Questa
ricostruzione sommaria permette di dire che, se esisteva
nell’antichità un popolo ebraico, quello descritto
dall’Antico Testamento, esso è praticamente sparito
nel corso dei secoli successivi, mentre la religione
ebraica ha assorbito per ragioni diverse molti strati di
altra origine dediti al commercio. La pretesa dei
sionisti di “ritornare nella loro terra ereditata dai
padri” è dunque basata su un mito infondato. La
maggior parte di essi non discende affatto da quei
“padri”. Paradossalmente, è molto probabile -
viceversa - che una parte degli attuali palestinesi
siano discendenti proprio degli ebrei convertiti
all’islam nel corso dei secoli.
Altri
miti: l’identificazione tra ebraismo e sionismo.
I
mass media influenzati dai sionisti tendono a creare
un’identificazione totale tra “ebraismo” e
“sionismo”. Vedremo che essa è storicamente
infondata, per molte ragioni, e che ancora oggi molti
ebrei si oppongono al sionismo, il quale è
semplicemente una proposta politica specifica, rimasta
tra l’altro minoritaria perfino in gran parte delle
comunità ebraiche europee fino a quando l’avvento del
nazismo l’ha resa più credibile e trasformata in una
specie di zattera di salvataggio.
Vediamo
su quali argomenti si basa questa identificazione.
Gli
ebrei –
si dice - per secoli hanno pregato e hanno ripetuto:
“l’anno prossimo a Gerusalemme”. È vero, ma
in realtà la maggior parte di essi, se si spostavano
dal paese in cui vivevano, raramente cercavano
Gerusalemme. In genere, si trattava dell’auspicio di
un “ritorno” (che per molti - abbiamo visto - non lo
era affatto) in una terra mitica “di latte e miele”,
in un regno di pace e di giustizia, che sarebbe stato
realizzato dal messia delle profezie: un sogno
millenaristico, che trovò in varie epoche profeti e
“falsi messia” che tentarono di realizzarlo, su un
terreno puramente religioso; ma non era un concreto
progetto politico. Il sionismo, senza alcun fondamento,
si presenta come il coronamento di quel sogno.
Nel
corso dei secoli, per ragioni diverse, alcuni uomini
politici hanno proposto l’immigrazione degli ebrei in
Palestina, sempre senza successo. Alla metà del secolo
XVI vi aveva provato José Nassi, un ebreo portoghese
sfuggito alle persecuzioni e alle conversioni forzate
rifugiandosi alla corte di Istambul, e diventato duca di
Naxos e signore di Tiberiade; ma gli ebrei a cui offriva
rifugio preferivano andare a Istambul, Smirne,
Salonicco, Alessandria, non nella misera Tiberiade o in
una Gerusalemme in cui la comunità ebraica era ridotta
a poche centinaia di pii rabbini, che facevano
discussioni interminabili, ed erano giunti lì
soprattutto perché volevano essere sepolti in quella
terra. Anche Napoleone, quando dall’Egitto giunse in
Palestina, fece un appello agli ebrei europei perché vi
si recassero: anticipava così il progetto sionista,
sperando di costituire una base d’appoggio per la
penetrazione francese; ma rimase inascoltato, e vedremo
perché.
Come,
dove e perché nasce il sionismo? Il sionismo nasce
negli ultimi decenni del XIX secolo nelle grandi comunità
ebraiche annesse all’impero russo dopo la spartizione
della Polonia. La funzione tradizionale (e scomoda) di
mercanti e intermediari tra proprietari terrieri e
contadini si era esaurita con l’abolizione della
servitù della gleba e l’introduzione accelerata del
capitalismo. Il sionismo nasce come risposta alle
persecuzioni e ai massacri (i pogrom) organizzati dalla
polizia zarista, che considera gli ebrei in blocco
rivoluzionari e al tempo stesso li addita ai
sottoproletari incolti come sfruttatori e nemici. In
realtà, rivoluzionari sono diventati alcuni giovani,
che hanno rotto con il loro ambiente, la famiglia, la
religione, diventando gli “ebrei non ebrei”, come
Marx, Rosa Luxemburg, Trotskij. Il sionismo inizia come
progetto culturale e diventa poipolitico quando
l’antisemitismo promosso da settori reazionari del
potere si estende dalla Russia alla Germania,
all’Austria e perfino alla Francia con il famoso
processo Dreyfus. Il fondatore del “sionismo
politico”, Theodor Herzl, propone di cercare una
“terra senza un popolo” in cui costruire uno Stato
ebraico e in cui rifugiarsi per sfuggire alle
persecuzioni. Pensa dapprima all’Uganda,
all’Argentina o all’Uruguay, ma alla fine il
progetto si trasforma e viene motivato con il
“ritorno” in Palestina, la “Terra d’Israele”
promessa da Dio al suo popolo. Come gli altri paesi
prescelti, non si tratta di “una terra senza un
popolo”; ma questo non conta, anzi. Herzl offre il suo
progetto a diversi sovrani (dall’imperatore di
Germania allo zar, allo stesso Vittorio Emanuele III),
ma alla fine trova un punto di intesa con la Gran
Bretagna: “saremo un baluardo dell’Europa contro la
barbarie asiatica, dichiara, cioè contro i popoli
coloniali. Herzl inoltre chiede appoggio per il proprio
progetto, specialmente ai ministri antisemiti dello zar,
come Witte e von Plehve, mettendo in evidenza che loro
avrebbero il vantaggio di liberarsi degli odiati ebrei,
aiutandoli a farsi una patria ben lontano. È evidente
che il sionismo non era un movimento di liberazione, ma
era anzi strettamente collegato al progetto coloniale
che si affermava in tutta l’Europa negli ultimi
decenni del secolo XIX e alla vigilia della Grande
Guerra. Herzl discusse il suo progetto col grande
razzista britannico Cecil Rhodes, di cui fu amico ed
estimatore, e il suo successore Weizman lo concretizzò,
smettendo di cercare aiuto indistintamente presso tutti
i sovrani, compreso il sultano di Costantinopoli, e
puntando decisamente su una stretta alleanza con
l’imperialismo britannico.
1.
Comunque la maggioranza degli ebrei europei e
la quasi totalità di quelli del mondo arabo-islamico
rimasero contrari o indifferenti al sionismo, fino a
quando l’arrivo al potere di Hitler con un programma
ferocemente antisemita cambiò la situazione, almeno in
Europa. Ci sono molti elementi che lo confermano: ad
esempio, nelle numerose elezioni tenutesi in Polonia tra
il 1918 e il 1939 i voti della consistente comunità
ebraica si divisero tra comunisti, socialisti e Bund
(“Lega”, un’organizzazione legata alla
socialdemocraziae che difendeva i diritti culturali ed
economici della popolazione di origine ebraica, ma era
contraria al progetto di emigrazione dei sionisti),
mentre i partiti sionisti restavano nettamente
minoritari.
2.
Ancora più significativo è il dato delle
correnti migratorie nei primi cinquanta anni dopo
l’esplosione dell’antisemitismo: tra il 1881 e
il 1929 (la prima data è quella dei primi pogrom, la
seconda quella della crisi mondiale del capitalismo e
quindi dell’inizio della “resistibile ascesa” di
Hitler), 3.975.000 ebrei lasciarono le tradizionali zone
di concentrazione tra Polonia, Russia, Romania, ecc. Di
essi 2.885.000 hanno scelto gli Stati Uniti, 210.000
l’Inghilterra, 180.000 l’Argentina, 125.000 il
Canada, e così via, ma solo 120.000 hanno accolto la
proposta sionista andando in Palestina (e molti non
hanno retto più di un anno in quella terra inospitale,
che aveva già un popolo che vi risiedeva e non voleva
esserne cacciato, e si sono quindi spostati verso altri
paesi). Si trattava dunque di un’emigrazione non
diversa da quella di italiani, spagnoli, irlandesi, e
con forti motivazioni economiche, anche se era stata
accelerata dall’intolleranza e dalle persecuzioni.
3.
Successivamente i rapporti privilegiati con il
colonialismo britannico faciliteranno questa
immigrazione in Palestina: durante la prima guerra
mondiale lord Rotschild ottiene dal ministro degli
Esteri britannico Balfour la famosa dichiarazione che
promette un “focolare ebraico in Palestina”, sia
pure con il “rispetto delle minoranze”. Ma i
palestinesi non erano una minoranza bensì la stragrande
maggioranza degli abitanti, e la Palestina promessa ai
sionisti apparteneva ancora all’impero ottomano. Una
promessa senza fondamento giuridico, quindi.
4.
Sarà l’ascesa e poi l’avvento del
nazismo, che coincide non a caso con la grande crisi
economica, a sospingere un maggior numero di ebrei verso
la Palestina, sia perché più gravemente
minacciati, sia perché l’enorme disoccupazione fa
chiudere le porte dell’immigrazione negli Stati Uniti
e in altri paesi. Questa nuova immigrazione comprende
anche ebrei tedeschi ricchi (prima il loro sionismo
consisteva nel pagare il viaggio in Palestina a quelli
poveri), che acquistano terre e imprese di trasporti,
allontanando i palestinesi che vi lavoravano. La rivolta
araba del 1936-1939 protesta contro le autorità
britanniche, ma anche contro questa conquista economica
del paese, e chiede il blocco dell’immigrazione
ebraica. Essa viene repressa congiuntamente dalla
polizia britannica e dalle milizie sioniste. È questo
che scava un solco definitivo tra le due comunità e
innesca quello che stupidamente viene chiamato dai
mass-media “l’odio millenario” tra arabi ed ebrei.
In realtà, fino a quel momento, in Palestina e in tutto
il mondo arabo, i rapporti erano in genere di amichevole
convivenza.
5.
Dopo la rivolta palestinese, i britannici,
che devono fare i conti con una forte componente araba o
comunque islamica nelle loro colonie e protettorati, nel
1939 pongono limitazioni all’immigrazione sionista.
Una parte del movimento sionista, guidato da
Jabotinskij, Shamir, Begin e a cui si riallaccia poi
Sharon, stringe rapporti con Mussolini, che ne ospita un
congresso in Italia e addestra militarmente gli
ufficiali della futura marina israeliana. Alcuni
esponenti, durante la guerra, cercarono contatti persino
con i nazisti (in Ungheria), proponendo uno scambio tra
l’emigrazione in Palestina della locale comunità
ebraica e una grossa fornitura di automezzi militari. La
destra sionista comincia a combattere i britannici
(anche in piena guerra), con un feroce terrorismo che fa
molte vittime anche palestinesi ed ebree, ad esempio
facendo saltare in aria nel 1946 l’hotel King David a
Gerusalemme (anche l’ambasciata britannica a Roma
viene demolita da un terribileattentato). La stessa
maggioranza laburista è ormai in rottura con i
britannici e punta sull’imperialismo USA, ma ha anche
uno strano alleato: il Sudafrica razzista, sul cui
territorio verrà allestita l’aviazione sionista, che
interverrà con forze preponderanti nella guerra del
1948-1949. D’altra parte, anche i paesi del blocco
sovietico forniscono armi all’esercito sionista,
illudendosi di approfittare delle tensioni con la Gran
Bretagna.
Miti
e realtà sulla formazione dello Stato di israele.
Un
luogo comune diffusissimo è che il conflitto sarebbe
diventato insanabile perché “i palestinesi hanno
rifiutato una ragionevole spartizione proposta
dall’ONU nel 1947”. Si tratta di una tesi che
non si regge, basata su falsi e forzature. Esaminiamoli.
1.
La divisione era ingiusta: i sionisti nel
1947 erano ancora circa un terzo degli abitanti, ma
veniva assegnato loro il 56 % del territorio (con una
forte minoranza palestinese incorporata), mentre la
grande maggioranza dei palestinesi dovevano
accontentarsi di un’area frammentata che copriva circa
il 40 % del paese; Gerusalemme doveva restare “zona
internazionale” sotto controllo dell’ONU. Era
comprensibile rifiutare questo piano, che calpestava i
diritti dei due terzi degli abitanti. Ma vediamo chi lo
ha rifiutato.
2.
Non potevano farlo i palestinesi, che dopo
trent’anni di occupazione britannica e la feroce
repressione del 1936-1939 non avevano una rappresentanza
democraticamente eletta. Il rifiuto venne dai regimi
arabi adiacenti, tutti asserviti all’imperialismo
britannico: in Giordania, in Iraq, in Egitto, per
non parlare dell’Arabia Saudita, c’erano sovrani
feudali sotto tutela britannica, e con eserciti diretti
da ufficiali inglesi. La Gran Bretagna era interessata a
scatenare un conflitto tra arabi ed ebrei, che forniva
un buon diversivo ai corrotti sovrani su cui si
appoggiava in quell’area. D’altra parte, il metodo
era costante: si pensi al conflitto sanguinoso tra
musulmani e indù innescato per tentare di mantenere il
controllo sul subcontinente indiano.
3.
Ma i sionisti, oltre a vincere la guerra
grazie a una netta supremazia militare sia sul piano
dell’addestramento sia su quello dello stesso
armamento (supremazia che hanno sempre cercato di
occultare presentandosi come David contro Golia), realizzarono
i loro fini occupando un’area molto più ampia di
quella assegnata loro dall’ONU, proprio grazie
all’accordo segreto con uno di quei sovrani feudali,
Abdallah di Transgiordania, che consentì la spartizione
definitiva lungo i confini rimasti in vigore fino al
1967. In questo modo i palestinesi rimasti fuori da
Israele finirono sotto una tutela a loro sgradita. La
loro percentuale nello Stato di Israele, in origine
vicina al 50%, fu drasticamente ridotta cacciandoli con
il terrore e le minacce. I profughi finirono in
Cisgiordania e in altri Stati arabi, ammucchiati in
miseri campi. Il conte Bernadotte, il rappresentante
dell’ONU che aveva proposto tra le condizioni di pace
il ritorno dei palestinesi, fu assassinato da un
commando sionista.
4.
Se già nel 1948-1949 sul piano militare non era
Israele ad essere la parte più debole, nelle guerre
successive il rapporto divenne ancor più squilibrato. Nel
1956 l’aggressione israeliana all’Egitto, in
appoggio alle forze di invasione colonialiste
franco-britanniche che rifiutavano la nazionalizzazione
della Compagnia del Canale di Suez, fu all’origine
della cacciata degli ebrei dai paesi arabi. In Iraq,
dove la maggioranza della ben inserita comunità ebraica
- la più antica della diaspora - non voleva partire,
una serie di provocazioni e alcune bombe messe nelle
sinagoghe da agenti israeliani accelerarono l’esodo,
di cui il regime reazionario di Bagdad approfittò per
incamerare le proprietà di chi partiva (come i sionisti
si erano impossessati di terre e case dei palestinesi
cacciati).
5.
Quanto alla cosiddetta “aggressione araba”
del 1967, si tratta di una leggenda senza fondamento:
i regimi arabi, a partire da quello egiziano, facevano
dichiarazioni infiammate in difesa dei palestinesi, ma
non si erano preparati affatto alla guerra, che durò
solo sei giorni proprio perché l’aviazione egiziana,
siriana e degli altri paesi fu distrutta negli aeroporti
senza neppure riuscire a decollare. Fu quella guerra,
condotta a tradimento (e presentata in tutto il mondo
come difensiva), che portò all’occupazione della
Cisgiordania e della striscia di Gaza, creando le basi
delle tragedie successive, compresa quella odierna.
6.
Da allora è sempre stato negato il diritto a
ritornare a chi era nato in Palestina e ne era stato
cacciato, mentre lo Stato di Israele ha continuato a
incoraggiare le conversioni, per compensare la
scarsa affluenza dalle più grandi comunità ebraiche,
soprattutto degli Stati Uniti. Un caso limite è quello
della comunità neoebraica sorta spontaneamente tra i
contadinicristiani di San Nicandro Garganico negli anni
Trenta, spinti poi ad emigrare in Israele negli anni
Cinquanta, senza che avessero la più lontana ascendenza
ebraica (ma servivano braccia…). Anche una parte
cospicua degli immigrati provenienti dall’URSS negli
anni Settanta e Ottanta non avevano una sicura
ascendenza ebraica, e volevano solo sfuggire alla crisi
del loro paese.

Origine,
ascesa e declino dell’OLP
.
Fino
al 1967 i palestinesi non avevano avuto una
rappresentanza autonoma, ed erano oppressi sia da
Israele, sia dai regimi arabi, che ne assumevano per
esigenze interne una poco efficace difesa,
prevalentemente verbale. Formalmente l’OLP
(Organizzazione di Liberazione della Palestina) era
stata costituita nel 1964, ma era un organismo
burocratico - creato soprattutto dall’Egitto - alla
cui testa era stato collocato Ahmed al-Shuqeiri, un
personaggio senza credibilità, che non esitava a
riprendere vecchi argomenti della propaganda antisemita
fascista. È proprio dopo la penosa sconfitta dei paesi
arabi nella guerra del 1967 che emerge al Fatah, guidata
già allora da Yasser Arafat. Il suo nucleo centrale si
era formato al Cairo nel 1957, sotto l’impressione
della sconfitta militare egiziana (il successo iniziale
di Israele era stato però fermato dalla resistenza
delle masse egiziane, e dall’intervento politico
dell’URSS e degli Stati Uniti). Peserà anche molto
l’esempio della lotta armata algerina, iniziata subito
dopo la sconfitta francese a Dien Bien Phu nel Vietnam.
Al Fatah conquista un grande prestigio con qualche
azione di guerriglia fin dal 1965 (in particolare il
sabotaggio degli impianti israeliani per la deviazione
delle acque del Giordano), e poi nel 1968 con la
battaglia di Karameh, che ferma una colonna israeliana
entrata in Giordania, e rappresenta l’unica azione
militare vittoriosa realizzata dagli arabi in quella
fase.
Conquistata
la direzione dell’OLP, Arafat cerca di coinvolgere
altre organizzazioni, come il Fronte Popolare di
Liberazione della Palestina di George Habbash (FPLP o più
brevemente FP) e il Fronte Democratico Popolare di
Liberazione della Palestina di Nayef Hawatmeh (FDPLP o
FD), entrambi laici e di tendenza più o meno marxista.
Il rapporto sarà sempre difficile, con frequenti
rotture e nuove convergenze; le divergenze sono sulle
tattiche di lotta, ma anche sulla necessità di
sottrarre i palestinesi alla tutela dei regimi
reazionari arabi. L’OLP si trasforma presto in un
grosso apparato statale senza uno Stato, e ha quindi
sempre più bisogno di contributi da parte dei paesi
della Lega Araba, soprattutto dell’Egitto, dell’Iraq
e
dell’Arabia Saudita.
In questo contesto i contributi dei palestinesi della
diaspora, alcuni dei quali hanno raggiunto posizioni di
rilievo soprattutto nei paesi del Golfo, diventano
determinanti non solo per la sopravvivenza
dell'apparato, ma anche per l'accettazione da parte
dell'OLP delle pressioni dei paesi arabi"
Così,
per non irritare i regimi che finanziano il costoso
apparato, la maggioranza dell’OLP guidata da Arafat
teorizza la “non ingerenza” negli affari interni
dei paesi arabi che, oltre ad essere in stridente
contraddizione con le diffuse aspirazioni all’unità
araba, è praticamente impossibile, soprattutto in
Giordania, dove i palestinesi sono la maggioranza della
popolazione e influenzano inoltre i settori giordani più
avanzati, mentre il re Hussein (nipote di
quell’Abdallah che era stato scelto dagli inglesi) si
appoggia solo sulle armatissime tribù beduine, come lui
fatte venire dal cuore dell’Arabia saudita.
Il
risultato è che i palestinesi vengono ugualmente
coinvolti nei conflitti interni, risolti da Hussein
facendo bombardare i quartieri poveri di Amman nel
settembre 1970 (la risposta palestinese, tardiva ed
esasperata, sarà l’ondata di terrorismo in tutti i
paesi che hanno protetto Hussein, e prenderà il nome di
“settembre nero”).
La
stessa situazione si riproporrà nel fragile Libano,
dominato da uno strato reazionario e filoimperialista,
che ha chiesto aiuto alla flotta e ai paracadutisti
degli Stati Uniti nel 1958 (quando una sollevazione
popolare aveva spazzato via il sovrano filobritannico
dell’Iraq, e la rivoluzione araba sembrava dilagare
ovunque). Israele prepara pazientemente una rete di
notabili al suo servizio e, nel 1978, in concomitanza
con le trattative di pace con l’Egitto, creerà un
sedicente “Libano Libero”, affidato alle feroci
milizie del maggiore Haddad, un disertore libanese
armato e stipendiato dal governo di Tel Aviv. La zona
occupata da Haddad e dagli israeliani arriva al fiume
Litani, ricco di acque che vengono dirottate verso la
parte settentrionale di Israele, che è al contrario
piuttosto arida.
La
propaganda sionista e reazionaria ripete che Arafat
è un terrorista e un estremista. È semplicemente
assurdo: all’inizio della sua attività politica,
Arafat ha scelto la lotta armata perché non aveva altra
scelta, e perché aveva di fronte a sé l’esempio di
come i sionisti si erano impossessati della sua terra,
con la lotta armata e un terrorismo spietato verso le
truppe di occupazione britanniche, i palestinesi, e
anche tra le stesse formazioni sioniste concorrenti. Ma
ha scelto poi la strada della trattativa, della ricerca
di un’intesa anche attraverso un compromesso, al punto
di provocare lacerazioni tra gli stessi palestinesi.
Arafat può essere definito “un terrorista” come lo
è stato Nelson Mandela nei ventisette anni detenzione,
fino al giorno in cui la classe dominante bianca ha
dovuto tirarlo fuori dalla prigione e chiedergli di
tenere a bada le masse africane (rimaste prive del
potere economico, proprio grazie alla buona disponibilità
di Mandela e degli altri dirigenti neri dell’ANC
all’accordo e alla coesistenza basata sullo status
quo).
Per
questo gli israeliani, che lo attaccano sui mass media
istericamente, hanno evitato di ucciderlo, pur avendo i
mezzi per farlo, come hanno fatto con tanti suoi
collaboratori. Lo hanno fatto nel 1983 con Issam Sartawi
(che era per giunta un uomo che cercava l’intesa con
le componenti più ragionevoli della società
israeliana), nel 1988 con Abu Jihad, e con moltissimi
altri, anche in questa fase; ma hanno evitato di
ucciderlo sapendo che, morto Arafat, anche le masse
palestinesi più moderate esploderebbero in una rivolta
esasperata e distruttiva.
Arafat
è responsabile dell’integralismo islamico? In un
certo senso sì, ma non in quello riproposto
sistematicamente dai mass media. L’integralismo
islamico si è sviluppato nella società palestinese,
che era la più laica di tutto il mondo arabo, come
reazione alle sconfitte subite per effetto della linea
troppo conciliante dell’OLP controllata da Arafat, che
aveva rinunciato molto presto alla lotta armata,
ricercando una soluzione diplomatica e illudendosi che
questa si potesse ottenere solo grazie alle pressioni
dei regimi arabi filoimperialisti (Egitto, Arabia
Saudita e la stessa Iraq prima della Guerra del Golfo,
che la trasformò in “nemico assoluto”). È
sintomatico che, quando si è sviluppato,
l’integralismo islamico ha potuto realizzare
un’alleanza con il FP e il FD, le due organizzazioni
di sinistra, laiche e con leader che, oltre ad essere
marxisti, sono anche di origine cristiana. La sua
crescita era legata alla necessità di continuare la
resistenza, che Arafat manteneva a parole ma di fatto
bloccava per non urtare i suoi protettori legati agli
Stati Uniti.
D’altra
parte, i sionisti non hanno il diritto di parlare
dell’integralismo islamico, per molte ragioni. Oggi,
per loro, l’integralismo è un grosso problema, che
non sanno come affrontare e con cui è difficile una
trattativa, ma per anni lo hanno incoraggiato -
soprattutto nella striscia di Gaza - per dare fastidi
all’OLP, il cui laicismo e non confessionalismo creava
problemi a Israele, Stato confessionale e integralista.
Nella direzione dell’OLP ci sono infatti musulmani,
cristiani, marxisti, anche ebrei come Ilan Halevy. Per
la stessa ragione, gli israeliani hanno puntato da
sempre alla decomposizione del Libano che - sia pure in
una forma un po’ macchinosa, escogitata dalla Francia
quando aveva creato questo paese staccandolo dalla Siria
dopo la prima guerra mondiale, con un mandato della
Società delle Nazioni (ma in realtà in base alla
spartizione del Medio Oriente con la Gran Bretagna
sancita dagli accordi Sykes-Picot) - aveva una
Costituzione che assicurava la collaborazione tra
cristiani maroniti e ortodossi, musulmani sciiti e
sunniti, drusi, ecc. Per Israele, l’uno e l’altro
caso facevano scandalo e potevano dare un “cattivo
esempio” alle minoranze non ebraiche prive di diritti.
Abbiamo
definito Israele “Stato confessionale e
integralista”. Va detto che una risoluzione
dell’assemblea generale dell’ONU del 10 novembre
1975, basandosi sulla legislazione e la pratica dei
governi sionisti, sugli stretti rapporti con il
Sudafrica dell’Apartheid e sulle analogie tra i due
sistemi di dominazione, ha definito il sionismo “una
forma di razzismo e di discriminazione razziale”.
Naturalmente
questa è una delle tante risoluzioni dell’ONU rimaste
senza conseguenze. Non era mai stato seriamente imposto
a Israele di attenersi alla spartizione decisa con la
risoluzione n. 181 del 1947, ingiusta ma che le
assegnava “solo” il 54 % della Palestina, mentre se
ne era presa l’80% fino al 1967 e poi tutta, più
alcuni pezzi di territorio strappati al Libano e alla
Siria. Mai si è tentato di tradurre in pratica la
risoluzione n.242 del 22 novembre 1967, che chiedeva il
ritiro dai Territori Occupati, ecc.
Privo
di conseguenze pratiche anche l’invito ad Arafat a
parlare all’assemblea generale dell’ONU il 13
novembre 1974: l’effetto psicologico fu grande, perché
Arafat aprì il suo discorso dicendo: “porto in una
mano un ramo d’ulivo, e nell’altra il mio fucile di
combattente. Non fate che il ramo d’ulivo cada dalla
mia mano”. Egli presentò inoltre il progetto
dell’OLP di “uno Stato democratico in cui cristiani,
ebrei e mussulmani vivano in giustizia, uguaglianza e
fraternità”, un progetto che, pur riducendo il
problema etnico a quello religioso, aveva una notevole
forza morale, ma senza risultati concreti, nonostante di
fatto Arafat avesse fatto cadere dalla sua mano non
l’ulivo ma il fucile.
A
quel risultato si era arrivati dopo la guerra
arabo-israeliana dell’ottobre 1973, l’unica
effettivamente scatenata per iniziativa dei paesi arabi,
che colsero di sorpresa Israele, mettendola in difficoltà
(fu salvata soltanto da un massiccio aiuto degli Stati
Uniti). Anche l’avvio di una riduzione della
produzione di petrolio aveva messo in difficoltà i
paesi capitalistici, soprattutto perché coincideva con
una recessione economica di notevole portata.
Ma
quella guerra, che fu definita “di
regolamentazione”, venne usata dall’Egitto per
preparare una pace separata. Il successivo viaggio di
Sadat a Gerusalemme nel novembre 1977, e poi gli accordi
di Camp David del settembre 1978, furono salutati come
un passo verso una soluzione generale del problema del
popolo palestinese, che fu invece abbandonato
dall’Egitto, mentre Israele, garantito sul fianco Sud,
poteva cominciare la penetrazione e poi il tentativo di
conquista del Libano per cacciare anche da quel paese i
palestinesi.
Alcune
voci, dalla sinistra marxista palestinese, avevano
denunciato quella manovra, ma senza successo. I regimi
arabi avevano dato all’OLP un premio di consolazione,
riconoscendola nel vertice di Algeri del 27 novembre
1973 “unica rappresentante del popolo palestinese”,
con una formulazione più che discutibile, perché in
realtà molte organizzazioni rimanevano al di fuori
dell’OLP e i criteri di formazione del gruppo
dirigente erano sempre meno democratici, basati sulla
cooptazione senza nessuna elezione dei rappresentanti
dei gruppi che accettavano la linea di Arafat.
Paradossalmente l’OLP veniva riconosciuta “unica
rappresentante” proprio quando non lo era più.
Anche
la Siria, che pure criticava duramente l’opportunismo
egiziano, già delineatosi subito dopo la guerra del
1973, approfittò della situazione per impossessarsi
nell’aprile 1976 del Libano, dove rimane tuttora. La
Siria tra l’altro puntellò le forze della destra
falangista (armate e istruite da Israele), che stavano
soccombendo nella guerra civile, di fronte a una
coalizione tra palestinesi e progressisti libanesi. In
quella fase i falangisti furono lasciati liberi di
assediare per 52 giorni il campo profughi di Tel
al-Zaatar, dove massacrarono sotto gli occhi della Croce
rossa internazionale 6.000 palestinesi, tra cui
moltissimi bambini, donne, vecchi inermi. Lo stesso
Sharon ammise poi la partecipazione di ufficiali
israeliani a quell’eccidio. Ma la Siria fu complice
della strage.
La
tragedia si compirà nel 1982, con l’invasione
israeliana e il nuovo feroce massacro compiuto dalle
milizie falangiste al servizio e sotto la diretta e
personale protezione di Sharon (ma con l’avallo
dell’intero governo Begin) nei campi di Sabra e
Chatila. Durante l’invasione del Libano le milizie
palestinesi, a differenza dell’esercito regolare
libanese, infliggono forti perdite agli israeliani, ma
l’abbandono del campo da parte di Arafat innesca una
guerra civile tra i palestinesi. Contro Arafat si
schierano sia le formazioni filosiriane, sia una parte
di al Fatah.
Inoltre,
una volta scacciati anche dal Libano, come nel 1970
dalla Giordania, i palestinesi non hanno più un
territorio da cui possano colpire lo Stato di Israele
con vere e proprie azioni militari. Sono per giunta
sempre vessati dai regimi arabi, che li ospitano, ma che
spesso costituiscono per i loro fini piccoli gruppi in
polemica con l’OLP (in primo luogo la Siria, ma anche
la Libia). Non possono quindi più decidere se scegliere
di far cadere il ramo d’ulivo o il fucile. Rimane solo
la possibilità di azione diplomatica, ma non hanno più
i mezzi per imporla. Continueranno, sospinti dall’URSS
- a cui si sono allineati totalmente anche i due gruppi
marxisti - a chiedere vanamente una conferenza
internazionale. Sotto la pressione della direzione
sovietica, FP e FD accettano di rientrare a pieno titolo
nell’OLP, nel CNP di Algeri dell’aprile 1987,
lasciando carta bianca ad Arafat che, pure, aveva
tentato un assurdo accordo con re Hussein (il boia di
Amman) e che subito dopo riprende i contatti con
l’Egitto, il quale ha riconosciuto Israele, senza una
discussione preliminare in seno al massimo organismo
dell’OLP. Una scelta che mette in difficoltà sia il
FP e il FD, sia il PCP (il piccolo Partito comunista
palestinese), che era stato accolto nel CNP per far
piacere a Mosca, sia pure con una rappresentanza di
appena la metà di quella assegnata a una frazione
integralista islamica.
Negli
anni tra il 1982 e il 1987 la soluzione della questione
palestinese appare in ogni caso sempre più lontana.
Molti commentatori parlano apertamente di
“armenizzazione”, alludendo alle vicende del popolo
armeno al quale, dopo i massacri operati dalla Turchia
durante e dopo la prima guerra mondiale, non è rimasta
altra risorsa se non quella di sporadici ricorsi ad
attentati alle sedi diplomatiche turche in molti paesi,
senza che nessuno se ne preoccupi troppo.
Ma
nel dicembre 1987 esplode improvvisamente
l’Intifada, la grande rivolta degli abitanti dei
Territori occupati (letteralmente il termine vuol dire:
“scuotersi di dosso” o “sollevazione”),
innescata da una provocazione di un colono sionista che
ha investito e ucciso con un autocarro quattro
lavoratori palestinesi del campo profughi di Jabaliya.
Coglie di sorpresa gli israeliani, ma anche i dirigenti
dell’OLP. È guidata da una rappresentanza locale che
non risponde direttamente all’OLP, anche se non le si
contrappone. L’Intifada attacca l’esercito di
occupazione con pietre e disobbedienza di massa, il
boicottaggio di prodotti israeliani, il rifiuto di
pagare le tasse, molti scioperi (tra cui uno commerciale
protratto per ben due mesi). Ad alimentarla è una nuova
generazione, in gran parte nata dopo l’occupazione del
1967, che rifiuta l’attendismo di Arafat e organizza
la popolazione in forma democratica, con un ruolo
inedito e di grande rilievo delle donne. Le più giovani
partecipano agli attacchi con le pietre, o deridono e
insultano i soldati; le altre organizzano orti, forni e
altre attività che assicurano la sussistenza della
popolazione, assediata dalle truppe nei villaggi, senza
rifornimenti e senza potersi spostare (per lunghi
periodi anche i lavoratori pendolari non possono più
raggiungere i posti di lavoro in Israele).
L’Intifada
era stata preparata sia da un gran numero di iniziative
spontanee (tra l’aprile 1986 e il maggio 1987 si erano
registrati ben 3.150 incidenti nei Territori, che
andavano dal lancio di sassi contro i blocchi stradali
dell’esercito ad attacchi con esplosivi o armi da
fuoco), sia sul terreno politico, con una serie di
interventi che criticavano il carattere disperato (per
la netta sproporzione dell’armamento delle due parti)
di molte azioni violente spontanee e proponevano la
rinuncia alle armi, cioè una specie di “non violenza
tattica” che mettesse a nudo la brutalità degli
occupanti e aprisse contraddizioni all’interno della
popolazione e degli stessi militari israeliani,
togliendo ad essi la giustificazione di combattere per
salvarsi da un nuovo “olocausto”. Effettivamente
molti soldati, dopo avere ubbidito agli ordini di
sparare o spezzare le braccia ai giovanissimi che
lanciavano pietre, dovettero ricorrere a cure
psichiatriche, mentre una minoranza rifiutò di
partecipare alle azioni nei Territori, pur accettando di
prestare servizio all’interno di Israele, come altri
nel 1982 avevano rifiutato di combattere nel Libano,
preferendo il carcere alla partecipazione a una guerra
non difensiva.
L’Intifada
si è protratta per molti anni, almeno fino alla Guerra
del Golfo, con varia intensità e moltissime vittime:
nei primi tre anni sono morti 900 palestinesi,
assassinati dai militari occupanti o dagli armatissimi
coloni oltranzisti. Il 25% dei caduti era sotto i 16
anni; sull’altro fronte, nello stesso periodo, si
registrano una sessantina di morti tra militari e civili
israeliani (tra cui 16 occupanti dell’autobus Tel
Aviv-Gerusalemme, fatto precipitare in una scarpata da
un palestinese di Gaza, che ha inaugurato la serie degli
attentati suicidi nel luglio 1989).
Molte
delle vittime israeliane sono cadute sotto i colpi della
cosiddetta “Intifada dei coltelli”, consistente in
gesti disperati di giovani palestinesi che - soprattutto
nell’ultima fase di frustrazione per la mancanza di
risultati visibili - si impossessavano di un coltello in
una macelleria e colpivano a caso i presenti, per
vendicare amici o parenti uccisi. Inoltre, sono state
eseguite sommarie condanne a morte nei confronti di
circa 350 palestinesi collaborazionisti, o sospettati di
esserlo. Molte decine di migliaia di palestinesi sono
stati arrestati e detenuti senza processo; oltre 1.400
case sono state demolite, per rappresaglia contro la
partecipazione di un abitante a una sassaiola; 85.000
alberi - in gran parte ulivi - sono stati sradicati.
Ma
i risultati ci sono stati. Israele è stata gravemente
screditata e costretta a non partecipare alla Guerra del
Golfo, per non provocare reazioni troppo forti tra la
popolazione dei paesi arabi, i cui governi hanno
partecipato alla squallida impresa in cambio della
cancellazione del debito o di concessioni di aiuti di
vario genere.
Da
quella guerra lo Stato di Israele è uscito indebolito.
Il suo punto di forza, già dal progetto iniziale di
Herzl, era presentarsi come “baluardo” dei paesi
imperialisti in quell’area, contro la rivoluzione
araba. Ma da chi avrebbe dovuto salvare l’Occidente,
dopo che tutti i paesi arabi hanno partecipato alla
crociata contro l’Iraq? Rimaneva certo una lobby
israeliana negli USA - composta anche da non ebrei e
perfino da convinti antisemiti - molto importante nelle
scadenze elettorali di quel paese, ma il suo peso
politico era comunque ridimensionato.
È
questo che ha consentito agli Stati Uniti di esercitare
una pressione sui governi israeliani, imponendo
l’apertura della trattativa culminata nei cosiddetti accordi
di Oslo, che non hanno portato a una vera pace ma
hanno obbligato Israele a fare alcune concessioni
(accettate dall’OLP, ma inaccettabili per il popolo
palestinese e, al tempo stesso, sgradite agli
oltranzisti israeliani, che hanno lavorato per
dilazionarne l'attuazione).
Scheda:
Gli
“accordi di pace” da Madrid a Camp David
.
Negli
ultimi dieci anni gli Stati Uniti, insieme ai paesi
imperialisti europei, hanno più volte cercato di far
giungere a un accordo Israele e i palestinesi. Alla
fine della guerra del Golfo (nell’ottobre del 1991),
sotto gli auspici degli Usa e dell’Unione Sovietica,
ancora per poco guidata da Gorbaciov, si apre a Madrid
con grande clamore coreografico una conferenza di
pace. Il tentativo è quello di spingere i palestinesi
a firmare comunque un accordo, anche molto
insoddisfacente, vista la debolezza della leadership
di Arafat. Ma questa conferenza, pur avendo il titolo
ambizioso di “pace
in cambio di territori”, nasce già morta a causa
dell’accettazione del diktat israeliano di non
ammettere la presenza di una delegazione palestinese.
Arafat ne resta escluso. Abdel Shafi e Hanna Ashrawi
vengono inseriti nella delegazione giordana.
Mentre a
Madrid si consumava il fallimento della
conferenza ufficiale, le trattative segrete tra Arafat
e Peres spianavano la strada agli accordi. Le sessioni
segrete di colloqui si svolsero ad Oslo e in poco meno
di due anni portarono alla stretta di mano fra Rabin,
diventato capo del governo israeliano nel 1992, Peres
e Arafat, sul prato della Casa Bianca il 13 settembre
del 1993.
Gli
accordi cosiddetti di Oslo, però, creeranno più
problemi di quanti non ne volessero risolvere. Nella
“Dichiarazione di principi” sull’autogoverno
palestinese tutti i veri nodi (colonie, liberazione
dei detenuti politici palestinesi, gestione delle
risorse d’acqua, confini del futuro Stato
palestinese) vengono rinviati a colloqui
“definitivi”, di cui non viene mai indicata la
data.
Nel
1994 due nuove sessioni di accordi (Parigi e Il
Cairo), tentano di trovare dei modi di applicazione
della dichiarazione di principi del 1993. Sempre nello
stesso anno, la Giordania firma il primo accordo
economico “ufficiale” con Israele, dopo decenni di
accordi sottobanco.
In
questo contesto di sostanziale fallimento, riemerge
ancora più rafforzata l’ala islamica del movimento
palestinese – Jihad e Hamas - grazie al fatto che
Arafat accetta il ruolo assegnatogli da Israele:
quello del “poliziotto di Gaza” Sono gli anni
delle grandi retate fatte dalla polizia palestinese
contro chiunque si opponeva agli accordi, con
l’alibi della lotta all’integralismo islamico.
Nonostante tutto ciò, nel settembre 1995 Rabin e
Arafat firmano a Washington dei nuovi accordi (Oslo
II) che concedono ad Arafat e all’ANP (Autorità
Nazionale Palestinese) l’amministrazione su una
parte minima della Cisgiordania. Accordi particolari
nel 1997 riguardano la città di Hebron, dove oltre
20.000 palestinesi sono ostaggi di 400 coloni
oltranzisti. Questi accordi dividono in tre zone la
città, trasformando la zona antica (palestinese) nei
fatti in un ghetto.
Ancora
nel 1998(accordi di Wye River) il ridispiegamento, non
ritiro, dell’esercito israeliano dalle zone A, sotto
controllo palestinese, viene rinviato continuamente.
Ad Arafat viene chiesto di accrescere la repressione,
in cambio di un 1% della Cisgiordania.
Nel
1999 (un anno prima dello scoppio della rivolta) i
nuovi accordi di Sharm el Sheik “ridefiniscono” il
calendario di Wye River, giungendo alla conclusione
che il ridispiegamento dovrà avvenire non oltre il 13
settembre 2000. Questa data, come le altre stabilite,
non sarà rispettata, provocando frustrazioni e la
fine dell’entusiasmo che aveva salutato le prime
notizie delle intese raggiunte a Oslo.
(Scheda
a cura di Cinzia Nachira)
La
guerra del Golfo ha comunque peggiorato ancor più la
condizione dei palestinesi. Non è vero che Arafat
avrebbe sostenuto il suo vecchio protettore, Saddam
Hussein (che era stato utilizzato d’altra parte fino a
pochi anni prima dagli Stati Uniti e dai regimi
reazionari del Golfo contro la rivoluzione iraniana, e a
cui era stato perdonato il massacro di curdi e sciiti);
tuttavia, ha effettivamente cercato, non meno
dell’URSS, un’impossibile mediazione per evitare il
conflitto. In realtà, sono stati i palestinesi dei
Territori occupati e quelli dei campi, frustrati dal
mancato sbocco positivo dell’Intifada, a esultareper i
modesti e imprecisi missili iracheni che passavano sulle
loro teste, e a pagare per questo un prezzo altissimo.
Ancora più pesanti le ripercussioni sui palestinesi che
lavoravano – spesso con incarichi qualificati e ben
retribuiti– nei paesi del Golfo, che sono stati quasi
tutti licenziati ed espulsi, facendo così mancare le
loro importanti rimesse ai familiari e alla stessa OLP.
Dopo
la guerra del Golfo l’Intifada conosce molte difficoltà
e un sostanziale declino; aumenta il peso
dell’integralismo islamico, ma è anche frequente il
ritorno a gesti disperati di terrorismo individuale, tra
cui gli attentati suicidi.
È
questo contesto che va tenuto presente per capire e non
demonizzare il terrorismo che dilaga nei momenti di
sconfitta e di frustrazione. Il primo elemento che
va tenuto presente è che il terrorismo palestinese è
frutto quasi sempre della disperazione, mentre si trova
di fronte un terrorismo di Stato che, ad esempio,
pratica sistematicamente massicce rappresaglie su
familiari o concittadini sicuramente innocenti come
ritorsione al gesto di una singola persona. Il fatto che
si usino cannoni, aerei ed elicotteri o missili invece
di un candelotto di dinamite non toglie certo
responsabilità, anzi le aggrava. Lo Stato di Israele ha
più volte abbattuto o dirottato aerei in tempo di pace,
ha perfino attaccato nel 1967 la nave spia statunitense
Liberty, fingendo di credere che fosse egiziana,
provocando 34 morti e 75 feriti e danneggiandola
gravemente per impedire che controllasse i suoi
movimenti. L’alleanza non era evidentemente ancora
consolidata, ma già era tale che gli Stati Uniti
finsero di credere alle scuse dell’aviazione
israeliana; solo quest’anno si è ammesso che in realtà
erano consapevoli, e preferirono tacere.
Fin
dal 1948 Israele ha praticato la distruzione di interi
villaggi, uccidendo una parte della popolazione e
mettendo in fuga con il terrore i sopravvissuti e gli
abitanti dei villaggi vicini. Il 9 aprile toccò a Deir
Yassin, con un bilancio di circa 250 morti. Altre
distruzioni “per rappresaglia” vi furono nel 1953, a
Qibya (60 morti, per reazione alla morte di tre
israeliani, uccisi non si sa da chi), mentre 500 civili
furono assassinati a freddo durante la conquista di Gaza
nel 1956, 200 a Khan Yunis e altrettanti a Rafa, e 49
contadini furono sterminati mentre tornavano dal lavoro
ignari del coprifuoco imposto da Israele a Kfar Qasim.
Queste operazioni furono compiute direttamente da
militari israeliani. Alcuni di essi furono sospesi dal
servizio quando scoppiò lo scandalo sulla stampa di Tel
Aviv, ma furono successivamente richiamati e
continuarono la propria carriera avanzando normalmente
nei gradi. Più noti i massacri che nel Libano furono
delegati ai mercenari falangisti.
In
varie occasioni furono dirottati aerei, o anche
abbattuti, nella convinzione di trovarvi dirigenti
palestinesi (come Habbash nel 1973), o generali egiziani
ritenuti particolarmente capaci. In vari periodi vi
furono assassinii di dirigenti palestinesi con pacchi
bomba o perfino telefonini bomba, o con commandos che
colpirono a Beirut o a Tunisi (dove un bombardamento del
Quartier generale palestinese provocò decine di morti
civili).
Il
terrorismo del Mossad (il servizio segreto israeliano)
ha poi colpito con particolare accanimento gli esponenti
palestinesi più impegnati nel dialogo con i pacifisti
dello Stato di Israele, a partire da Said Hammami,
rappresentante dell’OLP a Londra, assassinato il 4
gennaio 1978. Un altro diplomatico mederato, ‘Izz
al-Din Kalak, fu ucciso a Parigi il 3 agosto dello
stesso anno, e il 10 aprile 1983 fu eliminato in
Portogallo Issam Sartawi, erede di Hammami e principale
sostenitore del dialogo con i pacifisti israeliani. Al
suo posto Arafat nominò Ilan Halewy, un ebreo di
origine yemenita che dopo avere militato nel Matzpen,
l’organizzazione della sinistra rivoluzionaria di
tendenza trotskista, aveva deciso di lasciare Israele e
mettersi a disposizione dell’OLP.
Quattro
dirigenti palestinesi, d’altra parte, sono stati
assassinati anche in Italia: tra essi, già nel 1972, il
rappresentante dell’OLP a Roma Wael Zwaiter, che aveva
stabilito importanti rapporti con molti ebrei italiani.
Gli altri tre, tutti uccisi in una Roma in cui il Mossad
scorrazzava indisturbato, erano Majed Abu Sharar,
responsabile del dipartimento dell’informazione
dell’OLP (9 ottobre 1981), Kamal Hussein,
vice-responsabile dell’OLP in Italia e Nazih Maitar,
giornalista (17 giugno 1982, nei primi giorni della
guerra del Libano).
Meno
noto, ma emerso da testimonianze di protagonisti sulla
stessa stampa israeliana, è il fatto che il terrorismo
del Mossad colpì anche ebrei, per esempio a Bagdad, per
indurli a emigrare in Israele. Un altro episodio
sconcertante aveva provocato una grave crisi politica in
Israele (“l’affare Lavon”, dal nome del ministro
che risultò il mandante), quando alcuni ebrei egiziani
furono scoperti nel 1954 mentre mettevano ordigni
esplosivi in centri culturali britannici e statunitensi
al Cairo e ad Alessandria, per addossarne la
responsabilità al governo locale e preparare
psicologicamente l’opinione pubblica occidentale
all’intervento, che poi vi fu nell’ottobre-novembre
1956. Sulla grande stampa italiana e mondiale questo non
sarebbe terrorismo: esiste solo quello palestinese!
In
realtà, è proprio l’esempio del feroce ma efficace
terrorismo con cui i sionisti hanno conquistato il loro
Stato, e poi lo hanno consolidato, che ha spinto chi è
esasperato da tante sconfitte e da tanti lutti a cercare
questa strada.
Il
terrorismo palestinese di oggi è tuttavia condannato
dalla direzione dell’OLP e forse da una parte notevole
della stessa popolazione, che ne subisce le conseguenze,
con i bombardamenti, le distruzioni di case, ecc. Ed è
tanto più assurdo - oltre che immorale e giustamente
paragonato ai metodi dei nazisti - il metodo della
rappresaglia sulla popolazione civile sicuramente
innocente, dal momento che è evidentemente inefficace
come deterrente. Chi, spinto dalla disperazione e dalla
rabbia per le ingiustizie subite, è pronto ad
allacciarsi una cintura di esplosivo alla vita per
morire insieme ai propri nemici (come fece Sansone con
tutti i filistei) non può certo essere fermato
dall’esempio delle rappresaglie che hanno seguito gli
attentati precedenti edè anzi esasperato da queste e
sospinto ancor più decisamente su questa strada, che
innesca una spirale tragica. È scandaloso che dopo ogni
attentato suicida di un integralista palestinese la
cosiddetta “opinione pubblica” occidentale condanni
chi lo ha compiuto e non chi lo ha provocato, o almeno
li metta sullo stesso piano (come fa buona parte della
stessa sinistra italiana), dimenticando che la
responsabilità degli israeliani è senza dubbio
collettiva e ben maggiore di quella di chi reagisce
individualmente ai bombardamenti e agli altri atti di
rappresaglia dell’esercito, compiuti su una
popolazione che spesso non ha nulla a che vedere con
l’integralismo e soprattutto con il singolo
“kamikaze” che si è fatto saltare in aria in un
locale pubblico o ha fatto precipitare l’autobus su
cui viaggiava in un burrone.
Scheda
:
La
seconda Intifada
.
Il
28 settembre 2000 Ariel Sharon, all’epoca leader
dell’opposizione al governo del socialdemocratico
Ehud Barak, entra, circondato dalle telecamere di
tutto il mondo e da un cordone di sicurezza imponente,
nella Spianata delle Moschee. L’operazione,
mediatica più che politica, di Sharon ha
l’obiettivo - primario in quel momento - di
sottolineare il fallimento di Barak, che nel luglio
non è riuscito ad imporre ad Arafat la resa
incondizionata.
La
reazione palestinese è scontata, la repressione
anche. Ma molte volte durante i sette anni di tregua
di Oslo si sono avuti dei momenti di tensione.
Nessuno, dentro e fuori i territori occupati, si
aspettava che da quella scintilla venisse fuori una
rivolta che, per molti aspetti, risulta essere più
imponente ed importante della prima Intifada del 1987,
anche se per altri aspetti più debole politicamente.
Il
primo fattore che emerge è che Arafat, tornato
trionfante dal rifiuto opposto a Camp David, è
costretto a cavalcare la rivolta. Il secondo elemento
di novità è l’unità dei palestinesi, non solo tra
quelli residenti a Gaza e in Cisgiordania, ma anche
con i “palestinesi israeliani (ossia rimasti
tenacemente nello Stato d’Israele, soprattutto in
Galilea, al momento della violenta espulsione degli
altri) e con quelli della diaspora (Paesi arabi, Usa
ed Europa). Il terzo fattore è l’emergere di una
leadership palestinese formatasi negli anni di tregua.
I veri dirigenti della lotta sul campo sono dirigenti
locali, in gran parte legati ad al Fatah, che di fatto
hanno costretto Arafat a non usare la polizia
palestinese contro le manifestazioni.
L’aspetto
di debolezza di questa rivolta sta nella mancanza di
un programma reale e concreto. La reazione israeliana
alla rivolta è stata bestiale: i morti dall’ottobre
2000 ad oggi sono oltre 700, i feriti non si contano
più, gli alberi sradicati dalle ruspe sono quasi
centomila, le case abbattute sono molte centinaia, il
blocco totale dei territori ha prodotto una
disoccupazione che supera il 70% a Gaza e si avvicina
al 50% in Cisgiordania.
Dopo
la prima fase di entusiasmo e mobilitazioni massicce,
il bilancio della repressione porta a una nuova
crescita degli attentati suicidi da parte di militanti
integralisti islamici, che irrigidisce la politica del
governo israeliano e rende più lontana una soluzione
politica anche parziale. Gli accordi precedenti sono
stracciati da violazioni del pur limitato territorio
assegnato all’Autorità palestinese, invaso da carri
armati, mitragliato e bombardato da elicotteri da
combattimento. Una “nuova” forma di repressione è
l’eliminazione con attacchi ad hoc di militanti e
dirigenti palestinesi. Codificata “ufficialmente”
da Sharon, divenuto capo del governo il 6 febbraio
2001, è stata una caratteristica che ha
contraddistinto anche il governo Barak. Tabhet Tabet,
noto medico di Nablus e dirigente della rivolta in
quella città, e il direttore della televisione
palestinese, assassinato in pieno giorno in un
ristorante di Gaza City, sono solo due dei quasi venti
dirigenti assassinati in questi mesi. L’obiettivo
che il governo di Sharon, ma prima ancora quello di
Barak, hanno perseguito con l’attuazione di questi
metodi terroristici è la decapitazione
dell’organizzazione che in questi mesi si sono data
i palestinesi.
Gli
integralisti islamici, nei primi mesi cruciali della
rivolta, sono rimasti di fatto ai margini. Non a caso
nei primi quattro mesi i morti israeliani sono stati
solo 50, contro 400 palestinesi. È solo nella fase
successiva che le perdite israeliane sono cresciute,
per la ripresa degli attentati suicidi.
Chi
voleva spacciare la rivolta come un colpo di coda del
“nuovo nemico islamico” è rimasto deluso.
Sicuramente, d’altronde, le migliaia di giovani che
in questi mesi hanno affrontato l’esercito
israeliano a mani nude o poco più sono gli stessi che
negli anni della delusione e frustrazione seguita ad
Oslo riempivano le moschee e rispondevano agli appelli
degli Imam.
La
rivolta del 2000 ha dimostrato che l’ascesa di
consenso - sociale prima che politico - registrata
dall’integralismo è legata alla mancanza di una
sponda politica. In questo senso i Tanzim (una
organizzazione nata nel 1995 all’interno di al
Fatah), hanno nei primi mesi ridato espressione
politica e organizzativa a ciò che covava sotto le
ceneri e che solo gli illusi pensavano potesse
spegnersi con l’acqua di nuovi accordi al ribasso.
Successivamente l’autorganizzazione si è estesa
anche alle altre forze politiche, islamici compresi,
con la creazione dei Comitati popolari presenti
capillarmente nelle città e nei villaggi.
Ogni
qualvolta Arafat ha tentato in questi undici mesi di
accettare accordi che, come di norma, prevedevano da
parte palestinese impegni sulla “sicurezza” (ossia
repressione) e da parte di Israele dichiarazioni di
buone intenzioni (nessun impegno sullo smantellamento
delle colonie, nessun impegno sui confini, ecc.), le
organizzazioni di base hanno semplicemente ignorato le
sue indicazioni. Le ritorsioni terroristiche ad atti
individuali, per quanto devastanti, hanno innescato
una spirale che non è semplicemente di “vendette
reciproche”. In questo senso l’occupazione della
Orient House e la chiusura di una decina tra uffici e
sedi umanitarie a Gerusalemme Est, insieme al
tentativo di assassinare con un missile Mustafa
Barghuti, principale leader dell’Intifada e
possibile successore di Arafat, dimostra il fatto che
Sharon e Peres (sulle cui “posizioni alternative”
abbiamo seri dubbi) puntano ancora una volta sulla
debolezza politica di Arafat.
L’entrata
dei carri armati a Jenin e l’accerchiamento di
Betlemme dimostrano che la volontà politica del
governo israeliano è quella di mettere nel modo più
brutale la parola fine non solo a questa rivolta, ma
alla “questione” palestinese. Peres (incantando
ancora una volta parte della sinistra europea) si è
affrettato a dire che non c’è in programma la
“rioccupazione” dei Territori (ma li hanno mai
abbandonati?). È chiaro che il dilagare dei carri
armati e dell’esercito a Gaza e in Cisgiordania
comporterebbe un coinvolgimento ben superiore degli
stessi soldati israeliani, che finora si sono
“limitati” a bombardamenti indiscriminati di
civili e ad “assassinii mirati” di singoli
militanti palestinesi, ma anche di bambini sopra e
sotto i dodici anni.
(Scheda
a cura di Cinzia Nachira)
Il
ruolo dell’opposizione israeliana
.
Dell’opposizione
interna a Israele si parla poco e spesso a sproposito,
ma esiste. Solo che in alcuni momenti è stata isolata
dall’opportunismo dei laburisti, che in molti periodi,
come quello attuale, non hanno esitato a collaborare a
governi di coalizione che hanno compiuto crimini
gravissimi (d’altra parte era stato lo stesso Rabin,
che dopo la sua uccisione da parte di un estremista di
destra fu esaltato in tutto il mondo come uomo di pace,
a impartire l’ordine di spezzare le ossa delle braccia
ai ragazzi palestinesi che tiravano pietre).
Ad
esempio, all’inizio della guerra del Libano Peace Now,
il famosissimo movimento pacifista egemonizzato dai
laburisti, teorizzò che non bisognava fare
manifestazioni per non indebolire lo sforzo bellico, così
le prime proteste raccolsero poche centinaia di
militanti della vera sinistra antagonista, che venivano
represse non solo dalla polizia ma dagli stessi
concittadini, che li accusavano di essere traditori e
“servi di Arafat”. Tuttavia, quando i caduti
israeliani in quella guerra cominciarono ad essere tanti
(circa 600, molti di più che in tutti gli at