Contributo
al dibattito su “Guerra, terrorismo, non
violenza”
Il
dibattito che si è svolto il 28 novembre nel
circolo del PRC di Brindisi tra me, Angelo Leo e
Michele De Palma, ha appassionato i compagni, ma
ha rischiato di inasprirsi perché la scarsità
del tempo (dovevamo partire sia io sia Michele)
impediva di sviluppare adeguatamente gli
argomenti, che venivano così spesso fraintesi.
Giusta è stata quindi la decisione di
riprenderlo con più tempo e prepararlo con
testi scritti. Questo è dunque il mio
contributo.
La frase di Michele che ha suscitato le reazioni
più appassionate (e un po’ scandalizzate) mie
e di qualche compagno del circolo, è stata
quella sull’impossibilità di vittoria
per una lotta armata (sia essa di
palestinesi, dei curdi o degli iracheni) nelle
condizioni attuali di estrema “asimmetria”
tra la forza preponderante dell’imperialismo
statunitense e degli imperialismi europei che
sia pur recalcitrando - lo fiancheggiano.
Dato che ero stato frainteso quando avevo detto
che mi sembrava analoga agli argomenti della
socialdemocrazia tedesca quando censurò
l’ultimo scritto di Engels, (sembrava un
insulto ma non lo era, o non voleva esserlo,
dato che la socialdemocrazia tedesca era molto
più a sinistra, più marxista e più
rivoluzionaria nel 1895 di gran parte della
stessa sinistra italiana di oggi), rinunciai a
rispondere ancora su questo terreno, limitandomi
a leggere questi versi di Bertolt Brecht.
Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l’Armada salpando,
le navi che tornarono
le si poté contare.
Fu così un giorno un uomo sull’inaccessibile
vetta
e giunse così una nave alla fine
dell’infinito mare.
Oh bello lo scuoter del capo su verità
incontestabili!
Oh il coraggioso medico che cura
l’ammalato senza speranza!
Ma d’ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!
da Bertolt Brecht, Lode del dubbio
Non era una fuga nella letteratura, ma un
argomento a mio parere essenziale (non a caso
ogni anno distribuisco questa poesia ai miei
studenti). Il nemico più grande di ogni
progetto di trasformazione del mondo è il
fatalismo, è la parola “impossibile”.
Le difficoltà di un processo di pace sono
tremende, le avevamo discusse insieme e ci
eravamo trovati d’accordo: strapotere militare
dell’imperialismo e del suo principale alleato
nell’area, lo Stato di Israele, uso scandaloso
dei media a danno di chi lotta per la sua libertà,
e a vantaggio degli oppressori, ecc. Non era
questa la questione, dunque.
Casomai c’era una preoccupazione per un uso
onnicomprensivo della parola “terrorismo”,
sia nei confronti di azioni innegabilmente
terroristiche perché rivolte deliberatamente
contro civili (come le auto bomba alle sinagoghe
di Istanbul, o alcune delle azioni suicide in
supermercati o discoteche di Tel Aviv o
Gerusalemme) e altre che sono azioni militari
contro un esercito occupante con tutti i mezzi
disponibili, compreso l’attacco alla caserma
di Nassiriya, dove abbiamo poi saputo che la
bandiera dei carabinieri “umanitari” era
decorata con l’emblema della RSI... Mi ha
sorpreso che per certi aspetti perfino D’Alema
si sia collocato per un giorno più a sinistra
di molti nostri compagni ammettendo che molti
atti non dipendono da motivazioni religiose o
etniche e che in realtà è la radicalizzazione
dello scontro ad allargare la disponibilità
alla lotta armata antiamericana di migliaia e
migliaia di persone che non erano prima
disponibili ad appoggiare Bin Laden...
A volte queste azioni armate coinvolgono anche
dei civili, ma sono “danni collaterali”
imprevisti, esattamente come quelli provocati
dalle bombe degli invasori se e quando sono
dirette a obiettivi veramente militari (e lo
sono raramente). Distinguere tra 250 kg di
esplosivo contenuti in una bomba sganciata da un
aereo o collocati in un’autobomba mi sembra
sbagliato (casomai la differenza c’è perché
chi sgancia la bomba da un aereo non rischia
nulla, e chi la porta in un’auto ha la quasi
certezza di morire anche se non ha scelto
deliberatamente il suicidio).
Già ricordare questo ci ha fatto bollare da
Michele De Palma come “sostenitori del
terrorismo di Hamas”, di cui nessuno di noi
aveva parlato. Se avessi avuto il tempo di
rispondere, casomai avrei precisato che anche
del vero “terrorismo” vanno spiegate le
ragioni: non per appoggiarlo ma appunto per
“spiegarlo”, fuori del coro demonizzante che
parla di barbarie congenita attribuita a una
vocazione dell’Islam, o riunisce in un unico
progetto diabolico di Al Qaeda le più diverse
manifestazioni, compresa la lotta nazionale del
popolo ceceno iniziata nel 1770 e mai del tutto
piegata. Il terrorismo non è mai “autogenerato”:
basta ricordare che per lunghi periodi, ad
esempio durante la prima fase della prima e
della seconda Intifada e nella prima fase
successiva alle grandi speranze suscitate dagli
Accordi di Oslo, Hamas e Jihad avevano
rinunciato a queste azioni, che sono
ricominciate come risposta agli assassinii
mirati, ai bombardamenti indiscriminati, alla
sistematica violazione di quei pur modestissimi
e insufficienti accordi.
Questo non vuol dire “appoggiare” o
“giustificare il terrorismo”, ma
semplicemente sottrarsi a un isterismo che a
volte ha contagiato anche alcuni giornalisti di
“Liberazione”, contro i quali protestò
sdegnata una compagna esemplare per esperienza
di vita e lucidità come Marisa Musu, che alla
causa palestinese aveva dedicato gli ultimi anni
della sua esistenza.
Non di questo tuttavia parlavamo, ma del fatto
che colpire obiettivi statunitensi, italiani,
ecc., è non solo legittimo, ma necessario per
indurre gli invasori a più miti consigli.
Casomai qualcuno di noi ha ricordato
l’esperienza algerina, e la risposta “dateci
i vostri aerei e carri armati, e vi daremo le
borse esplosive” data a chi si scandalizzava
per le ragazze algerine che, vestite
all’europea, portavano la morte nei bar dei
francesi per rispondere colpo su colpo ai
massacri nella Casbah. Lo abbiamo ricordato per
sottolineare che in certe fasi, le
risposte da dare agli oppressori sono quelle che
si hanno a disposizione (come fu fatto anche in
via Rasella, non dimentichiamo). E l’abbiamo
ricordato per sottolineare che poi, con una
combinazione di lotta armata (con le armi
disponibili e non con quelle desiderabili) e di
lotta di massa, compreso lo sciopero generale,
si può vincere (mentre lo sciopero generale da
solo non basta , come ha ricostruito
magnificamente Gillo Pontecorvo nella La
battaglia di Algeri). Mentre da tempo
immemorabile c’è chi dice che vincere non si
può, come faceva il PCF, che poi votava i
crediti di guerra ai torturatori di Massu.
Ma io, che in quella serata l’ho appena
accennato, aggiungo che non abbiamo il diritto
di decidere al posto di altri le forme di lotta
che gli oppressi ritengono di dover utilizzare.
La maggior parte delle forme di lotta efficaci
hanno aspetti orribili: ne aveva piena
consapevolezza lo stesso Lenin quando affrontava
il dilagare della “guerra partigiana” negli
anni del riflusso della rivoluzione del 1905. In
uno scritto del 1906 egli osservava che
le forme di lotta devono essere scelte in base
alla loro efficacia anche per l’educazione
delle masse, e non per “ragioni di
principio”. Se volete, riprenderò
l’argomento in un’altra occasione. Se è
legittimo dichiararsi “non leninisti” come
fa Michele, meno logico è farlo senza aver
letto Lenin come il 90% dei militanti del nostro
partito.
E a questo proposito ritorno su un altro
argomento sfiorato in quel dibattito brindisino:
mi va bene se i palestinesi impegnati nella
lotta decidono tra loro democraticamente, sulla
base di un’analisi concreta degli effetti, di
mettere al bando certe forme di lotta perché
facilitano il compattamento della popolazione
israeliana intorno ai criminali che dirigono il
loro paese, ma non mi va bene che al posto loro
lo facciamo noi, per presunte “ragioni di
principio”.
Gli stessi attacchi alla popolazione civile
israeliana entro i confini del 1948 (non a
quella delle colonie, che può essere equiparata
a una forza militare di occupazione, sia perché
tutti sono armatissimi fin dall’infanzia, sia
per i frequenti attacchi criminali a ogni
palestinese che si trovi a portata), potrebbero
essere messi al bando dai palestinesi (e
ne sarei felice), ma non possono tuttavia
essere considerati frutto di scelte irrazionali
e folli (anche se chi li compie è mosso spesso
da una tremenda disperazione e cerca di
rispondere senza troppo riflettere a chi ha
ucciso i suoi cari) bensì di una valutazione
politica, affine a quella degli algerini tra il
1956 e il 1962: bisogna che gli israeliani
sappiano che non possono vivere tranquilli sulla
terra che hanno usurpato nonostante la loro
enorme supremazia militare, bisogna che
capiscano che non ci sarà nessuna “misura di
sicurezza” che possa fermare gli attentati.
Per fermare la spirale di morte è necessaria la
prospettiva di una pace giusta basata sul
riconoscimento dei diritti calpestati dei
palestinesi, e sulla restituzione di quanto è
stato strappato con la violenza delle armi nel
1967.
Il nostro partito non è abituato a discutere
molto i problemi teorici: basti pensare alle
improvvisazioni sull’Impero che avrebbe reso
“superato il concetto di imperialismo”,
praticamente imposte a quella parte della
maggioranza che non le condivideva ma le ha
dovute accettare per non mescolarsi con chi
prendeva a pretesto quel dibattito per
ostacolare la “svolta” iniziata con la
caduta del governo Prodi e sancita dal congresso
(salvo dimenticarsene poi per strada...). Oggi
quella discussione è semplicemente sparita
sotto le verifiche dell’esperienza di questi
anni in Afghanistan e Iraq...
E allora vengo alla questione
dell’impossibilità di liberarsi con una lotta
armata data la sproporzione di forze. Ho rivisto
la citazione di Engels che avevo fatto a memoria
(a distanza di molti anni dall’ultima
rilettura) e penso che sia utile metterla a
disposizione dei compagni sia per chiarire che
non volevo certo usare il termine
“socialdemocratico” per insultare Michele,
sia per fornire un esempio di una metodologia
materialista.
Il testo di Friederich Engels è l’Introduzione
alla prima ristampa di “Le lotte di classe in
Francia dal 1848 al 1850” di K. Marx, ed
è del 1895. Era stato pubblicato, prima che in
volume, sull’organo centrale della
socialdemocrazia “Vorwärts!”. Engels
si era infuriato, anche con il suo amico Kautsky,
per le censure che il suo testo aveva subito,
lamentando che gli avevano “fatto un brutto
scherzo”, perché il redattore aveva
“estratto tutto ciò che poteva servirgli in
difesa della tattica ad ogni costo pacifica e
contraria alla violenza, che gli fa comodo
predicare da un po’ di tempo, soprattutto ora
che a Berlino si preparano le leggi eccezionali.
Ma io raccomando questa tattica solo per la Germania
d’oggi, e anche qui con riserve di
carattere essenziale. In Francia, Belgio,
Italia e Austria non è possibile seguire questa
tattica nella sua interezza e in Germania può
diventare inadatta domani” (I brani delle
lettere sono tratti dalla nota introduttiva di
Luciano Gruppi a Marx-Engels, Opere scelte,
Editori Riuniti, Roma, 1966, pp. 1255-1956,
mentre i brani che seguono sono tratti dallo
stesso volume, alle pp. 1270-1271). Come vedete,
ancora una volta risulta che per il marxismo la
scelta delle forme di lotta è “tattica”,
cioè legata alle circostanze concrete di un
determinato paese e momento storico.
Nel testo, di una ventina di pagine, Engels
mette a punto i cambiamenti intercorsi nei
trent’anni successivi alla pubblicazione di
quello straordinario scritto di Marx, comprese
le innovazioni negli armamenti. Scegliamo un
solo brano, molto significativo, riportando poi
il periodo successivo amputato dagli ideologi
della “non violenza ad ogni costo” e “per
principio”. A questo pensavo quando,
ricordandolo, ho offeso involontariamente
Michele De Palma, che invece ha tutto il diritto
di essere non solo “non leninista”, ma anche
“non marxista”, cioè non materialista, ma
non deve irritarsi se uno glielo fa rilevare.
Ecco il passo in questione:
“Ma da quel tempo si sono verificati
moltissimi altri cambiamenti, e tutti a favore
dell’esercito. Se le grandi città sono
diventate notevolmente più grandi, gli eserciti
si sono accresciuti ancora di più. Parigi e
Berlino non si sono quadruplicate dal 1849 ad
oggi, ma le loro guarnigioni si sono più che
quadruplicate. Per mezzo delle ferrovie queste
guarnigioni possono più che raddoppiarsi in
ventiquattr’ore, e in quarantott’ore possono
diventare eserciti giganteschi. L’armamento di
questa massa di soldati enormemente accresciuta
è diventato incomparabilmente più efficace.
Nel 1848 il fucile non rigato a percussione;
oggi il fucile a ripetizione di piccolo calibro,
che tira quattro volte più lontano ed è dieci
volte più preciso e dieci volte più rapido.
Allora le palle massicce e gli obici
dell’artiglieria scarsamente efficaci, oggi le
granate a percussione, di cui una basta per
mandare all’aria la migliore barricata. Allora
il piccone del genio per far breccia nei muri
divisori, oggi le cartucce di dinamite.”
Come vedete, nessun abbellimento della realtà,
nessun trionfalismo, nessuna illusione sulle
possibilità di facile vittoria, ma
un’attenzione alle difficoltà (d’altra
parte lo scritto non si sofferma solo sui
mutamenti intercorsi nelle tecniche militari, ma
anche e soprattutto sulle esperienze politiche
successive al 1848, non ultima la Comune). E
l’analisi delle difficoltà degli insorti è
spietata.
“Dal lato degli insorti, al contrario, tutte
le condizioni sono diventate peggiori. Una
insurrezione che attiri le simpatie di tutti gli
strati popolari è difficile che si riproduca;
nella lotta di classe non avverrà infatti mai
che tutti gli strati medi si raggruppino in modo
così esclusivo attorno al proletariato da far
quasi scomparire il partito della reazione
raccolto intorno alla borghesia. Il “popolo”
apparirà quindi sempre diviso, e verrà perciò
a mancare una leva potente che fu tanto efficace
nel 1848. Se è vero che dalla parte degli
insorti vi sarà un maggior numero di uomini che
hanno compiuto il servizio militare, tanto più
difficile sarà però il loro armamento. I
fucili da caccia e di lusso degli armaioli
se pure la polizia non li avrà resi
precedentemente inservibili asportando un pezzo
dell’otturatore anche in una lotta a
piccola distanza non reggono assolutamente al
confronto coi fucili a ripetizione
dell’esercito. Fino al 1848 ci si poteva
fabbricare da sé con polvere e piombo le
necessarie munizioni; oggi la cartuccia è
diversa per ogni fucile, e tutte si assomigliano
solo per essere un complicato prodotto della
grande industria, e quindi impossibile a
improvvisarsi, di modo che la maggior parte
delle armi sono inservibili se non si posseggono
le munizioni adatte ad esse. Ed infine i nuovi
quartieri delle grandi città, costruiti dopo il
1848, a vie lunghe, diritte e larghe, sembrano
fatti apposta per l’azione dei nuovi cannoni e
dei nuovi fucili. Sarebbe pazzo il
rivoluzionario che scegliesse di sua volontà i
nuovi distretti operai del nord e dell’est di
Berlino per una lotta di barricate”.
Questo brano appariva una condanna
inequivocabile di quello che fino a qual momento
era stato considerato un dovere del movimento
operaio: la preparazione di una risposta a un
tentativo di Colpo di Stato reazionario. Le
proteste di Engels vennero ignorate e solo molti
decenni dopo furono trovate le lettere in cui
denunciava il “brutto scherzo” e poi il
testo originale con le parti tagliate dai
redattori fu pubblicato (ma solo nel 1932,
quando la maggior parte dei danni derivanti
dall’attribuzione a Engels di un ruolo di
predicatore della “non violenza” erano stati
fatti). Va detto che ciò non aveva impedito il
successo della rivoluzione russa, di quella
tedesca e di quella austro-ungarica (queste due
poi inviate presto in un binario cieco dalle
socialdemocrazie egemoni in quei paesi)...
Ma vediamo il passo successivo, la cui
amputazione cambiava del tutto il significato
dell’analisi puntuale e realistica fatta da
Engels sulle nuove difficoltà che il
proletariato doveva affrontare.
“Vuol dire ciò che nell’avvenire la
lotta di strada non avrà più nessuna funzione?
Assolutamente no. Vuol dire soltanto che dal
1848 le condizioni sono diventate molto più
sfavorevoli ai combattenti civili, e molto più
favorevoli all’esercito. Una futura lotta di
strada potrà dunque essere vittoriosa soltanto
se questa situazione sfavorevole verrà
compensata da altri fattori. Essa si produrrà
perciò più raramente all’inizio di una
grande rivoluzione che nel corso ulteriore di
essa, e dovrà essere impegnata con forze molto
più grandi. Ma allora queste, com’è già
avvenuto nel corso della grande Rivoluzione
francese, e poi il 4 settembre e il 31 ottobre a
Parigi, preferiranno l’attacco aperto alla
tattica passiva delle barricate”.
Il 4 settembre allude all’insurrezione
di Parigi del 1870, e il 31 ottobre a un altro
episodio della rivoluzione francese del
1870-1871 culminata nella Comune. Ma come
abbiamo già accennato, gli episodi in cui la
lotta rivoluzionaria assume anche
caratteristiche di lotta armata nonostante la
sproporzione iniziale delle forze sono molti,
prima e dopo questo scritto di Engels (basti
pensare alla battaglia di Santa Clara del
dicembre 1958 in cui Guevara con poche centinaia
di uomini armati alla meglio sconfisse
ovviamente grazie all’appoggio della
popolazione - oltre 5.000 militari di
Batista forniti perfino di un treno blindato).
Ma lasciamo questo discorso, che serve solo a
escludere l’argomento dell’impossibilità
di una vittoria contro forze preponderanti. Quanto
alla conseguenza dell’aver scelto “per
principio” la via pacifica, prescindendo
dalle contraddizioni di classe che
rendevano inevitabile lo scontro, e hanno quindi
lasciato all’avversario la scelta dei tempi e
dei modi con cui sferrare l’attacco a
masse enormi, entusiaste e impreparate, di
esempi ce ne sono moltissimi, ma basta
ricordarsi almeno delle tragedia che hanno
colpito nel 1965 l’Indonesia e nel 1973 il
Cile (in entrambi i casi con partiti comunisti
che dal governo seminavano fiducia negli
eserciti e consideravano estremista ogni
iniziativa per fronteggiare il Golpe imminente).
Altre cose dette da Michele De Palma non
varrebbero neppure la pena di essere confutate:
ad esempio il richiamo alla fine dell’URSS
dovuta alla eccessive spese militari. Su questo
ho scritto diversi libri, anche e soprattutto prima
del crollo dell’URSS, in cui sostenevo
l’insensatezza di una competizione su un
terreno dannoso per l’URSS e utile per gli
Stati Uniti. Ma che c’entra? Riguardava una competizione
tra Stati, uno imperialista e l’altro
mostruosamente burocratizzato e diretto negli
ultimi decenni prima di Gorbaciov (che ne
raccolse l’eredità senza avere la capacità
di concepire un’alternativa) da una
gerontocrazia ottusa. Tuttavia Michele ha un
attenuante: dopo che il problema dello
stalinismo era stato enunciato in modo positivo
anche se insufficiente a Livorno nel 2001 e poi
nelle Tesi dell’ultimo congresso, la
riflessione su di esso e sulla sua eredità non
è andata avanti, cosicché nel partito ci sono
ancora non pochi “giustificazionisti” che
difendono anche l’indifendibile delle
esperienze del “socialismo reale”
(appiattendole in una visione a-storica che
richiamandosi alla rivoluzione d’ottobre
finisce per avallare o banalizzare la tragedia
dell’involuzione successiva), ma anche molti
che con la stessa superficialità e lo stesso
metodo a-storico proiettano l’ombra del Gulag
e delle foibe sulla rivoluzione e sullo stesso
pensiero materialista.
Il vero problema centrale che Michele pone è
comunque un altro: palestinesi, iracheni, curdi,
ceceni, ecc. devono e possono rinunciare alla
lotta armata? E che dovrebbero fare allora,
porgere l’altra guancia agli oppressori o
appellarsi a Madre Teresa di Calcutta?
Un’altra strana argomentazione riguarda
l’atteggiamento defilato della Francia
rispetto al conflitto, che Michele ha attribuito
a una forte pressione popolare: falso, per tutto
il primo periodo le manifestazioni popolari
contro la guerra in Francia e in Germania sono
state di gran lunga meno numerose di quelle
svoltesi in Italia, Spagna e Gran Bretagna,
proprio perché l’atteggiamento dei governi
francese e tedesco venivano scambiati per
genuini, mentre corrispondevano a ben altre
ragioni: in entrambi i casi a tensioni e
concorrenza interimperialista, e in Germania
anche a esigenze tattiche della SPD nei
confronti della PDS (che aveva condiviso le
scelte antioperaie della socialdemocrazia ma
nella prima fase si presentava come decisamente
ostile alla guerra, e che in effetti in questo
clima ha perso voti ed è stata cancellata dal
parlamento). La Francia è d’altra parte, in
continuità con la tradizione gollista,
interessata a un forte esercito europeo, che
alimenti la sua industria bellica anziché
andare a beneficio di quella statunitense:
Quanto alle cause delle molte sconfitte della
rivoluzione palestinese, mi era capitato di rado
di sentire un argomento così aberrante come
quello portato da De Palma, che la attribuisce
alla scelta della lotta armata. Casomai si deve
alla opportunistica decisione dell’OLP di
Arafat (nel 1970 in Giordania e nel 1975-1976
nel Libano) di “non interferire nelle vicende
interne di quei paesi”, in cui invece i
palestinesi finirono ugualmente per essere
coinvolti, ma alle condizioni e nei tempi scelti
dal nemico. Se si fosse usato questo criterio
della non ingerenza negli affari di altri Stati,
i garibaldini e lo stesso Piemonte non avrebbero
portato a termine l’Unità d’Italia. Anche
su questo ho scritto diversi libri, e curato la
pubblicazione di quelli di altri autori, arabi e
israeliani, che mi piacerebbe fossero discussi
invece di essere ignorati da compagni che poi
finiscono per ripetere le argomentazioni del
“buon senso comune” alimentate dai mass
media.
Mi sembra poi che il compagno De Palma
sottovaluti l’effetto su una possibile
conclusione positiva di questa guerra (anche nel
senso di una dissuasione nei confronti di chi
prepara nuovi attacchi ad altri “Stati
canaglia”) del moltiplicarsi
dell’insicurezza dei militari USA, britannici
e italiani, sotto i colpi di una guerriglia
ancora disorganizzata ma già efficace. E mi
dispiace scoprire che parecchi altri dirigenti
del PRC la pensano come lui, e hanno subito le
pressioni del clima di isterismo nazionalista
scatenato dopo Nassiriya partecipando - senza
potersi dissociare visibilmente - a varie
iniziative discutibili: i funerali di Stato
degli “eroi di Nassiriya” (altra cosa
sarebbe stata una visita a tutte le famiglie dei
caduti); le iniziative confederali “contro il
terrorismo” a cui partecipavano i due poli...
Ma questa è un’altra questione, che forse non
dipende tanto da un’analisi sbagliata della
situazione, quanto dalla decisione di approdare
comunque, a ogni costo, a un’intesa
politica nazionale con un centro sinistra che su
questo terreno ha dato non solo l’ennesima
prova di complicità con il governo, ma che ha
molti suoi esponenti da tempo organicamente
legati all’imperialismo italiano.
7/12/2003