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La
conquista e la prima dominazione spagnola.
Le
eredità del passato recente (di cui si parla molto e
spesso a sproposito) e di quello remoto (di cui si
parla pochissimo) pesano entrambe molto, sia pure in
forma diversa.
I
cubani fanno riferimento spesso alla brutalità della
conquista spagnola (Castro lo ha fatto anche nel
discorso di benvenuto a Giovanni Paolo II, ricordando
le responsabilità della Chiesa), ma le tracce
visibili di quel periodo si manifestano quasi
esclusivamente nella composizione etnica della
popolazione attuale. La distruzione degli indigeni è
stata quasi totale e rapidissima: meno di cinquanta
anni dopo la conquista, dei centomila abitanti taínos,
siboneyes, guanajatabeyes, nel 1550 non rimanevano
che cinquemila persone.
Cuba
fu una delle prime terre “scoperte” da Cristoforo
Colombo nelle “Indie”. Pur essendo in altri casi
un acuto osservatore, Colombo rimase convinto che Cuba
fosse un continente e non un isola, come gli dicevano
gli indigeni. La ragione principale è stata colta
lucidamente da Bartolomé de Las Casas: “quando un
uomo desidera fortemente una cosa e vi si attacca
saldamente con l'immaginazione, ad ogni istante ha
l'impressione che tutto quel che vede e sente parli in
favore di quella cosa”. Colombo pensa che Cariba
(il nome con cui gli“indiani” definivano gli
abitanti antropofagi delle isole vicine) sia una
deformazione di Caniba, e confermi che ci siano
a breve distanza i “sudditi del Gran Can” che egli
ricerca. Così, confondendo i suoi desideri con la realtà, rifiuta l'informazione
geografica che contraddice il suo sogno di avere
raggiunto il continente asiatico, e mette in dubbio
l'attendibilità dei suoi informatori, che gli
sembrano “uomini bestiali, i quali pensano che il
mondo intero è un'isola”. Egli è convinto che essi
non possano neppure sapere cos'è la terraferma, perché
“sono senza lettere e senza memorie del passato, e
non trovano altro piacere che nel mangiare e
nello star con le donne [...]”. Comunque, verificato
che c’era poco oro, Colombo salpò presto per altri
lidi, senza completare l’esplorazione. Ci penserà,
alla fine del 1509, Diego Velázquez, che comincerà
la conquista con trecento uomini bene armati. Mezzo
secolo dopo, i circa centomila abitanti di Cuba erano
praticamente estinti. I bianchi liberi erano ancora
soltanto settecento.
I
primi decenni dopo la conquista non avevano visto una
vera colonizzazione. Rapinate le poche ricchezze
trovate, gli spagnoli avevano usato l’isola solo
come scalo.
I
pochi superstiti della popolazione originaria si
rifugiarono nelle zone più impervie delle montagne
dell’Oriente, dove nei secoli successivi si
mescolarono con i cimarrones, gli schiavi neri
fuggiti dalle piantagioni. Il saccheggio e lo
sterminio erano stati deliberati e spietati. Ne ha
lasciato memoria monsignor Bartolomé de las Casas,
che a Cuba si recò al seguito delle truppe di Narváez.
Non furono quindi solo le malattie importate
dall’Europa (che comunque fecero strage di una
popolazione sprovvista di anticorpi nei confronti di
esse), ma il ferro e la forca a completare l’opera.
Stupri e violenze di ognigenere (ad esempio: il taglio
delle mani, lasciate poi appese agli alberi) servirono
da deterrente, sospingendo sui monti i pochi
sopravvissuti, e consentendo a poche centinaia di
spagnoli di dominare il paese.
La
resistenza eroica di alcuni gruppi capeggiati da
Hatuey (che proveniva dalla vicina isola di
Hispaniola, l’odierna Haiti) e dal cacique Guamá
fu facilmente stroncata, grazie all’enorme
superiorità tecnologica dei conquistatori, che
avevano non solo armi da fuoco e spade d’acciaio e
corazze (contro archi rudimentali e asce di pietra),
ma anche cavalli e feroci cani da guerra, del tutto
sconosciuti sull’isola.
La
tratta degli schiavi.
Proprio
Bartolomé de Las Casas, che ci ha lasciato pagine
sconvolgenti sulla conquista, fu uno dei responsabili
della proposta “umanitaria” di importare
dall’Africa schiavi neri, più resistenti alla
fatica e alle malattie, e soprattutto spaesati nel
nuovo ambiente, sicché avevano maggiori difficoltà a
tentare la fuga. Per due secoli, comunque, a Cuba di
schiavi neri ne arrivarono pochi, dato che l’isola
serviva soprattutto da base di appoggio per la flotta
che portava in Europa le immense ricchezze razziate
sul continente.
Anche
se fin dal 1590 erano apparse le prime rudimentali
fabbriche che estraevano lo zucchero dalla canna, fino
alla metà del Settecento le esportazioni di zucchero
rimasero modestissime, destinate quasi esclusivamente
all'approvvigionamento di un alimento energetico per
le navi che si apprestavano alla lunga e insicura
traversata dell’Atlantico.
Alla
fine del primo secolo di dominazione spagnola gli
schiavi neri erano poche migliaia, poco più dei
tremila spagnoli ed europei liberi. Una parte dei
contadini liberi o semiliberi provenivano dalle isole
Canarie, e avevano introdotto la coltivazione del
tabacco, che nel clima delle regioni occidentali
produceva foglie profumate e sottili, con cui fin da
allora venivano prodotti i migliori sigari del mondo.
Compaiono nuovi dominatori.
Agli
inizi del Settecento la popolazione raggiunge appena
le cinquantamila unità, per la metà neri e mulatti.
Ma le trasformazioni erano cominciate, anche grazie a
una presenza crescente di interessi di altri paesi
europei: dapprima, attraverso il contrabbando, nelle
due direzioni – immettendo nell'isola prodotti
industriali d'oltreoceano e comprando a prezzi
convenienti carne secca, tabacco, zucchero, caffè,
rame e legname; poi, nel 1762, con la conquista
dell'Avana da parte di truppe inglesi, nel quadro
della guerra dei Sette anni.
L'anno
successivo la Pace di Parigi determinava il ritiro da
Cuba dell'Inghilterra, che otteneva tuttavia dalla
Spagna la Florida e dalla Francia il Canada e la
Louisiana. Anche se vent'anni dopo la Gran Bretagna
– sconfitta dalla coalizione di Stati uniti, Francia
e Spagna – dovrà restituire la Florida, la potenza
coloniale della Spagna era ormai spezzata. In meno di
un anno di occupazione erano sbarcate a Cuba oltre
mille navi inglesi, portandovi circa cinquemila
schiavi africani: più di quanti ne aveva introdotti
la Real Compañia de Comercio nei due decenni
precedenti.
Anche
dopo la firma del trattato di pace, alcune compagnie
britanniche ottennero permessi per massicce
importazioni di schiavi e di altre mercanzie, che
andavano ben oltre le concessioni strappate
dall'Inghilterra cinquant'anni prima con la Pace di
Utrecht, al termine della guerra di Successione
spagnola. I quantitativi permessi venivano poi
superati largamente, grazie alla complicità dei
doganieri spagnoli. Lo stesso effetto
ebbe la contemporanea conquista inglese di Manila, che
durò meno di due anni, ma provocò modificazioni
nell’economia delle Filippine, scosse
duramente il prestigio della Spagna e avviò una
duratura penetrazione della Gran Bretagna, ereditata
poi dagli Stati uniti.
Sono
questi avvenimenti che sconvolgono l'economia cubana,
il cui inserimento in quella mondiale è decisamente
accresciuto, ma dipende sempre meno dalla potenza
coloniale. La partecipazione della Spagna, a partire
dal 1778, alla guerra di Indipendenza americana,
facilitò al massimo l'intercambio con i nascenti
Stati uniti, che avevano uno sviluppo economico già
nettamente superiore a quello dell'isola e della
stessa Spagna, rimaste al margine della rivoluzione
industriale. La guerra tra Francia e Spagna, nel
1793-1795, offriva nuove possibilità di inserimento
di merci inglesi e statunitensi nei mercati cubani. E
al termine delle guerre napoleoniche, che avevano
avuto come conseguenza indiretta per la Spagna la
perdita delle colonie del Centro e Sud America, non
rimase al governo di Madrid che riconoscere a Cuba una
piena libertà commerciale, che già esisteva di
fatto, con la complicità degli stessi governatori
spagnoli.
L'intercambio
tra Cuba e gli Stati uniti superava ormai quello con
la Spagna, e sarebbe cresciuto ininterrottamente: alla
metà dell'Ottocento le esportazioni di Cuba verso la
Spagna – basate prevalentemente sullo zucchero, dato
che si era rapidamente sviluppata la monocoltura a
canna – erano circa un quarto rispetto a quelle
dirette negli Stati uniti e nettamente inferiori anche
a quelle verso l'Inghilterra. Dal 1823 la“dottrina
Monroe” avrebbe creato la premessa politica per la
totale estromissione della Spagna da Cuba.
Se
per due secoli il carattere artificiale dello Stato e
dei rapporti di produzione trapiantati nell'isola
aveva spinto le classi possidenti a dipendere in modo
strettissimo dall'apparato repressivo spagnolo, dalla
fine del XVIII secolo i proprietari terrieri e la
nascente borghesia locale guarderanno sempre più al
potente vicino del Nord, e si rafforzeranno sempre più
al loro interno le tendenze “annessioniste”, che
si collegheranno ai gruppi espansionisti degli Stati
uniti.
Le
rivolte sociali.
Ma
sono anni che vedono anche comparire i primi conflitti
sociali, che si intrecciano alle aspirazioni a
un'indipendenza totale. Le lotte dei vegueros,
oppressi da tasse e balzelli insopportabili, contro il
monopolio spagnolo del tabacco ricordano la “rivolta
del tè” di Boston, preambolo della rivoluzione
americana. E si moltiplicano soprattutto le
insurrezioni degli schiavi negri.
Finché
l'isola era praticamente disabitata, l'obiettivo delle
sommosse era quasi esclusivamente l'evasione: dopo
avere ucciso i guardiani, i cimarrones
cercavano la libertà sui monti, dove si organizzavano
in comunità libere (palenques). Dovevano fare
i conti con uno spietato apparato di repressione, che
utilizzava cani feroci specialmente addestrati e
infliggeva dopo la cattura fustigazioni e mutilazioni
(in genere il taglio di un orecchio), che rendevano
visibile il carattere ribelle dello schiavo,
rendendone più difficile una nuova evasione; in caso
di recidiva, si procedeva all'impiccagione pubblica. A
ogni sconfitta si rafforzava la tendenza dei negri a
rifugiarsi nella religione, che non poteva però
essere quella dei dominanti. Si consolidò così una
forma originale di sincretismo, che dietro una sottile
patina cattolica riproponeva le divinità africane yoruba,
o kongo, o carabalí. Ancora oggi a Cuba
moltissimi negri, ma anche molti bianchi o mulatti,
venerano Changó identificato con Santa Barbara, Yemayá
con la Virgen del Cobre, Babalú-Ayé con San Lázaro,
ecc.
All'inizio
dell'Ottocento tuttavia, anche per l'effetto
contagioso della vittoriosa rivoluzione degli schiavi
negri della vicina Haiti, le cospirazioni negli ingenios
zuccherieri – che si sviluppavano con capitali
spagnoli e soprattutto stranieri e in cui comparivano
le prime macchine, importate quasi sempre dagli Stati
uniti – assunsero un nuovo carattere, a volte
collegandosi a negri liberi che predicavano
l'abolizione della schiavitù, l'uguaglianza tra
bianchi e negri e la ripartizione delle terre tra i
contadini. Nel 1843 un'insurrezione ben preparata
dilagò per mesi nella provincia di Matanzas,
provocando il panico dei latifondisti e del governo,
che dovette inviare rinforzi per averne ragione al
prezzo di migliaia di vittime, spesso atrocemente
torturate prima dell'esecuzione.
Il
panico era suscitato soprattutto dal timore di una
ripetizione dell'esperienza di Haiti. Decine di
migliaia di possidenti francesi, fuggiti da quel paese
dopo la vittoria dell'insurrezione degli schiavi,
erano arrivati a Cuba, dove spesso svolsero un ruolo
importante e indubbiamente contribuirono all'ostilità
dei benestanti nei confronti del primo Stato negro
della storia moderna e contemporanea.
La
modernizzazione indotta dall’esterno.
Nel
corso dei centosei anni intercorsi tra la conquista
britannica dell’Avana e l’inizio della rivoluzione
antispagnola, Cuba si è trasformata profondamente.
Il
sistema di produzione basato sulla schiavitù si è
rafforzato ed è divenuto predominante. Lo
schiavismo a Cuba non è un residuato di un passato
lontano, ma è stato portato dal capitalismo, insieme
alle macchine moderne che trasformano la canna
raccolta dalle braccia dei neri in prezioso zucchero
destinato all’esportazione. Al tempo stesso, il
capitalismo ha generalizzato la monocoltura a canna,
basata su aziende di dimensioni gigantesche, sempre più
di proprietà nordamericana, soprattutto per la
disponibilità degli ingenti capitali necessari per i
macchinari.
Nel
corso del secolo XIX il costo degli schiavi, per
l’acquisto e lo stesso mantenimento, è aumentato
notevolmente. Fanno eccezione alcune zone, soprattutto
della punta occidentale di Pinar del Río, dove è più
conveniente mantenere la piccola proprietà per la
produzione del tabacco, che richiede cura e attenzioni
impossibili da ottenere con la forza. Anche sulle
montagne della zona orientale del paese la produzione
del caffè si basa su aziende di dimensioni più
ridotte e, in genere, di proprietà cubana.
I
danni irreparabili della monocoltura.
La
monocoltura modifica profondamente l’economia e
l’ambiente, distruggendo definitivamente
l’economia tradizionale di sussistenza basata su
un’agricoltura differenziata. La dipendenza dal
mercato mondiale si sviluppa provocando molti
squilibri: da un lato, una flessione del prezzo del
prodotto da esportare può provocare la rovina
dell’intero paese; dall’altro, la riduzione
drastica delle altre attività agricole determina una
dipendenza alimentare dall’estero. La popolazione
muta gradatamente le abitudini alimentari, ad esempio
con l’introduzione del pane, per il quale è
necessario importare frumento, che cresce bene solo in
zone temperate o fredde.
Per
tutte queste ragioni, quando la monocoltura si è
consolidata da secoli è difficile da sradicare, anche
se c’è una volontà forte da parte del gruppo
dirigente, come nella prima fase della rivoluzione
cubana. Durante l’ultima fase della lotta contro
Batista, nel 1958, ad esempio, i barbudos
incendiarono molte piantagioni di canna: non era solo
una pressione sul dittatore e sui suoi sostenitori
nordamericani, ma anche il riflesso di un
atteggiamento popolare di rifiuto della dipendenza
dallo zucchero, condiviso in parte dallo stesso gruppo
dirigente della rivoluzione. La stessa volontà di
farla finita con la monocoltura si è manifestata dopo
l’indipendenza in altri paesi ex coloniali, senza
successo.
I
tentativi di introdurre altre attività agricole si
scontrano con fattori climatici, ma anche con la
distruzione della stessa cultura e tradizione
contadina: la canna richiedeva solo poche cure (e una
grande fatica nel taglio, almeno fino a quando, fin
dai primi anni dopo la rivoluzione, la raccolta non è
stata meccanizzata). Eppure, in molti casi, la
mancanza di un’agricoltura articolata e ricca
colpisce il turista, che spesso pensa sia una
specificità cubana dovuta a una scelta politica di
Fidel Castro, ignorando che proprio il líder máximo,
insieme a Guevara, è stato, nei primi anni dopo
il 1959, il massimo fautore della diversificazione
produttiva!
Le
carenze alimentari, la dipendenza dalle importazioni
non sono un’esclusiva di Cuba, ma un eredità
lasciata dalla dominazione coloniale a gran parte del
mondo.
Tre rivoluzioni… prima di Castro
.
Quanto
alla “rivoluzione di Fidel Castro”, i luoghi
comuni ripetuti incessantemente dai mass media
da anni e rilanciati con gran forza al momento della
visita del papa, la presentano come frutto di
importazione forzata di idee comuniste dall’esterno.
Nulla di meno vero.
Tra
i centosettanta giovani che diedero inizio alla
rivoluzione assaltando la caserma Moncada a Santiago,
il 26 luglio del 1953, non c’era un solo comunista,
a meno che non si voglia considerare tale Raúl Castro
solo perché da ragazzo aveva partecipato a un
Festival della gioventù a Praga. Lo stesso si può
dire per gli ottantadue che sbarcarono a Cuba il 2
dicembre 1956, dopo l’avventurosa traversata sul
minuscolo yacht “Granma”: a parte Raúl, veniva
considerato comunista il solo Guevara, che aveva letto
qualche scritto di Marx e di Lenin, ma era stato
respinto dopo ogni contatto con i comunisti
prosovietici, sia nella nativa Argentina, sia in
Guatemala.
Il
fatto che Castro, in alcune interviste degli ultimi
anni abbia detto di essere stato “da sempre”
marxista-leninista, corrisponde solo a una formula
retorica, paragonabile a quella di Guevara, che si
diceva “naturalmente marxista, come in fisica si è
naturalmente newtoniani”…
In
realtà, anche senza leggere i discorsi e le
dichiarazioni dei primi anni di attività politica di
Castro (tutte inequivocabili), c’è una riprova ben
più concreta: la rivoluzione iniziata il 26 luglio
1953 arriva al potere nei primi giorni del gennaio
1959, ma le relazioni diplomatiche con l’Urss,
interrotte da Batista anni prima, vengono ristabilite
solo nel maggio 1960 quando, in seguito alle pesanti
ritorsioni statunitensi alla riforma agraria, viene
accolta la proposta di una visita all’Avana di
Anastas Mikoyan, vice Primo ministro sovietico, di
ritorno dall’inaugurazione di una mostra di prodotti
industriali a Città
del Messico. Se il regime cubano fosse stato
“manovrato dai sovietici”, come insinuò
allora e ha ripetuto per quasi quaranta anni la stampa
influenzata dagli Stati uniti, come minimo non avrebbe
aspettato quasi un anno e mezzo per fare riaprire una
ambasciata sovietica!
Una
rivoluzione non importata.
Questo
dato è essenziale, in primo luogo per capire la reale
successione cronologica – e quindi il rapporto di
causa ed effetto – delle vicende che hanno portato
gli Stati uniti alla rottura con Cuba.
È
stata la riforma agraria, che inevitabilmente colpiva
le grandi proprietà statunitensi (ma anche quelle
cubane, a partire da quelle della famiglia Castro), a
determinare la prima misura ostile e potenzialmente
scardinante per l’economia cubana: il blocco degli
acquisti dello zucchero – e quindi delle conseguenti
forniture, dal petrolio al grano – stabiliti con un
accordo, più volte rinnovato, che impegnava Cuba a
vendere il suo zucchero agli Stati uniti a un
prezzo apparentemente favorevole, ma controbilanciato
dall’obbligo di acquistare tutto il resto dal
potentissimo vicino.
È
stata questa misura a spingere Cuba a cercare altri
acquirenti e quindi altri fornitori. In quel periodo,
prima di ogni relazione anche solo diplomatica con
l’Urss, Cuba comincia a venire accusata di essere
caduta in mano al “comunismo internazionale”, come
era stato accusato grottescamente ogni governo
dell’America latina appena tentava la più modesta
riforma agraria: ad esmpio, quello di Jacobo Arbenz in
Guatemala, nel 1954.
L’
esperienza riformista guatemalteca fu stroncata con
un’invasione di mercenari armati dalla Cia e
appoggiati da aerei statunitensi. Guevara era presente
in quel paese durante l’aggressione, e ne fu
drammaticamente segnato. Per questo Cuba si preparò a
fronteggiare un’analoga invasione, che avvenne
puntualmente nell’aprile 1961, dopo vari
bombardamenti da parte di aerei pirata, ma che fu
respinta grazie all’armamento popolare. I mercenari
furono fermati per qualche ora dai fucili dei
boscaioli e dei pescatori della Ciénaga de Zapata,
nella Bahía de los cochinos (“Baia dei
porci”), a Playa Girón, con perdite altissime dei
locali, che tuttavia riuscirono a dare il tempo ai
rinforzi guidati dallo stesso Fidel Castro di arrivare
dall’Avana.
Fu
quello sbarco a spingere Cuba a cercare un rapporto più
stretto con l’Urss, da cui ottenne armi. Senza
conoscere queste esperienze è impossibile capire la
forza del regime, che non è stato installato dalle
armi altrui – come quelli della Polonia,
dell’Ungheria, della Romania, ecc. – ma è il
frutto di una vera e difficile rivoluzione condotta
sfidando forze preponderanti, quelle sì sostenute
dall’esterno.
La
“rivoluzione di Castro”, al contrario, è stata
– ed è stata percepita così dalla maggioranza dei
Cubani – il completamento di altre tre rivoluzioni
precedenti, tutte sconfitte o private con l’inganno
dei frutti di una vittoria già ottenuta. Tutte
avevano lo stesso segno: lotte per l’indipendenza
nazionale intrecciate a una forte componente sociale
egualitaria.
Già
la prima proclamazione di indipendenza del 1868 da
parte di Carlos Manuel De Céspedes ebbe come
caratteristica saliente la liberazione immediata (e
l’arruolamento nell’esercito liberatore) degli
schiavi nella sua acienda della Demajagua. A
pochi chilometri da Manzanillo, sulla strada per
Niquero, dove avvenne lo sbarco del Granma, è
possibile visitare i resti dell’ingenio
zuccheriero dove è conservata la campana che diede il
segnale della libertà.
Il
grande precursore: Josè Martí.
Ma
più che a quel primo padre della patria, è al
protagonista della seconda rivoluzione, José Martí,
che Castro fece sempre riferimento, fin dal primo
momento. Davanti a ogni scuola cubana, a ogni edificio
pubblico, c’è un busto di Martí, non di Marx.
Richiamarsi
a Martí non è stato un espediente tattico. José
Martí era
veramente un precursore e un anticipatore
dell’ultima rivoluzione.
Aveva
partecipato giovanissimo alla rivoluzione del
1868-1878. Deportato in Spagna, aveva poi vissuto a
lungo negli Stati uniti, dove aveva fondato il Partito
rivoluzionario cubano, a cui spesso si fa riferimento
a Cuba. Non era marxista, ma aveva lucidamente
analizzato la situazione di Cuba, che alla fine del
secolo scorso era ormai pronta per una rapida
trasformazione sociale in senso capitalistico, di cui
sarebbero stati presumibilmente beneficiari gli Stati
uniti.
La
scomparsa o il ridimensionamento della maggior parte
dei grandi proprietari zuccherieri fu facilitata dallo
sviluppo di grandi aziente (i centrales) molto
costose, quasi sempre in mano a stranieri o a quei
pochi latifondisti che avevano saputo trasformarsi in
tempo in capitalisti. Quelli che non erano stati in
grado di operare la riconversione persero i loro
modesti ingenios basati sul lavoro manuale
degli schiavi, rimanendo solo come proprietari
terrieri dediti alla coltivazione, ma subordinati
all'industria di trasformazione, che a volte affittava
loro una parte delle proprie terre. Le classi e i
gruppi sociali si semplificarono e furono polarizzati
dai due principali raggruppamenti tipici dell'economia
capitalista: borghesia e proletariato.
Un
pensatore moderno e attualissimo.
Martí
aveva intuito possibilità e pericoli di questa
trasformazione, e anche il ruolo che avrebbe avuto la
nuova classe operaia, in cui le differenze di colore e
di provenienza che avevano pesato nell'epoca
schiavistica non avrebbero più avuto significato.
È
interessante notare che Martí, negli anni di
preparazione della “seconda rivoluzione”, ha
sottolineato l’importanza di rimuovere ogni
divisione legata all’origine. Più volte egli ha
insistito sulla possibilità di una fraterna
collaborazione tra cubani nativi (criollos) e
spagnoli, naturalmente dopo avere abbattuto la
dominazione coloniale, e ha condannato duramente ogni
forma di razzismo; oltre a quello dei bianchi, egli
criticava quello di riflesso dei negri, che si
manifestava in varie forme, comprese quelle delle
sette religiose e delle società segrete, e che
rischiava di spezzare l'unità degli oppressi.
Mentre
aumentava sempre più l’influenza economica degli
Stati uniti a Cuba, soprattutto grazie alla
penetrazione di capitali e alla fornitura di nuove
macchine per la trasformazione della canna, che
creavano anche uno strato di cubani cointeressati e
quindi disponibili a rilanciare le tendenze
“annessioniste”, Martí denunciava il pericolo che
gli Stati uniti si impossessassero dell'isola e di
altre terre latinoamericane. “Ho vissuto nel mostro
e ne conosco le viscere”, scriveva nel suo
inconfondibile stile poetico, mentre segnalava
puntualmente i conflitti razziali e sociali che
scuotevano il grande paese nordamericano, verso cui
aveva un atteggiamento ambivalente: intrecciato di
ammirazione per il suo sviluppo tecnologico e
culturale e di ripulsa per l'aggressività
imperialistica e la durezza dello sfruttamento della
forza lavoro all'interno. Le sue parole divennero un
punto di riferimento permanente per molte generazioni
di rivoluzionari (oggi a Cuba c’è una nuova fase di
ripresa degli studi martiani).
José
Martí, inoltre, ebbe la sorte di morire in prima
linea in una delle prime battaglie della rivoluzione
del 1895. Accanto alle sue idee, ne fu venerata la
coerenza e la generosità dell’impegno, ed egli fu
un modello costante per la generazione a cui
apparteneva Fidel Castro.
Chi
considera Castro un “Ceausescu dei Caraibi”,
dimentica che egli ebbe il coraggio di tentare quello
che sembrava impossibile, sfidando una feroce
dittatura, con pochi uomini e pochissimi mezzi, ed
esponendosi in prima persona molte volte,
dall’attacco alla caserma Moncada alle battaglie
della Sierra, da Playa Girón alla coraggiosa scelta
di andare a discutere, senza scorta armata, con il
sottoproletariato che nel 1994 manifestava
rumorosamente e violentemente nelle strade
dell’Avana, al momento della crisi dei balseros.
Lo
stesso Guevara, che certo aveva solo sommariamente
conosciuto Martí prima di incontrare gli esuli cubani
nel Messico, lo amò moltissimo e fece spesso
riferimento ai suoi principi etici. Perfino nella
lettera di addio ai figli, partendo per la difficile
spedizione in Congo del 1965, ne citò una frase, che
raccomandava di sentire sulla propria guancia lo
schiaffo dato a qualsiasi uomo in ogni parte del
mondo.
La
rivoluzione interrotta.
Il
riferimento a quel grande precursore aveva anche un
altro significato: la rivoluzione che questi aveva
pazientemente preparato, e in cui si era lanciato
generosamente, dandovi la vita, era arrivata vicina al
successo nel 1898, quando gli Stati uniti, col
pretesto di una misteriosa esplosione che aveva
distrutto nel porto dell’Avana la nave da battaglia
Maine (inviatavi ufficialmente per proteggere gli
interessi dei propri cittadini, senza molto entusiasmo da parte della Spagna), intervennero
strappando la vittoria dalle mani dell’esercito
ribelle.
Per
alcuni anni vi fu un vero e proprio tentativo di
annessione, analogo a quello realizzato per Portorico
e Guam e tentato con le Filippine (che rimasero un
protettorato statunitense fino alla Seconda guerra
mondiale, quando la conquista giapponese facilitò
indirettamente le guerriglie indipendentiste). Nelle
scuole cubane furono introdotti libri di testo
tradotti da quelli in uso negli Stati uniti, fu
vietato l’uso della bandiera nazionale, le merci
nordamericane penetrarono con facilitazioni doganali
fortissime, senza contropartite paragonabili per lo
zucchero, che tuttavia doveva essere venduto
praticamente in esclusiva agli Stati uniti,
determinando di conseguenza un obbligo di acquistare
dal potente vicine del Nord tutto quello di cui Cuba
aveva bisogno, escludendo di fatto le merci europee.
L’amministrazione civile fu costruita utilizzando
ventiquattromila militari nordamericani e recuperando
gran parte dei funzionari spagnoli.
Gli
ufficiali statunitensi guardavano con diffidenza
l’esercito ribelle cubano, e anche se il pretesto
per intervenire era stato come al solito
“umanitario” e la grande stampa (dominata dai
gruppi di Hearst e Pulitzer) aveva denunciato più
volte i crimini (veri) delle truppe coloniali contro
la popolazione locale, appena sbarcati fraternizzarono
proprio con gli altezzosi ufficiali di carriera
spagnoli. Il generale Young definì invece
l’esercito mambí guidato da Calixto García,
senza il quale non sarebbe neppure riuscito a sbarcare
a Santiago e che aveva già praticamente liberato
l’isola, “un mucchio di degenerati, assolutamente
sprovvisti del senso dell’onore e della gratitudine,
certamente non più capaci dei selvaggi di
autogovernarsi”. Era particolarmente sconvolto da
quello che gli sembrava la prova della barbarie: era
in larga misura composto
da negri, anche a livello di comandanti, mentre
nell’esercito statunitense all’epoca i
negri al massimo potevano lustrare le scarpe ai
bianchi.
Ma
i governatori nordamericani, Brooke prima e poi Wood,
si convinsero presto che i cubani non volevano essere
annessi, e puntarono sulla soluzione di
un’indipendenza fittizia. Una clausola inserita dal
senatore Orville Platt in una legge statunitense sugli
stanziamenti divenne parte della Costituzione cubana,
assicurando formalmente agli Stati uniti il diritto di
intervenire nella vita politica interna e di mantenere
truppe all’interno dell’isola: l’ultima di
queste basi, nella baia di Guantanamo, continua ancora
oggi a rappresentare, nonostante le ovvieproteste del
governo cubano, un’inquietante minaccia permanente
per la sicurezza e un oltraggio alla dignità di Cuba.
I marines intervennero comunque in altre parti
dell’isola in molte occasioni: nel 1906-1909, nel
1912, nel 1917-1920. I primi decenni dopo
l’indipendenza formale furono dunque non a torto
definiti a Cuba quelli della “Repubblica
dipendente”.
La
crisi degli anni Venti.
Forse
non tutti i mali di Cuba, prima della rivoluzione del
1953-1959, vanno attribuiti agli Stati uniti, ma
questa era comunque l’opinione diffusa tra tutti
coloro che non si erano integrati nel nuovo assetto
del paese. La classe dirigente era molto corrotta, su
tutte le attività economiche venivano prelevate
tangenti, col risultato di scoraggiare le più
corrette e facilitare lo sviluppo di quelle illegali.
Cuba divenne più che mai un’appendice degli Stati
uniti, con grandi case da gioco e una prostituzione
diffusissima. Durante il proibizionismo ogni giorno
molti traghetti scaricavano all’Avana, dopo poche
ore di traversata, migliaia di turisti che partivano
da Miami per beneficiare del clima tropicale e
soprattutto dell’ambiente permissivo dell’isola.
Il
turismo – con tutti i suoi “accessori” – stava
diventando, almeno all’Avana, l’attività
economica più redditizia, anche perché le
fluttuazioni continue del prezzo dello zucchero sul
mercato mondiale un giorno arricchivano e il giorno
dopo mandavano in rovina i produttori più deboli. Ad
esempio, nel 1920, lo zucchero era passato in pochi
mesi da 6,65 cents per libbra (prezzo medio
dell’anno precedente), a 9,5 nel febbraio, 18 a metà
aprile, per arrivare a 22,5 cents alla fine di maggio.
Quando tutti i produttori avevano già pagato la canna
ai coltivatosi indipendenti e ordinato merci e
macchinari, il prezzo aveva cominciato a scendere a 8
cents in settembre per arrivare a 3,75 a fine
d’anno. Una catastrofe, e un’occasione per nuove
concentrazioni in poche mani. Tutte le banche, che
avevano concesso prestiti ancorati ai prezzi
vertiginosi della primavera, chiusero gli sportelli
una dopo l’altra, con l’unica eccezione della
National City Bank e della Royal Bank of Canada, che
erano poderosamente sostenute e che divennero quindi
proprietarie di un gran numero di zuccherifici.
La
crisi sociale facilitò un nuovo intervento degli
Stati uniti, che installarono al posto del ministro
del Tesoro cubano un comitato di banchieri di New
York, garanti del prestito “generosamente
concesso” per arginare la frana. Il vero padrone di
Cuba divenne il generale Enoch Crowder, che la governò
per molti mesi, senza alcun incarico formale, da una
nave da guerra ancorata nel porto dell’Avana, prima
ancora di essere nominato ambasciatore.
I“Presidenti” cubani si preoccupavano in quel
periodo solo di piazzare parenti in cariche ben
retribuite dalle banche nordamericane, o di ottenere
appalti per lavori inesistenti.
La
crisi dello zucchero proseguì per tutti gli anni
Venti. Il prezzo continuò a scendere: nel 1932 per
qualche tempo arrivò 0,71 cent!. Dal 1926 non si
costruì più un solo zuccherificio e molti vennero
chiusi definitivamente. La crisi sociale era
spaventosa, e anche se centinaia di migliaia di
immigrati fatti affluire durante il boom della guerra
furono costretti a tornare in Europa, altri –
soprattutto giamaicani e haitiani – rimasero nel
paese, ingrossando le file dei disoccupati.
In
quegli anni si moltiplicano le organizzazioni
sindacali, che nel 1925 riescono a unificarsi in una
grande Confederación Nacional Obrera Cubana,
di cui divenne segretario il tipografo Alfredo López,
che appena un anno dopo veniva rapito e gettato in
pasto ai pescecani. Questa era la tanto decantata
“democrazia” di Cuba, che secondo i mass media
sarebbe stata distrutta dalla “dittatura” di Fidel
Castro (sotto il cui governo non c’è stato un solo desaparecido).
Anche
tra gli intellettuali si sviluppa un dibattito
profondo e originale, che analizza la realtà del
paese e della sua dipendenza. Un gruppo dei più
eminenti si organizza a partire dalla denuncia della
corruzione, in particolare contestando nel 1923 il
ministro della Giustizia che aveva firmato uno
scandaloso contratto di acquisto del Convento
di Santa Clara,
un bell’edificio che è stato oggi restaurato dopo
decenni di incuria e trasformato in un Centro
nazionale per il recupero dei beni
ambientali (vale la pena di visitarlo, nel cuore
dell’Avana vecchia – cfr. oltre, cap. Turismo
e cultura).
Molti
di questi intellettuali, come Rubén Martínez Villena
e Juan Marinello, e diversi dirigenti della Federación
Estudiantil Universitaria, che avrà un ruolo decisivo nella rivoluzione del 1933 e
poi in quella castrista, confluiscono negli anni
successivi nel Partito comunista, fondato nel 1925.
Tra essi spicca Julio Antonio Mella.
Il
“Mussolini cubano”: Gerardo Machado.
In
questo clima si era tentato un cambio radicale di
governo, e il generale Gerardo Machado era stato
eletto in elezioni paradossalmente
meno truccate di quelle precedenti. Il suo programma
appariva decentemente “progressista”: fine
dell’odiato “emendamento Platt”, no alla
rielezione del Presidente, rispetto dell’autonomia
universitaria, soppressione della lotteria (principale
fonte di arricchimenti illeciti di amici e parenti di
ogni Presidente), riforma scolastica e giudiziaria.
Pochi
mesi dopo l’assunzione
del potere erano però cominciati gli assassinii di
avversari politici e di sindacalisti. Machado era
stato definito da Martínez Villena “un asino con
gli artigli” e li aveva appunto tirati fuori subito.
Invece di trasformare Cuba nella “Svizzera dei
Caraibi”, come aveva promesso, aveva cominciato a
proclamarela sua ammirazione per Mussolini. Due anni
dopo, quando secondo un’inchiesta nordamericana
aveva assassinato già almeno
centoquarantasette persone, Machado aveva
cominciato a parlare della necessità della sue
rielezione, e il banchiere Guggenheim, che aveva preso
il posto di Crowder come ambasciatore degli Stati
uniti, lo appoggiò decisamente. Nel 1928 si fece
prorogare la carica di sei anni, senza neppure perdere
tempo a farsi rieleggere. Questa era la
“democrazia” cubana che gli Stati uniti vorrebbero
ripristinare…
La
fine di Machado e la rivoluzione del 1933.
La
dittatura di Machado entra in crisi al momento del
grande crollo del capitalismo mondiale. Tuttavia
resiste ancora per qualche anno. Il suo declino è
dovuto alla crescita del movimento di opposizione,
sicché non garantisce più stabilità e sicurezza per
gli interessi statunitensi. È soprattutto in
contraddizione col New Deal: quando nel marzo
1933 Franklin Delano Roosevelt assume la presidenza
degli Stati uniti, con un progetto che punta a
limitare i danni provocati dal capitalismo selvaggio
che aveva portato alla crisi del 1929, per prima cosa
sostituisce l'ambasciatore a Cuba, nominando al posto
di Guggenheim il suo vecchio amico personale Benjamin
Sumner Welles, dotato di notevoli capacità politiche
e diplomatiche.
Dal
1929 le proteste studentesche e operaie erano state
represse sempre più brutalmente, anche inseguendo
all'estero gli oppositori costretti all'esilio, come
Mella, assassinato il 10 gennaio di quell'anno in
Messico, dove era stato deportato dopo un lungo
sciopero della fame. Sulla sua morte sono stati
intessuti, anche in Italia, fantasiosi romanzi basati
sul fatto che la sua compagna, la grande fotografa
friulana Tina Modotti, divenne poi la donna di
Vittorio Vidali, a cui fu attribuito quindi senza
alcuna prova convincente l’assassinio.
Nel
1931 e 1932 si infittiscono tentativi insurrezionali,
attentati terroristici e assassinii a sangue freddo da
parte della polizia e dell'esercito, mentre molti
settori della popolazione iniziano uno sciopero delle
imposte. Negli Stati uniti si comincia a pensare che
Machado stia mettendo in pericolo gli interessi
americani nell'isola. Machado fiuta l’aria e, quando
arriva il nuovo ambasciatore, assume un atteggiamento
“antimperialista”, che gli permette di ingannare
una parte dell'opposizione, compreso il Partito
comunista, che è anche diffidente verso il principale
esponente del movimento di opposizione alla dittatura,
Antonio Guiteras, il cui radicalismo anticipava molte
delle caratteristiche del castrismo: tra l'altro, tentò
nel 1932 un assalto alla caserma Moncada di Santiago.
La
caduta di Machado fu provocata da una combinazione tra
le manifestazioni studentesche, la radicalizzazione di
soldati e sottufficiali, gli scioperi operai e
l’attivizzazione di tutte le vecchie forze
politiche, incoraggiate dalla chiara disponibilità
del nuovo rappresentante degli Stati uniti a un
ricambio che li liberasse da uno scomodo alleato.
L'ampiezza
e la profondità delle mobilitazioni era tale che il
superamento dell’“emendamento Platt” fu in
quell'anno ventilato per demagogia dallo stesso
Machado, rivendicato dall'opposizione e offerto infine
dagli stessi Stati uniti. Ai primi di agosto, l'unico
potere sembrava risiedere nell'Ambasciata americana,
di cui tutti ricercavano i buoni uffici. Roosevelt,
che per ragioni di politica latinoamericana non voleva
effettivamente un nuovo intervento a Cuba, esercitò
forti pressioni sull'ambasciatore cubano per indurre
Machado a dimettersi, mentre Welles trattava con
Herrera, l'alto ufficiale più vicino a Machado, perché
lo sostituisse per assicurare una transizione
pacifica.
Era
tuttavia tardi. Quando la notte tra il 12 e il 13
agosto Machado fuggì a Nassau con un aereo carico
dell'oro rubato, la situazione era ormai
incontrollabile. In una notte, almeno mille persone
vennero assassinate all'Avana e trecento case invase e
distrutte, in un moltiplicarsi di vendette politiche e
di saccheggi in cui si sfogava la rabbia confusa del
sottoproletariato urbano, alimentata anche dall'alcool
trovato nelle cantine dei possidenti (compresi alcuni
di coloro che avevano tramato contro Machado). In
quella stessa notte Herrera, appena insediatosi nel
Palazzo presidenziale, dovette dimettersi a favore di
Carlos Miguel de Céspedes, un mediocre diplomatico
che aveva come unico pregio il cognome del padre della
patria, di cui era discendente. Sumner Welles doveva
prendere atto che la situazione non era così calma
come aveva scritto nei rapporti alla capitale e che
ogni giorno poliziotti e ufficiali machadisti venivano
scovati e linciati dalla folla. Ancora più gravi, dal
suo punto di vista, le notizie di centinaia di
scioperi negli zuccherifici, dove a volte operai
licenziati anni prima sequestravano e sostituivano
l'amministratore statunitense.
Entra
in scena Fulgencio Batista.
Welles
aveva chiesto di essere sostituito dal 1° settembre,
ma gli era stato chiesto di soprassedere, quando
sopraggiunse un'imprevista svolta nella situazione. Un
gruppo di sottufficiali – tra cui emergerà
rapidamente il sergente Fulgencio Batista,
autoproclamatosi colonnello e capo di Stato Maggiore
– il 4 settembre prendeva il potere, spinto in primo
luogo dalla preoccupazione di non pagare per le colpe
di Machado. Ricercò però, ed ottenne, l'appoggio del
Directorio Estudiantil, la forza più dinamica
e al tempo stesso più confusa. Nacque dunque una
“pentarchia”, che sarà presto rimaneggiata, ma da
cui uscirà comunque un nuovo Presidente provvisorio,
il preside della Facoltà di medicina, Ramón Grau San
Martín. Dopo una settimana Grau, che non controlla la
situazione, tenta di ritirarsi, ma gli studenti che
occupano il Palazzo presidenziale non glielo
consentono.
Pur
non facendo parte della pentarchia, si vedrà comunque
presto che era Batista a contare più di tutti. Welles
impara rapidamente a trattare direttamente con lui,
superando i pregiudizi di classe e razziali (Batista
è mulatto e figlio di un operaio).
Il
29 settembre Batista dà subito prova di quel che sa e
vuole fare, attaccando un grande corteo studentesco
che accompagna le ceneri di Julio Antonio Mella appena
rientrate dal Messico e che viene disperso, provocando
morti e feriti. Pochi giorni dopo, il piccolo
Bonaparte cubano sferra un colpo dall'altra parte,
attaccando l'Hotel Nacional, dove si sono
riuniti gli ufficiali machadisti che non hanno
accettato la destituzione e la sostituzione da parte
dei sottufficiali che si sono autopromossi e
vorrebbero fare ritornare il Presidente de Céspedes.
L'Hotel viene conquistato a cannonate e molti
ufficiali vengono uccisi dopo essersi arresi.
Il
“modello” di Castro: Antonio Guiteras.
All'interno
del governo di Grau c'è come ministro degli Interni
Antonio Guiteras, che ne rappresenta l'ala radicale e,
ovviamente, non condivide e sconfessa gli attacchi di
Batista ai movimenti.
Una
delle realizzazioni
più importanti di quel periodo è legata alla
Segreteria del Lavoro da lui creata, che mette sotto
controllo governativo (intervención) il più
odiato monopolio statunitense, la Compañia de
Electricidad. Egli si appoggia largamente
sugli elementi più combattivi dei sindacati e del
movimento studentesco, anche se viene osteggiato dai
comunisti, che continuano la vecchia tattica settaria
di bollare come “fascista” l'uomo più vicino alle
loro posizioni ma che aveva la colpa di essere
indipendente (lo stesso atteggiamento, in quegli anni,
si riscontra in Nicaragua nei confronti di Sandino).
Nel
gennaio 1934 Grau viene sostituito da un uomo di
paglia, Carlos Hevia, che avrebbe poi lasciato la
presidenza già il giorno dopo al vero candidato di
Batista, il colonnello Carlos Mendieta. In meno di un
anno si susseguono altri tre Presidenti, ma in realtà,
da allora sarà Batista il vero padrone di Cuba, per
vent'anni.
Lo
sarà quando assumerà direttamente la presidenza (nel
1940 e nel 1952), ma grazie al controllo dell'Esercito
e ai suoi rapporti con gli Stati uniti, dove si
trasferirà per qualche anno; rimarrà molto influente
anche quando Ramón Grau SanMartín e Carlos Prío
Socarrás si susseguiranno alla presidenza, tra il
1944 e il 1952.
Le ragioni di un consenso.
Le
rivoluzioni del 1895-1898 e del 1933 sono essenziali
per capire le ragioni della forza e del prestigio che
Fidel Castro ha mantenuto nel corso di molti anni,
nonostante gli errori e gli insuccessi: egli si
considera – ed è considerato– il continuatore
dell’opera di Martí, interrotta dalla morte e
cancellata poi dall’intervento statunitense, e
soprattutto di quella di Antonio Guiteras.
Sulle
orme di Antonio Guiteras era stata concepita
l’impresa del Cuartel Moncada, e in qualche
modo anche lo sbarco del Granma. Guiteras era stato
infatti ucciso l’8 maggio 1935 mentre tentava di
imbarcarsi dal fortino di El Morrillo, per
andare a riprendere la lotta contro Batista. (El
Morrillo si trova a pochi chilometri da Matanzas,
sulla strada per Varadero; può valere la pena di
visitare il piccolo museo, in un luogo altamente
suggestivo – cfr. cap. Turismo e cultura).
Il
nome di Guiteras fu dato, subito dopo la vittoria
della rivoluzione, alla compagnia elettrica che egli
aveva tentato di porre sotto controllo statale ed era
stata finalmente nazionalizzata dai barbudos. E
a Guiteras rese omaggio subito lo stesso Guevara, che
aveva imparato a conoscerlo attraverso Castro, con un
bellissimo discorso non retorico, in cui ne esaltava
lo spirito ma ne riconosceva gli errori di
sottovalutazione dei rapporti di forza.
Paradossalmente, le stesse parole potrebbero essere
usate per l’ultima impresa del Che in Bolivia.
Per
tutte queste ragioni a Cuba si sottolinea
orgogliosamente che la rivoluzione del 1953-1959 non
si rifaceva a modelli esterni, ma era assolutamente
originale: era il completamento delle rivoluzioni
precedenti, a cui si richiamava perfino nella scelta
degli obiettivi simbolici. È quello che non hanno
capito la maggior parte dei commentatori al momento
della visita del papa, come non hanno capito che sulla
Chiesa cubana pesa ancora, non tanto e non solo il
fatto di essersi nel suo complesso schierata con
Batista contro la rivoluzione, ma di avere fatto la
stessa cosa da sempre: era contro l’esercito mambí
nel 1868 e nel 1895 con la
Spagna, nel 1898 con gli Stati uniti, .ed era dalla
parte di Machado mentre commetteva i suoi crimini.
Una
campagna incessante ha presentato per decenni Fidel
Castro come un dittatore sorretto dalle armi russe e
fondamentalmente estraneo a un paese profondamente
cattolico e democratico. Abbiamo già visto che tipo
di democrazia ci fosse a Cuba sotto l’egida
statunitense; ma quanto alla Chiesa cattolica, basti
segnalare che quando nel 1960 si schierò in gran
parte con i controrivoluzionari che si opponevano con
le armi alla riforma agraria, il governo poté
espellere senza difficoltà dal paese alcune centinaia
di sacerdoti: erano tutti spagnoli e falangisti,
giacché da decenni le vocazioni dei giovani cubani si
erano ridotte quasi a zero.
L’ultima
rivoluzione.
La
storia complessa dei precedenti della rivoluzione del
1953-1959, anche se ricostruita sommariamente, è
sufficiente a capire le radici profonde di un
tentativo originale.
La
rivoluzione cubana si sviluppò del tutto
“controcorrente”: da decenni i comunisti
filosovietici dell’America latina erano diventati
velleitariamente riformisti, in un continente dove non
c’era nessuno spazio per il riformismo. Anche quelli
cubani, organizzati in un Partido socialista
popular (PSP) che aveva collaborato più volte con
Batista fornendogli perfino due ministri
(l’argomento, nella Cuba di oggi, è praticamente
tabu e sconosciuto alla maggior parte dei giovani),
manifestarono stupore e freddezza, se non aperta
dissociazione, nei confronti della lotta armata fino a
pochi mesi prima della vittoria. Castro veniva
tacciato di avventurismo, e l’assalto alla caserma
Moncada venne presentato in termini denigratori sui
giornali comunisti di tutto il mondo, che si basavano
sulle informazioni del PSP.
Le
polemiche ingenerose del 1953 nei confronti del
movimento che da allora si chiamò del 26 di luglio
(abbreviato spesso in M26) lasciarono tracce e
risentimenti. Ma il movimento, sconfitto
nell’assalto effettivamente non ben preparato a
quella caserma simbolica, crebbe invece in popolarità,
soprattutto grazie all’efficace e coraggiosa
autodifesa di Fidel Castro nel processo ai superstiti.
Va
detto che ben pochi erano sopravvissuti all’impresa,
perché per alcuni giorni le forze batistiane avevano
ucciso con atroci sevizie ogni rivoluzionario che
cadeva nelle loro mani, anche disarmato, fino a quando
l’opinione pubblica e lo stesso arcivescovo di
Santiago, amico personale della famiglia Castro,
fecero cessare il massacro. L’autodifesa di Fidel
Castro – che era avvocato – fu poi innumerevoli
volte ristampata a Cuba e in tutto il mondo con il
titolo: La storia mi assolverà (in Italia,
anche presso questa stessa casa editrice).
A
chi criticava il ricorso alle armi, peraltro
frequentissimo nei primi decenni della Repubblica,
Castro poteva obiettare che, prima di considerarlo
inevitabile, aveva denunciato Batista alla Corte
suprema di Cuba, chiedendone la condanna per la
sospensione della Costituzione e per numerose gravi
violazioni delle leggi esistenti; ma aveva ricevuto la
risposta che la denuncia era improponibile, perché
l’operato del dittatore era legittimato dalla “rivoluzione”. Batista, come Mussolini e tanti
altri dittatori reazionari, si autodefiniva infatti
“rivoluzionario”. Una bella lezione, di cui Castro
tenne conto.
La
spedizione del Granma.
Dopo
un paio d’anni, pensando di avere consolidato il suo
potere e desiderando venire incontro all’opinione
pubblica, Batista aveva liberato i superstiti del
Moncada e li aveva lasciati partire per il Messico,
ritenendoli ormai bruciati. Ma Castro e i suoi
compagni non si erano dati per vinti e avevano
cominciato a preparare febbrilmente il loro ritorno a
Cuba.
Anche
nel 1956 la spedizione del “Granma” era stata
caratterizzata da una notevole improvvisazione, che
fece rischiare una catastrofe definitiva.
Batista
aveva infatti continuato a seguire le mosse degli
esuli attraverso numerosi agenti e la stessa polizia
messicana, che arrestò Castro, Guevara e molti altri.
Quando furono rilasciati, in seguito a una forte
campagna di solidarietà che vide in prima linea
l’ex Presidente del Messico Lázaro Cárdenas,
avevano perso tempo prezioso e quasi tutte le armi. Ma
avevano annunciato pubblicamente che sarebbero partiti
entro quell’anno, e lo fecero, anche se non
c’erano ancora le condizioni adeguate.
L’imbarcazione
che avevano potuto comprare con le loro modeste
risorse, il “Granma” appunto, era troppo piccola
per portare in condizioni di sicurezza ottantadue
persone, sicché arrivò con due giorni di ritardo
all’appuntamento. Il mare era in tempesta, e per non
affondare erano state gettate a mare tutte le armi
pesanti.
La
piccola insurrezione di Santiago che doveva
distogliere le forze repressive era stata schiacciata
rapidamente, e i camion che dovevano raccogliere i
guerriglieri, trasportandoli nelle zone più sicure
della Sierra Maestra, dopo due giorni di attesa sulla
spiaggia di Niquero, se ne erano andati credendo che
essi fossero affondati o ritornati indietro. Lo sbarco
avvenne inoltre a oltre venti chilometri di distanza
dal luogo prescelto, in una palude ricoperta di
mangrovie e arbusti spinosi quasi impenetrabili, dove
alcuni dovettero abbandonare provviste e parte delle
armi.
Le
truppe di Batista erano in stato d’allerta e
colpirono duramente i futuri guerriglieri,
disperdendoli e assassinando a sangue freddo chiunque
si arrendesse.
Dopo
i primi giorni di sbandamento e di fuga affannosa
sotto i colpi dei mitragliamenti aerei, i compagni di
Castro si erano ritrovati in meno di venti. La cifra
riportata in tutte le storie ufficiali è di dodici,
ma per alcuni giorni erano stati anche meno, poi un
po’ di più; tuttavia, l’incontro con i contadini
della zona già organizzati dal “26 luglio” aveva
consentito di recuperare parte dei dispersi e
assicurato loro cibo e protezione, dopo i primi
terribili momenti.
Le
premesse di un successo “impossibile”.
Eppure,
quello sbarco quasi catastrofico si era presto
rivelato una forzatura necessaria: suscitò entusiasmo
nelle città, disorientamento nelle forze batistiane,
che avevano dato per morti Fidel Castro e “il medico
comunista” Ernesto Guevara, di cui i servizi segreti
avevano scoperto il ruolo crescente durante la
preparazione della spedizione nel Messico.
La
rete di sostegno
urbano a Santiago e Manzanillo organizzò presto
un’intervista di Castro con un giornalista del New
York Times, Edward Mattews, che fece conoscere le
rivendicazioni dei guerriglieri e dimostrò che erano
vivi e vegeti e anche molto forti. In realtà, quando
Mattews fu accompagnato all’accampamento non
c’erano neppure venti guerriglieri, ma un’accurata
messa in scena gli fece intravedere a una certa
distanza continui arrivi e partenze di messaggeri e di
nuove “colonne”, senza che si rendesse conto che
erano sempre gli stessi uomini. Tuttavia, il
giornalista fu colpito soprattutto da un dato reale:
la forza della rete di sostegno, che lo aveva condotto
sulla Sierra aggirando tutti i controlli, riportandolo
poi in salvo con tutto il suo materiale, compresi i
rollini fotografici che provavano che Fidel non era
morto, come diceva Batista.
I
“dodici” sopravvivono a quella terribile fase
perché, se la preparazione tecnica era del tutto
inadeguata, quella politica si basava su un’analisi
corretta delle contraddizioni del paese e su un minimo
di organizzazione della popolazione della zona, ad
opera soprattutto di Celia Sánchez, figlia di un
medico condotto molto conosciuto e amato in tutto il
litorale tra Manzanillo e Niquero. Per questo hanno
potuto reggere ad attacchi condotti da forze militari
enormemente superiori, dotate di aerei e mezzi pesanti
– peraltro poco utili nelle zone più impervie della
Sierra dove i guerriglieri si erano arroccati.
Non
tutti i contadini sono entusiasti; alcuni anzi,
preoccupati per le ritorsioni dell’esercito e
allettati dalle laute ricompense offerte dai militari,
collaborano con le forze repressive. Ma il lavoro
paziente di quelli organizzati da tempo, e che avevano
ammirato l’atteggiamento di Fidel Castro durante il
processo trasmesso in diretta televisiva, consente di
neutralizzare l’azione repressiva e corruttrice
dell’esercito.
I
guerriglieri ebbero poi l’aiuto involontario di
alcuni ferocissimi sbirri di Batista, come il
famigerato tenente (poi salito per i suoi efferati
crimini fino al grado di colonnello) Angel Sánchez
Mosquera: invece di attaccare direttamente i
guerriglieri (poteva essere rischioso...),
l’ufficiale preferiva massacrare contadini indifesi.
Per mesi il comando del Che rimase a meno di due
chilometri in linea d’aria dal suo, con duecento
metri di dislivello, senza che Sánchez Mosquera
avesse mai tentato un attacco diretto. Ma le
vessazioni, le razzie e le uccisioni di contadini
presunti sostenitori della guerriglia spinsero anche
gli indecisi a sostenerla veramente, per avere
un’arma e potersi difendere.
Dalla
resistenza all’offensiva rivoluzionaria.
Inoltre,
nelle piccole “zone liberate” i guerriglieri
costruivano scuole e ambulatori, pubblicavano un
giornale ciclostilato, e presto ebbero anche una
radio, che col sostegno della rete urbana fu
gradatamente potenziata, cosicché nella fase finale
della lotta poteva essere ascoltata in tutta
l’isola.
L’appoggio
delle città, soprattutto nell’Oriente, è stato in
genere sottovalutato, ma in realtà fu essenziale,
assicurando l’afflusso continuo di nuove reclute, di
armi e di vettovaglie. Non era tuttavia sufficiente a
garantire la vittoria, come emerse dopo il fallimento
dello sciopero generale del 9 aprile 1958, a cui seguì
un offensiva dell’esercito, che tentò – per
settantasei giorni e con oltre diecimila soldati –
di accerchiare e stanare i guerriglieri, che erano
allora solo centoventuno. Il fallimento della
massiccia operazione repressiva fece tuttavia crescere
rapidamente il reclutamento.
L’elemento
determinante per la vittoria fu l’appoggio
contadino, divenuto ormai massiccio: la popolazione
della Sierra avvertiva i guerriglieri e mandava fuori
strada i militari. Ma ci volle anche un pizzico di
follia: due “colonne”, che insieme non
raggiungevano i duecentocinquanta uomini (quella del
Che era di centoquarantotto e quella di Camilo
Cienfuegos di ottantaquattro!), il 21 agosto 1958
partirono all’attacco dei centri del potere
batistiano, ripetendo “l’invasione” realizzata
nella guerra del 1895-1898 da Antonio Maceo. Guevara
arrivò alla prima tappa, il massiccio montuoso
dell’Escambray al centro dell’isola, in una marcia
forzata di quarantasei giorni, senza la possibilità
di utilizzare come previsto camion, sia per i continui
mitragliamenti aerei, sia per piogge incessanti che
trasformavano i campi in paludi e rendevano
impraticabili le strade di terra.
Il
primo compito fu la riorganizzazione delle forze,
unificando con un paziente lavoro politico i diversi
gruppi guerriglieri che si erano installati nella zona
dell’Escambray ed erano in polemica l’uno con
l’altro. Facevano capo rispettivamente al “26
luglio”, al PSP, e al Direttorio rivoluzionario, un
nucleo di estrazione studentesca, che aveva tentato
invano di assaltare il Palazzo presidenziale
all’Avana proprio per sottrarre a Castro l’egemonia
nella lotta contro Batista. Subito dopo, Guevara si
lanciò con meno di trecento uomini all’attacco di
Santa Clara, una città di centocinquantamila
abitanti, presidiata da quattromila soldati
acquartierati in diverse caserme, a cui stava
giungendo di rinforzo un moderno treno blindato con
quattordici mitragliatrici e quattrocento soldati bene
armati.
Santa
Clara: la porta dell’Avana.
Non
è possibile capire il successo di simili imprese, la
lunga marcia in condizioni climatiche terribili e
quasi sempre senza cibo sufficiente, e poi l’attacco
vittorioso a forze preponderanti a Santa Clara, con
gli schemi che presentano la guerriglia come
un’azione “minoritaria” basata sulla pura
violenza.
Il
merito della vittoria va al coraggio dei combattenti
– c’è perfino un piccolo nucleo di giovanissimi
che, per la loro temerarietà, viene chiamato il
“plotone suicida” – ma va anche agli studenti e
ai lavoratori che hanno divelto i binari davanti al
treno, e alle donne di casa che hanno fatto entrare i
guerriglieri nelle loro abitazioni, aiutandoli a
sfondare i muri che dividono una casa dall’altra,
consentendo così di avvicinarsi alle caserme senza
essere visti.
La
vittoria è possibile – con un numero ridottissimo
di vittime – anche per la demoralizzazione delle
truppe di Batista, che sentono il clima di una
profonda crisi rivoluzionaria e hanno paura. Qualche
ufficiale scappa nella notte travestito, e in pratica
resistono solo gli elementi più conosciuti per i loro
crimini, che vendono cara la pelle.
Lo
stesso avviene ad opera di Camilo Cienfuegos in altre
città minori della stessa provincia di Las Villas
(non la cercate oggi sulle carte, è stata suddivisa
in tre: Cienfuegos, Sancti Spiritus e Villa Clara),
mentre Castro, contemporaneamente, assedia e poi
conquista Santiago.
Dovunque
i combattenti sono una minoranza, ma dalla loro parte
c’è un’immensa maggioranza della popolazione:
sono gli ingredienti che si riscontrano in ogni vera
rivoluzione, a partire da quella russa del 1917. Il
dittatore invita alla resistenza, ma fugge nella notte
dell’ultimo dell’anno con un aereo carico di oro e
preziosi. Il 2 gennaio Guevara e Cienfuegos entrano
all’Avana, sventando un tentativo di ufficiali
batistiani di costituire un governo di transizione. Il
9 gennaio arriva anche Fidel Castro, dopo una
traversata dell’isola che è stata lentissima, perché
è stato costretto a fermarsi in ogni città e
villaggio per rispondere alle acclamazioni della
folla.
Le ragioni della vittoria
Questa
sintetica ricostruzione ha smontato già di per sé le
leggende denigratorie che hanno ridotto la rivoluzione
a un colpo di mano di pochi facinorosi. Ma ce n’è
un'altra, alimentata dagli stessi possidenti cubani
che si erano schierati contro Batista ma che fuggirono
poi negli Stati uniti, dopo la riforma agraria.
Secondo loro, Fidel Castro avrebbe ingannato tutti,
nascondendo il suo vero programma.
In
realtà, quando ha iniziato la lotta, Castro non aveva
formulato un progetto di riforma agraria. Era un
intellettuale urbano, figlio di un latifondista e di
formazione cattolica, avendo studiato nel migliore
collegio dei Gesuiti. Ma, come ha detto di sé il
subcomandante Marcos nel Chiapas, “era andato per
educare i contadini e ne è stato educato”. Dai
contadini, che gli hanno fornito la maggior parte dei
combattenti, ha capito che il loro problema di fondo
è la riforma agraria. E l’ha messa in atto,
cominciando dalle terre di famiglia, con grande
scandalo di una sorella e della stessa madre.
La
sua origine
borghese aveva fatto pensare alla sua classe e agli
stessi governanti degli Stati unitiche tutto si
sarebbe risolto in un ricambio di personale politico,
come era accaduto infinite volte in America latina.
Perfino Guevara, per qualche momento, aveva temuto che
fosse così; ma Castro è stato coerente con la
rivoluzione che aveva saputo interpretare e guidare.
Ha dimostrato una straordinaria capacità di rifiutare
mediazioni e lusinghe, impedendo che ancora una volta
l’attesa del cambiamento radicale fosse frustrata.
Fidel Castro non è un grande teorico, ma ha studiato
le rivoluzioni precedenti sconfitte o derubate della
vittoria, a Cuba e altrove. Per questo ha acquisito un
prestigio che è tuttora grandissimo.
Per
capire che cosa è stata realmente la rivoluzione
cubana e perché ha retto a un assedio così
prolungato, al crollo dei paesi con cui nell’ultima
fase si realizzava quasi il 90% dell’intercambio
commerciale, bisogna staccarsi comunque dalle
interpretazioni, demonizzanti o apologetiche, che la
identificano col ruolo del solo Fidel Castro. La
storia di una vera rivoluzione non può essere ridotta
alle iniziative di un uomo, per grande che sia, e
neppure a quello delle poche centinaia di barbudos
che ne hanno creato le premesse, sfidando e abbattendo
la dittatura di Batista: al momento della vittoria,
sono entrate in scena grandi masse, con le loro
aspirazioni, con le loro “idiosincrasie”, come
amano dire i cubani.
Al
momento della caduta di Batista, non c’erano state
violenze come alla caduta di Machado, se non sui
simboli della dipendenza e della corruzione del
vecchio regime: la popolazione dell’Avana aveva
distrutto le case da gioco, chiuso i bordelli, invaso
i grandi alberghi di lusso costruiti spesso dalla
mafia italo-americana. Le roulette erano state
trascinate in strada
e spezzate, il sottoproletariato dell’Avana era
entrato per la prima volta nelle spiagge e nelle
piscine riservate ai turisti.
La
rivoluzione “ci ha preso la mano”.
Fidel
Castro, in un colloquio di pochi anni fa con Lee
Jacocca, il noto manager italo-americano della
Chrysler, ha detto: “nel 1959 la rivoluzione ci ha
preso la mano”. In effetti, molte decisioni sono
state prese sotto la diretta pressione delle masse
radicalizzate. Una di queste riguardò la punizione
dei criminali torturatori del vecchio regime.
L’esercito
ribelle aveva vietato ogni vendetta personale, ma alle
masse che reclamavano giustizia fu assicurato che
questa sarebbe stata celere e rigorosa. E il primo
scontro con gli Stati uniti avvenne proprio sulle
forme della giustizia rivoluzionaria. Grandi masse si
riunivano negli stadi dove avvenivano i processi
pubblici, esercitando spesso una pressione sui giudici
popolari al grido di paredón (al muro!). Gli
Stati uniti, che non avevano mai detto una parola
contro le torture e gli assassinii degli sgherri di
Batista (e prima ancora di Machado), lo ritennero
inammissibile.
La
vera escalation imprevista della tensione tra i
due paesi non avvenne tuttavia su questo terreno, ma
sulla riforma agraria. Il progetto elaborato da una
commissione di giuristi moderati, tra cui un vecchio
amico di Castro, Sori Marín, fu reso più incisivo
sotto la pressione delle masse contadine, e per
intervento diretto dello stesso Fidel Castro. E quando
gli Stati uniti, per ritorsione alle prime
nazionalizzazioni di aziende saccarifere di proprietà
di suoi cittadini, e per protesta per l’indennizzo
previsto – ritenuto insufficiente e troppo
dilazionato – cominciarono a ridurre la quota di
zucchero acquistato e a ritardare le forniture di
petrolio, Cuba decise di rivolgersi ad altri
fornitori. E quando le raffinerie di proprietà
statunitense – e quelle europee che le seguirono –
rifiutarono di raffinare il petrolio proveniente da
altri paesi, furono anch’esse nazionalizzate.
Rispondere
colpo su colpo.
Rispondere
colpo su colpo è la logica praticamente inevitabile
di ogni vera rivoluzione. Che ciò non fosse nei
programmi originari di Castro è confermato dal fatto
che i suoi primi viaggi all’estero furono proprio
negli Stati uniti, dove sperava di trovare
comprensione, e se possibile crediti. Non fu nemmeno
ricevuto dal Presidente Eisenhower e, nel secondo
viaggio a New York per una sessione dell’Assemblea
delle Nazioni unite, la delegazione cubana, in cui
erano presenti diversi negri, di fronte a tentativi di
discriminazione negli alberghi prenotati, si trasferì
in massa in un albergo popolare del quartiere negro di
Harlem. Un gesto che suscitò entusiasmo in chi
lottava contro la segregazione razziale, ma apparve
scandaloso all’establishment bianco e
razzista.
Da
varie parti, a questo proposito, si è rilanciata la
leggenda di una doppiezza di Castro, insinuando che la
rivoluzione fosse stata appoggiata e perfino
finanziata dalla Cia, che sarebbe stata ingannata sui
suoi veri obiettivi. Nulla di più ridicolo. Gli Stati
uniti non erano intervenuti nel 1958 perché sapevano
che Batista ormai creava più problemi di quanti non
ne risolvesse (era accaduto in precedenza anche con
Machado), ma non ci fu alcun inganno. Semplicemente
credevano che Castro potesse essere
“addomesticato”, come Batista e altri caudillos
latinoamericani che avevano esordito come
“rivoluziona |