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Indice:
1)
Introduzione: perché questa guerra
Le
menzogne della propaganda di guerra
2)
La memoria storica che manca agli
italiani
Dal
protettorato italiano alla conquista
dell’Albania
L’invasione
e l’occupazione della Jugoslavia (1941-1943)
L’Italia
e il Kosovo prima e durante la Seconda Guerra
Mondiale
3)
Origini e responsabilità della crisi
jugoslava
appendice:
Michel Chossudovski: La colonia Jugoslavia
4)
Questa guerra: le cause recenti
Perché
la Nato ha deciso di intervenire oggi
5)
Uno sguardo retrospettivo a una storia
di secoli
Le
relazioni tra Italia e Balcani dall’antichità
a oggi
La
Serbia, il “Piemonte” dei Balcani
c)
Le altre nazioni della ex Jugoslavia
6)
Perché l’Italia ha tentato più
volte la conquista dei Balcani
7)
Dopo l’avventura fascista: la
speranza di una federazione balcanica
socialista
Profili
di protagonisti
Appendice:
il colonialismo italiano
Conclusioni. |
1) Introduzione: perché
questa guerra
La
nuova guerra dei Balcani è stata preparata a freddo,
da tempo. Ha cause molteplici, e avrà conseguenze
drammatiche su molti piani: nel paese che ne è la
principale vittima (sia pure non innocente), negli
altri paesi che sono già stati coinvolti - e lo
saranno ancora di più in futuro - e all’interno
degli stessi Stati aggressori.
Come
ogni guerra ingiusta e senza motivi confessabili, ha
bisogno non solo di una martellante preparazione
psicologica, ma anche di una sostanziale svolta
autoritaria, che imbavagli in ciascun paese aggressore
l’opposizione (in quello aggredito, invece, si crea
quasi automaticamente un clima di unità nazionale,
che rafforza il gruppo dirigente, indipendentemente
dalle sue precedenti responsabilità).
Per
contrastare la sistematica campagna tendente a creare
una visione distorta e manichea della guerra,
cercheremo di ricostruire alcune delle ragioni reali
del conflitto, di identificare l’origine dei
complessi interessi che spingono all’intervento, e
soprattutto di riportare alla memoria quella parte
della storia delle relazioni tra Italia, Albania e
Jugoslavia che nel nostro paese viene occultata e
rimossa. A questo scopo, la riflessione sul presente
si intreccia con quella sulle premesse di questa
guerra, riprendendo anche nostri scritti precedenti,
che affrontavano già alcuni dei nodi della questione
dei Balcani e dell’intervento, all’interno di
essi, dell’imperialismo europeo, in particolare
italiano.
Le menzogne della
propaganda di guerra
Oggi
questa riflessione è più necessaria che mai. La
propaganda di guerra – di ogni guerra - porta
sistematicamente alla demonizzazione del “nemico”:
Alessandro Curzi ha ricordato che suo padre,
socialista da sempre contrario alla guerra, nel 1915
divenne interventista, quando apprese dai giornali che
i tedeschi tagliavano le mani ai bambini del Belgio.
Ad esempio, il 14 maggio 1915 (dieci giorni prima
dell’entrata in guerra dell’Italia) sia il Corriere
della sera sia Il
Messaggero pubblicarono con grande rilievo un
rapporto inglese sulle atrocità tedesche in Belgio:
vi si parlava, con abbondanza di particolari
raccapriccianti, dello “sgozzamento di donne, di
giovinette, di fanciulli, spesso accompagnato da
circostanze ripugnanti in cui le baionette ebbero gran
parte”. E poi notizie “certe”, riferite dai
soliti anonimi “testimoni oculari”, su casi di
“estirpazione di mammelle alle donne”, o di “un
bambino di tre anni crocifisso” Un pamphlet
bellicista dal titolo Sangue
belga, scritto da Achille De Marco, descriveva con
fantasia perversa altre orrende mutilazioni, stupri
conditi da crudeltà inaudite, e perfino il caso di
“bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui
moncherini per il passatempo spirituale” della
soldataglia tedesca. Inutile dire che, arrivando in
Belgio dopo la guerra, il padre di Curzi scoprì con
stupore che non si vedevano bambini con mani e piedi
tagliati.
Viceversa,
nello stesso periodo l’opinione pubblica tedesca era
stata infiammata con le descrizioni degli agguati tesi
da vecchi, donne e bambini del Belgio ai soldati
germanici rimasti isolati, a cui venivano inflitte
crudeli mutilazioni. Sui giornali tedeschi comparivano
perfino foto di volti atrocemente sfigurati di soldati
a cui – si diceva – erano stati strappati gli
occhi. In realtà si trattava delle foto di militari
vittime dell’esplosione degli shrapnel,
antenati delle cluster
bombs, le
terribili bombe a grappolo o a frammentazione usate
largamente nel Vietnam dagli Stati Uniti, e poi da
Israele nel Libano, e ora dalla NATO in Jugoslavia.
In
Italia, dopo la battaglia di Adua, in cui perirono
7.000 dei 9.000 militari italiani, furono diffuse
notizie su “orribili mutilazioni” e “incivili
efferatezze” compiute sui feriti e i prigionieri in
genere. La stampa vicina al Presidente del Consiglio
Crispi, che non voleva ritirarsi dall’Africa (e
tantomeno dal governo), organizzò una campagna
propagandistica per ostacolare le iniziative
umanitarie nei confronti dei prigionieri, allo scopo
di rendere più difficili le trattative di pace. Anche
dopo le sue dimissioni da capo del governo, Francesco
Crispi intervenne nella polemica sostenendo che era
impossibile portare soccorso ai prigionieri, per il
“muro di barbarie” che ormai si frapponeva tra
l’Italia e il nemico. Si noti che Crispi proveniva
dalle file della sinistra repubblicana. Lo ricordiamo
per capire che l’attuale approdo bellicista di tanti
esponenti della sinistra una volta arrivati al potere
(non pensiamo solo a D’Alema, ma a Fernando Solana,
che era nel Partito socialista spagnolo tra i
promotori della campagna contro l’adesione alla
NATO, o al ministro degli esteri laburista ed ex
“sessantottino” Robin Cook) non è un caso unico e
insolito.
Il
vero motivo della durezza di Crispi nei confronti
degli sventurati soldati sopravvissuti a quella
tragedia, provocata dall’incapacità e presunzione
dei generali, si capì poi dopo il loro ritorno in
patria, avvenuto con uno sbarco notturno e
praticamente clandestino a Napoli: nessuno era
“orribilmente mutilato”, e molti di loro
raccontarono successivamente a familiari e amici che
erano stati sfamati e curati dai “barbari”. Un
ufficiale, nelle sue memorie, si vantò anzi di avere
potuto stabilire relazioni amorose con una dama della
corte di Menelik, dove era stato accolto con i
privilegi del suo rango!
Più
recente l’esperienza della preparazione della Guerra
del Golfo: prima, durante e dopo l’invasione
dell’Iraq, una valanga di notizie di atrocità
compiute dalle truppe irachene nel Kuweit occupò gli
schermi televisivi e pagine intere dei giornali. Si
scrisse che la soldataglia del “nuovo Hitler”
aveva strappato i fili alle incubatrici per rubarle,
facendo così morire i neonati, ma si seppe dopo che
non ne era stata asportata neanche una: erano state
semplicemente messe fuori uso dall’interruzione
dell’energia elettrica, provocata dai bombardamenti
“umanitari” delle truppe sotto copertura
dell’ONU. Si descrissero stupri di massa ai danni
delle donne del Kuwait, mentre poi si seppe che in
quella guerra la maggior parte degli stupri erano
stati compiuti su soldatesse statunitense, ma erano
opera dei loro commilitoni.
Quando
gli iracheni catturarono due piloti italiani e una
soldatessa USA, i giornali si sbizzarrirono
nell’immaginare atroci sevizie. Al ritorno,
l’unica cosa di cui si lamentarono fu… la mancanza
di zucchero nel the che veniva loro offerto. E la
militare americana, a chi insinuava che avesse subito
violenza sessuale, rispose che, al contrario, era
stata trattata con molta cortesia, e perfino con
galanteria.
Le
bugie sulle atrocità irachene furono sfornate in
serie e studiate per colpire l’immaginazione di
particolari ambienti: ad esempio, sui giornali
sportivi dei paesi impegnati nell’aggressione si
scrisse a titoli cubitali che era stata fucilata
l’intera squadra nazionale di calcio del Kuwait. A
guerra finita si seppe (senza titoli in prima pagina,
naturalmente) che di calciatori non ne era morto
neppure uno.
Scheda
Sull’Iraq
una documentazione più ampia si può trovare nel mio
libro Israele, Palestina e la Guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991,
mentre sulla Prima Guerra Mondiale è stato ristampato
abbastanza recentemente un libro del 1921, Marc Bloch,
La guerra e le
false notizie, Donzelli, Roma, 1994. Anche nella
Seconda Guerra Mondiale le menzogne di guerra vi
furono, ma ve ne fu meno bisogno, date le atrocità
compiute da una parte e dall’altra. Quelle naziste
non sono in genere contestate, se non da qualche
fascista fazioso e/o ignorante camuffato da
“revisionista storico”, mentre quelle italiane nei
Balcani e in Russia sono taciute e rimosse dalla
stessa sinistra nel nostro paese; gli stessi spietati
bombardamenti alleati sulla popolazione civile di
Dresda non sono molto ricordati, anche se fecero
altrettante vittime della bomba di Hiroshima. Vi fu
peraltro, nel corso della guerra, un fenomeno
sorprendente: molte delle prime notizie sullo
sterminio degli ebrei non furono credute, sia perché
trapelavano a fatica, per l’interesse diverso ma
convergente di tutti gli Stati e degli stessi sionisti
a minimizzarle, sia perché chi era stato ingannato
durante la guerra precedente pensò che si trattasse
della solita esagerazione della propaganda. Su questo,
c’è una preziosa documentazione nel libro di Walter
Laqueur, Il
terribile segreto.
La congiura del silenzio sulla “soluzione finale”,
Giuntina, Firenze, 1983.
Questa
guerra dei Balcani (la quinta o la settima?, non è
facile tenere il conto) è stata preparata con la
tecnica già sperimentata per l’Iraq: in primo luogo
un martellamento sul dovere di salvare le vittime del
mostro di turno. Nel 1990-1991 si parlava non solo dei
kuwaitiani, ma anche dei poveri kurdi da proteggere da
Saddam Hussein. A chi allora credette a quella
campagna chiediamo come mai il dittatore sta ancora in
sella, mentre nel Kurdistan iracheno intervengono
anche in questi giorni le truppe turche alla ricerca
di militanti del PKK. Nel frastuono della nuova
guerra, la notizia di un ennesimo massacro di 70 kurdi
ai primi di aprile è finita in un trafiletto a una
colonna su qualche raro quotidiano, e non molto spazio
in più è stato dedicato alla formalizzazione della
richiesta di una condanna a morte per Ocalan, altra
vittima dimenticata dell’ipocrisia del governo
italiano, e della sua indifferenza per le leggi in
generale e per la Costituzione in particolare. Quanto
al clamoroso successo nelle elezioni turche del 17
aprile dei “Lupi grigi” (la formazione fascista da
cui proveniva Alì Agca, l’attentatore del papa),
quasi nessuno ne ha parlato, perché la Turchia è un
nostro alleato e soprattutto un buon cliente per i
nostri mercanti di armi. Eppure questa formazione, che
dovrebbe entrare nel governo turco, ha un programma
aggressivo e revanscista anche per i Balcani…
Silenzio
su questi dati inquietanti della situazione politica
nel Mediterraneo, silenzio sui bilanci della
sciagurata Guerra del Golfo, dimenticati i kurdi dopo
la breve fase di attenzione legata alla venuta in
Italia di Ocalan, e alla vistosa e coloratissima
presenza di migliaia di essi nelle piazze di Roma.
Oggi, per qualche tempo, al centro dei riflettori c’è
il Kosovo, di cui il 90% degli italiani fino a un anno
fa non conosceva neppure il nome, e che viene
presentato come unica vittima di uno spaventoso ed
eccezionale massacro a senso unico.
Tutti
i molti crimini (purtroppo veri) delle guerre che dal
1991 insanguinano la ex Jugoslavia vengono messi in
conto a Milosevic. Nessuno parla degli 800.000 serbi
scacciati dalla Croazia, dalla Bosnia e in parte anche
dal Kosovo. Ci sono solo i kosovari, sulle cui
differenziazioni politiche non ci si sofferma. I kurdi
del PKK o i baschi di Herri Batasuna sono tutti
“terroristi”, mentre i militanti dell’UCK, che
partono da Bari in tuta mimetica portandosi sui
traghetti le armi leggere, sono “bravi ragazzi”
che vanno a “salvare i loro fratelli”. Se poi i
serbi rispondono al fuoco dell’UCK che parte dal
territorio albanese (appena arrivano a Durazzo questi
militanti ricevono anche armi pesanti dai comandi
NATO), si tratta di una “intollerabile aggressione a
uno Stato sovrano”. L’Albania, ovviamente. Per i
nostri giornalisti, invece, la Jugoslavia non lo è più.
Da
come la questione viene presentata quasi unanimemente
dalle trasmissioni televisive (con l’eccezione, che
ha creato scandalo, di Moby Dick, che ha fatto subito ribattezzare Santoro “Mobilosevic”)
e da tutti i grandi giornali “di informazione”,
non è possibile infatti accorgersi che il Kosovo è
riconosciuto da tutti gli Stati come parte integrante
dello Stato jugoslavo. Tutti gli altri confini sono
sacri e inviolabili, mentre in questo caso si dà per
scontata la necessità di un intervento, magari per
creare un “corridoio umanitario”.
Cosa
può essere un “corridoio umanitario” aperto
all’interno di uno Stato sovrano? E ammesso che lo
si crei, come “salvare” chi sta al di fuori di
esso, se non trasformandolo in una testa di ponte per
ulteriori penetrazioni di truppe? E come può essere
“umanitario” un intervento che scarica ogni giorno
missili e bombe su un territorio abitato proprio dalla
popolazione che si dice di volere proteggere?
La
guerra è accompagnata da una vera e propria orgia di
mistificazioni degne della neolingua
così efficacemente rappresentata da Orwell in 1984.
L’aumento vertiginoso dei profughi in fuga da un
territorio devastato da bombardamenti incessanti viene
messo in conto alla pulizia etnica, ma quando si
scopre che questi, arrivati in Macedonia o in Albania,
vorrebbero venire in Italia, si proclama che bisogna
impedirne la “deportazione” lontano dalle loro
terre. Cioè, bisogna rinchiuderli in orribili campi,
dove fanno la fame e suscitano l’ostilità della
popolazione locale, non solo in Macedonia, ma nella
stessa Albania, che ha già tanti problemi per
potersene accollare un altro, e in cui non a caso
risorgono antiche diffidenze: per anni, a causa dei
cattivi rapporti tra i rispettivi regimi, poche
notizie circolavano tra Tirana e Priština, e quando i
contatti sono stati ristabiliti, diversità culturali,
di mentalità, perfino di lingua (il Kosovo, come il
nord dell’Albania, usa la variante gheg,
il resto del paese il tosk)
hanno creato nuove incomprensioni. Provenendo da
un’area assai più sviluppata, i primi kosovari
arrivati a Tirana hanno aperto con successo attività
commerciali. Quando poi dal Kosovo sono arrivati in
tanti, e senza niente, è scattato tra gli albanesi più
poveri il timore che questi strani fratelli possano
accaparrarsi una parte dei pochi aiuti disponibili.
Per
questo moltissimi kosovari aspirano a lasciare
l’Albania e a venire in Italia, magari per
raggiungere la Svizzera, dove c’è la più
consistente e meglio inserita comunità della
diaspora. Ma se riescono ad arrivare clandestinamente
in Italia, i “rifugiati” o “profughi” vengono
braccati, catturati e soprattutto vengono
immediatamente definiti “clandestini”, di cui si
teme “l’invasione” delle nostre terre. Così la
campagna bellicista si salda a quella contro
l’immigrazione, che è “clandestina” solo perché
tutti questi “benefattori a mano armata” non hanno
mai accettato la semplice proposta fatta da molte ONG
impegnate veramente nell’accoglienza a chi giunge
sulle nostre coste: consentire ai profughi di
viaggiare, sia pure con permessi di soggiorno
temporaneo, sui traghetti di linea o sulle stesse navi
militari che pullulano tra le due sponde
dell’Adriatico. Basterebbe ciò per tagliare
l’erba sotto i piedi agli scafisti che speculano
sulle tragedie umane pretendendo 1.000 o 2.000 dollari
a persona, utilizzando a volte chi non può pagare per
fare recapitare borsoni pieni di droga, o portando
“a credito” le ragazze che per disperazione sono
finite nelle mani di sfruttatori della prostituzione.
Invece c’è chi, per risolvere la questione, propone
di sparare ai gommoni. Lo ha fatto perfino qualche
esponente della ex sinistra! Altro che “intervento
umanitario”!
Il
dibattito interno alla popolazione albanese prima
dell’intervento militare è poi stato occultato ed
è quindi ignorato dai più. Gli “accordi di
Rambouillet” sono stati seguiti solo da pochi
specialisti di problemi internazionali: ci è capitato
di scoprire – a guerra iniziata – che anche molti
dirigenti intermedi della sinistra non sapevano
neppure di che si parlasse. Eppure, nel castello di
Rambouillet è scattata la trappola che ha dato il
pretesto per la guerra. Parliamo di “accordi”, ma
in realtà si trattava di un diktat inaccettabile per
le due parti, per ragioni diverse ma solide. La
Jugoslavia non poteva accettare ovviamente la presenza
di truppe straniere sul suo territorio (previste dalla
bozza di accordo), gli esponenti dell’UCK non
potevano accontentarsi di un’imprecisata
“autonomia”, dato che hanno ormai cominciato a
combattere per l’indipendenza. Per giunta, a
Rambouillet non solo non erano presenti gli esponenti
moderati e gradualisti della comunità albanese come
Ibrahim Rugova, ma neppure quei capi storici
dell’UCK che non accettavano di rinunciare alle loro
rivendicazioni solo per fare da esca per la guerra
della NATO: ad esempio, Adem Demaci, che anzi era
inizialmente il capo della delegazione.
Quanto
a Rugova, allo scoppio della guerra aveva perso ormai
molta della sua popolarità iniziale, perché alla sua
pazienza, gradualismo, moderazione nelle
rivendicazioni (chiedeva solo il ritorno
all’autonomia sancita dalla Costituzione jugoslava
del 1974) non era stata data alcuna risposta da
Milosevic, spalleggiato fino a poco fa dai governi
occidentali, che lo avevano tenuto in gran conto come
garante degli accordi di Dayton che hanno frantumato
la Bosnia-Erzegovina.
Nessuno
aveva mosso ciglio allorché la Costituzione era stata
brutalmente stracciata da Milosevic nel 1989, quando
da dirigente “comunista” si era improvvisato
nazionalista serbo, e aveva riscoperto la “ferita
bruciante” della battaglia di Kosovo Poljie di...
seicento anni prima. Ancora nel giugno 1998, quando le
potenze europee, preoccupate per il crescente afflusso
di emigrati, premevano per l’intervento nei Balcani
(lo ha confermato Andreatta, a quel tempo ministro
della Difesa nel governo Prodi), gli Stati Uniti
avevano rifiutato e non avevano esercitato alcuna
pressione sulla Jugoslavia per il ripristino
dell’autonomia del Kosovo. Per questo nel corso del
1998 l’UCK aveva accresciuto le sue forze, e al suo
interno si erano consolidate le tendenze più
decisamente indipendentiste.
L’UCK
ha radici nelle lotte interne al movimento albanese.
Il nucleo fondatore è costituito da persone legate al
Movimento Popolare del Kosovo (LPK), una
organizzazione marxista-leninista (cioè filocinese e
soprattutto filoalbanese) che operava
nell’emigrazione ed era stata in conflitto con i
dirigenti della Provincia autonoma del Kosovo, ai
tempi della Jugoslavia di Tito, e con la leadership di
Rugova e del suo partito (LDK), successivamente.
L’UCK, che ha cominciato a operare in maniera
organizzata nel 1996, dopo che con gli accordi di
Dayton era stata messa un’ipoteca sulle richieste di
indipendenza dei kosovari, ha ottenuto un seguito di
massa non solo nelle campagne, ma anche tra gli
studenti delle città, quando ha aperto la prospettiva
di una via all’indipendenza alternativa a quella
delle politiche attendiste dei leader kosovari
moderati sostenuti da USA ed Europa.
Gli
USA, infatti, avevano in passato sempre sostenuto la
linea di resistenza passiva di Rugova, perché tornava
loro utile - in un momento in cui altri conflitti
erano in atto - che il Kosovo non minacciasse la
stabilità della Serbia. Nel 1997 gli USA hanno
ufficialmente chiesto e ottenuto il rinvio delle
elezioni per il Parlamento “clandestino” del
Kosovo, premendo per una partecipazione degli albanesi
alle imminenti elezioni in Serbia e in Jugoslavia e,
quindi, per una loro integrazione nel sistema politico
serbo. Quando il conflitto armato è scoppiato, un
anno fa, gli Stati Uniti hanno implicitamente
legittimato le stragi serbe, definendo per bocca del
loro inviato nei Balcani, Gelbard, l’UCK come una
formazione terrorista. Nei mesi successivi
l’Occidente ha fatto di tutto per mettere l’UCK
sotto il comando dei leader “moderati” come Rugova
e, quando non vi è riuscito, dopo un colloquio tra
l’inviato Holbrooke e alcuni esponenti
dell’organizzazione, ha implicitamente avallato la
cruenta offensiva serba dell’estate del 1998,
astenendosi dal mettere in atto qualsiasi pressione
politica, se non quando l’offensiva era ormai
terminata con una vittoria di Belgrado.
Il
primo interessamento degli Stati Uniti si è avuto
solo al momento del vertice di Rambouillet, quando
alcuni importanti dirigenti dell’UCK si sono
dimostrati disponibili a cessare la lotta armata e a
rinunciare, o rimandare a tempi indefiniti, le
richieste di indipendenza, pur di ottenere
l’intervento della NATO. Essi sono diventati quindi
di colpo i principali interlocutori degli Stati Uniti,
soppiantando quasi completamente l’ala gradualista e
“gandhiana” di Rugova.
Da
più parti è stata fornita un’ampia documentazione
sui cospicui finanziamenti che l’UCK riceve non solo
dalle comunità della diaspora albanese, ma
direttamente da istituzioni degli Stati Uniti. Questo
ha spinto una parte della sinistra a reagire con
ostilità nei confronti della causa del Kosovo, e a
ridurre l’UCK semplicemente a “un’invenzione
della CIA”. Si tratta di due errori dovuti a
un’abituale incapacità di affrontare
dialetticamente la realtà. In primo luogo, il recente
successo dell’UCK ha qualche analogia con la
crescita dell’integralismo islamico nella già
laicissima Palestina, come conseguenza della delusione
per gli insuccessi dell’OLP di Arafat, la cui
moderazione non è stata ripagata con la stessa moneta
dal governo israeliano e dagli Stati Uniti.
Il
dovere di condannare duramente il gravissimo errore
della direzione dell’UCK, che si affida agli Stati
Uniti fornendo loro il pretesto per intervenire (senza
avere in realtà nessuna garanzia per il successo
della propria causa), non ci dà tuttavia il diritto
di negare al popolo del Kosovo la scelta del proprio
futuro. Sarà lui a decidere se i suoi diritti saranno
tutelati a sufficienza da un regime di provincia
autonoma (magari formalmente ribattezzata
“repubblica”) come quello riconosciuto dalla
Costituzione del 1974, stracciata da Milosevic, o se
riterrà indispensabile l’indipendenza totale.
In
Italia prevale anche nella sinistra un orientamento
che considera scandalosa la rivendicazione
dell’indipendenza, soprattutto perché nei decenni
in cui è stato subordinato all’URSS, il movimento
comunista aveva fatto proprio il mito stalinista della
santità e inviolabilità dei confini (che invece la
Terza Internazionale ai tempi di Lenin e Trotskij
denunciava come frutto di rapina e conquiste
imperialiste). L’URSS, in realtà, aveva modificato
infinite volte i confini dell’Europa alle spalle dei
popoli, contrattando le spartizioni prima con Hitler,
poi con Churchill; ma proprio per questo non ammetteva
che una nazione oppressa potesse insorgere contro
quelle imposizioni. E il criterio dell’intangibilità
delle frontiere esistenti era stato esteso
assurdamente perfino a quelle dell’Africa o
dell’Asia, di cui nessuno poteva dubitare che
fossero state tracciate dagli imperialisti nella
spartizione delle loro colonie. Quasi nessuno
riconosce il valore del diritto
all’autodeterminazione, e questo ha facilitato le
letture scioccamente “poliziesche” delle cause
dell’esplosione dell’Unione Sovietica e della
Jugoslavia.
Per
giunta questo atteggiamento, applicato anche al
Kosovo, sorvola sul fatto che il
“ritorno” alle condizioni del 1974 è
impossibile per due ragioni concrete: la prima è
che non c’è
più la Jugoslavia federale, in cui aveva un senso
essere provincia autonoma con diritto di veto e magari
rivendicare anche il nome di “repubblica”. Quella
attuale si chiama come allora “Jugoslavia”, ma non
ha più al suo interno croati, sloveni, macedoni e
bosniaci che possano controbilanciare il peso della
Serbia. Tra l’altro i montenegrini, anche se
rimanessero circoscritte le spinte secessioniste che
oggi sembrano maggioritarie nel parlamento locale, non
potrebbero avere una funzione analoga a quella delle
altre nazionalità uscite dalla Federazione, perché
sono a tutti gli effetti dei serbi, sia pure con una
storia separata dagli altri per secoli sulle loro
montagne inaccessibili.
La
seconda ragione è che anche
i kosovari non sono più gli stessi di dieci anni fa:
le sofferenze, le vessazioni, la cancellazione dei
loro diritti acquisiti hanno lasciato profondi
risentimenti e diffidenze: non sarebbe facile
convincerli a riprovare, mettendosi nelle mani di chi
già ha stracciato tutte le leggi, e ha scatenato una
persecuzione ingiusta e illegale. In ogni caso,
dovremmo ricordare sempre che sono gli abitanti del
Kosovo a dover decidere, e non noi.
Scheda
Il
“giustificazionismo” di sinistra
Questa
problematica viene di fatto ignorata da chi ha scelto
acriticamente di schierarsi per Milosevic: ad esempio
Domenico Losurdo in un ampio saggio apparso sul numero
630 de Il
calendario del popolo (aprile 1999). Da un lato si
minimizzano le vessazioni che hanno costretto
all’esodo molti kosovari, limitandosi ad ammettere
che “la fuga di una popolazione di dubbia lealtà
non risulta certo sgradita a Belgrado, che deve averla
a sua volta incoraggiata e, in certe zone, imposta al
fine di evitare la guerra su due fronti”. D’altra
parte, ed è un argomento spesso ripreso da Losurdo
come da Luciano Canfora, anche Roosevelt “subito
dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale fece
deportare in campi di concentramento i cittadini
americani di origine giapponese”. Eppure, commenta
Losurdo, “gli USA non erano bombardati giorno e
notte, non erano esposti a reali rischi di sbarco, e
non vedevano in gioco l’integrità nazionale, anzi
la stessa sopravvivenza come Stato e come nazione. È
questo invece il caso della Jugoslavia e del popolo
serbo”.
Curiosamente
Losurdo dimentica che l’espulsione dei kosovari è
cominciata prima
dell’intervento NATO, e non può essere cancellata
solo citando la dichiarazione di un presunto
combattente dell’UCK alla televisione serba, che
sosteneva di aver avuto attrezzature per
“organizzare una quinta colonna”. Basta poi la
definizione “quinta colonna” per scatenare un
incredibile perorazione di Losurdo. “Dileguata è la
memoria di un glorioso capitolo di storia: nei
terribili anni ’30 e ’40 i comunisti invocavano il
pugno di ferro contro la quinta colonna
dell’imperialismo hitleriano.” Come è possibile
che oggi non lo si faccia, si domanda. Possiamo a
nostra volta domandarci come si continuare nel 1999 a
credere che i comunisti rivoluzionari del POUM, i
libertari, i trotskisti assassinati a Barcellona e in
tante altre città della Spagna fossero veramente
agenti di Hitler? Eppure Losurdo e soprattutto Canfora
continuano a tirar fuori la leggenda della “quinta
colonna” trotsko-fascista.
La
metodologia usata per difendere Milosevic e negare
ogni diritto del popolo kosovaro è sorprendente:
bastano le affermazioni di qualche giornalista
italiano che riduce l’UCK a “un’organizzazione
di tipo mafioso” che avrebbe “imposto il
versamento di una tassa a ogni albanese della
diaspora” o che si finanzierebbe col “il traffico
della droga dall’Afghanistan”.
D’altra
parte appaiono ridicole affermazioni di questo genere:
“sin quasi alla fine i serbi hanno dato prova di
moderazione e si sono preoccupati di salvare l’unità”,
tanto più che “pur rappresentando il 36% della
popolazione jugoslava, erano costretti a dividere
equamente il potere con le altre cinque repubbliche e
le due province”. Al di là dell’affermazione che
lascia trasparire che sarebbe stato comprensibile un
rifiuto di dividere il potere con il restante 64%
degli jugoslavi, sembra che Losurdo dimentichi che
l’esplosione della Jugoslavia è cominciata proprio
con l’attacco serbo al Kosovo in nome di una
battaglia combattuta 600 anni prima. E fu
quell’attacco ingiustificato che provocò il rifiuto
di fornire soldati per una guerra così insensata da
parte degli sloveni e poi dei croati, e quindi
l’esplosione. Un minimo di cronologia non
guasterebbe….
Ma
la chiave – al di là della scelta della causa di
Milosevic come se si trattasse della squadra del
cuore, da difendere in tutto e per tutto e di cui non
si può ammettere nessuna colpa – è anche il
rifiuto di principio dell’autodeterminazione.
Secondo Losurdo ci sarebbero “gruppi comunisti,
soprattutto trotskisti, che, richiamandosi a Lenin,
agitano la bandiera dell’autodeterminazione per il
Kosovo, la Macedonia, il Montenegro, insomma nei
Balcani e in ogni parte del mondo”. Il falso è
grottesco: prima di tutto nessuno “rivendica in
astratto” l’autodeterminazione, e tanto meno per
la Macedonia, che già è indipendente, ma nessun
comunista l’ha mai richiesta,
in astratto o in concreto: semplicemente la
posizione classica di Lenin e di Trotskij è che
nessun popolo, tanto più se grande e forte ha il
diritto di negare ad altri la possibilità di
scegliere l’indipendenza. Losurdo confonde Lenin con
Stalin: infatti sostiene che “quando lanciava questa
parola d’ordine il grande rivoluzionario pensava
soprattutto ai popoli coloniali”. In realtà Lenin
la difese, contro Rosa Luxemburg, anche per la
Polonia, l’Ucraina, la Georgia, gli Stati Baltici,
prima della rivoluzione di febbraio, durante il
periodo preparatorio dell’Ottobre e anche
dopo la vittoria bolscevica. E affermava che non
si può riconoscere il diritto
all’autodeterminazione solo a chi ci sta simpatico,
a chi la pensa come noi. A chi sostiene oggi che per
Lenin si trattava di una parola d’ordine
“tattica” (cioè furbesca e contingente,
nell’accezione passata dallo stalinismo fino ai
gruppi della Nuova Sinistra), Lenin dava
anticipatamente una risposta sferzante, bollando i
socialrivoluzionari e i menscevichi russi che si
preoccupavano della lontana Irlanda, ma ignoravano il
diritto all’indipendenza della Finlandia o
dell’Ucraina.
Per
Losurdo, poi, “la situazione è ben diversa che ai
tempi di Lenin”; un argomento principe per potersi
dire come lui “leninista” e giustificare una
politica diametralmente opposta. E tra gli argomenti
che usa per giustificare il rifiuto del riconoscimento
del diritto all’autodeterminazione, porta esempi
sorprendenti: Hitler ha saputo usare la questione
nazionale dice ad esempio. Ed è vero, ma solo perché
la nazione tedesca era stata effettivamente vessata,
spezzettata, sottoposta a molteplici dominazioni ad
opera degli iniqui trattati di Versailles: è stata la
violazione a
determinare la reazione e l’utilizzazione
strumentale, non il principio
in sé¸ analogamente sono stati i sempre più
frequenti arbitrii nell’URSS staliniana e
poststaliniana a creare i risentimenti che hanno
contribuito alla sua esplosione.
Come
oggi, appunto, in Jugoslavia. Moltissime pagine di
questo libro sono dedicate alla critica del cinismo
dell’imperialismo, che dopo aver avallato tante
altre violazioni dei diritti delle minoranze nei
Balcani ed altrove, ha preso a pretesto la difesa dei
kosovari dall’oppressione serba. Ma ha potuto
prenderla a pretesto perché questa esisteva.
Le
discussioni appassionate sul diritto
all’autodeterminazione che caratterizzano la
sinistra sono per altro del tutto ignorate nelle
grossolane ricostruzioni del conflitto dilaganti sui
quotidiani e sui grandi settimanali come l’Espresso
o Panorama, o nelle principali catene televisive, su cui non è raro
ascoltare ricostruzioni fantasiose della storia meno
recente, e grottesche sviste nella collocazione
geografica di questo o quel territorio. E questo,
anche senza interventi coscientemente in mala fede,
come quel titolo “Milosevic invade il Montenegro”,
che al lettore più sprovveduto suggeriva che “il
mostro” stava occupando anche “un altro” paese
indipendente. Come se in Jugoslavia si scrivesse
“D’Alema occupa la Puglia” (che poi, data la
vera e propria invasione di mezzi militari, la
chiusura di aeroporti, ecc., sarebbe perfino un po’
più fondato…).
Ad
esempio, di Ibrahim Rugova si è cominciato a parlare
nei primi giorni della guerra, quando si è detto che
la sua casa era stata bruciata e che era stato ferito,
mentre i suoi principali collaboratori erano stati
assassinati. Quando questi “morti” sono apparsi in
pubblico, e lo stesso Rugova è comparso insieme a
Milosevic alla
televisione di Belgrado, pronunciandosi per la fine
immediata dei bombardamenti, si è detto subito che si
trattava di un falso, che le immagini erano quelle di
un filmato su un incontro del giugno 1998. Quando si
è dimostrato che non era vero, dato che i vestiti
erano diversi (d’altra parte avevano parlato
entrambi in serbo, e il chiarissimo riferimento ai
bombardamenti dimostrava che non si trattava di una
vecchia ripresa), Rugova è stato presentato come
“un ostaggio” e un prigioniero di Milosevic.
Eppure era arrivato liberamente a Belgrado da Parigi!
La
versione finale proposta all’unisono dagli stessi
corrispondenti italiani da Belgrado è stata che
Rugova soffriva della “sindrome di Aldo Moro”: la
stessa menzogna usata a suo tempo per disinnescare
l’effetto delle lettere in cui Moro, prigioniero
delle Brigate Rosse, aveva scritto di essere convinto
che la DC e il governo lo preferivano morto (opinione
fondatissima). Poi Rugova è scomparso dai mass media
italiani ed europei, e dei suoi successivi incontri
con Milosevic e altri esponenti governativi è stata
data appena una notizia brevissima.
Un altro esempio di
intossicazione è stato fornito da tutti i mass media
occidentali quando la NATO ha annunciato che avrebbe
bombardato le installazioni televisive jugoslave, se
non avessero trasmesso per almeno 6 ore al giorno i
programmi occidentali. Tutti o quasi si sono
affrettati a sostenere la fondatezza della richiesta,
dimenticando che in Serbia continuano ad operare i
giornalisti dei paesi aggressori (come da Bagdad, nel
1991, poteva trasmettere la CNN). Quale altro paese
aggredito ha mai concesso questo agli aggressori,
sapendo che per giunta non è difficile trasmettere
tra le righe informazioni cifrate ad uso militare?
Non
si capisce poi perché la televisione serba, che
ritrasmetteva già brani dai telegiornali occidentali,
avrebbe dovuto concedere 6 ore agli aggressori, che non hanno mai concesso neppure 6
minuti alla voce degli aggrediti. La televisione di Belgrado veniva
definita strumento di propaganda e di repressione,
proprio da parte di chi stava inondando il mondo di
menzogne a canali unificati, e bombardava e bombarda
la Jugoslavia di emissioni radio, come la Voce dell’America e Radio
Europa Libera; da parte di chi inonda
sistematicamente ogni paese “sgradito” come Cuba
con centinaia di ore giornaliere di emissioni radio
che diffondono menzogne e incitano al sabotaggio.
Perfino
alcuni dei nostri giornalisti, abitualmente pronti a
fornire più interpretazioni che fatti ed immagini da
Pristina o Belgrado, hanno protestato. Forse temevano
di trovarsi coinvolti personalmente, dato che usavano
gli studi televisivi jugoslavi per trasmettere: ma
comunque hanno protestato. Quando poi una delle
giornaliste più sensibili ai suggerimenti del potere,
la “pentita” Lucia Annunziata, è stata espulsa
dalla Serbia, il quotidiano più bellicista, la
Repubblica, ha scritto nel titolo che era stata
“picchiata”, mentre la stessa Annunziata
nell’intervista contenuta all’interno dello stesso
quotidiano lo smentiva nettamente. In realtà, un vero
e proprio
“pensiero unico” caratterizza questa guerra,
che bombarda di missili quelli che dice di volere
“proteggere”, e di menzogne i cittadini dei paesi
aggressori. Comunque, nel giro di una settimana, una
serie di ripetitori prima e poi la sede della stessa
televisione federale sono stati distrutti.
Un
altro caso di spudorata e deliberata falsificazione
delle informazioni è quello che ha seguito la notizia
che un convoglio di profughi albanesi era stato
centrato dal “bombardamento umanitario” della NATO
(probabilmente effettuato da italiani, come si può
desumere dagli orari annunciati per l’inizio
dell’entrata in azione dei “nostri” aerei, per
quelle famose azioni di “difesa integrata”, come
sono state definite da D’Alema per fornire
l’ennesimo alibi a Cossutta). Immediatamente si è
insinuato che doveva trattarsi di una ritorsione serba
per il bombardamento NATO, che secondo i comunicati
aveva colpito proprio quella zona. Poi i solerti
corrispondenti della RAI hanno trovato “testimoni”
che giuravano di aver visto chiaramente “i MIG
serbi” che gettavano bombe sul convoglio da 300
metri di altezza. Peccato che dopo poco tempo il
comando NATO ha confessato che erano stati i suoi
aerei “umanitari” a sganciare le bombe... da 5.000
metri di altezza. Evidentemente, oggi in Albania si
trovano persone disposte a giurare di avere visto
qualunque cosa in cambio di 100 dollari (e, se sono
militari dell’UCK, quelli che partono da Bari in
divisa e armati di tutto punto, le bugie le dicono
anche gratis).
Ma
la campagna bellicistica di questi mesi è in Italia
particolarmente grave, perché nasconde appunto
completamente anche le responsabilità del nostro
paese in Jugoslavia e in Albania nel corso di questo
secolo. Per questo occorre prima di tutto ricostruire
la storia dei rapporti tra l’Italia (che,
contrariamente a quel che si crede, è più
responsabile di altri paesi d’Europa) e i Balcani
prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.
Partiamo
da due episodi drammatici, di cui ricorreva
l’anniversario proprio nei primi giorni della
guerra, e che quasi nessuno ricorda in Italia, mentre
sono ben presenti nella memoria di molti abitanti
della penisola balcanica. Al tempo stesso, a tutti
quelli che fino a ieri ignoravano perfino
l’esistenza del Kosovo e che oggi si schierano per i
bombardamenti “umanitari” che dovrebbero salvarlo,
o si pronunciano categoricamente sui suoi problemi,
alcuni riconoscendogli il diritto all’indipendenza
altri negandoglielo, può essere utile ricordare
quanto il nostro paese ha pesato nelle sue vicende
prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.
2) La memoria storica che manca agli italiani
7
aprile 1939: l’Italia invade l’Albania
Dal
protettorato italiano alla conquista dell’Albania
All’alba
del 7 aprile 1939 l’esercito dell’Italia fascista
sbarcò a Durazzo, Valona, San Giovanni di Medua (Shëngjin)
e Saranda, che gli italiani chiamavano Santi Quaranta
e poi ribattezzarono Porto Edda (in onore della figlia
del “Duce” e moglie del ministro degli esteri
Galeazzo Ciano, l’uomo che aveva voluto più di ogni
altro la conquista dello sventurato paese). La
conquista fu quasi incruenta per molte ragioni: in
oltre vent’anni di protettorato l’Italia aveva
addestrato e inquadrato il misero esercito albanese,
che si squagliò quindi subito come neve al sole; la
penetrazione economica e culturale aveva avuto pochi
effetti sullo sviluppo del paese, ma aveva permesso di
stabilire legami interessati con diversi capi clan
della Mirdizia e dei Dukagini, che avevano conti in
sospeso con re Zog.
Le
perdite italiane per il momento furono modestissime:
secondo le cifre ufficiali 11 morti e 42 feriti a
Durazzo, un morto e 10 feriti a Saranda. Oltre al
disorientamento delle truppe per la precipitosa fuga
del re Zog, che appena capita l’antifona era partito
in direzione della Grecia con un corteo di auto e di
ambulanze e parte delle risorse auree del paese, pesò
l’assoluta mancanza di aerei e di batterie antiaeree
(sempre grazie ai suggerimenti dei consiglieri
militari italiani), mentre l’Italia appoggiò lo
sbarco con ben 384 aerei, che anche allora venivano
presentati sulla stampa come “apportatori di pace e
di sicurezza”. Ma le perdite evitate allora
sarebbero venute dopo.
Una testimonianza
preziosa: il Diario
di Ciano
Già
pochi giorni dopo l’occupazione Ciano notava sul suo
Diario (13 aprile) che “la cosa è andata finora liscia come
l’olio perché non abbiamo dovuto ricorrere alla
forza, ma se domani dovessimo cominciare a sparare
sulla folla, l’opinione pubblica si commuoverebbe di
nuovo”. Tuttavia nei giorni precedenti aveva notato
non pochi problemi: “difficoltà negli sbarchi,
carburanti non adatti, ed infine difficoltà di
collegamenti perché i radio-telegrafisti richiamati
non sono stati né sono in grado di assicurare il
servizio”. Sono problemi che si riscontreranno in
tutte le “guerre del Duce” e che costeranno la
vita a tanti soldati italiani.
Il
15 aprile egli osserva che tra i notabili albanesi
portati a Roma per ratificare il nuovo stato di cose,
e che pure sono da tempo al soldo degli italiani,
qualcuno “ha l’aria depressa. Il Duce li riceve a
Palazzo Venezia e parla. Vedo che attendono con ansia
la parola indipendenza,
ma questa parola non viene e ne sono rattristati.”
Erano evidentemente stati ingannati sullo scopo
dell’operazione italiana, che credevano servisse
solo a rovesciare il tirannico re Zog, e invece aveva
ben altri obiettivi. Il giorno successivo Ciano nota
lo stupore di “questa gente dura, montanara,
guerriera” nei confronti di Vittorio Emanuele III,
quel “piccolo omino seduto su una grande sedia
dorata” che risponde “con voce incerta e
tremante” al discorso del rappresentante albanese
Shevket Verlaci, che a sua volta ha letto “con
stanchezza e senza convinzione le parole che deve dire
per offrire la corona”.
Il
12 maggio Ciano comincia a preoccuparsi
dell’opposizione latente negli ambienti
intellettuali albanesi e pensa di risolverla
ricorrendo al confino per una ventina di essi. Ma già
il 16 gennaio 1941 i carabinieri consegnano al Duce un
“rapporto allarmante sull’Albania”. Il Duce ci
crede e Ciano non troppo, ma il 30 gennaio annota che
nella sola Corcia (Korcë o, alla greca, Koriza) la
quasi totalità degli studenti e dei professori hanno
creato disordini, e per “colpire gli irriducibili”
propone nuovamente il confino in un isola tirrenica,
ma questa volta per due o trecento persone…(in una
città di 24 abitanti). Sono i primi accenni di quel
che accadrà successivamente.
La
tragedia vera avverrà a partire dal 28 ottobre dello
stesso anno, con l’invasione della Grecia. Dopo
giorni di stupido entusiasmo cominciano i primi segni
di inquietudine, puntualmente registrati dal solito
meticoloso Ciano, che nei primi giorni li attribuiva
al maltempo (contribuiva anche quello, ma non era la
causa principale). Il 1° novembre salutava con gioia
l’arrivo del sole: “ne approfitto per fare su
Salonicco un bombardamento coi fiocchi”. Ma un po’
di inquietudine affiora, perché il suo aereo è stato
“attaccato dalla caccia greca”. Se l’è cavata
ma confessa a sé stesso (il Diario
non era destinato alla pubblicazione) che è stata
“una gran brutta sensazione”. E il peggio deve
venire. Il 6 novembre c’è stato un attacco greco su
Corcia, che “non ha avuto i risultati che millantano
le radio inglesi, ma c’è stato, qualche progresso
il nemico lo ha fatto, ed è una realtà che
all’ottavo giorno di operazioni l’iniziativa è
agli altri.” Il giorno dopo Ciano ammette che a
Corcia c’è stato un “collasso”, che attribuisce
a un battaglione albanese che “per paura – non
sembra per tradimento – cominciò a fuggire”. Da
allora in poi il Diario
abbandona i toni ottimistici. E’ cominciata la
catastrofe, che costringerà Hitler a modificare i
suoi piani e a invadere la Grecia (e quindi la
Jugoslavia) per riparare i guasti provocati
dall’impreparazione e alla scarsa motivazione
dell’esercito fascista.
La
guerra si è spostata già da novembre sul territorio
albanese, grazie all’eroismo del popolo della
Grecia, più che del suo esercito male armato e
pessimamente organizzato. Bene per la Grecia, male per
gli albanesi, ormai tragicamente coinvolti in una
guerra che non avevano mai voluto. Pagano il prezzo
per l’incoscienza dei loro dirigenti, che hanno
creduto di ottenere l’appoggio dell’Italia per le
loro contese interne, e si sono trovati sottomessi e
privati di quella sovranità a cui tenevano molto.
Peccato che quell’esperienza sia stata dimenticata
da altri albanesi di oggi, quella parte dei dirigenti
dell’UCK che hanno accettato gli accordi di
Rambouillet, fornendo l’esca per fare scattare
l’impresa “umanitaria” della NATO,
nell’illusione di ottenere un appoggio per le loro
aspirazioni all’indipendenza.
L’antefatto: le
relazioni italo-albanesi tra il 1912 e il 1939
L’invasione
dell’Albania, da un lato, non era apparsa molto
preoccupante per le altre potenze interessate ai
Balcani (era un paese già completamente inserito
nell’orbita italiana, e il mutamento istituzionale
non modificava ancora gli equilibri complessivi
dell’area), dall’altro era insensata, inutile e
costosa. Ma costosa era stata anche la politica di
penetrazione “pacifica” dei decenni precedenti.
Intanto fu solo relativamente “pacifica”, perché
in realtà i tentativi di trasformare il protettorato de
facto (riconosciuto dalle altre potenze, ma mai
formalizzato di fronte agli orgogliosissimi albanesi)
in una vera annessione, erano stati tutti
fallimentari, e avevano comportato numerose imprese
militari.
L’Italia
tra il 1914 e il 1915 aveva contrattato il suo
passaggio dalla neutralità (che rappresentava già
uno sganciamento dalla “Triplice alleanza” con
Germania e Impero austro-ungarico) all’entrata in
guerra a fianco dell’Intesa ottenendo con il Patto
di Londra (rimasto segreto fino alla pubblicazione da
parte dei bolscevichi – dopo la rivoluzione
d’Ottobre - di tutti i trattati e gli accordi
depositati negli archivi del governo zarista) la
promessa di consistenti acquisizioni territoriali in
Dalmazia, nella fascia di Adalia in Turchia e in
Albania. In particolare era stata promessa
all’Italia la baia di Valona, che fu effettivamente
occupata al termine della guerra, ma a cui si dovette
rinunciare in seguito all’insurrezione della
popolazione di quella città il 2 aprile 1920. Il mito
della “vittoria mutilata” che alimentò la
propaganda fascista nacque da quelle rinunce forzate,
determinate dalla vigorosa crescita del nazionalismo
albanese, jugoslavo e turco.
L’unica
acquisizione di una parte dei territori promessi nel
Patto di Londra fu (a parte Trento, e Trieste, che
sarebbero state però ottenute lo stesso anche in caso
di neutralità) fu quella del territorio allora
integralmente tedesco del Sud Tirolo, dell’Istria,
di Fiume (conquistata col colpo di mano di
D’Annunzio) e l’isolotto deserto di Saseno,
strategicamente importante dato che controlla
l’accesso alla baia di Valona.
Fallito
il tentativo di occupare Valona ed altre parti
dell’Albania, l’Italia si accontentò quindi di
puntare a un controllo indiretto del paese,
assumendosi una serie di compiti di “consulenza
tecnica”, compresa quella assai delicata della
definizione degli incerti confini del nuovo Stato, che
comportò in diverse occasioni alcuni incidenti, in
cui nel 1923 rimase ucciso il gen. Tellini, capo della
Commissione incaricata della ricognizione topografica.
Anche nel 1935 il generale De Ghilardi, ispettore
italiano dell’esercito albanese, rimase ucciso a
Fier in una sollevazione nazionalista.
Le
aspirazioni dell’imperialismo italiano
sull’Albania d’altra parte non erano nate col
fascismo, né ad essa era estranea la casa regnante,
come si è detto a torto recentemente. È vero che
alla vigilia della conquista del 1939 Vittorio
Emanuele aveva manifestato qualche dubbio, che era però
legato a considerazioni tattiche contingenti e non
certo a divergenze di fondo con Mussolini. Lo sapevano
bene gli albanesi, tanto è vero che monsignor Bumçi,
il vescovo cattolico che guidava la delegazione
albanese a Versailles, nel tentativo di respingere una
spartizione o un vero e proprio protettorato, aveva già
allora avanzato l’ipotesi che alla testa dello Stato
indipendente albanese potesse essere collocato come re
un principe di casa Savoia.
La
politica di penetrazione economica e di corruzione di
dirigenti locali, iniziata almeno dieci anni prima
dell’avvento del fascismo dai governi liberali,
continuò fino al 1938 sulle stesse linee, anche se
senza maggiori successi. Roberto Morozzo Della Rocca,
uno degli studiosi più attenti della storia delle
relazioni italo-albanesi (con particolare attenzione
all’utilizzazione politica del fattore religioso) ha
scritto che “le
concessioni economiche e la rete di interessi creata
dagli italiani in Albania non si traducevano in un
parallelo e proporzionale aumento di influenza
politica e in un controllo strategico”. Al
contrario, “era lo stesso aspetto
meramente finanziario a costituire un insuccesso per
l’Italia”, dato che si svolse in perdita netta
per il nostro paese, al punto che non rimase che
tentare l’avventura dell’annessione.
Un
anno prima della conquista militare il console
italiano a Tirana lamentava che la situazione dei
lavoratori italiani (a parte alcuni specializzati
“addetti al Comando della difesa nazionale” ) era
piuttosto triste: essendo “quasi tutti mediocri
lavoratori” non erano molto ricercati. “Chiedono
paghe che, mentre sono fantastiche in paragone di
quelle delle quali si contentano gli albanesi, sono
insufficienti per loro” e quindi finiscono per
lavorare solo saltuariamente. L’unica eccezione è
la richiesta “di cameriere giovani per locali
pubblici e per privati”, considerata tuttavia
inopportuna dal console “per ragioni di decoro e di
prestigio, essendo questa terra in genere fatale alle
nostre lavoratrici giovani. Presto o tardi esse
trovano un protettore straniero e finiscono per
disabituarsi al lavoro onesto”. E pensare che c’è
oggi chi considera “predisposte alla
prostituzione” le ragazze albanesi!
Dopo
l’occupazione il numero degli italiani occupati
crebbe vertiginosamente (da 1200 a 70.000 durante la
guerra di Grecia, esclusi i militari ovviamente), come
crebbe anche l’apparato statale albanese (da 6.000 a
18.000), senza per questo diventare più efficiente e
meno corrotto, ed anzi finendo per essere occasione di
illeciti arricchimenti di una torma di profittatori,
intermediari, capitalisti “magliari” e tenutari di
case chiuse (in cui arrivavano direttamente, con
grande scorno del regime, soprattutto “signorine”
italiane).
Il
finanziamento della Chiesa cattolica (nettamente
minoritaria) era stato costosissimo, ma non l’aveva
trasformata in una docile pedina della penetrazione
italiana. Di fatto, come hanno osservato vari
studiosi, la vera religione dell’Albania non è né
quella islamica né quella ortodossa o quella
cattolica, ma l’albanità.
La stessa osservazione è stata fatta successivamente,
anche a proposito dello stesso
“marxismo-leninismo” di Henver Hoxha, dall’ex
ambasciatore a Tirana, Gian Paolo Tozzoli, che ha
curato una efficace ricostruzione del regime
“comunista” nella guida Albania
pubblicata nel 1992 dalla CLUEP di Milano.
Che quei finanziamenti fossero soldi buttati via emerse
chiaramente anche dopo la conquista, quando la Chiesa
cattolica scoprì di non essere veramente
privilegiata, dato che ingenti contributi,
proporzionali al numero di fedeli e quindi ben più
consistenti, venivano dati anche alle comunità
ortodossa e islamica, peraltro senza effetti
risolutivi. Così anche l’occupazione si concluse da
tutti i punti di vista con un pugno di mosche, come
tutte le altre “conquiste” dell’Italia
imperiale.
L’invasione e
l’occupazione della Jugoslavia (1941-1943)
6
aprile 1941: Belgrado distrutta dai bombardamenti
All’alba
della domenica delle palme, il 6 aprile 1941 uno
spaventoso bombardamento tedesco distrugge gran parte
della città di Belgrado. Sperimentata prima a
Guernica, poi a Varsavia, viene applicata quella
tecnica della distruzione sistematica di tutte le
infrastrutture civili oltre che militari che
caratterizzerà poi tutta la Seconda Guerra Mondiale,
e che culminerà nella distruzione di Dresda,
Hiroshima e Nagasaki. Per tutti gli jugoslavi un
trauma indelebile, riecheggiato nel bellissimo film di
Emir Kusturica, Underground.
Nel
corso dei bombardamenti furono distrutti antichi
monumenti artistici, e la Biblioteca nazionale con
tutti i suoi tesori. I bombardamenti colpirono anche
altre città come Skopije, Cetinjie, Niš. La cifra
delle vittime è controversa, per l’interesse
convergente dei massacratori ma anche delle autorità
del paese aggredito che, per ragioni diverse, omettono
il bilancio reale (nel caso dell’esercito jugoslavo
si trattava di nascondere la propria impreparazione);
tuttavia, secondo Sthephen Clissold, sarebbero state
20.000, e in gran parte civili. Tra i morti, ironia
della storia, uno dei più filofascisti del governo
guidato dal generale Dušan Simovic, lo sloveno Frane
Kulovec, che appena il giorno prima aveva presentato a
Hitler – tramite l’ambasciata slovacca – la
proposta di creare una Slovenia “indipendente”
sotto la protezione tedesca.
Il
capo del governo, Simovic, era assente dalla capitale
per assistere al matrimonio della figlia. Ma
naturalmente questo particolare è solo la conferma di
un atteggiamento suicida, che portò a evitare ogni
mobilitazione, sperando di non irritare le potenze
dell’Asse, a cui venivano ripetute incessantemente
dichiarazioni di buona volontà. L’interruzione di
ogni comunicazione telefonica e radiofonica impedì
poi a Simovic e allo Stato Maggiore di impartire
ordini alle truppe, che rimasero disorientate e
sbandate come quelle italiane dopo l’8 settembre del
1943. Peraltro, anche se li avessero dati, si poteva
dubitare dei risultati, dato il basso livello dei
quadri superiori dell’esercito: l’attaché
militare francese, che aveva assistito alle
manovre del 1937, aveva scritto nel suo rapporto che
non era suo compito convincere i vertici militari
jugoslavi della loro incapacità e suggerir loro di
fare harakiri…
Non
si trattava certo di un’inferiorità intrinseca
degli jugoslavi - che daranno negli anni successivi
una splendida dimostrazione delle loro capacità
combattive, impegnando ben trenta divisioni tedesche -
ma dell’organizzazione basata sul predominio
arrogante dei serbi, che avevano escluso a lungo
croati e sloveni dagli alti gradi, generando al tempo
stesso frustrazioni, tensioni interetniche e una
selezione non basata sul criterio delle effettive
capacità.
Inoltre
il piano militare tedesco era stato ben congegnato:
l’invasione era cominciata da più parti: truppe
tedesche erano entrate dalla Romania e dalla Bulgaria,
ed erano state spalleggiate dall’esercito bulgaro, a
cui era stato promesso un cospicuo bottino.
Contemporaneamente l’esercito italiano entrava in
Jugoslavia dall’Istria e dall’Albania, e poco dopo
si sarebbero aggiunte anche forze ungheresi a cui era
stata concessa l’occupazione della Vojvodina, dove
esisteva una cospicua minoranza magiara.
L’antefatto
L’invasione
della Jugoslavia non rientrava nei precedenti piani di
Hitler. Probabilmente questi condivideva il giudizio
di Bismarck, che aveva detto che quella terra non
valeva le ossa di un solo granatiere di Pomerania. La
Germania, d’altra parte, come l’Italia, preferiva
puntare a un controllo indiretto dei Balcani
attraverso l’alleanza con governi conservatori,
anche utilizzando gli storici legami dell’Austria
nell’area balcanica. In questo la Germania era
entrata più volte in concorrenza e quasi in conflitto
con l’Italia, che mirava allo stesso obiettivo e
che, in particolare al momento del primo tentativo di
annessione dell’Austria nel 1934, aveva puntato a un
polo con Ungheria, Jugoslavia, Romania e Bulgaria (più
l’Albania semivassalla) per contrastare
l’espansionismo germanico. Tuttavia l’incoerenza
della politica estera fascista aveva reso debole
questo progetto, in particolare per quanto riguarda la
Jugoslavia, preoccupata per l’appoggio dato dal
governo di Roma al gruppo fascista croato di Ante
Pavelic, ma anche ad altri uomini politici croati. Per
attenuare le diffidenze, ovviamente accresciutesi dopo
l’assassinio di re Aleksandar da parte degli ustaša
avvenuto a Marsiglia il 9 ottobre 1934,
alcuni capi del gruppo fascista croato furono
confinati a Lipari per qualche tempo. Ma le ambizioni
mussoliniane erano tanto manifeste che un vero
riavvicinamento con Belgrado non fu possibile.
Inoltre, la penetrazione economica della Germania in
Jugoslavia era nettamente superiore a quella italiana.
La
crisi che doveva portare la Jugoslavia ad allontanarsi
dalla Germania e dall’Italia, ormai non più
antagoniste dopo la guerra di Etiopia e le sanzioni
della Società delle Nazioni, fu la conquista
dell’Albania. Concepita come rivincita sulla
conquista della Cecoslovacchia da parte di Hitler,
l’operazione non fece alcun effetto a livello
internazionale, dato che l’Albania fin dal 1912 era
di fatto un protettorato italiano. Ma allarmò il
governo jugoslavo, preoccupato dalle aspirazioni
italiane sul Kosovo. Nel febbraio 1939 era caduto il
governo Stojadinovic, che due anni prima aveva firmato
un trattato con l’Italia. Il successivo governo di
Dragiša Cvetovic cercò – tardivamente – di
attenuare le tensioni con i croati creando accanto
alle banovine (province
autonome) serba e slovena una
banovina di
Croazia, e poi altre due in Bosnia-Erzegovina e nella
Vojvodina. Ma lo Sporazum (accordo) del 26 novembre 1939 non fu mai attuato,
soprattutto per quanto riguarda l’inserimento nei
comandi dell’esercito di rappresentanti croati.
Le
molte responsabilità dell’Italia
Le
responsabilità dell’Italia nella crisi balcanica
non sono solo quelle delle maldestre e contraddittorie
ingerenze nella politica interna jugoslava, o
dell’irresponsabile avallo alle tendenze
secessioniste croate e kosovare.
Fu
la guerra di Grecia a provocare la catastrofe.
Iniziata per velleità di grandezza imperiale e per
gelosia infantile nei confronti della vittoria tedesca
in Francia, soprattutto se comparata alla miserabile
riuscita della proditoria e maramaldesca aggressione
italiana a una Francia già piegata, fu avviata il 28
ottobre 1940, l’anniversario della marcia su Roma,
che coincideva tuttavia con l’inizio del maltempo
autunnale. In poche settimane l’Italia fu ributtata
indietro dall’esercito greco, pessimamente armato,
ma fortemente motivato e sostenuto da uno sforzo
eroico della popolazione civile, che trasportava a
spalle i mortai e le munizioni sulle più impervie
zone di montagna. La guerra si spostò fin dentro
l’Albania, con gravissime conseguenze sulla
popolazione locale, che gli italiani non dovrebbero
mai dimenticare.
L’orientamento
filofascista del governo greco del dittatore Metaxas
(morto il 29 gennaio 1941), che aveva lasciato
sguarnite le frontiere con l’Albania per illusioni
sulle intenzioni dell’Italia fascista, fu
abbandonato rapidamente dal nuovo governo Koridzis,
che chiedeva e otteneva aiuto dalla Gran Bretagna.
Hitler
reagì in modo furibondo, tanto più che Mussolini gli
aveva tenuto nascosto il suo insensato progetto, di
cui lo informò solo a cose fatte nell’incontro di
Firenze avvenuto proprio il 28 ottobre 1940. Il
maresciallo Keitel attribuì appunto alla guerra di
Grecia l’inizio della fine del “Reich
millenario”. Al processo di Norimberga dichiarò
lapidariamente: “arrivammo [a Firenze] con tre ore
di ritardo e ciò fu la catastrofe”. Aveva
sostanzialmente ragione: l’avventurismo di Mussolini
aveva consentito la costituzione di una testa di ponte
inglese nei Balcani, particolarmente pericolosa per
l’invasione dell’URSS, già decisa e tenuta a
lungo nascosta a Mussolini per ricambiarlo della
stessa moneta.
Come
è noto, Hitler iniziò immediatamente la preparazione
di un’occupazione della Grecia, che comportava
tuttavia il passaggio per la Jugoslavia. Energiche
pressioni in tal senso furono fatte sul reggente Pavle
di Jugoslavia, mentre con la massima segretezza grandi
forze tedesche entravano in Bulgaria. Nel corso di
marzo il reggente Pavle e Cvetkovic cominciarono a
cedere, mentre aumentava la protesta popolare. Il 21
marzo si dimisero tre ministri contrari all’adesione
della Jugoslavia all’Asse, ma il 25 dello stesso
mese Cvetkovic firmava a Vienna l’adesione al Patto
tripartito, troncando definitivamente con la Gran
Bretagna, ma anche con il suo popolo. Imponenti
manifestazioni spontanee protestavano contro la
capitolazione del governo e del reggente a Niš, a
Spalato, a Leskovac, a Kragujevac, a Cetinje, a
Skopje, a Lubiana. Al loro interno ricompariva con
molta forza il Partito comunista, che era stato messo
fuori legge vent’anni prima.
Nella
notte tra il 26 e il 27 marzo un colpo di Stato
militare antitedesco diretto da ufficiali di aviazione
filobritannici, tra cui Borivoje Mirkovic e Dušan
Simovic, che assumeva la guida del governo, rovesciò
il governo Cvetkovic e spedì il reggente in esilio in
Kenia, dichiarando maggiorenne Petar Karadjorjevic (a
cui mancavano in realtà diversi mesi per la maggiore
età), che fu quindi proclamato re.
Il
nuovo governo ricordava per molti aspetti quello che
si formerà in Italia nel 1943 con Badoglio: prima
preoccupazione fu quella di incarcerare centinaia di
comunisti. Inoltre aprì trattative sia con la Gran
Bretagna sia con l’URSS, che tuttavia era ancora
troppo legata dal patto Ribbentrop-Molotov. Nel corso
di un incontro tenuto al Cremlino tra Simovic e Višinskij,
questi offrì solo un generico trattato di amicizia e
di non aggressione, dal quale si desumeva che l’URSS
era disponibile a mantenere un atteggiamento di
benevola neutralità nei confronti di Belgrado, ma non
ad entrare in guerra al suo fianco. Un trattato che
serviva a poco in quel frangente. Due giorni dopo
cominciavano i bombardamenti di Belgrado e
l’invasione del paese.
L’Italia
fascista e gli “eterni” odii interetnici
Un
luogo comune assai diffuso attribuisce gli attuali
conflitti nel Kosovo e quelli precedenti in Bosnia, in
Croazia, ecc., agli “eterni” conflitti etnici. In
realtà se, come abbiamo accennato, la questione
nazionale non era stata risolta felicemente nella
Jugoslavia tra le due guerre per l’eccesso di
centralismo serbo, non aveva generato gravi conflitti.
Il gruppo di Pavelic esisteva, ma superava appena i
500 aderenti: era una frangia insignificante, che non
interpretava affatto l’atteggiamento della stessa
popolazione croata.
Anche
se a volte la Jugoslavia era stata definita una
“prigione dei popoli” dal Partito comunista,
fautore da sempre di una soluzione federativa e che
– prima della Seconda Guerra Mondiale – difendeva
(come tutti i partiti comunisti, compreso quello
italiano) il diritto delle minoranze
all’autodecisione fino alla separazione, il suo
assetto interno non era particolarmente diverso da
quello di altri paesi come l’Italia o la Spagna che
comprendevano etnie non protette. Non vi furono
d’altra parte in quel periodo conflitti
significativi su questo terreno.
Nel
1941 cambiò tutto, e la prima responsabilità ricade,
più che sulla Germania nazista come si pensa
abitualmente, sull’Italia mussoliniana: essa infatti
non solo si impadronì di gran parte del litorale
dalmata e di Lubiana, che divenne “provincia
italiana”, ma costituì un Regno di Croazia in cui
fu incorporata la Bosnia e quindi un numero altissimo
di serbi, di “musulmani” ecc. Questo regno doveva
essere affidato a un Ajmone di Savoia, che doveva
assumere il nome croato di Tomislav II, ma che preferì
non mettervi mai piede per non fare la fine di
Massimiliano d’Asburgo in Messico. Rimase
prevalentemente a Saint Moritz, frequentandone
assiduamente il famoso Casinò. Ciano, tuttavia, lo faceva pedinare per timore che si
dileguasse del tutto, e scrisse sul suo Diario
che dopo una breve sparizione era stato rintracciato
in un alberghetto di Milano, dove aveva passato la
notte con una “ragazza di facili costumi”, come si
diceva allora.
Come
reggente fu collocato il criminale comune Ante
Pavelic, di cui Curzio Malaparte, allora
corrispondente del fascista Corriere della sera descrisse i crimini – a guerra finita – nel
suo libro Kaputt:
ad esempio disse di avere visto nella villa in cui
aveva sede il comando degli ustaša un cesto che gli sembrava pieno di ostriche. Erano invece
venti chili di occhi strappati ai serbi. Altre denunce
erano state fatte subito da alcuni ufficiali italiani
e perfino tedeschi.
In
Croazia furono compiuti crimini atroci, con la
benedizione di quel monsignor Aloysio Stepinac che
Giovanni Paolo II ha voluto beatificare di recente per
compiacere il potente episcopato croato. Religiosi
francescani parteciparono alla direzione dei
famigerati campi di concentramento in cui a una parte
dei serbi e dei “musulmani” si offriva la
possibilità di salvarsi con una conversione forzata
al cattolicesimo, mentre tzigani ed ebrei venivano
direttamente consegnati ai campi di sterminio nazisti.
Quei
crimini generarono una spirale di odii e di vendette,
giacché anche i cetnici serbi fedeli a re Petar non
erano da meno se mettevano le mani su qualche croato.
Ma l’innesco era stato provocato proprio dalla
spartizione della Jugoslavia voluta insieme da
Mussolini e da Hitler.
Una
parte degli ufficiali italiani, abbiamo accennato, si
indignarono e cercarono di limitare quei crimini; non
a caso dopo l’8 settembre del 1943 molti di loro –
pur rimasti senza ordini per la viltà di Vittorio
Emanuele III e di Badoglio – rifiutarono di piegarsi
ai tedeschi e molti si unirono ai partigiani. Gran
parte degli ufficiali e dei soldati della Divisione
“Venezia” e della “Taurinense” formarono la
divisione “Garibaldi”, unendosi ai partigiani
comunisti pur essendo tendenzialmente monarchici,
perché avevano verificato che solo i comunisti
combattevano a fondo i nazisti, mentre i cetnici di re
Petar preferivano accordarsi con gli occupanti contro
gli altri partigiani. E’ una storia poco conosciuta,
che fa onore al nostro popolo.
Ma
torniamo ai famosi “fatali ed eterni odii
interetnici”, di cui parlano i propagandisti
dell’intervento militare di oggi. La prima smentita
viene dallo straordinario successo dei partigiani
comunisti, che seppero tenere impegnate trenta
divisioni tedesche e liberare da soli gran parte del
proprio paese, unico esempio in Europa oltre
all’Unione Sovietica. La loro forza derivava da due
fattori: da un lato non rinviarono come in altri paesi
a un “secondo tempo” sia la questione sociale sia
quella istituzionale (praticarono da subito una
radicale riforma agraria nelle zone liberate e
rifiutarono ogni accordo con i seguaci conservatori
del re); dall’altro abbozzarono subito un progetto
di soluzione della questione nazionale basata su
quella Federazione che consentì poi oltre
quarant’anni di convivenza sostanzialmente pacifica
tra le varie etnie. La stessa composizione del gruppo
dirigente era una conferma vivente della concretezza
del progetto: Tito era mezzo croato e mezzo sloveno,
Kardelij era sloveno, Rankovic serbo, Moshe Pijade
ebreo, Djilas montenegrino, ecc….
La
dissoluzione della Jugoslavia tra il 1989 e il 1991, e
le tragedie successive, non avvennero dunque per la
fatale permanenza
degli odii antichi, ma come conseguenza di una crisi
profonda del regime dovuta all’indebitamento estero,
alle pressioni del FMI e della Banca Mondiale, e al
tentativo dei dirigenti ex comunisti come Milosevic o
Tudjiman di organizzarsi un consenso agitando vecchi
spettri e presentandosi come “salvatori” del paese
da un pericolo esterno. Ma approfondiremo questi
problemi più avanti, nel III capitolo.
L’Italia
e il Kosovo durante la Seconda Guerra Mondiale
Gli
argomenti della propaganda di guerra talvolta fanno
breccia anche nella sinistra, a volte direttamente,
oppure attraverso un rifiuto così radicale delle
motivazioni ufficiali, che porta a schierarsi non solo
contro l’aggressore, ma a fare proprie le tesi
dell’aggredito, non necessariamente corrette. Così,
essendo innegabile che la Serbia è aggredita, si
tende ad attribuire ai kosovari ogni c |