Come
storico contemporaneo vale proprio poco: si vede che
non ha letto molto oltre ai manuali sovietici. I cenni
biografici su Trotskij rivelano una grossolana
ignoranza: si parla di “conflitto di Trotskij contro
l’URSS”, ignorando che il grande rivoluzionario ha
tenuto ferma fino alla fine la parola d’ordine della
“difesa dell’URSS”, anche a costo di perdere
parecchi sostenitori. Tale parola d’ordine infatti a
molti compagni appariva ormai assurda nel 1939, dopo
l’alleanza insensata (al tempo stesso criminale e
suicida) con Hitler, la spartizione della Polonia, le
annessioni degli Stati baltici e della Moldavia, la
consegna ai nazisti di migliaia di comunisti tedeschi e
austriaci rifugiati in URSS (in molti casi ebrei), lo
sterminio dell’intelligencija polacca e baltica, gli elogi di Molotov alla
“politica di pace del nazismo”, ecc.
Ma
Canfora non lo sa o finge di non saperlo, e ripete
abitualmente l’accusa a Trotskij di aver combattuto
l’URSS, come non ha esitato a insistere sulle calunnie
staliniane contro il POUM e gli anarchici assassinati
dalla GPU sotto la guida di Togliatti in Spagna. Lo ha
fatto in molte occasioni e soprattutto per stroncare
(sempre sul Corriere) il bel film Terra
e libertà di Ken Loach, a cui contrappose meschine
storielle pescate qui e là con la superficialità
dilettantesca che lo contraddistingue quando fa
incursioni nella storia del movimento operaio. E non ha
mai tenuto conto delle documentate risposte che ha
ricevuto.
Canfora
ridicolizza i trotskisti: naturalmente ignora o finge di
ignorare che anche prima del 1968 avevano avuto un peso
in vari paesi oltre agli Usa e al Brasile di cui egli
parla. Erano forti in Cina (aveva aderito alle
posizioni di Trotskij Chen Tu Tsiu, che fu il primo
segretario del PCC), in Vietnam (dove nelle elezioni del
1936 a Saigon i trotskisti avevano avuto più deputati
del partito comunista filosovietico), in Grecia, in
Argentina, in Bolivia, in Messico, in Indonesia, a Cuba,
in Spagna. Molti di loro furono assassinati dai
fascisti, ad esempio Pantelis Poliopoulos, che era stato
segretario del partito e fu fucilato durante
l’occupazione italiana di Atene (ma Canfora insinua
invece che ci fu sempre una benevolenza del fascismo
verso Trotskij e i trotskisti); altri, tanti, furono
uccisi dagli amici politici di Canfora. Ad esempio tutti
i deputati trotskisti vietnamiti, a partire dal loro
leader Tha Thu Thau. Alcuni dei fondatori del PC cinese
hanno passato la maggior parte della loro vita in
carcere, prima sotto il Kuo Min Tang, poi sotto Mao.
Canfora
ammette comunque che “nel sessantotto” ci fu una
ripresa del trotskismo, soprattutto in Francia, ma la
attribuisce all’ingenuità di “neofiti” che
ignoravano la storia, ed erano convinti solo che non
bisognasse “sporcarsi le mani” con la realtà come
Stalin e i suoi eredi avevano fatto. Canfora è tanto
convinto di questo che ha aderito al PdCI che si è
appunto “sporcato le mani” appoggiando la guerra.
Tra
gli esempi di questa presunta ignoranza dei
“neofiti” Canfora mette quella che chiama la
“repressione trotskista a Kronstadt”, ignorando che
quella repressione fu decisa dall’intero congresso del
PC sovietico, e quindi condivisa anche
da Trotskij, che tuttavia non vi partecipò in
alcuna maniera. Si tratta di una vecchia calunnia
rimbalzata dagli ambienti anarchici a quelli staliniani
(da quale pulpito, poi!), e ripetuta stupidamente da
gran parte della sinistra vecchia e nuova (la ha ripresa
recentemente anche Claudio Grassi in sede di discussione
delle Tesi congressuali), che attribuisce con dovizia di
particolari alla persona di Trotskij la “feroce
repressione” a Kronstadt.
Io
ho scritto più volte
che l’attacco alla fortezza fu un gravissimo
errore basato sulla convinzione che ci fosse un legame
organico tra gli insorti e i controrivoluzionari della
Finlandia (che rivendicavano tale legame, ma
probabilmente vendevano fumo), e che quello che accadde
dopo (le fucilazioni dei prigionieri) fu un crimine
della Ceka che anticipò il terrore degli anni Trenta.
Lenin e Trotskij, che
allora erano in totale sintonia, ignorarono o
comunque sottovalutarono quei crimini (ben diversi
dall’attacco alla fortezza, a mio parere basato su una
valutazione sbagliata dell’insurrezione, ma che
rientrava pur sempre nella logica di una guerra).
Ne
ho scritto più volte, anche rispondendo al mito che
quegli insorti fossero gli eroici protagonisti
dell’Ottobre, mentre quei marinai dell’Aurora invece
erano diventati i quadri essenziali dell’Armata rossa,
ed erano stati sostituiti da reclute inesperte che non
avevano mai combattuto. Canfora conosce questi scritti,
che gli avevo fatto avere quando credevo che le sue
inesattezze fossero dovute a scarsa conoscenza e non a
faziosità e partito preso, ma preferisce continuare a
rimestare nel torbido in compagnia di quegli stessi
anarchici che poi non rinuncia a denigrare quando parla
di Spagna.
Nel
suo articolo Canfora dice
poi di Arlette Laguiller che “assomiglia a Trotskij
solo nella sicurezza di sé e nella certezza di avere
ragione, nell’abitudine a non criticare mai sé stessi
ma la «cattiva realtà».”
Questa
frase rivela ancora una volta che Canfora non ha mai
provato a leggere Trotskij, che in realtà ha messo in
discussione sempre tutto di sé stesso, senza avere
certezze immutabili. Ha perfino detto che se dalla
catastrofe imminente negli anni Trenta (che altri
volutamente ignoravano) il proletariato non fosse
riuscito a risollevarsi e a riconquistare la sua
autonomia, sarebbe stato necessario fare un bilancio
della validità della stessa teoria marxista. Trotskij
ha fatto una severa autocritica sulle sue posizioni
giovanili, analoghe a quelle di Rosa Luxemburg, che pure
contenevano alcune intuizioni sui pericoli insiti nelle
concezioni organizzative del primo bolscevismo, che non
emersero finché Lenin fu vivo, ma consentirono poi allo
stalinismo di fondare su di esse la sua opera
devastante. Negli ultimi anni della sua vita Trotskij
riflettuto sul pericolo del partito unico, che era stato
imposto dalla dura realtà della guerra civile, e che
lui aveva accettato al seguito di Lenin, di cui era
diventato il miglior discepolo (e che Canfora e quelli
come lui hanno giustificato fino al “crollo”
dell’URSS, e anche dopo). Ed era la “cattiva realtà”
che per amor di purezza Trotskij criticava quando
insisteva dal 1929 al 1933 che era una follia imporre ai
partiti comunisti il rifiuto del fronte unico con i
socialisti contro l’ascesa del nazismo? Era una
critica “ideologica” o la lucida previsione che la
politica imposta da Stalin e zelantemente applicata da
Togliatti portava a una catastrofe?
Canfora
ripete su Trotskij vecchie frasi fatte, ma evidentemente
non ha mai neppure sfogliato i suoi libri.
Canfora
accusa poi di “settarismo” Trotskij e i suoi
seguaci, commentando che “non a caso i movimenti
trotskisti avventuratisi nelle elezioni francesi sono
addirittura tre”. A quanto pare Canfora, una volta
passato ai giudizi politici, non è più lucido che come
“storico”.
Perché
infatti non rimprovera al PCF, che pure stava al governo
con Jospin, di essersi presentato separatamente
contribuendo alla sua disfatta non meno degli
astensionisti? Lo stesso vale per i Verdi, e ancor più
per Chevenement, staccatosi dal PS per non affondare
insieme ad esso. Se avevano la stessa politica, perché
non si sono presentati insieme? Evidentemente per
cercare con un po’ di demagogia di recuperare i
consensi perduti, come fece la ministra del PCF che andò
a Porto Alegre per avere una patente di “no global”
e ha rimediato una torta in faccia da giovani iscritti
al suo stesso partito! E visto che è tanto
“unitario” come spiega la sua entusiastica adesione
alla scissione di Cossutta, che esaltò con
maramaldesche esternazioni antitrotskiste sul solito
“Corriere della sera”?
Canfora
non rimprovera la presentazione separata a quelli che
avevano lo stesso programma di governo, ma solo ai
trotskisti, che la politica di Jospin avevano sempre
criticato non perché non fosse “pura”, ma perché
era apertamente concertata con il padronato (compreso il
modo con cui le 35 ore, accettate per la forte campagna
in loro favore, sono state poi vincolate a flessibilità
e intensificazione dello sfruttamento, riducendone
l’effetto sull’occupazione).
Quanto
al fatto che le liste “trotskiste” o sedicenti tali
fossero tre, la spiegazione è semplice: i
“lambertisti”, che hanno avuto lo 0,5 %, sono il residuato di una formazione che ha avuto in passato
un notevole peso, e che si è ridotta a mano a mano
perché dogmatica e settaria, ma anche opportunista. Ha
praticato ad esempio un discutibile “entrismo” nei
sindacati socialdemocratici ma anche nello stesso PS
(ironia della Storia, Jospin era un loro militante
infiltrato nel partito socialista!). Come parecchi altri
residuati del genere, a me è sempre parso un gruppo
strutturato sul modello staliniano, con sovrapposto un
riferimento ideologico (ovviamente rigido e
dogmatico”) a Trotskij, con la più totale
incomprensione di quel che è accaduto nel mondo dopo la
sua morte (si staccarono infatti dalla Quarta
Internazionale proprio per il loro giudizio negativo
sulla rivoluzione cinese, vietnamita, cubana, ecc.). Con
un gruppo del genere nessuno poteva e può fare un
alleanza.
Altra
cosa sono la LCR e Lutte Ouvrière, gruppi ben radicati
socialmente, anche se con metodologie diverse nello
stesso lavoro sindacale e nelle presentazioni
elettorali. Quando è stato possibile (nelle elezioni
europee, ad esempio, grazie al diverso sistema
elettorale) si sono presentate insieme. In questo caso
non era possibile, perché la LCR, pur condividendo le
critiche di Arlette alla politica del governo Jospin,
non poteva accettare di considerare uguali destra e
sinistra, rifiutando quindi di dare in qualunque
circostanza indicazione di voto per il secondo turno. O
per quell’amore di unità e quel rifiuto delle
divisioni predicati da Canfora la LCR doveva accodarsi a
una posizione ritenuta profondamente sbagliata? È vero
che la posizione di Arlette è condivisa anche da
settori di massa (che dalla loro esperienza hanno tratto
appunto la conclusione che non c’era differenza tra
Jospin e Chirac), ma tra i punti che differenziano la
Ligue da LO, c’è appunto una diversa concezione della
stessa propaganda, che secondo la LCR non può e non
deve adattarsi passivamente ai livelli di coscienza
delle masse. Per un certo periodo la propaganda
abbastanza semplicistica di LO ha funzionato meglio, ma
ora le distanze si sono ridotte, e probabilmente sarà
possibile aprire una discussione proficua per sormontare
le altre divergenze (ad esempio sui movimenti “di
Porto Alegre”, sulla questione palestinese, ecc.).
Perché
polemizzare con Canfora?
Ma
lasciamo da parte le faziosità di Canfora, che si
arrampica sugli specchi come e peggio di Cossutta.
Perdiamo tempo a polemizzare con lui solo perché ha
goduto per molto tempo di grande e immeritata fama anche
all’interno del PRC perché diceva molto efficacemente
proprio le cose che i “nostalgici del socialismo
reale” volevano sentirsi dire, e perché riproponeva
una visione del mondo radicatissima in tutta la
sinistra: quella che sostiene che tutto quel che accade
è inevitabile, sicché la realtà, anche se
“cattiva”, come la definisce lui, va comunque
accettata. Per questo Canfora può irridere a Trotskij
che criticava la “cattiva realtà” (come ad esempio
la rinuncia stalinista a lottare contro il nazismo nel
1929-1933...). Forse questa concezione Luciano Canfora
la ha presa dal padre, coautore con De Ruggiero
di un famoso manuale di filosofia di impostazione
crociana, ma è in sintonia profonda con la lettura che
fu dominante nel PCI per decenni, e con cui ha
polemizzato duramente Bertinotti, prima nel gennaio 2001
a Livorno e poi nelle conclusioni del congresso, quando
ha ribadito che la storia si fa anche con i “se,” e
che non tutto quel che è accaduto doveva accadere.
Esattamente
il contrario di quel che pensava Togliatti nel 1926,
quando bloccò la famosa lettera di Gramsci al comitato
centrale del PCUS. Vale la pena di ricordare come Gramsci
rispose, amareggiato e sdegnato, a Togliatti: “Saremmo
dei rivoluzionari ben pietosi e irresponsabili se
lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti,
giustificandone a priori la necessità”.
Perché
si rafforza Le Pen