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- (Relazione
di Antonio Moscato al seminario annuale della
fondazione Che Guevara - Acquapendente,
15-17 giugno 2001)
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Sergio
Levêque
Dalla
maglietta al cervello...
(il
pensiero politico del “Che”)
Introduzione
Questo
libro vuole essere uno strumento per tutti coloro che si
sono avvicinati alla figura del “Che” solo
attraverso l’iconografia classica, senza la possibilità
di approfondire i contenuti del suo pensiero. Il
“Che” è entrato nel mito per il suo alone
leggendario, per le mille battaglie combattute, per la
sua immagine quasi mistica, come ce la tramanda la
fotografia di Alberto Korda.
La
cosa triste è che molti tra quelli che ammirano la
figura del guerrigliero eroico non conoscono gli aspetti
fondamentali del contributo teorico lasciato a tutto il
movimento antimperialista.
Ho
addirittura conosciuto sedicenti comunisti che
ritenevano Guevara un mito stereotipato e inutile, una
figura di basso profilo, da inquadrare in un’ottica
terzomondista; altri lo bollano come utopista, idealista
che ha pagato con la vita il suo distacco dalla realtà.
Anche a queste persone è rivolto il libro, sperando che
si superino le superficiali etichette attribuite al
maggiore pensatore rivoluzionario della seconda metà
del XX secolo. Il titolo è una piccola provocazione, il
voler far passare, da milioni di magliette e poster e
bandiere, direttamente alle coscienze il pensiero del
Comandante Ernesto Guevara de la Serna, detto il
“Che”è invece il fiero proposito che mi ha spinto a
scrivere.
Note
biografiche
4/7/28
Nasce a Rosario, in Argentina. A due anni contrae
l’asma che gli sarà fedele nemica fino all’ultimo.
Un’asma che secondo i medici lo rende non idoneo al
servizio militare ma che non impedirà al guerrigliero
eroico di distinguersi in mille battaglie.
1945 Si
trasferisce nella capitale dove inizia a studiare
medicina
1951-52
Primo viaggio per l’america latina con Alberto Granado
1953 si
laurea e riparte per un secondo viaggio. Non tornerà
mai più in Argentina.
1954
Assiste impotente al golpe in Guatemala
1955 È
in Messico, dove conosce un gruppo di esuli cubani che
progettano una rivolta armata contro Batista
25/11/56
Parte con altre ottantuno persone per liberare Cuba
2/1/59
Batista fugge e il Che entra vittorioso all’Avana
29/11 È nominato presidente del Banco Nacìonal e l’anno
dopo ministro dell’industria. Sono gli anni del
rivoluzionario Pensamiento economico.
1960
Compie un viaggio nei paesi socialisti
1963 Va
in Algeria dove stipula accordi per la collaborazione
alle lotte di liberazione africane
1964-65
Interviene all’ONU e al seminario economico di Algeri
pronunciando degli storici discorsi di denuncia
Antimperialisti. Entra in clandestinità per partecipare
ad altre lotte di liberazione.
Non
apparirà più in pubblico. Parte per il Congo
1966 Dà
inizio alla guerriglia in Bolivia
8/10/67
Viene ferito e catturato nella gola del Yuro a
Vallegrande. Lo portano a La Higuera dove sarà
giustiziato senza processo per ordine della CIA
.
Un murales cubano
Capitolo
1
La
maturazione.
Un
adolescente argentino di nome Ernesto Guevara de la
Serna
Il
“Che” nasce in una famiglia progressista,
dallelarghe vedute. Fin da piccolo si dedica con grande
passione allo studio, tanto che a quattordici anni
conosce Freud, Neruda, London, Baudelaire, Jung e molto
altro. A quindici anni (1943) inizia a cimentarsi con
quelle letture che saranno determinanti nello sviluppo
delle sue convinzioni: Gandhi, Marx ed Engels. Nello
stesso anno c’è un golpe militare, ed Ernesto dice in
classe “I militari non danno la cultura al popolo,
perché altrimenti sarebbero rifiutati”. Quest’uscita
gli costa una severa lavata di capo da parte della
spaventatissima maestra, ma ormai il suo antimilitarismo
è radicato e niente può fargli cambiare idea.
Singolare è anche il colloquio con l’amico Alberto
Granado, mentre questi è in carcere per lo sciopero
antigolpista. Alberto dice ad Ernesto di prendere la
parola al suo posto durante le successive
manifestazioni, e la risposta del giovane Guevara è:
“Io in piazza contro i militari non ci vado senza
uno schioppo!”. In ogni caso per lui la politica
rimarrà un’attività secondaria, in quegli anni,
anche se prenderà parte ad alcune manifestazioni. Nel
1948 si iscrive a medicina, dopo un breve trascorso ad
ingegneria. Studia moltissimo, ma studia ciò che più
lo attrae: psicologia, alcuni argomenti di medicina
(quasi mai attinenti ai suoi corsi) e ciò lo porta a
cogliere risultati non certo brillanti nel primo periodo
di studio, creando tensioni con la sua famiglia. In
seguito le cose miglioreranno, ma ormai Fuser
ha deciso che non accetterà più soldi dai suoi, e
comincia a vivere esercitando vari mestieri. Alla fine
del 1951
parte con Alberto per un viaggio in motocicletta alla
scoperta del Sudamerica. Sarà in questo viaggio che
toccherà con mano la condizione degli sfruttati, e da
qui nascerà la sete di giustizia che lo
contraddistinguerà quando sarà un capo rivoluzionario.
Le testimonianze dirette della sua maturazione ci sono
fornite dal suo diario, alla fine del quale scrive che
il suo futuro è di
combattere per la libertà degli oppressi. L’undici
aprile del 53 si laurea e comunica ai suoi che partirà per il Venezuela. Alla stazione si congeda con
una frase emblematica: “Aquì vas un soldado de
America” Il tono generale delle sue esternazioni
è ancora quello di un giovane, ribelle e un po’
fanfarone, ma lascia comunque trasparire una grande
determinazione, come nella lettera alla zia Beatriz
spedita dal Costarica, dove dice di essere passato
per i domini della United Fruit, convincendomi una volta
di più di quanto siano terribili queste piovre
capitaliste. Ho giurato davanti all’immagine del caro
e compianto compagno Stalin che non avrò pace finché
non le vedrò annientate. In Guatemala mi
perfezionerò e otterrò quanto mi manca per essere un
rivoluzionario autentico. Ti abbraccia il tuo nipote con
la salute di ferro, lo stomaco vuoto e la lucida fede
nell’avvenire socialista. Sarà proprio il
Guatemala una delle tappe fondamentali, perché lì
assisterà impotente al rovesciamento di Jacobo Arbenz.
Nella lettera a Beatriz del 28/2/54 scrive: per
quanto riguarda la politica, la mia posizione non è in
alcun modo quella di un dilettante chiacchierone; ho
preso decisamente posizione per il governo e al suo
interno per il partito comunista. Quando poi la
situazione precipita, il 20/4, scrive ai suoi: Gli
yankees hanno lasciato cadere definitivamente la
maschera Roosveltiana di buoni e stanno commettendo ogni
sorta di soprusi. Se le cose arriveranno al punto che si
dovrà lottare contro aerei e truppe inviati dagli USA,
si combatterà. Il morale del popolo è molto alto e
attacchi spudorati uniti alle menzogne della stampa
internazionale, hanno avvicinato al governo tutti gli
indecisi, e c’è un autentico clima da battaglia. Io
sono già stato assegnato alle brigate giovanili. Il
4/7, alla resa: Dopo l’aggressione dell’Honduras
e senza dichiarazione di guerra gli aerei sono venuti a
bombardare la città. Eravamo completamente indifesi,
giacché non avevamo aerei, né artiglieria antiaerea, né
rifugi. Ci sono stati dei morti, pochi. Il panico, però,
si è impadronito del popolo e soprattutto del
“valoroso e leale esercito del Guatemala”. Una
missione militare nordamericana si è incontrata con il
Presidente e lo ha minacciato di ridurre il paese a un
cumulo di macerie in forza dei patti di collaborazione
tra USA, Honduras e Nicaragua. I militari se la sono
fatta addosso e hanno posto un ultimatum ad Arbenz.
Questi non ha pensato che la città era piena di
reazionari e che le case che si sarebbero perse erano le
loro e non quelle del popolo, che non ha niente e
difende il governo. Non pensò che un popolo in armi è
una forza invincibile, nonostante l’esempio della
Corea e dell’Indocina. Avrebbe potuto dare le armi al
popolo e non volle, e questo è il risultato. Dal
Guatemala Ernesto passa in Messico da dove, il 29/9, fa
un’interessante analisi dell’esperienza guatemalteca
nella lettera all’amica Tita Infante: Siamo caduti
come la repubblica in Spagna, ma con meno dignità. Da
qui guardo alle cose con una prospettiva diversa e
comincio a rendermi conto che il Messico ha recitato in
questa commedia la stessa parte toccata alla Francia in
quell’altra. Il clima che si respira è completamente
diverso da quello del Guatemala. Anche qui si può dire
quello che si vuole, ma a condizione di poterlo pagare
da qualche parte: si respira cioè la democrazia
del dollaro. Francamente, preferisco andare tra le
rovine e non dover ascoltare da uno dei migliori poeti
del Messico che fu una pazzia per il Guatemala
“civettare con la Russia”. Il nemico del Guatemala
sarebbero stati i comunisti; si sono già dimenticati
chi pagò gli aerei e chi ha collocato il fantoccio che
vi è ora e tutti gli altri. In Messico Ernesto
scrive i suoi primi articoli politici, nei quali vediamo
che le sue analisi sono da autentico marxista-leninista,
pur non mancando di originalità. In “La classe
operaia degli USA, amica o nemica?”scrive che lì, le
contraddizioni tra capitale e lavoro non esplodono perché
i padroni investono parte del plusvalore estorto ai
paesi latinoamericani ed asiatici per tenere buono il
proletariato; ciò rende facile giustificare agli occhi
del popolo lo sfruttamento magari dietro facili slogan
anticomunisti. Testualmente: Lo sviluppo economico
degli USA e la necessità dei lavoratori di conservare
il proprio livello di vita sono i fattori per i quali,
in termini conclusivi, la lotta di liberazione non si
rivolgerà contro un regime, ma contro una nazione che
difende compatta le sue conquiste egemoniche
sull’America latina. Prepariamoci, quindi, a lottare
contro tutto il popolo degli USA, e i frutti della
vittoria non saranno solo la liberazione economica e
l’eguaglianza, ma anche l’acquisizione di un
fratello minore: il proletariato degli Stati Uniti.
Le scelte sono fatte, Ernesto sa che le sue azioni
successive saranno finalizzate alla liberazione degli
oppressi e alla rottura del giogo nordamericano.Quello
che gli manca è la possibilità di mettere in pratica i
suoi propositi, ma siamo prossimi all’incontro
cruciale della sua vita: quello con Fidel Castro Ruz,
leader radicale cubano in esilio dopo un fallito
tentativo di insurrezione. I due si conoscono e Fidel
svela ad Ernesto i piani del movimento ventisei luglio
per rovesciare il dittatore Fulgenzio Batista. Dopo poco
cominciano i preparativi, la raccolta di uomini e mezzi,
l’addestramento militare sotto la guida di un veterano
della guerra di Spagna, il generale Alberto Bayo. Sono
proprio i cubani che affibbiano ad Ernesto il nomignolo
di “Che”.
Non tutto va liscio, e un giorno la polizia messicana fa
una retata dei rivoluzionari. Dal carcere Ernesto scrive
un’appassionata lettera alla madre, che gli chiedeva
di lasciar perdere la lotta e tornare a casa: Non
sono Cristo e filantropo, mamma. Sono tutto il
contrario: per le cose in cui credo lotto con tutte le
armi a disposizione, e cerco di atterrare l’altro,
piuttosto che farmi inchiodare ad una croce. …Ciò che
veramente mi abbatte è la tua totale mancanza di
comprensione, il tuo continuo richiamo alla moderazione
e all’egoismo, cioè le qualità più esecrabili di un
individuo…Prosegue descrivendo l’unità del
gruppo e l’indissolubilità del suo legame con i
compagni con i quali sarà “libero o martire”. Firma
la lettera così: Tuo figlio, il Che. Lui
è l’ultimo a lasciare la prigione, ma i compagni non
hanno mai preso in considerazione l’idea di partire
senza di lui. Trascorrono un periodo in clandestinità
ancora in Messico, mentre mettono a punto gli ultimi
dettagli. Comprano uno yacht sgangherato, il Granma,
e preparano le provviste per la traversata verso Cuba.
Il Che è il medico della spedizione, e a lui sono
affidati il pronto soccorso e i medicinali. L’ultima
testimonianza del suo percorso da Ernestito a Che
Guevara è la poesia composta in quel periodo ed
intitolata:
Autoritratto
oscuro
Da
una giovane nazione di radici d’erba
(radici
che negano la rabbia d’America)
vengo
a voi, fratelli del nord
Carico
di grida di scoraggiamento e fede,
vengo
a voi, fratelli del nord,
vengo
da dove viene l’Homo Sapiens;
ho
divorato chilometri in riti transumanti,
con
la mia materia asmatica che porto come croce
e
nelle viscere la mania di metafore sconnesse.
Lunga
fu la strada e grande il carico,
rimase
in me l’aroma di passi vagabondi
e
anche nel naufragio del mio essere sotterraneo
-nonostante
si annuncino spiagge salvatrici-
nuoto
a malincuore contro la risacca,
conservando
intatta la condizione di naufrago.
Sono
solo davanti alla notte inesorabile
E
lascio al sicuro la dolcezza dei biglietti.
L’Europa
mi chiama con voce di vino stagionato,
sospiri
di carne bionda, oggetti di museo.
E
nell’insensatezza allegra dei paesi nuovi
Ricevo
frontalmente l’impatto diffuso
Della
canzone, di Marx ed Engels,che esegue Lenin e intonano i
popoli.
Capitolo
2
Che
Guevara nella guerra rivoluzionaria.

Con
Camilo Cienfuegos, grande Comandante guerrigliero, che
sarà protagonista con il Che della presa di Santa
Clara. Morirà, in circostanze ancora non del tutto
chiarite, in un incidente aereo nell’ottobre del 1959
Il
venticinque novembre del 56 il Granma parte dal porto di
Tuxpan, in Messico, con ottantadue guerriglieri a bordo,
tra cui Guevara in qualità di medico. A parte il Che,
argentino, c’è solo un altro membro non cubano: Gino
l’italiano, un partigiano. L’Esercito Ribelle,
braccio armato dell’M26/7, parte alla volta di Cuba,
per dare inizio alla lotta armata. Durante la
guerriglia, le lettere ai familiari costituiscono un
naturale complemento ai “Passaggi della guerra
rivoluzionaria”, dando un quadro completo dei fatti e
delle emozioni. Subito dopo lo sbarco il gruppo subisce
una pesante sconfitta, il Che viene ferito di striscio,
la gente fugge e lui si trova di fronte ad una difficile
scelta: Avevo davanti una cassa di proiettili e lo
zaino con le medicine, e non potevo trasportarli
entrambi; presi la cassa di proiettili e lasciai lì le
medicine. Il guerrigliero ha prevaricato il medico.
Queste, dunque, le prime esperienze nella guerriglia.
Successivamente, il gruppo raggiunge la Sierra Maestra,
da dove sconfiggerà ripetutamente l’esercito
regolare. Il Che si distinguerà talmente in battaglia
da ricevere i gradi di comandante. È instancabile,
quando non si marcia e non si combatte dà lezioni ai
compagni, ripete ai suoi uomini che Senza
alfabetizzazione non possiamo capire perché portiamo il
fucile. Sulla Sierra è circondato da un’aura
mitica, non dorme quasi mai, dirige i combattenti, il
giornale
e la stazione radio che hanno messo in piedi,
e cura instancabilmente la popolazione civile. I
contadini lo considerano un semidio. A spingerlo sono
tanti fattori: i suoi principi, l’amore, che considera
la qualità fondamentale di un rivoluzionario, e
soprattutto la convinzione che l’esempio vale molto di
più degli ordini, ed è il modo migliore per tenere
alto il morale della truppa. Un episodio su tutti:
durante la marcia di ritorno al campo, al termine di una
dura battaglia, il Che, sfiancato dall’asma, monta un
cavallo. Un giovane guerrigliero lo nota e protesta; il
Che scende e prosegue a piedi, fino a cadere stremato. A
quel punto fa chiamare il giovane e gli spiega la
situazione. Gli chiede se sia ancora convinto delle sue
ragioni ed
il giovane scoppia in lacrime. Storica è la sua
risposta alla domanda: “Perché lottiamo?” “Il
guerrigliero è un riformatore sociale. Si batte per
cambiare il regime che mantiene tutti i suoi fratelli
disarmati nell’obbrobrio e nella miseria. Il
guerrigliero è, fondamentalmente e prima di tutto, un
rivoluzionario agrario.” Ed infatti il primo
provvedimento che viene preso dopo la liberazione di un
territorio è la riforma agraria, cioè dare la proprietà
della terra a chi la lavora. Riguardo al rapporto con
Fidel, il Che non ne metterà mai in discussione
l’autorità, ma puntualizzerà la diversità delle
loro posizioni politiche. In una lettera del dicembre
del 57 a René Ramos Latour, capo del movimento
clandestino: …Appartengo, per la mia preparazione
ideologica, a coloro che credono che la soluzione dei
problemi del mondo si trovi oltrecortina (Allora il
Che non aveva ancora visto con suoi occhi la situazione
dei Paesi dell’est, e quindi riteneva che lì si
costruisse il socialismo) e considero il movimento
come uno dei tanti provocati dall’affanno delle
borghesie nazionali di liberarsi dalle catene
dell’imperialismo. Ho sempre considerato Fidel un
autentico leader borghese di sinistra, anche se ha
qualità personali che lo pongono molto al di sopra
della sua classe. Dalla Sierra si spostano
nell’Escambray, dove devono anche risolvere le
questioni con il secondo fronte di Gutierrez Menoyo, un
gruppo di sedicenti rivoluzionari che imponeva tributi
ai contadini. All’inizio di novembre del 58 scrive a
Enrique Oltusky, dirigente del
movimento nel “llano”
a proposito di una questione di fondi e di espropri in
cui Oltusky voleva accettare il contributo offerto,
mentre il Che voleva prendere ciò di cui il popolo
aveva bisogno: …perché nessun contadino si è
opposto alla nostra tesi che la terra è di chi la
lavora e invece lo hanno fatto i proprietari? E non
credi forse che la massa dei combattenti sia d’accordo
ad assaltare le banche perché nessuno di loro vi ha
depositato un centesimo? Non ti è mai capitato di
pensare alle radici economiche di questo fatto, in
rapporto alla più arbitraria tra le istituzioni
borghesi? Coloro che guadagnano soldi prestando denaro
altrui e speculandoci sopra non meritano un trattamento
speciale. La somma miserabile che offrono è la stessa
che guadagnano in un giorno di sfruttamento, mentre
questo popolo sofferente si dissangua sulla Sierra e nel
llano e subisce quotidianamente il tradimento dei suoi
falsi dirigenti…È pronto a rompere con il
movimento cittadino che veniva a patti con la borghesia
sulla pelle del proletariato, e ad assumersene la
responsabilità di fronte a qualsiasi tribunale
rivoluzionario. In questo traspare pienamente la
concezione leninista di privilegiare la linea giusta
anche a discapito dell’unità, perché questo è
l’unico modo di vincere. Nel gennaio del 1959, dopo la
vittoria di Santa Clara, le truppe entrano trionfanti
all’Avana.
Durante
la guerriglia
Momento di pausa durante la “lucha”
Capitolo 3
La rivoluzione
Quando
entrano all’Avana, il giovane combattente Mustelier
chiede al Comandante Guevara il permesso di raggiungere
la sua famiglia, nella parte est di Cuba. Davanti al suo
rifiuto, egli obietta che ormai la rivoluzione era fatta
e vinta, e il Che risponde “Abbiamo vinto la
guerra, la rivoluzione comincia ADESSO”. Per il
Che è chiaro che ora viene una fase estremamente
delicata: la storia è piena di rivoluzioni fatte dal
popolo e terminate con delle restaurazioni, come in
Russia dopo la rivoluzione di febbraio, che portò al
governo Kerensky, la cui politica filozarista non
risolse alcuno dei problemi che avevano spinto in armi
il popolo; ancora prima la Comune di Parigi soffocata
nel sangue o la Rivoluzione Francese; nella stessa
Italia liberata dagli eroi partigiani si insediò un
governo asservito agli imperialisti Usa ,
“democratici” che avevano una simpatica struttura,
chiamata Gladio, che era pronta ad uccidere settemila
militanti comunisti all’indomani di un’eventuale
vittoria del P.C.I.; quando la Grecia si liberò del
regime dei colonnelli, Papadopulos tenne nei luoghi di
potere tutti i burocrati corrotti, i poliziotti e i
militari assassini e torturatori e tutto il peggio della
dittatura; la Spagna postfranchista era la monarchia più
autoritaria d’Europa,con persecuzioni ai danni di
Baschi e Catalani che hanno tuttora i loro strascichi;
in Cile Pinochet ha avuto il tempo di proclamarsi
Senatore a vita e pertanto immune e
non ha ancora pagato per le migliaia di delitti
commessi. Ancora oggi, nel XXI secolo, in tutti i Paesi
dell’America Latina continuiamo ad assistere ad un
golpe militare dopo l’altro, senza che si possa mai
comprendere la situazione dei singoli Stati; quando poi
vengono indette le elezioni si candidano sempre quelli
che il giorno prima sparavano sul popolo, e l’ONU
assiste compiaciuta ai brogli dei signorotti di turno, a
patto che questi siano i più graditi agli Usa; si
potrebbe continuare a lungo con questo elenco di
restaurazioni, che dimostra come lo scheletro del potere
corrotto sia difficile da far sparire anche dopo
insurrezioni popolari e presunte “transizioni alla
democrazia”. Conscio di ciò il Che si preparava a
lottare con tutte le sue forze per far sì che il popolo
cogliesse i frutti della vittoria. Già al momento della
fuga di Batista i ribelli vengono a sapere di un golpe
militare che potrebbe scavalcare la rivoluzione, e si
impegnano in una marcia forzata per prendere la capitale
prima dell’esercito. Questo sarà solo il primo dei
molti pericoli che dovranno affrontare durante la
rivoluzione. Comincia così il biennio 59-61, che va
dalla vittoria dei ribelli alla proclamazione del
carattere socialista della rivoluzione. L’ex
Presidente Urrutìa, deposto dal golpe di Batista, viene
rimesso al suo posto,con un governo formato da esponenti
di tutte le opposizioni antibatistiane, anche quelle di
destra, e da qualche esponente dei gruppi cittadini
dell’M26/7, mentre L’Esercito Ribelle assume il
completo controllo delle forze armate. Tutti coloro che
sostengono di aver avversato Batista vanno a battere
cassa. Arriva il momento della resa dei conti con il II
Fronte di Gutierrez Menoyo. In proposito il Che,
nell’articolo “Una colpa della rivoluzione”,
scritto qualche anno dopo, fa la seguente analisi: … Entrarono
all’Avana ed occuparono le posizioni strategiche più
importanti . . . secondo la loro mentalità.
Dopo pochi giorni, infatti, arrivava il conto
dell’Hotel Capri: 15.000 dollari di cibo e bevande per
pochi profittatori. Quando giunse l’ora di assegnare i
gradi…volevano tutti gli incarichi in cui
nell’amministrazione prerivoluzionaria si rubava, in
cui il denaro sarebbe passato per le loro mani. Questo
era il centro delle loro aspirazioni. Fin dai primi
giorni sorsero serie divergenze, ma prevaleva sempre la
nostra apparente saggezza rivoluzionaria e cedevamo in
nome dell’unità. Naturalmente non concedevamo posti
agli aspiranti traditori, ma non li eliminavamo,
temporeggiavamo, tutto a beneficio di un’unità che
non veniva totalmente compresa. Questa fu una colpa
della rivoluzione. …Ora
la nostra coscienza si è ripulita perché se ne sono
andati tutti… a Miami (Ladri ed assassini, questa
è l’origine degli “eroi” anticastristi rifugiati
a Miami).Tante grazie, mangiavacche del secondo
fronte. …Tante grazie per averci dimostrato che
dobbiamo essere inflessibili di fronte all’errore, la
debolezza, il dolore, la malafede di chiunque e levarci
a denunciare e punire in ogni punto in cui affiori la
corruzione,contraria agli alti postulati della
rivoluzione. Il Che comincia subito a spingere per
la riforma agraria, ma Urrutìa difende il latifondo e
il capitale, e la situazione si blocca. Per due anni la
situazione a Cuba resterà sospesa tra le pressioni dei
poteri economici nazionali e stranieri
e le spinte interne a realizzare i cambiamenti
rivoluzionari. In questi due anni il Che, che è
l’esponente più autorevole della sinistra
dell’M26/7,viene distolto dalla vita politica; mandato
in giro per il mondo come ambasciatore e poi nominato
presidente del Banco Nacìonal. In questo periodo scrive
comunque due analisi della rivoluzione. La prima,
“Note per lo studio dell’ideologia della Rivoluzione
Cubana”, scritta nel 1960, è la dimostrazione
dell’ineluttabilità del binomio
antimperialismo-socialismo. Il
Che spiega ai compagni, a tutto il popolo di Cuba
e dell’America Latina, che l’unica rivoluzione
possibile è quella socialista, perché è l’unica che
può rompere il giogo dell’Imperialismo che porta solo
sfruttamento e crimine. Riportiamo alcuni passi da
queste note, con particolare attenzione a quelli sul
marxismo, profondamente indicativi dell’alta capacità
di sintesi del Che:
È
questa una singolare rivoluzione per la quale, secondo
alcuni, non varrebbe l’enunciato di Lenin: “Senza
teoria rivoluzionaria non c’è movimento
rivoluzionario”. Sarebbe meglio dire che la teoria
rivoluzionaria, come espressione di una verità sociale,
si pone al di sopra di qualsiasi enunciato; vale a dire
che la rivoluzione si può fare se si interpreta
correttamente la realtà storica e se si utilizzano al
meglio le forze in gioco, anche senza conoscere la
teoria.
…Nella
rivoluzione cubana bisogna distinguere due fasi
completamente diverse: quella della lotta armata fino
alla vittoria, e la trasformazione politica, economica e
sociale verificatasi da quel momento in poi. …Noi le
tratteremo dal punto di vista dell’evoluzione del
pensiero rivoluzionario dei suoi dirigenti attraverso il
loro rapporto con il popolo. È bene affermare la nostra
posizione rispetto al marxismo. La nostra risposta alla
domanda se siamo o no marxisti è la stessa che darebbe
un fisico o un biologo cui si chiedesse se è newtoniano
o pasteuriano. Ci sono delle verità così evidenti, così
connaturate alla coscienza dei popoli, che è inutile
discuterle. Il merito di Marx è di aver prodotto di
colpo nella storia del pensiero sociale un cambiamento
qualitativo; interpreta la storia, ne comprende la
dinamica, prevede gli eventi futuri, ma va al di là
della previsione, oltre i limiti del proprio dovere di
scienziato, esprimendo un concetto rivoluzionario: non
ci si deve limitare a interpretare la natura, bisogna
trasformarla. L’uomo cessa di essere schiavo e
strumento dell’ambiente e si trasforma in artefice del
proprio destino. Da questo momento, Marx diventa il
bersaglio obbligato di tutti coloro che hanno uno
speciale interesse a conservare il vecchio…
A
partire dal Marx rivoluzionario si forma un gruppo
politico con idee concrete che, basandosi sui giganti
Marx ed Engels e sviluppandosi attraverso fasi
successive con personalità come Lenin, Stalin e
Mao-Tse-Tung stabilisce un corpo di dottrine e di esempi
da seguire.…Le leggi del marxismo sono presenti negli
avvenimenti della rivoluzione cubana, indipendentemente
dal fatto che i suoi dirigenti professino o conoscano a
fondo, dal punto di vista teorico, tali leggi.
Questo è un concetto fortemente innovativo, in quanto
l’affermazione di Lenin citata all’inizio delle note
da molti è stata interpretata come un dogma, mentre la
Rivoluzione Cubana mostra un nuovo aspetto
dell’evoluzione dei movimenti rivoluzionari, infatti,
applicando la concezione materialistico-dialettica a
Cuba si scopre che qualunque sincero movimento
antimperialista DEVE necessariamente trasformarsi in un
movimento comunista, in quanto questa è l’unica
alternativa possibile alla sconfitta o alla
restaurazione imperialista. Vediamo ora come il Che
illustra le differenze tra l’esercito popolare e
quello della dittatura, sempre dalle “note per lo
studio dell’ideologia della Rivoluzione Cubana” :
A
volte risulta incomprensibile come colonne ribelli di
così piccole dimensioni… si siano potute battere
contro un esercito ben armato. La questione fondamentale
risiede nelle caratteristiche di ciascuno dei due
fronti: quanto maggiori sono i pericoli, i disagi, le
sofferenze e i rischi, i rigori della natura, tanto più
il guerrigliero si sente a casa propria. Non importa
per il risultato finale che ne esca vivo o morto.
Il
soldato nemico è il socio meno importante del
dittatore, riceve l’ultima briciola lasciatagli dal
penultimo dei profittatori di una lunga catena che
comincia a Wall Street e finisce con lui. La sua paga e
le sue prebende non valgono mai la vita, se il prezzo è
questo, la cosa migliore da fare è ritirarsi davanti al
pericolo guerrigliero. Da queste due morali nasce la
differenza che doveva portare alla nostra vittoria. Dopo
di essa,… con la riforma agraria come bandiera, la cui
realizzazione inizia sulla Sierra Maestra, questi uomini
arrivano a scontrarsi con l’imperialismo; sanno che la
riforma agraria è la base su cui bisogna costruire la
nuova Cuba; sanno che essa darà la terra a tutti i
diseredati, ma la toglierà a chi la possiede
ingiustamente; e sanno anche che i proprietari più
ingiusti sono uomini influenti
nel Dipartimento di Stato o negli Usa; ma hanno
imparato a vincere le difficoltà con l’appoggio del
popolo e hanno già visto il futuro di liberazione che
ci attende al di là delle sofferenze. Quest’ultimo
passo è il preludio alla nazionalizzazione delle
imprese americane in territorio cubano. Il
secondo scritto, “Cuba, eccezione storica o
avanguardia nella lotta al colonialismo?ӏ del 1961;
esso costituisce un’ideale prologo al ben più celebre
“Creare due, tre, molti Vietnam”. È nel contempo
un’analisi della rivoluzione cubana e un manifesto
rivoluzionario di portata mondiale: infatti qui il Che
demolisce sistematicamente le teorie degli
eccezionalisti, cioè di coloro che sostengono che la
rivoluzione cubana non sia riproponibile negli altri
paesi a causa delle specificità della situazione
dell’isola, e dimostra la necessità della guerriglia
come strumento di liberazione dei popoli. Vediamo una
breve sintesi: Mai prima d’ora si era
verificato, in America, un fatto tanto straordinario
quanto la nostra guerra rivoluzionaria. … Il nostro
movimento, per quanto molto eterodosso, ha seguito le
linee di tutti i grandi avvenimenti storici di questo
secolo, caratterizzati dalle lotte anticoloniali e dal
passaggio al socialismo. Tuttavia certi settori hanno
preteso di scorgere delle eccezionalità e ne elevano
artificiosamente l’importanza. Ammettiamo che ci siano
state delle eccezioni: è un fatto ormai assodato che
ogni rivoluzione annoveri dei fattori specifici, né è
meno incontrovertibile che tutte le rivoluzioni
seguiranno delle leggi. Analizziamo i fattori di questa pretesa eccezionalità. Il primo è
Fidel, grande leader e condottiero. (Alcuni
sostenevano che a Cuba si fosse vinto solo grazie al
carisma di Fidel) Tuttavia nessuno potrebbe
affermare che a Cuba vi siano condizioni
politico-sociali del tutto diverse da quelle degli altri
paesi d’America e che a causa di tali diversità si
sia fatta la rivoluzione. Né d’altro canto, si
potrebbe affermare che Fidel abbia fatto la rivoluzione
nonostante questa differenza. Una condizione che
potremmo definire un’eccezione è il
fatto che l’imperialismo si trovò disorientato
e non riuscì mai a valutare l’esatta portata della
rivoluzione, ma l’imperialismo sa, al contrario di
certi gruppi progressisti, trarre insegnamento dai
propri errori e quindi difficilmente altri paesi
potranno giovare di questa situazione. …vedremo
ora quali sono le radici permanenti di tutti i fenomeni
sociali d’America,le contraddizioni che, maturando,
provocano dei mutamenti che possono tendere ad
acquistare l’ampiezza di una rivoluzione come quella
cubana. In ordine cronologico, nonostante non sia di
grande importanza attualmente, va posto il latifondo. Il
latifondo è stato la base del potere economico della
classe dominante per tutto il secolo scorso e oltre
…Successivamente, il latifondista comprese che non
sarebbe riuscito a sopravvivere da solo, e strinse
alleanza con i monopoli. I capitali nordamericani
arrivarono a fecondare le terre vergini, per portarsi
poi via tutta la valuta che in
precedenza,“generosamente”, avevano regalato, più
altri guadagni che rappresentavano la somma investita
nel paese “beneficiato” moltiplicata parecchie
volte. L’America divenne il campo della lotta
inter-imperialista,…che si è decisa quasi
completamente a favore dei monopoli nordamericani a
partire dalla seconda guerra mondiale. Da allora in poi
l’imperialismo si è dedicato a rafforzare il proprio
dominio coloniale. Tutto ciò dà come risultato
un’economia mostruosamente distorta,…ci chiamano,
noi, popoli d’America, “sottosviluppati”. Si
richiama l’attenzione del lettore sull’analisi del
sottosviluppo, che spiega perfettamente le ragioni della
condizione di quelli che oggi vengono chiamati paesi in
via di sviluppo o del terzo mondo, e soprattutto il
permanere di queste condizioni anche quando, ormai, i
progressi tecnici permetterebbero di produrre risorse
sufficienti per tutti i popoli della terra. Che
cos’è il sottosviluppo? Un nano con una testa enorme
è “sottosviluppato”,… ecco cosa siamo noi,
definiti dolcemente “sottosviluppati” e in realtà
paesi coloniali. Siamo paesi ad economia distorta a
causa dell’azione imperialista, che ha sviluppato in
maniera anormale i rami dell’industria o
dell’agricoltura necessari a far da complemento alla
sua complessa economia. Il “sottosviluppo” comporta
pericolose specializzazioni in materie prime. Noi
sottosviluppati siamo anche quelli della monocoltura, un
unico prodotto la cui incerta vendita dipende da un mercato unico che impone e fissa le condizioni. Il
“sottosviluppo” dà come risultato bassi salari e
disoccupazione. Questo fenomeno apre un circolo vizioso
che sbocca in ancora più bassi salari e in ulteriore
disoccupazione,…che creano quello che è il
denominatore comune dei popoli d’America, dal Rio
Bravo al polo Sud. Si chiama FAME DEL POPOLO, del popolo
stufo di essere oppresso, di essere vessato, di essere
sfruttato al massimo, stufo di vendere la propria forza
lavoro per una miseria, perché da ogni corpo umano
venga spremuto il massimo di utile, poi sperperato nelle
orge dei padroni del capitale. Vediamo quindi che vi
sono grandi denominatori comuni nell’America latina.
… Che cosa abbiamo fatto per liberarci
dell’imperialismo e dei suoi mercenari,
disposti a difendere tutto il complesso sociale dello
sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Le condizioni
obiettive per la lotta sono date dalla fame del
popolo,…e dall’alone di odio creato dalla
repressione. Mancava in America…la coscienza della
possibilità della vittoria con l’uso della via
violenta contro le forze imperialiste e i loro alleati
interni. Queste si creano mediante la lotta armata,…la
sconfitta dell’esercito da parte delle forze popolari
e il suo successivo annientamento come imprescindibile
condizione di ogni autentica rivoluzione. Cerchiamo di
esporre le difficoltà che a nostro parere renderanno più
dure le nuove lotte rivoluzionarie d’America :
l’imperialismo ha imparato fino in fondo la lezione di
Cuba,…gli Stati Uniti affrettano la consegna di armi
ai governi fantoccio che vedono più minacciati e fanno
loro firmare patti di vassallaggio, per rendere
giuridicamente più facile l’invio di truppe e
strumenti di uccisione e repressione. E la borghesia?
Giacché si sa che in molti paesi esistono delle
contraddizioni oggettive tra le borghesie nazionali e
l’imperialismo, che sconfigge in un’impari lotta
l’industria nazionale, così come vi sono altre forme
di lotta per il plusvalore e la ricchezza. Nonostante
queste contraddizioni esse temono di più la rivoluzione
popolare delle sofferenze sotto l’oppressione
dell’imperialismo. La grande borghesia si oppone
apertamente alla rivoluzione e non esita ad allearsi con
l’imperialismo per combattere il popolo e impedirgli
la rivoluzione. Tali sono le difficoltà che vanno
aggiunte a tutte quelle insite nelle lotte di questo
tipo nelle nuove condizioni in cui si trova l’America
latina dopo la rivoluzione cubana. Ve ne sono altre più
specifiche. I paesi che hanno subito processi di
concentrazione della popolazione in grandi centri
abitati, trovano maggiore difficoltà a preparare la
guerriglia. Inoltre l’influenza ideologica dei centri
popolati impedisce la guerriglia e incoraggia lotte di
massa organizzate pacificamente
(è questo anche il caso dell’Europa occidentale e
degli altri paesi industrializzati, dove la lotta armata
non ha mai ricevuto l’appoggio delle masse popolari.)
Quest’ultimo elemento dà origine ad una certa
“istituzionalità”, secondo la quale, in periodi più
o meno “normali”, le condizioni siano meno dure del
trattamento abituale riservato al popolo. È
da tener presente che, come già espresso in “La
classe operaia degli Usa, amica o nemica?”, le
condizioni medie di vita nei paesi industrializzati sono
tali soprattutto grazie allo sfruttamento dei paesi
coloniali, e ciò favorisce l’assopimento della
coscienza di classe. …Errore imperdonabile
sarebbe quello di sottovalutare i vantaggi che il
programma rivoluzionario può ottenere da una data
campagna elettorale; come sarebbe altrettanto
imperdonabile limitarsi alle elezioni e non vedere gli
altri mezzi di lotta volti ad ottenere il potere,
strumento indispensabile per applicare e sviluppare il
programma rivoluzionario. Qui
entriamo nell’eternamente dibattuta questione della
partecipazione dei movimenti comunisti alle istituzioni
borghesi. La posizione guevariana in merito è la
seguente: per via elettorale non si può raggiungere lo
scopo rivoluzionario, ma questo non vuol dire che
bisogna rifuggire in assoluto la partecipazione alle
elezioni, in quanto la presentazione di un programma
rivoluzionario può, in chiave tattica, apportare
notevoli benefici al movimento, fungendo da strumento di
denuncia e dando risonanza alle ragioni della lotta.
Tutto questo, chiaramente, a patto che l’obiettivo
tattico non corrompa quello strategico, cioè che la
partecipazione alla politica istituzionale non faccia
perdere di vista lo spirito rivoluzionario imborghesendo
il partito, come è avvenuto, ad esempio, al P.C.I.
…Quando
sentiamo parlare di presa del potere per via elettorale,
la nostra domanda è sempre la stessa: dando inizio alle
trasformazioni previste dal programma, non si entrerebbe
immediatamente in conflitto con le classi reazionarie
del paese? E non è sempre stato l’esercito lo
strumento di oppressione di tali classi? Se così è, è
logico dedurre che tale esercito si schiererà dalla
parte della sua classe ed entrerà in conflitto col
governo costituito. Può succedere che il governo venga
rovesciato con un colpo di stato e che ricominci il
gioco che non finisce mai;…ci sembra difficile che le
forze armate accettino di buon grado delle riforme
sociali profonde e si rassegnino come agnellini alla
propria liquidazione come casta. (Per
rendersi conto della scientifica esattezza di queste
parole, basti pensare a cosa è successo ad Allende,
democraticamente eletto, e al popolo cileno qualche anno
dopo la morte del Che o, per restare geograficamente più
vicini a noi, in Spagna nel 1936) Tempi oscuri
attendono l’America latina, e le recenti dichiarazioni
del governo degli Stati Uniti sembrano indicare che
tempi oscuri attendono il mondo intero
(e se non sono tempi duri i nostri…) . Lumumba,
selvaggiamente assassinato, nella grandezza del suo
martirio insegna quali sono i tragici errori che non
vanno commessi. Una volta dato il via alla lotta
antimperialista, è indispensabile essere conseguenti e
bisogna tener duro, costantemente e senza mai fare un
passo indietro: avanti sempre, contrattaccando
sempre, rispondendo sempre ad ogni aggressione con una
pressione più forte delle masse popolari. Questo è il
modo di trionfare. Sempre
nel 1960 scrive “La guerra di guerriglia” e il
manuale “Consigli al combattente”. Sono scritti di
tattica militare, pertanto non ce ne occuperemo in
questa sede, mi limito a raccomandare agli
interessati la loro lettura, se non altro per
l’interesse storico di questi documenti. Vale la pena
riportare l’episodio cui seguì la proclamazione del
carattere socialista della rivoluzione cubana: la
battaglia di Playa Gìron. Il quindici aprile del 1961,
aerei Usa con piloti cubani addestrati dalla CIA
bombardano le basi aeree cubane. Segue lo sbarco di
qualche migliaio di esuli, che riescono a prendere a
tradimento tre piccoli villaggi. Il piano degli Usa è
ingegnoso: creare un piccolo “territorio
liberato”dove far insediare un governo
controrivoluzionario in modo da riconoscerlo e avere
mano libera per intervenire a Cuba. (All’epoca c’era
la guerra fredda e gli Usa non potevano intervenire
senza pretesto come fanno oggi in Iraq e Jugoslavia). A
questo punto accade una cosa meravigliosa: migliaia di
cubani, con armi improvvisate, si lanciano contro gli
invasori, ricacciandoli rapidamente indietro. Travolti
dalla rabbia popolare e dal successivo intervento
dell’Esercito Ribelle, il 19/4 gli invasori sono
sconfitti. Il Che fà il seguente bilancio
dell’accaduto: Non si può chiedere ad un uomo
che aveva mille cavallerie
di terra di suo padre, e
che viene qui soltanto a fare atto di presenza perché
gliele ridiano,di andare a farsi ammazzare di fronte a
un contadino che non aveva niente e che ha una voglia
matta di ucciderlo perché vogliono portargli via la sua
terra. Sempre sul
socialismo,ai compagni perplessi dice: Non siete
d’accordo con la riforma agraria? Con
l’espropriazione degli yankee? Con la
nazionalizzazione, la giustizia sociale, il diritto di
ognuno a godere dei frutti del proprio lavoro?…Allora
siete precisamente favorevoli al socialismo. In
quest’anno il Che si dedica con ardore alla riforma
dell’apparato statale, non ancora al passo con i
principi rivoluzionari. Scrive “Contro il
burocratismo”, e si batte per creare un meccanismo di
controllo operaio sugli amministratori, per tenere alta
la pressione della base sui dirigenti di fabbrica. Tengo
a sottolineare questo concetto perché il Che scrive
queste cose nel 1961, cioè anticipando Mao di parecchi
anni! È credenza comune a molti che il concetto di
controllo delle masse popolari sui dirigenti della
rivoluzione come strumento necessario per impedire abusi
nasca durante la discussa Grande Rivoluzione Culturale
Proletaria, in Cina, mentre invece la paternità
dell’idea è del Che. Il burocratismo sarà appunto la
causa principale del crollo dell’Urss, dove i
dirigenti di partito avevano creato un apparato
rigidissimo e, in definitiva, una nuova classe di
burocrati borghesi, frenando di fatto la costruzione del
socialismo e portando ai tristi risultati che ben
conosciamo. La fiducia del Comandante nell’Urss
comincia a vacillare dopo la crisi dei missili del 1962.
L’Unione Sovietica aveva fornito spontaneamente a Cuba
dei missili per difendersi da eventuali attacchi da
parte degli Stati Uniti, o almeno così sostenevano i
burocrati di Mosca. In realtà, il progetto sovietico
era molto diverso: convincere gli Stati Uniti a
rimuovere i missili dalla Turchia e dalla Germania-est,
infatti, quando gli aerei-spia americani inquadrarono i
missili scoppiò la più violenta crisi di tutta la
guerra fredda. Gli Usa accusarono i Russi di preparare
l’attacco nucleare da Cuba,
e l’Urss rispose chiedendo la rimozione delle
testate dalla Turchia e dall’allora Germania-est. Cuba
fu usata semplicemente come pedina di scambio dai
sovietici, e in questo il Che vide i germi della
controrivoluzione. Cuba non aveva chiesto le armi a
Mosca, ma ora si trovava nuda di fronte ad un probabile
assalto yankee.
Foto
del periodo 59-61
Il
matrimonio con Aleida March, rivoluzionaria cubana
conosciuta durante la guerriglia
.
Durante
un discorso ufficiale
Una
pausa al Banco Nacìonal
Con
Fidel Castro
Capitolo 4
Il Pensamiento
Economico
Le
concezioni economiche del Che ci sono giunte attraverso
gli articoli scritti nel periodo in cui è ambasciatore,
banchiere e ministro (59-65). Molti sono i contributi
originali in questo campo, dalla morale socialista in
ambito economico, alla definizione delle caratteristiche
dei dirigenti rivoluzionari e dei rapporti tra i vari
soggetti, fino al sistema di finanziamento di bilancio,
in aperta polemica con il modello sovietico di
autogestione finanziaria delle imprese. Nell’articolo “Le
discussioni sono collettive, le decisioni e le
responsabilità di uno solo”, indica le
linee che gli amministratori devono seguire e i loro
rapporti con gli organismi operai e politici. Le
funzioni di un direttore sono le seguenti: supervisione
e direzione dei lavori con la massima responsabilità di
fronte al ministero del buon funzionamento di tutto,
direzione della produzione e realizzazione della
pianificazione statale, vigilanza su lavoro, salari e
uso corretto delle macchine, informare, orientare,
stimolare, addestrare e qualificare il personale per
ottenere un’attività maggiormente rivoluzionaria,
collaborare con le organizzazioni rivoluzionarie e
sindacali. Sui sindacati: Quale sarà la funzione dei
sindacati? Essi hanno due funzioni distinte e
complementari, in questo periodo. Una è afferrare
l’idea generale del governo, discuterla a livello di
fabbrica e diffonderla tra i lavoratori, l’altra, solo
in apparenza opposta, ma in realtà complementare, è la
difesa degli interessi immediati e specifici della
classe lavoratrice al livello di impresa o di fabbrica.
…Come integrare tutta questa difesa degli interessi
immediati della classe lavoratrice con le grandi
iniziative economiche del governo? La soluzione è
semplice, perché non esiste contraddizione tra i due
compiti. Il governo cerca di far progredire rapidamente
il paese; questa è una grande aspirazione, ma quando si
mette in atto in una fabbrica, si scontra con difficoltà
pratiche. In questo caso la missione del sindacato è di
adeguare le condizioni reali del posto di lavoro alle
direttive generali dello Stato. … Il sindacato deve
svolgere questa doppia funzione: vigilare le condizioni
di lavoro di operai e impiegati e dare al tempo stesso
l’orientamento rivoluzionario del sacrificio e dello
sforzo necessari da parte della massa, con tutta
l’onestà di cui sono capaci i membri del
proletariato. …Ogni contraddizione deve venire risolta
mediante discussioni, perché l’arma superiore della
classe operaia, lo sciopero, è l’arma di definizione
violenta delle contraddizioni di classe, cosa che non
deve succedere in una società avviata verso il
socialismo. Naturalmente nella fase di costruzione
del socialismo la lotta di classe continua, ma il
governo rivoluzionario deve assolutamente impedire che
si sviluppino contraddizioni con la classe operaia tanto
violente da dover sfociare in scioperi. L’articolo
“Il quadro politico, spina dorsale della
rivoluzione”, ci fornisce una panoramica delle
caratteristiche di un militante comunista, e delle
responsabilità che questo deve assumersi durante la
costruzione del socialismo. Può sembrare un discorso
idealista, ma il Che si basa sulla sua personale
esperienza per dire cosa significa essere comunisti: …Che
cos’è un quadro? È un individuo che ha raggiunto il
sufficiente livello di sviluppo politico per poter
interpretare le grandi direttive emanate dal potere
centrale, farle sue e trasmetterle come orientamento
alla massa, e che percepisce inoltre le manifestazioni
che questa fa dei suoi desideri e delle sue motivazioni
più intime. È un individuo dotato di disciplina
ideologica e amministrativa, che nella produzione sa
praticare il principio della discussione collettiva e
della decisione e responsabilità uniche; la cui fedeltà
è provata, il cui valore fisico e morale si è
accresciuto di pari passo col suo sviluppo ideologico,
in modo tale che è sempre disponibile ad affrontare
qualsiasi prova e a rispondere anche con la vita del
buon andamento della rivoluzione. Per formarlo bisogna
stabilire il principio selettivo nelle masse, è lì che
bisogna cercare le personalità nascenti, provate nel
sacrificio o che cominciano a mostrare le proprie
inquietudini, e affidare loro incarichi di maggiore
responsabilità che le mettano alla prova nel lavoro
pratico. Intimamente legato al concetto di quadro è
quello di capacità di sacrificio, quello che mostra col
proprio esempio le verità e le parole d’ordine della
rivoluzione. Il quadro si deve conquistare il rispetto
dei lavoratori con la sua azione. È indispensabile che
possa contare sulla considerazione e sull’affetto dei
compagni che deve guidare per le vie d’avanguardia.
Segue poi la lunga serie di articoli che costituiscono
la polemica sul sistema di finanziamento di bilancio o
di Bettelheim, dal nome dell’economista francese che
sosteneva l’applicazione del modello russo.
Sono scritti estremamente tecnici e ricchi di citazione
di testi classici di Karl Marx, Lenin ed altri. Ciò che
più ci colpisce sono i riferimenti agli scritti
giovanili di Marx, citati più volte anche durante le
riunioni al Ministero dell’Industria, che sono stati
troppo spesso dimenticati da altri teorici. Sono i testi
più marcatamente umanistici del filosofo tedesco, ed
hanno una notevole influenza su quello che da molti
viene definito “L’umanesimo rivoluzionario del
Che”. È molto interessante la sintesi che il
Comandante sviluppa tra i testi di economia e quelli
umanistici: ne viene fuori una concezione altamente
evoluta dell’economia e del lavoro, basata sulla
liberazione dell’uomo dall’alienazione, in modo da
renderlo protagonista e responsabile del benessere di
tutta la società. Sull’alienazione aveva già scritto
Marx, ma purtroppo questo concetto era passato in
secondo piano rispetto ad altri, mentre Guevara ne fa
uno degli assi portanti della struttura economica.
L’alienazione è quella che vive il proletario nel
momento in cui va a vendere la propria forza lavoro ad
un padrone per un certo numero di ore, al fine di
assicurarsi i mezzi di sussistenza. Il lavoratore
percepisce quel tempo come una parte della vita che non
gli appartiene, che diviene proprietà dello sfruttatore
in cambio del salario. Nel socialismo, invece, il lavoro
è parte integrante della vita dell’individuo, in
quanto esso rappresenta il contributo dell’uomo alla
società, e viene svolto in nome del progresso economico
e sociale dell’intera comunità di individui. Questo
tema verrà affrontato più estesamente in seguito, al
momento della stesura de “Il Socialismo e l’Uomo a
Cuba”. Il nocciolo della polemica di Bettelheim è
questo: il Che sostiene il sistema di finanziamento di
bilancio, in cui la banca dà all’impresa in base al
suo bilancio, senza percepire interessi, fungendo solo
da cassa; le aziende non hanno fondi propri e tutte le
loro entrate vengono restituite al bilancio nazionale.
Il sistema del calcolo economico o di autogestione delle
imprese (in uso in Urss e sostenuto a Cuba da alcuni
economisti) si basa su controlli globali e una
decentralizzazione spinta. Il controllo indiretto viene
effettuato dalla banca tramite il denaro, e il risultato
monetario della gestione serve da misura per i premi;
l’interesse materiale è la grande leva che muove i
lavoratori. Il sistema di finanziamento di bilancio,
invece, si basa su un controllo centralizzato
dell’impresa; il suo piano e la sua gestione sono
controllati da organismi centrali in modo diretto. Vantaggi
del sistema esposti in forma generale: Primo, tendendo
alla centralizzazione, tende a un’utilizzazione più
razionale dei fondi a carattere nazionale. Secondo,
tende ad una maggiore razionalizzazione di tutto
l’apparato amministrativo dello Stato. Terzo, questa
stessa tendenza alla centralizzazione costringe a creare
unità più grandi entro limiti adeguati, che risparmino
forza-lavoro e aumentino la produttività dei
lavoratori. Quarto, integrato in unico sistema di norme,
fa di tutte (le aziende) una sola grande impresa
statale…Quinto, disponendo di organismi costruttori
compresi nel bilancio, si può semplificare il controllo
degli investimenti,… È importante dire che così si
crea nell’operaio l’idea generale della cooperazione
fra tutti, l’idea di appartenere ad un grande insieme
che è costituito dalla popolazione del paese e si
favorisce lo sviluppo della sua coscienza del dovere
sociale. …È necessario chiarire una cosa : noi non
neghiamo la necessità oggettiva dell’incentivo
materiale, ma siamo contrari al suo uso come leva
fondamentale. … Per i sostenitori dell’autogestione
finanziaria l’incentivo materiale diretto non si
contrappone allo “sviluppo” della coscienza, per noi
invece sì. Per questo lottiamo contro il suo
predominio,poiché significherebbe ritardare lo sviluppo
della morale socialista. (Il Che dice queste cose a
ragion veduta, essendo da poco tornato da un viaggio nei
paesi socialisti in cui ha potuto costatare come lì
fosse “sottosviluppata” la morale rivoluzionaria),…noi
affermiamo che in un periodo di tempo relativamente
breve lo sviluppo della coscienza contribuisce allo
sviluppo della produzione più dell’incentivo
materiale e lo facciamo basandoci sulla proiezione
generale dello sviluppo della società per entrare nel
comunismo, il che presuppone che il lavoro cessi di
essere una penosa necessità per trasformarsi in un
piacevole imperativo. L’affermazione richiede la
sanzione dell’esperienza… finora le cose sono andate
così e il metodo, perfezionato dalla pratica, dimostra
la sua coerenza interna. (Le cose sono andate così
per qualche anno, poi la morte del Che e l’inasprirsi
dell’embargo hanno messo un freno allo sviluppo di
Cuba, che però ancora oggi vanta il miglior welfare
dell’America latina, e come assistenza sanitaria
pubblica supera di gran lunga gli Usa). … ciò che
vogliamo ottenere con questo sistema è che la leva
dell’interesse materiale non si trasformi in qualcosa
che costringe l’individuo a lottare disperatamente con
gli altri per assicurarsi determinate condizioni … che
lo pongano in posizione privilegiata. Far sì che il
dovere sociale sia il punto fondamentale su cui poggia
tutto lo sforzo del lavoro dell’operaio. Questi
concetti vengono nuovamente espressi nella lettera a Josè
Medero Mestre, che sostiene l’autogestione finanziaria
:…Dopo la distruzione della società precedente si è
preteso di fondare la nuova su un ibrido;
all’uomo-lupo, alla società dei lupi, si sostituisce
un’altra specie che non ha l’impulso disperato di
rubare ai propri simili, dal momento che lo sfruttamento
dell’uomo sull’uomo è scomparso, ma che ha impulsi
dello stesso genere, determinati dal fatto che la leva
dell’interesse materiale si trasforma nell’arbitrio
del benessere individuale e della piccola collettività
(le fabbriche,ad esempio); in questo rapporto io vedo la
radice del male. Vincere il capitalismo con i suoi
stessi feticci, ai quali si è tolta la qualità magica
più efficace, il profitto,
mi sembra un’impresa difficile. In
definitiva, nel sistema di autogestione il Che vede
tutte le premesse per un ritorno al capitalismo, cosa
che si è puntualmente verificata in tutto l’est
europeo e in molte zone della Cina. Ciò a cui tutti noi
abbiamo assistito a cavallo della fine degli anni 80 non
è stato il tanto osannato “crollo del comunismo”, né
la realizzazione del sogno di “libertà e
democrazia”, né tantomeno il “trionfo dei valori
cristiani”: abbiamo tutti potuto ridere delle profezie
di Fatima,
visto che sono scoppiate più guerre negli anni 90 che
nei 30 anni precedenti. Hanno cercato di darci a bere
tutta questa sterile propaganda, ma in realtà è
semplicemente crollato un modo errato di costruire il
socialismo. Solo il superamento dell’interesse
individuale può portare alla costruzione della società
senza classi,in cui ognuno dà secondo le sue possibilità
e riceve secondo i suoi bisogni, in cui il lavoro non è
una parte del proprio tempo sacrificato in nome del dio
denaro, bensì il compimento volontario del proprio
dovere verso la società. Proprio in questo noi vediamo
la stringente attualità delle concezioni Guevariane.
Per quanto concerne la formazione della morale rivoluzionaria, il Che
evidenzia più volte l’importanza del Partito: Bisognerebbe a questo punto
sottolineare il ruolo educatore che dovrebbe svolgere il
partito affinché il centro di lavoro si trasformi
nell’espressione collettiva delle aspirazioni e delle
inquietudini dei lavoratori e sia il luogo in cui
vengono plasmati i loro desideri di servire la società.
Si potrebbe pensare che il centro di lavoro sia la base
del nucleo politico della società futura, e che le sue
indicazioni … diano occasione al partito e al governo
di prendere le decisioni fondamentali per l’economia o
per la vita culturale dell’individuo. Rifiuta
tutti i dogmatismi scolastici e le interpretazioni
forzate di Marx e Lenin, per cui entra in dura polemica
con il “Manuale di economia politica” russo, a cui
dedica anche un lavoro di confutazione sistematica, che
purtroppo non è mai giunto a noi. Durante una riunione
al Ministero dell’industria presenta la relazione
sulle sue esperienze nell’Urss: A Mosca ho avuto
una riunione con tutti gli studenti… Io ero pronto a
dare battaglia durissima contro il sistema
dell’autonomia contabile. Ebbene, mai mi era capitato
di avere un uditorio più attento, che abbia capito le
mie ragioni più rapidamente. E volete sapere perché?
Perché erano lì, e perché molte delle cose che io vi
dico qui in forma teorica loro le sanno. Le sanno perché
se le trovano davanti, quando vanno dal medico, al
ristorante, a comprare qualcosa nei negozi: oggigiorno
accadono cose incredibili nell’Urss. Questa storia del
sostegno, di cui si parla, delle masse verso il sistema
dell’autonomia, è falsa. Con l’autonomia contabile
si ha una valorizzazione dell’uomo per ciò che rende,
cosa che il capitalismo già fa alla perfezione. E
quindi è stato lì, proprio in Unione Sovietica, che si
è potuta ottenere maggiore chiarezza. Vuol dire questo
che si tratta di revisionismo o di Trotskismo?… E
dicevano: “è revisionismo”, “bisogna chiederlo al
Partito”, “perché così non sta bene”. Qui
traspare tutta l’avversione per il dogmatismo
burocratico dei russi, che affrontavano i problemi
economici relativi alla costruzione del socialismo
esattamente come un pretino affronta le domande relative
alle questioni concrete, rispondendo per preconcetti e
frasi fatte. A quel punto, quando si cominciò a
porre i problemi, lo scontro si fece violento. La
Bibbia, vale a dire il Manuale, perché disgraziatamente
la Bibbia qui non era “Il Capitale”, ma il
Manuale… dei punti cominciarono ad essere impugnati,
mentre venivano dette però anche cose pericolosamente
capitalistiche: fu allora che emerse la questione del
revisionismo. Il trotskismo emerge invece da due lati:
uno (quello che meno mi attrae) viene dal lato dei
trotskisti che dicono che vi è una serie di cose che
Trotsky aveva già detto. …Ora, è vero che dal
pensiero di Trotsky si possono ricavare una serie di
cose. Io credo che nelle questioni fondamentali su cui
si fondava, Trotsky commetteva degli errori; credo che
il suo comportamento posteriore fu erroneo e negli
ultimi tempi anche oscuro. Credo anche che i trotskisti
non abbiano apportato nulla al movimento rivoluzionario,
in nessun paese. I trotskisti la pongono da questo punto
di vista (Trotsky lo aveva detto!) e quindi tutta
una serie di persone che mormorano sul trotskismo. Credo
che in questo (nelle accuse di trotskismo mosse
chiunque la pensi diversamente) sia un’implicazione
politica che non si riferisce soltanto
all’atteggiamento che si può assumere davanti ai
problemi, come quello del finanziamento di bilancio, ma
che vi sia anche una divergenza nascosta, molto
profonda, molto amara e come tutte le divergenze di
questo tipo poco flessibile, poco generosa nel
riconoscimento delle idee altrui. Questa è
l’unica presa di posizione sul trotskismo che ci sia
nota, anche se sappiamo che in Bolivia, tra gli altri,
il Comandante leggeva i due tomi della “Storia della
Rivoluzione Russa” di Trotzky.
Ad
una riunione durante uno dei suoi viaggi a Mosca

Durante
una giornata di lavoro volontario, che il Che
considerava essenziale per aggregare gli uomini e
rinforzare il loro spirito rivoluzionario: L’importanza
del lavoro volontario non si riflette sulla parte
direttamente economica che potrebbe portare alle imprese
o allo Stato; essa si riflette nella coscienza
che si acquista di fronte al lavoro e nello stimolo o
esempio che questo atteggiamento significa per tutti i
compagni. L’educazione comunista deve essere basata su
questa coscienza e i lavoratori volontari
d’avanguardia sono quelli che meglio realizzano gli
ideali del vero comunista, …che nel suo luogo di
lavoro, nel suo centro di produzione (che è il suo
luogo di lotta, la sua trincea) dice agli altri
compagni: “Seguitemi per questo cammino”
Lavoro
volontario: guida un trattore durante la zafra,
la raccolta di canna da zucchero. La collaborazione alla
raccolta della canna era la principale forma di lavoro
volontario a Cuba.
Capitolo
5
Ambasciatore
della Rivoluzione
In
qualità di ambasciatore della Rivoluzione Cubana, il
Che non viaggia solo nei paesi socialisti e non
allineati, va anche alle conferenze di sviluppo
latinoamericane e all’Onu. È in queste occasioni che
pronuncia i discorsi più incisivi. Il Comandante è
ormai in una fase in cui Cuba gli sta stretta, le sue
posizioni filocinesi cozzano troppo spesso contro Fidel
Castro, fedele alla linea di un Urss allo sbando, in cui
la restaurazione capitalista è immanente. Ormai i
progetti del Che sono rivolti altrove, vuole dare il suo
contributo ad altre lotte rivoluzionarie. Qui
affrontiamo un’altra sostanziale innovazione apportata
dal Che al pensiero comunista: secondo le concezioni
precedenti, la
rivoluzione poteva avvenire solo quando vi fossero state
tutte le condizioni oggettive e soggettive, mentre
secondo Guevara, l’accendersi di un “foco”
guerrigliero avrebbe inasprito le contraddizioni,
facendo maturare le condizioni favorevoli. Il suo
“debutto” come portavoce di tutti gli sfruttati,
prima ancora che del governo di Cuba, avviene alla
conferenza per lo sviluppo dell’agosto 1961 a Punta
del Este, Uruguay. Si tratta di una riunione di tutti
gli Stati del continente, con lo scopo dichiarato di
lanciare l’alleanza per il progresso, ma in realtà
con l’intento di condannare Cuba e di rinsaldare la
dipendenza degli altri paesi americani nei confronti
degli Usa. Il Che pronuncia due discorsi, come tutti gli
altri, uno in apertura e uno come dichiarazione di voto.
Nel primo smaschera l’ipocrisia di chi definisce
economica la conferenza e poi giudica Cuba dal punto di
vista politico, denuncia tutte le aggressioni subite da
parte degli Usa e infine descrive la Rivoluzione Cubana,
il suo cammino e le sue proposte: …È una
Rivoluzione Agraria antifeudale e antimperialista…:
una Rivoluzione Socialista che ha preso la terra a chi
ne aveva molta e l’ha data a chi in quella terra
lavorava come salariato. È una Rivoluzione giunta al
potere con il proprio esercito e sulle rovine
dell’esercito oppressore, che si è impadronita
saldamente del potere, e si è dedicata a distruggere
sistematicamente tutte le forme di dittatura di una
classe di sfruttatori su una classe di sfruttati.
Elenca poi tutti i successi ottenuti da Cuba nei due
anni e mezzo di governo: l’alfabetizzazione, la sanità
gratuita, l’industrializzazione, il superamento reale
di tutte le discriminazioni per censo, sesso, razza e
ideologia. Passa poi alla parte economica della
relazione, dove dimostra scientificamente la superiorità
dell’economia socialista. Il passo più efficace del
secondo intervento è questo: Cuba ha indicato la
contraddizione tra obiettivi insignificanti e grandiosità
dei proclami. Si è parlato qui di sfida al destino, si
è parlato di un’assemblea che avrebbe assicurato il
benessere dell’America, e si sono usate molte parole
magniloquenti. Tuttavia, quando si arriva a precisare
cosa sarà il “decennio del progresso democratico”,
troviamo che il tasso di sviluppo netto annuale del 2,5
per cento richiede un secolo per raggiungere l’attuale
livello degli Usa, che è evidentemente un alto livello
di vita, ma non è una meta irraggiungibile. Inoltre,
calcolando approssimativamente che il processo di
sviluppo nei Paesi industrializzati e in quelli in
sottosviluppati si mantenga nella stessa proporzione, i
sottosviluppati impiegherebbero 500 anni a
raggiungere lo stesso tasso per abitante dei Paesi
sviluppati. … In sostanza noi rigettiamo
quest’alleanza in cui un alleato prende tutto e gli
altri niente. In molti casi, inoltre, proposte concrete
sono state trasformate in vaghe indicazioni: “se è
possibile”, “nell’ambito dei regolamenti”,
eccetera, in modo che, immediatamente sono state trovate
delle scappatoie legali. … Si insiste nel voler
risolvere i problemi dell’America latina con una
politica monetaria, mentre noi abbiamo ripetuto con
insistenza che solo un mutamento dei rapporti di
produzione può determinare veramente il nascere di
condizioni favorevoli al popolo. E si insiste anche
nella libera concorrenza, che, come è noto, a Cuba
viene condannata, unitamente allo sfruttamento
dell’uomo da parte dell’uomo. Per tutte queste cose,
signori delegati, Cuba non può firmare il documento.
Insieme a Cuba rifiutano il documento yankee anche
l’Argentina di Frondizi e il Brasile di Quadros. Il
Che si incontra con entrambi nei rispettivi paesi dopo
la conferenza, e sebbene nel corso di questi vertici non
si fosse trovato alcun accordo su una politica comune in
America Latina,nel volgere di otto giorni dalla visita
del ministro cubano ambedue i Presidenti furono deposti
da golpe militari. In effetti la Conferenza per lo
Sviluppo fallì, e le accuse contenute nel documento
cubano sono passate alla Storia come “La profezia del
Che”. Nel 62-63 il Comandante organizza due missioni
guerrigliere, nell’ottica della rivoluzione
continentale in America Latina. Una spedizione
dovrebbe accendere un fuoco di guerriglia in
Argentina, al comando del giornalista Ricardo Masetti, a
cui Guevara dovrebbe unirsi in un secondo momento.
Purtroppo le cose non vanno così e una delazione causa
la sconfitta della colonna argentina. L’altra missione
doveva operare in Perù, in appoggio al movimento
contadino di Hugo Blanco. Questi era stato tradito da
tutti i partiti comunisti che, nella loro caratteristica
logica settaria, lo abbandonarono non appena fu bollato
come trotzkista. In realtà Hugo Blanco era un ottimo
compagno, e il suo gruppo aveva già ottenuto importanti
successi, ma l’isolamento e la violenta repressione
costarono la sconfitta, come del resto accadrà allo
stesso Guevara in Bolivia, rinnegato dal PCB
del traditore Monje. Il
progetto di fare della cordigliera delle Ande la
Sierra Maestra d’America è rimandato, pertanto il Che
si dà alla proclamazione di manifesti rivoluzionari,
alla denuncia dei crimini dell’imperialismo, senza
risparmiare stoccate ai sovietici, che praticano lo
scambio diseguale e si fanno pagare le armi che danno ai
paesi fratelli aggrediti. Un esempio di questa
situazione, rimasto fortemente impresso nella memoria
del Comandante, è quello dell’Unione sovietica, che
si faceva pagare dalla Cina le armi acquistate da
quest’ultima per difendere la Korea dall’aggressione
Usa. Alla faccia dell’internazionalismo proletario. In
questo periodo inizia ad intrecciare contatti con il
Presidente algerino Ahmed Ben Bella, in vista di
cooperazioni militari in Africa. Infatti, rimandato per
il momento il progetto latinoamericano, gli sforzi del
Comandante si rivolgono verso l’Africa, altro campo di
sfruttamento imperialista. Nel 1963 si reca una prima
volta in Algeria e in altri paesi dell’Africa. Di
questo periodo ci è rimasta l’intervista al
settimanale francese l’express, nella quale il Che
afferma l’importanza dell’Africa nel contesto
rivoluzionario mondiale. Il 24/3/1964 partecipa alla
conferenza Onu per il commercio e lo sviluppo, a
Ginevra. In quest’occasione pronuncia un discorso
fortemente aggressivo, in cui denuncia il livello
aberrante cui è giunto il blocco economico degli Usa
contro Cuba e indica la sua ricetta per sanare gli
attuali squilibri: È molto chiaro, e lo diciamo in
tutta franchezza, che attualmente l’unica soluzione
giusta ai problemi dell’umanità è la completa
soppressione dello sfruttamento dei paesi dipendenti da
parte dei paesi capitalisti sviluppati.
Nell’intervento trovano spazio un’ampia analisi
delle contraddizioni esistenti in campo economico e
tutta una serie di definizioni perfettamente attuali:
… Il campo socialista si è sviluppato
ininterrottamente a tassi molto più elevati di quelli dei paesi capitalisti,
benché sia partito, in generale, da gradi di sviluppo
abbastanza bassi e malgrado le guerre di sterminio e i
rigidi blocchi. In contrasto con l’impetuosa crescita
dei paesi socialisti e lo sviluppo, anche se a ritmo più
ridotto, nella maggioranza dei paesi capitalisti, esiste
il fatto innegabile della stasi totale di gran parte dei
paesi cosiddetti sottosviluppati, che presentano, a
volte, tassi di incremento economico addirittura
inferiori a quelli di incremento demografico. Queste
caratteristiche non sono dovute al caso. Corrispondono
strettamente alla natura del sistema capitalista in
piena espansione, sistema che trasferisce verso i paesi
dipendenti le forme più odiose e meno mistificabili di
sfruttamento. Dalla fine del secolo scorso, questa
tendenza espansionistica e prevaricatrice si è tradotta
in innumerevoli aggressioni a diversi paesi dei
continenti più arretrati, ma attualmente si sta
traducendo soprattutto nel controllo, da parte delle
potenze sviluppate, della produzione e del commercio di
materie prime nei paesi dipendenti. La penetrazione dei
capitali dei paesi sviluppati è la condizione
essenziale per stabilire la dipendenza economica. …
(Essa) si presenta sotto forma di prestiti a
condizioni onerose, investimenti che mettono alla mercé
degli speculatori un dato paese, dipendenza tecnologica
quasi assoluta del paese dipendente rispetto al paese
sviluppato, controllo del commercio estero per mezzo dei grandi monopoli
internazionali e, nei casi estremi, ricorso alla forza
come potenza economica per rafforzare le altre forme di
sfruttamento. In sostanza, gli Usa scambiano le
materie prime prese ai paesi dipendenti o con un
parziale ammortamento degli interessi sugli enormi
debiti pubblici di questi paesi o con la promessa di non
dare loro l’uranio impoverito delle bombe, che tanti
danni sta causando agli innocenti popoli dell’Iraq e
della Jugoslavia. Talvolta questa penetrazione si
serve di forme più subdole quali l’uso degli
organismi internazionali, finanziari, creditizi e di
altro tipo. … Il Fondo Monetario Internazionale è il
cane da guardia del dollaro nel mondo capitalista. La
Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo
è lo strumento di penetrazione dei capitali
nordamericani nel mondo sottosviluppato… Tutti questi
organismi sono retti da norme e principi che si cerca di
spacciare come fattori atti alla salvaguardia
dell’equità e della reciprocità nei rapporti
economici internazionali, mentre, in realtà, non sono
altro che feticci dietro i quali si nascondono gli
strumenti più sottili e atti a perpetuare
l’arretratezza e lo sfruttamento. Il Fondo
Monetario Internazionale, che dovrebbe garantire la
stabilità dei cambi e la liberalizzazione dei pagamenti
internazionali, non fa altro che impedire l’adozione
delle pur minime misure a difesa dei paesi
sottosviluppati di fronte alla concorrenza e alla
penetrazione dei monopoli stranieri. … E come è vero
che i prezzi attuali sono ingiusti, così (è vero
che) essi sono condizionati dalla limitazione
monopolistica dei mercati e dallo stabilimento di
rapporti politici che fanno della libera concorrenza una
parola dal significato unilaterale, libera concorrenza
per i monopoli, libera volpe tra libere galline.
Guevara ama ripetere che Cuba rappresenta un mal di
testa per tutti i paesi capitalisti in quanto si
presenta alle assemblee “per chiamare le cose con
il loro nome e gli Stati Uniti gendarmi della
repressione nel mondo intero”. È proprio quello
che accade all’assemblea Onu dell’11/12/1964.
L’intervento del Che sarà il grande regolamento di
conti con l’imperialismo, la denuncia di tutti i
crimini e le aggressioni Usa, non solo contro Cuba, ma
nel mondo intero: Cambogia, Laos, Vietnam eccetera.
Elenca tutte le dittature latinoamericane asservite di
fatto agli Stati Uniti e gli interventi diretti di
questo paese in Venezuela, Colombia e Guatemala nella
lotta contro la guerriglia. Un momento felicissimo, dal
punto di vista della proclamazione
dell’internazionalismo proletario, si ha durante la
risposta del Che ad un delegato, che aveva ironizzato
sulla sua “doppia nazionalità” argentino-cubana:
…Sono nato in Argentina; non è un segreto per
nessuno. Sono cubano e sono anche argentino e, se le
illustrissime signorie dell’America Latina non si
offendono, mi sento tanto patriota dell’America
Latina, di qualunque paese dell’America Latina, come
chiunque altro e se fosse necessario sarei pronto a dare
la vita per la liberazione di qualunque paese
dell’America Latina senza chiedere niente a nessuno,
senza pretendere niente, senza sfruttare nessuno. Questo
è l’internazionalismo, e questa è la coerenza del
Comandante Che Guevara, le cui parole troveranno un
tragico riscontro a Quebrada del Yuro. Da New York il
Che si sposta nuovamente in Africa, senza tornare a
Cuba. Viaggia per vari paesi ed intreccia contatti con
tutti i movimenti rivoluzionari del continente. Si reca
poi ad Algeri, al II Seminario Economico di Solidarietà
Afroasiatica, cui Cuba è stata invitata in qualità di
paese libero. L’intervento di Guevara è fortemente
polemico nei confronti dei paesi socialisti, che accusa
di praticare lo scambio diseguale e di disattendere i
doveri dell’internazionalismo. Naturalmente questo
inasprirà ulteriormente i rapporti del Che con
l’Urss, e nella stessa Cuba l’intervento verrà
pubblicato in forma ridotta, omettendo le parti in cui
si critica l’atteggiamento dei paesi socialisti in
generale e dell’Unione Sovietica in particolare. Oltre
a questo, l’intervento contiene numerosi spunti di
riflessione sull’internazionalismo: …Da quando i
capitali monopolistici si sono impadroniti del mondo,
hanno mantenuto nella povertà la maggior parte
dell’umanità, mentre i guadagni venivano divisi tra i
paesi più forti. … bisogna dunque lottare contro
l’imperialismo per innalzare il livello di vita dei
paesi sottosviluppati. E ogni volta che un paese si
stacca dal tronco imperialista, non solo si vince una
parziale battaglia contro il nemico fondamentale, ma si
contribuisce anche al suo indebolimento e si fa un passo
avanti verso la vittoria definitiva. Non esistono
frontiere in questa lotta mortale, non possiamo rimanere
indifferenti di fronte a ciò che accade in un qualsiasi
paese del mondo; … L’esercizio
dell’internazionalismo proletario non è solo un
dovere per i popoli che lottano, ma è anche una
necessità che non può essere elusa. … Da ciò
bisogna trarre una conclusione: lo sviluppo dei paesi
che iniziano ora il cammino della liberazione deve
essere pagato dai paesi socialisti. Diciamo questo senza
la minima intenzione di ricattare o di sorprendere, né
per ottenere con facilità un maggior avvicinamento
all’insieme dei popoli afro-asiatici: è una
convinzione profonda. Non può esistere socialismo se,
nelle coscienze, non avviene un cambiamento che
determini un nuovo atteggiamento fraterno nei confronti
dell’umanità, sia di carattere individuale, nella
società in cui si costruisce il socialismo, sia di
carattere mondiale, in rapporto a tutti i popoli che
subiscono l’oppressione dell’imperialismo. In
realtà il campo socialista non raccolse mai questi
inviti, sia a causa di divisioni interne e lungaggini
burocratiche, sia soprattutto per la perversa logica
della guerra fredda, che portò, in una certa fase, ad
una spartizione a tavolino del mondo tra Usa e Urss e a
patti di non ingerenza nelle reciproche zone
d’influenza. Tutte ciò rese molto difficoltoso il
progredire delle altre situazioni rivoluzionarie in
sviluppo, ivi compresa l’ostilità del PCUS
e del PCB al tentativo di accendere un fuoco di
guerriglia in Bolivia. Noi crediamo che questo debba
essere lo spirito con il quale si affronta la
responsabilità di aiutare i paesi dipendenti, e che non
si debba più parlare di sviluppare un commercio di
reciproco vantaggio… basato sui prezzi di mercato… Ecco
la parte censurata: come può essere “reciproco
vantaggio” vendere ai prezzi del mercato mondiale le
materie prime che costano sudore e sofferenze senza
limiti ai paesi arretrati e comprare ai prezzi del
mercato mondiale le macchine prodotte nelle attuali
fabbriche automatiche? Questo era
l’internazionalismo della burocrazia sovietica
post-staliniana. Se stabiliamo questo tipo di
rapporto tra i due gruppi di nazioni dobbiamo ammettere
che i paesi socialisti sono, in un certo, modo, complici
dello sfruttamento imperialista. Si può controbattere
che l’ammontare degli scambi coi paesi sottosviluppati
costituisce solo una minima parte del commercio estero
di questi paesi. È una grande verità, ma non annulla
il carattere immorale dello scambio. …L’intervento
continua con l’ennesima bacchettata ai paesi
socialisti, sulle loro divisioni interne e i pretesti
che trovano per tirarsi indietro in Asia e Africa,
parlando di “socialismo eterodosso”, di modi errati
di procedere, eccetera, a dimostrazione del fatto che a
volte il settarismo funge anche da maschera per un
sostanziale immobilismo. Non vi è altra definizione
del socialismo che sia valida per noi all’infuori
dell’abolizione dello sfruttamento dell’uomo
sull’uomo. Finché questo non avviene, siamo nel
periodo di costruzione della società socialista, e se,
invece di verificarsi tale fenomeno, il lavoro per
eliminare lo sfruttamento ristagna o addirittura perde
terreno, non si può neppure parlare di costruzione del
socialismo. … Ancora sulle armi: … La
questione della liberazione per mezzo delle armi da un
potere politico oppressore deve essere considerata in
base ai principi dell’internazionalismo proletario,…
deve essere assurdo che si controlli la solvibilità di
un popolo che lotta per la liberazione o che ha bisogno
di armi per difendere la propria libertà. Le armi, …
non possono essere merci, e devono essere concesse
gratis ai popoli che le richiedono per sparare contro il
comune nemico… All’infame attacco
dell’imperialismo nordamericano contro il Vietnam o
contro il Congo bisogna rispondere fornendo a questi
paesi fratelli tutti gli strumenti di difesa di cui
hanno bisogno e dando loro la massima solidarietà senza
alcuna condizione. Naturalmente tutto questo non
avvenne, e i due paesi furono lasciati soli ad
affrontare i gendarmi della repressione. Il Congo ha
perso, ed è uno dei paesi africani che maggiormente
subisce lo sfruttamento Usa, mentre il Vietnam, pur
avendo vinto, paga ancora le conseguenze delle armi di
sterminio di massa sganciate dagli yankee, che hanno
distrutto milioni di vite umane e messo in ginocchio col
napalm e le bombe chimiche l’agricoltura, base
dell’economia vietnamita. Lo stesso dicasi per la
Korea.
Alla
conferenza di Punta del Este.

All’Onu
Con Salvador Allende, che vincerà
le elezioni in Cile e verrà poi rovesciato
dal golpe clerico-fascista di Pinochet
Capitolo
6
Gli
ultimi due scritti politici
Quella
che culmina con il discorso di Algeri è l’ultima
missione ufficiale compiuta dal Che come membro del
Governo di Cuba. Durante il suo svolgimento, il
Comandante ha intrecciato i contatti con i capi del
movimento rivoluzionario congolese, gettando le basi per
il futuro appoggio cubano alla lotta lumumbista.
Il futuro del Che è nella guerriglia, e visto che i
progetti latinoamericani sono stati momentaneamente
accantonati, il territorio di lotta deve essere
l’Africa. Questa è la fase in cui il Che scrive i
testi più rilevanti, quello che possiamo considerare un
vero e proprio testamento spirituale indirizzato agli
uomini che dopo di lui intraprenderanno il difficile
cammino del rivoluzionario. Possiamo considerare questo
testamento diviso in due parti: la prima è “Il
Socialismo e l’Uomo a Cuba”, e riguarda l’hombre
nuevo, i compiti dell’individuo comunista durante la
fase di costruzione del socialismo e il confronto tra
l’uomo comunista e quello che vive nella società
capitalista. La seconda parte è costituita da “Creare
due, tre, molti Vietnam è la parola d’ordine”,
scritto durante la clandestinità e pubblicato solo
nell’aprile del 67, quando il Che si trova già da
alcuni mesi in Bolivia. Qui possiamo leggere le
motivazioni della guerriglia e le analisi della
situazione mondiale, oltre alla proclamazione dei doveri
dei rivoluzionari nei paesi che non hanno ancora
intrapreso il cammino della costruzione del socialismo.
“Il
Socialismo e l’Uomo a Cuba” viene scritto nel 65,
sotto forma di lettera ad un giornalista uruguagio, a
cui aveva promesso un articolo dopo i fatti di Punta Del
Este. Questo è il più bel manifesto dell’uomo
comunista. Rappresenta la sintesi tra il socialismo
scientifico di Marx, Engels e Lenin e i fondamentali
valori dell’umanesimo, senza per questo concedere
spazio all’utopia. Vediamone qualche passo, anche se
“impongo tassativamente” al lettore di leggere la
versione integrale, in modo da poter affrontare anche la
parte, particolarmente audace per l’epoca, in cui
critica il realismo socialista, che in quegli
anni veniva considerata l’unica forma d’arte adatta
all’uomo comunista, mentre Guevara scrive chiaramente
che non deve esserci nessuna restrizione
all’espressione creativa dell’uomo nuovo.
Capita
di frequente d’ascoltare per bocca dei portavoce
capitalisti, l’affermazione secondo cui il nostro
sistema sociale sia caratterizzato dall’abolizione
dell’individuo, sacrificato sull’altare dello Stato.
Non cercherò di confutare quest’affermazione su base
meramente teorica, ma cercherò di stabilire i fatti
quali oggi si
vivono a Cuba. Il Comandante demoliva già nel 1965
quelle idee che il traditore Veltroni annuncia come
nuove nel 2000: la proclamazione dell’incompatibilità
tra comunismo e libertà, l’adozione del liberismo più
feroce come ragion d’essere della “sinistra”, la
“necessità di far scomparire le identità
comuniste” eccetera. La borghesia usa gli stessi
argomenti cercando di farli apparire sempre nuovi. Prima
di tutto traccerò a grandi linee la storia della nostra
lotta rivoluzionaria … la tappa guerrigliera. Essa si
svolse in due ambienti: quello del popolo, una massa
ancora assopita che doveva essere mobilitata; e la sua
avanguardia, la guerriglia, generatore di coscienza
rivoluzionaria e di entusiasmo combattivo. Anche in essa
l’individuo rimase il fattore fondamentale. Nel
gennaio del 1959 si costituì il Governo rivoluzionario,
con la partecipazione di membri della borghesia. Poi si
produssero serie contraddizioni, fino alle dimissioni
del presidente Urrutìa sotto la pressione delle masse.
Appariva così nella storia di Cuba la massa.
Questa entità dalle molte facce non è la somma di
elementi della stessa categoria, che agisce come un
gregge mansueto. La massa partecipò alla Riforma
Agraria, passò attraverso l’esperienza eroica di
Playa Giròn , e oggi continua a lavorare per la
costruzione del socialismo. Questo passaggio ha una
particolare importanza teorica, in quanto, coerentemente
con quanto affermato riguardo al sistema di
finanziamento di bilancio, il superamento
dell’interesse materiale individuale fa raggiungere un
superiore livello di coscienza collettiva alle persone,
che diventano insieme cosciente di individui che lottano
per il medesimo fine, apportando un enorme contributo
alla causa della costruzione del socialismo. Questo
sembrerebbe dare ragione a chi parla di sottomissione
dell’individuo allo Stato; la massa realizza i compiti
assegnati con entusiasmo, e l’iniziativa parte in
genere dall’alto comando. Solo che questa viene
spiegata al popolo, che la fa sua. Tuttavia a volte lo
Stato si sbaglia.Ecco un’affermazione molto coraggiosa, visto
che venne fatta in un’epoca in cui la burocrazia di
partito si considerava assolutamente infallibile. Quando
uno di questi errori si produce, si nota una diminuzione
dell’entusiasmo collettivo, e allora il lavoro si va
paralizzando fino a ridursi a misure insignificanti.
…Ciò che riesce difficile da capire a chi non vive
l’esperienza della Rivoluzione, è la stretta unità
dialettica tra l’individuo e la massa, nella quale
entrambi si compenetrano, e la massa, a sua volta, presa
come insieme di individui, si compenetra con i
dirigenti. …Nella società capitalista l’uomo è
guidato da un freddo ordinamento che sfugge al dominio
della sua comprensione. L’essere umano, oggetto di
alienazione, ha un invisibile cordone ombelicale che lo
lega alla società intesa nel suo complesso: la legge
del valore. Essa agisce in tutti gli aspetti della sua
vita, e va modellando la sua strada e il suo destino. Le
leggi del capitalismo, invisibili per la gente in
genere, e per di più cieche, agiscono sull’individuo
senza che questi se ne avveda. Egli non riesce a
scorgere altro che la vastità di un orizzonte che gli
appare sconfinato. Così glielo presenta la propaganda
capitalista, che pretende di ricavare dal caso
Rockfeller, vero o falso che sia, una lezione intorno
alle possibilità di successo. Il sogno americano
del self-made-man, il miliardario venuto dal nulla.
L’equivalente del nostro mai abbastanza odiato
Berlusconi. Rockfeller veniva indicato da tutti come il
modello di uomo americano, la dimostrazione che nella
“libera” società occidentale chiunque può
sfondare, in contrapposizione all’uguaglianza
socialista. La miseria che occorre accumulare perché
si determini un esempio del genere, e la somma delle
infamie che una fortuna di quelle dimensioni presuppone,
(Ad esempio i legami politici di Berlusconi con Craxi,
che gli ha concesso una serie di licenze al di là di
tutte le leggi.) non appaiono nel quadro, e non è
sempre possibile alle forze popolari di venire in chiaro
di questi concetti. Qui il Che apre una parentesi in
cui accenna a quello che nei giorni nostri è il
principale problema del movimento operaio nel mondo
occidentale: (Qui cadrebbe opportuna una
disquisizione sulla misura in cui nei paesi imperialisti
gli operai vanno perdendo il loro spirito
internazionalista di classe sotto l’influenza di un
certo compiacimento dei paesi economicamente dipendenti,
e sul modo in cui questo fatto attenua in pari tempo lo
spirito di lotta delle masse nel loro stesso paese; ma
questo è un tema che esula dallo scopo di queste note.)
Ad ogni modo la loro propaganda mostra la via, più o
meno irta di ostacoli, che, almeno in apparenza, un
individuo fornito delle qualità necessarie può
superare per raggiungere la meta. Il premio si intravede
remoto; il percorso è solitario. Ed è una corsa di
lupi: si può arrivare soltanto grazie agli insuccessi
degli altri. …Nello schema di Marx il periodo di
transizione era concepito come il risultato della
trasformazione esplosiva del sistema capitalista
distrutto dalle sue contraddizioni interne; nella realtà
successiva si è visto come dall’albero imperialista
si stacchino alcuni paesi che ne costituiscono
i rami più deboli, fenomeno previsto da Lenin.
… In questi paesi non si è ancora prodotta una
completa educazione al lavoro sociale, e la ricchezza è
lungi dal trovarsi a portata di mano delle masse
mediante un semplice processo di appropriazione. Il
sottosviluppo da un lato, e la fuga abituale di capitali
verso paesi “civilizzati” dall’altro, rendono
impossibile un cambiamento rapido e senza sacrifici.
Resta ancora un lungo tragitto da percorrere nella
edificazione della necessaria base economica, e la
tentazione di seguire le vie già battute
dell’interesse materiale come molla di propulsione di
uno sviluppo accelerato, è grandissima. Si corre il
pericolo che i singoli alberi impediscano di vedere il
bosco. Perseguendo la chimera di realizzare il
socialismo con le armi spuntate
che il capitalismo ci ha lasciato (la merce come
cellula economica, il reddito, l’interesse materiale
inteso come molla, eccetera), si può imboccare un
vicolo senza uscita. E vi si arriva dopo aver percorso
un lungo tragitto,…ed
è difficile individuare il momento preciso in
cui si è sbagliato strada. E intanto la base economica
adottata ha compiuto la sua opera di mina sullo sviluppo
della coscienza. Per costruire il comunismo,
contemporaneamente alla base materiale bisogna fare
l’uomo nuovo. …Il capitalismo ricorre
alla forza, ma inoltre educa la gente entro il sistema.
La propaganda diretta viene realizzata da coloro che
sono incaricati di spiegare l’ineluttabilità di un
regime classista, sia esso di origine divina,
o sia imposto dalla natura come entità meccanica.
Questo placa le masse, che si vedono oppresse da un male
contro il quale non è possibile la lotta. Poi subentra
la speranza; ed è in questo che il regime capitalista
si differenzia dai regimi di casta che lo hanno
preceduto e che non offrivano via d’uscita. Per alcuni
continuerà a vigere la formula della casta: il premio a
chi ubbidisce sarà l’approdo, dopo la morte, ad altri
mondi meravigliosi dove i buoni vengono premiati, col
che si osserva la vecchia tradizione. Per altri vi è
un’innovazione: la divisione in classi è fatale, ma
gli individui possono uscire da quella cui appartengono,
mediante il lavoro, l’iniziativa, eccetera. Questo
procedimento deve necessariamente essere profondamente
ipocrita; è l’interessata dimostrazione del fatto che
una menzogna è verità. Nel nostro caso, l’educazione
diretta acquista un’importanza molto maggiore. La
spiegazione è convincente perché è vera, non ricorre
a sotterfugi…. L’educazione mette radici nelle
masse, e il nuovo atteggiamento preconizzato tende a
convertirsi in costume; la massa lo va facendo proprio e
preme su coloro che non si sono ancora educati. Questo
è il metodo indiretto di educazione delle masse, non
meno potente dell’altro. …Gli uomini vanno
acquistando ogni giorno di più
coscienza della necessità di incorporarsi nella
società e, in pari tempo, della loro importanza come
elementi motori della stessa. … Le avanguardie tengono
lo sguardo rivolto al futuro e alla sua ricompensa, ma
questa non si intravvede più come qualcosa di
individuale; il premio è la nuova società, in cui gli
uomini avranno caratteristiche diverse: la società
dell’uomo comunista. … ora sono le masse che fanno
la storia, in quanto insieme cosciente di individui che
lottano per la stessa causa. L’uomo, nel socialismo,
malgrado la sua apparente standardizzazione, è più
completo; … Non si tratta di saper quanti chilogrammi
di carne si mangiano o quante volte all’anno un tale
possa andarsene in giro sulla spiaggia, o quante belle
cose importanti all’estero si possano acquistare con i
salari attuali. Si tratta di far sì che l’individuo
si senta più completo, ricco d’una maggior ricchezza
interiore e investito di un’assai maggiore
responsabilità. … All’interno del paese i dirigenti
hanno il dovere di eseguire i loro compiti
d’avanguardia; e bisogna dirlo con tutta sincerità:
in una vera Rivoluzione, alla quale si dona tutto, dalla
quale non ci si attende nessuna ricompensa materiale, il
compito del rivoluzionario d’avanguardia è insieme
magnifico e angoscioso. Mi lasci dire, a rischio di
apparire ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato
da grandi sentimenti d’amore. È impossibile concepire
un autentico rivoluzionario che non abbia questa qualità.
Forse è proprio questo uno dei maggiori drammi del
dirigente, che deve unire a uno spirito appassionato una
mente fredda, e deve saper prendere le più dolorose
decisioni senza che un solo muscolo gli si contragga.
… in queste condizioni, bisogna possedere una grande
dose di umanità , di senso di giustizia e della verità,
per non cadere in eccessi di dogmatismo, in freddi
scolasticismi, nell’isolamento dalle masse. …È
chiaro che nelle circostanze attuali esiste il pericolo
delle debolezze in cui è possibile cadere. Se un uomo
pensa che, dovendo dedicare tutta la sua vita alla
rivoluzione, non possa distrarre la mente dal suo lavoro
per la preoccupazione che a un suo figliolo manchi
questa o quella cosa, che i suoi bambini abbiano le
scarpe rotte, che la sua famiglia sia priva di certi
beni che reputa necessari, permetterà che sotto questo
suo atteggiamento incomincino ad infiltrarsi i germi
della corruzione. Nel nostro caso, abbiamo sostenuto
che i nostri figli devono avere ciò che hanno i
figli dell’uomo della strada, e che debbono mancare di
ciò che a quelli manca; e la nostra famiglia deve
capirlo e lottare per questo. La rivoluzione si fa
attraverso l’uomo, ma l’uomo ha il dovere di
forgiare giorno per giorno il suo spirito
rivoluzionario. …Sappiamo che vi sono altri sacrifici
davanti a noi e che dovremo pagare un prezzo per il
fatto eroico di costituire un’avanguardia come
nazione. … Veniamo alle conclusioni:
Noi
socialisti siamo più liberi perché siamo più
completi; e siamo più completi perché siamo più
liberi
Lo
scheletro di questa nostra completa libertà è ormai
formato; mancano ancora la sostanza proteica e il
rivestimento; li creeremo.
La
nostra libertà e il suo supporto quotidiano sono tinti
di sangue e gonfi di sacrificio.
Il
nostro sacrificio è cosciente: quota per pagare quella
libertà che stiamo costruendo.
La
strada è lunga e in parte ignota; conosciamo quali sono
i nostri limiti. Ma faremo l’uomo del secolo XXI, lo
faremo noi stessi.
Ci
forgeremo nell’azione d’ogni giorno, creando un uomo
nuovo con una nuova tecnica.
La
personalità (il dirigente) svolge il
ruolo della mobilitazione e della direzione in
quanto incarna le più alte virtù e le maggiori
aspirazioni del popolo e non s’allontana mai dalla sua
via.
Chi
apre la strada è il gruppo d’avanguardia, formato dai
migliori fra i buoni, il Partito.
La
gioventù è il materiale fondamentale della nostra
opera, in essa riponiamo le
nostre speranze, e la prepariamo perché possa un
giorno ricevere dalle nostre mani la bandiera.
…
Patria o muerte
“Creare
due, tre, molti Vietnam è la parola d’ordine” viene
scritto a cavallo tra la missione in Congo e quella in
Bolivia. Esso è costituito da una prima parte in cui si
analizza la situazione mondiale e il ruolo
dell’imperialismo, e da una seconda in cui si
esplicano le ragioni dell’internazionalismo e della
lotta antimperialista. Il Che apre questo manifesto
rivoluzionario con una citazione di Josè Martì, eroe
della liberazione di Cuba dalla Spagna: È l’ora
dei forni e non si vedrà altro che luce. Da questa
frase traspare l’incrollabile determinazione
rivoluzionaria, la certezza del dovere di combattere i
nemici dell’umanità, e di continuare a farlo fino a
quando non saranno state spezzate le catene
dell’ultimo sfruttato. Prosegue con l’analisi della
situazione di pace di quel periodo, che ricorda tanto la
pax romana, la pace dei sepolcri, e che andrebbe
chiamata pax yankee. Ventun anni senza guerra
mondiale, in questi tempi di supremi confronti, di urti
violenti e di bruschi cambiamenti, sembrano molti.
Tuttavia, anche senza analizzare i risultati pratici di
questa pace per la quale noi tutti ci dichiariamo pronti
a lottare (la miseria, la degradazione, lo sfruttamento
sempre maggiore di enormi settori del mondo), è lecito
chiedersi se questa pace sia reale. Ci piace pensare
che proprio da queste parole nasca il famoso slogan
“Senza giustizia nessuna pace”. …Ci basta
opporre all’eccessivo ottimismo (generato da
questa lunga “pace”) l’esempio delle guerre di
Korea e Vietnam. Nella guerra di Korea, … sotto la
sleale bandiera delle Nazioni Unite, sono intervenuti
dozzine di paesi, militarmente guidati dagli Stati
Uniti, con la massiccia partecipazione di soldati
americani e l’uso, come carne da cannone, della
popolazione sudcoreana arruolata. Da sottolineare
questa diversificazione dei ruoli all’interno del
fronte aggressore: gli americani dirigevano le
operazioni, impiegavano armi e soldati scelti, mentre i
sudcoreani andavano a morire al fronte nello scontro
fratricida con gli abitanti della parte settentrionale
del paese. Chiaramente da questa guerra gli Usa ebbero
il loro tornaconto, economico e politico, mentre i
sudcoreani, loro alleati, persero l’unità nazionale e
innumerevoli vite umane. Un po’ quello che succede
regolarmente all’Italia, che fornisce il territorio
nazionale agli americani per riceverne in cambio
“vantaggi” quali l’abbattimento del DC-9 Itavia
nel cielo di Ustica, qualche tonnellata di bombe
nell’Adriatico durante la guerra del Kossovo, la
strage del Cermis, dove due ufficiali yankee strafatti
di cocaina hanno tirato giù una funivia, volando al di
sotto di qualunque quota ragionevole. Non solo, ma i
piloti hanno anche cercato di distruggere le prove, una
volta scoperti. Nonostante tutto questo, i due top gun
non hanno subito alcuna conseguenza penale, in quanto
per i reati commessi dai soldati americani all’estero
“rimane competente la magistratura Usa”. Dunque
niente condanna per strage e niente indennizzi alle
famiglie delle vittime. Questo è l’atteggiamento
degli Stati Uniti d’America nei riguardi degli
alleati. (O sarebbe meglio dire dei sottoposti?) Da
parte nordamericana, (in Vietnam e Korea) sono
stati compiuti esperimenti di ogni genere con armi di
distruzione, escluse le termonucleari, ma comprese le
batteriologice e chimiche. Nelle guerre imperialiste
attuali, come le due missioni nel Golfo Persico, la
Jugoslavia, i missili sull’Afghanistan che, per
inciso, hanno distrutto l’unica fabbrica di
antibiotici del paese, gli Usa non usano più le armi
chimiche, bensì le bombe all’uranio impoverito che,
molto democraticamente, distribuiscono per anni tumori e
leucemie alla popolazione civile. Per fortuna i macellai
che portano in giro questi strumenti di morte non sono
immuni a queste malattie, per cui gli “eroici” top
gun americani, che bombardano a tradimento treni
passeggeri in Jugoslavia, che distruggono ponti mentre
vi transitano automezzi civili, pagano una piccola parte
delle loro colpe. Hanno finalmente costruito una bomba
intelligente: quella che dà il cancro al mittente. …C’è
una triste realtà: il Vietnam, questa nazione che
incarna le aspirazioni, le speranze di vittoria di tutto
un mondo dimenticato, è tragicamente solo. Questo
popolo deve sopportare i colpi della tecnica
nordamericana, quasi a man salva nel Sud, con alcune
possibilità di ripresa nel Nord, ma sempre solo. La
solidarietà del mondo progressista con il popolo del
Vietnam ha il sapore di amara ironia che,
per i gladiatori romani, aveva l’incitamento
della folla. Non si tratta di augurare vittoria alla
vittima dell’aggressione, ma di dividere la sua sorte,
di accompagnarla nella vittoria o nella morte. Quando
analizziamo la solitudine vietnamita, ci assale
l’angoscia di questo momento illogico dell’umanità.
L’imperialismo nordamericano è colpevole di
aggressione: i suoi crimini sono enormi e disseminati in
tutto il mondo. Questo lo sappiamo, signori! Ma sono
altrettanto colpevoli coloro che, nell’ora della
decisione, hanno esitato a fare del Vietnam una parte
inviolabile del territorio socialista, correndo sì il
rischio di una guerra su scala mondiale, ma costringendo
anche i nordamericani ad una decisione! E colpevoli sono
coloro che alimentano una guerra di ingiurie e
sgambetti, cominciata già da molto tempo dai
rappresentanti delle due maggiori potenze in campo
socialista. L’ennesimo attacco a chi, pur
proclamandosi socialista, disattende tutti i doveri
dell’internazionalismo. Stavolta non viene risparmiata
neanche la Cina, che pure aveva rappresentato un saldo
punto di riferimento per il Comandante. Come mai questo
cambiamento? Pur non avendolo mai detto espressamente,
il Che si era sempre considerato un filocinese, mentre
ora si rende conto che neppure Pechino si comporta
coerentemente con quello che dovrebbe essere il modo di
agire comunista. Questa presa di coscienza riguardo alla
Cina è maturata in seguito al secondo viaggio compiuto
dal Che a Pechino, immediatamente dopo il discorso di
Algeri. Nella terra dei mandarini l’allora numero due
Deng-Xiao-Ping gli ha negato gli aiuti richiesti per
accendere fuochi di guerriglia in America, Africa e
Indocina, mentre il Presidente Mao gli ha addirittura
rifiutato l’incontro, tutto preso a preparare la
Grande Rivoluzione Culturale Proletaria. La conseguenza
più tragica e paradossale del conflitto russo-cinese è
stata proprio questa: intenti a superarsi, i due grandi
paesi socialisti persero completamente di vista i loro
doveri verso i popoli del mondo. Per avere un’idea di
come venisse considerato il Che a Pechino, basti pensare
che è da poco che in Cina si è cominciato a pubblicare
le sue opere. Questo vuol dire che fino ad ora oltre un
quinto dell’umanità non ha potuto documentarsi; la
censura è sempre inaccettabile, ma sapere che per
l’apparato del partito comunista cinese il pensiero di
Guevara era da censurare dà molto da pensare. Ancora
sugli insegnamenti da trarre dal Vietnam: La maggiore
potenza imperialista sente nelle viscere il
dissanguamento provocato da un paese povero e arretrato,
e la sua favolosa economia risente dello sforzo della
guerra. … E l’imperialismo s’impantana nel
Vietnam, non trova via di uscita e ne cerca
disperatamente una che gli permetta di eludere con
dignità il pericoloso frangente in cui si trova. Dovranno
ritirarsi sconfitti. …
I popoli di tre continenti osservano e imparano
la lezione del Vietnam. Visto che gli imperialisti, con
la minaccia della guerra, esercitano il loro ricatto
sull’umanità, la giusta risposta è non temere la
guerra. Attaccare duramente, incessantemente in ogni
punto del confronto, deve essere la tattica generale dei
popoli. Sull’Europa occidentale: Il compito
della liberazione tocca ancora ai paesi della vecchia
Europa, abbastanza sviluppati per sentire tutte le
contraddizioni del capitalismo, ma così deboli da non
poter seguire la direzione dell’imperialismo o da
impegnarsi in questa strada. In questi paesi le
contraddizioni assumeranno un carattere esplosivo, ma i
loro problemi, e di conseguenza le loro soluzioni, sono
diversi da quelli dei nostri popoli dipendenti ed
economicamente arretrati. Le condizioni attuali sono
la coerente evoluzione dell’analisi del Comandante.
L’Europa continua a mantenere un certo livello di vita
grazie al plusvalore estorto in Polonia, Romania,
Albania, Croazia, Jugoslavia, eccetera. L’area Euro,
con alla testa Germania e Francia, tenta invano di
contrapporsi allo strapotere del dollaro, che invece
rischia di schiacciare la concorrente economia europea.
La crescente disoccupazione, con le conseguenti sacche
di povertà, come pure il crescere dell’inflazione, la
perdita di potere d’acquisto della moneta, il venir
meno dello stato sociale, non sono altro che i segni di
un’economia in crisi. Per non parlare della completa
dominazione militare degli yankee nella NATO, con basi
militari americane sparse ovunque, specialmente nel
nostro paese. Da ciò si dovrebbe dedurre che la lotta
antimperialista dovrà prendere piede anche in Europa,
visto che qui il capitalismo sta naufragando,
costringendo il proletariato a condizioni di vita
davvero inaccettabili. Vediamo ora l’analisi della
situazione nei territori dipendenti. Il campo
fondamentale dello sfruttamento imperialista abbraccia i
tre continenti arretrati, America (del Sud), Asia
e Africa. Attualmente va inserito in quest’elenco
anche l’Est europeo, che dopo i disastri dei burocrati
distruttori del socialismo si è trasformato in un
territorio di sfruttamento e di rapina imperialista, con
la penetrazione di capitali nordamericani ed europei nei
settori strategici dell’economia, con il popolo
affamato, abbrutito, la mafia imperante, migliaia di
prostitute per le strade di tutta Europa e addirittura i
bambini venduti alle voglie dei prodotti della
corruzione della società capitalista. Ogni paese (appartenente
al campo di quelli dipendenti) ha caratteristiche
proprie, ma anche i continenti, nel loro insieme,
presentano caratteristiche peculiari. L’America
costituisce un complesso più o meno omogeneo e, nella
quasi totalità del suo territorio, i capitali
monopolistici nordamericani mantengono un primato
assoluto. … I nordamericani sono giunti quasi al
culmine del loro dominio politico ed economico ed ormai
potrebbero avanzare ben poco;… La loro politica è di
conservare quello che hanno conquistato… la loro linea
d’azione è impedire movimenti di liberazione. Sui
“casus belli” imperialisti: … Sotto lo slogan
“Non permetteremo un altra Cuba” si cela la
possibilità di aggressioni a mansalva, … le truppe
yankee sono pronte ad intervenire in qualsiasi luogo
d’America in cui l’ordine stabilito venga alterato,
mettendo in pericolo gli interessi nordamericani. Questa
politica gode di un’impunità assoluta, … l’Onu è
di un’inefficienza che rasenta il ridicolo e il
tragico. Gli eserciti di tutti i paesi d’America sono
pronti ad intervenire per schiacciare i loro popoli. In
effetti si è costituita l’internazionale del crimine
e del tradimento. Esattamente questi erano i
pretesti con cui si massacravano i popoli che non
volevano sottostare al giogo Usa. Oggi la situazione è
leggermente diversa: essendo la lotta per il socialismo
in una fase stagnante, le aggressioni si giustificano
con pretestuosi “motivi umanitari”. Queste nobili
ragioni permettono ai paesi imperialisti di intervenire
dove meglio gli aggrada, dimenticando che un paese in
cui viene largamente applicata la pena di morte dovrebbe
essere l’ultimo a mettere bocca nelle questioni
altrui. Per rendersi conto di quanto queste missioni
umanitarie siano solo dei pretesti per espandere il
proprio dominio, basti pensare a quello che
quotidianamente subisce il popolo kurdo in Turchia, e la
Turchia è un paese Nato, in odore di ingresso nella
comunità europea, nessuno mai si sognerebbe di
attaccarla “solo” perché lì quotidianamente
vengono catturati, torturati, uccisi, violentati, decine
di esseri umani di etnia kurda. Le fosse comuni di
Milosevic sono davvero misera cosa rispetto a ciò che
succede nella nostra alleata Turchia, e questo secondo
lo stesso tribunale internazionale dell’Aja. Per non
parlare dei crimini perpetrati da Israele nei confronti
del popolo della Palestina, con la benedizione degli
Usa, che esercitano il diritto di veto alle Nazioni
Unite su qualunque sanzione ai sionisti. Spero che il
lettore mi perdonerà per questa breve ed appassionata
digressione, torniamo ora a noi, e proseguiamo con
l’Asia e l’Africa. …L’Asia è un continente
con caratteristiche diverse. Le lotte di liberazione
contro una serie di potenze coloniali europee hanno dato
come risultato l’insediarsi di governi più o meno
progressisti, la cui ulteriore evoluzione è stata, in
certi casi (Cambogia, Laos, Vietnam, Korea, Cina), l’approfondimento
degli obiettivi primari della liberazione nazionale, e
in altri, di ritorno verso posizioni filo-imperialiste (Sud-Korea,
India, eccetera). Dal punto di vista economico, gli
Stati Uniti avevano molto da guadagnare in Asia. I
cambiamenti li favoriscono; si lotta per soppiantare
altre potenze neocoloniali, per penetrare in nuove sfere
d’azione sul terreno economico, a volte direttamente,
a volte utilizzando il Giappone.…Geograficamente
appartenente a questo continente, ma con contraddizioni
sue proprie, il Medio Oriente è in piena ebollizione,
senza che si possa prevedere quali proporzioni assumerà
la guerra fredda tra Israele, sostenuto dagli
imperialisti, e i paesi progressisti della regione.
Fino agli anni settanta si diceva “Palestina libera,
Palestina Rossa”, e l’Algeria era l’avanguardia
dei popoli d’Africa. Purtroppo, principalmente a causa
di grandi limiti oggettivi, i partiti comunisti di
questi paesi hanno perso la direzione delle masse
popolari, che adesso si battono sotto l’oscena
bandiera dell’integralismo islamico. Questo fenomeno
di degenerazione della lotta di classe e di liberazione
in lotta religiosa è in preoccupante espansione nella
fase attuale, tanto che alcuni considerano che la
contraddizione principale di questo periodo non sia
quella tra capitalismo e socialismo, bensì quella tra
integralismo islamico e imperialismo nordamericano.
Purtroppo una più approfondita analisi di questa
situazione va al di là sia delle nostre forze che dello
scopo di queste righe. L’Africa offre le
caratteristiche di un campo quasi vergine per
l’invasione neocoloniale. Si sono prodotti mutamenti
che, in una certa misura, hanno costretto le potenze
coloniali a cedere le loro antiche prerogative di
carattere assoluto. Ma quando i processi ricominciano
ininterrottamente, al colonialismo succede, senza
violenza, il neocolonialismo, i cui effetti sono
identici, per quanto concerne il dominio economico. Gli
Stati Uniti non avevano colonie in questa regione, ma
oggi lottano per entrare nei recinti chiusi dei loro
soci … non hanno ancora grandi interessi da difendere,
eccetto il loro preteso diritto di intervenire in
qualunque luogo del mondo in cui i loro monopoli abbiano
annusato buoni guadagni o l’esistenza di grandi
riserve di materie prime. Pensiamo un attimo alla
missione “umanitaria” in Somalia, terra nella quale
i maggiori crimini contro l’umanità sono stati
compiuti proprio dai caschi blu dell’Onu, con in prima
fila i soldati italiani. Stupri e torture venivano
perpetrati quotidianamente dai “portatori di pace”.
Il testo continua con l’analisi della strategia e
della tattica della lotta antimperialista, soffermandosi
sulle varie situazioni di guerriglia e sulle
contromisure Usa. Oggi ci sono consiglieri
(statunitensi) in tutti i paesi nei quali si mantiene
una lotta armata… ma se i focolai della guerra
verranno diretti con sufficiente abilità militare,
diventeranno imbattibili e provocheranno l’invio di
altri yankee. … A poco a poco le armi antiquate che
bastano per la repressione di piccole bande cederanno il
posto ad armi moderne e i gruppi dei consiglieri saranno
sostituiti da combattenti nordamericani. Come è
successo, ad esempio, a Panama e nello stesso Vietnam.
Questo comporterebbe una notevole dispersione di forze
da parte degli Usa e, nella visione tattica del Che, un
loro conseguente indebolimento, con una crescita
dell’opposizione interna, creando così contraddizioni
in seno all’imperialismo sfruttabili nell’ottica
strategica. In altre parole, quanti più saranno i
fronti su cui gli yankee saranno impegnati, tanto più essi si indeboliranno. Questo indebolimento
dovrebbe manifestarsi in due direzioni: esternamente, a
causa del dispiego di forze per reprimere i popoli in
lotta, e internamente, col crescente dissenso della
classe operaia americana, che è quella che paga i costi
delle guerre, siano essi in dollari o in vite umane.
Quindi, la somma della dispersione dei contingenti
militari, dell’acuirsi della lotta di classe sul suo
stesso territorio, e dell’aumento dell’onda d’urto
dei popoli in lotta, che sottraggono materie prime e
infliggono sconfitte militari, dovrebbe portare alla
sconfitta degli Usa. Veniamo ora alla parte in cui
vengono definiti gli obiettivi strategici e tattici
della lotta antimperialista.… In definitiva bisogna
considerare che l’imperialismo è un sistema mondiale,
ultima tappa del capitalismo, e che bisogna abbatterlo
in un grande scontro mondiale. Lo scopo strategico di
questa lotta deve essere la distruzione
dell’imperialismo. La parte che tocca a noi, sfruttati
e sottosviluppati del mondo, è quella di eliminare le
basi di sostentamento dell’imperialismo:
l’oppressione dei nostri paesi, dai quali gli
imperialisti traggono
capitali, materie prime e manodopera a basso
costo ed esportano
nuovi capitali (strumenti di dominio) armi e
articoli di ogni genere, facendoci sprofondare in una
dipendenza assoluta. … Dobbiamo eseguire un compito di
carattere generale che abbia come scopo tattico di
togliere il nemico dal suo ambiente, costringendolo a
lottare in luoghi in cui le sue abitudini di vita urtino
con la realtà dominante. Non bisogna sottovalutare
l’avversario: il soldato americano ha notevoli capacità
tecniche ed è spalleggiato da mezzi di tale ampiezza da
renderlo temibile. Gli manca essenzialmente la
motivazione ideologica che possiedono invece in
altissimo grado i suoi più ostinati nemici odierni: i
soldati vietnamiti.
Potremo trionfare su questo esercito solo nella
misura in cui riusciremo a minarne il morale. E il
morale si mina infliggendogli sconfitte e causandogli
sofferenze dietro sofferenze. Ma questa strategia minima
implica da parte dei popoli immensi sacrifici, sacrifici
che devono essere richiesti sin da oggi, alla luce del
sole, e che forse saranno meno dolorosi di quelli che i
popoli dovrebbero sopportare se evitassimo costantemente
la battaglia, perché altri ci tolgano le castagne dal
fuoco. È chiaro che l’ultimo paese che si libererà
lo farà probabilmente senza lotta armata, e le
sofferenze che una guerra lunga e crudele come quella
che fanno gli imperialisti gli saranno risparmiate. …
ma non dobbiamo mai cedere alla tentazione di essere gli
alfieri di un popolo che, pur anelando alla propria
libertà, rifiuta la lotta che questa implica e aspetta
la libertà come un’elemosina. … non possiamo farci
nessuna illusione, né abbiamo il diritto ad ottenere la
libertà senza combattere. Questo è quello che il
Che chiede ad ogni sincero militante comunista,
cominciando ovviamente da se stesso: assumersi delle
precise responsabilità nell’ambito della lotta, e non
nascondersi dietro facili alibi, aspettando magari che
“la fase permetta un diverso sviluppo della
situazione”. Ancora sulla tattica nei paesi dipendenti
e sottosviluppati : E le lotte non saranno semplici
combattimenti di strada, né scioperi generali pacifici;
e non sarà nemmeno la lotta di un popolo infuriato che
in due o tre giorni distrugge l’apparato repressivo
delle oligarchie governanti; sarà una lotta lunga,
cruenta… Gli inizi saranno estremamente difficili.
Tutta la repressione, la brutalità e la demagogia di
cui le oligarchie sono capaci, verranno messe al
servizio di questa causa. … L’odio come fattore di
lotta, l’odio intransigente per il nemico, che spinge
l’essere umano oltre i limiti naturali e lo trasforma
in un’efficace, violenta, selettiva e fredda macchina
per uccidere. I nostri soldati devono essere così; un
popolo senza odio non può trionfare su un nemico
brutale. Vediamo adesso la concezione guevariana
dell’internazionalismo proletario nell’ambito delle
lotte di liberazione, nell’ottica della rivoluzione
mondiale: E che si sviluppi un vero internazionalismo
proletario, con eserciti proletari internazionali, dove
la bandiera sotto la quale si combatte diventi la causa
sacra della redenzione dell’umanità, così che morire
sotto le insegne del Vietnam, del Venezuela, del
Guatemala, del Laos, della Guinea, … sia glorioso e
desiderabile tanto per un americano che per un asiatico,
un africano o anche un europeo. Ogni goccia di sangue
versata in un territorio sotto la cui bandiera non si è
nati, è un’esperienza che chi sopravvive raccoglie
per poi applicarla alla lotta nel suo paese d’origine.
E ogni popolo che si libera è una fase vinta nella
battaglia per la liberazione della propria gente. Viene
poi affrontata l’eterna questione delle divergenze.
Penso che il mio lettore conosca la storiella per cui
due comunisti fanno una cellula del partito e tre
comunisti fanno due partiti comunisti. Il settarismo e
lo scissionismo sono due mali storici della sinistra
antagonista, sempre divisa in gruppi, che a loro volta
si spaccano ad ogni divergenza interna. È ora di
moderare le nostre divergenze e mettere tutto al
servizio della lotta… Nel nostro mondo in lotta, ogni
divergenza a proposito della tattica, del metodo
d’azione per il raggiungimento di obiettivi limitati
deve essere analizzata con il rispetto dovuto alle
opinioni altrui. In quanto al grande obiettivo
strategico, la distruzione dell’imperialismo
attraverso la lotta, dobbiamo essere intransigenti.
Questo vuol dire che solo in chiave strategica bisogna
essere chiusi, mentre sulla tattica, sul metodo di
lavoro e di direzione, su tutte le contraddizioni
secondarie, sulle etichette che dividono la sinistra
antagonista,
bisogna essere estremamente pragmatici, al fine di
creare un movimento forte e coeso. …Come potremmo
guardare a un futuro luminoso e vicino se due, tre,
molti Vietnam fiorissero sulla superficie terrestre, con
la loro parte di morte e di immense tragedie, con
l’eroismo quotidiano, con i ripetuti colpi assestati
all’imperialismo, che sarebbe costretto a disperdere
le sue forze, sotto gli assalti dell’odio crescente
dei popoli del mondo! … E adesso sull’eventualità
della propria morte in battaglia, rispondendo
anticipatamente a tutti quelli che dopo Quebrada del
Yuro si affrettarono a proclamare la fine
dell’“utopismo guerrigliero” insieme a quella del
suo ispiratore. In questo passo non c’è nulla di
scientifico, è l’appassionata dichiarazione di guerra
a chi tiene nell’abbrutimento e nella miseria la
grande maggioranza del genere umano, è la trascinante
affermazione della propria disposizione al sacrificio in
nome della vittoria. Tutto questo si deduce anche dallo
stile della scrittura, fatta di periodi lunghissimi, più
da incitamento di piazza che da articolo, come se
volesse sollevare con il suo carisma tutti gli
sfruttati, invitandoli ad alzare le mani ed impugnare le
armi contro il crudele nemico. Se a noi, che in un
piccolo punto della carta geografica del mondo (Guatemala,
Cuba, Congo, Bolivia) compiamo il dovere che
propugniamo e mettiamo al servizio della lotta quel poco
che ci è permesso dare (la nostra vita, il nostro
sacrificio) capitasse uno di questi giorni di esalare
l’ultimo respiro su una terra qualsiasi, ormai nostra,
intrisa del nostro sangue, si sappia che abbiamo
misurato la portata dei nostri atti e che non ci
consideriamo niente di più che elementi del grande
esercito del proletariato, ma che ci sentiamo orgogliosi
di aver imparato dalla Rivoluzione cubana …
l’immensa lezione che emana dal suo atteggiamento in
questa parte del mondo: “Che importano i pericoli o i
sacrifici di un uomo o di un popolo, quando è in gioco
il destino dell’umanità?” Ogni nostra azione è un
grido di guerra contro l’imperialismo, è un appello
vibrante all’unità dei popoli contro il grande nemico
del genere umano: gli Stati Uniti d’America. In
qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la
benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga ad
un orecchio ricettivo, e purché un’altra mano si
tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si
apprestino a intonare canti di morte con il crepitio
delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di
vittoria.
Capitolo
7
L’addio
a Cuba e il ritorno alla guerriglia
Il
14/3/65, al ritorno dalla conferenza di Algeri, il Che
appare per l’ultima volta in pubblico, all’aeroporto
dell’Avana. Ad attenderlo ci sono Fidel Castro e
Osvaldo Dorticòs, allora Presidente di Cuba. I due sono
evidentemente provati a causa di
tutte le lamentele che hanno dovuto ascoltare da
Mosca in seguito al discorso di Algeri. Il Che e Fidel
resteranno in riunione quasi ininterrottamente per
quaranta ore. Secondo molti biografi in quelle ore, dopo
aver chiarito che quelle espresse ad Algeri erano
opinioni personali del Comandante e non la posizione
ufficiale del governo di Cuba, i due stabiliscono le
modalità dell’operazione in Congo. Da allora in poi
il Che vivrà tra clandestinità e guerriglia. Lascia
tutti gli incarichi ufficiali e scrive le ultime
lettere, le famose lettere d’addio
che verranno affidate a Fidel e da questi lette solo
quando sarà inevitabile, cioè quando la propaganda,
che voleva il Che morto o in galera a causa dei dissidi
con il Lider Maximo, stava convincendo i più. È vero
che il Che causò, a causa delle sue posizioni, molti
problemi al governo di Cuba, ma è altrettanto vero che
Fidel fece sempre tutto il possibile per appoggiare le
missioni guerrigliere del Che. Cuba non solo non ha mai
tradito, ma ha sempre fornito al Che, nei limiti del
possibile, uomini e mezzi, contrariamente a quanto fatto
dal PCB e dai partiti dei paesi dell’est. Le
testimonianze dei periodi guerriglieri ci sono fornite
dai “Passaggi della guerra rivoluzionaria: Congo” e
dal famosissimo “Diario in Bolivia”. Del primo
scritto vanno segnalate le analisi della peculiare
situazione africana, dove le numerose lotte intestine e
la diffidenza verso i guerriglieri cubani, stranieri ed
in alcuni casi bianchi, causarono molti problemi alla
lotta. Del periodo tra la missione in Congo e quella in
Bolivia abbiamo detto che viene scritto “Creare due,
tre, molti Vietnam”, e nel contempo viene preparata la
spedizione boliviana. Del “Diario in Bolivia” hanno
particolare importanza l’introduzione scritta da Fidel
Castro, nella quale viene svolta un’eccellente analisi
dei perché della sconfitta della guerriglia, e le
considerazioni del Che sul governo Boliviano e
sull’atteggiamento delle truppe guerrigliere. Il primo
incontro del Che con Mario Monje, segretario del PCB,
avviene il 31 dicembre del 1966. Nel Diario l’incontro
viene definito cordiale ma un po’ forzato. Il
Che parla di un atteggiamento ambiguo sin dal primo
momento da parte di Monje, testualmente: la domanda
“che cosa sei venuto a fare” era nell’aria. … La
conversazione con Monje ha avuto un avvio generico ma
ben presto si è concentrata intorno alle sue proposte
principali che si riassumono in tre condizioni
fondamentali:
1)
Egli rinuncerebbe alla direzione del partito dopo
aver ottenuto però che questo assuma almeno una
posizione di neutralità e che vi si possano attingere
quadri per la lotta
2)
La direzione politico-militare della lotta
dovrebbe spettare a lui fintanto che la rivoluzione si
svolga sul territorio boliviano
3)
Egli si occuperebbe dei rapporti con gli altri
partiti sudamericani, cercando di indurli a sostenere i
movimenti di liberazione (Ha fatto l’esempio di
Douglas Bravo)
Gli
ho risposto che sul primo punto spettava a lui decidere
come segretario del partito, sebbene io considerassi un
gravissimo errore la sua posizione. Una posizione
vacillante e accomodante, tale da lasciare intatto il
prestigio di coloro che invece andavano condannati per
la loro posizione politicamente incerta. Il tempo mi
avrebbe dato ragione. In pratica Monje cercava di
salvaguardare quella parte del partito che non voleva
assolutamente saperne della guerriglia. Circa il
terzo punto, non avevo obiezioni a che cercasse di
realizzarlo, però era destinato al fallimento. Chiedere
a Codovilladi
appoggiare Douglas Bravo è come chiedergli che ammetta
un’insurrezione all’interno del suo partito.
…Il secondo punto non avrei potuto accettarlo
in alcuna maniera. Il capo di
militare sarei stato io e su tale questione non
ammettevo la minima ambiguità. A questo punto la
discussione si è bloccata continuando in un circolo
vizioso. Ci siamo lasciati concludendo che ci avrebbe
ripensato e ne avrebbe discusso con i compagni
boliviani. Il Che era reduce
dall’esperienza in Congo, dove i cubani ebbero solo il
ruolo di consulenti, e non ci fu mai un comando militare
chiaro, tanto che non si riuscirono mai a coordinare le
forze dei vari distaccamenti. Alla luce di
quell’esperienza il Comandante non poteva
assolutamente permettere che un grigio uomo di partito,
senza alcuna esperienza di guerriglia, prendesse il
comando dell’E.L.N.-B.
Difficilmente le esperienze acquisite dietro una
scrivania sarebbero state utili a Monje nella lotta
rivoluzionaria. Il Che ad un certo punto della
discussione arrivò a proporre di lasciare a lui il
comando formale, cioè era disposto ad andare a fargli
il saluto militare tutte le mattine e lasciare che lui
fosse riconosciuto come capo all’esterno del
movimento, ma di fatto tutte le decisioni avrebbe dovuto
prenderle lui, che era un Comandante guerrigliero.
Neanche questo accettò Monje, che cercava solo il
pretesto per rompere con quella “frangia di pazzi
estremisti”, come ebbe poi a definire l’E.L.N.-B in
una riunione del partito. Ci siamo poi trasferiti al
nuovo accampamento e lì ha parlato con tutti ponendo
l’alternativa di restare o seguire le direttive del
partito; tutti hanno risposto che sarebbero restati e
pare che la cosa lo abbia colpito. Il primo gennaio
il Che scrive: Questa mattina, senza discutere con
me, Monje mi ha informato che si ritirava … La mia
impressione è che, avendo saputo da Coco
la mia decisione di non cedere sulle cose strategiche,
egli abbia colto al volo l’occasione per forzare la
rottura, poiché le sue argomentazioni sono
inconsistenti. Nel pomeriggio ho riunito tutto il gruppo
per informarlo sull’atteggiamento di Monje,
annunciando che avremmo realizzato l’unità con tutti
quelli che fossero decisi a fare la rivoluzione, e ho
predetto momenti difficili e giornate di travaglio
morale per i lavoratori boliviani. Nell’analisi
del mese di gennaio scrive: Com’era da aspettarsi,
l’atteggiamento di Monje è stato prima evasivo e poi
di vero e proprio tradimento. Il partito ci sta già
attaccando e non so sino a che punto arriverà, ma
questo non ci fermerà di certo e forse, alla lunga,
potrà essere un vantaggio (ne sono quasi sicuro). La
gente più onesta e combattiva sarà con noi, anche se
dovrà attraversare delle crisi di coscienza più o meno
gravi. Qui l’analisi del Che non è del tutto
condivisibile; in realtà quando alla macchina di
propaganda di regime, che demonizza i combattenti del
popolo chiamandoli terroristi e vili assassini, si somma
la sconfessione del partito, che dovrebbe guidare le
masse popolari e invece le mette contro le loro
avanguardie, i guerriglieri, si crea un pericoloso
isolamento, che nei casi che ci sono noti ha sempre
portato alla sconfitta. Questo avviene perché le masse,
prive dell’organismo guida (un partito comunista degno
di questo nome) vengono fuorviate per un periodo più o
meno lungo, durante il quale la macchina repressiva
della borghesia ha modo di infliggere pesanti sconfitte
ai combattenti. Senza l’appoggio ed anzi, con
l’aperta ostilità dei traditori del PCB, la lotta và
comunque avanti, riportando numerosi successi. Dopo un
po’ la presenza del Che in Bolivia viene confermata da
più parti e si scatenano le reazioni: gli Usa
inaspriscono ancora i rapporti con Cuba, accusata di
fomentare disordini in altri paesi, mentre il blocco
socialista critica il Che con un accanimento sconosciuto
prima di allora. L’atteggiamento dei paesi dell’est
verso la guerriglia in Bolivia era così ostile perché
le assurde regole della guerra fredda imponevano il
rispetto degli accordi di Jalta sulla spartizione del
mondo tra le due superpotenze, e il Che metteva a
repentaglio questi equilibri. L’otto settembre
leggiamo sul Diario: …Un giornale di Budapest
critica Che Guevara, figura patetica e, a quanto pare,
irresponsabile, e porta ad esempio la posizione marxista
del Partito Comunista Cileno che assume atteggiamenti
pratici di fronte alla realtà.
Come mi piacerebbe vincere, se non altro per smascherare
i codardi e i venduti di tutte le razze e strofinargli
il muso nelle loro porcherie. Dal punto di vista
strettamente politico vanno segnalati i comunicati fatti
dall’E.L.N.-B al popolo, ai minatori e ai compagni
nelle città. Questi comunicati venivano firmati
semplicemente dall’E.L.N. o da Inti Peredo, ma
venivano sempre scritti dal Che, infatti vi ritroviamo i
contenuti di “Creare
due, tre, molti Vietnam è la parola d’ordine”,
adattati alla specifica situazione boliviana, e tutta
una serie di istruzioni politiche e militari per i
compagni che svolgono attività clandestine di appoggio
alla lotta di liberazione all’interno delle città.
L’otto ottobre del 1957 il Che viene ferito ad un
braccio durante l’imboscata di Quebrada del Yuro, e il
suo fucile viene distrutto da una raffica. Questo spiega
come mai fu catturato vivo. Portato alla vicina scuola
di La Higuera, verrà assassinato da un sottufficiale
(nessun ufficiale aveva avuto il coraggio di farlo)
qualche minuto prima delle 13.
Appendice:
Le
lettere d’addio
.
A
Fidel
Fidel,
mi ricordo in
quest’ora di mole cose: quando ti conobbi in casa di
Maria Antonia,
quando mi proponesti di venire con te, tutta la tensione
dei preparativi.
Un giorno
vennero a domandarci chi avrebbero dovuto avvisare in
caso di morte, e la possibilità reale del fatto ci colpì
tutti. Più tardi sapemmo che era vero, che in una
rivoluzione si trionfa o si muore (se è vera). Moti
compagni rimasero lungo la strada che portava alla
vittoria.
Oggi tutto ha un
tono meno drammatico perché siamo più maturi, ma il
fatto si ripete. Sento di aver compiuto quella parte del
mio dovere che mi legava alla rivoluzione cubana nel suo
territorio, e mi congedo da te, dai compagni, dal tuo
popolo, che ormai anche
il mio.
Rinuncio
formalmente ai miei incarichi nella direzione del
partito, alla mia carica di ministro, al mio grado di
comandante, alla mia condizione di cubano. Nulla di
legale mi vincola a Cuba, soltanto legami di altro
genere, che non si possono rompere come i titoli.
Facendo un
bilancio della mia vita passata, credo di aver lavorato
con sufficiente onestà e dedizione a
consolidare il trionfo rivoluzionario. Il mio
unico errore di qualche gravità è di non aver avuto
maggior fiducia in te fin dai primi momenti sulla Sierra
Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità
le tue qualità di capo e di rivoluzionario. Ho
vissuto magnifici giorni e ho provato, al tuo fianco,
l’orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni
luminosi e tristi della crisi dei Caraibi.
Poche volte come allora uno statista brillò tanto in
alto, e così provo orgoglio anche per averti seguito
senza esitazioni, per essermi identificato col tuo modo
di pensare e di vedere e di valutare i pericoli e i
princìpi.
Altre terre del
mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi.
Io posso fare ciò che a te è negato dalla tua
responsabilità alla testa di Cuba, ed è giunta l’ora
di separarci.
Si sappia che lo
faccio con un misto di allegria e dolore: lascio, qui,
la parte più pura delle mie speranze di costruttore e i
più cari tra gli esseri a me cari, e lascio un popolo
che mi adottò come un suo figlio; ciò lacera una parte
del mio spirito. Sui nuovi campi di battaglia porterò
la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario
del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro
tra i doveri: lottare contro l’imperialismo ovunque
esso sia; ciò riconforta e cura largamente qualunque
strazio.
Ripeto una volta
d più che sollevo Cuba da qualsiasi responsabilità,
salvo da quella che emana dal suo esempio. Che se la mia
ultima ora mi raggiungerà sotto altri cieli, il mio
pensiero andrà a questo popolo e in particolare a te.
Che ti ringrazio per i tuoi insegnamenti e il tuo
esempio e che farò in modo di essere fedele fin nelle
conseguenze estreme dei miei atti. Che sono stato
identificato sempre con la politica estera della nostra
Rivoluzione e che continuo ad esserlo. Che, dovunque io
sarò, sentirò la responsabilità di essere un
rivoluzionario cubano e che come tale agirò.
Che non lascio ai miei figli e a mia moglie nulla
di materiale e che ciò non mi addolora: che sia così
mi rallegra. Che non chiedo nulla per loro poiché lo
Stato darà loro quel che basta per vivere ed educarsi.
Avrei molte cose
da dirti, a te e al nostro popolo, ma sento che non sono
necessarie: le parole non possono esprimere quello che
io vorrei, e non vale la pena d’imbrattare carta.
Hasta la
victoria siempre!
Patria o morte!
Ti abbraccia con
fervore rivoluzionario
Che
Questa fu la
lettera letta da Fidel durante una manifestazione
pubblica, in violazione della consegna del Che di
rendere pubbliche le lettere solo dopo l sua morte. Come
già detto, questa violazione fu una inevitabile
necessità politica per smentire la gigantesca campagna
di disinformazione diffamazione che voleva un Che ucciso
o in galera per ordine di Fidel.
Ai genitori
Cari vecchi,
una volta ancora
sento i miei talloni contro il costato di Ronzinante: mi
rimetto in cammino col mio scudo al braccio.
Sono passati
quasi dieci anni da quando vi scrissi un’altra lettera
di commiato. A quanto ricordo, mi lamentavo di non
essere un miglior soldato e un miglior medico; la
seconda cosa ormai non mi interessa, come soldato non
sono tanto male.
Nulla è
cambiato, in sostanza, a salvo il fatto che sono molto
più cosciente, il mio marxismo si è radicato e
depurato. Credo nella lotta armata come unica soluzione
per i popoli che lottano per liberarsi , e sono coerente
con quello che credo. Molti mi daranno
dell’avventuriero, e lo sono; soltanto che lo sono di
un tipo differente: di quelli che rischiano la pellaccia
per dimostrare le loro verità.
Può darsi che
questa sia l’ultima volta, la definitiva. Non la
cerco, ma rientra nel calcolo logico delle probabilità.
Se così fosse, eccovi un ultimo abbraccio.
Vi ho molto
amati, ma non ho saputo esprimere il mio affetto; sono,
nelle mie azioni, estremamente drastico, e credo che a
volte non abbiate capito. Non era facile capirmi,
d’altra parte: credetemi almeno oggi.
Ora, una volontà
che ho educato con amore d’artista sosterrà
due gambe molli e due polmoni stanchi.
Riuscirò.
Ricordatevi,
ogni tanto, di questo piccolo condottierodel
XX secolo. Un bacio a Celia, a Roberto, a Juan Martìn e
a Pototìn, a Beatriz, a tutti. A voi un grande
abbraccio di figliol prodigo e ostinato
Ernesto
Ai
figli
Cari Hildita,
Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto,
se un giorno
dovrete leggere questa lettera, sarà perché io non
sono tra
voi.
Quasi non vi
ricorderete di me e i più piccoli non ricorderanno
nulla.
Vostro padre è
stato uno di quegli uomini che agiscono come pensano e,
di sicuro, è stato coerente con le sue convinzioni.
Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per
poter dominare la tecnica che permette di dominare la
natura. Ricordatevi che l’importante è la rivoluzione
e che ognuno di noi, da solo, non vale nulla.
Soprattutto,
siate sempre capaci di sentire nel più profondo
qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in
qualsiasi parte del mondo. È la qualità più bella di
un rivoluzionario. Addio, figlioli, spero di vedervi
ancora. Un bacione ed un grande abbraccio da
Papà
Nota
dell’autore:
Tutte
le citazioni e le immagini contenute in questo libro
sono tratte dal mio archivio personale di testi in
lingua originale, quindi nella bibliografia includerò
solo i testi che sono disponibili anche in italiano. I
testi utilizzati sono protetti da copyright di proprietà
degli eredi del Che e delle Case Editrici cubane.
Bibliografia italiana
Guevara,
Ernesto Che, a cura di Roberto Massari: Scritti Scelti.
Cooperativa Erre Emme edizioni 1993
Guevara,
Ernesto Che : Prima di morire, appunti e note di
lettura. Feltrinelli, 1998
Guevara,
Ernesto Che : Diario della Rivoluzione Cubana, in varie
edizioni
Guevara,
Ernesto Che : La guerra di guerriglia.
Baldini&Castoldi 1996
Guevara,
Ernesto Che : L’economia. Baldini&Castoldi 1996
Guevara,
Ernesto Che : Politica e Sviluppo. Baldini&Castoldi
1996
Guevara,
Ernesto Che : Lettere Scelte. Baldini&Castoldi 1996
Guevara,
Ernesto Che : Diario in Bolivia, Feltrinelli 1968
Guevara,
Ernesto Che, Castro, Raùl : La conquista della
speranza. Marco Tropea editore, 1996
Guevara,
Ernesto Che : Latinoamericana, diario di un viaggio in
motocicletta. Feltrinelli1993
Guevara,
Ernesto Che : Passaggi della Guerra Rivoluzionaria:
Congo. Disponibile in varie edizioni
Cormier,
Jean Le battaglie non si perdono, si vincono sempre. RCS
1997
Paco
Ignacio Taibo II : Senza Perdere La Tenerezza. Il
Saggiatore, 1997
Sono
inoltre disponibile in italiano:
Almeyra-Santarelli
: Il Pensiero Ribelle, Datanews 1993
Roberto
Massari : Che Guevara, l’uomo dal mito alla storia
Editori Riuniti/Erre emme 1997
Josè
Soto : Ernesto Che Guevara, Ideario Newton Compton 1996
David
Deutschmann : Ernesto Che Guevara raccontato da Fidel
Castro. Newton Compton 1997
(FUribondo SERna, come
lo chiama Alberto)
M26/7, dalla data del fallito assalto alla caserma
Moncada, costato l’esilio a Fidel
Intercalare tipico argentino, vale in italiano
“mio”
Il nome dello yacht era Grandmother, loro lo
chiamavano Granma, nonnina.
El Cubano Libre, su cui si spiegavano al popolo le
ragioni della lotta rivoluzionaria.
Radio Rebelde, che
diffonderà il suo segnale in tutta la Sierra
smentendo puntualmente le continue menzogne
propagandistiche degli uomini di Batista,che
quotidianamente annunciavano di aver inflitto duri
colpi ai guerriglieri, proclamando di aver preso ora
Fidel, ora il Che, ora Raùl Castro o Camilo
Cienfuegos.
Il movimento del llano è il movimento
cittadino, il cui contributo alla lotta
rivoluzionaria fu generoso ma modesto.
Primo Presidente del
Congo liberato
Raccomando al lettore di
leggere la versione integrale dell’articolo “A
proposito del sistema di finanziamento di
bilancio”, facilmente reperibile in Italia.
Si legga in proposito
l’articolo “Considerazioni sui costi di
produzione” del 1963
La
Russia si convertirà e il mondo avrà la pace
Partito Comunista
Boliviano
Partito comunista
dell’Unione Sovietica
Cioè il fronte di coloro
che lottavano contro il golpe che aveva portato al
martirio di Lumumba.
Infatti le principali rivoluzioni sono state fatte
nella Russia zarista, in Cina, a Cuba, paesi
dominati da un’aberrante coesistenza di
colonialismo e feudalesimo.
Storicamente le religioni hanno sempre servito i
potenti, giustificando il loro regno sulla terra e
dissuadendo i popoli dalla lotta. “Date a Cesare
quel che è di Cesare” “Porgi l’altra
guancia” “Beati i poveri di spirito” eccetera,
facendo così da macchina di propaganda a tutti i
dittatori, da Franco a Hitler a Mussolini a Pinochet
a Khomeini.
Cfr V.I. Lenin :
L’imperialismo, fase suprema del capitalismo.
Valgono per i soldati
americani le stesse considerazioni fatte per quelli
batistiani nelle “Note per lo studio
dell’ideologia della rivoluzione cubana” (vedi
capitolo 3)
Trotskysti, Stalinisti,
Maoisti, Leninisti, Luxemburghisti,
Marxisti-Leninisti, Bordighisti, anarco-comunisti e
chi più ne ha più ne metta….
Riportate in appendice a
questo testo
Comandante guerrigliero
venezuelano, marxista-leninista puro.
Figura filoistituzionale
del PC argentino, sempre propenso al dialogo con la
borghesia e mai all’appoggio alle avanguardie del
proletariato. Secondo alcuni storici mise
l’apparato repressivo sulle tracce della
guerriglia di Masetti, temendo che questa gli
sottraesse consensi e quindi potere all’interno
del movimento comunista.
Esercito di Liberazione
Nazionale Boliviano
Coco Peredo, e suo
fratello Inti, combatterono in Bolivia a fianco del
Che. Furono i migliori quadri formati nel corso di
quella lotta, tanto che Inti si distinguerà anche
in altre guerriglie e sarà ufficialmente il capo
dell’E.L.N.-B, visto che la presenza del Che
doveva rimanere segreta per evitare rappresaglie
contro Cuba da parte degli Usa.
Partecipando alle
elezioni e facendo la fine che ha fatto.
Cubana antibatistiana che
viveva in Messico. A casa sua si tennero molte
riunioni dell’M26/7
La crisi dei missili,
vedi capitolo tre.
Fino alla vittoria,
sempre!
Autoironicamente il Che
si paragona a
Don Chisciotte, che parte contro i giganti con lo
scudo e Ronzinante, per spiegare ai suoi la necessità
di rimettersi in marcia verso la vittoria contro
l’imperialismo.
In italiano nel testo
originale

"Nel
tempo dell'inganno universale, dire la verità è un
atto rivoluzionario"
Hasta
siempre comandante !!!
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