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Luigi
XVI, il 14 luglio 1789, chiedeva: “Cos’è questo clamore di folla vicino al
Palazzo Reale, una rivolta?”
Duca
di Lioncourt rispondeva
più o meno con queste parole: “No, Sire, è una rivoluzione!”. |
ELOGIO DELLA
RIVOLUZIONE.
(Una risposta al
'riformismo gradualista neocentrista' dei DS, il cui ultimo preoccupante
episodio è lo squallido congresso del 16 novembre 2001. Data scelta non a caso
dalla FIOM per lo sciopero dei metalmeccanici).
L'impresa di
ricostruzione del movimento operaio dovrà partire, innanzitutto, da un'analisi
della società attuale. Siamo convinti che chiunque si dia la briga di studiare
o ristudiare Il Capitale, e non pretenda di parlarne per sentito dire o
ricorrendo a vaghi ricordi giovanili, non può che constatare non solo la
validità del metodo marxiano, ma anche la pertinenza, l'attualità di certe
descrizioni dei meccanismi e della dinamica del capitalismo. Ma lasciamo pure da
parte Marx e Il Capitale. Osserviamo semplicemente la realtà quale
appare a chi si sforzi di coglierla per quale essa è, senza lenti deformanti,
senza pregiudizi, senza intenti apologetici.
Per cominciare,
tutte le divulgazioni di economisti e di sociologi, scesi in campo
baldanzosamente per cancellare anche il ricordo delle idee socialiste e
rivoluzionarie, non servono ad annullare un dato di fatto incontestabile: la
tendenza di fondo alla concentrazione e alla centralizzazione del capitale -
industriale, finanziario e commerciale - agisce oggi assai più potentemente che
in qualsiasi epoca passata. Le grandi multinazionali rappresentano la forma
estrema di una concentrazione che comporta l'estorsione di profitti su scala
planetaria, la spoliazione dei Paesi sottosviluppati e l'imposizione a questi
Paesi di opzioni economiche dalle conseguenze letteralmente catastrofiche. Ed è
proprio nelle multinazionali che si concretizza l'interdipendenza crescente
della economia, la cui individuazione, sia detto tra parentesi, era un motivo
conduttore già nel Manifesto dei Comunisti del 1848.
Si potrebbe
discutere all'infinito sul fatto che le piccole e medie aziende non sono
scomparse e che possono conoscere, in certi periodi ed in certi settori, una
nuova crescita. Resta il fatto - tuttavia, e lo ripetiamo - che l'economia
mondiale è più che mai dominata da colossi, che alternano e combinano fusioni
e guerre di concorrenza all'ultimo sangue. E resta egualmente il fatto che,
nonostante il declino di alcuni rami tradizionali, l'industria è pur sempre
strategicamente decisiva e che l'industrializzazione dell'economia nel suo
complesso prosegue e si accresce senza tregua.
D'altra parte,
piccole e medie aziende sono spesso dipendenti dalle grandi, oppure sfruttano
interstizi che i maggiori gruppi non hanno interesse ad occupare. Senza contare
che molte piccole e medie aziende, se sono tali dal punto di vista del numero
dei dipendenti, sono caratterizzate, comunque, da un'alta intensità di
capitale. Sul piano sociale, lasciando da parte le discussioni, pur non prive di
interesse, sulla validità o meno del pronostico di Marx riguardo alla
polarizzazione crescente, ecco le constatazioni che si impongono:
1) una
piccola minoranza delle stesse classi dominanti, legata ai grandi gruppi
industriali, commerciali e finanziari, dispone di un potere economico crescente
e può mobilitare, in difesa dei propri interessi, gli apparati politici e
militari dei Paesi imperialistici;
2) se,
nel corso degli ultimi anni, si è prodotta nei Paesi più industrializzati una
contrazione quantitativa della classe operaia, in seguito alle ristrutturazioni
ed alle innovazioni tecnologiche, il numero dei lavoratori salariati è
continuato a crescere. E la distinzioni essenziale dal punto di vista di
un'analisi marxista, ricordiamolo, non è affatto quella tra operai ed impiegati
o tra lavoratori dell'industria e lavoratori del terziario, ma quella tra
salariati e non salariati. Anche accettando l'ipotesi di un'introduzione
massiccia di nuove tecnologie ed a ritmi crescenti (ma nessuno può essere
sicuro al cento per cento che sarà così), nulla autorizza una seconda ipotesi,
quella d'un deperimento decisivo del lavoro salariato nel corso dei prossimi
dieci o venti anni;
3)
nonostante le tendenze suaccennate, sia su scala mondiale, sia nella quasi
totalità dei singoli Paesi, la classe operaia è numericamente più rilevante -
intermini assoluti ed in percentuale sulla popolazione attiva - non solo
all'epoca di Marx o di Lenin, ma anche negli anni '50 e '60. Sarebbe, dunque,
arbitrario arrivare alla conclusione che viene meno la base materiale del suo
ruolo come forza motrice anticapitalistica;
4)
la frammentazione e la diluizione sociale descritte da molti autori, sono un
fenomeno reale ma sarebbe errato interpretarlo come una tendenza generale ed
irreversibile. In larga misura, si tratta di un fenomeno tipico di fasi di
ristagno prolungato e di ristrutturazioni ed innovazioni tecnologiche su vasta
scala, in un contesto di arretramento politico. Prima o poi, come è accaduto in
altre epoche, ci sarà una ricomposizione unitaria della classe operaia e dei
lavoratori più in generale. Il problema centrale è quello di delineare una
politica che la favorisca stimolando una nuova presa di coscienza a livello di
massa.
Possiamo trarre
una conclusione: lo scoppio inevitabile di nuove crisi cicliche, la ricomparsa
anche nei Paesi più industrializzati di una disoccupazione massiccia e di un
impoverimento di larghi strati della popolazione, la distruzione sempre più
catastrofica di risorse naturale, il ricorso a fonti di energia poco o niente
affatto sotto controllo e di cui nessuno può prevedere con certezza gli effetti
a medio e lungo termine, tutto ciò, lungi dal porre problemi di fronte ai quali
i marxisti e il movimento rivoluzionario debbano sentirsi teoricamente
disarmati, costituisce, in ultima analisi, una conferma della drammatica
attualità della teoria dell'alienazione.
E' partendo dai
dati che abbiamo sintetizzato che si può formulare credibilmente l'ipotesi di
una persistente vitalità e di un rilancio, al di là delle scadenze e delle
forme specifiche, di movimenti di massa antimperialistici e anticapitalistici,
come pure, l'ipotesi di nuove crisi globali - cioè non solo economiche, ma
anche sociali e politiche - delle società capitalistiche, nel corso delle
quali, i fondamenti stessi di tali società saranno rimessi in discussione. E,
ne possiamo essere certi, la critica sociologica e la riflessione teorica
ricominceranno a suonare una musica diversa da quella con cui ora ci allietano.
Per coloro che,
senza perdere la bussola dinnanzi alle vicende più recenti, cercano di leggere
la realtà e le sue tendenze dinamiche per quelle che effettivamente sono,
compito ineludibile è rilanciare l'idea stessa di rivoluzione, contrastando
l'orgia di gradualismo dalle tonalità positivistiche, di piatto
istituzionalismo e di timorato e inconsistente riformismo o pseudoriformismo,
incapace persino di difendere le acquisizioni del passato.
In fondo, è uno
straordinario paradosso che, proprio quando le società capitalistiche sono
contraddistinte da una dilagante irrazionalità e - nella logica infernale dei
loro intrinseci meccanismi - condannano alla miseria e alla fame gran parte
della popolazione del mondo, con conseguenze imprevedibili, a media o a lunga
scadenza, per le stesse isole felici del consumismo, e quando potrebbero - in
seguito ad una guerra nucleare o ad un concatenarsi di catastrofi ecologiche -
provocare la distruzione della vita sul pianeta, che proprio in tale contesto il
sistema esistente sia riabilitato nelle stesse file del movimento operaio, o
almeno accettato come la sola forma possibile di organizzazione sociale, cui non
esiste alternativa per un futuro prevedibile.
Supporre che una
società regolata da secoli da una implacabile logica interna e da una dinamica,
tutto sommato, inarrestabile, in cui il potere decisionale - non solo sul piano
politico in senso stretto, ma, più in generale, su strutture e tessuti che
determinano, in ultima analisi, le sorti dei popoli e la vita quotidiana e
l'avvenire dei singoli individui sin negli angoli più remoti - possa essere
trasformata senza rotture rivoluzionarie e con processi graduali, significa
rifiutarsi di prendere atto della realtà e cullarsi nelle illusioni (anche se
si pretende di essere realisti!).
Riflettiamo un
momento sul problema, appena richiamato, della distruzione dell'ambiente,
che non si poneva come si pone oggi non solo un secolo, ma neppure trenta o
quaranta anni fa, e che gli scienziati più competenti presentano con toni
sempre più allarmati. Non abbiamo la competenza per giudicare le varie tesi
dibattute. Ma l'ipotesi più plausibile ci sembra questa: se le tendenze già
operanti, e che non sono contrastate se non da misure ridicolmente
insufficienti, non sono capovolte: si può discutere sui ritmi, ma le sorti del
pianeta saranno, comunque, segnate. E per realizzare questo capovolgimento è
necessario realizzare una vera e propria Rivoluzione.
Poniamoci
un'altra domanda: se è vero che il corso dell'economia mondiale è determinato
sempre di più da un gruppo di potenti multinazionali che i processi di
concentrazione e centralizzazione restringono costantemente, è forse realistico
sperare che le cose cambino votando qualche legge, inefficace in partenza o
comunque destinata a restare sulla carta, favoleggiando sull'imprenditoria
"diffusa" o sulla "democratizzazione" dell'economia e magari
cercando di convincere industriali, banchieri e grossi commercianti a mutare
rotta nel loro stesso interesse? Si tratta di una speranza vana e non servono a
dimostrare il contrario le acrobazie concettuali e terminologiche cui abbiamo
assistito da decenni e che appaiono oggi, sulla base di dure e ripetute
esperienze, ancor più risibili. Il realismo ci deve insegnare che solo una rivoluzione
può mutare radicalmente l'ordine esistente delle cose.
Terzo problema -
terzo nell'elencazione e non certo per importanza - quello della liberazione
della donna. Come il movimento femminista sostiene giustamente, si tratta di
fare i conti con strutture, rapporti, concezioni e comportamenti non solo
secolari, ma addirittura millenari: su questo piano, ancor più che su tutti gli
altri, non si impone forse una rottura rivoluzionarianel senso più rigoroso
della parola?
Infine: è
possibile che le innovazioni ed i mutamenti qualitativi necessari a tutti i
livelli si realizzino nel quadro delle strutture statali e delle istituzioni
politiche esistenti? Una simile tesi è semplicemente improponibile per la
grande maggioranza dei paesi del pianeta, in cui esistono Stati ed
"istituzioni" che privano la quasi totalità della popolazione della
benchè minima possibilità di far valere i propri interessi e le proprie
aspirazioni (le cose non sono qualitativamente mutate neppure dove ci sono stati
o ci sono interludi parzialmente e precariamente democratici). Ma non è
difendibile neppure nel caso delle democrazie parlamentari o presidenziali
dell'Europa occidentale o del Nord America.
A questo
proposito, dopo tanti discorsi sul "socialismo reale" e sulle sue
mistificazioni, sarebbe ora di discorrere un pò sulle "democrazie
reali", di discorrere
anche facendo astrazione dai contenuti socioeconomici, cioè dalle condizioni
concrete che rendono intrinsecamente diseguale l'esercizio dei più elementari
diritti democratici (un "abc" che si tende oggi a dimenticare con
troppa disinvoltura, pur di fronte al quotidiano spettacolo dell'uso e abuso dei
mass media da parte di gruppi oligarchici o di singoli magnati che
sfuggono anche al più remoto controllo dei cittadini).
Per fare qualche
esempio, che dire dei processi decisionali della più potente delle democrazie
capitalistiche, gli Stati Uniti, dove gli apparati dei due partiti gemelli
operano coscientemente per ridurre il numero degli elettori allo scopo di
controllarli meglio, con il risultato che solo un terzo dei cittadini va a
votare, e dopo campagne elettorali miserande, in cui i problemi reali non
vengono neppure sfiorati; dove solo chi abbia i grandi mezzi finanziari ha
possibilità di essere eletto; dove il presidente dispone di notevoli poteri ed
è a sua volta condizionato, quando non aggirato, da poteri di fatto, da
apparati economici, politici e militari che agiscono dietro le quinte e non
rispondono a nessuno?
Che dire della
Gran Bretagne, dove un vetusto sistema elettorale consente, da un lato, di
eliminare praticamente dalla scena non solo piccole organizzazioni, ma anche
partiti con il 20-25% dei voti, e dove, dall'altro lato, un partito di minoranza
relativa (nella fattispecie quello della signora Tatcher) ha potuto governare
incontrstato per lunghi anni, conducendo, tra l'altro, una guerra nell'emisfero
opposto senza nessuna forma di consultazione popolare, o scatenando un'altra
guerra (interna) contro i sindacati, quello dei minatori in primo luogo?
E che dire della
Francia, dove un presidente eletto ogni sette anni concentra nelle proprie mani
una grande somma di poteri, il parlamento ha un ruolo assolutamente secondario e
può essere aggirato dal governo grazie ad un articolo della Costituzione che
permette l'adozione di una legge anche quando la maggioranza degli eletti vi si
opponga, e dove il sistema elettorale può ridurre ai minimi termini o
addirittura escludere formazioni con il 10%dei suffragi?
Non va
dimenticato, d'altra parte, che di questi meccanismi si sono avvalsi e si
avvalgono, senza farsi troppi scrupoli, dirigenti di quei partiti socialisti che
non perdono occasione per ergersi a paladini della democrazia. Il caso-limite è
quello di Mitterand che, dopo aver denunciato per oltre vent'anni le istituzioni
del 1958 ed il paternalismo bonapartistico di De Gaulle, una volta al potere ha
fatto impallidire il ricordo del suo predecessore sfruttando a pieno i
meccanismi autoritari della Quinta Repubblica.
La cosa è tanto
più grave in quanto nei sullodati partiti dominavano incontrastati sovrani di
diritto carismatico come lo stesso Mitterand o come Gonzalez, impedendo una
gestione interna paternalistico-clientelare dove non resta quasi nessuno spazio
alle minoranze critiche.
C'è appena
bisogno di dire che le cose vanno ancora peggio nei partiti conservatori, per
esempio, nel partito gollista francese, dove i notabili fanno il buono e il
cattivo tempo e non esistono norme democratiche neppure sulla carta.
Concludendo, al
di là di tutte le valutazioni specifiche o congiunturali, poniamoci la domanda:
è concepibile che apparati statali e istituzioni, finalizzati ad assicurare il
funzionamento di un'economia basata sul profitto e l'egemonia di una classe
sociale storicamente definita, siano il quadro entro cui raggiungere fini
qualitativamente diversi, infrangere la logica del profitto, quindi dello
sfruttamento capitalistico, e garantire un'organizzazione e una gestione sociale
veramente democratica, cioè l'universale partecipazione attiva alla vita della
società in tutti i suoi aspetti?
Solo chi accetti
un'ideologia mistificatoria o automistificatoria, o abbia una concezione
metastorica della democrazia, la concepisca cioè come una forma astratta,
prescindendo dai contenuti storici concreti, potrebbe azzardare una risposta
positiva, illudendo sè stesso e gli altri. Chi parta, invece, dall'esperienza
storica reale e non voglia ignorare ciò che la "nostra" società fa
constatare tutti i giorni, non potrà dare che una risposta negativa. La
necessità della rottura rivoluzionaria delle strutture dello Stato -
quale esiste anche nelle sue forme più "moderne" - sintetizza
l'esigenza della rottura rivoluzionaria nella sua totalità.
[Tratto da: "Al
termine d'una lunga marcia - dal PCI al PDS" - di Livio Maitan. Erre
emme edizioni, Roma, 1990.]
Torna l’orgoglio dei
metalmeccanici: ieri in più di 200 mila hanno manifestato a Roma in
difesa del contratto e per la democrazia. Sabattini: contro la riforma
del mercato del lavoro, l’unica soluzione è la lotta. A Pesaro i
Democratici di sinistra, ignorano la Fiom ed eleggono Fassino segretario
e lanciano la svolta blairiana:
VERGOGNA!!!
Congratulandosi con l'on.
Fassino che ha vinto la corsa alla segreteria dei DS, l'on. Berlusconi, in
realtà, si è congratulato con sè stesso. Mesi fa, dando prova di un
eccellente fiuto politico, era stato proprio Berlusconi a definire
pubblicamente Fassino il migliore, esprimendo la speranza che fosse lui il
nuovo segretario dei DS. Lo hanno accontentato.
(jena) |