Mussolini.

Era sintomatico del clima di unità nazionale, anche se va aggiunto che in quella fase i comunisti contavano ancora poco, anche perché avevano tre direzioni contrapposte, una delle quali era composta da “pentiti” divenuti provocatori al soldo di Metaxas, mentre un’altra applicava zelantemente la linea che il Comintern aveva adottato dopo il patto Ribbentrop-Molotov, al punto di dichiarare falso l’appello di Zachariadis, proponendo al contrario il rovesciamento della dittatura di Metaxas, e un trattato di pace con l’Italia, senza annessioni, e sotto il patrocinio sovietico. Lo stesso Zachariadis si univa successivamente a questa posizione, probabilmente dopo aver ricevuto direttive da Mosca, come era accaduto in Francia a Thorez (dapprima partito per il fronte per difendere la patria dall’aggressione nazista e pochi giorni dopo fatto disertare “per non partecipare alla guerra dell’imperialismo francese contro la Germania...”).

In ogni caso la partecipazione popolare alla guerra contro l’aggressione italiana alla Grecia fu tale da assicurare un gran numero di armi abbandonate dalle camicie nere in fuga, e da costituire per decine di migliaia di contadini greci un’esperienza di cui terranno conto successivamente. Come è noto la preoccupazione di trovare sguarnito il fronte sud al momento dell’attacco all’URSS in seguito alla catastrofe italiana spinse Hitler nell’aprile 1941 a intervenire direttamente in Grecia, invadendola fulmineamente da nord, grazie alla collaborazione bulgara, e dopo aver sbaragliato in pochi giorni l’esercito jugoslavo.

Le simpatie per il nazismo di gran parte della borghesia greca e della stessa casa regnante (la futura regina Frederika, nipote del Kaiser, aveva addirittura militato nella Hitlerjugend), e la notevole efficienza militare del nuovo invasore resero ben diversa la situazione rispetto all’ottobre precedente. La resistenza si trasformò in “desistenza” e poi in collaborazione da parte di quasi tutti. Gli stessi comunisti erano in quella fase incerti e passivi, sempre a causa dell’alleanza russo-tedesca. Il gesto di Manolis Glezos, che il 31 maggio 1941 strappò la bandiera nazista dall’Acropoli sostituendola con quella greca, considerato in genere l’inizio simbolico della nuova resistenza, non era in realtà che “l’ultimo gesto volontario e beffardo dello spirito popolare non organizzato”. Solo successivamente, d’altra parte , Glezos aderirà al KKE, il partito comunista greco..

La situazione cambiò radicalmente, come in tutta l’Europa, quando Hitler aggredì l’URSS, e nella propaganda comunista la Germania nazista cessò di essere uno “Stato pacifico aggredito dall’imperialismo franco-britannico” per divenire nuovamente “imperialista” (viceversa sulla stampa comunista Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti cessavano di essere imperialisti per diventare le “Grandi potenze antifasciste e democratiche”). A partire da settembre anche in Grecia i comunisti organizzarono pazientemente le fila di un fronte nazionale di liberazione, contattando personalità indipendenti e partiti. La viltà o l’aperto collaborazionismo della maggior parte delle forze borghesi lascerà ad essi uno spazio enorme, che occuperanno nella prima fase con sorprendente duttilità, mimetizzandosi dietro vescovi e ufficiali repubblicani, e occultando il più possibile non solo il loro peso crescente, ma anche gli obbiettivi di classe che muovevano la maggior parte dei contadini e degli operai combattenti.

In questo la loro tattica era praticamente identica a quella dei comunisti italiani, anziché a quella degli jugoslavi, a cui dovrebbero invece più logicamente richiamarsi per le notevoli affinità tra le strutture dei due paesi, e per l’atteggiamento ciecamente reazionario delle rispettive borghesie. In questo risiedeva la forza apparente del largo fronte che hanno organizzato, ma anche una delle premesse della sconfitta futura.

Come in Jugoslavia, comunque, dopo l’8 settembre 1943 lo sfacelo dell’esercito italiano (che insieme a quello bulgaro era ritornato a rimorchio dei tedeschi ed occupava una parte del territorio) fornì alla resistenza enormi riserve di armi – anche pesanti - e in alcuni casi anche dei combattenti, che riscatteranno almeno in parte le atrocità compiute durante il periodo fascista. Le forze tedesche, rimaste sole a combattere, si troveranno spesso in difficoltà e dovranno ritirarsi nel corso dell’estate del 1944 per non rimanere isolate dall’impetuosa crescita del movimento partigiano jugoslavo, congiuntosi all’Armata Rossa alla vigilia della liberazione di Budapest, e che minacciava di tagliare loro la strada dei rifornimenti e della stessa ritirata.

All’inizio dell’autunno del 1944 la Grecia era stata completamente liberata senza la partecipazione di un solo soldato britannico o di altri paesi alleati. È a quel punto che si svolge ad Atene il primo atto della tragedia. Possiamo ricostruirne le premesse attraverso molti fonti, tra cui, insospettabile, la stessa descrizione fattane da Churchill nella sua Storia della seconda guerra mondiale. Lo statista britannico non nasconde tra l’altro che l’obiettivo che si proponevano le truppe britanniche che egli fece affluire in Grecia non era la lotta ai tedeschi, già lontani, ma l’imposizione di un regime anticomunista che impedisse ai partigiani di realizzare la società per cui avevano lottato. E per farlo, ammette, fu decisiva la collaborazione di Stalin, con cui concordò nell’ottobre a Mosca la spartizione dei Balcani, e che convinse i comunisti greci ad accogliere i britannici come amici e liberatori. L’obiettivo invece era l’attacco militare alle forze dell’EAM-ELAS presenti ad Atene e alla popolazione che li appoggiava, attacco che fu sferrato il 3 dicembre 1944, e che si concluse con un pesantissimo bilancio di vittime. La leggenda dell’insurrezione dei comunisti greci è completamente falsa, anche se viene ripetuta sia dai “nostalgici” dello stalinismo e del togliattismo come Canfora e Losurdo, sia da tutti gli altri orecchianti che scrivono estemporaneamente di Storia contemporanea senza essere in possesso degli strumenti necessari: ultimo Bettiza, noto anticomunista, che riprende la leggenda di un Togliatti preoccupato nel 1944 dall’insurrezione di Marcos (che invece avvenne, tardivamente e assurdamente, solo nel 1947, per reazione disperata alle violenze dei monarchici che avevano aiutato a rimettersi in sella). Nel 1944 il massacro fu compiuto a senso unico dai britannici contro la popolazione civile, mentre i comunisti erano come paralizzati ed evitarono di chiamare ad Atene i 40.000 partigiani armati che erano ancora stanziati nelle regioni vicine.

In Jugoslavia la lotta era invece stata assai più dura nella prima fase, anche per la notevole collaborazione assicurata agli occupanti soprattutto dagli ustaša di Ante Pavelic, e da una parte dei cetnici serbi, fedeli al re e nominalmente antitedeschi, ma talmente anticomunisti da non esitare di fronte ad accordi con gli occupanti contro gli odiati partigiani di Tito (che d’altra parte non rinunciavano a colpirli quando ne avevano occasione).

La resistenza jugoslava era divampata nell’autunno 1941 ed aveva in un primo momento tentato di organizzare più un esercito regolare che delle milizie partigiane, forse per la ricaduta tardiva delle polemiche della repubblica spagnola, in cui i comunisti avevano esaltato l’esercito contro le milizie, sopprimendo queste ultime a favore di un esercito che aveva molti difetti di quelli tradizionali senza averne i vantaggi, e che infatti fu rapidamente sconfitto da Franco appena fu completata la “normalizzazione delle retrovie”. La leggenda ripresa ancor oggi dai “nostalgici” dello stalinismo, sostiene che bisognava prima vincere la guerra e poi si poteva pensare alla rivoluzione. Ma la rivoluzione c’era, non andava inventata, e fu bloccata con la soppressione delle milizie, il soffocamento delle comuni agricole, e la soppressione fisica di coloro che non accettavano quella linea suicida suggerita da Mosca per cercare di ottenere la benevolenza dell’imperialismo franco-britannico.

Nelle Brigate Internazionali in Spagna c’erano oltre mille volontari jugoslavi, secondo altre fonti addirittura 1.500. Certo in quella lotta si formarono decine di quelli che furono poi i generali dell’armata partigiana. Che di quell’esperienza avessero fatto tesoro meglio di altri, che continuavano a leggerla con gli schemi di Mosca, lo si vide già sul terreno propriamente militare. Dopo le prima pesanti sconfitte, che costrinsero i partigiani a lasciare quasi completamente la Serbia, la tattica militare fu modificata secondo i criteri classici della guerra di guerriglia, basata su una grande mobilità e un’integrazione profonda con la popolazione. Tutto il contrario di quel che si fece in Spagna dunque, che fu invece ripreso in Grecia da Zachariadis, che agli inizi del 1948 tentò – contro l’opinione di Marcos - di costruire un esercito regolare, di occupare città per proclamarvi un governo provvisorio, ecc. Insomma dai Balcani vennero in due modi diversi, con i successi jugoslavi e la catastrofe greca, clamorose smentite alle mistificazioni sulla necessità di sopprimere le milizie e costituire un esercito regolare, rilanciate al momento dei dibattiti suscitati da Terra e libertà di Ken Loach per giustificare la repressione contro anarchici e poumisti (che tra l’altro erano tutt’altro che disorganizzati).

Grazie a queste scelte corrette, l’esercito popolare jugoslavo assunse presto dimensioni superiori a quelle di qualsiasi altro paese occupato, impegnando fino a trenta divisioni tedesche. La ragione di questa forza, come abbiamo accennato in un altro capitolo, era dovuta in primo luogo alla forte caratterizzazione sociale e politica dei partigiani. Tra l’altro, a differenza di quelli di altre parti d’Europa, essi usavano come simbolo la stella rossa, attirandosi le critiche di Stalin, che preferiva una caratterizzazione prevalentemente patriottica e nazionale della lotta. Al tempo stesso la composizione plurietnica della direzione del movimento partigiano, e il progetto di una federazione che rispettasse tutti i gruppi nazionali presenti nel paese, attirò molte simpatie tra la popolazione, stanca della guerra, ma anche e soprattutto dei conflitti tra serbi e croati.

Mentre Stalin continuava a diffidare di quei comunisti che non accettavano la linea proposta da Mosca e rifiutavano quelle intese con la monarchia reazionaria che invece erano state realizzate dai comunisti italiani dopo la “svolta di Salerno”, e da quelli greci con gli accordi di Plaka, del Libano, di Caserta e poi di Varkiza, Churchill si dimostrò più realista: inviò una missione militare in Jugoslavia, in cui inserì il figlio Randolph. Il resoconto lo convinse della grande forza dei partigiani comunisti, e soprattutto del fatto che erano gli unici a colpire duramente i tedeschi, mentre i cetnici monarchici, teoricamente più vicini agli inglesi, non combattevano affatto, ed anzi si accordavano con gli occupanti per attaccare le forze di Tito.

Per questo Churchill, nonostante avesse ottenuto da Stalin negli accordi di Mosca dell’ottobre 1944 che Jugoslavia e Ungheria non appartenessero a nessuno dei due blocchi in formazione, ma fossero sotto una specie di “condominio” (il che voleva dire di fatto bloccarne le trasformazioni sociali), fece buon viso a cattivo gioco, riconoscendo Tito come capo della resistenza, e soprattutto inviandogli armi, munizioni e vettovagliamenti. L’URSS invece continuò per qualche tempo a riconoscere il governo monarchico, e a criticare la caratterizzazione classista e comunista del movimento promosso dal PCJ. Per quanto riguarda l’Ungheria, dove non vi fu nessun movimento partigiano, e i comunisti erano stati ridotti ai minimi termini dai loro stessi errori, dalle feroci repressioni di Horthi, e dalla sistematica distruzione del loro gruppo dirigente rifugiato a Mosca da parte di Stalin, fu la rapidissima penetrazione dell’Armata Rossa (con la collaborazione dei partigiani jugoslavi, che consentirono di attaccare Budapest da sud) a convincere Churchill che la situazione era ormai cambiata, e i rapporti di forza si erano modificati a favore dell’URSS. Churchill lo spiegò in una lettera di sconcertante franchezza a Roosevelt. Churchill sapeva bene che gli alleati occidentali pagavano per il ritardo nell’aprire il secondo fronte europeo tanto sollecitato da Stalin per alleggerire la pressione tedesca sul territorio sovietico. Gran Bretagna e Stati Uniti speravano di trarre il massimo vantaggio dal logoramento reciproco di Germania e Unione Sovietica; tuttavia quando quest’ultima riuscì a recuperare tutte le sue energie e a sfondare le linee tedesche, era troppo tardi per arginarne la controffensiva, che portò la bandiera rossa a Budapest, Varsavia, Praga e Berlino.

I comunisti jugoslavi intanto avevano appoggiato il modestissimo movimento partigiano albanese, ponendolo di fatto sotto la propria tutela, anche perché il Partito del Lavoro (comunista) era nato di recente ed era ancora debolissimo. Era nato dall’unificazione di piccoli gruppi locali, con reciproche diffidenze. All’interno di esso era emerso Henver Hoxha, che aveva fondato il suo potere su sistematiche decimazioni di quadri critici, o considerati non sicuri perché provenienti da clan di cui il gruppo dirigente diffidava. La storia “ufficiale” del partito del lavoro albanese ha un elenco lunghissimo di dirigenti liquidati perché “trotskisti”. Se l’accusa fosse stata fondata, il partito del lavoro sarebbe stato un’organizzazione della Quarta Internazionale, con cui invece non aveva mai avuto alcun rapporto.:

Tito propose, inizialmente d’accordo con il bulgaro Dimitrov, una “federazione balcanica” che avrebbe dovuto unire Jugoslavia, Bulgaria, Albania e possibilmente la Grecia, in caso di successo delle forze comuniste. Il progetto fu bocciato come “nazionalista” da Stalin, che temeva la formazione di uno Stato abbastanza vasto e forte, che poteva fare da contrappeso all’URSS, anche per il prestigio accumulato con i successi della guerra partigiana. I bulgari si defilarono subito, e a maggior ragione gli albanesi, che temevano di essere “colonizzati” da Belgrado. Eppure quel progetto era l’unico che avrebbe potuto risolvere problemi aggrovigliati come quello dei macedoni e degli albanesi, cioè di quei popoli che vivevano all’interno di diversi Stati, e che solo in quel modo avrebbero potuto riunificarsi.

Il fallimento del progetto di “federazione balcanica” pesò sulla nuova Jugoslavia, e sui suoi rapporti con l’Albania. Il Kosovo fu inserito nella Serbia, e non ottenne per molti anni nessuna autonomia, sia per il peso che vi avevano avuto varie formazioni anticomuniste, sia per timore di una possibile azione irredentistica ispirata da Tirana, che peraltro non vi fu mai. In ogni caso, per evitare un ulteriore inasprimento dei conflitti, non furono fatti ritornare i serbi espulsi dal Kosovo nel periodo della dominazione italiana e poi germanica. Anche in altri casi, in altre repubbliche, si evitò di far ritornare le popolazioni che erano state deportate o erano fuggite, preferendo trovare altre sistemazioni per esse, cosa non difficile dati i vuoti lasciati da una guerra così spietata.

A parte alcuni processi a criminali ustaša che si erano macchiati di colpe particolarmente gravi, e a monsignor Stepinac per la sua complicità con essi, si preferì addirittura ricoprire di una coltre di silenzio i crimini compiuti da più parti durante la guerra, per evitare di rinfocolare gli odii.

Comunque non solo il Kosovo fu penalizzato nel nuovo assetto federale: anche i magiari della Voivodina e soprattutto gli italiani dell’Istria e della Dalmazia non ottennero il riconoscimento della loro nazionalità. La ragione è evidente: erano minoranze che potevano trovare appoggi in uno Stato confinante in cui erano maggioranza.

Inoltre quando l’armata popolare jugoslava aveva occupato Trieste, il governo jugoslavo aveva chiesto l’annessione definitiva, rivendicando che Trst (come la chiamavano considerandola solo slava) divenisse la capitale di una “settima repubblica”, quella degli italiani. Ma quando, per lo scarso sostegno dell’URSS e la fermezza degli “alleati” occidentali, le truppe jugoslave dovettero ritirarsi – lasciando brutti ricordi per le vessazioni compiute, che avevano colpito anche esponenti della sinistra italiana contrari all’annessione – di questa settima repubblica non si parlò più, e una parte della popolazione italiana che risiedeva in quelle terre a volte da secoli fu costretta a lasciarle, non senza qualche pressione in tal senso dello stesso governo italiano, che aveva interesse a usare quei profughi in funzione anticomunista.

Inoltre l’amministrazione del nuovo Stato era ricalcata sul modello sovietico, che Tito aveva conosciuto bene. Non a caso era stato prescelto da Stalin per sostituire la direzione originaria del partito sterminata dal grande terrore degli anni Trenta. Anche dopo la rottura con l’URSS la polizia politica di Rankovic imperversò lasciando ferite profonde, che sono state poi reinterpretate assurdamente in chiave etnica, dato che Rankovic era serbo.

L’elemento fondamentale, che spiega le profonde  contraddizioni della nuova Jugoslavia, è che Tito era profondamente e sinceramente stalinista, e così la maggior parte dei suoi più stretti collaboratori. Aveva potuto guidare la rivoluzione, in contrasto con le direttive di Mosca, per il legame profondo stabilito con il proprio popolo, ma senza avere un’interpretazione convincente delle ragioni della politica sovietica.

Quando, in seguito alle resistenze jugoslave alle ingerenze dei servizi segreti russi e all’imposizione di società miste per la navigazione nel Danubio, ecc., il Cominform “scomunicò” il PCJ, Tito rimase così disorientato da sostenere per diverso tempo di essere il più coerente seguace di Stalin. I più lucidi dei suoi collaboratori, soprattutto Edward Kardelji e Milovan Djilas, lo convinsero successivamente a recuperare alcune delle critiche “storiche” allo stalinismo, in particolare quelle della socialdemocrazia occidentale. Così venne fuori anche la teoria dell’autogestione, che divenne un mito in Europa, ma rimase sostanzialmente circoscritta al livello più basso, quello delle fabbriche (in cui, peraltro, anche in URSS gli operai potevano discutere aspetti marginali dell’applicazione delle decisioni dei vertici).

La rottura con Stalin non significò dunque una rottura con lo stalinismo. Il partito cambiò il suo nome in Lega dei comunisti jugoslavi, ma continuò a funzionare nello stesso modo. E i dissidenti, che simpatizzavano per Stalin e le decisioni del Cominform, furono scovati dalla polizia di Rankovic, e spediti nell’orrido lager di Goli Otok (l’isola calva), che applicava gli stessi  metodi dei GuLAG  staliniani. Un libro inquietante e documentatissimo su questo drammatico episodio è stato scritto da un italiano giunto a Fiume nel 1947 per raggiungere i partigiani di Marcos in Grecia: Giacomo Scotti, Goli Otok. Italiani nel gulag di Tito,(Lint, Trieste, 1998).

Per questo la federazione jugoslava, pur essendo migliore di qualsiasi altra soluzione adottata in Europa per far convivere etnie diverse, ebbe già in partenza caratteristiche che riducevano l’efficacia delle scelte adottate, e preparavano tensioni che si sarebbero manifestate già negli anni Settanta e sono esplose poi alla fine del decennio successivo. In ogni caso, anche quando cominciò veramente a volersi distaccare dallo stalinismo, Tito non ne fu capace. Anche se ciò per anni sembrava inammissibile tanto per gli jugoslavi che per i sovietici (per non parlare dei cinesi), l’esperimento si risolse in una semplice variante del modello sovietico, e non ne eliminò i difetti fondamentali. Le fortissime analogie tra l’esplosione dell’URSS e quella della Jugoslavia nel 1989-1991, confermano tale ipotesi.

L’Albania nel 1948 aveva salutato con gioia la condanna del partito comunista jugoslavo, e diventò la punta di diamante delle provocazioni e della campagna di calunnie contro il “trotsko-fascista Tito”, seconda sola al partito comunista italiano, che pure inviò vari suoi militanti non solo per tentare di costruire un’opposizione, ma con compiti di sabotaggio e progetti avventuristici di attentati a Tito. Quando si delineò un riavvicinamento tra l’URSS nel 1955, il gruppo dirigente albanese non lo accettò e, appena si delineò il conflitto ideologico cino-sovietico, si schierò decisamente con Pechino, assumendo un grottesco ruolo di “partito guida” dei minuscoli e settari gruppi “marxisti-leninisti” europei (ma la sua influenza si estese anche all’America Latina, dove influenzò il gruppo che fondò Sendero luminoso in Perù). Come in Cina in piazza Tien An Men, anche a Tirana si eressero nuovi monumanti a Stalin, che divenne il simbolo anacronistico della resistenza albanese al cosiddetto “egemonismo” sovietico, e al “revisionismo moderno” di Chrusciov, Tito e Togliatti…

In realta Henver Hoxha, secondo molti osservatori, tra cui l’ex ambasciatore italiano a Tirana, Gian Paolo Tozzoli, più che un comunista fu un nazionalista albanese (nel suo ultimo discorso riuscì a pronunciare 28 volte la parola Patria). Si era appoggiato a suo tempo sui partigiani jugoslavi contro gli occupanti nazisti, poi all’URSS contro la Jugoslavia, e infine alla Cina contro l’URSS. Prima della crisi dei rapporti con la Cina, avvenuta alla metà degli anni Settanta, e dovuta al rifiuto albanese delle nuove relazioni tra Pechino e Washington, il PLA aveva imitato grottescamente il modello maoista, fino a proclamare una “rivoluzione culturale” che si concretizzò nell’arresto degli ultimi preti cattolici, pope ortodossi e mullah islamici, e nella chiusura di ogni edificio di culto. Vennero inoltre vietati i nomi di santi o che facevano comunque riferimento alle tre religioni che Henver Hoxha credeva così di poter estirpare amministrativamente.

Si spacciava per “socialismo realizzato” una società arretrata, chiusa e in permanente stato d’assedio, in cui l’indottrinamento ideologico raggiungeva livelli parossistici, e in cui – comr nell’URSS di Breznev - si allevavano i dirigenti che avrebbero portato il paese alla rovina: Ramiz Alia, per totale incapacità di comprendere cosa stava accadendo nel mondo e nel suo stesso paese, Sali Berisha per l’assenza di ogni senso morale, e l’illusione di poter fare qualsiasi cosa grazie all’appoggio europeo (in particolare italiano) e statunitense. Il capitalismo selvaggio è arrivato così – già prima della fine del monopolio del PLA e della sua trasformazione in “partito socialista” - in un’Albania assolutamente impreparata ad affrontarlo, e l’ha ridotta nelle attuali condizioni. L’Italia è tornata in Albania con i suoi capitalisti rampanti e rapaci, con i suoi magliari, le mafie, ecc., fià al tempo di Craxi, a cui non a caso fu consegnata la tessera numero 2 del “partito socialista” di Ramiz Alia e Fatos Nano. Ha contribuito a saccheggiare il paese, e all’edificazione di quelle “piramidi finanziarie” che hanno dissestato ulteriormente un’economia già fragile. Oggi l’Italia torna in armi: sui giornali italiani si scrive che è la terza volta, come se la storia fosse iniziata nel 1991. In realtà sono molte di più, e sono finite tutte male. Sarebbe meglio non dimenticarlo.

 

 

Antonio Moscato



* Riproponiamo in questo capitolo parte di una nostra relazione dell’autunno 1995 (rimasta inedita) sulle cause molteplici del conflitto che già aveva coinvolto largamente il nostro paese, e su cui cominciavano a venire proposte molte delle interpretazioni mistificanti che oggi sono state diffuse sistematicamente. Per chiarire ulteriormente il ruolo degli organismi finanziari internazionali nella crisi, a cui si accennava già nella relazione, riproduciamo in Appendice alcuni stralci da un articolo di Michel Chossudovski apparso su “Liberazione” del giorno 8 aprile 1999, tratto da un capitolo del volume La globalizzazione della povertà, Edizioni Gruppo Abele, 1998.

 

* * Tratto da “Liberazione” dell’8/4/1999.

 

 

 

 

 

"Se quest'ombre v'han noiato, dite (e tutto è rimediato) che, in un sonno pien di larve, tal visione qui v'apparve. Noi farem, scusati, ammenda".    ( W. Shakespeare )

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