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Indice:
1)
Introduzione: perché questa guerra
Le
menzogne della propaganda di guerra
2)
La memoria storica che manca agli
italiani
Dal
protettorato italiano alla conquista
dell’Albania
L’invasione
e l’occupazione della Jugoslavia (1941-1943)
L’Italia
e il Kosovo prima e durante la Seconda Guerra
Mondiale
3)
Origini e responsabilità della crisi
jugoslava
appendice:
Michel Chossudovski: La colonia Jugoslavia
4)
Questa guerra: le cause recenti
Perché
la Nato ha deciso di intervenire oggi
5)
Uno sguardo retrospettivo a una storia
di secoli
Le
relazioni tra Italia e Balcani dall’antichità
a oggi
La
Serbia, il “Piemonte” dei Balcani
c)
Le altre nazioni della ex Jugoslavia
6)
Perché l’Italia ha tentato più
volte la conquista dei Balcani
7)
Dopo l’avventura fascista: la
speranza di una federazione balcanica
socialista
Profili
di protagonisti
Appendice:
il colonialismo italiano
Conclusioni. |
1) Introduzione: perché
questa guerra
La
nuova guerra dei Balcani è stata preparata a freddo,
da tempo. Ha cause molteplici, e avrà conseguenze
drammatiche su molti piani: nel paese che ne è la
principale vittima (sia pure non innocente), negli
altri paesi che sono già stati coinvolti - e lo
saranno ancora di più in futuro - e all’interno
degli stessi Stati aggressori.
Come
ogni guerra ingiusta e senza motivi confessabili, ha
bisogno non solo di una martellante preparazione
psicologica, ma anche di una sostanziale svolta
autoritaria, che imbavagli in ciascun paese aggressore
l’opposizione (in quello aggredito, invece, si crea
quasi automaticamente un clima di unità nazionale,
che rafforza il gruppo dirigente, indipendentemente
dalle sue precedenti responsabilità).
Per
contrastare la sistematica campagna tendente a creare
una visione distorta e manichea della guerra,
cercheremo di ricostruire alcune delle ragioni reali
del conflitto, di identificare l’origine dei
complessi interessi che spingono all’intervento, e
soprattutto di riportare alla memoria quella parte
della storia delle relazioni tra Italia, Albania e
Jugoslavia che nel nostro paese viene occultata e
rimossa. A questo scopo, la riflessione sul presente
si intreccia con quella sulle premesse di questa
guerra, riprendendo anche nostri scritti precedenti,
che affrontavano già alcuni dei nodi della questione
dei Balcani e dell’intervento, all’interno di
essi, dell’imperialismo europeo, in particolare
italiano.
Le menzogne della
propaganda di guerra
Oggi
questa riflessione è più necessaria che mai. La
propaganda di guerra – di ogni guerra - porta
sistematicamente alla demonizzazione del “nemico”:
Alessandro Curzi ha ricordato che suo padre,
socialista da sempre contrario alla guerra, nel 1915
divenne interventista, quando apprese dai giornali che
i tedeschi tagliavano le mani ai bambini del Belgio.
Ad esempio, il 14 maggio 1915 (dieci giorni prima
dell’entrata in guerra dell’Italia) sia il Corriere
della sera sia Il
Messaggero pubblicarono con grande rilievo un
rapporto inglese sulle atrocità tedesche in Belgio:
vi si parlava, con abbondanza di particolari
raccapriccianti, dello “sgozzamento di donne, di
giovinette, di fanciulli, spesso accompagnato da
circostanze ripugnanti in cui le baionette ebbero gran
parte”. E poi notizie “certe”, riferite dai
soliti anonimi “testimoni oculari”, su casi di
“estirpazione di mammelle alle donne”, o di “un
bambino di tre anni crocifisso” Un pamphlet
bellicista dal titolo Sangue
belga, scritto da Achille De Marco, descriveva con
fantasia perversa altre orrende mutilazioni, stupri
conditi da crudeltà inaudite, e perfino il caso di
“bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui
moncherini per il passatempo spirituale” della
soldataglia tedesca. Inutile dire che, arrivando in
Belgio dopo la guerra, il padre di Curzi scoprì con
stupore che non si vedevano bambini con mani e piedi
tagliati.
Viceversa,
nello stesso periodo l’opinione pubblica tedesca era
stata infiammata con le descrizioni degli agguati tesi
da vecchi, donne e bambini del Belgio ai soldati
germanici rimasti isolati, a cui venivano inflitte
crudeli mutilazioni. Sui giornali tedeschi comparivano
perfino foto di volti atrocemente sfigurati di soldati
a cui – si diceva – erano stati strappati gli
occhi. In realtà si trattava delle foto di militari
vittime dell’esplosione degli shrapnel,
antenati delle cluster
bombs, le
terribili bombe a grappolo o a frammentazione usate
largamente nel Vietnam dagli Stati Uniti, e poi da
Israele nel Libano, e ora dalla NATO in Jugoslavia.
In
Italia, dopo la battaglia di Adua, in cui perirono
7.000 dei 9.000 militari italiani, furono diffuse
notizie su “orribili mutilazioni” e “incivili
efferatezze” compiute sui feriti e i prigionieri in
genere. La stampa vicina al Presidente del Consiglio
Crispi, che non voleva ritirarsi dall’Africa (e
tantomeno dal governo), organizzò una campagna
propagandistica per ostacolare le iniziative
umanitarie nei confronti dei prigionieri, allo scopo
di rendere più difficili le trattative di pace. Anche
dopo le sue dimissioni da capo del governo, Francesco
Crispi intervenne nella polemica sostenendo che era
impossibile portare soccorso ai prigionieri, per il
“muro di barbarie” che ormai si frapponeva tra
l’Italia e il nemico. Si noti che Crispi proveniva
dalle file della sinistra repubblicana. Lo ricordiamo
per capire che l’attuale approdo bellicista di tanti
esponenti della sinistra una volta arrivati al potere
(non pensiamo solo a D’Alema, ma a Fernando Solana,
che era nel Partito socialista spagnolo tra i
promotori della campagna contro l’adesione alla
NATO, o al ministro degli esteri laburista ed ex
“sessantottino” Robin Cook) non è un caso unico e
insolito.
Il
vero motivo della durezza di Crispi nei confronti
degli sventurati soldati sopravvissuti a quella
tragedia, provocata dall’incapacità e presunzione
dei generali, si capì poi dopo il loro ritorno in
patria, avvenuto con uno sbarco notturno e
praticamente clandestino a Napoli: nessuno era
“orribilmente mutilato”, e molti di loro
raccontarono successivamente a familiari e amici che
erano stati sfamati e curati dai “barbari”. Un
ufficiale, nelle sue memorie, si vantò anzi di avere
potuto stabilire relazioni amorose con una dama della
corte di Menelik, dove era stato accolto con i
privilegi del suo rango!
Più
recente l’esperienza della preparazione della Guerra
del Golfo: prima, durante e dopo l’invasione
dell’Iraq, una valanga di notizie di atrocità
compiute dalle truppe irachene nel Kuweit occupò gli
schermi televisivi e pagine intere dei giornali. Si
scrisse che la soldataglia del “nuovo Hitler”
aveva strappato i fili alle incubatrici per rubarle,
facendo così morire i neonati, ma si seppe dopo che
non ne era stata asportata neanche una: erano state
semplicemente messe fuori uso dall’interruzione
dell’energia elettrica, provocata dai bombardamenti
“umanitari” delle truppe sotto copertura
dell’ONU. Si descrissero stupri di massa ai danni
delle donne del Kuwait, mentre poi si seppe che in
quella guerra la maggior parte degli stupri erano
stati compiuti su soldatesse statunitense, ma erano
opera dei loro commilitoni.
Quando
gli iracheni catturarono due piloti italiani e una
soldatessa USA, i giornali si sbizzarrirono
nell’immaginare atroci sevizie. Al ritorno,
l’unica cosa di cui si lamentarono fu… la mancanza
di zucchero nel the che veniva loro offerto. E la
militare americana, a chi insinuava che avesse subito
violenza sessuale, rispose che, al contrario, era
stata trattata con molta cortesia, e perfino con
galanteria.
Le
bugie sulle atrocità irachene furono sfornate in
serie e studiate per colpire l’immaginazione di
particolari ambienti: ad esempio, sui giornali
sportivi dei paesi impegnati nell’aggressione si
scrisse a titoli cubitali che era stata fucilata
l’intera squadra nazionale di calcio del Kuwait. A
guerra finita si seppe (senza titoli in prima pagina,
naturalmente) che di calciatori non ne era morto
neppure uno.
Scheda
Sull’Iraq
una documentazione più ampia si può trovare nel mio
libro Israele, Palestina e la Guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991,
mentre sulla Prima Guerra Mondiale è stato ristampato
abbastanza recentemente un libro del 1921, Marc Bloch,
La guerra e le
false notizie, Donzelli, Roma, 1994. Anche nella
Seconda Guerra Mondiale le menzogne di guerra vi
furono, ma ve ne fu meno bisogno, date le atrocità
compiute da una parte e dall’altra. Quelle naziste
non sono in genere contestate, se non da qualche
fascista fazioso e/o ignorante camuffato da
“revisionista storico”, mentre quelle italiane nei
Balcani e in Russia sono taciute e rimosse dalla
stessa sinistra nel nostro paese; gli stessi spietati
bombardamenti alleati sulla popolazione civile di
Dresda non sono molto ricordati, anche se fecero
altrettante vittime della bomba di Hiroshima. Vi fu
peraltro, nel corso della guerra, un fenomeno
sorprendente: molte delle prime notizie sullo
sterminio degli ebrei non furono credute, sia perché
trapelavano a fatica, per l’interesse diverso ma
convergente di tutti gli Stati e degli stessi sionisti
a minimizzarle, sia perché chi era stato ingannato
durante la guerra precedente pensò che si trattasse
della solita esagerazione della propaganda. Su questo,
c’è una preziosa documentazione nel libro di Walter
Laqueur, Il
terribile segreto.
La congiura del silenzio sulla “soluzione finale”,
Giuntina, Firenze, 1983.
Questa
guerra dei Balcani (la quinta o la settima?, non è
facile tenere il conto) è stata preparata con la
tecnica già sperimentata per l’Iraq: in primo luogo
un martellamento sul dovere di salvare le vittime del
mostro di turno. Nel 1990-1991 si parlava non solo dei
kuwaitiani, ma anche dei poveri kurdi da proteggere da
Saddam Hussein. A chi allora credette a quella
campagna chiediamo come mai il dittatore sta ancora in
sella, mentre nel Kurdistan iracheno intervengono
anche in questi giorni le truppe turche alla ricerca
di militanti del PKK. Nel frastuono della nuova
guerra, la notizia di un ennesimo massacro di 70 kurdi
ai primi di aprile è finita in un trafiletto a una
colonna su qualche raro quotidiano, e non molto spazio
in più è stato dedicato alla formalizzazione della
richiesta di una condanna a morte per Ocalan, altra
vittima dimenticata dell’ipocrisia del governo
italiano, e della sua indifferenza per le leggi in
generale e per la Costituzione in particolare. Quanto
al clamoroso successo nelle elezioni turche del 17
aprile dei “Lupi grigi” (la formazione fascista da
cui proveniva Alì Agca, l’attentatore del papa),
quasi nessuno ne ha parlato, perché la Turchia è un
nostro alleato e soprattutto un buon cliente per i
nostri mercanti di armi. Eppure questa formazione, che
dovrebbe entrare nel governo turco, ha un programma
aggressivo e revanscista anche per i Balcani…
Silenzio
su questi dati inquietanti della situazione politica
nel Mediterraneo, silenzio sui bilanci della
sciagurata Guerra del Golfo, dimenticati i kurdi dopo
la breve fase di attenzione legata alla venuta in
Italia di Ocalan, e alla vistosa e coloratissima
presenza di migliaia di essi nelle piazze di Roma.
Oggi, per qualche tempo, al centro dei riflettori c’è
il Kosovo, di cui il 90% degli italiani fino a un anno
fa non conosceva neppure il nome, e che viene
presentato come unica vittima di uno spaventoso ed
eccezionale massacro a senso unico.
Tutti
i molti crimini (purtroppo veri) delle guerre che dal
1991 insanguinano la ex Jugoslavia vengono messi in
conto a Milosevic. Nessuno parla degli 800.000 serbi
scacciati dalla Croazia, dalla Bosnia e in parte anche
dal Kosovo. Ci sono solo i kosovari, sulle cui
differenziazioni politiche non ci si sofferma. I kurdi
del PKK o i baschi di Herri Batasuna sono tutti
“terroristi”, mentre i militanti dell’UCK, che
partono da Bari in tuta mimetica portandosi sui
traghetti le armi leggere, sono “bravi ragazzi”
che vanno a “salvare i loro fratelli”. Se poi i
serbi rispondono al fuoco dell’UCK che parte dal
territorio albanese (appena arrivano a Durazzo questi
militanti ricevono anche armi pesanti dai comandi
NATO), si tratta di una “intollerabile aggressione a
uno Stato sovrano”. L’Albania, ovviamente. Per i
nostri giornalisti, invece, la Jugoslavia non lo è più.
Da
come la questione viene presentata quasi unanimemente
dalle trasmissioni televisive (con l’eccezione, che
ha creato scandalo, di Moby Dick, che ha fatto subito ribattezzare Santoro “Mobilosevic”)
e da tutti i grandi giornali “di informazione”,
non è possibile infatti accorgersi che il Kosovo è
riconosciuto da tutti gli Stati come parte integrante
dello Stato jugoslavo. Tutti gli altri confini sono
sacri e inviolabili, mentre in questo caso si dà per
scontata la necessità di un intervento, magari per
creare un “corridoio umanitario”.
Cosa
può essere un “corridoio umanitario” aperto
all’interno di uno Stato sovrano? E ammesso che lo
si crei, come “salvare” chi sta al di fuori di
esso, se non trasformandolo in una testa di ponte per
ulteriori penetrazioni di truppe? E come può essere
“umanitario” un intervento che scarica ogni giorno
missili e bombe su un territorio abitato proprio dalla
popolazione che si dice di volere proteggere?
La
guerra è accompagnata da una vera e propria orgia di
mistificazioni degne della neolingua
così efficacemente rappresentata da Orwell in 1984.
L’aumento vertiginoso dei profughi in fuga da un
territorio devastato da bombardamenti incessanti viene
messo in conto alla pulizia etnica, ma quando si
scopre che questi, arrivati in Macedonia o in Albania,
vorrebbero venire in Italia, si proclama che bisogna
impedirne la “deportazione” lontano dalle loro
terre. Cioè, bisogna rinchiuderli in orribili campi,
dove fanno la fame e suscitano l’ostilità della
popolazione locale, non solo in Macedonia, ma nella
stessa Albania, che ha già tanti problemi per
potersene accollare un altro, e in cui non a caso
risorgono antiche diffidenze: per anni, a causa dei
cattivi rapporti tra i rispettivi regimi, poche
notizie circolavano tra Tirana e Priština, e quando i
contatti sono stati ristabiliti, diversità culturali,
di mentalità, perfino di lingua (il Kosovo, come il
nord dell’Albania, usa la variante gheg,
il resto del paese il tosk)
hanno creato nuove incomprensioni. Provenendo da
un’area assai più sviluppata, i primi kosovari
arrivati a Tirana hanno aperto con successo attività
commerciali. Quando poi dal Kosovo sono arrivati in
tanti, e senza niente, è scattato tra gli albanesi più
poveri il timore che questi strani fratelli possano
accaparrarsi una parte dei pochi aiuti disponibili.
Per
questo moltissimi kosovari aspirano a lasciare
l’Albania e a venire in Italia, magari per
raggiungere la Svizzera, dove c’è la più
consistente e meglio inserita comunità della
diaspora. Ma se riescono ad arrivare clandestinamente
in Italia, i “rifugiati” o “profughi” vengono
braccati, catturati e soprattutto vengono
immediatamente definiti “clandestini”, di cui si
teme “l’invasione” delle nostre terre. Così la
campagna bellicista si salda a quella contro
l’immigrazione, che è “clandestina” solo perché
tutti questi “benefattori a mano armata” non hanno
mai accettato la semplice proposta fatta da molte ONG
impegnate veramente nell’accoglienza a chi giunge
sulle nostre coste: consentire ai profughi di
viaggiare, sia pure con permessi di soggiorno
temporaneo, sui traghetti di linea o sulle stesse navi
militari che pullulano tra le due sponde
dell’Adriatico. Basterebbe ciò per tagliare
l’erba sotto i piedi agli scafisti che speculano
sulle tragedie umane pretendendo 1.000 o 2.000 dollari
a persona, utilizzando a volte chi non può pagare per
fare recapitare borsoni pieni di droga, o portando
“a credito” le ragazze che per disperazione sono
finite nelle mani di sfruttatori della prostituzione.
Invece c’è chi, per risolvere la questione, propone
di sparare ai gommoni. Lo ha fatto perfino qualche
esponente della ex sinistra! Altro che “intervento
umanitario”!
Il
dibattito interno alla popolazione albanese prima
dell’intervento militare è poi stato occultato ed
è quindi ignorato dai più. Gli “accordi di
Rambouillet” sono stati seguiti solo da pochi
specialisti di problemi internazionali: ci è capitato
di scoprire – a guerra iniziata – che anche molti
dirigenti intermedi della sinistra non sapevano
neppure di che si parlasse. Eppure, nel castello di
Rambouillet è scattata la trappola che ha dato il
pretesto per la guerra. Parliamo di “accordi”, ma
in realtà si trattava di un diktat inaccettabile per
le due parti, per ragioni diverse ma solide. La
Jugoslavia non poteva accettare ovviamente la presenza
di truppe straniere sul suo territorio (previste dalla
bozza di accordo), gli esponenti dell’UCK non
potevano accontentarsi di un’imprecisata
“autonomia”, dato che hanno ormai cominciato a
combattere per l’indipendenza. Per giunta, a
Rambouillet non solo non erano presenti gli esponenti
moderati e gradualisti della comunità albanese come
Ibrahim Rugova, ma neppure quei capi storici
dell’UCK che non accettavano di rinunciare alle loro
rivendicazioni solo per fare da esca per la guerra
della NATO: ad esempio, Adem Demaci, che anzi era
inizialmente il capo della delegazione.
Quanto
a Rugova, allo scoppio della guerra aveva perso ormai
molta della sua popolarità iniziale, perché alla sua
pazienza, gradualismo, moderazione nelle
rivendicazioni (chiedeva solo il ritorno
all’autonomia sancita dalla Costituzione jugoslava
del 1974) non era stata data alcuna risposta da
Milosevic, spalleggiato fino a poco fa dai governi
occidentali, che lo avevano tenuto in gran conto come
garante degli accordi di Dayton che hanno frantumato
la Bosnia-Erzegovina.
Nessuno
aveva mosso ciglio allorché la Costituzione era stata
brutalmente stracciata da Milosevic nel 1989, quando
da dirigente “comunista” si era improvvisato
nazionalista serbo, e aveva riscoperto la “ferita
bruciante” della battaglia di Kosovo Poljie di...
seicento anni prima. Ancora nel giugno 1998, quando le
potenze europee, preoccupate per il crescente afflusso
di emigrati, premevano per l’intervento nei Balcani
(lo ha confermato Andreatta, a quel tempo ministro
della Difesa nel governo Prodi), gli Stati Uniti
avevano rifiutato e non avevano esercitato alcuna
pressione sulla Jugoslavia per il ripristino
dell’autonomia del Kosovo. Per questo nel corso del
1998 l’UCK aveva accresciuto le sue forze, e al suo
interno si erano consolidate le tendenze più
decisamente indipendentiste.
L’UCK
ha radici nelle lotte interne al movimento albanese.
Il nucleo fondatore è costituito da persone legate al
Movimento Popolare del Kosovo (LPK), una
organizzazione marxista-leninista (cioè filocinese e
soprattutto filoalbanese) che operava
nell’emigrazione ed era stata in conflitto con i
dirigenti della Provincia autonoma del Kosovo, ai
tempi della Jugoslavia di Tito, e con la leadership di
Rugova e del suo partito (LDK), successivamente.
L’UCK, che ha cominciato a operare in maniera
organizzata nel 1996, dopo che con gli accordi di
Dayton era stata messa un’ipoteca sulle richieste di
indipendenza dei kosovari, ha ottenuto un seguito di
massa non solo nelle campagne, ma anche tra gli
studenti delle città, quando ha aperto la prospettiva
di una via all’indipendenza alternativa a quella
delle politiche attendiste dei leader kosovari
moderati sostenuti da USA ed Europa.
Gli
USA, infatti, avevano in passato sempre sostenuto la
linea di resistenza passiva di Rugova, perché tornava
loro utile - in un momento in cui altri conflitti
erano in atto - che il Kosovo non minacciasse la
stabilità della Serbia. Nel 1997 gli USA hanno
ufficialmente chiesto e ottenuto il rinvio delle
elezioni per il Parlamento “clandestino” del
Kosovo, premendo per una partecipazione degli albanesi
alle imminenti elezioni in Serbia e in Jugoslavia e,
quindi, per una loro integrazione nel sistema politico
serbo. Quando il conflitto armato è scoppiato, un
anno fa, gli Stati Uniti hanno implicitamente
legittimato le stragi serbe, definendo per bocca del
loro inviato nei Balcani, Gelbard, l’UCK come una
formazione terrorista. Nei mesi successivi
l’Occidente ha fatto di tutto per mettere l’UCK
sotto il comando dei leader “moderati” come Rugova
e, quando non vi è riuscito, dopo un colloquio tra
l’inviato Holbrooke e alcuni esponenti
dell’organizzazione, ha implicitamente avallato la
cruenta offensiva serba dell’estate del 1998,
astenendosi dal mettere in atto qualsiasi pressione
politica, se non quando l’offensiva era ormai
terminata con una vittoria di Belgrado.
Il
primo interessamento degli Stati Uniti si è avuto
solo al momento del vertice di Rambouillet, quando
alcuni importanti dirigenti dell’UCK si sono
dimostrati disponibili a cessare la lotta armata e a
rinunciare, o rimandare a tempi indefiniti, le
richieste di indipendenza, pur di ottenere
l’intervento della NATO. Essi sono diventati quindi
di colpo i principali interlocutori degli Stati Uniti,
soppiantando quasi completamente l’ala gradualista e
“gandhiana” di Rugova.
Da
più parti è stata fornita un’ampia documentazione
sui cospicui finanziamenti che l’UCK riceve non solo
dalle comunità della diaspora albanese, ma
direttamente da istituzioni degli Stati Uniti. Questo
ha spinto una parte della sinistra a reagire con
ostilità nei confronti della causa del Kosovo, e a
ridurre l’UCK semplicemente a “un’invenzione
della CIA”. Si tratta di due errori dovuti a
un’abituale incapacità di affrontare
dialetticamente la realtà. In primo luogo, il recente
successo dell’UCK ha qualche analogia con la
crescita dell’integralismo islamico nella già
laicissima Palestina, come conseguenza della delusione
per gli insuccessi dell’OLP di Arafat, la cui
moderazione non è stata ripagata con la stessa moneta
dal governo israeliano e dagli Stati Uniti.
Il
dovere di condannare duramente il gravissimo errore
della direzione dell’UCK, che si affida agli Stati
Uniti fornendo loro il pretesto per intervenire (senza
avere in realtà nessuna garanzia per il successo
della propria causa), non ci dà tuttavia il diritto
di negare al popolo del Kosovo la scelta del proprio
futuro. Sarà lui a decidere se i suoi diritti saranno
tutelati a sufficienza da un regime di provincia
autonoma (magari formalmente ribattezzata
“repubblica”) come quello riconosciuto dalla
Costituzione del 1974, stracciata da Milosevic, o se
riterrà indispensabile l’indipendenza totale.
In
Italia prevale anche nella sinistra un orientamento
che considera scandalosa la rivendicazione
dell’indipendenza, soprattutto perché nei decenni
in cui è stato subordinato all’URSS, il movimento
comunista aveva fatto proprio il mito stalinista della
santità e inviolabilità dei confini (che invece la
Terza Internazionale ai tempi di Lenin e Trotskij
denunciava come frutto di rapina e conquiste
imperialiste). L’URSS, in realtà, aveva modificato
infinite volte i confini dell’Europa alle spalle dei
popoli, contrattando le spartizioni prima con Hitler,
poi con Churchill; ma proprio per questo non ammetteva
che una nazione oppressa potesse insorgere contro
quelle imposizioni. E il criterio dell’intangibilità
delle frontiere esistenti era stato esteso
assurdamente perfino a quelle dell’Africa o
dell’Asia, di cui nessuno poteva dubitare che
fossero state tracciate dagli imperialisti nella
spartizione delle loro colonie. Quasi nessuno
riconosce il valore del diritto
all’autodeterminazione, e questo ha facilitato le
letture scioccamente “poliziesche” delle cause
dell’esplosione dell’Unione Sovietica e della
Jugoslavia.
Per
giunta questo atteggiamento, applicato anche al
Kosovo, sorvola sul fatto che il
“ritorno” alle condizioni del 1974 è
impossibile per due ragioni concrete: la prima è
che non c’è
più la Jugoslavia federale, in cui aveva un senso
essere provincia autonoma con diritto di veto e magari
rivendicare anche il nome di “repubblica”. Quella
attuale si chiama come allora “Jugoslavia”, ma non
ha più al suo interno croati, sloveni, macedoni e
bosniaci che possano controbilanciare il peso della
Serbia. Tra l’altro i montenegrini, anche se
rimanessero circoscritte le spinte secessioniste che
oggi sembrano maggioritarie nel parlamento locale, non
potrebbero avere una funzione analoga a quella delle
altre nazionalità uscite dalla Federazione, perché
sono a tutti gli effetti dei serbi, sia pure con una
storia separata dagli altri per secoli sulle loro
montagne inaccessibili.
La
seconda ragione è che anche
i kosovari non sono più gli stessi di dieci anni fa:
le sofferenze, le vessazioni, la cancellazione dei
loro diritti acquisiti hanno lasciato profondi
risentimenti e diffidenze: non sarebbe facile
convincerli a riprovare, mettendosi nelle mani di chi
già ha stracciato tutte le leggi, e ha scatenato una
persecuzione ingiusta e illegale. In ogni caso,
dovremmo ricordare sempre che sono gli abitanti del
Kosovo a dover decidere, e non noi.
Scheda
Il
“giustificazionismo” di sinistra
Questa
problematica viene di fatto ignorata da chi ha scelto
acriticamente di schierarsi per Milosevic: ad esempio
Domenico Losurdo in un ampio saggio apparso sul numero
630 de Il
calendario del popolo (aprile 1999). Da un lato si
minimizzano le vessazioni che hanno costretto
all’esodo molti kosovari, limitandosi ad ammettere
che “la fuga di una popolazione di dubbia lealtà
non risulta certo sgradita a Belgrado, che deve averla
a sua volta incoraggiata e, in certe zone, imposta al
fine di evitare la guerra su due fronti”. D’altra
parte, ed è un argomento spesso ripreso da Losurdo
come da Luciano Canfora, anche Roosevelt “subito
dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale fece
deportare in campi di concentramento i cittadini
americani di origine giapponese”. Eppure, commenta
Losurdo, “gli USA non erano bombardati giorno e
notte, non erano esposti a reali rischi di sbarco, e
non vedevano in gioco l’integrità nazionale, anzi
la stessa sopravvivenza come Stato e come nazione. È
questo invece il caso della Jugoslavia e del popolo
serbo”.
Curiosamente
Losurdo dimentica che l’espulsione dei kosovari è
cominciata prima
dell’intervento NATO, e non può essere cancellata
solo citando la dichiarazione di un presunto
combattente dell’UCK alla televisione serba, che
sosteneva di aver avuto attrezzature per
“organizzare una quinta colonna”. Basta poi la
definizione “quinta colonna” per scatenare un
incredibile perorazione di Losurdo. “Dileguata è la
memoria di un glorioso capitolo di storia: nei
terribili anni ’30 e ’40 i comunisti invocavano il
pugno di ferro contro la quinta colonna
dell’imperialismo hitleriano.” Come è possibile
che oggi non lo si faccia, si domanda. Possiamo a
nostra volta domandarci come si continuare nel 1999 a
credere che i comunisti rivoluzionari del POUM, i
libertari, i trotskisti assassinati a Barcellona e in
tante altre città della Spagna fossero veramente
agenti di Hitler? Eppure Losurdo e soprattutto Canfora
continuano a tirar fuori la leggenda della “quinta
colonna” trotsko-fascista.
La
metodologia usata per difendere Milosevic e negare
ogni diritto del popolo kosovaro è sorprendente:
bastano le affermazioni di qualche giornalista
italiano che riduce l’UCK a “un’organizzazione
di tipo mafioso” che avrebbe “imposto il
versamento di una tassa a ogni albanese della
diaspora” o che si finanzierebbe col “il traffico
della droga dall’Afghanistan”.
D’altra
parte appaiono ridicole affermazioni di questo genere:
“sin quasi alla fine i serbi hanno dato prova di
moderazione e si sono preoccupati di salvare l’unità”,
tanto più che “pur rappresentando il 36% della
popolazione jugoslava, erano costretti a dividere
equamente il potere con le altre cinque repubbliche e
le due province”. Al di là dell’affermazione che
lascia trasparire che sarebbe stato comprensibile un
rifiuto di dividere il potere con il restante 64%
degli jugoslavi, sembra che Losurdo dimentichi che
l’esplosione della Jugoslavia è cominciata proprio
con l’attacco serbo al Kosovo in nome di una
battaglia combattuta 600 anni prima. E fu
quell’attacco ingiustificato che provocò il rifiuto
di fornire soldati per una guerra così insensata da
parte degli sloveni e poi dei croati, e quindi
l’esplosione. Un minimo di cronologia non
guasterebbe….
Ma
la chiave – al di là della scelta della causa di
Milosevic come se si trattasse della squadra del
cuore, da difendere in tutto e per tutto e di cui non
si può ammettere nessuna colpa – è anche il
rifiuto di principio dell’autodeterminazione.
Secondo Losurdo ci sarebbero “gruppi comunisti,
soprattutto trotskisti, che, richiamandosi a Lenin,
agitano la bandiera dell’autodeterminazione per il
Kosovo, la Macedonia, il Montenegro, insomma nei
Balcani e in ogni parte del mondo”. Il falso è
grottesco: prima di tutto nessuno “rivendica in
astratto” l’autodeterminazione, e tanto meno per
la Macedonia, che già è indipendente, ma nessun
comunista l’ha mai richiesta,
in astratto o in concreto: semplicemente la
posizione classica di Lenin e di Trotskij è che
nessun popolo, tanto più se grande e forte ha il
diritto di negare ad altri la possibilità di
scegliere l’indipendenza. Losurdo confonde Lenin con
Stalin: infatti sostiene che “quando lanciava questa
parola d’ordine il grande rivoluzionario pensava
soprattutto ai popoli coloniali”. In realtà Lenin
la difese, contro Rosa Luxemburg, anche per la
Polonia, l’Ucraina, la Georgia, gli Stati Baltici,
prima della rivoluzione di febbraio, durante il
periodo preparatorio dell’Ottobre e anche
dopo la vittoria bolscevica. E affermava che non
si può riconoscere il diritto
all’autodeterminazione solo a chi ci sta simpatico,
a chi la pensa come noi. A chi sostiene oggi che per
Lenin si trattava di una parola d’ordine
“tattica” (cioè furbesca e contingente,
nell’accezione passata dallo stalinismo fino ai
gruppi della Nuova Sinistra), Lenin dava
anticipatamente una risposta sferzante, bollando i
socialrivoluzionari e i menscevichi russi che si
preoccupavano della lontana Irlanda, ma ignoravano il
diritto all’indipendenza della Finlandia o
dell’Ucraina.
Per
Losurdo, poi, “la situazione è ben diversa che ai
tempi di Lenin”; un argomento principe per potersi
dire come lui “leninista” e giustificare una
politica diametralmente opposta. E tra gli argomenti
che usa per giustificare il rifiuto del riconoscimento
del diritto all’autodeterminazione, porta esempi
sorprendenti: Hitler ha saputo usare la questione
nazionale dice ad esempio. Ed è vero, ma solo perché
la nazione tedesca era stata effettivamente vessata,
spezzettata, sottoposta a molteplici dominazioni ad
opera degli iniqui trattati di Versailles: è stata la
violazione a
determinare la reazione e l’utilizzazione
strumentale, non il principio
in sé¸ analogamente sono stati i sempre più
frequenti arbitrii nell’URSS staliniana e
poststaliniana a creare i risentimenti che hanno
contribuito alla sua esplosione.
Come
oggi, appunto, in Jugoslavia. Moltissime pagine di
questo libro sono dedicate alla critica del cinismo
dell’imperialismo, che dopo aver avallato tante
altre violazioni dei diritti delle minoranze nei
Balcani ed altrove, ha preso a pretesto la difesa dei
kosovari dall’oppressione serba. Ma ha potuto
prenderla a pretesto perché questa esisteva.
Le
discussioni appassionate sul diritto
all’autodeterminazione che caratterizzano la
sinistra sono per altro del tutto ignorate nelle
grossolane ricostruzioni del conflitto dilaganti sui
quotidiani e sui grandi settimanali come l’Espresso
o Panorama, o nelle principali catene televisive, su cui non è raro
ascoltare ricostruzioni fantasiose della storia meno
recente, e grottesche sviste nella collocazione
geografica di questo o quel territorio. E questo,
anche senza interventi coscientemente in mala fede,
come quel titolo “Milosevic invade il Montenegro”,
che al lettore più sprovveduto suggeriva che “il
mostro” stava occupando anche “un altro” paese
indipendente. Come se in Jugoslavia si scrivesse
“D’Alema occupa la Puglia” (che poi, data la
vera e propria invasione di mezzi militari, la
chiusura di aeroporti, ecc., sarebbe perfino un po’
più fondato…).
Ad
esempio, di Ibrahim Rugova si è cominciato a parlare
nei primi giorni della guerra, quando si è detto che
la sua casa era stata bruciata e che era stato ferito,
mentre i suoi principali collaboratori erano stati
assassinati. Quando questi “morti” sono apparsi in
pubblico, e lo stesso Rugova è comparso insieme a
Milosevic alla
televisione di Belgrado, pronunciandosi per la fine
immediata dei bombardamenti, si è detto subito che si
trattava di un falso, che le immagini erano quelle di
un filmato su un incontro del giugno 1998. Quando si
è dimostrato che non era vero, dato che i vestiti
erano diversi (d’altra parte avevano parlato
entrambi in serbo, e il chiarissimo riferimento ai
bombardamenti dimostrava che non si trattava di una
vecchia ripresa), Rugova è stato presentato come
“un ostaggio” e un prigioniero di Milosevic.
Eppure era arrivato liberamente a Belgrado da Parigi!
La
versione finale proposta all’unisono dagli stessi
corrispondenti italiani da Belgrado è stata che
Rugova soffriva della “sindrome di Aldo Moro”: la
stessa menzogna usata a suo tempo per disinnescare
l’effetto delle lettere in cui Moro, prigioniero
delle Brigate Rosse, aveva scritto di essere convinto
che la DC e il governo lo preferivano morto (opinione
fondatissima). Poi Rugova è scomparso dai mass media
italiani ed europei, e dei suoi successivi incontri
con Milosevic e altri esponenti governativi è stata
data appena una notizia brevissima.
Un altro esempio di
intossicazione è stato fornito da tutti i mass media
occidentali quando la NATO ha annunciato che avrebbe
bombardato le installazioni televisive jugoslave, se
non avessero trasmesso per almeno 6 ore al giorno i
programmi occidentali. Tutti o quasi si sono
affrettati a sostenere la fondatezza della richiesta,
dimenticando che in Serbia continuano ad operare i
giornalisti dei paesi aggressori (come da Bagdad, nel
1991, poteva trasmettere la CNN). Quale altro paese
aggredito ha mai concesso questo agli aggressori,
sapendo che per giunta non è difficile trasmettere
tra le righe informazioni cifrate ad uso militare?
Non
si capisce poi perché la televisione serba, che
ritrasmetteva già brani dai telegiornali occidentali,
avrebbe dovuto concedere 6 ore agli aggressori, che non hanno mai concesso neppure 6
minuti alla voce degli aggrediti. La televisione di Belgrado veniva
definita strumento di propaganda e di repressione,
proprio da parte di chi stava inondando il mondo di
menzogne a canali unificati, e bombardava e bombarda
la Jugoslavia di emissioni radio, come la Voce dell’America e Radio
Europa Libera; da parte di chi inonda
sistematicamente ogni paese “sgradito” come Cuba
con centinaia di ore giornaliere di emissioni radio
che diffondono menzogne e incitano al sabotaggio.
Perfino
alcuni dei nostri giornalisti, abitualmente pronti a
fornire più interpretazioni che fatti ed immagini da
Pristina o Belgrado, hanno protestato. Forse temevano
di trovarsi coinvolti personalmente, dato che usavano
gli studi televisivi jugoslavi per trasmettere: ma
comunque hanno protestato. Quando poi una delle
giornaliste più sensibili ai suggerimenti del potere,
la “pentita” Lucia Annunziata, è stata espulsa
dalla Serbia, il quotidiano più bellicista, la
Repubblica, ha scritto nel titolo che era stata
“picchiata”, mentre la stessa Annunziata
nell’intervista contenuta all’interno dello stesso
quotidiano lo smentiva nettamente. In realtà, un vero
e proprio
“pensiero unico” caratterizza questa guerra,
che bombarda di missili quelli che dice di volere
“proteggere”, e di menzogne i cittadini dei paesi
aggressori. Comunque, nel giro di una settimana, una
serie di ripetitori prima e poi la sede della stessa
televisione federale sono stati distrutti.
Un
altro caso di spudorata e deliberata falsificazione
delle informazioni è quello che ha seguito la notizia
che un convoglio di profughi albanesi era stato
centrato dal “bombardamento umanitario” della NATO
(probabilmente effettuato da italiani, come si può
desumere dagli orari annunciati per l’inizio
dell’entrata in azione dei “nostri” aerei, per
quelle famose azioni di “difesa integrata”, come
sono state definite da D’Alema per fornire
l’ennesimo alibi a Cossutta). Immediatamente si è
insinuato che doveva trattarsi di una ritorsione serba
per il bombardamento NATO, che secondo i comunicati
aveva colpito proprio quella zona. Poi i solerti
corrispondenti della RAI hanno trovato “testimoni”
che giuravano di aver visto chiaramente “i MIG
serbi” che gettavano bombe sul convoglio da 300
metri di altezza. Peccato che dopo poco tempo il
comando NATO ha confessato che erano stati i suoi
aerei “umanitari” a sganciare le bombe... da 5.000
metri di altezza. Evidentemente, oggi in Albania si
trovano persone disposte a giurare di avere visto
qualunque cosa in cambio di 100 dollari (e, se sono
militari dell’UCK, quelli che partono da Bari in
divisa e armati di tutto punto, le bugie le dicono
anche gratis).
Ma
la campagna bellicistica di questi mesi è in Italia
particolarmente grave, perché nasconde appunto
completamente anche le responsabilità del nostro
paese in Jugoslavia e in Albania nel corso di questo
secolo. Per questo occorre prima di tutto ricostruire
la storia dei rapporti tra l’Italia (che,
contrariamente a quel che si crede, è più
responsabile di altri paesi d’Europa) e i Balcani
prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.
Partiamo
da due episodi drammatici, di cui ricorreva
l’anniversario proprio nei primi giorni della
guerra, e che quasi nessuno ricorda in Italia, mentre
sono ben presenti nella memoria di molti abitanti
della penisola balcanica. Al tempo stesso, a tutti
quelli che fino a ieri ignoravano perfino
l’esistenza del Kosovo e che oggi si schierano per i
bombardamenti “umanitari” che dovrebbero salvarlo,
o si pronunciano categoricamente sui suoi problemi,
alcuni riconoscendogli il diritto all’indipendenza
altri negandoglielo, può essere utile ricordare
quanto il nostro paese ha pesato nelle sue vicende
prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.
2) La memoria storica che manca agli italiani
7
aprile 1939: l’Italia invade l’Albania
Dal
protettorato italiano alla conquista dell’Albania
All’alba
del 7 aprile 1939 l’esercito dell’Italia fascista
sbarcò a Durazzo, Valona, San Giovanni di Medua (Shëngjin)
e Saranda, che gli italiani chiamavano Santi Quaranta
e poi ribattezzarono Porto Edda (in onore della figlia
del “Duce” e moglie del ministro degli esteri
Galeazzo Ciano, l’uomo che aveva voluto più di ogni
altro la conquista dello sventurato paese). La
conquista fu quasi incruenta per molte ragioni: in
oltre vent’anni di protettorato l’Italia aveva
addestrato e inquadrato il misero esercito albanese,
che si squagliò quindi subito come neve al sole; la
penetrazione economica e culturale aveva avuto pochi
effetti sullo sviluppo del paese, ma aveva permesso di
stabilire legami interessati con diversi capi clan
della Mirdizia e dei Dukagini, che avevano conti in
sospeso con re Zog.
Le
perdite italiane per il momento furono modestissime:
secondo le cifre ufficiali 11 morti e 42 feriti a
Durazzo, un morto e 10 feriti a Saranda. Oltre al
disorientamento delle truppe per la precipitosa fuga
del re Zog, che appena capita l’antifona era partito
in direzione della Grecia con un corteo di auto e di
ambulanze e parte delle risorse auree del paese, pesò
l’assoluta mancanza di aerei e di batterie antiaeree
(sempre grazie ai suggerimenti dei consiglieri
militari italiani), mentre l’Italia appoggiò lo
sbarco con ben 384 aerei, che anche allora venivano
presentati sulla stampa come “apportatori di pace e
di sicurezza”. Ma le perdite evitate allora
sarebbero venute dopo.
Una testimonianza
preziosa: il Diario
di Ciano
Già
pochi giorni dopo l’occupazione Ciano notava sul suo
Diario (13 aprile) che “la cosa è andata finora liscia come
l’olio perché non abbiamo dovuto ricorrere alla
forza, ma se domani dovessimo cominciare a sparare
sulla folla, l’opinione pubblica si commuoverebbe di
nuovo”. Tuttavia nei giorni precedenti aveva notato
non pochi problemi: “difficoltà negli sbarchi,
carburanti non adatti, ed infine difficoltà di
collegamenti perché i radio-telegrafisti richiamati
non sono stati né sono in grado di assicurare il
servizio”. Sono problemi che si riscontreranno in
tutte le “guerre del Duce” e che costeranno la
vita a tanti soldati italiani.
Il
15 aprile egli osserva che tra i notabili albanesi
portati a Roma per ratificare il nuovo stato di cose,
e che pure sono da tempo al soldo degli italiani,
qualcuno “ha l’aria depressa. Il Duce li riceve a
Palazzo Venezia e parla. Vedo che attendono con ansia
la parola indipendenza,
ma questa parola non viene e ne sono rattristati.”
Erano evidentemente stati ingannati sullo scopo
dell’operazione italiana, che credevano servisse
solo a rovesciare il tirannico re Zog, e invece aveva
ben altri obiettivi. Il giorno successivo Ciano nota
lo stupore di “questa gente dura, montanara,
guerriera” nei confronti di Vittorio Emanuele III,
quel “piccolo omino seduto su una grande sedia
dorata” che risponde “con voce incerta e
tremante” al discorso del rappresentante albanese
Shevket Verlaci, che a sua volta ha letto “con
stanchezza e senza convinzione le parole che deve dire
per offrire la corona”.
Il
12 maggio Ciano comincia a preoccuparsi
dell’opposizione latente negli ambienti
intellettuali albanesi e pensa di risolverla
ricorrendo al confino per una ventina di essi. Ma già
il 16 gennaio 1941 i carabinieri consegnano al Duce un
“rapporto allarmante sull’Albania”. Il Duce ci
crede e Ciano non troppo, ma il 30 gennaio annota che
nella sola Corcia (Korcë o, alla greca, Koriza) la
quasi totalità degli studenti e dei professori hanno
creato disordini, e per “colpire gli irriducibili”
propone nuovamente il confino in un isola tirrenica,
ma questa volta per due o trecento persone…(in una
città di 24 abitanti). Sono i primi accenni di quel
che accadrà successivamente.
La
tragedia vera avverrà a partire dal 28 ottobre dello
stesso anno, con l’invasione della Grecia. Dopo
giorni di stupido entusiasmo cominciano i primi segni
di inquietudine, puntualmente registrati dal solito
meticoloso Ciano, che nei primi giorni li attribuiva
al maltempo (contribuiva anche quello, ma non era la
causa principale). Il 1° novembre salutava con gioia
l’arrivo del sole: “ne approfitto per fare su
Salonicco un bombardamento coi fiocchi”. Ma un po’
di inquietudine affiora, perché il suo aereo è stato
“attaccato dalla caccia greca”. Se l’è cavata
ma confessa a sé stesso (il Diario
non era destinato alla pubblicazione) che è stata
“una gran brutta sensazione”. E il peggio deve
venire. Il 6 novembre c’è stato un attacco greco su
Corcia, che “non ha avuto i risultati che millantano
le radio inglesi, ma c’è stato, qualche progresso
il nemico lo ha fatto, ed è una realtà che
all’ottavo giorno di operazioni l’iniziativa è
agli altri.” Il giorno dopo Ciano ammette che a
Corcia c’è stato un “collasso”, che attribuisce
a un battaglione albanese che “per paura – non
sembra per tradimento – cominciò a fuggire”. Da
allora in poi il Diario
abbandona i toni ottimistici. E’ cominciata la
catastrofe, che costringerà Hitler a modificare i
suoi piani e a invadere la Grecia (e quindi la
Jugoslavia) per riparare i guasti provocati
dall’impreparazione e alla scarsa motivazione
dell’esercito fascista.
La
guerra si è spostata già da novembre sul territorio
albanese, grazie all’eroismo del popolo della
Grecia, più che del suo esercito male armato e
pessimamente organizzato. Bene per la Grecia, male per
gli albanesi, ormai tragicamente coinvolti in una
guerra che non avevano mai voluto. Pagano il prezzo
per l’incoscienza dei loro dirigenti, che hanno
creduto di ottenere l’appoggio dell’Italia per le
loro contese interne, e si sono trovati sottomessi e
privati di quella sovranità a cui tenevano molto.
Peccato che quell’esperienza sia stata dimenticata
da altri albanesi di oggi, quella parte dei dirigenti
dell’UCK che hanno accettato gli accordi di
Rambouillet, fornendo l’esca per fare scattare
l’impresa “umanitaria” della NATO,
nell’illusione di ottenere un appoggio per le loro
aspirazioni all’indipendenza.
L’antefatto: le
relazioni italo-albanesi tra il 1912 e il 1939
L’invasione
dell’Albania, da un lato, non era apparsa molto
preoccupante per le altre potenze interessate ai
Balcani (era un paese già completamente inserito
nell’orbita italiana, e il mutamento istituzionale
non modificava ancora gli equilibri complessivi
dell’area), dall’altro era insensata, inutile e
costosa. Ma costosa era stata anche la politica di
penetrazione “pacifica” dei decenni precedenti.
Intanto fu solo relativamente “pacifica”, perché
in realtà i tentativi di trasformare il protettorato de
facto (riconosciuto dalle altre potenze, ma mai
formalizzato di fronte agli orgogliosissimi albanesi)
in una vera annessione, erano stati tutti
fallimentari, e avevano comportato numerose imprese
militari.
L’Italia
tra il 1914 e il 1915 aveva contrattato il suo
passaggio dalla neutralità (che rappresentava già
uno sganciamento dalla “Triplice alleanza” con
Germania e Impero austro-ungarico) all’entrata in
guerra a fianco dell’Intesa ottenendo con il Patto
di Londra (rimasto segreto fino alla pubblicazione da
parte dei bolscevichi – dopo la rivoluzione
d’Ottobre - di tutti i trattati e gli accordi
depositati negli archivi del governo zarista) la
promessa di consistenti acquisizioni territoriali in
Dalmazia, nella fascia di Adalia in Turchia e in
Albania. In particolare era stata promessa
all’Italia la baia di Valona, che fu effettivamente
occupata al termine della guerra, ma a cui si dovette
rinunciare in seguito all’insurrezione della
popolazione di quella città il 2 aprile 1920. Il mito
della “vittoria mutilata” che alimentò la
propaganda fascista nacque da quelle rinunce forzate,
determinate dalla vigorosa crescita del nazionalismo
albanese, jugoslavo e turco.
L’unica
acquisizione di una parte dei territori promessi nel
Patto di Londra fu (a parte Trento, e Trieste, che
sarebbero state però ottenute lo stesso anche in caso
di neutralità) fu quella del territorio allora
integralmente tedesco del Sud Tirolo, dell’Istria,
di Fiume (conquistata col colpo di mano di
D’Annunzio) e l’isolotto deserto di Saseno,
strategicamente importante dato che controlla
l’accesso alla baia di Valona.
Fallito
il tentativo di occupare Valona ed altre parti
dell’Albania, l’Italia si accontentò quindi di
puntare a un controllo indiretto del paese,
assumendosi una serie di compiti di “consulenza
tecnica”, compresa quella assai delicata della
definizione degli incerti confini del nuovo Stato, che
comportò in diverse occasioni alcuni incidenti, in
cui nel 1923 rimase ucciso il gen. Tellini, capo della
Commissione incaricata della ricognizione topografica.
Anche nel 1935 il generale De Ghilardi, ispettore
italiano dell’esercito albanese, rimase ucciso a
Fier in una sollevazione nazionalista.
Le
aspirazioni dell’imperialismo italiano
sull’Albania d’altra parte non erano nate col
fascismo, né ad essa era estranea la casa regnante,
come si è detto a torto recentemente. È vero che
alla vigilia della conquista del 1939 Vittorio
Emanuele aveva manifestato qualche dubbio, che era però
legato a considerazioni tattiche contingenti e non
certo a divergenze di fondo con Mussolini. Lo sapevano
bene gli albanesi, tanto è vero che monsignor Bumçi,
il vescovo cattolico che guidava la delegazione
albanese a Versailles, nel tentativo di respingere una
spartizione o un vero e proprio protettorato, aveva già
allora avanzato l’ipotesi che alla testa dello Stato
indipendente albanese potesse essere collocato come re
un principe di casa Savoia.
La
politica di penetrazione economica e di corruzione di
dirigenti locali, iniziata almeno dieci anni prima
dell’avvento del fascismo dai governi liberali,
continuò fino al 1938 sulle stesse linee, anche se
senza maggiori successi. Roberto Morozzo Della Rocca,
uno degli studiosi più attenti della storia delle
relazioni italo-albanesi (con particolare attenzione
all’utilizzazione politica del fattore religioso) ha
scritto che “le
concessioni economiche e la rete di interessi creata
dagli italiani in Albania non si traducevano in un
parallelo e proporzionale aumento di influenza
politica e in un controllo strategico”. Al
contrario, “era lo stesso aspetto
meramente finanziario a costituire un insuccesso per
l’Italia”, dato che si svolse in perdita netta
per il nostro paese, al punto che non rimase che
tentare l’avventura dell’annessione.
Un
anno prima della conquista militare il console
italiano a Tirana lamentava che la situazione dei
lavoratori italiani (a parte alcuni specializzati
“addetti al Comando della difesa nazionale” ) era
piuttosto triste: essendo “quasi tutti mediocri
lavoratori” non erano molto ricercati. “Chiedono
paghe che, mentre sono fantastiche in paragone di
quelle delle quali si contentano gli albanesi, sono
insufficienti per loro” e quindi finiscono per
lavorare solo saltuariamente. L’unica eccezione è
la richiesta “di cameriere giovani per locali
pubblici e per privati”, considerata tuttavia
inopportuna dal console “per ragioni di decoro e di
prestigio, essendo questa terra in genere fatale alle
nostre lavoratrici giovani. Presto o tardi esse
trovano un protettore straniero e finiscono per
disabituarsi al lavoro onesto”. E pensare che c’è
oggi chi considera “predisposte alla
prostituzione” le ragazze albanesi!
Dopo
l’occupazione il numero degli italiani occupati
crebbe vertiginosamente (da 1200 a 70.000 durante la
guerra di Grecia, esclusi i militari ovviamente), come
crebbe anche l’apparato statale albanese (da 6.000 a
18.000), senza per questo diventare più efficiente e
meno corrotto, ed anzi finendo per essere occasione di
illeciti arricchimenti di una torma di profittatori,
intermediari, capitalisti “magliari” e tenutari di
case chiuse (in cui arrivavano direttamente, con
grande scorno del regime, soprattutto “signorine”
italiane).
Il
finanziamento della Chiesa cattolica (nettamente
minoritaria) era stato costosissimo, ma non l’aveva
trasformata in una docile pedina della penetrazione
italiana. Di fatto, come hanno osservato vari
studiosi, la vera religione dell’Albania non è né
quella islamica né quella ortodossa o quella
cattolica, ma l’albanità.
La stessa osservazione è stata fatta successivamente,
anche a proposito dello stesso
“marxismo-leninismo” di Henver Hoxha, dall’ex
ambasciatore a Tirana, Gian Paolo Tozzoli, che ha
curato una efficace ricostruzione del regime
“comunista” nella guida Albania
pubblicata nel 1992 dalla CLUEP di Milano.
Che quei finanziamenti fossero soldi buttati via emerse
chiaramente anche dopo la conquista, quando la Chiesa
cattolica scoprì di non essere veramente
privilegiata, dato che ingenti contributi,
proporzionali al numero di fedeli e quindi ben più
consistenti, venivano dati anche alle comunità
ortodossa e islamica, peraltro senza effetti
risolutivi. Così anche l’occupazione si concluse da
tutti i punti di vista con un pugno di mosche, come
tutte le altre “conquiste” dell’Italia
imperiale.
L’invasione e
l’occupazione della Jugoslavia (1941-1943)
6
aprile 1941: Belgrado distrutta dai bombardamenti
All’alba
della domenica delle palme, il 6 aprile 1941 uno
spaventoso bombardamento tedesco distrugge gran parte
della città di Belgrado. Sperimentata prima a
Guernica, poi a Varsavia, viene applicata quella
tecnica della distruzione sistematica di tutte le
infrastrutture civili oltre che militari che
caratterizzerà poi tutta la Seconda Guerra Mondiale,
e che culminerà nella distruzione di Dresda,
Hiroshima e Nagasaki. Per tutti gli jugoslavi un
trauma indelebile, riecheggiato nel bellissimo film di
Emir Kusturica, Underground.
Nel
corso dei bombardamenti furono distrutti antichi
monumenti artistici, e la Biblioteca nazionale con
tutti i suoi tesori. I bombardamenti colpirono anche
altre città come Skopije, Cetinjie, Niš. La cifra
delle vittime è controversa, per l’interesse
convergente dei massacratori ma anche delle autorità
del paese aggredito che, per ragioni diverse, omettono
il bilancio reale (nel caso dell’esercito jugoslavo
si trattava di nascondere la propria impreparazione);
tuttavia, secondo Sthephen Clissold, sarebbero state
20.000, e in gran parte civili. Tra i morti, ironia
della storia, uno dei più filofascisti del governo
guidato dal generale Dušan Simovic, lo sloveno Frane
Kulovec, che appena il giorno prima aveva presentato a
Hitler – tramite l’ambasciata slovacca – la
proposta di creare una Slovenia “indipendente”
sotto la protezione tedesca.
Il
capo del governo, Simovic, era assente dalla capitale
per assistere al matrimonio della figlia. Ma
naturalmente questo particolare è solo la conferma di
un atteggiamento suicida, che portò a evitare ogni
mobilitazione, sperando di non irritare le potenze
dell’Asse, a cui venivano ripetute incessantemente
dichiarazioni di buona volontà. L’interruzione di
ogni comunicazione telefonica e radiofonica impedì
poi a Simovic e allo Stato Maggiore di impartire
ordini alle truppe, che rimasero disorientate e
sbandate come quelle italiane dopo l’8 settembre del
1943. Peraltro, anche se li avessero dati, si poteva
dubitare dei risultati, dato il basso livello dei
quadri superiori dell’esercito: l’attaché
militare francese, che aveva assistito alle
manovre del 1937, aveva scritto nel suo rapporto che
non era suo compito convincere i vertici militari
jugoslavi della loro incapacità e suggerir loro di
fare harakiri…
Non
si trattava certo di un’inferiorità intrinseca
degli jugoslavi - che daranno negli anni successivi
una splendida dimostrazione delle loro capacità
combattive, impegnando ben trenta divisioni tedesche -
ma dell’organizzazione basata sul predominio
arrogante dei serbi, che avevano escluso a lungo
croati e sloveni dagli alti gradi, generando al tempo
stesso frustrazioni, tensioni interetniche e una
selezione non basata sul criterio delle effettive
capacità.
Inoltre
il piano militare tedesco era stato ben congegnato:
l’invasione era cominciata da più parti: truppe
tedesche erano entrate dalla Romania e dalla Bulgaria,
ed erano state spalleggiate dall’esercito bulgaro, a
cui era stato promesso un cospicuo bottino.
Contemporaneamente l’esercito italiano entrava in
Jugoslavia dall’Istria e dall’Albania, e poco dopo
si sarebbero aggiunte anche forze ungheresi a cui era
stata concessa l’occupazione della Vojvodina, dove
esisteva una cospicua minoranza magiara.
L’antefatto
L’invasione
della Jugoslavia non rientrava nei precedenti piani di
Hitler. Probabilmente questi condivideva il giudizio
di Bismarck, che aveva detto che quella terra non
valeva le ossa di un solo granatiere di Pomerania. La
Germania, d’altra parte, come l’Italia, preferiva
puntare a un controllo indiretto dei Balcani
attraverso l’alleanza con governi conservatori,
anche utilizzando gli storici legami dell’Austria
nell’area balcanica. In questo la Germania era
entrata più volte in concorrenza e quasi in conflitto
con l’Italia, che mirava allo stesso obiettivo e
che, in particolare al momento del primo tentativo di
annessione dell’Austria nel 1934, aveva puntato a un
polo con Ungheria, Jugoslavia, Romania e Bulgaria (più
l’Albania semivassalla) per contrastare
l’espansionismo germanico. Tuttavia l’incoerenza
della politica estera fascista aveva reso debole
questo progetto, in particolare per quanto riguarda la
Jugoslavia, preoccupata per l’appoggio dato dal
governo di Roma al gruppo fascista croato di Ante
Pavelic, ma anche ad altri uomini politici croati. Per
attenuare le diffidenze, ovviamente accresciutesi dopo
l’assassinio di re Aleksandar da parte degli ustaša
avvenuto a Marsiglia il 9 ottobre 1934,
alcuni capi del gruppo fascista croato furono
confinati a Lipari per qualche tempo. Ma le ambizioni
mussoliniane erano tanto manifeste che un vero
riavvicinamento con Belgrado non fu possibile.
Inoltre, la penetrazione economica della Germania in
Jugoslavia era nettamente superiore a quella italiana.
La
crisi che doveva portare la Jugoslavia ad allontanarsi
dalla Germania e dall’Italia, ormai non più
antagoniste dopo la guerra di Etiopia e le sanzioni
della Società delle Nazioni, fu la conquista
dell’Albania. Concepita come rivincita sulla
conquista della Cecoslovacchia da parte di Hitler,
l’operazione non fece alcun effetto a livello
internazionale, dato che l’Albania fin dal 1912 era
di fatto un protettorato italiano. Ma allarmò il
governo jugoslavo, preoccupato dalle aspirazioni
italiane sul Kosovo. Nel febbraio 1939 era caduto il
governo Stojadinovic, che due anni prima aveva firmato
un trattato con l’Italia. Il successivo governo di
Dragiša Cvetovic cercò – tardivamente – di
attenuare le tensioni con i croati creando accanto
alle banovine (province
autonome) serba e slovena una
banovina di
Croazia, e poi altre due in Bosnia-Erzegovina e nella
Vojvodina. Ma lo Sporazum (accordo) del 26 novembre 1939 non fu mai attuato,
soprattutto per quanto riguarda l’inserimento nei
comandi dell’esercito di rappresentanti croati.
Le
molte responsabilità dell’Italia
Le
responsabilità dell’Italia nella crisi balcanica
non sono solo quelle delle maldestre e contraddittorie
ingerenze nella politica interna jugoslava, o
dell’irresponsabile avallo alle tendenze
secessioniste croate e kosovare.
Fu
la guerra di Grecia a provocare la catastrofe.
Iniziata per velleità di grandezza imperiale e per
gelosia infantile nei confronti della vittoria tedesca
in Francia, soprattutto se comparata alla miserabile
riuscita della proditoria e maramaldesca aggressione
italiana a una Francia già piegata, fu avviata il 28
ottobre 1940, l’anniversario della marcia su Roma,
che coincideva tuttavia con l’inizio del maltempo
autunnale. In poche settimane l’Italia fu ributtata
indietro dall’esercito greco, pessimamente armato,
ma fortemente motivato e sostenuto da uno sforzo
eroico della popolazione civile, che trasportava a
spalle i mortai e le munizioni sulle più impervie
zone di montagna. La guerra si spostò fin dentro
l’Albania, con gravissime conseguenze sulla
popolazione locale, che gli italiani non dovrebbero
mai dimenticare.
L’orientamento
filofascista del governo greco del dittatore Metaxas
(morto il 29 gennaio 1941), che aveva lasciato
sguarnite le frontiere con l’Albania per illusioni
sulle intenzioni dell’Italia fascista, fu
abbandonato rapidamente dal nuovo governo Koridzis,
che chiedeva e otteneva aiuto dalla Gran Bretagna.
Hitler
reagì in modo furibondo, tanto più che Mussolini gli
aveva tenuto nascosto il suo insensato progetto, di
cui lo informò solo a cose fatte nell’incontro di
Firenze avvenuto proprio il 28 ottobre 1940. Il
maresciallo Keitel attribuì appunto alla guerra di
Grecia l’inizio della fine del “Reich
millenario”. Al processo di Norimberga dichiarò
lapidariamente: “arrivammo [a Firenze] con tre ore
di ritardo e ciò fu la catastrofe”. Aveva
sostanzialmente ragione: l’avventurismo di Mussolini
aveva consentito la costituzione di una testa di ponte
inglese nei Balcani, particolarmente pericolosa per
l’invasione dell’URSS, già decisa e tenuta a
lungo nascosta a Mussolini per ricambiarlo della
stessa moneta.
Come
è noto, Hitler iniziò immediatamente la preparazione
di un’occupazione della Grecia, che comportava
tuttavia il passaggio per la Jugoslavia. Energiche
pressioni in tal senso furono fatte sul reggente Pavle
di Jugoslavia, mentre con la massima segretezza grandi
forze tedesche entravano in Bulgaria. Nel corso di
marzo il reggente Pavle e Cvetkovic cominciarono a
cedere, mentre aumentava la protesta popolare. Il 21
marzo si dimisero tre ministri contrari all’adesione
della Jugoslavia all’Asse, ma il 25 dello stesso
mese Cvetkovic firmava a Vienna l’adesione al Patto
tripartito, troncando definitivamente con la Gran
Bretagna, ma anche con il suo popolo. Imponenti
manifestazioni spontanee protestavano contro la
capitolazione del governo e del reggente a Niš, a
Spalato, a Leskovac, a Kragujevac, a Cetinje, a
Skopje, a Lubiana. Al loro interno ricompariva con
molta forza il Partito comunista, che era stato messo
fuori legge vent’anni prima.
Nella
notte tra il 26 e il 27 marzo un colpo di Stato
militare antitedesco diretto da ufficiali di aviazione
filobritannici, tra cui Borivoje Mirkovic e Dušan
Simovic, che assumeva la guida del governo, rovesciò
il governo Cvetkovic e spedì il reggente in esilio in
Kenia, dichiarando maggiorenne Petar Karadjorjevic (a
cui mancavano in realtà diversi mesi per la maggiore
età), che fu quindi proclamato re.
Il
nuovo governo ricordava per molti aspetti quello che
si formerà in Italia nel 1943 con Badoglio: prima
preoccupazione fu quella di incarcerare centinaia di
comunisti. Inoltre aprì trattative sia con la Gran
Bretagna sia con l’URSS, che tuttavia era ancora
troppo legata dal patto Ribbentrop-Molotov. Nel corso
di un incontro tenuto al Cremlino tra Simovic e Višinskij,
questi offrì solo un generico trattato di amicizia e
di non aggressione, dal quale si desumeva che l’URSS
era disponibile a mantenere un atteggiamento di
benevola neutralità nei confronti di Belgrado, ma non
ad entrare in guerra al suo fianco. Un trattato che
serviva a poco in quel frangente. Due giorni dopo
cominciavano i bombardamenti di Belgrado e
l’invasione del paese.
L’Italia
fascista e gli “eterni” odii interetnici
Un
luogo comune assai diffuso attribuisce gli attuali
conflitti nel Kosovo e quelli precedenti in Bosnia, in
Croazia, ecc., agli “eterni” conflitti etnici. In
realtà se, come abbiamo accennato, la questione
nazionale non era stata risolta felicemente nella
Jugoslavia tra le due guerre per l’eccesso di
centralismo serbo, non aveva generato gravi conflitti.
Il gruppo di Pavelic esisteva, ma superava appena i
500 aderenti: era una frangia insignificante, che non
interpretava affatto l’atteggiamento della stessa
popolazione croata.
Anche
se a volte la Jugoslavia era stata definita una
“prigione dei popoli” dal Partito comunista,
fautore da sempre di una soluzione federativa e che
– prima della Seconda Guerra Mondiale – difendeva
(come tutti i partiti comunisti, compreso quello
italiano) il diritto delle minoranze
all’autodecisione fino alla separazione, il suo
assetto interno non era particolarmente diverso da
quello di altri paesi come l’Italia o la Spagna che
comprendevano etnie non protette. Non vi furono
d’altra parte in quel periodo conflitti
significativi su questo terreno.
Nel
1941 cambiò tutto, e la prima responsabilità ricade,
più che sulla Germania nazista come si pensa
abitualmente, sull’Italia mussoliniana: essa infatti
non solo si impadronì di gran parte del litorale
dalmata e di Lubiana, che divenne “provincia
italiana”, ma costituì un Regno di Croazia in cui
fu incorporata la Bosnia e quindi un numero altissimo
di serbi, di “musulmani” ecc. Questo regno doveva
essere affidato a un Ajmone di Savoia, che doveva
assumere il nome croato di Tomislav II, ma che preferì
non mettervi mai piede per non fare la fine di
Massimiliano d’Asburgo in Messico. Rimase
prevalentemente a Saint Moritz, frequentandone
assiduamente il famoso Casinò. Ciano, tuttavia, lo faceva pedinare per timore che si
dileguasse del tutto, e scrisse sul suo Diario
che dopo una breve sparizione era stato rintracciato
in un alberghetto di Milano, dove aveva passato la
notte con una “ragazza di facili costumi”, come si
diceva allora.
Come
reggente fu collocato il criminale comune Ante
Pavelic, di cui Curzio Malaparte, allora
corrispondente del fascista Corriere della sera descrisse i crimini – a guerra finita – nel
suo libro Kaputt:
ad esempio disse di avere visto nella villa in cui
aveva sede il comando degli ustaša un cesto che gli sembrava pieno di ostriche. Erano invece
venti chili di occhi strappati ai serbi. Altre denunce
erano state fatte subito da alcuni ufficiali italiani
e perfino tedeschi.
In
Croazia furono compiuti crimini atroci, con la
benedizione di quel monsignor Aloysio Stepinac che
Giovanni Paolo II ha voluto beatificare di recente per
compiacere il potente episcopato croato. Religiosi
francescani parteciparono alla direzione dei
famigerati campi di concentramento in cui a una parte
dei serbi e dei “musulmani” si offriva la
possibilità di salvarsi con una conversione forzata
al cattolicesimo, mentre tzigani ed ebrei venivano
direttamente consegnati ai campi di sterminio nazisti.
Quei
crimini generarono una spirale di odii e di vendette,
giacché anche i cetnici serbi fedeli a re Petar non
erano da meno se mettevano le mani su qualche croato.
Ma l’innesco era stato provocato proprio dalla
spartizione della Jugoslavia voluta insieme da
Mussolini e da Hitler.
Una
parte degli ufficiali italiani, abbiamo accennato, si
indignarono e cercarono di limitare quei crimini; non
a caso dopo l’8 settembre del 1943 molti di loro –
pur rimasti senza ordini per la viltà di Vittorio
Emanuele III e di Badoglio – rifiutarono di piegarsi
ai tedeschi e molti si unirono ai partigiani. Gran
parte degli ufficiali e dei soldati della Divisione
“Venezia” e della “Taurinense” formarono la
divisione “Garibaldi”, unendosi ai partigiani
comunisti pur essendo tendenzialmente monarchici,
perché avevano verificato che solo i comunisti
combattevano a fondo i nazisti, mentre i cetnici di re
Petar preferivano accordarsi con gli occupanti contro
gli altri partigiani. E’ una storia poco conosciuta,
che fa onore al nostro popolo.
Ma
torniamo ai famosi “fatali ed eterni odii
interetnici”, di cui parlano i propagandisti
dell’intervento militare di oggi. La prima smentita
viene dallo straordinario successo dei partigiani
comunisti, che seppero tenere impegnate trenta
divisioni tedesche e liberare da soli gran parte del
proprio paese, unico esempio in Europa oltre
all’Unione Sovietica. La loro forza derivava da due
fattori: da un lato non rinviarono come in altri paesi
a un “secondo tempo” sia la questione sociale sia
quella istituzionale (praticarono da subito una
radicale riforma agraria nelle zone liberate e
rifiutarono ogni accordo con i seguaci conservatori
del re); dall’altro abbozzarono subito un progetto
di soluzione della questione nazionale basata su
quella Federazione che consentì poi oltre
quarant’anni di convivenza sostanzialmente pacifica
tra le varie etnie. La stessa composizione del gruppo
dirigente era una conferma vivente della concretezza
del progetto: Tito era mezzo croato e mezzo sloveno,
Kardelij era sloveno, Rankovic serbo, Moshe Pijade
ebreo, Djilas montenegrino, ecc….
La
dissoluzione della Jugoslavia tra il 1989 e il 1991, e
le tragedie successive, non avvennero dunque per la
fatale permanenza
degli odii antichi, ma come conseguenza di una crisi
profonda del regime dovuta all’indebitamento estero,
alle pressioni del FMI e della Banca Mondiale, e al
tentativo dei dirigenti ex comunisti come Milosevic o
Tudjiman di organizzarsi un consenso agitando vecchi
spettri e presentandosi come “salvatori” del paese
da un pericolo esterno. Ma approfondiremo questi
problemi più avanti, nel III capitolo.
L’Italia
e il Kosovo durante la Seconda Guerra Mondiale
Gli
argomenti della propaganda di guerra talvolta fanno
breccia anche nella sinistra, a volte direttamente,
oppure attraverso un rifiuto così radicale delle
motivazioni ufficiali, che porta a schierarsi non solo
contro l’aggressore, ma a fare proprie le tesi
dell’aggredito, non necessariamente corrette. Così,
essendo innegabile che la Serbia è aggredita, si
tende ad attribuire ai kosovari ogni colpa, al di là
di quella – di una parte soltanto del gruppo
dirigente dell’UCK – di avere accettato una
protezione interessata, facendo da esca per la
trappola. E si nasconde che, se una parte dei kosovari
hanno abbandonato la linea non violenta e gradualista
di Rugova, ciò si deve non solo e non tanto ai
finanziamenti della diaspora albanese negli Stati
Uniti (e magari della stessa CIA), ma al fallimento di
quella linea per l’intransigenza serba. Non ci si può
scandalizzare dunque se in questo contesto è
cresciuto un movimento che punta all’indipendenza, e
che si illude di trovare protezione da parte della
NATO. È lo stesso ragionamento che abbiamo già fatto
a proposito del popolo palestinese, per capire perché
di fronte all’intransigenza dei Benyamin Netaniahu e
all’inadeguatezza (a dir poco) dei risultati
ottenuti da Arafat, si è sviluppato l’integralismo
islamico, che si è rafforzato non perché islamico,
ma perché è apparso il più deciso oppositore ad
accordi che anche lucidissimi e laici esponenti
palestinesi come Edward Said, Mahmud Darwish, Hanna
Ashrawi o Abdel Shafi hanno criticato severamente.
Può
essere utile ricostruire le vicende del Kosovo
nell’ultimo secolo, senza nascondere le sue
sofferenze, che ci sono state, e senza ignorare il
punto di vista dei serbi (non del solo Milosevic). Nel
secolo scorso diversi viaggiatori, inglesi o di altre
nazionalità, hanno descritto vivacemente i conflitti
che esistevano in quella regione dell’Impero
ottomano, e che spesso si concludevano a danno della
minoranza serba, meno armata e relativamente meno
protetta. Ma non erano conflitti “etnici”.
L’arretratezza del Kosovo e della stessa Albania, la
parte più povera e trascurata dell’impero ottomano,
aveva fatto protrarre fino alle soglie di questo
secolo un’organizzazione per clan che comportava
spesso scontri cruenti tra gli stessi albanesi, per
faide durate decenni, il ricorso sistematico
all’abigeato nei confronti dei vicini in caso di
calamità naturali, ecc.
Le
leggende alimentate dalla propaganda nazionalista
serba hanno ingigantito tutti gli episodi di cui erano
vittime gli slavi, ignorando quelli che avevano
colpito gli albanesi. Ad esempio, si ingigantivano i
dati sugli stupri a danno di serbe, sorvolando sul
fatto che analoghi episodi colpivano donne albanesi, e
che comunque la percentuale di tali episodi non era
diversa da quella riscontrata nei rapporti di polizia
nelle regioni più arretrate della stessa Serbia. Un
residuo di concezioni che consideravano la donna un
oggetto disponibile, ovviamente orribili, ma che non
avevano nulla a che vedere con la pratica sistematica
e deliberata dello stupro che ha accompagnato la
“pulizia etnica” (da parte di croati, serbi e
“musulmani”) nelle guerre di Croazia e di Bosnia
in questo terribile decennio.
La
propaganda nazionalista serba aveva ingigantito allora
quegli episodi, per teorizzare l’inferiorità
“razziale” degli albanesi. Ad esempio, un uomo
politico serbo, Vladan Djordjevic, improvvisatosi
antropologo, aveva sostenuto seriamente nel 1913 che
gli albanesi erano residuati di popolazioni primitive
che avevano avuto la coda per appendersi agli alberi
(secondo lui, ancora nel secolo scorso c’erano nel
Kosovo esemplari umani con residui della coda!). Il
residuo animalesco degli “arnauti”, come venivano
chiamati da turchi e serbi gli albanesi, sarebbe stato
provato dalla mancanza di un alfabeto.
La
propaganda serba, inoltre, sosteneva che la “Vecchia
Serbia” (così veniva chiamato il Kosovo a Belgrado)
era sempre stata abitata solo da serbi fino alla
battaglia di Kosovo Polje del 1389, quando era
cominciata una “invasione” albanese al seguito
delle armate turche. Nulla di più falso: nella famosa
battaglia, rispolverata da Milosevic nel 1989 per
cancellare l’autonomia sancita dalla Costituzione
jugoslava, gli albanesi erano presenti in entrambi gli
eserciti, come risulta da tutti i documenti
dell’epoca. Ciò si doveva naturalmente al fatto che
allora, come in tutta l’Europa e nel mondo, non era
nata un’identità “nazionale”, e la presenza in
questo o quell’esercito dipendeva dalle scelte
tattiche dei vari capi clan. E ciò era durato a
lungo: Skanderberg, l’eroe albanese per eccellenza,
era figlio di una serba, mentre Djordje Petrovic,
detto Karadjordje, fondatore della dinastia serba, era
invece di origine albanese.
I
più raffinati propagandisti serbi, invece di negare
l’esistenza di albanesi nella “Vecchia Serbia”,
li consideravano in parte “invasori”, in parte
serbi convertiti all’islam e albanesizzati
linguisticamente. Naturalmente in tutti i Balcani
c’erano state molte conversioni alla religione dei
dominatori, ma rimaneva da spiegare come mai
l’assimilazione linguistica sarebbe avvenuta da
parte di quella che doveva essere secondo loro una
minoranza insignificante, e non da parte dei turchi,
come è accaduto quasi ovunque negli altri casi
accertati.
Su
questi aspetti è prezioso il libro più organico
sulla storia di questa sfortunata regione, quello di
Marco Dogo, Kosovo.
Albanesi e serbi: le radici del conflitto, C.
Marco Editore, Lungro di Cosenza, 1992. Un libro
documentatissimo e rigoroso di ben 376 pagine, che
costa purtroppo, se lo si trova ancora, 45.000 lire.
Anche l’agile ed equilibrato libretto di Thomas
Benedikter, Il
dramma del Kosovo. Dall’origine del conflittofra
serbi e albanesi agli scontri di oggi, Data News,
Roma, 1998, p. 140, £. 22.000, fornisce dati assai
utili su questo piano.
Come
per tutte le convivenze durate per secoli, con qualche
tensione, ma senza conseguenze tragiche (ad esempio il
Libano fino all’inizio della penetrazione delle
potenze europee nel 1840), i guai veri sono cominciati
con gli interventi esterni. Nel corso del secolo XIX,
oltre alla guerra propagandistica, nel Kosovo e in
Macedonia operavano agenti della Serbia da un lato,
dell’Austria Ungheria dall’altro, che offrivano
protezione a destra e a manca per impossessarsi di
quei territori facendo leva sulle rivalità tra i vari
capi locali (i serbi stessi protessero alcuni
capibanda albanesi contro altri).
Le
responsabilità europee ed italiane nel conflitto
Sono
le guerre balcaniche (sulla cui origine esterna è
difficile dubitare, dato che dietro a ciascon
contendente c’erano le maggiori potenze europee che
affilavano le armi in vista della Grande Guerra) ad
avviare i tentativi di spartizione dell’ampia area
dell’Albania etnica, che cominciava ad aspirare
all’indipendenza, ma che aveva meno forza degli
altri contendenti, e a cui offriva protezione
l’ultimo paese arrivato sulla scena balcanica:
l’Italia. Nel corso delle guerre balcaniche e poi
della Prima Guerra Mondiale i territori del Kosovo e
della stessa Albania sono invasi da diversi eserciti.
L’Italia offre protezione a una possibile Albania
indipendente, scontrandosi con gli interessi della
Francia, alleata ma rivale non solo nei Balcani, che
appoggia la Serbia e punta decisamente alla
spartizione.
Stabilito
un discutibile protettorato sull’Albania
(riconosciuto alla fine dalle altre potenze
dell’Intesa), l’Italia spreca molte delle sue
carte nel tentativo di impossessarsi direttamente di
Valona, scontrandosi con una fiera resistenza e
perdendo così molta credibilità.
Negli
anni successivi, l’irredentismo del Kosovo, annesso
alla Serbia senza alcun riconoscimento della pur
minima autonomia culturale, non trova molti appoggi
esterni. L’Italia punta più sulla carta croata,
mentre la stessa Albania di re Zog evita di toccare
l’argomento della Grande Albania perché ha bisogno
dell’appoggio jugoslavo contro i nemici esterni e le
mai cessate aspirazioni dell’imperialismo italiano.
Sappiamo
dal solito Ciano (fonte preziosa per la ricostruzione
della politica estera italiana) che il 21 aprile 1939,
appena completata la conquista dell’Albania, aveva
cominciato a interessarsi del Kosovo. Riferendo il
contenuto di un incontro avvenuto quel giorno con
Tahir Stylla, ex ministro di Albania a Belgrado,
Galeazzo Ciano parla per la prima volta del
“problema dei Cossovesi, cioè 850.000 albanesi
fortissimi fisicamente, saldissimi moralmente,
entusiasti all’idea di una unione alla madre
Patria”. Da Stylla apprende che “pare che i serbi
ne abbiano un terrore panico”. A quanto sembra, non
ne sa molto, ma comunque conclude che “oggi non
bisogna neppure lasciare immaginare che il problema
attira la nostra attenzione: anzi bisogna
cloroformizzare gli jugoslavi. Ma in seguito bisogna
adottare una politica di vivo interessamento per il
Cossovo: ciò varrà a tener vivo un problema
irredentista nei Balcani che polarizzerà
l’attenzione degli stessi albanesi, e rappresenterà
un pugnale piantato nel dorso della Jugoslavia”.
Il
18 giugno dello stesso anno riceve di nuovo Stylla, e
annota: “Intendo valermi di lui per la questione del
Kossovo [questa volta ne trascrive più correttamente
il nome NdR], della quale è molto competente. Creerò
presso il sottosegretariato per l’Albania un ufficio
irredentismi”. Il momento buono verrà meno di due
anni dopo, con l’invasione e la spartizione della
Jugoslavia. Il Kosovo (tranne la zona di Trepca,
piccola ma importante per le risorse minerarie, che
viene annessa alla zona di occupazione tedesca) viene
assegnato all’Italia.
Per
una parte degli albanesi sembra la realizzazione del
sogno della “Grande Albania”, sia pure sotto
tutela italiana. Nel giro di un anno, 60.000 contadini
serbi sono costretti a lasciare il paese; ma doveva
essere solo l’inizio. Il capo del governo fantoccio
nominato dall’Italia, Mustafà Kruja, annunciò in
un discorso che il Kosovo doveva essere “etnicamente
puro”: per gli immigrati recenti c’era
l’espulsione o l’eliminazione, mentre i serbi che
vi risedevano da secoli dovevano essere dichiarati in
massa “colonisti” (alludendo anacronisticamente
alle colonie di popolamento avviate dopo
l’annessione alla Serbia). Va detto che Ciano
diffidava di lui, temendo che il suo estremismo
facesse danni, ma anche perché Kruja era impopolare
tra i notabili albanesi in quanto era figlio di un
servitore! Comunque, Mustafà Kruja rimase in carica
dal novembre 1941 al gennaio 1943, e di danni riuscì
a farne effettivamente parecchi.
Quando
l’esercito italiano si sfaldò dopo l’8 settembre
1943, il Kosovo finì ovviamente sotto controllo
diretto della Germania. Molti notabili, per ottenere i
favori dei nuovi padroni, cominciarono a teorizzare di
essere “ariani di stirpe illirica”, e ottennero
comunque l’espulsione di altri serbi e montenegrini
dalle zone miste. Anche per questo la resistenza
antifascista nell’area fu più debole che nel resto
della Jugoslavia, e radicata prevalentemente tra le
minoranze slave, sottoposte a un’oppressione più
dura.
Il
Kosovo nella Jugoslavia di Tito
Dopo
la liberazione la sorte dei kosovari fu
contraddittoria: da un lato il Kosovo fu annesso alla
Repubblica serba come regione senza diritti
amministrativi autonomi (a differenza della Vojvodina,
che li ottenne quasi subito), dall’altro non fu
concesso il ritorno ai serbi e montenegrini espulsi
dai kosovari alleati ai fascisti italiani e ai
nazisti. La questione dell’assetto della regione era
stata rinviata alla eventuale costituzione della
grande federazione balcanica, che doveva comprendere
anche Albania e Bulgaria, e la stessa Grecia se fosse
diventata – come sembrava probabile – anch’essa
una repubblica socialista, e della cui sorte parliamo
altrove.
Intanto
una spietata repressione colpiva la popolazione, in
alcuni casi perché accusata di connivenza con i
nazifascisti, in altri perché legata effettivamente a
un’organizzazione nazionalista anticomunista come il
Balli Kombetar. I metodi adottati erano terribili: a Drenica fu
trovata una fossa comune con 250 albanesi, mentre nel
Montenegro 1.670 civili albanesi furono chiusi in un
tunnel e asfissiati con il gas. Tali misure furono
adottate anche in altre repubbliche contro i
collaborazionisti, veri o presunti, ma va segnalato
che quando nel 1966 il potente ministro degli Interni
Aleksandar Rankovic fu destituito, fu accusato tra
l’altro (oltre che di avere messo microspie perfino
nella camera da letto di Tito…) di crimini commessi
contro la popolazione del Kosovo. Le misure staliniste
di Rankovic avevano largamente anche i serbi, ma dopo
il suo allontanamento da tutte le responsabilità
direttive egli era apparso la vittima di una presunta
discriminazione antiserba: quando morì nel 1983 un
immenso corteo di serbi lo accompagnò alla tomba,
trasformandolo in un simbolo.
Questi
dati ci permettono di capire che la soluzione dei
problemi nazionali nella Repubblica jugoslava non deve
essere denigrata, ma neppure mitizzata, giacché, come
è stato sperimentato anche durante l’occupazione di
Trieste, la formazione stalinista dei dirigenti portò
molte volte a oscillazioni tra progetti rispettabili e
brutali sopraffazioni.
La
Costituzione del 1946 non riconosceva dunque
l’esistenza di un’etnia albanese, e manteneva le
regioni abitate da essa all’interno di tre
repubbliche (Serbia, Macedonia e Montenegro). Sotto la
direzione di Rankovic venne anche incoraggiato
l’esodo di circa 195.000 albanesi del Kosovo e della
Macedonia verso la Turchia. Solo nel 1966 si comincerà
a modificare la situazione, dopo il Plenum di Brioni
della Lega dei Comunisti di Jugoslavia, che varò un
progetto di decentramento, in base al quale fu deciso
tra l’altro di istituire l’università albanese di
Priština. Nel 1968 ci saranno forti manifestazioni
studentesche in tutta la Jugoslavia, che a Priština
assumeranno caratteristiche nazionalistiche. Ma
l’aspirazione all’unione con l’Albania rimarrà
circoscritta a pochi gruppi marxisti-leninisti, alcuni
dei quali sono confluiti oggi nell’UCK. La ragione
è semplice: pur restando l’area più povera e
arretrata della Jugoslavia, il Kosovo ha un livello di
vita e di cultura nettamente superiore a quello
dell’Albania di Henver Hoxha. Il processo di
graduale concessione di diritti nazionali agli
albanesi culmina nel 1974 in una Costituzione che, pur
non riconoscendo lo status di repubblica al Kosovo, lo
equipara di fatto a una repubblica con diritto di veto
sulle decisioni della federazione. Verrà anche
destinata al Kosovo una buona fetta del bilancio della
federazione jugoslava, che tuttavia finirà in parte
sprecata per la gestione burocratica dei dirigenti
locali
Il
resto è più noto, ed è conseguenza, non causa,
della crisi profonda del paese, indebitato con
l’estero e incapace di affrontare democraticamente i
problemi che aveva di fronte. Va ricordato tuttavia
che, per moltissimi anni dopo la soppressione da parte
di Milosevic dei diritti riconosciuti dalla
Costituzione del 1974, tra i kosovari continuò a
prevalere un orientamento gradualistico e la richiesta
di autonomia, non di indipendenza o di unione a
un’Albania ancora poco attraente.
In
ogni caso, non abbiamo il diritto di decidere noi se
la soluzione migliore è l’autonomia o
l’indipendenza, o l’unione all’Albania. Possiamo
solo batterci perché la decisione possa essere presa
democraticamente da tutti gli abitanti del Kosovo, e
perché siano garantiti i diritti della minoranza
serba. Altro non ci compete. E comunque, meno che mai
possiamo farlo noi italiani, che esaltiamo nei libri
di storia e nelle celebrazioni rituali il nostro
Risorgimento, che si basava appunto su una lotta per
la riunificazione degli italiani sparsi in diversi
Stati o sottoposti a una dominazione straniera
ritenuta intollerabile anche se secolare.
3) Origini e
responsabilità della crisi jugoslava
Prima di tutto è necessario
smantellare le interpretazioni fuorvianti abitualmente
proposte dalla grande stampa di dis/informazione. La
più diffusa è quella che attribuisce i conflitti a
un eterno e fatale odio tra serbi e croati e in genere
tra le etnie che hanno fatto parte della Jugoslavia.
È qualcosa di analogo allo stereotipo del
“bimillenario conflitto tra arabi ed ebrei”, che
non ha alcun fondamento, dato che per secoli gli ebrei
perseguitati nell’Europa cristiana si rifugiavano
principalmente nell’Impero ottomano, che assicurava
loro protezione, e nella stessa Palestina la
coabitazione tra la maggioranza palestinese e la
minoranza ebraica è stata sempre pacifica fino
all’arrivo delle correnti migratorie sospinte dal
razzismo europeo.
La
Jugoslavia nasce nel 1918 da una spinta profonda che
porta croati, sloveni e montenegrini a unirsi alla
Serbia, che aveva assunto un ruolo di “Piemonte
balcanico” nella lunga resistenza alla dominazione
turca e alle conquiste austro-ungariche. Anche
l’attentato di Sarajevo, che diede il pretesto allo
scoppio della Prima Guerra Mondiale, era una
manifestazione della stessa aspirazione all’unità
presente tra gli stessi giovani bosniaci. Che poi la
dinastia Karadjordjevic abbia governato il Regno dei
serbi, Croati e Sloveni (come si chiamò la Jugoslavia
fino al 1929) con un eccesso di centralismo serbo, che
suscitò tensioni e spinte centrifughe, è un altro
fatto, ma non particolarmente rilevante: nell’Europa
tra le due guerre mondiali, a parte l’Unione
Sovietica, non erano molti gli Stati che rispettassero
le minoranze, ma questo non provocava automaticamente
eccidi e guerre etniche.
I
conflitti etnici, accompagnati da massacri e crudeltà
inaudite, sono cominciati soltanto durante la Seconda
Guerra Mondiale, e la prima responsabilità ricade
sulle potenze che occuparono e si spartirono la
Jugoslavia nel 1941: Germania, Italia, Ungheria e
Bulgaria. La responsabilità italiana non è affatto
secondaria, anche se poi una parte delle truppe
italiane, dopo l’8 settembre 1943, scelse la
collaborazione con i partigiani, salvando l’onore
del nostro paese.
Nei
capitoli precedenti abbiamo visto che il presunto
“eterno conflitto” tra croati e serbi fu innescato
proprio da forze esterne, in particolare dal nostro
paese. Nessuno ne parla, invece, e nessuno ha chiesto
al nostro governo quell’autocritica storica che è
stata giustamente fatta (sia pure in ritardo di
cinquant’anni e con qualche reticenza) dal governo
giapponese per le atrocità commesse durante
l’occupazione della Cina e dell’Asia sudorientale.
Ma
non si tratta solo di sfatare questa leggenda: il
“revisionismo storico” dilagante sulle pagine dei
nostri giornali, mentre assolve i nostri criminali di
guerra (e ce ne furono tanti in Jugoslavia, Grecia,
Unione Sovietica, ma anche in Libia, Somalia, Eritrea
ed Etiopia), nasconde la realtà da cui nacque la
Jugoslavia del dopoguerra.
Il
movimento partigiano in Jugoslavia fu infatti il più
forte d’Europa, e tenne impegnate trenta divisioni
tedesche dopo il crollo del fascismo e lo sfacelo
dell’esercito italiano provocato l’8 settembre
1943 dalla fuga a Pescara e poi a Brindisi del “re
fellone”. Così fu giustamente chiamato dagli
antifascisti quel Vittorio Emanuele III che aveva
voluto la guerra di Libia, la non necessaria
partecipazione alla Prima Guerra Mondiale, che fu
complice di Mussolini nella farsesca “marcia su
Roma” e in tutte le altre imprese banditesche
(guerra di Etiopia, di Spagna, annessione
dell’Albania, seconda guerra mondiale). Lo
ricordiamo, perché oggi c’è chi vuole riabilitare
i Savoia!
Bisogna
comprendere perché il movimento partigiano riuscì ad
avere una forza tale da consentirgli di liberare il
paese da solo, a parte la collaborazione dell’Armata
Rossa alla liberazione di Belgrado, offerta da Stalin,
e motivata con la necessità di aggirare le truppe
naziste per raggiungere più rapidamente Budapest, ma
che creò le prime tensioni tra Jugoslavia e URSS per
il comportamento non corretto delle truppe sovietiche
verso la popolazione. Ci sono due spiegazioni
fondamentali: la prima – già ricordata - è forse
quella decisiva: a differenza di quelli italiani,
greci, francesi, ecc., i partigiani jugoslavi non
rinviarono a dopo la guerra la questione sociale e
quella istituzionale, e rifiutarono la politica dei
“due tempi” (prima la guerra, poi la rivoluzione)
già attuata con esiti fallimentari in Spagna, e
imposta da Stalin a tutti i partiti comunisti che in
base alla spartizione del mondo dovevano restare sotto
l’imperialismo occidentale. Essi non solo
applicarono fin dall’inizio nelle zone liberate la
riforma agraria, l’autoorganizzazione contadina, la
confisca dei beni dei capitalisti collaborazionisti,
ma rifiutarono ogni accordo con i cetnici,
i partigiani monarchici, che erano colpevoli di
ritorsioni crudeli che facevano pagare a innocenti
croati le colpe di Pavelic, e soprattutto non volevano
toccare l’assetto sociale del paese. D’altra parte
il cieco anticomunismo dei cetnici
di Mihailovic li spinse spesso a collaborare con gli
occupanti contro i comunisti.
La
seconda ragione è in questo contesto la più
significativa per sfatare le leggende sul “passato
che fatalmente ritorna”: la maggior parte degli
jugoslavi nel 1941-1945 erano inorriditi dai massacri
“etnici” delle varie bande armate al soldo degli
occupanti. L’armata popolare partigiana e il PCJ
(che rimase nell’ombra ma ne era l’ispiratore) non
erano assolutamente identificabili con una delle etnie
contrapposte, per la variegatissima composizione del
loro stesso gruppo dirigente e delle stesse truppe,
tra cui c’erano albanesi del Kosovo, macedoni,
ebrei, italiani dell’Istria e della Dalmazia (oltre
ai tanti soldati e ufficiali dell’esercito regolare
che dopo l’8 settembre si unirono ai partigiani
comunisti, dopo aver visto l’inefficienza e le
complicità con i nazisti di quelli monarchici, verso
cui soprattutto gli ufficiali avevano guardato
inizialmente con simpatia). D’altra parte nel
programma dei partigiani c’era la costituzione di
una Federazione in cui i diversi popoli avrebbero
avuto pari diritti e dignità.
Ecco
la più importante ragione del successo dei comunisti
jugoslavi. Ed è la smentita più clamorosa a chi
sostiene che “i popoli” della ex Jugoslavia si
sarebbero sempre odiati (oltre a quella che ci viene
dalla disperazione delle popolazioni coinvolte oggi da
una guerra feroce e insensata, che non capiscono e non
vogliono, e che è condotta - come nel 1941-1945 - da
poche migliaia di appartenenti a bande armate
contrapposte).
Non
si vuole assolutamente mitizzare l’operato dei
comunisti jugoslavi sul terreno della costruzione di
uno Stato federale: alcune nazionalità furono
ugualmente sacrificate, soprattutto se appartenevano
all’etnia dominante in uno Stato confinante e per
varie ragioni ostile. È il caso degli italiani, che
nel progetto originario dovevano avere una repubblica
federata che avrebbe dovuto comprendere Trieste e il
suo territorio, e che pagarono per l’ostilità
dell’Italia e degli Alleati nei confronti della
nuova Jugoslavia. Lo stesso trattamento ci fu verso i
kosovari, che si temeva fossero spinti a separarsi dal
nazionalismo albanese, e verso gli ungheresi della
Vojvodina. Ma i diritti di queste minoranze furono per
molti aspetti rispettati meglio di quanto fossero
quelli degli slavi residenti nei paesi vicini, e
comunque i rapporti tra le sei principali repubbliche
(Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia-Erzegovina,
Macedonia e Montenegro) furono regolati
costituzionalmente in modo meticoloso, perfezionato
poi anche attraverso un complicato sistema di
rotazione delle cariche previsto dalla Costituzione
ipergarantista del 1974.
La
tutela delle nazionalità minori fu tale che tra i
serbi, che nel vecchio Regno dei Karadjordjevic erano
nettamente privilegiati, rimase sempre la sensazione
di essere stati sacrificati da Tito. In realtà la
politica economica dello Stato federale fu rivolta a
favorire le regioni più arretrate, tra cui la stessa
Serbia, tentando di superare le differenze ereditate
dal passato. La storia separata delle diverse regioni
che costituirono la Jugoslavia aveva infatti lasciato
tracce profonde. La Slovenia, cattolica e
mitteleuropea, aveva un livello culturale e
industriale più alto perché sottoposta al governo
illuminato di Vienna, mentre la Croazia, anch’essa
cattolica, era rimasta sottoposta al potere dei
latifondisti ungheresi che avevano rifiutato le
riforme modernizzanti avviate a Vienna verso la fine
del XVIII secolo. Tra queste due aree, entrambe
gravitanti verso occidente, e il resto della
Jugoslavia correva di fatto un confine naturale (la
Drina), corrispondente dapprima a quello tra Impero
romano d’Occidente e Impero d’Oriente, e tra la
Chiesa di Roma e quella di Costantinopoli, ma che poi
coincise per molto tempo con la frontiera tra Europa
cristiana e Impero ottomano. I serbi erano stati i
primi a rendersi indipendenti, assumendo un ruolo
analogo a quello del Piemonte nell’unità
d’Italia, ma erano rimasti abbastanza a lungo sotto
il governo di Istambul in declino per non portarne le
tracce, che erano poi ancor più pesanti nelle aree
rimaste sotto i turchi fino alla seconda metà del
secolo scorso, e in cui erano restate cospicue
minoranze di convertiti all’islam.
Molti
hanno sottolineato queste diversità (ad esempio, tra
i 12.500 $ procapite di PIL della Slovenia e i 3.300
della Macedonia), o hanno sopravvalutato un fattore
religioso che nella Jugoslavia “socialista” era
invece marginalizzato dalla laicizzazione crescente.
Casomai più importante era la ben diversa efficienza
dell’apparato statale, dell’istruzione, della
sanità in Slovenia rispetto a quella del Montenegro o
del Kosovo. Ma questo scarto esiste anche, per eredità
dello stesso tipo, tra diverse regioni italiane, come
ben sa chi ha frequentato un ospedale friulano o
triestino e uno romano o campano, o conosce lo stato
della scuola pubblica nel nord e nel sud d’Italia.
Sono differenze che si ritrovano anche in Francia, in
Spagna, in Gran Bretagna, ma non generano
necessariamente conflitti cruenti. D’altra parte la
politica federale tendeva a superarle.
Una
delle prime manifestazioni di tensioni tra le diverse
repubbliche assunse in Slovenia e nella ricca costa
dalmata della Croazia (ma solo a partire dagli anni
Settanta!) toni analoghi a quelli agitati dalla Lega
Nord di Bossi, mentre nelle repubbliche più arretrate
c’era qualcosa di simile allo pseudomeridionalismo
becero del MSI e di demagoghi alla Cito. Le une
lamentavano di pagare più tasse perché producevano
più ricchezza e polemizzavano col “parassitismo”
delle repubbliche più arretrate, considerate pozzi
senza fondo in cui veniva gettato il denaro pubblico,
mentre le altre sottolineavano che il distacco aveva
cominciato ad accrescersi, perché i lavori pubblici
andavano a beneficio soprattutto di industrie del
nord. In ogni caso, finché visse Tito, queste
tendenze furono contrastate, e anche successivamente
nessuno al mondo avrebbe mai pensato che potessero
portare all’esplosione del 1991.
L’esperienza
della Jugoslavia “socialista” (usiamo le
virgolette, perché come vedremo non lo era realmente,
come non lo erano l’Unione Sovietica e gli altri
Stati sorti sul suo modello) viene completamente
denigrata oggi nel quadro delle campagne dei
mass-media che tendono a giustificare gli interventi
esterni con una presunta “barbarie” del paese.
Essa
fu invece interessante, anche se non vanno nascosti i
suoi limiti e le sue contraddizioni. Prima di tutto la
Jugoslavia riuscì a resistere alla fortissima
pressione di Stalin (che pensava fosse sufficiente il
suo “dito mignolo” per schiacciare Tito, ma usò
poi mezzi più pesanti) proprio perché il partito
comunista - anche se il suo gruppo dirigente era
cresciuto all’ombra di Stalin, che aveva sterminato
le direzioni precedenti, come fece con tanti partiti
comunisti, da quello tedesco a quello ungherese e
polacco - si era profondamente radicato tra le masse
durante la resistenza, e aveva l’appoggio della
stragrande maggioranza della popolazione.
Al
tempo stesso, va riconosciuto ai comunisti jugoslavi
il merito di avere resistito anche alle pressioni
occidentali, quando il brusco ritiro dei tecnici
sovietici e la rottura di tutte le relazioni
commerciali al momento della “scomunica” del
Cominform nel 1948 gettò il paese in una crisi
profonda. Ci furono solo alcune sbavature, come un
patto difensivo (mai entrato in vigore) con Grecia e
Turchia, accettato nel momento in cui si temeva
un’aggressione da parte del Patto di Varsavia, ma
tutti i tentativi occidentali di subordinare le
forniture di petrolio e di altri beni indispensabili
alla cancellazione delle nazionalizzazioni e delle
altre trasformazioni sociali furono respinti con
fermezza, come dovettero ammettere i dirigenti
sovietici quando nel 1955 andarono a Canossa e
riconobbero il carattere socialista (cioè affine al
loro) della Jugoslavia.
Inoltre
la Jugoslavia tentò, dopo un breve periodo
immediatamente successivo alla condanna di Stalin in
cui si ostinava a presentarsi come la più rigida
custode dell’ortodossia staliniana, di costruire
un’alternativa al modello sovietico. Non ci riuscì
completamente, perché la formazione staliniana di
Tito e degli altri dirigenti era troppo radicata, e
tutti gli espedienti adottati (cambio del nome del
partito in Lega dei comunisti jugoslavi,
“autogestione”, ecc.) non permisero di toccare il
nodo principale: esistenza di un partito unico
fortemente burocratizzato e appoggiato su una potente
polizia segreta, che manteneva il controllo dei gangli
essenziali dell’economia e che usava
l’autogestione come strumento di mobilitazione della
base, senza fare partecipare effettivamente le masse
alla elaborazione del piano, alla direzione della
politica estera, alle scelte di priorità politiche ed
economiche. D’altra parte, la dura repressione dei
“cominformisti”, perfettamente speculare a quella
dei “titoisti” nelle Democrazie popolari,
confermava la logica staliniana degli
“antistalinisti” di Belgrado.
Tuttavia,
se Tito non riuscì a rappresentare un’effettiva
alternativa al modello dell’URSS staliniana (che
tale restò con modifiche insignificanti anche sotto
gli epigoni, da Krusciov a Gorbaciov), non va
dimenticato che non riuscirono neppure gli altri
tentativi, da quello di Mao a quello di Castro dopo la
morte di Guevara.
Anche
dopo la ricucitura con l’URSS, d’altra parte, la
Jugoslavia svolse un ruolo internazionale originale e
positivo, proiettandosi verso il “Terzo mondo” e
promuovendo quel movimento dei “paesi non
allineati” che contrastò in parte la polarizzazione
del mondo in due blocchi militari contrapposti. Non si
può negare che questo movimento declinò
successivamente, perdendo gran parte del suo
significato originario, ma ciò va attribuito, più
che a errori specifici della Jugoslavia, a potenti
fattori oggettivi e soggettivi,.come l’involuzione
che ridusse l’originaria carica antimperialistica di
molte direzioni di paesi ex coloniali, la loro
crescente dipendenza dall’imperialismo, la ricerca
di soluzioni militari per i problemi pendenti con i
paesi vicini, anche allo scopo di creare un diversivo
che facesse dimenticare il bilancio fallimentare della
politica interna.
Riconoscere
questi meriti alla Jugoslavia e a Tito che ne fu guida
carismatica per quasi quarant’anni (con un culto
della persona, peraltro, che non aveva molto da
invidiare a quello di Stalin), non significa accettare
la versione corrente che attribuisce alla sua morte la
causa principale dello sfacelo della Federazione.
Si
tratta di una coincidenza cronologica, non di un
rapporto di causa ed effetto: in primo luogo,
l’ultimo decennio di vita di Tito rivela i sintomi
di una crisi profonda del sistema, con brusche svolte
repressive contro le tendenze centrifughe delineatesi
in Croazia e Slovenia, l’imposizione di un più
forte controllo politico nei confronti delle spinte
liberali, da un lato, e marxiste antiburocratiche,
dall’altro, emerse sotto l’apparente unanimità (e
lo stesso significato aveva d’altra parte la dura
repressione del movimento studentesco del 1968). Anche
le minuziose prescrizioni di complessi meccanismi di
rotazione nelle cariche, e di garanzie per le
minoranze etniche non riconosciute a livello di
repubblica (come gli albanesi del Kosovo e gli
ungheresi della Vojvodina) confermavano che si era già
identificato il pericolo speculare dell’eccessiva
centralizzazione da un lato (di fatto in linea di
continuità con le vecchie aspirazioni panserbe), e
del particolarismo delle altre repubbliche
dall’altro. Il fatto che quella Costituzione sia
stata insufficiente a contrastare le due tendenze e
poi sia stata calpestata apertamente dalla direzione
serba (che si pretendeva “jugoslava”), e non abbia
impedito ribellioni e secessioni, rivela solo
l’ampiezza di una crisi innescata da cause
economiche e sociali profonde.
Non
è stata la morte di Tito, ma il debito estero,
accresciutosi vertiginosamente nel corso degli anni
Settanta quando le banche occidentali offrivano a
tassi ridottissimi i “petrodollari”, a provocare
la crisi. Negli ultimi anni l’entità del debito era
stata nascosta, ma nel 1980 venne alla luce che
ammontava a 20 miliardi di dollari, pari a un quarto
del prodotto nazionale lordo. Il paese fu posto, con
il consenso dei suoi governanti, sotto la tutela del
FMI e della BM. Ogni cittadino finì per essere
gravato di un debito di 850 $ dovuto a spese che non
aveva contribuito a determinare, e che in parte erano
servite a finanziare investimenti sbagliati o anche la
concessione di crediti a paesi del terzo mondo per
ragioni di prestigio internazionale.
Una
politica economica così dissennata, di cui
l’elemento più pericoloso era rappresentato dalla
continua necessità di nuovi crediti dalle banche
occidentali per tappare i buchi del bilancio, e dalla
ricerca di correttivi mutuati dal capitalismo per
fronteggiare l’inefficienza crescente del sistema
burocratico di pianificazione, era cominciata già
negli anni Sessanta, e aveva scandalizzato Ernesto Che
Guevara, che nei suoi ultimi scritti, rimasti inediti,
aveva colto con allarme la tendenza dei gruppi
dirigenti di Polonia, Ungheria e della stessa URSS a
seguire le orme della Jugoslavia. Ciò assume
un’importanza ancora maggiore quando si constata che
anche la crisi di quei paesi è stata innescata dal
progressivo indebitamento e dalla crescente
subordinazione materiale e ideologica alla borghesia
occidentale.
Va
detto che, fin dagli anni Settanta, la progressiva
introduzione di criteri suggeriti dalla dipendenza dal
capitalismo, aveva provocato grandi ondate di
scioperi, puntualmente ignorati dalla sinistra
europea. La crisi strisciante si manifestò più
clamorosamente nel corso degli anni Ottanta. Pur
essendo una crisi economica e sociale, fu percepita in
termini nazionali, anche perché tutti i dirigenti di
provenienza comunista spingevano verso questa
interpretazione. Riferendosi all’ultima fase un
pacifista serbo, Mile Isakov, ha detto crudamente che
tutti i governanti della ex Jugoslavia hanno fatto
ricorso alla demagogia nazionalista e alla ricerca di
capri espiatori nei popoli vicini attraverso un uso
distorto e mistificato della storia solo perché non
sapevano governare e non avevano alcun bilancio
positivo da presentare ai propri elettori. Così
tiravano fuori come elemento fondante della “serbità”
e come giustificazione delle discriminazioni
antialbanesi una battaglia di Kosovo Polje svoltasi
nel lontano 1389, o altri episodi più o meno mitici.
Quella
di Isakov è un’osservazione acuta, specie se
riferita al periodo immediatamente successivo alla
caduta del muro e dei regimi sedicenti socialisti
dell’Europa centro-orientale, quando il
monopartitismo vigente fino a quel momento (pur con
caratteristiche particolarissime, giacché le
autonomie concesse dalla Costituzione del 1974 avevano
portato in Jugoslavia a una singolare forma di
pluripartitismo dato che, pur chiamandosi sempre con
lo stesso nome di “Lega dei comunisti”, i partiti
al potere in ciascuna repubblica si erano
differenziati profondamente tra loro e polemizzavano
spesso apertamente l’uno con l’altro) dovette
cedere il passo a elezioni formalmente libere e con
diversi partiti in lizza.
Essa
necessita tuttavia di una correzione parziale: quei
governanti non solo non
sapevano, ma non potevano governare bene, perché erano ormai sotto la tutela di
quei rapaci esattori dell’imperialismo che sono il
FMI e la BM. Su
questo rinviamo appunto all’aggiornamento contenuto
nel saggio di Michel Chossudovski riportato in
appendice subito dopo la fine di questo capitolo.
Ci
sono profonde analogie con quanto è accaduto negli
ultimi anni dell’URSS, determinandone
l’esplosione. In tutti e due i casi, un disagio che
aveva cause sociali, economiche e politiche, è stato
deviato sul terreno dei conflitti nazionali, fornendo
una spiegazione rozza ma più facilmente
comprensibile, perché faceva ricorso a vecchi
stereotipi ripescati nel passato e che evidentemente
non erano mai stati completamente rimossi dal
subconscio collettivo (anche perché per il
“superamento dei vecchi conflitti” Tito aveva
scelto il silenzio su di essi). Si tratta di una
testimonianza impressionante sulla crisi ideale e di
valori: il vecchio cemento ideologico non teneva più,
anche perché era stato riproposto con palese
ipocrisia da una burocrazia che da tempo non credeva
più a una parola dei principi che affermava, e se ne
cercava uno “nuovo” (in realtà vecchissimo)
additando il vicino come nemico e causa di tutti i
mali.
Il
fatto che un po’ tutti i dirigenti delle nuove
repubbliche indipendenti nella ex URSS come nella ex
Jugoslavia provenissero dal Partito comunista
(compresi quelli come Tudjman che se ne erano staccati
prima degli altri), conferma che in quei paesi, anche
prima della crisi finale, non c’era “troppo
socialismo”, ma troppo poco, o meglio c’era solo
una utilizzazione strumentale dell’ideologia
“marxista-leninista” per giustificare un potere
sottratto a ogni controllo democratico dei cittadini,
cioè a quella che è una componente essenziale del
socialismo nella concezione di Marx, di Lenin, di Rosa
Luxemburg, di Trotskij.
La crisi finale
La
discussione nella sinistra sull’esplosione della
Jugoslavia risente dei ritardi complessivi nella
riflessione sulle società postcapitalistiche e sulla
loro lunga crisi. C’è inoltre la tendenza a
sfuggire a un’analisi approfondita attribuendo tutto
alle “manovre” della CIA o di suoi agenti. Per
l’URSS la maggior parte della sinistra non ha in
genere dubbi nel considerare quasi unico responsabile
Boris Eltsin, considerato naturalmente un “agente”
degli Stati Uniti, anche se il suo comportamento
imprevedibile è tutt’altro che gradito ai suoi
presunti padroni (specie quando vende armi sofisticate
all’Iran, o punta i piedi in difesa dei serbi, sia
pure con gli scarsi margini di manovra concessigli
dallo stato catastrofico dell’esercito russo, che
riesce ancora ad essere arbitro dei conflitti interni,
ma si è rivelato incapace di piegare militarmente
perfino la minuscola Cecenia). Alcuni aggiungono tra i
responsabili anche Gorbaciov; ma, in ogni caso, c’è
una forte resistenza a prendere atto di una crisi
profonda, che era già venuta alla luce da decenni, e
che aveva potuto essere colta tra il 1962 e il 1965
perfino da Guevara, dotato di vivacissima intelligenza
ma pur sempre un autodidatta che aveva avuto meno di
un decennio per sviluppare le sue analisi.
Anche
sulla Jugoslavia, non ci sono molti dubbi nella
sinistra sulle responsabilità dell’imperialismo e
soprattutto di quello statunitense nell’esplosione.
Abbiamo già chiarito che queste responsabilità sono
enormi per quanto riguarda l’indebitamento e la
riduzione del paese in una dipendenza della BM e del
FMI. Ma perché gli imperialisti avrebbero dovuto
desiderare la distruzione e frantumazione di un paese
con cui facevano ottimi affari e aveva governanti
molto disponibili? A chi poteva fare paura,
militarmente o anche come modello per altri paesi, la
Jugoslavia in sfacelo del decennio che precede il
conflitto?
Lo
stesso discorso può essere fatto anche per la stessa
URSS, che a nostro parere non rappresentava una vera
alternativa all’imperialismo, con cui si era
accordata benissimo in molti casi alle spalle dei
popoli, come aveva segnalato ancora Guevara
nell’ultimo discorso pubblico (e uno dei pochi di
quel periodo ad essere stato pubblicato) nel Secondo
Seminario Afroasiatico di Algeri, nel febbraio 1965.
D’altra parte, pochi mesi prima del crollo, Bush si
era recato in visita a Vilnius e Kiev criticando
apertamente le tendenze secessioniste.
E
che vantaggi potevano in effetti derivare agli Stati
Uniti dal dovere trattare con quindici capi di Stato
imprevedibili e poco conosciuti anziché con un solo
Gorbaciov, con cui si intendevano benissimo e che era
fin troppo disposto alla collaborazione? E quali
affari può fare lo stesso imperialismo europeo con
una ex Jugoslavia ridotta in miseria dalla guerra, in
cui il prodotto interno lordo di ciascuna repubblica
(compresa la “ricca” Slovenia, rimasta
praticamente fuori dai conflitti) è sceso
precipitosamente per la distruzione delle principali
vie di comunicazione e l’interruzione dei normali
canali di scambio reciproco?
La
guerra jugoslava ha cause dirette principalmente
endogene, connesse alla debolezza sociale della casta
burocratica che la dirigeva quando si diceva
“socialista” e che si è ora riciclata come
nazionalista.
Ciò
non toglie nulla alle responsabilità
dell’imperialismo nella fase precedente di riduzione
in stato di vassallaggio attraverso il debito estero,
e anche in quelle successive, per il modo con cui è
stata fronteggiata l’esplosione della Federazione.
Perché in effetti, una volta prodottasi la
frammentazione, ciascun paese imperialista ha
“raccolto i cocci”. Le indecisioni e le brusche
svolte nella gestione della crisi dipendono casomai
dai conflitti di interessi latenti tra le maggiori
potenze imperialiste.
Il
primo crimine commesso nella fase apertasi nel 1991 è
stato il riconoscimento senza
condizioni dei nuovi Stati indipendenti. Non è il
riconoscimento in sé ad essere grave: l’esperienza
storica ha confermato quanto fosse fondata la
concezione leniniana che riconosceva ad ogni popolo il
diritto all’autodeterminazione, includendovi la
possibilità del distacco da uno Stato considerato
oppressivo. Quando ha cominciato ad essere elusa e
calpestata nell’URSS, si sono accumulate tensioni
che hanno rafforzato le spinte separatiste e le
identificazioni etniche. Il “crimine” a cui
alludevamo è quello di non avere chiesto, soprattutto
alla Croazia (la Slovenia non aveva minoranze
significative) di riconoscere alle consistenti
minoranze interne quei diritti che chiedeva per sé, e
che venivano invece negati dalla proclamazione stessa
di uno “Stato dei croati” che escludeva ovviamente
i serbi, gli italiani, ecc., inclusi nei suoi confini.
La
responsabilità di questo ricade soprattutto sui paesi
che si affrettarono a riconoscere la Croazia: Germania
(per i molti legami economici creati nei decenni
precedenti), Italia (per ragioni analoghe e per le
tradizionali mire su quel paese, dalla Prima Guerra
Mondiale all’occupazione durante la Seconda), e
Vaticano (per i legami con i cattolici croati, e per
continuità con la sciagurata politica seguita durante
il periodo 1941-1945, quando Pio XII non esitò
neppure a ricevere in udienza privata il criminale
Pavelic). Nessuno di essi ha oggi il diritto di
piangere sul sangue versato.
Così
un conflitto iniziato per il rifiuto della Slovenia di
partecipare con uomini e fondi alla repressione degli
albanesi del Kosovo, che provocò il maldestro
tentativo serbo (anche se fatto in nome della
Jugoslavia) di riportarla all’ovile con i
bombardamenti, si è esteso ed è degenerato senza che
alcuno facesse alcunché per porvi termine.
Il
ruolo dell’ONU, della NATO e della Comunità
Europea, che si sono alternate tra il 1991 e il 1995
alla testa delle missioni di mediazione, a seconda dei
diversi equilibri tra le potenze (l’ONU ad esempio
è stata esautorata ogni volta che nel Consiglio di
Sicurezza la Russia o la Turchia o alcuni paesi arabi
ponevano condizioni non gradite), è stato scandaloso.
In primo luogo perché, invece di tentare una vera
interposizione, hanno a volte aggravato le condizioni
della popolazione civile con bombardamenti che, nel
migliore dei casi, servivano a facilitare una delle
parti, ma anche perché hanno sempre trattato solo con
i capi delle bande armate, invece di imporre la
consultazione dell’intera popolazione, in larga
misura estranea e ostile a un conflitto portato avanti
da poche decine di migliaia di combattenti sulla pelle
degli innocenti.
Nessuno
ha ascoltato la voce dei pacifisti, all’inizio assai
forte, anche se il clima di una guerra così barbarica
li ha progressivamente indeboliti, lasciando più
spazio per l’odio e lo spirito di vendetta. Nessuno
ha tenuto conto di quei cittadini bosniaci che nei
censimenti si dichiaravano “jugoslavi” e non
croati o serbi o “musulmani”. Eppure in alcune
città costituivano una percentuale importante della
popolazione: più del 20% a Tuzla, e poco meno a
Sarajevo. E chi ha tenuto conto della percentuale
ancora maggiore di matrimoni misti, frequentissimi in
tutta la Jugoslavia? Dove andranno questi jugoslavi
non schierati quando diverranno effettive le
spartizioni (con annessa “pulizia etnica”)
previste da tutte le mediazioni internazionali?
Per
fare accettare all’opinione pubblica le bombe
“umanitarie” (che sono “intelligenti come quelle
che hanno ucciso 400.000 iracheni durante il genocidio
unilaterale chiamato “Guerra del Golfo”) hanno
sottoposto tutto il mondo a un vero bombardamento di
immagini televisive mistificanti. Quando abbiamo visto
le sequenze della strage del mercato di Sarajevo, con
le telecamere che indugiavano su arti smembrati e
pozze di sangue, non vi erano dubbi che si stesse
preparando qualche nuova impresa ancora più orribile.
L’uso di quelle scene per fare accettare un
intervento militare che doveva soprattutto facilitare
l’offensiva croata (forse anche con complicità
serbe, nel quadro del progetto di spartizione della
Bosnia concordato tra Tudjman e Milosevic), sarebbe
stato infame anche se non avesse avuto il retroscena
che è stato scoperto da osservatori imparziali: la
bomba che ha provocato il massacro non era partita da
postazioni serbe, ma da chi voleva innescare l’escalation
e facilitare l’intervento della NATO (con delega
ONU).
Questa
guerra per la “spartizione dei cocci” tra le varie
potenze imperialiste, degna emula delle orrende guerre
balcaniche combattute per conto terzi nella fase che
precedette la Prima Guerra Mondiale, ha dei prezzi
altissimi anche per il nostro zoppicante sistema
democratico: perché si accresce a dismisura
quell’uso intossicante dei mass-media già
sperimentato durante la “Guerra del Golfo” e che,
impedendo una corretta comprensione dei processi,
espropria già di per sé quella possibilità di
giudicare e decidere che è alla base di ogni vera
democrazia, ma anche perché ha come corollario la
sottrazione ai parlamenti di scelte fondamentali.
L’Italia è entrata in guerra, alla faccia
dell’articolo 12 della Costituzione, senza un voto
del parlamento. Era già accaduto nel 1982, quando
truppe italiane parteciparono a un’operazione
tutt’altro che umanitaria nel Libano, e poi in
occasione di altre analoghe imprese; ma ora si è
andati oltre. I cittadini italiani hanno appreso, ad
esempio, che c’erano nostri militari nella ex
Jugoslavia solo quando caddero un aereo e un
elicottero con diverse vittime nei due casi. E la
stessa NATO, contro cui hanno giustamente lottato
intere generazioni di comunisti, mai in passato aveva
fatto un intervento fuori della sua area e così poco
difensivo come quest’ultimo. Senza che ci sia stata
una parola di critica da parte del parlamento…
Un’ultima
considerazione sui problemi che questa guerra pone
alla sinistra: alcuni (pochi, per fortuna) sono stati
tentati di parteggiare per una presunta “Serbia
rossa”, visto che era indubbiamente la più
sfavorita nei mass-media, e veniva colpita da un embargo
unilaterale iniquo. Ma è lo stesso un errore, come
quello di chi vedendo la grande coalizione contro
l’Iraq si schierava con Saddam Hussein. Bisognava
allora difendere l’Iraq senza giustificare Saddam
Hussein, bisogna oggi difendere la Serbia se e quando
è aggredita, senza per questo appoggiare Milosevic,
che è della stessa pasta degli altri capi
nazionalisti, anche se usa ancora qualche residuo di
demagogia “socialista” per rendere più
accettabile a sinistra il suo nazionalismo grande
serbo.
In
questo conflitto la sinistra non può avere nemici da
demonizzare né amici da esaltare, ma si deve
schierare perché sia data la parola alle sventurate
popolazioni che vengono spartite tra i vari litiganti
senza che nessuno chieda il loro parere. Ogni altra
posizione rischia di impedire la comprensione del
conflitto, o peggio di aggravarlo attraverso il
sostegno a una delle parti responsabili di questo
folle massacro.
Appendice:
LA
COLONIA JUGOSLAVIA
di
Michel Chossudovski
L’opinione
pubblica occidentale è stata ingannata: la situazione
dell’ex Jugoslavia è state presentata come il
risultato di un “nazionalismo aggressivo”,
l’inevitabile conseguenza di tensioni etniche e
religiose profondamente radicate nella storia... La
mediazione occidentale, conclusasi con il Trattato di
Dayton nel novembre 1995, è stata accuratamente
presentata come lo strumento che avrebbe “riportato
la pace” in Bosnia-Erzegovina, contribuendo intanto
a ricostruire gli Stati sovrani sotto il segno del
“libero mercato”.
Si
è posto l’accento sulle numerose iniziative
diplomatiche e il chiaro progetto delle Nazioni Unite
per il mantenimento della pace e i soccorsi umanitari.
In questo processo, le cause economiche e sociali
della guerra civile sono state sottaciute. Degli
interessi strategici degli Stati Uniti e della
Germania non si è fatta parola; la crisi economica -
dalle radici profonde - che ha preceduto la guerra
civile, è da tempo passata nel dimenticatoio. Agli
occhi dei media globalizzati, i poteri occidentali non
hanno avuto responsabilità alcuna
nell’impoverimento e nella rovina di una nazione di
24 milioni di abitanti!
Eppure,
lo sfacelo della Federazione jugoslava è in rapporto
stretto con il programma di ristrutturazione
macroeconomica imposto al governo di Belgrado dai suoi
creditori esterni. Questo programma, adottato in più
riprese fin dal 1980, ha innescato il tracollo
dell’economia nazionale, portando alla
disintegrazione del settore industriale e allo
smantellamento, pezzo dopo pezzo, dello stato sociale.
Le
tendenze secessioniste, alimentate dalle divisioni
etniche e sociali, si sono rafforzate proprio in
questo periodo di terribile impoverimento della
popolazione jugoslava. La prima fase della riforma
macroeconomica, avviata nel 1980 poco prima della
morte di Tito, ha determinato il disastro economico e
politico. Il rallentamento della crescita,
l’accumularsi del debito estero e soprattutto il
costo degli interessi di questo, nonché la
svalutazione, hanno comportato un crollo del tenore di
vita del cittadino jugoslavo medio.... La crisi
economica minacciava la stabilità politica, e
minacciava di peggiorare le stesse tensioni etniche,
già ribollenti. Le riforme, accompagnate dalla firma
di accordi sulla ristrutturazione del debito con i
creditori ufficiali e commerciali, sono servite tra
l’altro a indebolire le istituzioni dello Stato
federale, creando divisioni politiche tra Belgrado e i
governi delle Repubbliche e province autonome.
Interessi strategici
Gli
obiettivi della ristrutturazione economica e
“strategica” sono stati avviati
contemporaneamente: la prima avrebbe dovuto rafforzare
la seconda... Malgrado il non allineamento di Belgrado
e i suoi rilevanti rapporti commerciali con la Comunità
Europea e con gli Stati Uniti, le amministrazioni di
Reagan prima e poi di Bush erano comunque intenzionate
ad abbattere il “socialismo di mercato” della
Jugoslavia. L’obiettivo strategico di Washington era
quello di annettere i Balcani al sistema del libero
mercato.
Dal
1993, con l’appoggio del Fondo Monetario
Internazionale, si è applicato un secondo
“pacchetto” di misure di stabilizzazione
economica, sfociate in una pesante inflazione. Insieme
all’impatto della liberalizzazione delle
importazioni, il congelamento del credito ha
comportato un crollo senza precedenti degli
investimenti...
Le
misure di riforma economica hanno raggiunto l’apice
sotto il governo filoamericano del primo ministro Ante
Markovic, che ha avviato la deregolamentazione dei
prezzi e la svalutazione monetaria: l’indice dei
prezzi al consumo è salito del 2.700% nel 1989, anno
in cui Markovic si è recato a Washington per
incontrare Bush, ricevendo la promessa di un
“pacchetto” di aiuti finanziari in cambio di
radicali riforme economiche, fra cui una nuova
svalutazione della moneta, il blocco dei salari, il
taglio della spesa pubblica e l’abolizione delle
aziende autogestite. Molte delle riforme richieste
erano state già messe a punto dalla nomenclatura di
Belgrado, con l’assistenza di consulenti
occidentali.
L’accordo con il FMI
Il
“pacchetto economico” è stato varato nel gennaio
1990, con l’accordo del FMI e i prestiti della Banca
Mondiale per il “riadeguamento strutturale”. I
tagli al bilancio, che richiedevano lo spostamento
delle entrate federali verso gli interessi del debito,
hanno comportato la sospensione dei trasferimenti di
risorse da Belgrado ai governi delle Repubbliche e
delle provincie autonome, alimentando così il
processo di secessione e di balcanizzazione politica.
Il
governo della Serbia aveva respinto integralmente il
programma di austerità di Markovic, con circa 650.000
lavoratori serbi che avevano protestato contro il
governo federale. Il movimento sindacale si era unito
alla lotta; la resistenza dei lavoratori aveva
superato le barriere etniche, poiché serbi, croati,
bosniaci e sloveni si erano mobilitati tutti insieme.
Mentre
l’inflazione erodeva gli stipendi, il FMI ordinava
anche il congelamento dei salari al livello della fine
del 1989. I salari reali crollavano del 41% nei primi
mesi del 1990, con un’inflazione che superava il
70%. Nel gennaio del 1991 si effettuava un’altra
svalutazione del dinaro del 30% e l’inflazione
saliva al 140%, fino ad arrivare al 1.134% nel 1993...
I
creditori avevano il controllo della politica
monetaria: l’accordo con il FMI impediva al governo
federale l’accesso al credito della propria Banca
centrale. Questa condizione in pratica ha paralizzato
il bilancio e menomato la capacita dello Stato di
finanziare i programmi economici e sociali.
Il
blocco dei trasferimenti alle Repubbliche ha creato
una situazione di “secessione de
facto”. Il rispetto delle condizioni
dell’accordo sottoscritto con il FMI faceva parte
delle intese per la rinegoziazione del debito estero
raggiunte con i club di Parigi e Londra. La crisi del
debito, indotta dal Fondo, aveva preparato il crollo
della struttura fiscale federale, prima della formale
dichiarazione di secessione da parte di Croazia e
Slovenia, nel giugno del 1991. Le pressioni politiche
su Belgrado da parte della Comunità Europea, più le
aspirazioni della Germania a trascinare i Balcani
nella propria orbita geopolitica, avevano anch’esse
incoraggiato il processo secessionista.
Le “riforme”
Il
programma di ristrutturazione richiesto dai creditori
di Belgrado doveva eliminare il sistema delle aziende
autogestite. La legge sulle imprese del 1989 ha
sancito l’abolizione delle “organizzazioni di base
dei lavoratori associati”- unità produttive
autogestite, con un Consiglio dei lavoratori
costituito come principale organo decisionale -
mirando a trasformarle in aziende capitaliste private,
gestite da un Consiglio di amministrazione sotto il
controllo dei proprietari dell’azienda e dei
creditori. L’obiettivo era quello di assoggettare
l’economia jugoslava a una massiccia privatizzazione
e smantellare il settore pubblico.
Sempre
nel 1989 sono state varate una legge sulle operazioni
finanziarie e un’altra sul fallimento delle aziende.
Nel 1988, la legge sugli investimenti stranieri aveva
consentito l’ingresso illimitato di capitale
straniero, non soltanto nell’industria ma anche nei
settori bancario e assicurativo e nel terziario. Il
“pacchetto” ha permesso la dismissione delle
aziende autogestite e la loro vendita al capitale
straniero a prezzi stracciati...
Tra
il 1989 e il 1990, con una nuova legge sul sistema
bancario, è stata avviata anche la liquidazione delle
“banche associate” autogestite. È stata
smantellata oltre la metà delle banche del paese, per
lasciare il posto a “istituzioni indipendenti con
scopo di lucro”. Entro il 1990, era ormai completato
lo smantellamento dell’intero sistema bancario
jugoslavo, sotto la guida della Banca Mondiale, che
avrebbe concesso un prestito ad
hoc nel 1991.
Con
le “riforme” del FMI e della Banca Mondiale, si è
congelato il credito per il settore industriale, con
l’intenzione di accelerarne il processo di
liquidazione: le industrie sono state minuziosamente
schedate e sono stati avviati i processi di
fallimento, secondo quanto stabiliva la legge del
1989. In meno di due anni, questa legge ha causato il
licenziamento di oltre 600.000 lavoratori. La maggiore
concentrazione di aziende fallite e di licenziamenti
si è avuta in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia e
Kosovo. Alla fine del 1990, i lavoratori considerati
“in esubero” erano circa 1,9 milioni (su un totale
di 2,7).
La disintegrazione
politica
Le
misure di austerità, a sostegno di grandi interessi
strategici, hanno gettato le basi di una nuova
“colonizzazione” dei Balcani. Nelle elezioni del
1990, la politica economica era stata al centro del
dibattito politico: le coalizioni separatiste hanno
soppiantato i comunisti in Croazia, in
Bosnia-Erzegovina e in Slovenia.
La
separazione della Croazia ha ricevuto l’assenso
formale del Ministro degli esteri tedesco Genscher: la
Germania non solo appoggiava la secessione, ma stava
anche “forzando la mano alla diplomazia
internazionale”, premendo sugli occidentali perché
concedessero il riconoscimento a Slovenia e Croazia...
L’espansione tedesca è stata accompagnata da ondate
montanti di nazionalismo e xenofobia. La Germania ha
cercato di ottenere dai propri alleati mano libera per
conseguire il predominio economico in tutta l’Europa
centrale.
D’altronde,
Washington favoriva un indebolimento dell’unità,
incoraggiando nel frattempo lo “sviluppo
democratico”....
Il
dopoguerra
La
prospettiva di ricostruzione delle nuove repubbliche
indipendenti appariva difficile: la rinegoziazione del
debito era parte integrante del processo di pace.
L’ex Jugoslavia era passata rigorosamente al vaglio
dei creditori stranieri, il debito estero veniva
attentamente suddiviso e ripartito tra le repubbliche,
ciascuna delle quali era ora soffocata da separati
accordi di “ristrutturazione” e di rinegoziazione
del debito...
I
programmi di privatizzazione effettuati sotto la
sorveglianza dei creditori hanno portato a
un’ulteriore fase di disgregazione economica e di
impoverimento della popolazione. Il Pil è sceso
almeno del 50% in 4 anni (dal 1990 al
1993...)...Secondo il FMI, la terapia d’urto del
gennaio 1990 non aveva raggiunto in pieno i propri
obiettivi, per cui si richiese un’altra tornata di
“stabilizzazione e ristrutturazione”. A causa
dell’accordo del 1993, il governo di Zagabria non
poteva mobilitare le proprie risorse produttive, con
una politica fiscale e monetaria sottoposta al rigido
controllo dei creditori stranieri. I pesanti tagli al
bilancio richiesti dall’accordo avevano compromesso
la possibilità di una ricostruzione
postbellica...Sotto i colpi del programma del Fondo
monetario internazionale, il tasso ufficiale di
disoccupazione in Croazia saliva al 19,1% nel 1994...
Il 95% delle aziende autogestite veniva trasformato in
società per azioni... Il governo di Zagabria era
costretto a ristrutturare e privatizzare completamente
il settore bancario, con l’assistenza della Banca
Mondiale e della Bers (la Banca Europea per la
Ricostruzione e lo Sviluppo, ndr).
Le
trattative con i club di Parigi e Londra si
impantanavano, nel 1994, sulla questione di quale
quota del debito dell’ex Jugoslavia sarebbe toccata
a ciascuna repubblica... Già nel 1995, qualche mese
prima del perfezionamento del Trattato di Dayton,
l’azione del FMI per conto delle banche creditrici e
dei governi occidentali proponeva di ridistribuire il
debito della ex Jugoslavia pressappoco nel modo
seguente: Serbia e Montenegro, 36%; Croazia, 28%;
Slovenia, 16%; Bosnia-Erzegovina, 16%; Macedonia, 5%.
In
Macedonia, il modello di ristrutturazione era per
molti versi analogo a quello applicato in Croazia: la
liquidazione delle aziende autogestite aveva condotto
al tracollo dell’industria e a una disoccupazione
dilagante. Nel 1993, si è adottato un programma di
riforme economiche sostenuto dal FMI, che intendeva
comprimere i salari reali e congelare il credito.
Inaspettatamente, l’affarista miliardario americano
George Soros, agendo da privato cittadino, si inseriva
nel cosiddetto “Gruppo di sostegno
internazionale”, accanto al governo olandese e alla
Banca dei Regolamenti internazionali. Il denaro
offerto non era destinato alla ricostruzione della
Macedonia, ma veniva concesso perché il governo di
Skopje potesse rimborsare gli arretrati del debito
alla Banca Mondiale...
La
terapia economica del FMI per la Macedonia costituiva
un coerente “programma fallimentare”, che portava
allo smantellamento dell’intero settore industriale.
I beni più redditizi sono stati venduti alla Borsa
macedone, creata nel 1995. Essa opera in quanto
organismo interno all’Agenzia per le
privatizzazioni. Il ministro delle Finanze presentava
nel 1995 un piano di ricostruzione che avrebbe privato
la Bosnia-Erzegovina della propria sovranità
economica. Questo piano consisteva soprattutto nella
trasformazione della Bosnia-Erzegovina in un
territorio diviso, occupato dall’esercito atlantico
e sotto l’amministrazione occidentale.
Basandosi
sul Trattato di Dayton del novembre 1995, gli Stati
Uniti e l’Unione Europea hanno instaurato in Bosnia
un’amministrazione completamente colonialista, con
alla sua testa l’alto rappresentante da essi
nominato (high
representative, HR), un cittadino non bosniaco
(art.1 dell’Accordo sull’alto rappresentante del
Trattato di pace di Dayton). Lo HR ha pieni poteri
esecutivi in tutte le questioni civili e il diritto di
revoca sui governi della Federazione bosniaca e della
Repubblica serbo-bosniaca di Serbia. Lo HR deve
operare in stretto contatto con l’Alto Comando
militare (IFOR), nonché con le agenzie dei
concessionari di crediti...
Mentre
l’Occidente enfatizzava il proprio appoggio alla
democrazia, l’Assemblea parlamentare, istituita
secondo la “Costituzione” e perfezionata con il
Trattato di Dayton, agiva soprattutto approvando
decisioni altrui (sono stati stanziati 2 miliardi di
dollari per finanziare il contingente statunitense di
20.000 soldati).
Dietro
la facciata democratica, il potere politico effettivo
restava nelle mani del “governo parallelo”,
guidato dall’Alto rappresentante e da consulenti
stranieri
Inoltre,
la Costituzione trattata a Dayton consegnava le redini
della politica economica alle istituzioni di Bretton
Woods e alla Bers di stanza a Londra. L’articolo VII
stabiliva che il primo governatore della Banca
centrale della Bosnia-Erzegovina doveva essere
nominato dal FMI e “non doveva essere un cittadino
bosniaco, o di uno Stato limitrofo”...La Banca
centrale, in base alla Costituzione, non poteva agire
in quanto tale... Il nuovo Stato “sovrano” non
poteva avere una
valuta propria, né poteva mobilitare le proprie
risorse interne. Come nelle altre nuove repubbliche,
la capacità di autofinanziare la propria
ricostruzione veniva soffocata fin dall’inizio.
Il
compito di amministrare l’economia bosniaca è stato
accuratamente suddiviso fra le agenzie dei
concessionari del credito: mentre la Banca centrale
era sotto la custodia del FMI, la Bers guidava la
Commissione delle società statali che vigilava su
tutte le operazioni di tutte le aziende del settore
pubblico, soprattutto con l’intenzione di svendere i
beni statali e quelli autogestiti...
Si
era creato un triste e pericoloso precedente nei
rapporti internazionali: i creditori occidentali
imponevano i propri interessi in una Costituzione
scritta frettolosamente a proprio nome; le posizioni
esecutive nel sistema dello Stato bosniaco erano
detenute da non cittadini, nominati dalle istituzioni
finanziarie occidentali...
Il
petrolio bosniaco
In
base al Trattato di Dayton, la spartizione della
Bosnia-Erzegovina ha rivestito un’importanza
strategica per gli interessi economici occidentali.
Essa
avrebbe dovuto rafforzare la “linea di confine
interetnica” tra la Federazione della
Bosnia-Erzegovina e la Federazione serbo-bosniaca di
Serbia. I documenti in mano alla Croazia e ai
serbo-bosniaci mostravano che erano stati localizzati
giacimenti di carbone e di petrolio nel versante
orientale della faglia del Dinarides, una regione che
aveva costituito il fronte principale delle massicce
offensive dell’esercito croato contro i ribelli
serbi in Bosnia e nella regione croata della Krajina.
Secondo gli ufficiali bosniaci, la Amoco (società
petrolifera americana con sede a Chicago) era una fra
le numerose aziende straniere che successivamente
hanno avviato le ricerche esplorative in Bosnia.
L’Occidente non aspettava altro che potere sfruttare
questa regione: la Banca Mondiale - e le
multinazionali che hanno condotto le operazioni -
esitavano (agosto 1995) a rivelare i resoconti delle
ultime ricerche ai governi impegnati nei
combattimenti. Inoltre, c’erano anche consistenti
giacimenti petroliferi in una regione della Croazia
sotto controllo serbo, nella regione di Tuzla. Questa,
secondo il Trattato di Dayton, faceva parte della
Divisione militare degli Stati Uniti, con quartier
generale a Tuzla.
La
divisione territoriale, secondo il Trattato di Dayton,
sancisce la “pulizia etnica”. Lo spiegamento di
nove brigate munite di armamenti pesanti di 70.000
soldati (quasi quanti ce ne erano in Vietnam) non
voleva “consolidare la pace”, bensì amministrare
la spartizione territoriale della Bosnia-Erzegovina,
in accordo con gli interessi economici occidentali.
Anche questo obiettivo è stato raggiunto con la
frammentazione territoriale...
La
fine
La
ristrutturazione macroeconomica, attuata in Jugoslavia
secondo un progetto politico neoliberale, ha
comportato la distruzione dell’intero paese. Eppure,
sin dallo scoppio della guerra nel 1991, il ruolo
centrale della riforma macroeconomica è stato
prudentemente sottaciuto e negato dai media di tutto
il mondo. Il mercato libero era stato raffigurato come
la soluzione, la base su cui riedificare l’economia
distrutta dalla guerra... L’impatto sociale e
politico della ristrutturazione economica in
Jugoslavia è stato scrupolosamente cancellato dalla
nostra coscienza sociale e dalla visione collettiva di
“ciò che è realmente accaduto”. Le divisioni
culturali, etniche e religiose sono state messe in
risalto e presentate come le uniche cause della crisi,
quando in realtà esse non sono state altro se non la
conseguenza di un ben più profondo processo di
lacerazione economica e politica. Questa “falsa
coscienza” ha pervaso tutti gli ambiti di
discussione e di dibattito critico. Non soltanto essa
nasconde la verità, ma ci impedisce anche di
riconoscere i reali avvenimenti storici e, per finire,
distorce le fonti effettive dei conflitti sociali.
4) Questa guerra: le
cause recenti
Le
responsabilità dello sfacelo della Repubblica
federativa jugoslava, come abbiamo visto, sono di
molti, compresi ovviamente i governanti di ciascuna
repubblica sorta dalla sua dissoluzione. Tuttavia,
sono più gravi quelle di chi, in Europa e nel mondo,
ha più potere – economico, militare, politico - e
finora lo ha usato malissimo.
Nei
Balcani nessuno è innocente, soprattutto per quanto
riguarda la cosiddetta “pulizia etnica”, che è
stata praticata prima di ogni altro dal governo croato
(nessuno ne parla, ma ci sono 800.000 rifugiati serbi,
scacciati dalle loro case e dalle loro terre - in cui
vivevano da moltissime generazioni – nella Krajina e
nella Slavonia occupate dai croati, o nel
complicatissimo mosaico bosniaco).
Fino
a poco tempo fa, forse, poteva essere considerata
“non colpevole” da questo punto di vista la sola
Macedonia, a cui pure assurdamente è stato a lungo
negato il riconoscimento come Stato indipendente, non
per qualche sua responsabilità, ma per un assurdo
veto da parte della Grecia, che ha ottenuto tra
l’altro che i macedoni non potessero scegliersi il
nome che preferivano. I greci continuano a chiamare
questa repubblica col nome della sua capitale, Skopje,
e le Nazioni Unite l’hanno riconosciuta con la lunga
definizione “repubblica ex jugoslava di
Macedonia”.
Tuttavia,
ora, perfino questa eccezione sta per finire: la
Macedonia è finita anch’essa nelle mani di una
banda nazionalista, che sta cominciando a commettere
anch’essa crimini (pensiamo al trattamento brutale
inflitto ai rifugiati kosovari), e ha fatto gravi
errori, a partire dalla concessione del suo territorio
per gli eserciti della NATO impegnati in questa
insensata impresa “umanitaria”. E il suo nuovo
governo, che ha messo in disparte il presidente Kiro
Gligorov (già vittima nel 1995 di un gravissimo
attentato da cui salvò a stento la vita, e che sta
per concludere il suo mandato), ha dimostrato una
notevole irresponsabilità riconoscendo – in cambio
di una sovvenzione di poche centinaia di milioni di
dollari – Taiwan, che non le potrà dare nessun
aiuto sostanziale. Tale gesto ha provocato ovviamente
una viva irritazione nel governo delle Repubblica
popolare cinese, e potrà avere ripercussioni anche
sull’atteggiamento della Russia, che per molte
ragioni ha stretto sempre più le relazioni economiche
e politiche con Pechino.
In
ogni caso, ribadiamo ancora una volta, i due più
importanti Stati sorti dalle rovine della Jugoslavia,
quello prevalentemente serbo che ne ha ereditato il
nome e la Croazia, hanno avuto responsabilità
praticamente uguali negli orrori di questi ultimi
anni: in misura quasi uguale hanno scacciato le
minoranze con il terrore, gli assassinii, gli stupri,
o le hanno scagliate le une contro le altre; ciascuna
con la protezione di altri Stati e l’appoggio dei
mass media internazionali che denunciavano – a
seconda degli interessi e degli schieramenti - i
crimini degli uni tacendo quelli degli altri.
Soprattutto
all’inizio dell’esplosione della Federazione, nel
1991, si erano usati due pesi e due misure. Lo stesso
papa ad esempio ha sempre mostrato grande indulgenza
nei confronti della Croazia cattolica, a cui anche
recentemente ha concesso la scandalosa beatificazione
di monsignor Aloysio Stepynac, l’arcivescovo di
Zagabria che aveva affiancato tacendo e benedicendo i
crimini più efferati del regime ustaša
di Ante Pavelic. E al momento della guerra che ha
dilaniato e diviso la Bosnia contro ogni logica (le
popolazioni delle tre “etnie” principali vivevano
mescolate in modo tale che dopo la spartizione quattro
milioni di bosniaci su cinque vivono lontani da dove
sono nati), l’intervento esterno è stato fazioso,
dannoso e irrazionale: tutti i “mediatori” hanno
trattato solo con i capi delle bande armate e hanno
ignorato la popolazione, mai consultata.
Insomma,
da più parti la “pulizia etnica” era stata di
fatto accettata, sicché appare oggi del tutto incredibile
che l’intervento sia dettato dalla preoccupazione di
fare cessare quella praticata dai serbi nel Kosovo,
ignorando tra l’altro quella che nelle zone dove
operava l’UCK era rivolta verso la minoranza serba.
E naturalmente fingendo di non vedere tutte le atrocità
compiute – in questi stessi giorni – in altre
parti del mondo, in primo luogo nel Kurdistan turco e
iracheno.
Né
appare convincente l’ipotesi avanzata dai residui
nostalgici del “socialismo reale”, che considerano
la piccola Jugoslavia di Milosevic l’ultimo baluardo
del comunismo, che per questo sarebbe attaccato
dall’imperialismo americano. In realtà Milosevic
non ha cambiato nulla delle sue idee e dei suoi
comportamenti negli ultimi anni, nel corso dei quali
ha mantenuto rapporti ottimi sia con gli Stati Uniti,
sia con l’Europa. Fino a pochissimo tempo fa ha
potuto comprare armi dai paesi che ora lo attaccano, e
ha ottenuto diversi consistenti finanziamenti: la
Telecom italiana ad esempio ha acquistato insieme alla
OTE greca una consistente partecipazione nella società
di telecomunicazioni di Belgrado, fornendo così
ingenti somme in valuta pregiata.
Questa
interpretazione, che attribuisce a Milosevic
caratteristiche che non ha, e lo considera un
pericoloso oppositore degli Stati Uniti e
dell’Europa capitalistica, dimentica tra l’altro
che Milosevic è stato il principale garante degli
accordi di Dayton. Attribuire alla Jugoslavia attuale
un ruolo anticapitalistico e antimperialistico che non
ha e non vuole avere, significa ripetere l’errore
compiuto, ad esempio, da quei palestinesi dei
Territori Occupati che durante la Guerra del Golfo non
si limitarono a difendere l’Iraq aggredito, ma
considerarono Saddam Hussein il paladino della causa
araba (che invece egli aveva contribuito ad affossare
non meno del suo rivale e “gemello” siriano
Assad).
Perché la Nato ha
deciso di intervenire oggi
Il
paragone con Saddam Hussein aiuta a comprendere uno
degli obiettivi di questa guerra: la propaganda
assicura che si deve estirpare un cancro, che si deve
spazzare via il “nuovo Hitler”; lo si diceva anche
di Saddam, che sta ancora lì, mentre il suo popolo
soffre e muore per l’embargo e i periodici
bombardamenti decisi con ogni pretesto, a volte
perfino per distrarre l’opinione pubblica
statunitense nei momenti in cui la popolarità di
Clinton stava diminuendo per i penosi scandali
sessuali in cui era coinvolto. La guerra del Golfo del
1991 aveva naturalmente motivazioni false ma ragioni
assai serie: per gli USA si trattava di superare la
“sindrome del Vietnam”, le frustrazioni accumulate
successivamente di fronte alla rivoluzione iraniana,
che aveva messo a nudo la debolezza della più forte
potenza imperialista in quel momento (erano passati
appena quattro anni dalla precipitosa fuga da Saigon
quando gli studenti di Teheran occuparono
l’ambasciata americana). Si trattava di dimostrare a
tutto il mondo la recuperata capacità di intervento
militare, di sperimentare armi nuove (in alcuni casi
sulla pelle degli stessi militari americani, come si
è visto per i proiettili a uranio impoverito), di
verificare la capacità di controllare perfettamente
la macchina propagandistica, evitando le sbavature
avvenute durante la guerra del Vietnam, quando i
militari avevano perso il monopolio
dell’informazione.
Insomma,
la Guerra del Golfo aveva molte cause e motivazioni
inconfessate, meno che quella dichiarata: il timore di
un “nuovo Hitler” (come si diceva) o di un nuovo
leader della causa della rivoluzione araba (come
speravano quei famosi palestinesi che la notte
aspettavano gli scud
iracheni per applaudirli). E che Saddam Hussein non
facesse paura agli Stati Uniti si era visto non solo
per l’appoggio che aveva ricevuto quando nel 1980
aveva attaccato l’Iran in un momento delicatissimo
per il regime islamico, ma per gli ottimi rapporti
economici e militari mantenuti fino all’estate del
1990, quando discusse francamente e cinicamente del
suo progetto di invadere il Kuwait con
l’ambasciatrice USA April Glaspie, che non obiettò
nulla, e se ne partì per le vacanze lasciando il suo
amato cane a Bagdad affidato a una dog
sitter. Evidentemente non era stata informata
neppure lei dal suo governo che il paese prescelto per
una prova di forza era proprio l’Iraq: il
Dipartimento di Stato l’aveva usata per preparare la
trappola. Occorreva un pretesto per un intervento che
comunque andava fatto in quell’area. Si era pensato
inizialmente di scegliere come “mostro” il
dittatore siriano Assad per il suo coinvolgimento
(vero) in molte imprese terroristiche, comprese quelle
che poi sono state addebitate alla Libia. Invece Assad
è stato poi accolto nella “santa alleanza” contro
l’Iraq. Il “mostro” è stato trovato lasciando
capire a Saddam che poteva continuare a fare quello
che aveva sempre fatto fino a quel momento col
beneplacito degli USA.
Non
è dietrologia: il colloquio con l’ambasciatrice era
stato registrato, mentre il senatore Robert Dole
(autorevole capo della lobby dei senatori provenienti
dagli Stati produttori di grano e riso, di cui
l’Iraq era uno dei principali acquirenti), si era
recato poco prima a Bagdad, scusandosi anche a nome di
Bush, per la “campagna di denigrazione” del regime
iracheno portata avanti negli Stati Uniti da una
“stampa arrogante e indiscreta”.
Ci
sono analoghe tracce della cordiale collaborazione –
alle spalle dei kosovari - tra Stati Uniti e
Milosevic, fino a pochi mesi fa. C’è perfino un
episodio, riferito in un lunghissimo articolo di Jean
Pierre Langellier apparso su Le
Monde e tradotto su l’Unità,
di una protesta col suo amico statunitense Richard
Holbrooke, per un articolo contro di lui apparso su un
giornale di Washington.
E
allora perché “Slobo” è stato prescelto per
diventare il simbolo di tutti mali del mondo, e un
bersaglio su cui puntare un immenso arsenale bellico?
Per una ragione semplicissima: non è difficile
attribuirgli ogni misfatto, perché li ha
effettivamente compiuti, anche se non meno del suo
rivale e “gemello” croato Franjo Tudjiman, e perché
– esattamente come nel caso di Saddam – non può
suscitare simpatie.
Che
sia odioso è innegabile, ma una guerra così
importante e costosa non si fa certo in base alle
caratteristiche di un uomo (che oggi, per giunta, è
diventato più forte nel suo paese ottenendo
l’appoggio della stessa opposizione che poco più di
un anno fa stava per scalzarlo dal potere). Si è
semplicemente deciso di dare un
esempio non solo nei Balcani. L’obiettivo è di
dimostrare che si è in grado di mettere in campo in
poco tempo una spaventosa macchina bellica, di
collaudarla, di fare insomma una prova generale di
quello che potrebbe essere necessario domani in caso
di nuovi rivolgimenti nella ex Unione Sovietica in
sfacelo.
Un
motivo ben più serio e fondato di quelli dichiarati
cinicamente all’opinione pubblica mondiale. Per
questo non si è provato neppure a coinvolgere
l’ONU, che è stata tagliata fuori proprio perché
almeno in quella sede la Russia e altri Stati ex
sovietici avrebbero potuto differenziarsi, anche se
difficilmente potrebbero fare qualcosa di concreto,
sottoposti come sono a un pesante ricatto economico da
parte della Banca Mondiale e del Fondo Monetario
Internazionale, e con un gap
nella tecnologia militare rispetto all’Occidente che in
questi anni si è ulteriormente aggravato. Ed è stato
fatto sapendo che la nuova umiliazione inflitta a
quella che fino a dieci anni fa era la seconda potenza
mondiale non potrà non avere pesanti ripercussioni
psicologiche sulla popolazione russa in genere, e in
particolare tra i militari.
La NATO e l’ONU
Abbiamo
cercato di spiegare perché questa non è una guerra
dell’ONU, come fu la non meno ingiusta Guerra del
Golfo. Ma vogliamo sottolineare che non è neppure –
come fu invece quella - una guerra voluta dai soli
Stati Uniti . In quel caso gli USA, essendo grandi
produttori potenziali di petrolio, che tuttavia
estraggono solo quando il prezzo del greggio sale
notevolmente, e si approvvigionano soprattutto da
giacimenti lontani dall’area dei combattimenti,
ricavarono molti vantaggi, mentre furono colpiti
duramente i consistenti interessi della Germania in
Iraq e del Giappone nel Kuwait (i due principali
rivali commerciali degli USA sono entrambi
completamente privi di giacimenti petroliferi).
Comunque
sarebbe meglio cominciare ad avere meno illusioni sul
ruolo dell’ONU. Sarebbe bello che ci fosse un vero
organismo internazionale al di sopra delle parti,
capace di garantire la pace. Invece l’ONU non lo ha
mai fatto, come non lo ha fatto tra le due guerre
mondiali la Società delle Nazioni, che si rivelò
sistematicamente impotente nei confronti di tutte le
aggressioni (anche le “inique sanzioni”, di cui si
lamentava tanto Mussolini, furono aggirate alla
grande). Ancor meno lo fecero le Conferenze
internazionali che a partire dal 1878 regolarono i
rapporti tra le potenze imperialiste e sancirono la
spartizione del mondo.
Altrettanto
inutile fu la Conferenza internazionale per il disarmo
generalizzato, promossa nel 1899 all’Aia da Nicola
II di Russia. Nicola II per quella iniziativa fu
proposto per il Premio Nobel per la pace, che rifiutò
(fu l’unica cosa buona che fece in vita sua, oltre a
quella di abdicare); i risultati della Conferenza,
come si poté verificare quindici anni dopo, furono
nulli.
Quanto
all’ONU, che ha avallato la Guerra di Corea,
l’intervento “umanitario” nel Congo (richiesto
da Patrice Lumumba contro le secessioni fomentate dai
colonialisti belgi, e che invece fu consegnato ai suoi
assassini), e tante altre imprese sciagurate compresa
la Guerra del Golfo, può presentare al suo attivo
solo l’indipendenza della Namibia, che tuttavia non
fu che la registrazione della pesante sconfitta
inflitta da cubani e angolani alle truppe sudafricane
a Cuito Cuanavale. Fu quella verifica del fallimento
della politica aggressiva a spingere i governanti
razzisti del Sudafrica a cambiare politica, chiamando
a togliere le castagne dal fuoco Nelson Mandela, che
avevano incarcerato per 27 anni come “terrorista”.
Proiettati sui difficili problemi interni, si
ritirarono quindi dall’Angola, dal Mozambico e
appunto dalla Namibia.
Sulla
questione palestinese l’ONU ha votato decine di
risoluzioni sulla restituzione dei Territori Occupati
da Israele e il ritorno dei palestinesi nelle case e
nelle terre da cui erano stati scacciati nel 1948-1949
e nel 1967: non ne è stata applicata neppure una, e
nessuna misura è mai stata presa per bloccare la
politica aggressiva di Israele. Ha votato ogni anno
quasi all’unanimità risoluzioni contro l’embargo
a Cuba, ma senza nessuna conseguenza pratica.
Perché
l’ONU è stata sempre impotente di fronte ai forti?
Basta pensare alla composizione dei cinque membri
permanenti di sicurezza: hanno tutti – senza
eccezione - nel loro bilancio innumerevoli
aggressioni, senza mai essere stati toccati da nessuna
misura. Ma anche l’Assemblea generale non è meglio:
la maggior parte dei governi che vi inviano i loro
rappresentanti sono dittatoriali e violano già nel
loro paese tutti i diritti umani. Inoltre, moltissimi
piccoli Stati sono debolissimi, indebitati e pronti ad
ubbidire alle grandi potenze in cambio della
cancellazione di una parte del debito o di qualche
aiuto finanziario.
D’altra
parte già la passività dell’ONU in questa guerra
la dice lunga, e dovrebbe spazzare via illusioni
inutili e dannose. Solo la rinascita di un forte
movimento operaio, il risorgere di orientamenti
antimperialisti almeno in una parte degli Stati membri
potrebbe ridare forza all’ONU. Ma è una prospettiva
lontana e difficile.
Comunque,
oggi in questa guerra sono coinvolti tutti i
principali paesi capitalistici dell’Europa, alcuni
come l’Italia e la Germania per diretti interessi
nei Balcani, ma tutti insieme convinti di doversi
preparare a bloccare qualsiasi evoluzione pericolosa
(per loro) della situazione nell’ex Unione
Sovietica. Come la bomba di Hiroshima non era
necessaria per piegare il Giappone già ridotto allo
stremo, ma per ammonire l’URSS, così questa guerra
così deliberatamente devastatrice serve da
intimidazione preventiva per una Russia che potrebbe
domani assumere un atteggiamento nettamente
antioccidentale, dopo le deludenti esperienze di
questi anni di apertura al capitalismo.
Lo
stato d’animo della maggioranza dei russi, oggi,
anche se non ne coglie fino in fondo la sua terribile
logica, vive drammaticamente questa guerra. Su alcuni
giornali sono uscite dichiarazioni di vari esponenti
politici e anche di scrittori, artisti e intellettuali
russi. Ci è sembrato particolarmente efficace quanto
ha dichiarato a Le
Monde (e che è stato riprodotto poi su La
Repubblica del 20 aprile 1999) il grande storico
Roy Medvedev. Lo riproduciamo qui di seguito.
Appendice
La
rabbia dei russi
di
ROY MEDVEDEV
I
bombardamenti in Serbia da parte dei missili Nato
hanno scatenato in Russia una vera esplosione di
sdegno, così forte e generale che non solo stupisce
gli osservatori, ma ha finito col diventare un
importante fattore del conflitto che non era stato
considerato prima. Negli ultimi cinquanta anni non
c’è stato alcun evento nel mondo e in Russia capace
di scatenare emozioni così forti e spontanee. Tutti i
sondaggi mostrano che il 95 per cento dei cittadini
russi condannano l’azione della Nato. Una simile
unanimità non si vedeva nel nostro paese da decine di
anni.
Si
uniscono alla protesta gli studenti, gli scolari e
perfino i tifosi delle squadre di calcio che fino a
ieri erano assolutamente estranei alla politica e ora
lanciano uova e bottiglie contro l’ambasciata
americana. Centinaia di volontari russi sono già in
Serbia; migliaia sono in viaggio; decine di migliaia
si preparano a seguirli. Dall’intenzione di andare a
difendere i serbi parlano non solo i cosacchi e gli
ufficiali paracadutisti, ma anche i generali e i
comandanti dei distretti militari. Da dove viene
questa esplosione di rabbia su cui si ritrovano tutti
i politici dell’opposizione e perfino personaggi
noti per essere pro-occidentali?
I
politologi cercano di capire i motivi
dell’aggressione Nato. Nessuno crede alla tesi della
difesa dei “valori occidentali” o al desiderio di
impedire una “catastrofe umanitaria”. Le bombe e i
missili altro non hanno fatto che aggravare questa
catastrofe, alimentando tutti i dubbi della Russia,
del mondo arabo e dell’India proprio sulla questione
dei valori occidentali. La lotta tra i serbi ortodossi
e gli albanesi musulmani va avanti in Kosovo da oltre
quattro secoli. Queste dispute antiche non possono
essere risolte dalle bombe che cadono su Belgrado e
Pristina. I diritti dell’Onu e del Consiglio di
sicurezza, che sono importanti condizioni del diritto
internazionale, sono stati violati. I commentatori
politici scrivono che gli Stati Uniti e la Nato
vogliono sperimentare in condizioni operative i nuovi
tipi di armi altamente tecnologiche. Ci dicono che la
Nato, avendo perduto con lo scioglimento del patto di
Varsavia e il crollo dell’Urss i suoi obiettivi
chiari, sta ora cercando un nuovo motivo di esistenza.
La Nato ormai non ha un nemico a Oriente, nuovi membri
dell’Europa orientale entrano a far parte
dell’Alleanza e sono necessari enormi mezzi per il
loro riarmo.
Il
deterioramento dei rapporti all’interno
dell’Europa orientale aiuta a spiegare l’utilità
della Nato. Gli esperti più scrupolosi di geopolitica
poi ci dicono anche che esiste una lotta tra due
ipotesi di sviluppo del mondo; una che vorrebbe un
pianeta multipolare e l’altra, al contrario, vede un
mondo governato da un solo leader e con un unico
centro di forza, l’America. Ci capita anche di
sentir dire che gli Stati Uniti temono
l’indipendenza economica e finanziaria dell’Europa
occidentale e cercano di legare questi paesi e il loro
euro ai crimini commessi in comune e al sangue dei
serbi. Tutte queste considerazioni possono certo
influire sul comportamento dei politici e dei
diplomatici, dei capi militari. Ma non possono
cambiare l’opinione dei semplici cittadini della
Russia.
L’impetuosa
reazione della gente del mio paese agli avvenimenti
dei Balcani non rientra nella sfera della logica
politica, ma riguarda piuttosto la sfera dei
sentimenti. I motivi della rabbia dei russi sono
tanti. Ve ne esporrò alcuni, quelli che a me sembrano
i più importanti tenuto conto della coscienza
nazionale e della psicologia dei russi, delle nostre
tradizioni storiche e dei valori, il nostro senso
della giustizia e dell’ingiustizia, dell’onore e
del disonore.
1.
I forti colpiscono il debole. Molti contro uno
solo. Quasi venti paesi tra i più forti del mondo,
inclusi tre paesi ritenuti grandi potenze, colpiscono
la Serbia. Lo spettacolo che la televisione porta ogni
giorno fino a noi, è ripugnante e inaccettabile per
l’idea di giustizia dei russi. Per non parlare
dell’effetto che produce su di noi la partecipazione
della Germania e della Turchia. Il ricordo
dell’ultima guerra è ancora molto vivo in Russia.
2.
Chi è armato colpisce chi è disarmato. La
Serbia non dispone di un’aviazione e di sistemi
antiarei moderni. Essa è indifesa di fronte ai
missili e alle bombe della Nato. I piloti e i marinai
della Nato non rischiano nulla, sono fuori pericolo e
impunibili. Dal punto di vista dei russi, questa è
una guerra impari e senza onore. Migliaia di vittime
serbe e non un solo americano o tedesco. Non è una
guerra, è un linciaggio.
3.
Si sta distruggendo un paese slavo e ortodosso,
vicino alla Russia nel sangue e nella fede. Noi usiamo
spesso un’ espressione metaforica, parliamo di Madre
Russia, o di Madrepatria. Il simbolo della Russia è
una scultura che rappresenta una donna-madre con la
spada. In questo senso, la Serbia è una sorella
minore, perfino una figlia della Russia. In tutte le
guerre che hanno insanguinato l’Europa nel corso
degli ultimi tre secoli, la Serbia è sempre stata
alleata della Russia. Alla fine del secolo scorso, il
nostro paese aiutò i serbi a conquistare
l’indipendenza, ma anche la Serbia ha aiutato la
Russia a difendere la sua indipendenza. La Serbia non
è mai andata contro la Russia e ancora oggi resta il
nostro unico alleato in Europa. Ognuno di noi lo sa
bene sin dai tempi della scuola.
4.
Si colpisce la Serbia, per dare una lezione e
umiliare la Russia. La Nato vuole il dominio della
Serbia per tenere la Russia sotto minaccia. Il nostro
paese sta appena cominciando a rialzarsi in piedi,
uscire dalla crisi, decidere autonomamente la propria
politica. Sta appena cominciando a liberarsi dei
politici più meschini ma estranei. Solo da poco
tempo, con l’arrivo di Primakov, ha un leader degno
di questo nome. E per questo, l’Occidente vuole
piegare non solo la volontà della Serbia, ma anche
quella della Russia. La vuole mettere in riga,
ricacciarla a Oriente; la vuole dividere e indebolire.
Il colpo alla Serbia è un colpo alla dignità della
Russia. Questi sentimenti sono molto diffusi
nell’esercito, negli organi di sicurezza e nel
settore della difesa. E si trasmettono anche
all’intera popolazione.
5.
L’Occidente ha ingannato e derubato la
Russia. Il nostro popolo si è sentito dire e ridire
che i paesi ricchi e liberi dell’Occidente avrebbero
aiutato la Russia a costruire la democrazia e
l’economia di mercato. Queste illusioni sono svanite
da tempo. Nella coscienza dei russi sempre più poveri
e spesso ridotti alla miseria, si fa largo l’idea
che l’ Occidente non solo ha tradito le nostre
speranze, ma ha anche derubato il paese. I nuovi
ricchi russi hanno preso e portato in Occidente i loro
capitali. Profitti enormi sono stati esportati anche
dagli speculatori finanziari occidentali. La Russia
vive oggi peggio e più poveramente di dieci anni fa,
mentre i suoi debiti verso l’Occidente sono
cresciuti a dismisura. Ora, l’Occidente vuole
prendersi la Russia anche politicamente e privarla
infine del suo status di grande potenza.
Certo,
questi argomenti sono oppugnabili, me ne rendo conto.
Io non sto dando un’opinione, vi sto descrivendo i
sentimenti che animano oggi la maggioranza dei russi.
I quali sono anche convinti che la Russia non sia
ancora morta. Ha un esercito, che va rafforzato, e le
migliori armi del mondo, che può condividere con i
fratelli serbi. Non c’è dubbio sul fatto che se la
guerra in Serbia dovesse continuare, essa potrà
coinvolgere l’Albania, la Macedonia e il Montenegro,
nonché le forze di terra della Nato. A un certo punto
la Russia dovrà uscire dall’embargo a cui è legata
per decisione dell’Onu. In Serbia cominceranno ad
arrivare non solo gli aiuti umanitari, ma anche le
armi. E se non oggi, domani, sarà difficile impedire
l’entrata della Serbia in una unione con la Russia e
la Bielorussia. E anche l’ umore e il ruolo
dell’Ucraina cambieranno.
I
discorsi sul dispotismo di Milosevic non possono fare
effetto in Russia. Nelle prigioni serbe non ci sono
detenuti politici, e l’opposizione più radicale di
destra e di sinistra difende il presidente della
Jugoslavia. Io non so cosa vedono sui propri schermi
televisivi i cittadini americani, quelli inglesi e
italiani. Ma noi vediamo case, ponti, fabbriche e
depositi distrutti, vediamo villaggi annientati,
centrali elettriche fumanti e civili uccisi. I serbi
fanno da scudo umano tutta la notte sul ponte di
Belgrado, e sono visioni antiche, come scrive
Solgenytsin. Vediamo anche decine di migliaia di
profughi. Ma da chi fuggono? Dalle truppe serbe o
dalle bombe? Chi comanda l’esercito di liberazione
del Kosovo? Che gente è? Sono degni di fiducia? Quali
sono i loro obiettivi? Dove prendono le armi?
Per
vincere la guerra bisogna piegare la volontà di un
popolo e dei suoi leader. Se la Russia dovesse
sostenere la Serbia, sarebbe difficile riuscirci. I
serbi hanno combattuto di più di quanto abbiano
vissuto sulla terra, hanno sopportato più a lungo la
prigione di quanto non abbiano conosciuto la libertà.
È praticamente impossibile vincere questo piccolo
popolo dei Balcani, anche se lo si può distruggere.
Esiste una via d’ uscita? Questa è un’altra
questione. Io volevo solo spiegare ai lettori e ai
miei amici italiani il perché dell’indignazione dei
russi.
Il costo della guerra
Inoltre
il costo enorme della guerra ha due aspetti: per la
maggioranza dei cittadini significa nuovi sacrifici,
maggiori tasse, magari perdite umane anche tra gli
aggressori in caso di combattimenti di terra in un
paese che ha una conformazione fisica e una coscienza
nazionale ben diversa da quella dello sventurato Iraq,
ma ad altri assicura favolosi profitti. E la maggior
parte delle armi che vengono usate o distrutte in
questa guerra, sono di provenienza statunitense,
italiana, francese, inglese, ecc., e dovranno essere
rapidamente rimpiazzate da altre, dando un po’ di
ossigeno ad economie per altri versi ristagnanti per
la generalizzata contrazione del mercato interno e
degli investimenti per le infrastrutture di interesse
sociale.
Il
primo mese di guerra è già costato alla Nato circa
6.000 miliardi di lire. Con questa somma si poteva
fornire assistenza ai profughi per un anno! Ogni
giorno di guerra costa 178 miliardi, pari a 7 miliardi
l’ora. Un solo missile da crociera Tomahawk
costa i.500 milioni di dollari; un elicottero da
attacco Apache
(che cattivo gusto chiamare un’arma col nome di un
popolo sterminato!) costa 14 milioni di dollari; un
bombardiere strategico B2 Spirit ben 2,2 miliardi di dollari. Probabilmente vengono
fatturate dai produttori con lo stesso criterio con
cui la FIAT fa pagare alle FS 335.000 lire per un
portacenere, 816.000 lire per un cestino per la carta
in plastica, 174.000 lire per lo sportellino della
carta igienica, un milione e mezzo per la tazza del
gabinetto degli ETR 500. Anzi, ancora di più perché
gli accordi sulle forniture militari sono coperti dal
“segreto militare”, nell’interesse sia delle
industrie, sia dei militari e degli intermediari che
si fanno pagare tangenti d’oro.
Ogni
giorno si consumano inoltre 25.000 tonnellate di
carburante, facendo lievitare il prezzo, che ha già
raggiunto i 20 dollari al barile, ma che si prevede
possa arrivare presto a 28 dollari, anche perché il
carburante comincia già a scarseggiare (le raffinerie
italiane non sono in grado, ad esempio, di produrne più
di 5.000 tonnellate al giorno). Così è prevedibile
un aumento generalizzato di tutti combustibili, con
logiche ricadute sui costi di trasporto e produzione
delle merci, e sul tenore di vita dei consumatori
civili.
Danni
“collaterali” hanno già colpito i pescatori
dell’Adriatico, la cui produzione si è già ridotta
del 30%; l’industria turistica in Puglia ha visto
ridursi catastroficamente le prenotazioni nella misura
del 70% di quelle italiane, e del 100% di quelle delle
agenzie straniere.
Chi
pagherà tutto questo? Inutile dirlo: i cittadini di
ciascun paese, e in primo luogo i lavoratori
dipendenti, che sono ovunque gli unici contribuenti
che non sfuggono al fisco. In Italia si preannuncia già
una “manovra aggiuntiva” di 12.000 miliardi (pari
all’ultima finanziaria), ma se la guerra continuerà,
ce ne vorranno altre assai più pesanti.
E
tutto questo senza tenere conto delle enormi
distruzioni apportate alla Serbia: la sola raffineria
di Pancevo ha subito danni per 1.278 miliardi. Una
volta conquistata la Jugoslavia, tutta o in parte,
bisognerà ricostruirla. Chi pagherà?
Qualche considerazione
sui pretesti di guerra
L’attentato
di Sarajevo contro l’arciduca Francesco Ferdinando,
erede al trono imperiale austro-ungarico, fornì il 28
giugno 1914 un’utile pretesto a chi preparava da
anni la guerra, come aveva compreso da molti anni,
prima di ogni altro, Rosa Luxemburg. L’attentato era
stato effettuato da giovani patrioti bosniaci che
rifiutavano il dominio asburgico, in un territorio
strettamente controllato dalle forze repressive
dell’impero. Ma la responsabilità fu attribuita
alla Serbia, a cui fu rivolto un ultimatum (nella
forma definitiva presentato il 23 luglio 1914) in
dieci punti. Pretendeva la cacciata dall’esercito e
dalle scuole serbe di ogni elemento antiasburgico,
l’interdizione di ogni giornale o pubblicazione
sgradita a Vienna, l’arresto dei nazionalisti
bosniaci, ecc., ma anche la
presenza di polizia austriaca sul territorio serbo per
controllare tali misure. La Serbia accettò tutto, meno quest’ultimo punto, che significava
la fine della sua sovranità. Scattò l’invasione
austriaca, spalleggiata dalla Germania, che era
convinta che la Russia, ancora molto impreparata
militarmente, avrebbe protestato senza intervenire.
Invece la Russia tenne fede alla sua allleanza con la
Serbia, e quella che doveva essere la Terza Guerra
Balcanica diventò la Prima Guerra Mondiale.
Per
cominciare l’invasione della Polonia il 1°
settembre 1939 Hitler organizzò invece un finto
attacco di “soldati polacchi” a un posto di
frontiera. Era stato sufficiente procurarsi qualche
decina di divise dell’esercito polacco, farle
indossare a detenuti comuni e far riprendere
l’attacco dai cineoperatori. Poi fece fucilare le
“comparse”, a cui era stata invece promessa la
libertà. Per tutta la prima fase della guerra Hitler,
spalleggiato purtroppo dall’URSS, fece la parte
della vittima, e annunciò “piani di pace”.
Credeva di poter continuare a mangiare il carciofo
foglia a foglia, come aveva fatto impunemente fino a
quel momento. Invece aveva sbagliato i suoi calcoli:
cominciò la terribile Seconda Guerra Mondiale.
Oggi
l’aggressione alla Jugoslavia è cominciata con il
pretesto “umanitario” di fermare i massacri
etnici, ma puntando poi apertamente a cancellare la
sovranità del pur discutibile Stato jugoslavo ridotto
alla sola Serbia e Montenegro, con le due province ex
autonome di Vojvodina e Kosovo. Si bombardano anche
terre non abitate da serbi, si parla di “corridoi umanitari” che di fatto sarebbero “teste di ponte” per ulteriori invasioni. E non c’è bisogno
di ricorrere come fece Hitler a “comparse” con
divise serbe. La pretesa “minaccia serba
all’Albania” su cui all’unisono tutte le TV e i
giornali di regime, in Italia e in Europa, fanno
titoli analoghi, consiste in scaramucce di confine tra le truppe serbe e l’UCK (armato e
reclutato con fondi degli Stati Uniti in Italia e in
Albania. L’UCK a volte entra nel Kosovo (cioè nello
Stato jugoslavo), a volte spara dall’Albania. Se i
serbi rispondono, si grida che c’è una “aggressione
all’Albania”. E per giustificare il
proseguimento della guerra di distruzione, rifiutando
la più modesta proposta di mediazione, si presentano
richieste (cinque punti, invece dei dieci
dell’Austria-Ungheria nel 1914) che contengono
richieste inaccettabili da qualsiasi Stato sovrano, ma
sono sufficienti a presentare l’avversario come
irresponsabile e oltranzista: un nemico della pace,
dunque, come Hitler diceva della Polonia e della
Francia Inghilterra pur così timidamente schierate al
suo fianco in base a precedenti trattati.
5) Uno sguardo
retrospettivo a una storia di secoli
a) Le relazioni tra Italia e Balcani dall’antichità a oggi
In
effetti – indipendentemente dalle mitizzazioni della
propaganda fascista – tra le due sponde
dell’Adriatico ci sono stati rapporti molteplici,
poco o per nulla conosciuti dagli italiani sottoposti
oggi a un bombardamento psicologico non legato
solamente alla preparazione di questa guerra ma
finalizzato anche alle campagne contro le
“invasioni” degli immigrati, su cui ci si commuove
quando restano in Albania (sono profughi
o rifugiati)
e ci si indigna quando arrivano qui e diventano clandestini.
In
epoca fascista invece furono sottolineati spesso i
legami intercorsi nei secoli precedenti. Per motivare
l’occupazione anche alla vigilia del 1939 fu usato
l’argomento che occorreva intervenire per soccorrere
una popolazione forte e fiera, vittima del malgoverno
di Zog, e ansiosa di collocarsi sotto la protezione
dell’Italia. Lo stesso argomento era stato usato per
la conquista della Libia, salvo definire “ribelli”
i libici che mostravano di non gradire tale
protezione, a Sciara Sciat prima e poi con la grande
rivolta guidata da Omar el-Mukhtar.
La
storia della conquista romana dell’Illiria, e poi
dei suoi rapporti con la Repubblica di Venezia veniva
riproposta continuamente, come quella della antica
colonizzazione della Libia, la Quarta
sponda che era stato il granaio
d’Italia prima di essere “mandato in rovina
dalla conquista islamica”.
Un’interessante
occasione per conoscere senza faticose ricerche
d’archivio queste tematiche è fornita dalla recente
(1997) pubblicazione in reprint da parte del Touring
Club Italiano del volume della Guida
d’Italia dedicato all’Albania,
stampato tempestivamente già nell’ottobre 1939
dalla Consociazione Turistica Italiana (il nome
italianizzato del TCI in periodo fascista). Tale guida
era stata commissionata prima dell’occupazione (nel
1937) al professor Pirro Marconi, capo della missione
archeologica in Albania, che come in altri paesi
oggetto delle mire espansioniste italiane costituiva
uno dei principali strumenti della penetrazione
culturale e anche di un vero e proprio spionaggio
militare. Dopo la morte di Marconi, avvenuta
nell’aprile 1938 in un incidente aereo sulla rotta
Tirana-Roma, il posto di coordinatore generale
dell’opera era stato assunto da altro docente
ugualmente impegnato a fianco dei progetti
imperialistici, il prof. Sestilio Montanelli.
La
ripubblicazione di questa guida fornisce materiale
prezioso, sia per la descrizione minuziosa e puntuale
dell’aspetto del paese al momento della conquista,
sia per comprendere come fu preparata politicamente
l’impresa. Ad esempio, l’introduzione storica
presenta in chiave apologetica - senza timore del
ridicolo - il ruolo civilizzatore di Roma
nell’Illiria a partire dal 146 a.c.; quello di
Roberto il Guiscardo, il normanno Duca di Puglia, nel
1080; quello di Tancredi Conte di Lecce nel 1185;
quello dello svevo Manfredi; di Carlo d’Angiò; dei
signori aragonesi di Napoli nel XV secolo. Va detto
che Vittorio Emanuele III, pur totalmente complice
dell’operazione che mise sulla sua testa la corona
d’Albania oltre che quella di imperatore
d’Etiopia, aveva espresso a Mussolini “il suo
scetticismo […] circa la possibilità di installarsi
solidamente in Albania”, proprio basandosi “sui
ricordi storici di veneziani e aragonesi”.
La
mitizzazione del passato continuava esaltando il ruolo
di questi strani rappresentanti dell’italianità
(che erano normanni, svevi, angioini, aragonesi,
ecc.); eppure, nonostante ciò, la lettura di questo
testo non è inutile, sia per merito della competenza
professionale degli estensori, sia perché consente di
comprendere meglio l’ideologia colonialista che lo
ha ispirato.
Indubbiamente
il lungo rapporto con Roma aveva lasciato non poche
tracce archeologiche nei Balcani. Interessante notare
che l’Albania di Henver Hoxha, usando in forma
rovesciata gli stessi criteri politici per orientare
le ricerche, ha puntato a valorizzare le tracce del
passato illirico preromano.
Ma
ricercare nel passato l’origine di alcuni problemi
può anche essere utile, se sottratto alle
utilizzazioni strumentali contingenti. Ad esempio,
molte delle differenze linguistiche, religiose e
culturali tra le diverse parti della Jugoslavia
corrispondono alla famosa “linea di Teodosio” che,
a partire dal lontano 395, divideva definitivamente
l’Impero d’Occidente da quello d’Oriente, che
avevano avuto già un’amministrazione separata dal
tempo di Diocleziano, oltre un secolo prima. I
territori che oggi fanno parte delle Repubbliche di
Slovenia e di Croazia facevano parte dell’Impero
d’Occidente e gravitavano quindi verso Roma dal
punto di vista religioso (sono rimasti sempre
cattolici e hanno adottato l’alfabeto latino),
mentre le regioni orientali erano incorporate
nell’Impero d’Oriente, usavano il cirillico,
derivato dall’alfabeto greco, dipendevano
religiosamente dal Patriarca ortodosso di
Costantinopoli e, politicamente, prima dall’impero
bizantino, poi da quello ottomano. Di quest’area
faceva parte anche l’Albania, che fu per alcuni
periodi indipendente, in altri sottoposta a Venezia,
agli Svevi che regnavano nell’Italia meridionale,
poi agli angioini. Alla fine del XIII secolo il
dominio angioino si era ridotto quasi solo a Durazzo,
mentre il Kosovo e gran parte dell’Albania
settentrionale nel secolo successivo erano stati
conquistati da un re serbo, Stevan Dušan “il
forte”, che si definiva “zar dei serbi, dei greci,
dei bulgari e degli albanesi”. Il particolare è
importante, per far capire che i regni di allora erano
assolutamente plurietnici, e non corrispondevano
affatto alla ricostruzione fattane in questo secolo
dal nazionalismo serbo o da quello albanese.
Per
questo nella famosa battaglia di Kosovo Polje (la
Piana dei merli) del 1389 c’erano numerosi albanesi
nell’esercito “serbo”, mentre altri,
appartenenti a principati locali più o meno autonomi,
combattevano nelle file ottomane. Lo stesso eroe
nazionale albanese Giorgio Castriota Skanderbeg aveva
combattuto con i turchi e per i turchi fino al 1443,
quando fondò la “Lega dei popoli albanesi” e
cominciò la lotta contro il dominio ottomano, che durò
con notevoli ma non duraturi successi fino alla sua
morte avvenuta nel 1468.
Della
complessità delle intense relazioni con la penisola
italiana (parlare di Italia come entità politica in
quel tempo sarebbe assurdo), sono viva testimonianza
le numerose colonie albanesi in Puglia, Calabria,
Basilicata, Molise e Sicilia. Skanderbeg era di fatto
vassallo dei re di Napoli, oltre ad avere buone
relazioni con Venezia, che gli fornì aiuto in più
occasioni. Egli venne in Italia nel 1457 a combattere
per Ferdinando d’Aragona contro Giovanni d’Angiò,
ottenendo come ricompensa alcuni feudi (ma fin dal
1448 c’era stata un primo arrivo di albanesi,
considerati ottimi guerrieri). Quando la
controffensiva ottomana nei Balcani piegò la
resistenza albanese in quasi tutto il territorio (con
l’eccezione delle città di Durazzo e Valona, che
restarono sotto Venezia la prima fino al 1501 e la
seconda fino al 1690), il figlio di Skanderbeg,
Giovanni, ottenne altri feudi in Puglia (Soleto e San
Pietro in Galatina), mentre decine di migliaia di
albanesi che fuggivano dalla dominazione turca
trovarono ospitalità in molte zone del mezzogiorno,
dove si ambientarono ottimamente, in molti casi
conservando intatta la lingua e diventando in genere
cattolici di rito greco.
I
rapporti tra le due sponde erano mantenuti anche da
una singolare Repubblica semindipendente: Ragusa (oggi
Dubrovnik). Sottoposta a Venezia dal 1205 al 1385,
quindi formalmente vassalla del regno ungaro-croato
fino al 1526, stabilì poi un rapporto complesso con
l’impero ottomano, a cui pagava un tributo annuo,
senza perdere del tutto la sua indipendenza, e
ottenendo anzi di poter liberamente commerciare con
tutti i porti dell’Oriente islamico (perfino al
tempo della grande spedizione cristiana che culminò
nella battaglia di Lepanto del 1571). La religione
cattolica dei suoi abitanti non le impediva questa
funzione di tramite, indispensabile per tutti gli
Stati che si affacciavano sul Mediterraneo, ed
assicurata anche da una consistente comunità ebraica.
Ragusa fu sempre in relazioni conflittuali con
Venezia, di cui condivise la sorte nel periodo
napoleonico finendo, circa dieci anni dopo il trattato
di Campoformio, sotto il dominio austro-ungarico.
La
presenza di Venezia, che riforniva l’Europa di
schiavi (il cui nome, al posto di quello di servi
usato dai romani, è appunto la testimonianza
linguistica di quella fiorente attività, certo non
apprezzata dalle popolazioni slave dei Balcani), ha
lasciato tracce ancora più consistenti: in tutta la
Dalmazia si trovano non solo chiese ed edifici dallo
stile inconfondibile e contrassegnati dal Leone di San
Marco, ma anche manufatti provenienti da Venezia o da
altre regioni dell’Italia con cui la Repubblica
veneta commerciava.
Lo
sviluppo diverso delle varie parti dei Balcani,
soprattutto nell’interno, si deve oltre che alla
separazione antica tra l’influenza di Roma e quella
di Costantinopoli, e alla presenza delle due
Repubbliche marinare, alle dominazioni successive.
Slovenia e Croazia, ad esempio, entrambe cattoliche,
conosceranno la prima l’influenza prevalente di
Vienna (da cui nella seconda metà del Settecento si
promuovono riforme che incoraggiano lo sviluppo
capitalistico), l’altra di Budapest, dove il dominio
dei grandi proprietari terrieri conservatori resterà
impermeabile a ogni progetto modernizzatore fino al
crollo dell’impero austro-ungarico. Le differenze
tra Slovenia e Croazia sono analoghe a quelle tra
Boemia e Moravia (l’attuale Repubblica ceca), che
hanno conosciuto un forte sviluppo industriale sotto
l’amministrazione austriaca, e la Slovacchia,
rimasta caratterizzata da un’economia agricola
arretrata imposta da Budapest.
b) La Serbia, il “Piemonte” dei Balcani
La
Serbia aveva conosciuto, a partire dal XII secolo, un
periodo di relativa prosperità sotto la dinastia dei
Nemanja, che aveva unificato le tribù slave che
popolavano i Balcani in uno Stato forte e solido. Il
penultimo dei re serbi, il già ricordato Stevan Dušan
(1331-1355), si era fatto incoronare nel 1346 a
Skoplje “imperatore dei serbi e dei greci”, titolo
che successivamente modificò in “imperatore e
autocrate dei serbi, dei greci, dei bulgari e degli
albanesi”. Morì mentre organizzava la conquista
della stessa Costantinopoli, preparata da un’intensa
attività diplomatica. Gli successe il figlio Stevan
Uroš, che visse fino al 1371.
Tuttavia
già prima della morte di questi, l’impero era
andato in pezzi, dilaniato da rivolte che portarono
alla formazione di piccoli Stati in Montenegro,
Tessaglia, Epiro e Macedonia, e minacciato
dall’invasione ottomana. Sulla parte settentrionale
di quello che era stato l’impero di Stevan Dušan
regnava un nobile di nome Lazar Hrebljanovic,
che assunse il titolo di knez
(principe) e morì a Kosovo Polje il 28 giugno
1389, il fatidico Vidovdan
(giorno di San Vito), celebrato per secoli fino ai
giorni nostri dai canti popolari.
Nei
decenni successivi, fino alla battaglia di Smederevo
(1459), vari piccoli principati rimasero indipendenti,
destreggiandosi tra ottomani e ungheresi, di cui
alternativamente si dichiararono vassalli. Molti serbi
si erano rifugiati in Ungheria dopo la battaglia di
Kosovo, e un numero ancor maggiore dopo quella di
Smederevo: in quattro anni ne giunsero 200.000.
Secondo il cardinale Martinuzzi nel 1538 costituivano
quasi la metà della popolazione dell’Ungheria, dove
svolsero un ruolo importante nella difesa dalle
ripetute invasioni turche. Ma rimasero in una parte
dell’Ungheria (l’attuale Vojvodina, provincia
della Serbia con forte presenza magiara) anche dopo la
conquista turca, mentre gran parte della popolazione
ungherese fuggiva a Occidente. Altri serbi fuggirono
invece quando si trovarono esposti alla repressione
degli ottomani, che facevano pagare assai care le loro
sollevazioni in appoggio alle campagne di riconquista
delle truppe austriache.
Dopo
la vittoria ottenuta nel 1664 dagli austriaci (guidati
dal generale di origine italiana Raimondo
Montecuccoli) sul fiume Raab, e la nuova sconfitta
ottomana sotto le mura di Vienna nel 1683, i serbi si
erano sollevati spontaneamente. Tuttavia i tentativi
di convertirli al cattolicesimo ne raffreddarono gli
entusiasmi; in ogni caso quando gli austriaci
abbandonarono Belgrado e si ritirarono al di là del
Danubio lasciando la Serbia nella mani dei turchi,
l’esodo divenne massiccio. Già otto anni prima del
trattato di Karlowitz che nel 1699 concluse la guerra
assegnando all’Austria la Croazia e la Slavonia,
centinaia di migliaia di serbi avevano abbandonato il
Kosovo e la Macedonia, lasciando libere quelle zone,
fino a quel momento prevalentemente slave e cristiane,
per gli albanesi musulmani che si spingevano a Nord e
a Oriente.
Ma
i serbi avrebbero pagato ancora a caro prezzo i
conflitti tra Vienna e Istambul per il controllo della
penisola balcanica. L’Austria, che ufficialmente nel
1714 era neutrale, mentre l’esercito turco
combatteva con quello della Repubblica veneta, che
aveva fomentato un’insurrezione del Montenegro,
decise di intervenire nel 1716 al fianco di Venezia,
che aveva perso già il Peloponneso (che chiamava
Morea), molte isole dell’Egeo, Creta, ed era
assediata a Corfù.
Affermando
che la Sublime Porta (come veniva chiamato il governo
ottomano) non aveva rispettato il trattato di
Karlowitz mettendo in pericolo la Dalmazia e i
possedimenti austriaci in Croazia e Stiria,
l’Austria sferrò una grande offensiva contro i
turchi: 60.000 uomini guidati dal generale Eugenio di
Savoia sgominarono gli ottomani a Peterwardein sul
Danubio il 5 agosto 1716, si impadronirono di Temesvar
e cominciarono l’assedio della fortificatissima
Belgrado, che conquistarono già il 21 dello stesso
mese. Il Trattato di Passarowitz, firmato nell’anno
successivo, assegnava all’Austria Belgrado, Temesvar
e parte della Valacchia. Ma già nel 1737-1739
l’Austria, che aveva ritenuto di potere approfittare
di una delle tante guerre russo-turche per il
controllo delle regioni affacciate sul Mar Nero, e
aveva invaso la Serbia meridionale e la Bosnia, fu
invece duramente sconfitta e dovette firmare il 18
settembre 1739 il Trattato di Belgrado, nella città
ormai caduta in mano ai turchi. Oltre a Belgrado
l’Austria si ritirava da tutta la Serbia
settentrionale, dalla Bosnia e da parte della
Valacchia. Altre centinaia di migliaia di serbi
(soprattutto quelli che erano rientrati al seguito
delle truppe austriache nel 1718) imboccarono la via
dell’esilio, quasi sempre rimpiazzati da popolazioni
musulmane, tra cui molti albanesi di tribù montanare.
Quell’esodo e quel ripopolamento sono ancora oggi
gli argomenti principali del nazionalismo serbo per
sostenere i propri “diritti” sul Kosovo, che essi
chiamano appunto “Vecchia Serbia”.
Abbiamo
già accennato che la Serbia, intorno a cui si coagulò
il nazionalismo degli slavi del Sud, si autodefiniva
nella seconda metà dell’Ottocento “il Piemonte
dei Balcani”. E la crescita dell’irredentismo
slavo fu seguita con attenzione dall’opinione
pubblica italiana, che sperava di poter approfittare
di ogni indebolimento dell’Impero austro-ungarico.
Ma va fatto un cenno anche a una vicenda successiva
ormai dimenticata: l’Italia entrò in guerra nel
1915 al fianco della Serbia, il cui esercito venne
tuttavia pesantemente sconfitto nell’ottobre di
quell’anno dal congiungimento delle truppe bulgare e
da quelle austro-tedesche guidate dal feldmaresciallo
Mackenzen proprio nella fatale regione del Kosovo. La
ritirata verso il mare dopo la disfatta fu tragica:
centinaia di migliaia di soldati a piedi, armati solo
di fucili, accompagnavano il vecchio re Pietro,
malato, su un carro trainato dai buoi. Insieme a loro
donne, bambini, monaci e sacerdoti con la teca che
custodiva la testa del re Stevan, mentre le
popolazioni albanesi, che avevano subito vessazioni
dall’invasione serba dell’anno precedente,
attaccavano i fuggiaschi dai fianchi. Dal 25 novembre
1915 al 20 gennaio 1916 durò quel lungo calvario, su
monti coperti di neve, e commosse profondamente
soprattutto l’opinione pubblica francese e italiana.
E furono le flotte di Francia e Italia a trasportare
il re e lo Stato maggiore da Bar e Ulcinji a Corfù
(senza chiedere l’autorizzazione al re di Grecia), e
poi le truppe a Biserta, in Tunisia, mentre la maggior
parte dei civili si rifugiarono in Italia e poi in
Francia, circondati da una vasta solidarietà
popolare. Tutto questo è stato dimenticato: allora i
serbi erano alleati, vittime dei “selvaggi
albanesi”, e quindi degni di commiserazione e
protezione, oggi sono “barbari incivili”.
c) Le altre nazioni della ex Jugoslavia
La
Slovenia, oggi ormai disinteressata a quanto accade
nel resto della ex Jugoslavia, è una formazione
statale assai recente: non aveva mai avuto un assetto
di Stato indipendente, se non per una quindicina di
anni nel periodo napoleonico, quando nel 1797, dopo
Campoformio, furono costituite le “Province
illiriche”, che comprendevano anche la Dalmazia fino
a Ragusa, la Carinzia, la Carniola, parte della
Croazia, Gorizia e l’Istria. La capitale era
Lubiana. Abbandonata dalle truppe francesi dopo la
disastrosa campagna di Russia, la Slovenia tornò
sotto l’Austria, che la controllava dal XIII secolo.
In precedenza era stata sotto il dominio di Carlo
Magno, e poi, per breve tempo, aveva fatto parte di un
effimero Regno di Boemia. La sua lingua, proveniente
dallo stesso ceppo del serbo-croato, si è tuttavia
differenziata nel corso di molti secoli si separazione
ed è oggi talmente diversa da non consentire
“rivendicazioni” (come accade con il macedone, che
serbi e bulgari si ostinano a considerare una variante
dialettale della propria lingua). Dopo l’invasione
italiana e tedesca dell’aprile 1941, la Slovenia fu
divisa tra i due occupanti, e Lubiana divenne una
“provincia italiana”. Una parte degli sloveni
parteciparono alla resistenza, ma altri collaborarono
con i nazifascisti, anche per i secolari legami
stabiliti con l’Austria e quindi con la Germania.
Per questo furono sottoposti a una dura
“epurazione” dopo la liberazione. Diversa
linguisticamente, praticamente priva di minoranze (la
più numerosa, quella croata, supera appena il 2%, gli
italiani sono lo 0,2%), la Slovenia innescò di fatto
l’esplosione della Jugoslavia, rifiutando di fornire
soldati all’esercito federale per la repressione nel
Kosovo, e proclamò unilateralmente la sua
indipendenza, resistendo facilmente al tentativo di
riconquista dell’esercito serbo-jugoslavo. Fu
riconosciuta subito dopo da Austria, Germania, Italia
e Vaticano, mentre gli Stati Uniti – contrariamente
a un luogo comune diffuso nella sinistra – esitarono
a lungo, dato che avrebbero preferito continuare a
fare buoni affari con una Jugoslavia unita che con
piccoli Stati in permanente crisi. Per i primi anni
dopo l’indipendenza il governo di Lubiana non stampò
neppure una sua moneta, utilizzando direttamente i
marchi tedeschi anziché i dinari della vecchia
Jugoslavia, e puntò direttamente all’inserimento
nella Comunità Europea. Dopo una prima fase in cui
l’indipendenza provocò una grave crisi economica,
la Slovenia si è relativamente ripresa (mantenendo
tuttavia un tasso di disoccupazione del 10%,) e ha
ristabilito solidi rapporti commerciali con la Serbia.
La
Croazia ha invece una storia indipendente più lunga e
complessa, la cui rievocazione ha alimentato un
nazionalismo fanatico perfettamente speculare a quello
di Milosevic. Il
primo regno croato risale addirittura al 924. Tuttavia
già nel 1089 fu annessa al regno di Ungheria. Finito
questo sotto i turchi, anche gran parte della Croazia
ne seguì la sorte, ritornando poi sotto il dominio
austriaco dopo la pace di Karlowitz del 1699. Nel 1779
la nobiltà croata ottenne di essere collegata al
regno di Ungheria, che essendo più conservatore
garantiva l’immobilità dei rapporti sociali meglio
dell’Austria riformatrice. Nonostante le forte
propaganda italiana in senso contrario, la maggior
parte dei croati vollero l’unione con la Serbia e il
Montenegro nel 1918. Sul ruolo del suo governo
filofascista e clericale nella Seconda Guerra Mondiale
abbiamo già parlato in altro capitolo. Nel 1991
proclamò la sua indipendenza subito dopo la Slovenia,
e ottenne anch’essa un immediato riconoscimento
senza condizioni, nonostante avesse preannunciato
assumendo il nome di Stato dei croati la pulizia
etnica nei confronti delle forti minoranze serbe
installate da secoli nella Slavonia e nella Krajina,
le regioni al confine con la Bosnia che erano state
ripopolate dall’Austria-Ungheria con i serbi che
sfuggivano al dominio turco.
Quanto
alla Bosnia-Erzegovina, .abbiamo già visto che era
stata a lungo terreno di scontro tra l’impero
ottomano e quello austriaco, che riuscì finalmente a
conquistarla solo nel 1878, sia pure presentando
l’occupazione come temporanea. Il Congresso di
Berlino del giugno-luglio 1878 ne affidò
l’amministrazione all’impero austro-ungarico, pur
riconoscendo che la Bosnia era nominalmente ancora
soggetta alla Sublime Porta. Resterà in questo status ambiguo fino al 1908, quando verrà formalmente annessa
all’impero, e sottoposta a una amministrazione
congiunta delle due corone che facevano parte di esso.
Le correnti più moderate e conciliazioniste
chiedevano solo che l’imperatore assumesse una terza
corona, quella di un regno slavo di Slovenia, Croazia
e Bosnia, ma tale progetto, a cui pare fosse
favorevole l’Arciduca Francesco Ferdinando, non si
concretizzò mai..
Giustamente
molti autori (ad esempio Ferruccio Quintavalle, autore
di una documentatissima Cronistoria
della Guerra Mondiale di ben 1730 pagine,
pubblicata da Ulrico Hoepli a Milano tra il 1921 e il
1923) fanno risalire al famoso Congresso del 1878 le
premesse della Prima Guerra Mondiale. Infatti quel
Congresso, convocato per limitare le acquisizioni
territoriali che la Russia aveva ottenuto col Trattato
di Santo Stefano firmato con l’impero ottomano nel
marzo dello stesso anno, sancì comunque il principio
del suo smembramento, gettando le basi per nuovi
conflitti, che culmineranno nelle guerre balcaniche
del 1912-1913 e poi nella “Grande Guerra”.
La
Bosnia era stata relativamente indipendente fino alla
conquista turca del 1463, ma in realtà quasi sempre
frammentata in piccoli principati e dilaniata da
feroci lotte religiose che contrapponevano cattolici e
ortodossi alla setta dei bogomili, fondata nel X
secolo da un prete bulgaro chiamato appunto Bogomil,
che predicava un rigido ascetismo per sfuggire al
dominio di Satanael, il diavolo che aveva creato il
mondo terrestre. L’ostilità delle altre confessioni
cristiane era comprensibile: i bogomili non
accettavano l’Antico Testamento, l’incarnazione,
il simbolo della croce, i sacramenti e tutta la
struttura gerarchica che caratterizzava tanto gli
ortodossi che i cattolici. Furono proprio le feroci
persecuzioni da parte degli altri cristiani a spingere
i bogomili ad accogliere benevolmente l’invasione
ottomana, che garantiva loro una libertà religiosa di
cui tuttavia non approfittarono a lungo, perché
preferirono convertirsi all’Islam. Lo storico
inglese William Miller sostiene che “avevano
preferito essere conquistati dal sultano piuttosto che
essere convertiti dal papa”, e che avevano scelto la
religione islamica sia per i “punti di somiglianza
con la loro disprezzata eresia”, sia perché
“accordava a quelli che l’accettavano il vantaggio
materiale di conservare le proprie terre e i privilegi
feudali”. Così la Bosnia rimase formalmente
sottomessa a Costantinopoli, ma retta da
un’aristocrazia slava convertita all’islamismo. Di
fatto rimase sempre una repubblica aristocratica
presieduta da un musulmano, che a volte era proprio un
bosniaco. Sempre Miller scrisse che bisognava
“essere figli di un rinnegato cristiano per arrivare
alle cariche più alte dell’impero turco”. In
realtà tale possibilità fu offerta a molti altri
sudditi di Costantinopoli, anche ebrei come Juan Míguez,
detto José Nassi, un ebreo di origine portoghese
arrivato nell’impero ottomano nel XVI secolo come
“marrano” (come venivano chiamati gli ebrei della
penisola iberica convertiti a forza al cattolicesimo)
e ritornato subito alla religione dei padri. José
Nassi divenne duca di Naxos e signore di Tiberiade,
dove propose – senza successo – un ripopolamento
ebraico della Palestina. Anche il famoso Mehmet Alì,
il governatore dell’Egitto che dopo la spedizione
napoleonica del 1799 si rese di fatto indipendente e
fu il capostipite della dinastia che governò quel
paese fino alla rivoluzione dei colonnelli del 1952,
era di origine albanese.
In
ogni caso questi dati possono aiutare a comprendere
l’origine della tripartizione della Bosnia tra
croati cattolici, serbi ortodossi e “musulmani”
(la denominazione divenne ufficiale nella Jugoslavia
di Tito, quando la maggioranza di essi, come degli
altri abitanti, non erano praticanti, o erano
addirittura atei o agnostici). I “musulmani” non
erano un’altra etnia, ma dei purissimi
“serbo-croati”, che si erano convertiti alcuni
secoli fa ad un’altra religione, ma che avevano
conservato la stessa lingua e gli stessi costumi degli
altri bosniaci. Abbiamo usato tra virgolette il
termine “serbo-croato”, che oggi è in uso solo
per l’insegnamento di quella lingua in Italia e in
altre parti dell’Europa, ma è ormai bandito in
Serbia, in Croazia, in Bosnia. E tra poco non rimarrà
neppure più quella lingua (che aveva al suo interno
minori differenze di quelle esistenti tra i dialetti
delle varie regioni italiane), dato che i nuovi
governanti croati o serbi, e gli accademici ad essi
asserviti, stanno ricercando nei dialetti particolari
di questa o quella zona gli elementi che possono
allontanare tra loro due lingue che appena dieci anni
fa erano una sola lingua trascritta con due alfabeti
diversi, quello latino e quello cirillico.
La
Macedonia – dal cui nome non a caso deriva il
termine culinario riferito a un assortimento di molti
frutti diversi – non ha mai avuto un’identità
statale precisa. Nel primo decennio di questo secolo,
quando la “questione macedone” assunse
caratteristiche drammatiche anche per l’apparizione
di molte organizzazioni terroristiche, la sua
composizione etnica fu contestata da tutti i paesi
vicini, che condussero, prima di quella con le armi,
un’intensa battaglia con le statistiche. L’etnia
dominante veniva considerata serba dai serbi, bulgara
dai bulgari, mentre i greci se ne attribuivano una
buona parte, prima di annettersi gran parte dello
stesso territorio durante le guerre balcaniche. Ancor
oggi la Grecia, con il consenso unanime della destra e
di gran parte della sinistra, nega il diritto della
Macedonia a definirsi tale (dovrebbe chiamarsi
“Repubblica di Skopje”) e a usare nella sua
bandiera l’antico simbolo del regno macedone di
Filippo II e Alessandro Magno, con cui effettivamente
gli slavi macedoni non hanno molto a che vedere (sono
arrivati con altre migrazioni slave nel VII secolo),
ma che non hanno neppure molte affinità con i greci
di oggi. Da un lato questi sono il frutto – come noi
italiani - di molte ibridazioni dovute a successive
conquiste, dall’altro tutto il mondo all’infuori
dei greci sa che gli antichi macedoni erano diversi
dagli attuali, ma anche dai greci di allora, tanto è
vero che lo stesso Alessandro Magno studiò il greco
da adulto sotto la guida di Aristotele. Che poi le
straordinarie conquiste realizzate dal grande
condottiero abbiano consentito una formidabile
unificazione del bacino mediterraneo orientale e dello
stesso Medio Oriente e una grande diffusione della
cultura greca (non a caso definita ellenistica
e non ellenica), è altra cosa che non ha nulla a che vedere con le
contese scioviniste di oggi.
Ma
il fatto che queste contese non abbiano fondamento,
non toglie che possano fare danni. La Macedonia è un
entità contestata da sempre: su di essa vi sono
rivendicazioni greche, bulgare, serbe (anche se queste
con poche possibilità di essere oggi concretizzate).
Perfino la grafia del nome della capitale è
controversa, tra Skoplje o Skopje, a seconda che
prevalga l’influenza bulgara o serba. Se questo
paese, in cui esiste una consistente minoranza
albanese, valutata un anno fa tra il 23 e il 30% (le
statistiche etniche in questo sfortunato paese erano
assai controverse 80 anni fa e lo sono oggi), dovesse
esplodere perché coinvolto ulteriormente nella guerra
o anche solo per l’aumento vertiginoso degli
albanesi provenienti dal Kosovo, non sarebbe difficile
immaginare quanti paesi tenterebbero di approfittarne.
Quanto
al Montenegro (Crna
Gora), non ha mai fatto gola a nessuno: una
vecchia ballata racconta che “quando Dio finì di
creare il mondo, si accorse di aver dimenticato una
gran quantità di rocce nel suo sacco, e allora le
rovesciò tutte in un angolo desolato e selvaggio
della terra; fu così che nacque il Montenegro”. Per
questo non fu mai occupato dai turchi, se non per
brevissimo tempo. La dinastia dei Petrovic governò il
paese dal 1696 col titolo di vladika,
che in realtà corrispondeva alla carica religiosa
di vescovo. Dato che i vescovi ortodossi, a differenza
dei semplici pope,
dovevano essere per norma celibi, la successione
passava da zio a “nipote”. Solo il penultimo dei
Petrovic, Danilo
II (1851-1860), per potersi sposare, separò la carica
religiosa da quella politica da quella politica,
assumendo il titolo di gospodar
(principe) di Crna
Gora. Tuttavia prima di aver avuto un figlio
maschio fu ucciso da un ribelle che aveva condannato
all’esilio, sicché il trono passò ancora una volta
a un nipote, Nikola, che regnò fino al 1918, e che fu
soprannominato “il suocero d’Europa”: una
figlia, Elena, aveva sposato infatti nel 1896 il
futuro re d’Italia Vittorio Emanuele III, un’altra
Petar Karadjordjevic, in quel momento in esilio, ma
futuro re di Serbia, mentre altri figli erano entrati
nelle famiglie reali tedesca e russa. Questa politica
dinastica non servì a molto: al termine della Prima
Guerra Mondiale la spinta “jugoslavista” costrinse
Nikola a partire, e il Montenegro entrò nel nuovo
“regno dei serbi, croati e sloveni” senza trovarvi
una collocazione particolare. D’altra parte i
montenegrini sono serbi da tutti i punti di vista, con
l’unica caratteristica di aver tutelato meglio e più
a lungo degli altri la loro indipendenza, soprattutto
per le caratteristiche del territorio. Durante la
Seconda Guerra Mondiale la resistenza vi si sviluppò
con particolare ampiezza, e quindi il Montenegro
ottenne nella nuova Jugoslavia “socialista” lo status di repubblica federata, nonostante le modeste dimensioni (ha
una superficie di soli 13.000 kmq., quanto il
Trentino-Alto Adige, e 600.000 abitanti, come la
Basilicata).
6) Perché l’Italia
ha tentato più volte la penetrazione nei Balcani
Prima
di tutto va chiarita una questione fondamentale. È
stato solo il fascismo a puntare alla conquista di una
parte dei Balcani, e all’egemonia sulla regione? La
risposta è categorica: no.
Questo aspetto della nostra storia è comunque
praticamente ignorato dalla maggior parte dei testi
scolastici, e non fa parte del “bagaglio
culturale” della stessa sinistra.
Ai
Balcani e in generale a una partecipazione alla
prevedibile spartizione del grande
malato, come veniva definito l’impero ottomano,
l’Italia aveva cominciato a guardare molto tempo
prima della Grande
Guerra, come accenniamo d’altra parte
nell’appendice sulle linee di tendenza generale del
colonialismo e dell’imperialismo italiano.
La
conquista italiana della Libia, confermando la
debolezza dell’esercito turco (i guai verranno dalla
resistenza spontanea della popolazione locale, non
prevista dai brillanti strateghi che avevano preparata
la passeggiata militare), contribuì ad accendere la miccia delle
guerre balcaniche. Anche alcune imprese militari
italiane come quella nei Dardanelli del 18 aprile 1911
e quella del capitano Millo il 18 luglio dello stesso
anno (con alcune motosiluranti che non colpirono
nessun bersaglio), furono ampiamente propagandate e
diedero la sensazione di uno sfaldamento totale della
forza della Turchia, in cui si stava sviluppando la
rivoluzione dei Giovani
Turchi. In realtà erano praticamente un bluff
propagandistico, come la ben più decantata
impresa di D’Annunzio e Costanzo Ciano del febbraio
1918 (la cosiddetta Beffa
di Buccari). Una ricerca storica successiva ha
accertato che nessuno degli abitanti di Bakar,
compresi alcuni marinai di guardia al porto, si era
accorto della famosa impresa dannunziana, se non per i
tonfi di alcune torpedini lanciate e non esplose..
Più
seria era stata invece l’occupazione di Rodi e del
Dodecanneso, nel maggio del 1912: conquistate
ufficialmente per costringere la Turchia a firmare un
Trattato di pace, rimasero in realtà sotto
occupazione italiana fino alla disfatta nella Seconda
Guerra Mondiale.
L’entrata
dell’Italia nella Prima Guerra Mondiale, che si
combatte anche nei Balcani e per i Balcani,
fu come è noto motivata con argomenti
patriottici: bisognava ottenere Trento e Trieste (che
invece erano state promesse dall’Austria-Ungheria
all’Italia in caso di mantenimento della neutralità,
anche se Trieste doveva avere uno status particolare, con amministrazione italiana, ma rimanendo
“porto franco” accessibile alle merci austriache,
boeme ed ungheresi).
Il
Patto di Londra con cui l’Italia contrattò la sua
entrata in guerra, e che come altri Trattati segreti
fu conosciuto solo perché la Russia sovietica pubblicò
integralmente tutti i documenti riservati trovati
nelle casseforti dell’impero zarista, prevedeva
ampie conquiste territoriali, in primo luogo nei
Balcani (l’Istria, l’intera costa dalmata e
Valona, con l’isola di Saseno e “sufficiente
territorio strategico”), ma anche in Turchia. Si
riconosceva infatti “l’interesse dell’Italia a
mantenere l’equilibrio del Mediterraneo in quella
parte che confina con la zona di Adalia, dove
l’Italia ha speciali interessi e diritti”. Secondo
il trattato, in caso di mancata spartizione della
Turchia d’Asia, e “procedendosi fra le Potenze
solo a una delimitazione di sfere d’influenza, si
terranno in considerazione gli interessi
dell’Italia”, mentre se le “tre Potenze alleate
occuperanno distretti dell’Asia turca, l’intero
distretto confinante con Adalia sarà riservato
all’Italia, che potrà occuparlo”.
Oltre
all’occupazione diretta di Valona, l’art. 7 del
Trattato prendeva in esame “l’eventuale formazione
di un piccolo Stato autonomo dell’Albania, di cui
l’Italia avrà il diritto di dirigere le relazioni
estere”, senza escludere però la possibile
spartizione di distretti dell’Albania fra gli Stati
confinanti, e della neutralizzazione della costa
dell’Albania a sud di Valona”.
Inoltre
ci sarebbe stato il riconoscimento de
jure della conquista della Libia e del
Dodecanneso, e anche il “diritto italiano
d’estendere i suoi possessi nelle sue tre colonie e
nei distretti confinanti con le colonie britanniche e
francesi, se Francia e Inghilterra estendessero i loro
possessi in Africa a danno della Germania”.
L’articolo
15 prevedeva poi un “impegno delle tre Potenze ad
appoggiare l’Italia, se questa non permetterà che
rappresentanti della Santa Sede svolgano azione
diplomatica per la conclusione della pace e per la
sistemazione delle questioni connesse con la
guerra”. La spiegazione di questa frase è
semplicissima: le “tre Potenze” condividevano
completamente l’irritazione dell’Italia nei
confronti dei messaggi del papa a favore di una pace
“senza annessioni”.
Di
tutte queste conquiste, molte risultarono impossibili,
per la forza del nazionalismo slavo, di quello turco e
anche per la resistenza albanese, che ridusse alla
sola isoletta di Saseno il territorio effettivamente
occupato dall’Italia, dopo la cacciata da Valona
insorta contro le truppe italiane. Qualche
compensazione in Africa ci fu, ai confini tra Libia e
Ciad e tra Somalia e Kenia (la regione del Giuba).
7) Dopo l’avventura
fascista
La
speranza di una federazione socialista balcanica
La
resistenza in Jugoslavia cominciò immediatamente dopo
l’aggressione nazista e fascista all’URSS, anche
se nella storiografia ufficiale viene fatta risalire a
qualche tempo prima. In realtà i partiti comunisti
erano stati paralizzati dall’alleanza russo-tedesca
sancita dagli accordi Ribbentrop-Molotov del 23 agosto
1939, che comportò anche un’apologia delle
“proposte di pace” tedesche (tra l’altro in un
vergognoso discorso di Molotov, che fu ripreso in
tutto il mondo dagli organi di stampa dei partiti
comunisti).
Anche
in Grecia la lotta armata diretta dal partito
comunista cominciò nello stesso periodo, mentre in
Albania e in Italia ben più tardi (nel nostro paese
cominciò di fatto dopo l’armistizio dell’8
settembre 1943, davanti a Porta San Paolo, a Roma, e
in qualche altra città come Ascoli Piceno). La forza
della resistenza greca, che in Europa fu seconda solo
a quella jugoslava, e che diede parecchio filo da
torcere alle truppe tedesche, è legata alle
circostanze in cui nacque. L’insensata aggressione
italiana del 28 ottobre 1940 aveva incontrato una
resistenza spontanea straordinaria, che ributtò
rapidamente indietro l’ armata di Mussolini, che
alla fine di dicembre - dopo durissime perdite -
dovette attestarsi ben all’interno dell’Albania da
cui era partita. L’esercito greco era totalmente
impreparato perchè a causa delle simpatie filonaziste
del dittatore Metaxas erano stati approntati piani di
guerra e fortificazioni (peraltro incomplete e quindi
pressoché inutili) solo per un ipotetica aggressione
“bolscevica” dal confine settentrionale. Le
provocazioni e le vere e proprie aggressioni italiane
(come l’affondamento di una nave da guerra
ormeggiata davanti all’isola di Tinos per
partecipare alle feste popolari del 15 agosto in onore
della Vergine) non avevano indotto Metaxas a preparare
la mobilitazione.
Le
16 divisioni italiane si trovarono di fronte un
esercito che solo alla fine di novembre, a mobilitazione
ultimata, arrivò a 11 divisioni male armate, con 115
aerei di cui solo 16 moderni contro 400 impegnati
dall’Italia su quel fronte. Mancavano del tutto
strade e ferrovie, e il rifornimento delle truppe
greche venne assicurato da colonne di montanari, in
gran parte donne che si erano offerte come volontarie
per trasportare a spalla munizioni e armi, e che
assicuravano il vettovagliamento di quella che sembra
un’armata del secolo scorso. Contro l’invasione
fascista si schierarono in quei giorni anche molti di
coloro che la dittatura Metaxas aveva perseguitato.
Persino il segretario del KKE, Zachariadis, dichiarò
dal carcere di Atene di sostenere senza riserve
Metaxas contro Mussolini.
Era
sintomatico del clima di unità nazionale, anche se va
aggiunto che in quella fase i comunisti contavano
ancora poco, anche perché avevano tre direzioni
contrapposte, una delle quali era composta da
“pentiti” divenuti provocatori al soldo di
Metaxas, mentre un’altra applicava zelantemente la
linea che il Comintern aveva adottato dopo il patto
Ribbentrop-Molotov, al punto di dichiarare falso
l’appello di Zachariadis, proponendo al contrario il
rovesciamento della dittatura di Metaxas, e un
trattato di pace con l’Italia, senza annessioni, e
sotto il patrocinio sovietico. Lo stesso Zachariadis
si univa successivamente a questa posizione,
probabilmente dopo aver ricevuto direttive da Mosca,
come era accaduto in Francia a Thorez (dapprima
partito per il fronte per difendere la patria
dall’aggressione nazista e pochi giorni dopo fatto
disertare “per non partecipare alla guerra
dell’imperialismo francese contro la
Germania...”).
In
ogni caso la partecipazione popolare alla guerra
contro l’aggressione italiana alla Grecia fu tale da
assicurare un gran numero di armi abbandonate dalle
camicie nere in fuga, e da costituire per decine di
migliaia di contadini greci un’esperienza di cui
terranno conto successivamente. Come è noto la
preoccupazione di trovare sguarnito il fronte sud al
momento dell’attacco all’URSS in seguito alla
catastrofe italiana spinse Hitler nell’aprile 1941 a
intervenire direttamente in Grecia, invadendola
fulmineamente da nord, grazie alla collaborazione
bulgara, e dopo aver sbaragliato in pochi giorni
l’esercito jugoslavo.
Le
simpatie per il nazismo di gran parte della borghesia
greca e della stessa casa regnante (la futura regina
Frederika, nipote del Kaiser, aveva addirittura
militato nella Hitlerjugend), e la notevole efficienza
militare del nuovo invasore resero ben diversa la
situazione rispetto all’ottobre precedente. La
resistenza si trasformò in “desistenza” e poi in
collaborazione da parte di quasi tutti. Gli stessi
comunisti erano in quella fase incerti e passivi,
sempre a causa dell’alleanza russo-tedesca. Il gesto
di Manolis Glezos, che il 31 maggio 1941 strappò la
bandiera nazista dall’Acropoli sostituendola con
quella greca, considerato in genere l’inizio
simbolico della nuova resistenza, non era in realtà
che “l’ultimo gesto volontario e beffardo dello
spirito popolare non organizzato”. Solo
successivamente, d’altra parte , Glezos aderirà al
KKE, il partito comunista greco..
La
situazione cambiò radicalmente, come in tutta
l’Europa, quando Hitler aggredì l’URSS, e nella
propaganda comunista la Germania nazista cessò di
essere uno “Stato pacifico aggredito
dall’imperialismo franco-britannico” per divenire
nuovamente “imperialista” (viceversa sulla stampa
comunista Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti
cessavano di essere imperialisti per diventare le
“Grandi potenze antifasciste e democratiche”). A
partire da settembre anche in Grecia i comunisti
organizzarono pazientemente le fila di un fronte
nazionale di liberazione, contattando personalità
indipendenti e partiti. La viltà o l’aperto
collaborazionismo della maggior parte delle forze
borghesi lascerà ad essi uno spazio enorme, che
occuperanno nella prima fase con sorprendente duttilità,
mimetizzandosi dietro vescovi e ufficiali
repubblicani, e occultando il più possibile non solo
il loro peso crescente, ma anche gli obbiettivi di
classe che muovevano la maggior parte dei contadini e
degli operai combattenti.
In
questo la loro tattica era praticamente identica a
quella dei comunisti italiani, anziché a quella degli
jugoslavi, a cui dovrebbero invece più logicamente
richiamarsi per le notevoli affinità tra le strutture
dei due paesi, e per l’atteggiamento ciecamente
reazionario delle rispettive borghesie. In questo
risiedeva la forza apparente del largo fronte che
hanno organizzato, ma anche una delle premesse della
sconfitta futura.
Come
in Jugoslavia, comunque, dopo l’8 settembre 1943 lo
sfacelo dell’esercito italiano (che insieme a quello
bulgaro era ritornato a rimorchio dei tedeschi ed
occupava una parte del territorio) fornì alla
resistenza enormi riserve di armi – anche pesanti -
e in alcuni casi anche dei combattenti, che
riscatteranno almeno in parte le atrocità compiute
durante il periodo fascista. Le forze tedesche,
rimaste sole a combattere, si troveranno spesso in
difficoltà e dovranno ritirarsi nel corso
dell’estate del 1944 per non rimanere isolate
dall’impetuosa crescita del movimento partigiano
jugoslavo, congiuntosi all’Armata Rossa alla vigilia
della liberazione di Budapest, e che minacciava di
tagliare loro la strada dei rifornimenti e della
stessa ritirata.
All’inizio
dell’autunno del 1944 la Grecia era stata
completamente liberata senza la partecipazione di un
solo soldato britannico o di altri paesi alleati. È a
quel punto che si svolge ad Atene il primo atto della
tragedia. Possiamo ricostruirne le premesse attraverso
molti fonti, tra cui, insospettabile, la stessa
descrizione fattane da Churchill nella sua Storia della seconda guerra mondiale. Lo statista britannico non
nasconde tra l’altro che l’obiettivo che si
proponevano le truppe britanniche che egli fece
affluire in Grecia non era la lotta ai tedeschi, già
lontani, ma l’imposizione di un regime anticomunista
che impedisse ai partigiani di realizzare la società
per cui avevano lottato. E per farlo, ammette, fu
decisiva la collaborazione di Stalin, con cui concordò
nell’ottobre a Mosca la spartizione dei Balcani, e
che convinse i comunisti greci ad accogliere i
britannici come amici e liberatori. L’obiettivo
invece era l’attacco militare alle forze
dell’EAM-ELAS presenti ad Atene e alla popolazione
che li appoggiava, attacco che fu sferrato il 3
dicembre 1944, e che si concluse con un pesantissimo
bilancio di vittime. La leggenda dell’insurrezione
dei comunisti greci è completamente falsa, anche se
viene ripetuta sia dai “nostalgici” dello
stalinismo e del togliattismo come Canfora e Losurdo,
sia da tutti gli altri orecchianti che scrivono
estemporaneamente di Storia contemporanea senza essere
in possesso degli strumenti necessari: ultimo Bettiza,
noto anticomunista, che riprende la leggenda di un
Togliatti preoccupato nel
1944 dall’insurrezione di Marcos (che invece
avvenne, tardivamente e assurdamente, solo nel
1947, per reazione disperata alle violenze dei
monarchici che avevano aiutato a rimettersi in sella).
Nel 1944 il massacro fu compiuto a senso unico dai
britannici contro la popolazione civile, mentre i
comunisti erano come paralizzati ed evitarono di
chiamare ad Atene i 40.000 partigiani armati che erano
ancora stanziati nelle regioni vicine.
In
Jugoslavia la lotta era invece stata assai più dura
nella prima fase, anche per la notevole collaborazione
assicurata agli occupanti soprattutto dagli ustaša
di Ante Pavelic, e da una parte dei cetnici
serbi, fedeli al re e nominalmente antitedeschi, ma
talmente anticomunisti da non esitare di fronte ad
accordi con gli occupanti contro gli odiati partigiani
di Tito (che d’altra parte non rinunciavano a
colpirli quando ne avevano occasione).
La
resistenza jugoslava era divampata nell’autunno 1941
ed aveva in un primo momento tentato di organizzare più
un esercito regolare che delle milizie partigiane,
forse per la ricaduta tardiva delle polemiche della
repubblica spagnola, in cui i comunisti avevano
esaltato l’esercito contro le milizie, sopprimendo
queste ultime a favore di un esercito che aveva molti
difetti di quelli tradizionali senza averne i
vantaggi, e che infatti fu rapidamente sconfitto da
Franco appena fu completata la “normalizzazione
delle retrovie”. La leggenda ripresa ancor oggi dai
“nostalgici” dello stalinismo, sostiene che
bisognava prima vincere la guerra e poi si poteva
pensare alla rivoluzione. Ma la rivoluzione c’era,
non andava inventata, e fu bloccata con la
soppressione delle milizie, il soffocamento delle
comuni agricole, e la soppressione fisica di coloro
che non accettavano quella linea suicida suggerita da
Mosca per cercare di ottenere la benevolenza
dell’imperialismo franco-britannico.
Nelle
Brigate Internazionali in Spagna c’erano oltre mille
volontari jugoslavi, secondo altre fonti addirittura
1.500. Certo in quella lotta si formarono decine di
quelli che furono poi i generali dell’armata
partigiana. Che di quell’esperienza avessero fatto
tesoro meglio di altri, che continuavano a leggerla
con gli schemi di Mosca, lo si vide già sul terreno
propriamente militare. Dopo le prima pesanti
sconfitte, che costrinsero i partigiani a lasciare
quasi completamente la Serbia, la tattica militare fu
modificata secondo i criteri classici della guerra di
guerriglia, basata su una grande mobilità e
un’integrazione profonda con la popolazione. Tutto
il contrario di quel che si fece in Spagna dunque, che
fu invece ripreso in Grecia da Zachariadis, che agli
inizi del 1948 tentò – contro l’opinione di
Marcos - di costruire un esercito regolare, di
occupare città per proclamarvi un governo
provvisorio, ecc. Insomma dai Balcani vennero in due
modi diversi, con i successi jugoslavi e la catastrofe
greca, clamorose smentite alle mistificazioni sulla
necessità di sopprimere le milizie e costituire un
esercito regolare, rilanciate al momento dei dibattiti
suscitati da Terra
e libertà di Ken Loach per giustificare la
repressione contro anarchici e poumisti (che tra
l’altro erano tutt’altro che disorganizzati).
Grazie
a queste scelte corrette, l’esercito popolare
jugoslavo assunse presto dimensioni superiori a quelle
di qualsiasi altro paese occupato, impegnando fino a
trenta divisioni tedesche. La ragione di questa forza,
come abbiamo accennato in un altro capitolo, era
dovuta in primo luogo alla forte caratterizzazione
sociale e politica dei partigiani. Tra l’altro, a
differenza di quelli di altre parti d’Europa, essi
usavano come simbolo la stella rossa, attirandosi le
critiche di Stalin, che preferiva una
caratterizzazione prevalentemente patriottica e
nazionale della lotta. Al tempo stesso la composizione
plurietnica della direzione del movimento partigiano,
e il progetto di una federazione che rispettasse tutti
i gruppi nazionali presenti nel paese, attirò molte
simpatie tra la popolazione, stanca della guerra, ma
anche e soprattutto dei conflitti tra serbi e croati.
Mentre
Stalin continuava a diffidare di quei comunisti che
non accettavano la linea proposta da Mosca e
rifiutavano quelle intese con la monarchia reazionaria
che invece erano state realizzate dai comunisti
italiani dopo la “svolta di Salerno”, e da quelli
greci con gli accordi di Plaka, del Libano, di Caserta
e poi di Varkiza, Churchill si dimostrò più
realista: inviò una missione militare in Jugoslavia,
in cui inserì il figlio Randolph. Il resoconto lo
convinse della grande forza dei partigiani comunisti,
e soprattutto del fatto che erano gli unici a colpire
duramente i tedeschi, mentre i cetnici monarchici, teoricamente più vicini agli inglesi, non
combattevano affatto, ed anzi si accordavano con gli
occupanti per attaccare le forze di Tito.
Per
questo Churchill, nonostante avesse ottenuto da Stalin
negli accordi di Mosca dell’ottobre 1944 che
Jugoslavia e Ungheria non appartenessero a nessuno dei
due blocchi in formazione, ma fossero sotto una specie
di “condominio” (il che voleva dire di fatto
bloccarne le trasformazioni sociali), fece buon viso a
cattivo gioco, riconoscendo Tito come capo della
resistenza, e soprattutto inviandogli armi, munizioni
e vettovagliamenti. L’URSS invece continuò per
qualche tempo a riconoscere il governo monarchico, e a
criticare la caratterizzazione classista e comunista
del movimento promosso dal PCJ. Per quanto riguarda
l’Ungheria, dove non vi fu nessun movimento
partigiano, e i comunisti erano stati ridotti ai
minimi termini dai loro stessi errori, dalle feroci
repressioni di Horthi, e dalla sistematica distruzione
del loro gruppo dirigente rifugiato a Mosca da parte
di Stalin, fu la rapidissima penetrazione
dell’Armata Rossa (con la collaborazione dei
partigiani jugoslavi, che consentirono di attaccare
Budapest da sud) a convincere Churchill che la
situazione era ormai cambiata, e i rapporti di forza
si erano modificati a favore dell’URSS. Churchill lo
spiegò in una lettera di sconcertante franchezza a
Roosevelt. Churchill sapeva bene che gli alleati
occidentali pagavano per il ritardo nell’aprire il
secondo fronte europeo tanto sollecitato da Stalin per
alleggerire la pressione tedesca sul territorio
sovietico. Gran Bretagna e Stati Uniti speravano di
trarre il massimo vantaggio dal logoramento reciproco
di Germania e Unione Sovietica; tuttavia quando
quest’ultima riuscì a recuperare tutte le sue
energie e a sfondare le linee tedesche, era troppo
tardi per arginarne la controffensiva, che portò la
bandiera rossa a Budapest, Varsavia, Praga e Berlino.
I
comunisti jugoslavi intanto avevano appoggiato il
modestissimo movimento partigiano albanese, ponendolo
di fatto sotto la propria tutela, anche perché il
Partito del Lavoro (comunista) era nato di recente ed
era ancora debolissimo. Era nato dall’unificazione
di piccoli gruppi locali, con reciproche diffidenze.
All’interno di esso era emerso Henver Hoxha, che
aveva fondato il suo potere su sistematiche
decimazioni di quadri critici, o considerati non
sicuri perché provenienti da clan di cui il gruppo
dirigente diffidava. La storia “ufficiale” del
partito del lavoro albanese ha un elenco lunghissimo
di dirigenti liquidati perché “trotskisti”. Se
l’accusa fosse stata fondata, il partito del lavoro
sarebbe stato un’organizzazione della Quarta
Internazionale, con cui invece non aveva mai avuto
alcun rapporto.:
Tito
propose, inizialmente d’accordo con il bulgaro
Dimitrov, una “federazione balcanica” che avrebbe
dovuto unire Jugoslavia, Bulgaria, Albania e
possibilmente la Grecia, in caso di successo delle
forze comuniste. Il progetto fu bocciato come
“nazionalista” da Stalin, che temeva la formazione
di uno Stato abbastanza vasto e forte, che poteva fare
da contrappeso all’URSS, anche per il prestigio
accumulato con i successi della guerra partigiana. I
bulgari si defilarono subito, e a maggior ragione gli
albanesi, che temevano di essere “colonizzati” da
Belgrado. Eppure quel progetto era l’unico che
avrebbe potuto risolvere problemi aggrovigliati come
quello dei macedoni e degli albanesi, cioè di quei
popoli che vivevano all’interno di diversi Stati, e
che solo in quel modo avrebbero potuto riunificarsi.
Il
fallimento del progetto di “federazione balcanica”
pesò sulla nuova Jugoslavia, e sui suoi rapporti con
l’Albania. Il Kosovo fu inserito nella Serbia, e non
ottenne per molti anni nessuna autonomia, sia per il
peso che vi avevano avuto varie formazioni
anticomuniste, sia per timore di una possibile azione
irredentistica ispirata da Tirana, che peraltro non vi
fu mai. In ogni caso, per evitare un ulteriore
inasprimento dei conflitti, non furono fatti ritornare
i serbi espulsi dal Kosovo nel periodo della
dominazione italiana e poi germanica. Anche in altri
casi, in altre repubbliche, si evitò di far ritornare
le popolazioni che erano state deportate o erano
fuggite, preferendo trovare altre sistemazioni per
esse, cosa non difficile dati i vuoti lasciati da una
guerra così spietata.
A
parte alcuni processi a criminali ustaša
che si erano macchiati di colpe particolarmente
gravi, e a monsignor Stepinac per la sua complicità
con essi, si preferì addirittura ricoprire di una
coltre di silenzio i crimini compiuti da più parti
durante la guerra, per evitare di rinfocolare gli
odii.
Comunque
non solo il Kosovo fu penalizzato nel nuovo assetto
federale: anche i magiari della Voivodina e
soprattutto gli italiani dell’Istria e della
Dalmazia non ottennero il riconoscimento della loro
nazionalità. La ragione è evidente: erano minoranze
che potevano trovare appoggi in uno Stato confinante
in cui erano maggioranza.
Inoltre
quando l’armata popolare jugoslava aveva occupato
Trieste, il governo jugoslavo aveva chiesto
l’annessione definitiva, rivendicando che Trst (come la chiamavano considerandola solo slava) divenisse la
capitale di una “settima repubblica”, quella degli
italiani. Ma quando, per lo scarso sostegno
dell’URSS e la fermezza degli “alleati”
occidentali, le truppe jugoslave dovettero ritirarsi
– lasciando brutti ricordi per le vessazioni
compiute, che avevano colpito anche esponenti della
sinistra italiana contrari all’annessione – di
questa settima repubblica non si parlò più, e una
parte della popolazione italiana che risiedeva in
quelle terre a volte da secoli fu costretta a
lasciarle, non senza qualche pressione in tal senso
dello stesso governo italiano, che aveva interesse a
usare quei profughi in funzione anticomunista.
Inoltre
l’amministrazione del nuovo Stato era ricalcata sul
modello sovietico, che Tito aveva conosciuto bene. Non
a caso era stato prescelto da Stalin per sostituire la
direzione originaria del partito sterminata dal grande
terrore degli anni Trenta. Anche dopo la rottura con
l’URSS la polizia politica di Rankovic imperversò
lasciando ferite profonde, che sono state poi
reinterpretate assurdamente in chiave etnica, dato che
Rankovic era serbo.
L’elemento
fondamentale, che spiega le profonde
contraddizioni della nuova Jugoslavia, è che
Tito era profondamente e sinceramente stalinista, e
così la maggior parte dei suoi più stretti
collaboratori. Aveva potuto guidare la rivoluzione, in
contrasto con le direttive di Mosca, per il legame
profondo stabilito con il proprio popolo, ma senza
avere un’interpretazione convincente delle ragioni
della politica sovietica.
Quando,
in seguito alle resistenze jugoslave alle ingerenze
dei servizi segreti russi e all’imposizione di
società miste per la navigazione nel Danubio, ecc.,
il Cominform “scomunicò” il PCJ, Tito rimase così
disorientato da sostenere per diverso tempo di essere
il più coerente seguace di Stalin. I più lucidi dei
suoi collaboratori, soprattutto Edward Kardelji e
Milovan Djilas, lo convinsero successivamente a
recuperare alcune delle critiche “storiche” allo
stalinismo, in particolare quelle della
socialdemocrazia occidentale. Così venne fuori anche
la teoria dell’autogestione, che divenne un mito in
Europa, ma rimase sostanzialmente circoscritta al
livello più basso, quello delle fabbriche (in cui,
peraltro, anche in URSS gli operai potevano discutere
aspetti marginali dell’applicazione delle decisioni
dei vertici).
La
rottura con Stalin non significò dunque una rottura
con lo stalinismo. Il partito cambiò il suo nome in
Lega dei comunisti jugoslavi, ma continuò a
funzionare nello stesso modo. E i dissidenti, che
simpatizzavano per Stalin e le decisioni del
Cominform, furono scovati dalla polizia di Rankovic, e
spediti nell’orrido lager di Goli
Otok (l’isola calva), che applicava gli stessi
metodi dei GuLAG
staliniani. Un libro inquietante e
documentatissimo su questo drammatico episodio è
stato scritto da un italiano giunto a Fiume nel 1947
per raggiungere i partigiani di Marcos in Grecia:
Giacomo Scotti, Goli
Otok. Italiani nel gulag di Tito,(Lint, Trieste,
1998).
Per
questo la federazione jugoslava, pur essendo migliore
di qualsiasi altra soluzione adottata in Europa per
far convivere etnie diverse, ebbe già in partenza
caratteristiche che riducevano l’efficacia delle
scelte adottate, e preparavano tensioni che si
sarebbero manifestate già negli anni Settanta e sono
esplose poi alla fine del decennio successivo. In ogni
caso, anche quando cominciò veramente a volersi
distaccare dallo stalinismo, Tito non ne fu capace.
Anche se ciò per anni sembrava inammissibile tanto
per gli jugoslavi che per i sovietici (per non parlare
dei cinesi), l’esperimento si risolse in una
semplice variante del modello sovietico, e non ne
eliminò i difetti fondamentali. Le fortissime
analogie tra l’esplosione dell’URSS e quella della
Jugoslavia nel 1989-1991, confermano tale ipotesi.
L’Albania
nel 1948 aveva salutato con gioia la condanna del
partito comunista jugoslavo, e diventò la punta di
diamante delle provocazioni e della campagna di
calunnie contro il “trotsko-fascista Tito”,
seconda sola al partito comunista italiano, che pure
inviò vari suoi militanti non solo per tentare di
costruire un’opposizione, ma con compiti di
sabotaggio e progetti avventuristici di attentati a
Tito. Quando si delineò un riavvicinamento tra
l’URSS nel 1955, il gruppo dirigente albanese non lo
accettò e, appena si delineò il conflitto ideologico
cino-sovietico, si schierò decisamente con Pechino,
assumendo un grottesco ruolo di “partito guida”
dei minuscoli e settari gruppi
“marxisti-leninisti” europei (ma la sua influenza
si estese anche all’America Latina, dove influenzò
il gruppo che fondò Sendero
luminoso in Perù). Come in Cina in piazza Tien An
Men, anche a Tirana si eressero nuovi monumanti a
Stalin, che divenne il simbolo anacronistico della
resistenza albanese al cosiddetto “egemonismo”
sovietico, e al “revisionismo moderno” di
Chrusciov, Tito e Togliatti…
In
realta Henver Hoxha, secondo molti osservatori, tra
cui l’ex ambasciatore italiano a Tirana, Gian Paolo
Tozzoli, più che un comunista fu un nazionalista
albanese (nel suo ultimo discorso riuscì a
pronunciare 28 volte la parola Patria).
Si era appoggiato a suo tempo sui partigiani jugoslavi
contro gli occupanti nazisti, poi all’URSS contro la
Jugoslavia, e infine alla Cina contro l’URSS. Prima
della crisi dei rapporti con la Cina, avvenuta alla
metà degli anni Settanta, e dovuta al rifiuto
albanese delle nuove relazioni tra Pechino e
Washington, il PLA aveva imitato grottescamente il
modello maoista, fino a proclamare una “rivoluzione
culturale” che si concretizzò nell’arresto degli
ultimi preti cattolici, pope ortodossi e mullah
islamici, e nella chiusura di ogni edificio di culto.
Vennero inoltre vietati i nomi di santi o che facevano
comunque riferimento alle tre religioni che Henver
Hoxha credeva così di poter estirpare
amministrativamente.
Si
spacciava per “socialismo realizzato” una società
arretrata, chiusa e in permanente stato d’assedio,
in cui l’indottrinamento ideologico raggiungeva
livelli parossistici, e in cui – comr nell’URSS di
Breznev - si allevavano i dirigenti che avrebbero
portato il paese alla rovina: Ramiz Alia, per totale
incapacità di comprendere cosa stava accadendo nel
mondo e nel suo stesso paese, Sali Berisha per
l’assenza di ogni senso morale, e l’illusione di
poter fare qualsiasi cosa grazie all’appoggio
europeo (in particolare italiano) e statunitense. Il
capitalismo selvaggio è arrivato così – già prima
della fine del monopolio del PLA e della sua
trasformazione in “partito socialista” - in
un’Albania assolutamente impreparata ad affrontarlo,
e l’ha ridotta nelle attuali condizioni. L’Italia
è tornata in Albania con i suoi capitalisti rampanti
e rapaci, con i suoi magliari, le mafie, ecc., fià al
tempo di Craxi, a cui non a caso fu consegnata la
tessera numero 2 del “partito socialista” di Ramiz
Alia e Fatos Nano. Ha contribuito a saccheggiare il
paese, e all’edificazione di quelle “piramidi
finanziarie” che hanno dissestato ulteriormente
un’economia già fragile. Oggi l’Italia torna in
armi: sui giornali italiani si scrive che è la terza
volta, come se la storia fosse iniziata nel 1991. In
realtà sono molte di più, e sono finite tutte male.
Sarebbe meglio non dimenticarlo.
Antonio
Moscato
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