|  |  |  |       www.elcubanolibre.net     |  |  |

 
   L’Italia nei Balcani: Storia e attualità.
 
 • Perchè questa guerra?  (Di Antonio Moscato.)

 

Scarica l'intero documento in formato .zip

Indice:

1)       Introduzione: perché questa guerra

Le menzogne della propaganda di guerra

2)       La memoria storica che manca agli italiani

Dal protettorato italiano alla conquista dell’Albania

L’invasione e l’occupazione della Jugoslavia (1941-1943)

L’Italia e il Kosovo prima e durante la Seconda Guerra Mondiale

3)       Origini e responsabilità della crisi jugoslava

appendice: Michel Chossudovski: La colonia Jugoslavia

4)       Questa guerra: le cause recenti

Perché la Nato ha deciso di intervenire oggi

5)       Uno sguardo retrospettivo a una storia di secoli

Le relazioni tra Italia e Balcani dall’antichità a oggi

La Serbia, il “Piemonte” dei Balcani

c) Le altre nazioni della ex Jugoslavia

6)       Perché l’Italia ha tentato più volte la conquista dei Balcani

7)       Dopo l’avventura fascista: la speranza di una federazione balcanica socialista

Profili di protagonisti

Appendice: il colonialismo italiano

Conclusioni.

 

 

1) Introduzione: perché questa guerra

La nuova guerra dei Balcani è stata preparata a freddo, da tempo. Ha cause molteplici, e avrà conseguenze drammatiche su molti piani: nel paese che ne è la principale vittima (sia pure non innocente), negli altri paesi che sono già stati coinvolti - e lo saranno ancora di più in futuro - e all’interno degli stessi Stati aggressori.

Come ogni guerra ingiusta e senza motivi confessabili, ha bisogno non solo di una martellante preparazione psicologica, ma anche di una sostanziale svolta autoritaria, che imbavagli in ciascun paese aggressore l’opposizione (in quello aggredito, invece, si crea quasi automaticamente un clima di unità nazionale, che rafforza il gruppo dirigente, indipendentemente dalle sue precedenti responsabilità).

Per contrastare la sistematica campagna tendente a creare una visione distorta e manichea della guerra, cercheremo di ricostruire alcune delle ragioni reali del conflitto, di identificare l’origine dei complessi interessi che spingono all’intervento, e soprattutto di riportare alla memoria quella parte della storia delle relazioni tra Italia, Albania e Jugoslavia che nel nostro paese viene occultata e rimossa. A questo scopo, la riflessione sul presente si intreccia con quella sulle premesse di questa guerra, riprendendo anche nostri scritti precedenti, che affrontavano già alcuni dei nodi della questione dei Balcani e dell’intervento, all’interno di essi, dell’imperialismo europeo, in particolare italiano.

Le menzogne della propaganda di guerra

Oggi questa riflessione è più necessaria che mai. La propaganda di guerra – di ogni guerra - porta sistematicamente alla demonizzazione del “nemico”: Alessandro Curzi ha ricordato che suo padre, socialista da sempre contrario alla guerra, nel 1915 divenne interventista, quando apprese dai giornali che i tedeschi tagliavano le mani ai bambini del Belgio. Ad esempio, il 14 maggio 1915 (dieci giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia) sia il Corriere della sera sia Il Messaggero pubblicarono con grande rilievo un rapporto inglese sulle atrocità tedesche in Belgio: vi si parlava, con abbondanza di particolari raccapriccianti, dello “sgozzamento di donne, di giovinette, di fanciulli, spesso accompagnato da circostanze ripugnanti in cui le baionette ebbero gran parte”. E poi notizie “certe”, riferite dai soliti anonimi “testimoni oculari”, su casi di “estirpazione di mammelle alle donne”, o di “un bambino di tre anni crocifisso” Un pamphlet bellicista dal titolo Sangue belga, scritto da Achille De Marco, descriveva con fantasia perversa altre orrende mutilazioni, stupri conditi da crudeltà inaudite, e perfino il caso di “bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui moncherini per il passatempo spirituale” della soldataglia tedesca. Inutile dire che, arrivando in Belgio dopo la guerra, il padre di Curzi scoprì con stupore che non si vedevano bambini con mani e piedi tagliati.

Viceversa, nello stesso periodo l’opinione pubblica tedesca era stata infiammata con le descrizioni degli agguati tesi da vecchi, donne e bambini del Belgio ai soldati germanici rimasti isolati, a cui venivano inflitte crudeli mutilazioni. Sui giornali tedeschi comparivano perfino foto di volti atrocemente sfigurati di soldati a cui – si diceva – erano stati strappati gli occhi. In realtà si trattava delle foto di militari vittime dell’esplosione degli shrapnel, antenati delle cluster bombs,  le terribili bombe a grappolo o a frammentazione usate largamente nel Vietnam dagli Stati Uniti, e poi da Israele nel Libano, e ora dalla NATO in Jugoslavia.

In Italia, dopo la battaglia di Adua, in cui perirono 7.000 dei 9.000 militari italiani, furono diffuse notizie su “orribili mutilazioni” e “incivili efferatezze” compiute sui feriti e i prigionieri in genere. La stampa vicina al Presidente del Consiglio Crispi, che non voleva ritirarsi dall’Africa (e tantomeno dal governo), organizzò una campagna propagandistica per ostacolare le iniziative umanitarie nei confronti dei prigionieri, allo scopo di rendere più difficili le trattative di pace. Anche dopo le sue dimissioni da capo del governo, Francesco Crispi intervenne nella polemica sostenendo che era impossibile portare soccorso ai prigionieri, per il “muro di barbarie” che ormai si frapponeva tra l’Italia e il nemico. Si noti che Crispi proveniva dalle file della sinistra repubblicana. Lo ricordiamo per capire che l’attuale approdo bellicista di tanti esponenti della sinistra una volta arrivati al potere (non pensiamo solo a D’Alema, ma a Fernando Solana, che era nel Partito socialista spagnolo tra i promotori della campagna contro l’adesione alla NATO, o al ministro degli esteri laburista ed ex “sessantottino” Robin Cook) non è un caso unico e insolito.

Il vero motivo della durezza di Crispi nei confronti degli sventurati soldati sopravvissuti a quella tragedia, provocata dall’incapacità e presunzione dei generali, si capì poi dopo il loro ritorno in patria, avvenuto con uno sbarco notturno e praticamente clandestino a Napoli: nessuno era “orribilmente mutilato”, e molti di loro raccontarono successivamente a familiari e amici che erano stati sfamati e curati dai “barbari”. Un ufficiale, nelle sue memorie, si vantò anzi di avere potuto stabilire relazioni amorose con una dama della corte di Menelik, dove era stato accolto con i privilegi del suo rango!

Più recente l’esperienza della preparazione della Guerra del Golfo: prima, durante e dopo l’invasione dell’Iraq, una valanga di notizie di atrocità compiute dalle truppe irachene nel Kuweit occupò gli schermi televisivi e pagine intere dei giornali. Si scrisse che la soldataglia del “nuovo Hitler” aveva strappato i fili alle incubatrici per rubarle, facendo così morire i neonati, ma si seppe dopo che non ne era stata asportata neanche una: erano state semplicemente messe fuori uso dall’interruzione dell’energia elettrica, provocata dai bombardamenti “umanitari” delle truppe sotto copertura dell’ONU. Si descrissero stupri di massa ai danni delle donne del Kuwait, mentre poi si seppe che in quella guerra la maggior parte degli stupri erano stati compiuti su soldatesse statunitense, ma erano opera dei loro commilitoni.

Quando gli iracheni catturarono due piloti italiani e una soldatessa USA, i giornali si sbizzarrirono nell’immaginare atroci sevizie. Al ritorno, l’unica cosa di cui si lamentarono fu… la mancanza di zucchero nel the che veniva loro offerto. E la militare americana, a chi insinuava che avesse subito violenza sessuale, rispose che, al contrario, era stata trattata con molta cortesia, e perfino con galanteria.

Le bugie sulle atrocità irachene furono sfornate in serie e studiate per colpire l’immaginazione di particolari ambienti: ad esempio, sui giornali sportivi dei paesi impegnati nell’aggressione si scrisse a titoli cubitali che era stata fucilata l’intera squadra nazionale di calcio del Kuwait. A guerra finita si seppe (senza titoli in prima pagina, naturalmente) che di calciatori non ne era morto neppure uno.

Scheda

Sull’Iraq una documentazione più ampia si può trovare nel mio libro Israele, Palestina e la Guerra del Golfo, Sapere 2000, Roma, 1991, mentre sulla Prima Guerra Mondiale è stato ristampato abbastanza recentemente un libro del 1921, Marc Bloch, La guerra e le false notizie, Donzelli, Roma, 1994. Anche nella Seconda Guerra Mondiale le menzogne di guerra vi furono, ma ve ne fu meno bisogno, date le atrocità compiute da una parte e dall’altra. Quelle naziste non sono in genere contestate, se non da qualche fascista fazioso e/o ignorante camuffato da “revisionista storico”, mentre quelle italiane nei Balcani e in Russia sono taciute e rimosse dalla stessa sinistra nel nostro paese; gli stessi spietati bombardamenti alleati sulla popolazione civile di Dresda non sono molto ricordati, anche se fecero altrettante vittime della bomba di Hiroshima. Vi fu peraltro, nel corso della guerra, un fenomeno sorprendente: molte delle prime notizie sullo sterminio degli ebrei non furono credute, sia perché trapelavano a fatica, per l’interesse diverso ma convergente di tutti gli Stati e degli stessi sionisti a minimizzarle, sia perché chi era stato ingannato durante la guerra precedente pensò che si trattasse della solita esagerazione della propaganda. Su questo, c’è una preziosa documentazione nel libro di Walter Laqueur, Il terribile segreto. La congiura del silenzio sulla “soluzione finale”, Giuntina, Firenze, 1983.

Questa guerra dei Balcani (la quinta o la settima?, non è facile tenere il conto) è stata preparata con la tecnica già sperimentata per l’Iraq: in primo luogo un martellamento sul dovere di salvare le vittime del mostro di turno. Nel 1990-1991 si parlava non solo dei kuwaitiani, ma anche dei poveri kurdi da proteggere da Saddam Hussein. A chi allora credette a quella campagna chiediamo come mai il dittatore sta ancora in sella, mentre nel Kurdistan iracheno intervengono anche in questi giorni le truppe turche alla ricerca di militanti del PKK. Nel frastuono della nuova guerra, la notizia di un ennesimo massacro di 70 kurdi ai primi di aprile è finita in un trafiletto a una colonna su qualche raro quotidiano, e non molto spazio in più è stato dedicato alla formalizzazione della richiesta di una condanna a morte per Ocalan, altra vittima dimenticata dell’ipocrisia del governo italiano, e della sua indifferenza per le leggi in generale e per la Costituzione in particolare. Quanto al clamoroso successo nelle elezioni turche del 17 aprile dei “Lupi grigi” (la formazione fascista da cui proveniva Alì Agca, l’attentatore del papa), quasi nessuno ne ha parlato, perché la Turchia è un nostro alleato e soprattutto un buon cliente per i nostri mercanti di armi. Eppure questa formazione, che dovrebbe entrare nel governo turco, ha un programma aggressivo e revanscista anche per i Balcani…

Silenzio su questi dati inquietanti della situazione politica nel Mediterraneo, silenzio sui bilanci della sciagurata Guerra del Golfo, dimenticati i kurdi dopo la breve fase di attenzione legata alla venuta in Italia di Ocalan, e alla vistosa e coloratissima presenza di migliaia di essi nelle piazze di Roma. Oggi, per qualche tempo, al centro dei riflettori c’è il Kosovo, di cui il 90% degli italiani fino a un anno fa non conosceva neppure il nome, e che viene presentato come unica vittima di uno spaventoso ed eccezionale massacro a senso unico.

Tutti i molti crimini (purtroppo veri) delle guerre che dal 1991 insanguinano la ex Jugoslavia vengono messi in conto a Milosevic. Nessuno parla degli 800.000 serbi scacciati dalla Croazia, dalla Bosnia e in parte anche dal Kosovo. Ci sono solo i kosovari, sulle cui differenziazioni politiche non ci si sofferma. I kurdi del PKK o i baschi di Herri Batasuna sono tutti “terroristi”, mentre i militanti dell’UCK, che partono da Bari in tuta mimetica portandosi sui traghetti le armi leggere, sono “bravi ragazzi” che vanno a “salvare i loro fratelli”. Se poi i serbi rispondono al fuoco dell’UCK che parte dal territorio albanese (appena arrivano a Durazzo questi militanti ricevono anche armi pesanti dai comandi NATO), si tratta di una “intollerabile aggressione a uno Stato sovrano”. L’Albania, ovviamente. Per i nostri giornalisti, invece, la Jugoslavia non lo è più.

Da come la questione viene presentata quasi unanimemente dalle trasmissioni televisive (con l’eccezione, che ha creato scandalo, di Moby Dick, che ha fatto subito ribattezzare Santoro “Mobilosevic”) e da tutti i grandi giornali “di informazione”, non è possibile infatti accorgersi che il Kosovo è riconosciuto da tutti gli Stati come parte integrante dello Stato jugoslavo. Tutti gli altri confini sono sacri e inviolabili, mentre in questo caso si dà per scontata la necessità di un intervento, magari per creare un “corridoio umanitario”.

Cosa può essere un “corridoio umanitario” aperto all’interno di uno Stato sovrano? E ammesso che lo si crei, come “salvare” chi sta al di fuori di esso, se non trasformandolo in una testa di ponte per ulteriori penetrazioni di truppe? E come può essere “umanitario” un intervento che scarica ogni giorno missili e bombe su un territorio abitato proprio dalla popolazione che si dice di volere proteggere?

La guerra è accompagnata da una vera e propria orgia di mistificazioni degne della neolingua così efficacemente rappresentata da Orwell in 1984. L’aumento vertiginoso dei profughi in fuga da un territorio devastato da bombardamenti incessanti viene messo in conto alla pulizia etnica, ma quando si scopre che questi, arrivati in Macedonia o in Albania, vorrebbero venire in Italia, si proclama che bisogna impedirne la “deportazione” lontano dalle loro terre. Cioè, bisogna rinchiuderli in orribili campi, dove fanno la fame e suscitano l’ostilità della popolazione locale, non solo in Macedonia, ma nella stessa Albania, che ha già tanti problemi per potersene accollare un altro, e in cui non a caso risorgono antiche diffidenze: per anni, a causa dei cattivi rapporti tra i rispettivi regimi, poche notizie circolavano tra Tirana e Priština, e quando i contatti sono stati ristabiliti, diversità culturali, di mentalità, perfino di lingua (il Kosovo, come il nord dell’Albania, usa la variante gheg, il resto del paese il tosk) hanno creato nuove incomprensioni. Provenendo da un’area assai più sviluppata, i primi kosovari arrivati a Tirana hanno aperto con successo attività commerciali. Quando poi dal Kosovo sono arrivati in tanti, e senza niente, è scattato tra gli albanesi più poveri il timore che questi strani fratelli possano accaparrarsi una parte dei pochi aiuti disponibili.

Per questo moltissimi kosovari aspirano a lasciare l’Albania e a venire in Italia, magari per raggiungere la Svizzera, dove c’è la più consistente e meglio inserita comunità della diaspora. Ma se riescono ad arrivare clandestinamente in Italia, i “rifugiati” o “profughi” vengono braccati, catturati e soprattutto vengono immediatamente definiti “clandestini”, di cui si teme “l’invasione” delle nostre terre. Così la campagna bellicista si salda a quella contro l’immigrazione, che è “clandestina” solo perché tutti questi “benefattori a mano armata” non hanno mai accettato la semplice proposta fatta da molte ONG impegnate veramente nell’accoglienza a chi giunge sulle nostre coste: consentire ai profughi di viaggiare, sia pure con permessi di soggiorno temporaneo, sui traghetti di linea o sulle stesse navi militari che pullulano tra le due sponde dell’Adriatico. Basterebbe ciò per tagliare l’erba sotto i piedi agli scafisti che speculano sulle tragedie umane pretendendo 1.000 o 2.000 dollari a persona, utilizzando a volte chi non può pagare per fare recapitare borsoni pieni di droga, o portando “a credito” le ragazze che per disperazione sono finite nelle mani di sfruttatori della prostituzione. Invece c’è chi, per risolvere la questione, propone di sparare ai gommoni. Lo ha fatto perfino qualche esponente della ex sinistra! Altro che “intervento umanitario”!

Il dibattito interno alla popolazione albanese prima dell’intervento militare è poi stato occultato ed è quindi ignorato dai più. Gli “accordi di Rambouillet” sono stati seguiti solo da pochi specialisti di problemi internazionali: ci è capitato di scoprire – a guerra iniziata – che anche molti dirigenti intermedi della sinistra non sapevano neppure di che si parlasse. Eppure, nel castello di Rambouillet è scattata la trappola che ha dato il pretesto per la guerra. Parliamo di “accordi”, ma in realtà si trattava di un diktat inaccettabile per le due parti, per ragioni diverse ma solide. La Jugoslavia non poteva accettare ovviamente la presenza di truppe straniere sul suo territorio (previste dalla bozza di accordo), gli esponenti dell’UCK non potevano accontentarsi di un’imprecisata “autonomia”, dato che hanno ormai cominciato a combattere per l’indipendenza. Per giunta, a Rambouillet non solo non erano presenti gli esponenti moderati e gradualisti della comunità albanese come Ibrahim Rugova, ma neppure quei capi storici dell’UCK che non accettavano di rinunciare alle loro rivendicazioni solo per fare da esca per la guerra della NATO: ad esempio, Adem Demaci, che anzi era inizialmente il capo della delegazione.

Quanto a Rugova, allo scoppio della guerra aveva perso ormai molta della sua popolarità iniziale, perché alla sua pazienza, gradualismo, moderazione nelle rivendicazioni (chiedeva solo il ritorno all’autonomia sancita dalla Costituzione jugoslava del 1974) non era stata data alcuna risposta da Milosevic, spalleggiato fino a poco fa dai governi occidentali, che lo avevano tenuto in gran conto come garante degli accordi di Dayton che hanno frantumato la Bosnia-Erzegovina.

Nessuno aveva mosso ciglio allorché la Costituzione era stata brutalmente stracciata da Milosevic nel 1989, quando da dirigente “comunista” si era improvvisato nazionalista serbo, e aveva riscoperto la “ferita bruciante” della battaglia di Kosovo Poljie di... seicento anni prima. Ancora nel giugno 1998, quando le potenze europee, preoccupate per il crescente afflusso di emigrati, premevano per l’intervento nei Balcani (lo ha confermato Andreatta, a quel tempo ministro della Difesa nel governo Prodi), gli Stati Uniti avevano rifiutato e non avevano esercitato alcuna pressione sulla Jugoslavia per il ripristino dell’autonomia del Kosovo. Per questo nel corso del 1998 l’UCK aveva accresciuto le sue forze, e al suo interno si erano consolidate le tendenze più decisamente indipendentiste.

L’UCK ha radici nelle lotte interne al movimento albanese. Il nucleo fondatore è costituito da persone legate al Movimento Popolare del Kosovo (LPK), una organizzazione marxista-leninista (cioè filocinese e soprattutto filoalbanese) che operava nell’emigrazione ed era stata in conflitto con i dirigenti della Provincia autonoma del Kosovo, ai tempi della Jugoslavia di Tito, e con la leadership di Rugova e del suo partito (LDK), successivamente. L’UCK, che ha cominciato a operare in maniera organizzata nel 1996, dopo che con gli accordi di Dayton era stata messa un’ipoteca sulle richieste di indipendenza dei kosovari, ha ottenuto un seguito di massa non solo nelle campagne, ma anche tra gli studenti delle città, quando ha aperto la prospettiva di una via all’indipendenza alternativa a quella delle politiche attendiste dei leader kosovari moderati sostenuti da USA ed Europa.

Gli USA, infatti, avevano in passato sempre sostenuto la linea di resistenza passiva di Rugova, perché tornava loro utile - in un momento in cui altri conflitti erano in atto - che il Kosovo non minacciasse la stabilità della Serbia. Nel 1997 gli USA hanno ufficialmente chiesto e ottenuto il rinvio delle elezioni per il Parlamento “clandestino” del Kosovo, premendo per una partecipazione degli albanesi alle imminenti elezioni in Serbia e in Jugoslavia e, quindi, per una loro integrazione nel sistema politico serbo. Quando il conflitto armato è scoppiato, un anno fa, gli Stati Uniti hanno implicitamente legittimato le stragi serbe, definendo per bocca del loro inviato nei Balcani, Gelbard, l’UCK come una formazione terrorista. Nei mesi successivi l’Occidente ha fatto di tutto per mettere l’UCK sotto il comando dei leader “moderati” come Rugova e, quando non vi è riuscito, dopo un colloquio tra l’inviato Holbrooke e alcuni esponenti dell’organizzazione, ha implicitamente avallato la cruenta offensiva serba dell’estate del 1998, astenendosi dal mettere in atto qualsiasi pressione politica, se non quando l’offensiva era ormai terminata con una vittoria di Belgrado.

Il primo interessamento degli Stati Uniti si è avuto solo al momento del vertice di Rambouillet, quando alcuni importanti dirigenti dell’UCK si sono dimostrati disponibili a cessare la lotta armata e a rinunciare, o rimandare a tempi indefiniti, le richieste di indipendenza, pur di ottenere l’intervento della NATO. Essi sono diventati quindi di colpo i principali interlocutori degli Stati Uniti, soppiantando quasi completamente l’ala gradualista e “gandhiana” di Rugova.

Da più parti è stata fornita un’ampia documentazione sui cospicui finanziamenti che l’UCK riceve non solo dalle comunità della diaspora albanese, ma direttamente da istituzioni degli Stati Uniti. Questo ha spinto una parte della sinistra a reagire con ostilità nei confronti della causa del Kosovo, e a ridurre l’UCK semplicemente a “un’invenzione della CIA”. Si tratta di due errori dovuti a un’abituale incapacità di affrontare dialetticamente la realtà. In primo luogo, il recente successo dell’UCK ha qualche analogia con la crescita dell’integralismo islamico nella già laicissima Palestina, come conseguenza della delusione per gli insuccessi dell’OLP di Arafat, la cui moderazione non è stata ripagata con la stessa moneta dal governo israeliano e dagli Stati Uniti.

Il dovere di condannare duramente il gravissimo errore della direzione dell’UCK, che si affida agli Stati Uniti fornendo loro il pretesto per intervenire (senza avere in realtà nessuna garanzia per il successo della propria causa), non ci dà tuttavia il diritto di negare al popolo del Kosovo la scelta del proprio futuro. Sarà lui a decidere se i suoi diritti saranno tutelati a sufficienza da un regime di provincia autonoma (magari formalmente ribattezzata “repubblica”) come quello riconosciuto dalla Costituzione del 1974, stracciata da Milosevic, o se riterrà indispensabile l’indipendenza totale.

In Italia prevale anche nella sinistra un orientamento che considera scandalosa la rivendicazione dell’indipendenza, soprattutto perché nei decenni in cui è stato subordinato all’URSS, il movimento comunista aveva fatto proprio il mito stalinista della santità e inviolabilità dei confini (che invece la Terza Internazionale ai tempi di Lenin e Trotskij denunciava come frutto di rapina e conquiste imperialiste). L’URSS, in realtà, aveva modificato infinite volte i confini dell’Europa alle spalle dei popoli, contrattando le spartizioni prima con Hitler, poi con Churchill; ma proprio per questo non ammetteva che una nazione oppressa potesse insorgere contro quelle imposizioni. E il criterio dell’intangibilità delle frontiere esistenti era stato esteso assurdamente perfino a quelle dell’Africa o dell’Asia, di cui nessuno poteva dubitare che fossero state tracciate dagli imperialisti nella spartizione delle loro colonie. Quasi nessuno riconosce il valore del diritto all’autodeterminazione, e questo ha facilitato le letture scioccamente “poliziesche” delle cause dell’esplosione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia.

Per giunta questo atteggiamento, applicato anche al Kosovo, sorvola sul fatto che il “ritorno” alle condizioni del 1974 è impossibile per due ragioni concrete: la prima è che non c’è più la Jugoslavia federale, in cui aveva un senso essere provincia autonoma con diritto di veto e magari rivendicare anche il nome di “repubblica”. Quella attuale si chiama come allora “Jugoslavia”, ma non ha più al suo interno croati, sloveni, macedoni e bosniaci che possano controbilanciare il peso della Serbia. Tra l’altro i montenegrini, anche se rimanessero circoscritte le spinte secessioniste che oggi sembrano maggioritarie nel parlamento locale, non potrebbero avere una funzione analoga a quella delle altre nazionalità uscite dalla Federazione, perché sono a tutti gli effetti dei serbi, sia pure con una storia separata dagli altri per secoli sulle loro montagne inaccessibili.

La seconda ragione è che anche i kosovari non sono più gli stessi di dieci anni fa: le sofferenze, le vessazioni, la cancellazione dei loro diritti acquisiti hanno lasciato profondi risentimenti e diffidenze: non sarebbe facile convincerli a riprovare, mettendosi nelle mani di chi già ha stracciato tutte le leggi, e ha scatenato una persecuzione ingiusta e illegale. In ogni caso, dovremmo ricordare sempre che sono gli abitanti del Kosovo a dover decidere, e non noi.

Scheda

Il “giustificazionismo” di sinistra

Questa problematica viene di fatto ignorata da chi ha scelto acriticamente di schierarsi per Milosevic: ad esempio Domenico Losurdo in un ampio saggio apparso sul numero 630 de Il calendario del popolo (aprile 1999). Da un lato si minimizzano le vessazioni che hanno costretto all’esodo molti kosovari, limitandosi ad ammettere che “la fuga di una popolazione di dubbia lealtà non risulta certo sgradita a Belgrado, che deve averla a sua volta incoraggiata e, in certe zone, imposta al fine di evitare la guerra su due fronti”. D’altra parte, ed è un argomento spesso ripreso da Losurdo come da Luciano Canfora, anche Roosevelt “subito dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale fece deportare in campi di concentramento i cittadini americani di origine giapponese”. Eppure, commenta Losurdo, “gli USA non erano bombardati giorno e notte, non erano esposti a reali rischi di sbarco, e non vedevano in gioco l’integrità nazionale, anzi la stessa sopravvivenza come Stato e come nazione. È questo invece il caso della Jugoslavia e del popolo serbo”.

Curiosamente Losurdo dimentica che l’espulsione dei kosovari è cominciata prima dell’intervento NATO, e non può essere cancellata solo citando la dichiarazione di un presunto combattente dell’UCK alla televisione serba, che sosteneva di aver avuto attrezzature per “organizzare una quinta colonna”. Basta poi la definizione “quinta colonna” per scatenare un incredibile perorazione di Losurdo. “Dileguata è la memoria di un glorioso capitolo di storia: nei terribili anni ’30 e ’40 i comunisti invocavano il pugno di ferro contro la quinta colonna dell’imperialismo hitleriano.” Come è possibile che oggi non lo si faccia, si domanda. Possiamo a nostra volta domandarci come si continuare nel 1999 a credere che i comunisti rivoluzionari del POUM, i libertari, i trotskisti assassinati a Barcellona e in tante altre città della Spagna fossero veramente agenti di Hitler? Eppure Losurdo e soprattutto Canfora continuano a tirar fuori la leggenda della “quinta colonna” trotsko-fascista.

La metodologia usata per difendere Milosevic e negare ogni diritto del popolo kosovaro è sorprendente: bastano le affermazioni di qualche giornalista italiano che riduce l’UCK a “un’organizzazione di tipo mafioso” che avrebbe “imposto il versamento di una tassa a ogni albanese della diaspora” o che si finanzierebbe col “il traffico della droga dall’Afghanistan”.

D’altra parte appaiono ridicole affermazioni di questo genere: “sin quasi alla fine i serbi hanno dato prova di moderazione e si sono preoccupati di salvare l’unità”, tanto più che “pur rappresentando il 36% della popolazione jugoslava, erano costretti a dividere equamente il potere con le altre cinque repubbliche e le due province”. Al di là dell’affermazione che lascia trasparire che sarebbe stato comprensibile un rifiuto di dividere il potere con il restante 64% degli jugoslavi, sembra che Losurdo dimentichi che l’esplosione della Jugoslavia è cominciata proprio con l’attacco serbo al Kosovo in nome di una battaglia combattuta 600 anni prima. E fu quell’attacco ingiustificato che provocò il rifiuto di fornire soldati per una guerra così insensata da parte degli sloveni e poi dei croati, e quindi l’esplosione. Un minimo di cronologia non guasterebbe….

Ma la chiave – al di là della scelta della causa di Milosevic come se si trattasse della squadra del cuore, da difendere in tutto e per tutto e di cui non si può ammettere nessuna colpa – è anche il rifiuto di principio dell’autodeterminazione. Secondo Losurdo ci sarebbero “gruppi comunisti, soprattutto trotskisti, che, richiamandosi a Lenin, agitano la bandiera dell’autodeterminazione per il Kosovo, la Macedonia, il Montenegro, insomma nei Balcani e in ogni parte del mondo”. Il falso è grottesco: prima di tutto nessuno “rivendica in astratto” l’autodeterminazione, e tanto meno per la Macedonia, che già è indipendente, ma nessun comunista l’ha mai richiesta, in astratto o in concreto: semplicemente la posizione classica di Lenin e di Trotskij è che nessun popolo, tanto più se grande e forte ha il diritto di negare ad altri la possibilità di scegliere l’indipendenza. Losurdo confonde Lenin con Stalin: infatti sostiene che “quando lanciava questa parola d’ordine il grande rivoluzionario pensava soprattutto ai popoli coloniali”. In realtà Lenin la difese, contro Rosa Luxemburg, anche per la Polonia, l’Ucraina, la Georgia, gli Stati Baltici, prima della rivoluzione di febbraio, durante il periodo preparatorio dell’Ottobre e anche dopo la vittoria bolscevica. E affermava che non si può riconoscere il diritto all’autodeterminazione solo a chi ci sta simpatico, a chi la pensa come noi. A chi sostiene oggi che per Lenin si trattava di una parola d’ordine “tattica” (cioè furbesca e contingente, nell’accezione passata dallo stalinismo fino ai gruppi della Nuova Sinistra), Lenin dava anticipatamente una risposta sferzante, bollando i socialrivoluzionari e i menscevichi russi che si preoccupavano della lontana Irlanda, ma ignoravano il diritto all’indipendenza della Finlandia o dell’Ucraina.

Per Losurdo, poi, “la situazione è ben diversa che ai tempi di Lenin”; un argomento principe per potersi dire come lui “leninista” e giustificare una politica diametralmente opposta. E tra gli argomenti che usa per giustificare il rifiuto del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione, porta esempi sorprendenti: Hitler ha saputo usare la questione nazionale dice ad esempio. Ed è vero, ma solo perché la nazione tedesca era stata effettivamente vessata, spezzettata, sottoposta a molteplici dominazioni ad opera degli iniqui trattati di Versailles: è stata la violazione a determinare la reazione e l’utilizzazione strumentale, non il principio in sé¸ analogamente sono stati i sempre più frequenti arbitrii nell’URSS staliniana e poststaliniana a creare i risentimenti che hanno contribuito alla sua esplosione.

Come oggi, appunto, in Jugoslavia. Moltissime pagine di questo libro sono dedicate alla critica del cinismo dell’imperialismo, che dopo aver avallato tante altre violazioni dei diritti delle minoranze nei Balcani ed altrove, ha preso a pretesto la difesa dei kosovari dall’oppressione serba. Ma ha potuto prenderla a pretesto perché questa esisteva.

 

Le discussioni appassionate sul diritto all’autodeterminazione che caratterizzano la sinistra sono per altro del tutto ignorate nelle grossolane ricostruzioni del conflitto dilaganti sui quotidiani e sui grandi settimanali come l’Espresso o Panorama, o nelle principali catene televisive, su cui non è raro ascoltare ricostruzioni fantasiose della storia meno recente, e grottesche sviste nella collocazione geografica di questo o quel territorio. E questo, anche senza interventi coscientemente in mala fede, come quel titolo “Milosevic invade il Montenegro”, che al lettore più sprovveduto suggeriva che “il mostro” stava occupando anche “un altro” paese indipendente. Come se in Jugoslavia si scrivesse “D’Alema occupa la Puglia” (che poi, data la vera e propria invasione di mezzi militari, la chiusura di aeroporti, ecc., sarebbe perfino un po’ più fondato…).

Ad esempio, di Ibrahim Rugova si è cominciato a parlare nei primi giorni della guerra, quando si è detto che la sua casa era stata bruciata e che era stato ferito, mentre i suoi principali collaboratori erano stati assassinati. Quando questi “morti” sono apparsi in pubblico, e lo stesso Rugova è comparso insieme a Milosevic alla televisione di Belgrado, pronunciandosi per la fine immediata dei bombardamenti, si è detto subito che si trattava di un falso, che le immagini erano quelle di un filmato su un incontro del giugno 1998. Quando si è dimostrato che non era vero, dato che i vestiti erano diversi (d’altra parte avevano parlato entrambi in serbo, e il chiarissimo riferimento ai bombardamenti dimostrava che non si trattava di una vecchia ripresa), Rugova è stato presentato come “un ostaggio” e un prigioniero di Milosevic. Eppure era arrivato liberamente a Belgrado da Parigi!

La versione finale proposta all’unisono dagli stessi corrispondenti italiani da Belgrado è stata che Rugova soffriva della “sindrome di Aldo Moro”: la stessa menzogna usata a suo tempo per disinnescare l’effetto delle lettere in cui Moro, prigioniero delle Brigate Rosse, aveva scritto di essere convinto che la DC e il governo lo preferivano morto (opinione fondatissima). Poi Rugova è scomparso dai mass media italiani ed europei, e dei suoi successivi incontri con Milosevic e altri esponenti governativi è stata data appena una notizia brevissima.

Un altro esempio di intossicazione è stato fornito da tutti i mass media occidentali quando la NATO ha annunciato che avrebbe bombardato le installazioni televisive jugoslave, se non avessero trasmesso per almeno 6 ore al giorno i programmi occidentali. Tutti o quasi si sono affrettati a sostenere la fondatezza della richiesta, dimenticando che in Serbia continuano ad operare i giornalisti dei paesi aggressori (come da Bagdad, nel 1991, poteva trasmettere la CNN). Quale altro paese aggredito ha mai concesso questo agli aggressori, sapendo che per giunta non è difficile trasmettere tra le righe informazioni cifrate ad uso militare?

Non si capisce poi perché la televisione serba, che ritrasmetteva già brani dai telegiornali occidentali, avrebbe dovuto concedere 6 ore agli aggressori, che non hanno mai concesso neppure 6 minuti alla voce degli aggrediti. La televisione di Belgrado veniva definita strumento di propaganda e di repressione, proprio da parte di chi stava inondando il mondo di menzogne a canali unificati, e bombardava e bombarda la Jugoslavia di emissioni radio, come la Voce dell’America e Radio Europa Libera; da parte di chi inonda sistematicamente ogni paese “sgradito” come Cuba con centinaia di ore giornaliere di emissioni radio che diffondono menzogne e incitano al sabotaggio.

Perfino alcuni dei nostri giornalisti, abitualmente pronti a fornire più interpretazioni che fatti ed immagini da Pristina o Belgrado, hanno protestato. Forse temevano di trovarsi coinvolti personalmente, dato che usavano gli studi televisivi jugoslavi per trasmettere: ma comunque hanno protestato. Quando poi una delle giornaliste più sensibili ai suggerimenti del potere, la “pentita” Lucia Annunziata, è stata espulsa dalla Serbia, il quotidiano più bellicista, la Repubblica, ha scritto nel titolo che era stata “picchiata”, mentre la stessa Annunziata nell’intervista contenuta all’interno dello stesso quotidiano lo smentiva nettamente. In realtà, un vero e proprio “pensiero unico” caratterizza questa guerra, che bombarda di missili quelli che dice di volere “proteggere”, e di menzogne i cittadini dei paesi aggressori. Comunque, nel giro di una settimana, una serie di ripetitori prima e poi la sede della stessa televisione federale sono stati distrutti.

Un altro caso di spudorata e deliberata falsificazione delle informazioni è quello che ha seguito la notizia che un convoglio di profughi albanesi era stato centrato dal “bombardamento umanitario” della NATO (probabilmente effettuato da italiani, come si può desumere dagli orari annunciati per l’inizio dell’entrata in azione dei “nostri” aerei, per quelle famose azioni di “difesa integrata”, come sono state definite da D’Alema per fornire l’ennesimo alibi a Cossutta). Immediatamente si è insinuato che doveva trattarsi di una ritorsione serba per il bombardamento NATO, che secondo i comunicati aveva colpito proprio quella zona. Poi i solerti corrispondenti della RAI hanno trovato “testimoni” che giuravano di aver visto chiaramente “i MIG serbi” che gettavano bombe sul convoglio da 300 metri di altezza. Peccato che dopo poco tempo il comando NATO ha confessato che erano stati i suoi aerei “umanitari” a sganciare le bombe... da 5.000 metri di altezza. Evidentemente, oggi in Albania si trovano persone disposte a giurare di avere visto qualunque cosa in cambio di 100 dollari (e, se sono militari dell’UCK, quelli che partono da Bari in divisa e armati di tutto punto, le bugie le dicono anche gratis).

Ma la campagna bellicistica di questi mesi è in Italia particolarmente grave, perché nasconde appunto completamente anche le responsabilità del nostro paese in Jugoslavia e in Albania nel corso di questo secolo. Per questo occorre prima di tutto ricostruire la storia dei rapporti tra l’Italia (che, contrariamente a quel che si crede, è più responsabile di altri paesi d’Europa) e i Balcani prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

Partiamo da due episodi drammatici, di cui ricorreva l’anniversario proprio nei primi giorni della guerra, e che quasi nessuno ricorda in Italia, mentre sono ben presenti nella memoria di molti abitanti della penisola balcanica. Al tempo stesso, a tutti quelli che fino a ieri ignoravano perfino l’esistenza del Kosovo e che oggi si schierano per i bombardamenti “umanitari” che dovrebbero salvarlo, o si pronunciano categoricamente sui suoi problemi, alcuni riconoscendogli il diritto all’indipendenza altri negandoglielo, può essere utile ricordare quanto il nostro paese ha pesato nelle sue vicende prima e durante la Seconda Guerra Mondiale.

 

2) La memoria storica che manca agli italiani

 

7 aprile 1939: l’Italia invade l’Albania

Dal protettorato italiano alla conquista dell’Albania

All’alba del 7 aprile 1939 l’esercito dell’Italia fascista sbarcò a Durazzo, Valona, San Giovanni di Medua (Shëngjin) e Saranda, che gli italiani chiamavano Santi Quaranta e poi ribattezzarono Porto Edda (in onore della figlia del “Duce” e moglie del ministro degli esteri Galeazzo Ciano, l’uomo che aveva voluto più di ogni altro la conquista dello sventurato paese). La conquista fu quasi incruenta per molte ragioni: in oltre vent’anni di protettorato l’Italia aveva addestrato e inquadrato il misero esercito albanese, che si squagliò quindi subito come neve al sole; la penetrazione economica e culturale aveva avuto pochi effetti sullo sviluppo del paese, ma aveva permesso di stabilire legami interessati con diversi capi clan della Mirdizia e dei Dukagini, che avevano conti in sospeso con re Zog.

Le perdite italiane per il momento furono modestissime: secondo le cifre ufficiali 11 morti e 42 feriti a Durazzo, un morto e 10 feriti a Saranda. Oltre al disorientamento delle truppe per la precipitosa fuga del re Zog, che appena capita l’antifona era partito in direzione della Grecia con un corteo di auto e di ambulanze e parte delle risorse auree del paese, pesò l’assoluta mancanza di aerei e di batterie antiaeree (sempre grazie ai suggerimenti dei consiglieri militari italiani), mentre l’Italia appoggiò lo sbarco con ben 384 aerei, che anche allora venivano presentati sulla stampa come “apportatori di pace e di sicurezza”. Ma le perdite evitate allora sarebbero venute dopo.

Una testimonianza preziosa: il Diario di Ciano

Già pochi giorni dopo l’occupazione Ciano notava sul suo Diario (13 aprile) che “la cosa è andata finora liscia come l’olio perché non abbiamo dovuto ricorrere alla forza, ma se domani dovessimo cominciare a sparare sulla folla, l’opinione pubblica si commuoverebbe di nuovo”. Tuttavia nei giorni precedenti aveva notato non pochi problemi: “difficoltà negli sbarchi, carburanti non adatti, ed infine difficoltà di collegamenti perché i radio-telegrafisti richiamati non sono stati né sono in grado di assicurare il servizio”. Sono problemi che si riscontreranno in tutte le “guerre del Duce” e che costeranno la vita a tanti soldati italiani.

Il 15 aprile egli osserva che tra i notabili albanesi portati a Roma per ratificare il nuovo stato di cose, e che pure sono da tempo al soldo degli italiani, qualcuno “ha l’aria depressa. Il Duce li riceve a Palazzo Venezia e parla. Vedo che attendono con ansia la parola indipendenza, ma questa parola non viene e ne sono rattristati.” Erano evidentemente stati ingannati sullo scopo dell’operazione italiana, che credevano servisse solo a rovesciare il tirannico re Zog, e invece aveva ben altri obiettivi. Il giorno successivo Ciano nota lo stupore di “questa gente dura, montanara, guerriera” nei confronti di Vittorio Emanuele III, quel “piccolo omino seduto su una grande sedia dorata” che risponde “con voce incerta e tremante” al discorso del rappresentante albanese Shevket Verlaci, che a sua volta ha letto “con stanchezza e senza convinzione le parole che deve dire per offrire la corona”.

Il 12 maggio Ciano comincia a preoccuparsi dell’opposizione latente negli ambienti intellettuali albanesi e pensa di risolverla ricorrendo al confino per una ventina di essi. Ma già il 16 gennaio 1941 i carabinieri consegnano al Duce un “rapporto allarmante sull’Albania”. Il Duce ci crede e Ciano non troppo, ma il 30 gennaio annota che nella sola Corcia (Korcë o, alla greca, Koriza) la quasi totalità degli studenti e dei professori hanno creato disordini, e per “colpire gli irriducibili” propone nuovamente il confino in un isola tirrenica, ma questa volta per due o trecento persone…(in una città di 24 abitanti). Sono i primi accenni di quel che accadrà successivamente.

La tragedia vera avverrà a partire dal 28 ottobre dello stesso anno, con l’invasione della Grecia. Dopo giorni di stupido entusiasmo cominciano i primi segni di inquietudine, puntualmente registrati dal solito meticoloso Ciano, che nei primi giorni li attribuiva al maltempo (contribuiva anche quello, ma non era la causa principale). Il 1° novembre salutava con gioia l’arrivo del sole: “ne approfitto per fare su Salonicco un bombardamento coi fiocchi”. Ma un po’ di inquietudine affiora, perché il suo aereo è stato “attaccato dalla caccia greca”. Se l’è cavata ma confessa a sé stesso (il Diario non era destinato alla pubblicazione) che è stata “una gran brutta sensazione”. E il peggio deve venire. Il 6 novembre c’è stato un attacco greco su Corcia, che “non ha avuto i risultati che millantano le radio inglesi, ma c’è stato, qualche progresso il nemico lo ha fatto, ed è una realtà che all’ottavo giorno di operazioni l’iniziativa è agli altri.” Il giorno dopo Ciano ammette che a Corcia c’è stato un “collasso”, che attribuisce a un battaglione albanese che “per paura – non sembra per tradimento – cominciò a fuggire”. Da allora in poi il Diario abbandona i toni ottimistici. E’ cominciata la catastrofe, che costringerà Hitler a modificare i suoi piani e a invadere la Grecia (e quindi la Jugoslavia) per riparare i guasti provocati dall’impreparazione e alla scarsa motivazione dell’esercito fascista.

La guerra si è spostata già da novembre sul territorio albanese, grazie all’eroismo del popolo della Grecia, più che del suo esercito male armato e pessimamente organizzato. Bene per la Grecia, male per gli albanesi, ormai tragicamente coinvolti in una guerra che non avevano mai voluto. Pagano il prezzo per l’incoscienza dei loro dirigenti, che hanno creduto di ottenere l’appoggio dell’Italia per le loro contese interne, e si sono trovati sottomessi e privati di quella sovranità a cui tenevano molto. Peccato che quell’esperienza sia stata dimenticata da altri albanesi di oggi, quella parte dei dirigenti dell’UCK che hanno accettato gli accordi di Rambouillet, fornendo l’esca per fare scattare l’impresa “umanitaria” della NATO, nell’illusione di ottenere un appoggio per le loro aspirazioni all’indipendenza.

L’antefatto: le relazioni italo-albanesi tra il 1912 e il 1939

L’invasione dell’Albania, da un lato, non era apparsa molto preoccupante per le altre potenze interessate ai Balcani (era un paese già completamente inserito nell’orbita italiana, e il mutamento istituzionale non modificava ancora gli equilibri complessivi dell’area), dall’altro era insensata, inutile e costosa. Ma costosa era stata anche la politica di penetrazione “pacifica” dei decenni precedenti. Intanto fu solo relativamente “pacifica”, perché in realtà i tentativi di trasformare il protettorato de facto (riconosciuto dalle altre potenze, ma mai formalizzato di fronte agli orgogliosissimi albanesi) in una vera annessione, erano stati tutti fallimentari, e avevano comportato numerose imprese militari.

L’Italia tra il 1914 e il 1915 aveva contrattato il suo passaggio dalla neutralità (che rappresentava già uno sganciamento dalla “Triplice alleanza” con Germania e Impero austro-ungarico) all’entrata in guerra a fianco dell’Intesa ottenendo con il Patto di Londra (rimasto segreto fino alla pubblicazione da parte dei bolscevichi – dopo la rivoluzione d’Ottobre - di tutti i trattati e gli accordi depositati negli archivi del governo zarista) la promessa di consistenti acquisizioni territoriali in Dalmazia, nella fascia di Adalia in Turchia e in Albania. In particolare era stata promessa all’Italia la baia di Valona, che fu effettivamente occupata al termine della guerra, ma a cui si dovette rinunciare in seguito all’insurrezione della popolazione di quella città il 2 aprile 1920. Il mito della “vittoria mutilata” che alimentò la propaganda fascista nacque da quelle rinunce forzate, determinate dalla vigorosa crescita del nazionalismo albanese, jugoslavo e turco.

L’unica acquisizione di una parte dei territori promessi nel Patto di Londra fu (a parte Trento, e Trieste, che sarebbero state però ottenute lo stesso anche in caso di neutralità) fu quella del territorio allora integralmente tedesco del Sud Tirolo, dell’Istria, di Fiume (conquistata col colpo di mano di D’Annunzio) e l’isolotto deserto di Saseno, strategicamente importante dato che controlla l’accesso alla baia di Valona.

Fallito il tentativo di occupare Valona ed altre parti dell’Albania, l’Italia si accontentò quindi di puntare a un controllo indiretto del paese, assumendosi una serie di compiti di “consulenza tecnica”, compresa quella assai delicata della definizione degli incerti confini del nuovo Stato, che comportò in diverse occasioni alcuni incidenti, in cui nel 1923 rimase ucciso il gen. Tellini, capo della Commissione incaricata della ricognizione topografica. Anche nel 1935 il generale De Ghilardi, ispettore italiano dell’esercito albanese, rimase ucciso a Fier in una sollevazione nazionalista.

Le aspirazioni dell’imperialismo italiano sull’Albania d’altra parte non erano nate col fascismo, né ad essa era estranea la casa regnante, come si è detto a torto recentemente. È vero che alla vigilia della conquista del 1939 Vittorio Emanuele aveva manifestato qualche dubbio, che era però legato a considerazioni tattiche contingenti e non certo a divergenze di fondo con Mussolini. Lo sapevano bene gli albanesi, tanto è vero che monsignor Bumçi, il vescovo cattolico che guidava la delegazione albanese a Versailles, nel tentativo di respingere una spartizione o un vero e proprio protettorato, aveva già allora avanzato l’ipotesi che alla testa dello Stato indipendente albanese potesse essere collocato come re un principe di casa Savoia.

La politica di penetrazione economica e di corruzione di dirigenti locali, iniziata almeno dieci anni prima dell’avvento del fascismo dai governi liberali, continuò fino al 1938 sulle stesse linee, anche se senza maggiori successi. Roberto Morozzo Della Rocca, uno degli studiosi più attenti della storia delle relazioni italo-albanesi (con particolare attenzione all’utilizzazione politica del fattore religioso) ha scritto che “le concessioni economiche e la rete di interessi creata dagli italiani in Albania non si traducevano in un parallelo e proporzionale aumento di influenza politica e in un controllo strategico”. Al contrario, “era lo  stesso aspetto meramente finanziario a costituire un insuccesso per l’Italia”, dato che si svolse in perdita netta per il nostro paese, al punto che non rimase che tentare l’avventura dell’annessione.

Un anno prima della conquista militare il console italiano a Tirana lamentava che la situazione dei lavoratori italiani (a parte alcuni specializzati “addetti al Comando della difesa nazionale” ) era piuttosto triste: essendo “quasi tutti mediocri lavoratori” non erano molto ricercati. “Chiedono paghe che, mentre sono fantastiche in paragone di quelle delle quali si contentano gli albanesi, sono insufficienti per loro” e quindi finiscono per lavorare solo saltuariamente. L’unica eccezione è la richiesta “di cameriere giovani per locali pubblici e per privati”, considerata tuttavia inopportuna dal console “per ragioni di decoro e di prestigio, essendo questa terra in genere fatale alle nostre lavoratrici giovani. Presto o tardi esse trovano un protettore straniero e finiscono per disabituarsi al lavoro onesto”. E pensare che c’è oggi chi considera “predisposte alla prostituzione” le ragazze albanesi!

Dopo l’occupazione il numero degli italiani occupati crebbe vertiginosamente (da 1200 a 70.000 durante la guerra di Grecia, esclusi i militari ovviamente), come crebbe anche l’apparato statale albanese (da 6.000 a 18.000), senza per questo diventare più efficiente e meno corrotto, ed anzi finendo per essere occasione di illeciti arricchimenti di una torma di profittatori, intermediari, capitalisti “magliari” e tenutari di case chiuse (in cui arrivavano direttamente, con grande scorno del regime, soprattutto “signorine” italiane).

Il finanziamento della Chiesa cattolica (nettamente minoritaria) era stato costosissimo, ma non l’aveva trasformata in una docile pedina della penetrazione italiana. Di fatto, come hanno osservato vari studiosi, la vera religione dell’Albania non è né quella islamica né quella ortodossa o quella cattolica, ma l’albanità. La stessa osservazione è stata fatta successivamente, anche a proposito dello stesso “marxismo-leninismo” di Henver Hoxha, dall’ex ambasciatore a Tirana, Gian Paolo Tozzoli, che ha curato una efficace ricostruzione del regime “comunista” nella guida Albania pubblicata nel 1992 dalla CLUEP di Milano.

Che quei finanziamenti fossero soldi buttati via emerse chiaramente anche dopo la conquista, quando la Chiesa cattolica scoprì di non essere veramente privilegiata, dato che ingenti contributi, proporzionali al numero di fedeli e quindi ben più consistenti, venivano dati anche alle comunità ortodossa e islamica, peraltro senza effetti risolutivi. Così anche l’occupazione si concluse da tutti i punti di vista con un pugno di mosche, come tutte le altre “conquiste” dell’Italia imperiale.

L’invasione e l’occupazione della Jugoslavia (1941-1943)

6 aprile 1941: Belgrado distrutta dai bombardamenti

All’alba della domenica delle palme, il 6 aprile 1941 uno spaventoso bombardamento tedesco distrugge gran parte della città di Belgrado. Sperimentata prima a Guernica, poi a Varsavia, viene applicata quella tecnica della distruzione sistematica di tutte le infrastrutture civili oltre che militari che caratterizzerà poi tutta la Seconda Guerra Mondiale, e che culminerà nella distruzione di Dresda, Hiroshima e Nagasaki. Per tutti gli jugoslavi un trauma indelebile, riecheggiato nel bellissimo film di Emir Kusturica, Underground.

Nel corso dei bombardamenti furono distrutti antichi monumenti artistici, e la Biblioteca nazionale con tutti i suoi tesori. I bombardamenti colpirono anche altre città come Skopije, Cetinjie, Niš. La cifra delle vittime è controversa, per l’interesse convergente dei massacratori ma anche delle autorità del paese aggredito che, per ragioni diverse, omettono il bilancio reale (nel caso dell’esercito jugoslavo si trattava di nascondere la propria impreparazione); tuttavia, secondo Sthephen Clissold, sarebbero state 20.000, e in gran parte civili. Tra i morti, ironia della storia, uno dei più filofascisti del governo guidato dal generale Dušan Simovic, lo sloveno Frane Kulovec, che appena il giorno prima aveva presentato a Hitler – tramite l’ambasciata slovacca – la proposta di creare una Slovenia “indipendente” sotto la protezione tedesca.

Il capo del governo, Simovic, era assente dalla capitale per assistere al matrimonio della figlia. Ma naturalmente questo particolare è solo la conferma di un atteggiamento suicida, che portò a evitare ogni mobilitazione, sperando di non irritare le potenze dell’Asse, a cui venivano ripetute incessantemente dichiarazioni di buona volontà. L’interruzione di ogni comunicazione telefonica e radiofonica impedì poi a Simovic e allo Stato Maggiore di impartire ordini alle truppe, che rimasero disorientate e sbandate come quelle italiane dopo l’8 settembre del 1943. Peraltro, anche se li avessero dati, si poteva dubitare dei risultati, dato il basso livello dei quadri superiori dell’esercito: l’attaché militare francese, che aveva assistito alle manovre del 1937, aveva scritto nel suo rapporto che non era suo compito convincere i vertici militari jugoslavi della loro incapacità e suggerir loro di fare harakiri…

Non si trattava certo di un’inferiorità intrinseca degli jugoslavi - che daranno negli anni successivi una splendida dimostrazione delle loro capacità combattive, impegnando ben trenta divisioni tedesche - ma dell’organizzazione basata sul predominio arrogante dei serbi, che avevano escluso a lungo croati e sloveni dagli alti gradi, generando al tempo stesso frustrazioni, tensioni interetniche e una selezione non basata sul criterio delle effettive capacità.

Inoltre il piano militare tedesco era stato ben congegnato: l’invasione era cominciata da più parti: truppe tedesche erano entrate dalla Romania e dalla Bulgaria, ed erano state spalleggiate dall’esercito bulgaro, a cui era stato promesso un cospicuo bottino. Contemporaneamente l’esercito italiano entrava in Jugoslavia dall’Istria e dall’Albania, e poco dopo si sarebbero aggiunte anche forze ungheresi a cui era stata concessa l’occupazione della Vojvodina, dove esisteva una cospicua minoranza magiara.

L’antefatto

L’invasione della Jugoslavia non rientrava nei precedenti piani di Hitler. Probabilmente questi condivideva il giudizio di Bismarck, che aveva detto che quella terra non valeva le ossa di un solo granatiere di Pomerania. La Germania, d’altra parte, come l’Italia, preferiva puntare a un controllo indiretto dei Balcani attraverso l’alleanza con governi conservatori, anche utilizzando gli storici legami dell’Austria nell’area balcanica. In questo la Germania era entrata più volte in concorrenza e quasi in conflitto con l’Italia, che mirava allo stesso obiettivo e che, in particolare al momento del primo tentativo di annessione dell’Austria nel 1934, aveva puntato a un polo con Ungheria, Jugoslavia, Romania e Bulgaria (più l’Albania semivassalla) per contrastare l’espansionismo germanico. Tuttavia l’incoerenza della politica estera fascista aveva reso debole questo progetto, in particolare per quanto riguarda la Jugoslavia, preoccupata per l’appoggio dato dal governo di Roma al gruppo fascista croato di Ante Pavelic, ma anche ad altri uomini politici croati. Per attenuare le diffidenze, ovviamente accresciutesi dopo l’assassinio di re Aleksandar da parte degli ustaša  avvenuto a Marsiglia il 9 ottobre 1934, alcuni capi del gruppo fascista croato furono confinati a Lipari per qualche tempo. Ma le ambizioni mussoliniane erano tanto manifeste che un vero riavvicinamento con Belgrado non fu possibile. Inoltre, la penetrazione economica della Germania in Jugoslavia era nettamente superiore a quella italiana.

La crisi che doveva portare la Jugoslavia ad allontanarsi dalla Germania e dall’Italia, ormai non più antagoniste dopo la guerra di Etiopia e le sanzioni della Società delle Nazioni, fu la conquista dell’Albania. Concepita come rivincita sulla conquista della Cecoslovacchia da parte di Hitler, l’operazione non fece alcun effetto a livello internazionale, dato che l’Albania fin dal 1912 era di fatto un protettorato italiano. Ma allarmò il governo jugoslavo, preoccupato dalle aspirazioni italiane sul Kosovo. Nel febbraio 1939 era caduto il governo Stojadinovic, che due anni prima aveva firmato un trattato con l’Italia. Il successivo governo di Dragiša Cvetovic cercò – tardivamente – di attenuare le tensioni con i croati creando accanto alle banovine (province autonome) serba e slovena una banovina  di Croazia, e poi altre due in Bosnia-Erzegovina e nella Vojvodina. Ma lo Sporazum (accordo) del 26 novembre 1939 non fu mai attuato, soprattutto per quanto riguarda l’inserimento nei comandi dell’esercito di rappresentanti croati.

Le molte responsabilità dell’Italia

Le responsabilità dell’Italia nella crisi balcanica non sono solo quelle delle maldestre e contraddittorie ingerenze nella politica interna jugoslava, o dell’irresponsabile avallo alle tendenze secessioniste croate e kosovare.

Fu la guerra di Grecia a provocare la catastrofe. Iniziata per velleità di grandezza imperiale e per gelosia infantile nei confronti della vittoria tedesca in Francia, soprattutto se comparata alla miserabile riuscita della proditoria e maramaldesca aggressione italiana a una Francia già piegata, fu avviata il 28 ottobre 1940, l’anniversario della marcia su Roma, che coincideva tuttavia con l’inizio del maltempo autunnale. In poche settimane l’Italia fu ributtata indietro dall’esercito greco, pessimamente armato, ma fortemente motivato e sostenuto da uno sforzo eroico della popolazione civile, che trasportava a spalle i mortai e le munizioni sulle più impervie zone di montagna. La guerra si spostò fin dentro l’Albania, con gravissime conseguenze sulla popolazione locale, che gli italiani non dovrebbero mai dimenticare.

L’orientamento filofascista del governo greco del dittatore Metaxas (morto il 29 gennaio 1941), che aveva lasciato sguarnite le frontiere con l’Albania per illusioni sulle intenzioni dell’Italia fascista, fu abbandonato rapidamente dal nuovo governo Koridzis, che chiedeva e otteneva aiuto dalla Gran Bretagna.

Hitler reagì in modo furibondo, tanto più che Mussolini gli aveva tenuto nascosto il suo insensato progetto, di cui lo informò solo a cose fatte nell’incontro di Firenze avvenuto proprio il 28 ottobre 1940. Il maresciallo Keitel attribuì appunto alla guerra di Grecia l’inizio della fine del “Reich millenario”. Al processo di Norimberga dichiarò lapidariamente: “arrivammo [a Firenze] con tre ore di ritardo e ciò fu la catastrofe”. Aveva sostanzialmente ragione: l’avventurismo di Mussolini aveva consentito la costituzione di una testa di ponte inglese nei Balcani, particolarmente pericolosa per l’invasione dell’URSS, già decisa e tenuta a lungo nascosta a Mussolini per ricambiarlo della stessa moneta.

Come è noto, Hitler iniziò immediatamente la preparazione di un’occupazione della Grecia, che comportava tuttavia il passaggio per la Jugoslavia. Energiche pressioni in tal senso furono fatte sul reggente Pavle di Jugoslavia, mentre con la massima segretezza grandi forze tedesche entravano in Bulgaria. Nel corso di marzo il reggente Pavle e Cvetkovic cominciarono a cedere, mentre aumentava la protesta popolare. Il 21 marzo si dimisero tre ministri contrari all’adesione della Jugoslavia all’Asse, ma il 25 dello stesso mese Cvetkovic firmava a Vienna l’adesione al Patto tripartito, troncando definitivamente con la Gran Bretagna, ma anche con il suo popolo. Imponenti manifestazioni spontanee protestavano contro la capitolazione del governo e del reggente a Niš, a Spalato, a Leskovac, a Kragujevac, a Cetinje, a Skopje, a Lubiana. Al loro interno ricompariva con molta forza il Partito comunista, che era stato messo fuori legge vent’anni prima.

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo un colpo di Stato militare antitedesco diretto da ufficiali di aviazione filobritannici, tra cui Borivoje Mirkovic e Dušan Simovic, che assumeva la guida del governo, rovesciò il governo Cvetkovic e spedì il reggente in esilio in Kenia, dichiarando maggiorenne Petar Karadjorjevic (a cui mancavano in realtà diversi mesi per la maggiore età), che fu quindi proclamato re.

Il nuovo governo ricordava per molti aspetti quello che si formerà in Italia nel 1943 con Badoglio: prima preoccupazione fu quella di incarcerare centinaia di comunisti. Inoltre aprì trattative sia con la Gran Bretagna sia con l’URSS, che tuttavia era ancora troppo legata dal patto Ribbentrop-Molotov. Nel corso di un incontro tenuto al Cremlino tra Simovic e Višinskij, questi offrì solo un generico trattato di amicizia e di non aggressione, dal quale si desumeva che l’URSS era disponibile a mantenere un atteggiamento di benevola neutralità nei confronti di Belgrado, ma non ad entrare in guerra al suo fianco. Un trattato che serviva a poco in quel frangente. Due giorni dopo cominciavano i bombardamenti di Belgrado e l’invasione del paese.

L’Italia fascista e gli “eterni” odii interetnici

Un luogo comune assai diffuso attribuisce gli attuali conflitti nel Kosovo e quelli precedenti in Bosnia, in Croazia, ecc., agli “eterni” conflitti etnici. In realtà se, come abbiamo accennato, la questione nazionale non era stata risolta felicemente nella Jugoslavia tra le due guerre per l’eccesso di centralismo serbo, non aveva generato gravi conflitti. Il gruppo di Pavelic esisteva, ma superava appena i 500 aderenti: era una frangia insignificante, che non interpretava affatto l’atteggiamento della stessa popolazione croata.

Anche se a volte la Jugoslavia era stata definita una “prigione dei popoli” dal Partito comunista, fautore da sempre di una soluzione federativa e che – prima della Seconda Guerra Mondiale – difendeva (come tutti i partiti comunisti, compreso quello italiano) il diritto delle minoranze all’autodecisione fino alla separazione, il suo assetto interno non era particolarmente diverso da quello di altri paesi come l’Italia o la Spagna che comprendevano etnie non protette. Non vi furono d’altra parte in quel periodo conflitti significativi su questo terreno.

Nel 1941 cambiò tutto, e la prima responsabilità ricade, più che sulla Germania nazista come si pensa abitualmente, sull’Italia mussoliniana: essa infatti non solo si impadronì di gran parte del litorale dalmata e di Lubiana, che divenne “provincia italiana”, ma costituì un Regno di Croazia in cui fu incorporata la Bosnia e quindi un numero altissimo di serbi, di “musulmani” ecc. Questo regno doveva essere affidato a un Ajmone di Savoia, che doveva assumere il nome croato di Tomislav II, ma che preferì non mettervi mai piede per non fare la fine di Massimiliano d’Asburgo in Messico. Rimase prevalentemente a Saint Moritz, frequentandone assiduamente il famoso Casinò. Ciano, tuttavia, lo faceva pedinare per timore che si dileguasse del tutto, e scrisse sul suo Diario che dopo una breve sparizione era stato rintracciato in un alberghetto di Milano, dove aveva passato la notte con una “ragazza di facili costumi”, come si diceva allora.

Come reggente fu collocato il criminale comune Ante Pavelic, di cui Curzio Malaparte, allora corrispondente del fascista Corriere della sera descrisse i crimini – a guerra finita – nel suo libro Kaputt: ad esempio disse di avere visto nella villa in cui aveva sede il comando degli ustaša un cesto che gli sembrava pieno di ostriche. Erano invece venti chili di occhi strappati ai serbi. Altre denunce erano state fatte subito da alcuni ufficiali italiani e perfino tedeschi.

In Croazia furono compiuti crimini atroci, con la benedizione di quel monsignor Aloysio Stepinac che Giovanni Paolo II ha voluto beatificare di recente per compiacere il potente episcopato croato. Religiosi francescani parteciparono alla direzione dei famigerati campi di concentramento in cui a una parte dei serbi e dei “musulmani” si offriva la possibilità di salvarsi con una conversione forzata al cattolicesimo, mentre tzigani ed ebrei venivano direttamente consegnati ai campi di sterminio nazisti.

Quei crimini generarono una spirale di odii e di vendette, giacché anche i cetnici serbi fedeli a re Petar non erano da meno se mettevano le mani su qualche croato. Ma l’innesco era stato provocato proprio dalla spartizione della Jugoslavia voluta insieme da Mussolini e da Hitler.

Una parte degli ufficiali italiani, abbiamo accennato, si indignarono e cercarono di limitare quei crimini; non a caso dopo l’8 settembre del 1943 molti di loro – pur rimasti senza ordini per la viltà di Vittorio Emanuele III e di Badoglio – rifiutarono di piegarsi ai tedeschi e molti si unirono ai partigiani. Gran parte degli ufficiali e dei soldati della Divisione “Venezia” e della “Taurinense” formarono la divisione “Garibaldi”, unendosi ai partigiani comunisti pur essendo tendenzialmente monarchici, perché avevano verificato che solo i comunisti combattevano a fondo i nazisti, mentre i cetnici di re Petar preferivano accordarsi con gli occupanti contro gli altri partigiani. E’ una storia poco conosciuta, che fa onore al nostro popolo.

Ma torniamo ai famosi “fatali ed eterni odii interetnici”, di cui parlano i propagandisti dell’intervento militare di oggi. La prima smentita viene dallo straordinario successo dei partigiani comunisti, che seppero tenere impegnate trenta divisioni tedesche e liberare da soli gran parte del proprio paese, unico esempio in Europa oltre all’Unione Sovietica. La loro forza derivava da due fattori: da un lato non rinviarono come in altri paesi a un “secondo tempo” sia la questione sociale sia quella istituzionale (praticarono da subito una radicale riforma agraria nelle zone liberate e rifiutarono ogni accordo con i seguaci conservatori del re); dall’altro abbozzarono subito un progetto di soluzione della questione nazionale basata su quella Federazione che consentì poi oltre quarant’anni di convivenza sostanzialmente pacifica tra le varie etnie. La stessa composizione del gruppo dirigente era una conferma vivente della concretezza del progetto: Tito era mezzo croato e mezzo sloveno, Kardelij era sloveno, Rankovic serbo, Moshe Pijade ebreo, Djilas montenegrino, ecc….

La dissoluzione della Jugoslavia tra il 1989 e il 1991, e le tragedie successive, non avvennero dunque per la fatale permanenza degli odii antichi, ma come conseguenza di una crisi profonda del regime dovuta all’indebitamento estero, alle pressioni del FMI e della Banca Mondiale, e al tentativo dei dirigenti ex comunisti come Milosevic o Tudjiman di organizzarsi un consenso agitando vecchi spettri e presentandosi come “salvatori” del paese da un pericolo esterno. Ma approfondiremo questi problemi più avanti, nel III capitolo.

L’Italia e il Kosovo durante la Seconda Guerra Mondiale

Gli argomenti della propaganda di guerra talvolta fanno breccia anche nella sinistra, a volte direttamente, oppure attraverso un rifiuto così radicale delle motivazioni ufficiali, che porta a schierarsi non solo contro l’aggressore, ma a fare proprie le tesi dell’aggredito, non necessariamente corrette. Così, essendo innegabile che la Serbia è aggredita, si tende ad attribuire ai kosovari ogni c