Cose turche...

Recep Tayyip Erdogan, il leader di Giustizia e sviluppo.Un sistema elettorale indecente

Il risultato delle elezioni in Turchia ha messo in crisi gran parte  del mondo politico italiano: il partito islamista ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti (circa il 34%) ma grazie a un sistema elettorale peggiore ancora del nostro ha una maggioranza schiacciante in parlamento e può governare da solo. Infatti i partiti che non hanno raggiunto il 10% sono stati semplicemente cancellati, privando di ogni rappresentanza la metà di turchi che hanno votato (per non parlare di quelli che – come i curdi - sono stati oggetto di pressioni e repressioni poliziesche e militari che ne hanno reso difficile la partecipazione alle elezioni). Accanto al milione di non votanti, bisogna tener conto infatti di un milione e mezzo di schede annullate, di cui un terzo nelle zone curde.

Naturalmente i due Poli si guardano bene dal riflettere su questo dato: il Polo di Berlusconi, Bossi e Fini, perché grazie a un sistema elettorale truffaldino possono governare comodamente e senza pudore “in nome del popolo italiano”, che invece in maggioranza aveva votato per altri; mentre all’interno di quel mosaico in frantumi che corrisponde all’Ulivo ci sono i maggiori responsabili dell’introduzione del maggioritario in Italia, che si guardano bene dal riflettere sui disastri che ha provocato. Sperano solo che il Polo di destra un giorno si divida e che loro possano prenderne il posto - come fecero nel 1996 - senza avere minimamente riconquistato la fiducia degli elettori, che è anzi sempre più bassa.

Una nota di colore: dalla “arretrata e barbara” Turchia ci viene una bella lezione di democrazia, perché i quattro capi dei partiti che avevano governato nel recente passato e sono stati travolti da questo voto si sono assunti tutta la responsabilità della sconfitta e si sono dimessi. I nostri organizzatori di sconfitte, D’Alema in testa,  continuano a fare danni...

Perché gli islamici hanno vinto? 

Qualcuno dirà che questo voto è dovuto a una ventata di follia. Ma non mi sembra. Può essere che questo governo riuscirà a fare molto male alla Turchia, e soprattutto alle giovani donne - con un foulard sul capo, ma anche a capo scoperto e con una bandana sulla fronte - che in questi giorni hanno esultato per la vittoria del “Partito della Giustizia e dello Sviluppo” di Recep Tayyip Erdogan. Questo partito si è presentato al voto in maniera abile e concreta: ha toccato il tema religioso solo in termini di libertà, contestando il ferreo divieto di indossare il velo imposto dalla costituzione e osservando che in Europa non ci sono problemi sa una ragazza islamica vuole coprirsi il capo e il volto. Non è del tutto vero, e naturalmente non sappiamo se una volta arrivato al potere Erdogan si limiterà a garantire la “libertà di velo” o ne imporrà l’uso anche alle donne laiche. Ma l’argomento usato era abile, e il divieto imposto da chi ha governato dal 1918 a oggi era solo apparentemente “moderno” , era parte di un’ingerenza statale negli affari religiosi in definitiva inaccettabile in qualsiasi forma.

Il partito islamico ha centrato la sua campagna sui temi sociali, ad esempio denunciando il costo della vita con esempi semplici e concreti: una tazza di tè costa, per l’inflazione galoppante, 300.000 lire turche (20 centesimi di €), e una famiglia di cinque persone che prendesse 3 tazze al giorno consumerebbe per il tè il 70% del salario minimo fissato per legge.

L’argomento è piaciuto. Non pensiamo che Erdogan abbia una ricetta per bloccare l’inflazione, soprattutto perché non vuole entrare in conflitto con l’esercito. E le enormi spese militari sono la causa principale del dissesto economico del paese. Erdogan è stato prudentissimo sulla questione dei curdi, escludendo qualsiasi possibilità di una separazione, ma il problema è che l’occupazione militare del Curdistan turco e di parte di quello iracheno non tendono a bloccare una separazione, ma continuano a negare l’autonomia.

A favore di Erdogan giocava anche la persecuzione di cui è stato vittima: condannato a cinque anni di carcere per una poesia (“i minareti sono le nostre baionette, le cupole i nostri scudi”), è stato liberato dopo pochi mesi per un’amnistia ma gli è rimasta l’interdizione dai pubblici uffici, sicché non si è potuto far eleggere. Se si pensa ai crimini economici per cui Berlusconi non ha fatto un minuto di carcere, e ha ugualmente convinto una parte degli italiani che è stato una vittima, si capisce più facilmente come Erdogan, vittima davvero di stupida intolleranza, possa aver polarizzato i consensi di tutti quelli che hanno sperimentato l’ingiustizia sulla propria pelle.

Buttiglione scopre la “democrazia cristiana islamica”

Buttiglione ha salutato con ottimismo il successo del “Partito della Giustizia e dello Sviluppo” sostenendo che ci sarebbero affinità con il suo partitino (ovviamente la lotta contro il laicismo”). Ha preteso anzi una progenitura, asserendo che sosteneva “da tempo che servono partiti di democrazia cristiana islamica”. Sic!

Peccato che Buttiglione dimentichi un elemento che rende assai improponibile la sua associazione (a parte la formulazione grottesca di “democrazia cristiana islamica”): Erdogan è stato sindaco di Istambul, ma è stato processato per una innocua poesia, magari brutta e retorica, non per aver rubato, come tanti protagonisti della “prima repubblica” italiana. Anzi è considerato il più onesto o almeno il “meno corrotto” dei politici turchi.

Che faccia tosta a portare come modello la nostra democrazia cristiana! Che oggi i ladri “vittime di Mani Pulite” (democristiani o socialisti) vengano uno dopo l’altro assolti con tante scuse, non prova la loro innocenza ma solo che dopo la campagna forsennata contro le presunte “toghe rosse” si è riportata la magistratura a quella subalternità al potere politico ed economico che aveva avuto sempre, nell’Italia prefascista, fascista e democristiana, fino allo scossone del 1968. Sintomatiche le formule di tante assoluzioni: ad esempio per il giudice Carnevale, il famigerato presidente “ammazzasentenze” della Cassazione che aveva reso servizi inestimabili ai capi mafiosi su cui si reggeva il potere democristiano in Sicilia, non si sono negati i fatti, che sono incontrovertibili (le sentenze di assoluzione o di annullamento di processi regolarissimi restano), ma si è detto che perché si configurasse un reato occorreva che quelle sentenze fossero indispensabili per la perpetuazione della mafia...

Così la Cassazione, assolvendo uno dei suoi più infami presidenti che era stato pescato con le mani nel sacco, si erge nuovamente come baluardo contro ogni rischio che ai livelli inferiori ci scappi – magari per sbaglio o per la tenace coerenza di un giudice - una sentenza decente. Così la Cassazione ha ripreso a dar ragione ai padroni che avevano licenziato lavoratori scomodi, scaricando sulle vittime il costo altissimo dei processi (dopo varie sentenze che hanno annullato il reintegro di operai licenziati all’Alfa Romeo, ora è arrivata un’altra sentenza che  ne cancella due della magistratura ordinaria che disponevano il reintegro di un sindacalista della Piaggio: la via giudiziaria alla cancellazione dell’art. 18. Altro che “toghe rosse”!

Turchia islamica e “fondamenti cristiani” dell’Europa

Torniamo al nostro Erdogan. Vedremo se e quanto saprà essere coerente con le dichiarazioni fatte, e quanto tempo impiegherà a deludere chi lo ha votato sperando davvero nella Giustizia e nello Sviluppo. Comunque la prudenza nei suoi confronti dei conservatori europei e anche della banda armata che governa gli Stati Uniti è dovuta alla certezza che è un uomo che non vuole rompere con i militari che spadroneggiano in Turchia da decenni, che non è antiamericano, che le sue dichiarazioni contro la guerra all’Iraq hanno la stessa ipocrisia di quelle di D’Alema e Rutelli, dato che cadrebbero in caso di avallo dell’ONU. Ma un po’ di problemi li crea. Non solo i fondamentalisti delle sette cristiane (ferocemente antislamiche e filoisraeliane) che occupano i posti chiave nel governo degli Stati Uniti, ma gli stessi personaggi folcloristici del Polo di destra qui da noi, possono consolarsi sul fatto che è meglio un islamico moderato che uno estremista, ma devono fare i conti con vari problemi.

Il primo è quello che i loro sforzi per portare la Turchia in Europa nonostante i suoi molti crimini e la scarsa corrispondenza a un minimo di rispetto delle forme democratiche, entrano in contraddizione con la loro pretesa di inserire nella Costituzione europea il riferimento esplicito al Cristianesimo come valore fondante. E gli altri islamici dei Balcani? E chi si sente erede dell’illuminismo? E chi appartiene a chiese cristiane non integraliste (come sono invece quella cattolica o quella ortodossa)? Come conciliare questa pretesa, tutta finalizzata alla cancellazione in ciascun paese di ogni residuo delle idee progressiste di due secoli, con il ritorno alla confessionalizzazione dell’insegnamento, reintroduzione dei crocifissi nelle aule, attacco all’aborto e al divorzio, ecc., con un’Europa in cui entrerà un paese di 66 milioni di abitanti, in maggioranza islamici? La loro forza è solo nell’incredibile imitazione del centrosinistra, da Rutelli che si risposa in chiesa a Veltroni che conferisce la cittadinanza romana a Karol Woitila per il suo ruolo di successore di Pietro e il suo magistero morale e altre incredibili argomentazioni.

Il secondo problema è che se Erdogan è davvero “serio e responsabile”, cioè moderato e conservatore, come la pensa veramente il suo elettorato?

Partito islamico moderato? E la sua base?

Il “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo è nato circa un anno e mezzo fa. Ma non nasce dal nulla. Già nelle elezioni del 24 dicembre 1995 un altro partito islamico, il Refah (Partito della Prosperità o del Benessere), era diventato la prima forza politica del paese con il 21%. Per molti mesi si tentò di governare senza di esso, poi nel giugno 1996 il Refah aveva ottenuto nelle elezioni suppletive un forte successo raggiungendo il 33,5%, sicché nel luglio era stato necessario chiamare il suo leader Necmettin Erbakan a dirigere un governo di coalizione in cui era vice primo ministro l’ex premier Tansu Ciller (che si era dovuta dimettere per gravi accuse di corruzione). Meno di un anno dopo la pressione dei militari e una sentenza della Corte suprema (anche in Turchia non al di sopra di ogni sospetto…) costringevano Erbakan alle dimissioni.

Chi credeva di aver risolto il problema dichiarando illegittimo quel partito, ora ha avuto quel che si merita. Il partito dell’ultimo primo ministro “laico” Bulent Ecevit non ha raggiunto neppure l’1%! È stato il discredito del vecchio ceto politico la molla che ha portato al terremoto elettorale attuale. Ma rivela che si è trattato di un voto contro tutto l’esistente, non di un voto di conservazione. E questo creerà problemi di ogni genere a tutti, a partire dallo stesso Erdogan.

Ci sono molti precedenti: i partiti islamici creati artificialmente in molti paesi con i generosi contributi del regime feudale saudita – soprattutto in Marocco e Tunisina - si sono rivoltati contro i loro finanziatori al momento dell’aggressione all’Iraq del 1991, assumendo caratteristiche radicali assolutamente in contrasto con lo scopo per cui erano stati finanziati, ma rispondenti alle aspirazioni della base che avevano conquistato. Anche gli integralisti palestinesi erano stati appoggiati direttamente dall’Arabia Saudita e favoriti da Israele contro l’OLP a Gaza, ma sono sfuggiti presto di mano agli apprendisti stregoni.

Lasciamo da parte il caso dell’Algeria, di cui vale la pena di parlare più ampiamente in altra sede, se non per ricordare quanto è stato folle e gravido di terribili conseguenze il colpo di Stato militare che rese nullo il primo turno delle elezioni del dicembre 1991 sospendendo il secondo per timore di un forte successo degli islamici (allora relativamente moderati), il cui incarceramento ha poi lasciato il campo alle più pericolose e folli tendenze estremiste. Lo ricordiamo perché l’intervento dei militari fu giustificato anche da gran parte della sinistra europea, compresi alcuni sofisticati intellettuali del manifesto… Speriamo che a nessuno venga la stessa tentazione in Turchia.

Su “Liberazione” del 6 novembre Dino Frisullo, che della Turchia, delle sue carceri e dei suoi militari ha fatto dura esperienza sulla sua pelle, dà per scontato che anche Erdogan farà la guerra. Ha del tutto ragione nel ricordare i precedenti del 1997, quando il governo “islamico” del Refah tolse molte castagne dal fuoco alle altre forze politiche, e prima di essere gettato via consolidò l’alleanza strategica con Israele (bella coerenza per tutti e due gli integralismi, quello sionista ed ebraico da una parte, quello islamico dall’altra!), continuò a massacrare i curdi, ecc., fino a quando, esaurito il suo sporco compito, fu tolto di mezzo.

Per giunta, anche se dispone di una maggioranza schiacciante, al partito di Erdogan mancano sempre 4 seggi a quella maggioranza di due terzi indispensabile per modificare la costituzione. Dovrà dunque dipendere dal consenso dei kemalisti di Deniz Baykal, e soprattutto da quello delle forze armate. Ma da qui a essere sicuri che i milioni di persone che hanno votato per il cambiamento – sia pure attraverso simboli mistificanti - accettino di partecipare a una guerra contro l’Islam come quella dei crociati fondamentalisti di Bush e Cheney, ce ne passa.

Nell’ultimo anno e mezzo in Turchia si sono avute clamorose manifestazioni antiamericane spontanee negli stadi, con Slogan a favore di Bin Laden e contro Israele. Probabilmente gran parte di quelli che manifestavano in quel modo hanno contribuito ora al successo di Erdogan. Gli sarà consentito di muoversi in modo totalmente opposto alle loro aspirazioni?

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