Cosi' di
quelle leggi infami si e' riparlato un po', anche
se spesso con molta approssimazione. Infatti
l'analogia e' solo parzialmente valida. Prima di tutto
le leggi razziali non erano - come oggi la Bossi Fini
- una concessione a uno stato d'animo di ostilita'
(artificialmente creato oggi con una campagna
sistematica sugli immigrati "criminali e
stupratori", ma effettivamente esistente) di
settori consistenti di opinione pubblica. Le campagne
razziste di settori rabbiosamente antisemiti, che
precedettero le leggi, non fecero presa in un paese in
cui gli ebrei erano pochi e scarsamente visibili, e
anzi colpirono negativamente molti italiani (anche se
ci furono gli zelanti che approfittarono di quella
legislazione per fare fortuna con le delazioni e/o
l'acquisto a buon mercato delle proprieta' di
cittadini di religione israelitica). Di religione,
sottolineiamo, perche' quelle leggi, pur motivate con
una terminologia razzista, escludevano nella prima
stesura i cittadini italiani nati da matrimoni misti e
convertiti "ad altra religione" (cioe' in
pratica al cattolicesimo), nonche' quegli ebrei che
potevano vantare meriti patriottici (decorazioni al
valor militare, ecc.) o una adesione di lunga data al
partito fascista. Sotto il regime di Salo', che
collaboro' senza ritegno alle deportazioni, questa
norma fu abolita, e comunque una serie di sentenze
della Suprema Corte di Cassazione (sempre
all'avanguardia nell'avallare norme reazionarie)
avevano gia' in precedenza attribuito al solo Ministro
degli Interni il potere di "discriminare"
(cioe' di decidere chi poteva essere considerato
non ebreo).
Un problema
delicatissimo era quello degli ebrei stranieri che
avevano preso la cittadinanza italiana dopo il 1919, e
che ne vennero privati automaticamente, equiparandoli
ad "appartenenti" a "nazionalita'
nemica"; i loro beni potevano essere confiscati
"a parziale recupero delle spese assunte per
assistenza, sussidi e risarcimenti di danni di
guerra ai sinistrati dalle incursioni aeree
nemiche". La loro condizione era dunque peggiore
di quella dei veri stranieri appartenenti a nazioni in
guerra con l 'Italia, protetti da varie norme del
diritto internazionale (i beni di questi ultimi, ad
esempio, potevano essere sequestrati temporaneamente
ma non definitivamente confiscati). Ma questa norma e'
del novembre 1943, quando il regime fascista era ormai
totalmente subordinato ai nazisti). L'assurdo e' che
per ovvie ragioni gli ebrei delle zone
"irredente" annesse all'Italia, che in
genere si sentivano italianissimi, avevano potuto
formalizzare la richiesta di cittadinanza italiana
solo dopo che era stato stipulato il trattato di Pace,
e non erano pochi. Soprattutto a Trieste e a
Fiume, le comunita' ebraiche erano numerose. Ma
torniamo alle leggi. Il dato piu' singolare e' che
esse apparivano in netto contrasto con non poche
dichiarazioni di Mussolini (che aveva avuto anche una
lunga e importante relazione con un'ebrea, Margherita
Sarfatti), e con la presenza di numerosi ebrei nelle
file fasciste. Ancora nel 1932 Mussolini aveva
nominato ministro delle Finanze Guido Jung, con la
motivazione - data in privato, ma attendibile - che
"quello che ci voleva alle Finanze era un
ebreo". Giustamente Roberto Finzi aveva osservato
che questa giustificazione della nomina rivelava
la "apparente assenza e sotterranea presenza di
un filone antisemita in questo gretto mondo
intellettuale".
L'appoggio alle leggi venne soprattutto - come
scrisse Guido Fubini - da alcuni settori della
"piccola borghesia dell'amministrazione, del
commercio minuto, delle professioni, degli
impieghi", che approfittarono di esse per
occupare i posti resisi vacanti (anche nelle scuole e
nelle universita', da cui furono esclusi molti ottimi
docenti, a beneficio di squallidi arrampicatori). Una
delle prime leggi, firmata da Vittorio Emanuele III il
5 settembre 1938, escludeva infatti dall'insegnamento,
a partire dal 16 ottobre dello stesso anno, tutti i
docenti delle scuole di ogni ordine e grado, che
vennero sospesi dal servizio, mentre veniva decretato
anche che gli stessi "alunni di razza
ebraica" non potevano piu' frequentare nessuna
scuola "ai cui studi sia riconosciuto effetto
legale". Quindi anche quelle private, tranne
quelle istituite dalle comunita' ebraiche. L'articolo
6 della legge ("Provvedimenti per la difesa della
razza nella scuola fascista"), precisava che
"agli effetti del presente decreto-legge e'
considerato di razza ebraica colui che e' nato da
genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli
professi religione diversa da quella ebraica".
Nelle norme di integrazione varate il 15 novembre
dello stesso anno, si prevedeva che in deroga a quanto
deciso in precedenza, potevano essere "ammessi in
via transitoria a proseguire gli studi
universitari studenti di razza ebraica gia' iscritti
nei passati anni accademici", mentre si precisava
che "per l'insegnamento nelle scuole elementari e
medie per alunni di razza ebraica saranno preferiti
gli insegnanti dispensati dal servizio a cui dal
ministro per l'interno siano state riconosciute le
benemerenze individuali o familiari previste
dalle disposizioni generali per la difesa della razza
italiana" (cioe' i "componenti delle
famiglie dei caduti nelle guerre libica, mondiale,
etiopica e spagnola, e dei caduti per la causa
fascista", i mutilati di guerra, i decorati
almeno con una croce al merito di guerra, i legionari
fiumani, nonche' gli iscritti al PNF negli anni tra il
1919 e il 1922, e nel secondo semestre del 1924,
(cioe' durante la crisi Matteotti).
Queste norme vennero poi, come abbiamo gia' accennato,
ulteriormente peggiorate, cancellando le eccezioni
previste, mentre venivano minuziosamente decise
drastiche restrizioni al possesso di proprieta'
immobiliari e all'esercizio di moltissime attivita'
professionali. Sotto la Repubblica sociale, nel 1944,
veniva imposta la denuncia di ogni debito contratto
con ebrei e dichiarate nulle le cessioni o i
trasferimenti di proprieta' che "risultino
fittizi e fatti al solo scopo di sottrarre i beni ai
provvedimenti razziali". Le nuove norme, che
vietavano la proprieta' o gestione di qualsiasi
attivita ' commerciale o industriale, e il possesso di
titoli azionari, venivano estese a tutti "i
cittadini italiani di razza ebraica o considerati
tali, ancorche' abbiano ottenuto il provvedimento di
discriminazione" (cioe' l' eccezione per meriti
fascisti, o patriottici, di cui abbiamo gia' parlato,
prevista dalle prime leggi). Questa e' la
differenza fondamentale tra le leggi razziali, che
colpivano cittadini italiani da lunga data, a volte da
molte generazioni, e la Bossi-Fini, che erige barriere
contro gli ingressi e punta a rendere insicura e
precaria la posizione di chi e' gia' arrivato, per
poterlo sfruttare meglio con la spada di Damocle di
una possibile espulsione. Il clima che la ha permessa
senza una reazione adeguata e' stato creato da anni di
cedimenti e di vere e proprie complicita' di settori
della stessa sinistra - in qualche caso anche di
amministrazioni di centro sinistra - con le campagne
xenofobe e demonizzanti nei confronti dei diversi (rom
o "marocchini" o "vu' cumpra'".)
Occorre dunque una dura battaglia culturale, per far
capire che queste norme illiberali creano le premesse
per un ulteriore imbarbarimento della vita politica
italiana, e potrebbero portare un domani a norme
di "tutela" della presunta "razza
padana", minacciata dai "terroni".
Scheda 1
Ma chi erano gli ebrei in Italia? In Italia la
percentuale di matrimoni misti era elevatissima:
raggiungeva a Trieste la percentuale del 93,15 %
(rispetto ai "matrimoni puri"). Questo dato,
forse il piu' alto in Europa, la dice lunga sul grado
di assimilazione raggiunto dalle comunita' ebraiche
piu' recenti e composte in prevalenza da
elementi di media e alta borghesia. Vale anche per
Milano, ad esempio, mentre a Roma, dove la maggior
parte degli ebrei, almeno nel XIX secolo,
appartenevano a categorie dal reddito modestissimo, la
spinta ai matrimoni misti era minima: ancora nel
1928 solo il 4,28 % degli ebrei aveva contratto un
matrimonio "misto".
Un aspetto ancora piu' complicato nasceva dalle
conversioni, che in certi periodi erano state molto
frequenti: ad esempio a Trieste, tra il 1869 e il
1922, 533 ebrei si erano convertiti ad altre
religioni, mentre 463 persone si erano convertite
all'ebraismo, probabilmente in seguito a un matrimonio
misto. Anche a Vienna, tra il 1886 e il 1890, Kautsky
registra una media annua di 330 conversioni di ebrei
ad altra religione, contro ben 359 in senso inverso.
Negli anni successivi la tendenza si rovescia, ma il
fenomeno delle conversioni all'ebraismo, pur
ridimensionato, non sparisce. Questo e' un aspetto
poco noto, ed anzi deliberatamente occultato dagli
apologeti del sionismo, dal momento che questo dato
toglie credibilita' alla mitologia del "ritorno
nella terra dei padri".
Scheda 2
Il fascismo prima del 1938 non era razzista? Uno dei
luoghi comuni del revisionismo di casa nostra e' la
negazione del carattere razzista del fascismo
italiano, facendo apparire le leggi razziali del 1938
come il frutto di un'imposizione nazista. In realta'
il fascismo e' stato razzista fin dalla sua nascita,
solo che il razzismo si concentrava sui neri e gli
arabi, e non prendeva in considerazione gli ebrei, che
erano e apparivano bene integrati, non avevano
caratteristiche visibili, parlavano la stessa lingua,
si dividevano tra loro in base a criteri di classe; in
genere i dirigenti delle comunita', eletti dai membri
"contribuenti", e quindi di estrazione
borghese, guardarono al fascismo con simpatia. Gli
stessi intellettuali antifascisti come Carlo Levi, i
fratelli Rosselli, Leone Ginsburg, ecc. venivano
perseguitati per le opinioni politiche, non in quanto
ebrei.
Alcuni degli argomenti usati da Mussolini hanno punti
di contatto con i deliri attuali della Lega e di
Alleanza Nazionale. Ecco come un libro pubblicato nel
1934 -4 anni prima delle leggi razziali - (Ferdinando
De Napoli, Da Malthus a Mussolini, Cappelli, Bologna)
chiosava il pensiero del Duce: "Se la denatalita'
europea progredira' e continuera' la rivalita' tra i
popoli di razza bianca, questa, fra poco piu' di
cinquanta anni, perdera' il suo primato. E non
varranno l'intelligenza ed i progressi della scienza a
salvare l'Europa occidentale dalle invasioni di razze,
le quali, se pure inferiori, sono piu' numerose
perche' piu' prolifiche." Il De Napoli, esaltando
Mussolini per aver fatto "squillare da un pezzo
la sua campana, rilevando la fecondita' dei negri
dell'America, dei cinesi e dei russi" concludeva:
"E' da augurarsi, quindi, che la classe dei
ricchi si lavi dell'onta di vigliaccheria morale . e
trovi una maggiore comprensione della necessita'
demografica, che oggi si impone a tutti gli uomini di
razza bianca. Altrimenti sara' fatale la decadenza, il
regresso della civilta' e la morte, dando il
predominio a razze poco evolute".
Scheda 3
A proposito delle "impronte digitali per
tutti" Prima di cominciare ad attuare la
"soluzione finale del problema ebraico", il
nazismo aveva cominciato ad occuparsi degli zingari,
di cui si presumeva che potessero nutrire intenzioni
ostili all'ordinamento gerarchico. Gia' nel 1936 una
circolare sulla "lotta contro gli zingari e i
mendicanti" ordinava di iniziarne la deportazione
a Dachau. Ma nel 1938 in un testo sulla
"soluzione nazionalista della questione
tzigana" si proponeva la loro sterilizzazione, e
si cercava di rispondere alle obiezioni in questo
modo, che ci ricorda qualcosa di quel che e' emerso di
recente nel dibattito politico italiano: "Gli
argomenti in favore della sterilizzazione degli
zingari possono in effetti essere tacitamente
sviluppati sino al punto da arrivare, per mezzo della
sola legge per la profilassi contro i
progenitori affetti da malattie ereditarie, ad una
lotta efficace contro l'accrescimento della
popolazione zingara. Dobbiamo servirci arditamente e
senza reticenze di tale legge. Tanto piu' che in
questa maniera non si offrira' occasione alla stampa
straniera di uscire in alti lamenti dal momento che si
potra' sempre sostenere con pieno diritto che questa
legge profilattica e' valida anche per i cittadini del
Reich tedesco. Allo stesso modo il principio
democratico secondo cui i cittadini devono essere
uguali di fronte alla legge, risulta pienamente
rispettato. Conformemente al principio che in uno
Stato di elevati costumi, e in particolare nel terzo
Reich, puo' vivere solo chi lavora e produce, gli
zingari dovranno essere sottoposti a un lavoro
obbligatorio continuo e conforme alla loro
natura".
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
La maggior parte dei dati sono tratti da Renzo De
Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo,
Einaudi, Torino, 1972, e soprattutto dal saggio di
RobeRto Finzi, Gli ebrei nella societa' italiana
dall'unita' al fascismo, apparso nel fascicolo
speciale La difesa della razza, "il Ponte",
Anno XXXIV, nn. 11-12, novembre dicembre 1978, che
contiene anche un importante articolo di Guido Fubini,
La legislazione razzale. Orientamenti
giurisprudenziali e dottrina giuridica. In appendice
anche Il manifesto della razza, e un'ampia selezione
della Legislazione razziale fascista (1938-1944).I
provvedimenti dal 1938 al 1943 portano tutti la firma
di Vittorio Emanuele III, e andrebbero fatti leggere
agli imbecilli del centro sinistra che votano per
l'eliminazione delle restrizioni al ritormo in Italia
dei membri di casa Savoja! Le schede sono ricavate dal
saggio di Guido Valabrega, Reazione sociale, razzismo
e antifascismo: spunti di ricerca e discussione,
in Gli ebrei in Italia durante il
fascismo,"Quaderni del Centro di documentazione
ebraica contemporanea", n. 3, novembre 1963.