|  |  |  |       http://www.elcubanolibre.net/     |  |  |

 
   Ernesto Guevara.
 
 • Dalla maglietta al cervello...

 

Sergio Levêque

Dalla maglietta al cervello...

(il pensiero politico del “Che”)

Introduzione

Questo libro vuole essere uno strumento per tutti coloro che si sono avvicinati alla figura del “Che” solo attraverso l’iconografia classica, senza la possibilità di approfondire i contenuti del suo pensiero. Il “Che” è entrato nel mito per il suo alone leggendario, per le mille battaglie combattute, per la sua immagine quasi mistica, come ce la tramanda la fotografia di Alberto Korda.

La cosa triste è che molti tra quelli che ammirano la figura del guerrigliero eroico non conoscono gli aspetti fondamentali del contributo teorico lasciato a tutto il movimento antimperialista.

Ho addirittura conosciuto sedicenti comunisti che ritenevano Guevara un mito stereotipato e inutile, una figura di basso profilo, da inquadrare in un’ottica terzomondista; altri lo bollano come utopista, idealista che ha pagato con la vita il suo distacco dalla realtà. Anche a queste persone è rivolto il libro, sperando che si superino le superficiali etichette attribuite al maggiore pensatore rivoluzionario della seconda metà del XX secolo. Il titolo è una piccola provocazione, il voler far passare, da milioni di magliette e poster e bandiere, direttamente alle coscienze il pensiero del Comandante Ernesto Guevara de la Serna, detto il “Che”è invece il fiero proposito che mi ha spinto a scrivere.

 

Note biografiche

4/7/28 Nasce a Rosario, in Argentina. A due anni contrae l’asma che gli sarà fedele nemica fino all’ultimo. Un’asma che secondo i medici lo rende non idoneo al servizio militare ma che non impedirà al guerrigliero eroico di distinguersi in mille battaglie.

1945 Si trasferisce nella capitale dove inizia a studiare medicina

1951-52 Primo viaggio per l’america latina con Alberto Granado

1953 si laurea e riparte per un secondo viaggio. Non tornerà mai più in Argentina.

1954 Assiste impotente al golpe in Guatemala

1955 È in Messico, dove conosce un gruppo di esuli cubani che progettano una rivolta armata contro Batista

25/11/56 Parte con altre ottantuno persone per liberare Cuba

2/1/59 Batista fugge e il Che entra vittorioso all’Avana

29/11   È nominato presidente del Banco Nacìonal e l’anno dopo ministro dell’industria. Sono gli anni del rivoluzionario Pensamiento economico.

1960 Compie un viaggio nei paesi socialisti

1963 Va in Algeria dove stipula accordi per la collaborazione alle lotte di liberazione africane

1964-65 Interviene all’ONU e al seminario economico di Algeri pronunciando degli storici discorsi di denuncia Antimperialisti. Entra in clandestinità per partecipare ad altre lotte di liberazione.

Non apparirà più in pubblico. Parte per il Congo

1966 Dà inizio alla guerriglia in Bolivia

8/10/67 Viene ferito e catturato nella gola del Yuro a Vallegrande. Lo portano a La Higuera dove sarà giustiziato senza processo per ordine della CIA

 

.

 

Un murales cubano

 

 

Capitolo 1

La maturazione.

Un adolescente argentino di nome Ernesto Guevara de la Serna 

Il “Che” nasce in una famiglia progressista, dallelarghe vedute. Fin da piccolo si dedica con grande passione allo studio, tanto che a quattordici anni conosce Freud, Neruda, London, Baudelaire, Jung e molto altro. A quindici anni (1943) inizia a cimentarsi con quelle letture che saranno determinanti nello sviluppo delle sue convinzioni: Gandhi, Marx ed Engels. Nello stesso anno c’è un golpe militare, ed Ernesto dice in classe “I militari non danno la cultura al popolo, perché altrimenti sarebbero rifiutati”. Quest’uscita gli costa una severa lavata di capo da parte della spaventatissima maestra, ma ormai il suo antimilitarismo è radicato e niente può fargli cambiare idea. Singolare è anche il colloquio con l’amico Alberto Granado, mentre questi è in carcere per lo sciopero antigolpista. Alberto dice ad Ernesto di prendere la parola al suo posto durante le successive manifestazioni, e la risposta del giovane Guevara è: “Io in piazza contro i militari non ci vado senza uno schioppo!”. In ogni caso per lui la politica rimarrà un’attività secondaria, in quegli anni, anche se prenderà parte ad alcune manifestazioni. Nel 1948 si iscrive a medicina, dopo un breve trascorso ad ingegneria. Studia moltissimo, ma studia ciò che più lo attrae: psicologia, alcuni argomenti di medicina (quasi mai attinenti ai suoi corsi) e ciò lo porta a cogliere risultati non certo brillanti nel primo periodo di studio, creando tensioni con la sua famiglia. In seguito le cose miglioreranno, ma ormai Fuser[1] ha deciso che non accetterà più soldi dai suoi, e comincia a vivere esercitando vari mestieri. Alla fine del  1951 parte con Alberto per un viaggio in motocicletta alla scoperta del Sudamerica. Sarà in questo viaggio che toccherà con mano la condizione degli sfruttati, e da qui nascerà la sete di giustizia che lo contraddistinguerà quando sarà un capo rivoluzionario. Le testimonianze dirette della sua maturazione ci sono fornite dal suo diario, alla fine del quale scrive che il suo futuro è  di combattere per la libertà degli oppressi. L’undici aprile del 53 si laurea e comunica ai suoi  che partirà per il Venezuela. Alla stazione si congeda con una frase emblematica: “Aquì vas un soldado de America” Il tono generale delle sue esternazioni è ancora quello di un giovane, ribelle e un po’ fanfarone, ma lascia comunque trasparire una grande determinazione, come nella lettera alla zia Beatriz spedita dal Costarica, dove dice di essere passato per i domini della United Fruit, convincendomi una volta di più di quanto siano terribili queste piovre capitaliste. Ho giurato davanti all’immagine del caro e compianto compagno Stalin che non avrò pace finché non le vedrò annientate. In Guatemala mi perfezionerò e otterrò quanto mi manca per essere un rivoluzionario autentico. Ti abbraccia il tuo nipote con la salute di ferro, lo stomaco vuoto e la lucida fede nell’avvenire socialista. Sarà proprio il Guatemala una delle tappe fondamentali, perché lì assisterà impotente al rovesciamento di Jacobo Arbenz. Nella lettera a Beatriz del 28/2/54 scrive: per quanto riguarda la politica, la mia posizione non è in alcun modo quella di un dilettante chiacchierone; ho preso decisamente posizione per il governo e al suo interno per il partito comunista. Quando poi la situazione precipita, il 20/4, scrive ai suoi: Gli yankees hanno lasciato cadere definitivamente la maschera Roosveltiana di buoni e stanno commettendo ogni sorta di soprusi. Se le cose arriveranno al punto che si dovrà lottare contro aerei e truppe inviati dagli USA, si combatterà. Il morale del popolo è molto alto e attacchi spudorati uniti alle menzogne della stampa internazionale, hanno avvicinato al governo tutti gli indecisi, e c’è un autentico clima da battaglia. Io sono già stato assegnato alle brigate giovanili. Il 4/7, alla resa: Dopo l’aggressione dell’Honduras e senza dichiarazione di guerra gli aerei sono venuti a bombardare la città. Eravamo completamente indifesi, giacché non avevamo aerei, né artiglieria antiaerea, né rifugi. Ci sono stati dei morti, pochi. Il panico, però, si è impadronito del popolo e soprattutto del “valoroso e leale esercito del Guatemala”. Una missione militare nordamericana si è incontrata con il Presidente e lo ha minacciato di ridurre il paese a un cumulo di macerie in forza dei patti di collaborazione tra USA, Honduras e Nicaragua. I militari se la sono fatta addosso e hanno posto un ultimatum ad Arbenz. Questi non ha pensato che la città era piena di reazionari e che le case che si sarebbero perse erano le loro e non quelle del popolo, che non ha niente e difende il governo. Non pensò che un popolo in armi è una forza invincibile, nonostante l’esempio della Corea e dell’Indocina. Avrebbe potuto dare le armi al popolo e non volle, e questo è il risultato. Dal Guatemala Ernesto passa in Messico da dove, il 29/9, fa un’interessante analisi dell’esperienza guatemalteca nella lettera all’amica Tita Infante: Siamo caduti come la repubblica in Spagna, ma con meno dignità. Da qui guardo alle cose con una prospettiva diversa e comincio a rendermi conto che il Messico ha recitato in questa commedia la stessa parte toccata alla Francia in quell’altra. Il clima che si respira è completamente diverso da quello del Guatemala. Anche qui si può dire quello che si vuole, ma a condizione di poterlo pagare da qualche parte: si respira cioè la democrazia del dollaro. Francamente, preferisco andare tra le rovine e non dover ascoltare da uno dei migliori poeti del Messico che fu una pazzia per il Guatemala “civettare con la Russia”. Il nemico del Guatemala sarebbero stati i comunisti; si sono già dimenticati chi pagò gli aerei e chi ha collocato il fantoccio che vi è ora e tutti gli altri. In Messico Ernesto scrive i suoi primi articoli politici, nei quali vediamo che le sue analisi sono da autentico marxista-leninista, pur non mancando di originalità. In “La classe operaia degli USA, amica o nemica?”scrive che lì, le contraddizioni tra capitale e lavoro non esplodono perché i padroni investono parte del plusvalore estorto ai paesi latinoamericani ed asiatici per tenere buono il proletariato; ciò rende facile giustificare agli occhi del popolo lo sfruttamento magari dietro facili slogan anticomunisti. Testualmente: Lo sviluppo economico degli USA e la necessità dei lavoratori di conservare il proprio livello di vita sono i fattori per i quali, in termini conclusivi, la lotta di liberazione non si rivolgerà contro un regime, ma contro una nazione che difende compatta le sue conquiste egemoniche sull’America latina. Prepariamoci, quindi, a lottare contro tutto il popolo degli USA, e i frutti della vittoria non saranno solo la liberazione economica e l’eguaglianza, ma anche l’acquisizione di un fratello minore: il proletariato degli Stati Uniti. Le scelte sono fatte, Ernesto sa che le sue azioni successive saranno finalizzate alla liberazione degli oppressi e alla rottura del giogo nordamericano.Quello che gli manca è la possibilità di mettere in pratica i suoi propositi, ma siamo prossimi all’incontro cruciale della sua vita: quello con Fidel Castro Ruz, leader radicale cubano in esilio dopo un fallito tentativo di insurrezione. I due si conoscono e Fidel svela ad Ernesto i piani del movimento ventisei luglio[2] per rovesciare il dittatore Fulgenzio Batista. Dopo poco cominciano i preparativi, la raccolta di uomini e mezzi, l’addestramento militare sotto la guida di un veterano della guerra di Spagna, il generale Alberto Bayo. Sono proprio i cubani che affibbiano ad Ernesto il nomignolo di “Che[3]”. Non tutto va liscio, e un giorno la polizia messicana fa una retata dei rivoluzionari. Dal carcere Ernesto scrive un’appassionata lettera alla madre, che gli chiedeva di lasciar perdere la lotta e tornare a casa: Non sono Cristo e filantropo, mamma. Sono tutto il contrario: per le cose in cui credo lotto con tutte le armi a disposizione, e cerco di atterrare l’altro, piuttosto che farmi inchiodare ad una croce. …Ciò che veramente mi abbatte è la tua totale mancanza di comprensione, il tuo continuo richiamo alla moderazione e all’egoismo, cioè le qualità più esecrabili di un individuo…Prosegue descrivendo l’unità del gruppo e l’indissolubilità del suo legame con i compagni con i quali sarà “libero o martire”. Firma la lettera così: Tuo figlio, il Che. Lui è l’ultimo a lasciare la prigione, ma i compagni non hanno mai preso in considerazione l’idea di partire senza di lui. Trascorrono un periodo in clandestinità ancora in Messico, mentre mettono a punto gli ultimi dettagli. Comprano uno yacht sgangherato, il Granma[4], e preparano le provviste per la traversata verso Cuba. Il Che è il medico della spedizione, e a lui sono affidati il pronto soccorso e i medicinali. L’ultima testimonianza del suo percorso da Ernestito a Che Guevara è la poesia composta in quel periodo ed intitolata:

Autoritratto oscuro

Da una giovane nazione di radici d’erba

(radici che negano la rabbia d’America)

vengo a voi, fratelli del nord

 

Carico di grida di scoraggiamento e fede,

vengo a voi, fratelli del nord,

vengo da dove viene l’Homo Sapiens;

ho divorato chilometri in riti transumanti,

con la mia materia asmatica che porto come croce

e nelle viscere la mania di metafore sconnesse.

 

Lunga fu la strada e grande il carico,

rimase in me l’aroma di passi vagabondi

e anche nel naufragio del mio essere sotterraneo

-nonostante si annuncino spiagge salvatrici-

nuoto a malincuore contro la risacca,

conservando intatta la condizione di naufrago.

 

Sono solo davanti alla notte inesorabile

E lascio al sicuro la dolcezza dei biglietti.

L’Europa mi chiama con voce di vino stagionato,

sospiri di carne bionda, oggetti di museo.

 

E nell’insensatezza allegra dei paesi nuovi

Ricevo frontalmente l’impatto diffuso

Della canzone, di Marx ed Engels,che esegue Lenin e intonano i popoli.

 

Capitolo 2

Che Guevara nella guerra rivoluzionaria.

 

Con Camilo Cienfuegos, grande Comandante guerrigliero, che sarà protagonista con il Che della presa di Santa Clara. Morirà, in circostanze ancora non del tutto chiarite, in un incidente aereo nell’ottobre del 1959

 

 

Il venticinque novembre del 56 il Granma parte dal porto di Tuxpan, in Messico, con ottantadue guerriglieri a bordo, tra cui Guevara in qualità di medico. A parte il Che, argentino, c’è solo un altro membro non cubano: Gino l’italiano, un partigiano. L’Esercito Ribelle, braccio armato dell’M26/7, parte alla volta di Cuba, per dare inizio alla lotta armata. Durante la guerriglia, le lettere ai familiari costituiscono un naturale complemento ai “Passaggi della guerra rivoluzionaria”, dando un quadro completo dei fatti e delle emozioni. Subito dopo lo sbarco il gruppo subisce una pesante sconfitta, il Che viene ferito di striscio, la gente fugge e lui si trova di fronte ad una difficile scelta: Avevo davanti una cassa di proiettili e lo zaino con le medicine, e non potevo trasportarli entrambi; presi la cassa di proiettili e lasciai lì le medicine. Il guerrigliero ha prevaricato il medico. Queste, dunque, le prime esperienze nella guerriglia. Successivamente, il gruppo raggiunge la Sierra Maestra, da dove sconfiggerà ripetutamente l’esercito regolare. Il Che si distinguerà talmente in battaglia da ricevere i gradi di comandante. È instancabile, quando non si marcia e non si combatte dà lezioni ai compagni, ripete ai suoi uomini che Senza alfabetizzazione non possiamo capire perché portiamo il fucile. Sulla Sierra è circondato da un’aura mitica, non dorme quasi mai, dirige i combattenti, il giornale[5] e la stazione radio che hanno messo in piedi[6], e cura instancabilmente la popolazione civile. I contadini lo considerano un semidio. A spingerlo sono tanti fattori: i suoi principi, l’amore, che considera la qualità fondamentale di un rivoluzionario, e soprattutto la convinzione che l’esempio vale molto di più degli ordini, ed è il modo migliore per tenere alto il morale della truppa. Un episodio su tutti: durante la marcia di ritorno al campo, al termine di una dura battaglia, il Che, sfiancato dall’asma, monta un cavallo. Un giovane guerrigliero lo nota e protesta; il Che scende e prosegue a piedi, fino a cadere stremato. A quel punto fa chiamare il giovane e gli spiega la situazione. Gli chiede se sia ancora convinto delle sue ragioni  ed il giovane scoppia in lacrime. Storica è la sua risposta alla domanda: “Perché lottiamo?” “Il guerrigliero è un riformatore sociale. Si batte per cambiare il regime che mantiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio e nella miseria. Il guerrigliero è, fondamentalmente e prima di tutto, un rivoluzionario agrario.” Ed infatti il primo provvedimento che viene preso dopo la liberazione di un territorio è la riforma agraria, cioè dare la proprietà della terra a chi la lavora. Riguardo al rapporto con Fidel, il Che non ne metterà mai in discussione l’autorità, ma puntualizzerà la diversità delle loro posizioni politiche. In una lettera del dicembre del 57 a René Ramos Latour, capo del movimento clandestino: …Appartengo, per la mia preparazione ideologica, a coloro che credono che la soluzione dei problemi del mondo si trovi oltrecortina (Allora il Che non aveva ancora visto con suoi occhi la situazione dei Paesi dell’est, e quindi riteneva che lì si costruisse il socialismo) e considero il movimento come uno dei tanti provocati dall’affanno delle borghesie nazionali di liberarsi dalle catene dell’imperialismo. Ho sempre considerato Fidel un autentico leader borghese di sinistra, anche se ha qualità personali che lo pongono molto al di sopra della sua classe. Dalla Sierra si spostano nell’Escambray, dove devono anche risolvere le questioni con il secondo fronte di Gutierrez Menoyo, un gruppo di sedicenti rivoluzionari che imponeva tributi ai contadini. All’inizio di novembre del 58 scrive a Enrique Oltusky, dirigente del  movimento nel “llano[7]” a proposito di una questione di fondi e di espropri in cui Oltusky voleva accettare il contributo offerto, mentre il Che voleva prendere ciò di cui il popolo aveva bisogno: …perché nessun contadino si è opposto alla nostra tesi che la terra è di chi la lavora e invece lo hanno fatto i proprietari? E non credi forse che la massa dei combattenti sia d’accordo ad assaltare le banche perché nessuno di loro vi ha depositato un centesimo? Non ti è mai capitato di pensare alle radici economiche di questo fatto, in rapporto alla più arbitraria tra le istituzioni borghesi? Coloro che guadagnano soldi prestando denaro altrui e speculandoci sopra non meritano un trattamento speciale. La somma miserabile che offrono è la stessa che guadagnano in un giorno di sfruttamento, mentre questo popolo sofferente si dissangua sulla Sierra e nel llano e subisce quotidianamente il tradimento dei suoi falsi dirigenti…È pronto a rompere con il movimento cittadino che veniva a patti con la borghesia sulla pelle del proletariato, e ad assumersene la responsabilità di fronte a qualsiasi tribunale rivoluzionario. In questo traspare pienamente la concezione leninista di privilegiare la linea giusta anche a discapito dell’unità, perché questo è l’unico modo di vincere. Nel gennaio del 1959, dopo la vittoria di Santa Clara, le truppe entrano trionfanti all’Avana.

   

Durante la guerriglia                                                                                                    Momento di pausa durante la “lucha”

 

 

Capitolo 3

La rivoluzione

 

Quando entrano all’Avana, il giovane combattente Mustelier chiede al Comandante Guevara il permesso di raggiungere la sua famiglia, nella parte est di Cuba. Davanti al suo rifiuto, egli obietta che ormai la rivoluzione era fatta e vinta, e il Che risponde “Abbiamo vinto la guerra, la rivoluzione comincia ADESSO”. Per il Che è chiaro che ora viene una fase estremamente delicata: la storia è piena di rivoluzioni fatte dal popolo e terminate con delle restaurazioni, come in Russia dopo la rivoluzione di febbraio, che portò al governo Kerensky, la cui politica filozarista non risolse alcuno dei problemi che avevano spinto in armi il popolo; ancora prima la Comune di Parigi soffocata nel sangue o la Rivoluzione Francese; nella stessa Italia liberata dagli eroi partigiani si insediò un governo asservito agli imperialisti Usa , “democratici” che avevano una simpatica struttura, chiamata Gladio, che era pronta ad uccidere settemila militanti comunisti all’indomani di un’eventuale vittoria del P.C.I.; quando la Grecia si liberò del regime dei colonnelli, Papadopulos tenne nei luoghi di potere tutti i burocrati corrotti, i poliziotti e i militari assassini e torturatori e tutto il peggio della dittatura; la Spagna postfranchista era la monarchia più autoritaria d’Europa,con persecuzioni ai danni di Baschi e Catalani che hanno tuttora i loro strascichi; in Cile Pinochet ha avuto il tempo di proclamarsi Senatore a vita e pertanto immune e  non ha ancora pagato per le migliaia di delitti commessi. Ancora oggi, nel XXI secolo, in tutti i Paesi dell’America Latina continuiamo ad assistere ad un golpe militare dopo l’altro, senza che si possa mai comprendere la situazione dei singoli Stati; quando poi vengono indette le elezioni si candidano sempre quelli che il giorno prima sparavano sul popolo, e l’ONU assiste compiaciuta ai brogli dei signorotti di turno, a patto che questi siano i più graditi agli Usa; si potrebbe continuare a lungo con questo elenco di restaurazioni, che dimostra come lo scheletro del potere corrotto sia difficile da far sparire anche dopo insurrezioni popolari e presunte “transizioni alla democrazia”. Conscio di ciò il Che si preparava a lottare con tutte le sue forze per far sì che il popolo cogliesse i frutti della vittoria. Già al momento della fuga di Batista i ribelli vengono a sapere di un golpe militare che potrebbe scavalcare la rivoluzione, e si impegnano in una marcia forzata per prendere la capitale prima dell’esercito. Questo sarà solo il primo dei molti pericoli che dovranno affrontare durante la rivoluzione. Comincia così il biennio 59-61, che va dalla vittoria dei ribelli alla proclamazione del carattere socialista della rivoluzione. L’ex Presidente Urrutìa, deposto dal golpe di Batista, viene rimesso al suo posto,con un governo formato da esponenti di tutte le opposizioni antibatistiane, anche quelle di destra, e da qualche esponente dei gruppi cittadini dell’M26/7, mentre L’Esercito Ribelle assume il completo controllo delle forze armate. Tutti coloro che sostengono di aver avversato Batista vanno a battere cassa. Arriva il momento della resa dei conti con il II Fronte di Gutierrez Menoyo. In proposito il Che, nell’articolo “Una colpa della rivoluzione”, scritto qualche anno dopo, fa la seguente analisi: … Entrarono all’Avana ed occuparono le posizioni strategiche più importanti . . . secondo la loro mentalità. Dopo pochi giorni, infatti, arrivava il conto dell’Hotel Capri: 15.000 dollari di cibo e bevande per pochi profittatori. Quando giunse l’ora di assegnare i gradi…volevano tutti gli incarichi in cui nell’amministrazione prerivoluzionaria si rubava, in cui il denaro sarebbe passato per le loro mani. Questo era il centro delle loro aspirazioni. Fin dai primi giorni sorsero serie divergenze, ma prevaleva sempre la nostra apparente saggezza rivoluzionaria e cedevamo in nome dell’unità. Naturalmente non concedevamo posti agli aspiranti traditori, ma non li eliminavamo, temporeggiavamo, tutto a beneficio di un’unità che non veniva totalmente compresa. Questa fu una colpa della rivoluzione.  …Ora la nostra coscienza si è ripulita perché se ne sono andati tutti… a Miami (Ladri ed assassini, questa è l’origine degli “eroi” anticastristi rifugiati a Miami).Tante grazie, mangiavacche del secondo fronte. …Tante grazie per averci dimostrato che dobbiamo essere inflessibili di fronte all’errore, la debolezza, il dolore, la malafede di chiunque e levarci a denunciare e punire in ogni punto in cui affiori la corruzione,contraria agli alti postulati della rivoluzione. Il Che comincia subito a spingere per la riforma agraria, ma Urrutìa difende il latifondo e il capitale, e la situazione si blocca. Per due anni la situazione a Cuba resterà sospesa tra le pressioni dei poteri economici nazionali e stranieri  e le spinte interne a realizzare i cambiamenti rivoluzionari. In questi due anni il Che, che è l’esponente più autorevole della sinistra dell’M26/7,viene distolto dalla vita politica; mandato in giro per il mondo come ambasciatore e poi nominato presidente del Banco Nacìonal. In questo periodo scrive comunque due analisi della rivoluzione. La prima, “Note per lo studio dell’ideologia della Rivoluzione Cubana”, scritta nel 1960, è la dimostrazione dell’ineluttabilità del binomio antimperialismo-socialismo. Il  Che spiega ai compagni, a tutto il popolo di Cuba e dell’America Latina, che l’unica rivoluzione possibile è quella socialista, perché è l’unica che può rompere il giogo dell’Imperialismo che porta solo sfruttamento e crimine. Riportiamo alcuni passi da queste note, con particolare attenzione a quelli sul marxismo, profondamente indicativi dell’alta capacità di sintesi del Che:

È questa una singolare rivoluzione per la quale, secondo alcuni, non varrebbe l’enunciato di Lenin: “Senza teoria rivoluzionaria non c’è movimento rivoluzionario”. Sarebbe meglio dire che la teoria rivoluzionaria, come espressione di una verità sociale, si pone al di sopra di qualsiasi enunciato; vale a dire che la rivoluzione si può fare se si interpreta correttamente la realtà storica e se si utilizzano al meglio le forze in gioco, anche senza conoscere la teoria.

…Nella rivoluzione cubana bisogna distinguere due fasi completamente diverse: quella della lotta armata fino alla vittoria, e la trasformazione politica, economica e sociale verificatasi da quel momento in poi. …Noi le tratteremo dal punto di vista dell’evoluzione del pensiero rivoluzionario dei suoi dirigenti attraverso il loro rapporto con il popolo. È bene affermare la nostra posizione rispetto al marxismo. La nostra risposta alla domanda se siamo o no marxisti è la stessa che darebbe un fisico o un biologo cui si chiedesse se è newtoniano o pasteuriano. Ci sono delle verità così evidenti, così connaturate alla coscienza dei popoli, che è inutile discuterle. Il merito di Marx è di aver prodotto di colpo nella storia del pensiero sociale un cambiamento qualitativo; interpreta la storia, ne comprende la dinamica, prevede gli eventi futuri, ma va al di là della previsione, oltre i limiti del proprio dovere di scienziato, esprimendo un concetto rivoluzionario: non ci si deve limitare a interpretare la natura, bisogna trasformarla. L’uomo cessa di essere schiavo e strumento dell’ambiente e si trasforma in artefice del proprio destino. Da questo momento, Marx diventa il bersaglio obbligato di tutti coloro che hanno uno speciale interesse a conservare il vecchio…

A partire dal Marx rivoluzionario si forma un gruppo politico con idee concrete che, basandosi sui giganti Marx ed Engels e sviluppandosi attraverso fasi successive con personalità come Lenin, Stalin e Mao-Tse-Tung stabilisce un corpo di dottrine e di esempi da seguire.…Le leggi del marxismo sono presenti negli avvenimenti della rivoluzione cubana, indipendentemente dal fatto che i suoi dirigenti professino o conoscano a fondo, dal punto di vista teorico, tali leggi. Questo è un concetto fortemente innovativo, in quanto l’affermazione di Lenin citata all’inizio delle note da molti è stata interpretata come un dogma, mentre la Rivoluzione Cubana mostra un nuovo aspetto dell’evoluzione dei movimenti rivoluzionari, infatti, applicando la concezione materialistico-dialettica a Cuba si scopre che qualunque sincero movimento antimperialista DEVE necessariamente trasformarsi in un movimento comunista, in quanto questa è l’unica alternativa possibile alla sconfitta o alla restaurazione imperialista. Vediamo ora come il Che illustra le differenze tra l’esercito popolare e quello della dittatura, sempre dalle “note per lo studio dell’ideologia della Rivoluzione Cubana” :

A volte risulta incomprensibile come colonne ribelli di così piccole dimensioni… si siano potute battere contro un esercito ben armato. La questione fondamentale risiede nelle caratteristiche di ciascuno dei due fronti: quanto maggiori sono i pericoli, i disagi, le sofferenze e i rischi, i rigori della natura, tanto più il guerrigliero si sente a casa propria. Non importa  per il risultato finale che ne esca vivo o morto.

Il soldato nemico è il socio meno importante del dittatore, riceve l’ultima briciola lasciatagli dal penultimo dei profittatori di una lunga catena che comincia a Wall Street e finisce con lui. La sua paga e le sue prebende non valgono mai la vita, se il prezzo è questo, la cosa migliore da fare è ritirarsi davanti al pericolo guerrigliero. Da queste due morali nasce la differenza che doveva portare alla nostra vittoria. Dopo di essa,… con la riforma agraria come bandiera, la cui realizzazione inizia sulla Sierra Maestra, questi uomini arrivano a scontrarsi con l’imperialismo; sanno che la riforma agraria è la base su cui bisogna costruire la nuova Cuba; sanno che essa darà la terra a tutti i diseredati, ma la toglierà a chi la possiede ingiustamente; e sanno anche che i proprietari più ingiusti sono uomini influenti  nel Dipartimento di Stato o negli Usa; ma hanno imparato a vincere le difficoltà con l’appoggio del popolo e hanno già visto il futuro di liberazione che ci attende al di là delle sofferenze. Quest’ultimo passo è il preludio alla nazionalizzazione delle imprese americane in territorio cubano. Il secondo scritto, “Cuba, eccezione storica o avanguardia nella lotta al colonialismo?”è del 1961; esso costituisce un’ideale prologo al ben più celebre “Creare due, tre, molti Vietnam”. È nel contempo un’analisi della rivoluzione cubana e un manifesto rivoluzionario di portata mondiale: infatti qui il Che demolisce sistematicamente le teorie degli eccezionalisti, cioè di coloro che sostengono che la rivoluzione cubana non sia riproponibile negli altri paesi a causa delle specificità della situazione dell’isola, e dimostra la necessità della guerriglia come strumento di liberazione dei popoli. Vediamo una breve sintesi: Mai prima d’ora si era verificato, in America, un fatto tanto straordinario quanto la nostra guerra rivoluzionaria. … Il nostro movimento, per quanto molto eterodosso, ha seguito le linee di tutti i grandi avvenimenti storici di questo secolo, caratterizzati dalle lotte anticoloniali e dal passaggio al socialismo. Tuttavia certi settori hanno preteso di scorgere delle eccezionalità e ne elevano artificiosamente l’importanza. Ammettiamo che ci siano state delle eccezioni: è un fatto ormai assodato che ogni rivoluzione annoveri dei fattori specifici, né è meno incontrovertibile che tutte le rivoluzioni seguiranno delle leggi. Analizziamo  i fattori di questa pretesa eccezionalità. Il primo è Fidel, grande leader e condottiero. (Alcuni sostenevano che a Cuba si fosse vinto solo grazie al carisma di Fidel) Tuttavia nessuno potrebbe affermare che a Cuba vi siano condizioni politico-sociali del tutto diverse da quelle degli altri paesi d’America e che a causa di tali diversità si sia fatta la rivoluzione. Né d’altro canto, si potrebbe affermare che Fidel abbia fatto la rivoluzione nonostante questa differenza. Una condizione che potremmo definire un’eccezione è il  fatto che l’imperialismo si trovò disorientato e non riuscì mai a valutare l’esatta portata della rivoluzione, ma l’imperialismo sa, al contrario di certi gruppi progressisti, trarre insegnamento dai propri errori e quindi difficilmente altri paesi  potranno giovare di questa situazione. …vedremo ora quali sono le radici permanenti di tutti i fenomeni sociali d’America,le contraddizioni che, maturando, provocano dei mutamenti che possono tendere ad acquistare l’ampiezza di una rivoluzione come quella cubana. In ordine cronologico, nonostante non sia di grande importanza attualmente, va posto il latifondo. Il latifondo è stato la base del potere economico della classe dominante per tutto il secolo scorso e oltre …Successivamente, il latifondista comprese che non sarebbe riuscito a sopravvivere da solo, e strinse alleanza con i monopoli. I capitali nordamericani arrivarono a fecondare le terre vergini, per portarsi poi via tutta la valuta che in precedenza,“generosamente”, avevano regalato, più altri guadagni che rappresentavano la somma investita nel paese “beneficiato” moltiplicata parecchie volte. L’America divenne il campo della lotta inter-imperialista,…che si è decisa quasi completamente a favore dei monopoli nordamericani a partire dalla seconda guerra mondiale. Da allora in poi l’imperialismo si è dedicato a rafforzare il proprio dominio coloniale. Tutto ciò dà come risultato un’economia mostruosamente distorta,…ci chiamano, noi, popoli d’America, “sottosviluppati”. Si richiama l’attenzione del lettore sull’analisi del sottosviluppo, che spiega perfettamente le ragioni della condizione di quelli che oggi vengono chiamati paesi in via di sviluppo o del terzo mondo, e soprattutto il permanere di queste condizioni anche quando, ormai, i progressi tecnici permetterebbero di produrre risorse sufficienti per tutti i popoli della terra. Che cos’è il sottosviluppo? Un nano con una testa enorme è “sottosviluppato”,… ecco cosa siamo noi, definiti dolcemente “sottosviluppati” e in realtà paesi coloniali. Siamo paesi ad economia distorta a causa dell’azione imperialista, che ha sviluppato in maniera anormale i rami dell’industria o dell’agricoltura necessari a far da complemento alla sua complessa economia. Il “sottosviluppo” comporta pericolose specializzazioni in materie prime. Noi sottosviluppati siamo anche quelli della monocoltura, un unico prodotto la cui incerta vendita dipende da un  mercato unico che impone e fissa le condizioni. Il “sottosviluppo” dà come risultato bassi salari e disoccupazione. Questo fenomeno apre un circolo vizioso che sbocca in ancora più bassi salari e in ulteriore disoccupazione,…che creano quello che è il denominatore comune dei popoli d’America, dal Rio Bravo al polo Sud. Si chiama FAME DEL POPOLO, del popolo stufo di essere oppresso, di essere vessato, di essere sfruttato al massimo, stufo di vendere la propria forza lavoro per una miseria, perché da ogni corpo umano venga spremuto il massimo di utile, poi sperperato nelle orge dei padroni del capitale. Vediamo quindi che vi sono grandi denominatori comuni nell’America latina. … Che cosa abbiamo fatto per liberarci  dell’imperialismo e dei suoi mercenari, disposti a difendere tutto il complesso sociale dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Le condizioni obiettive per la lotta sono date dalla fame del popolo,…e dall’alone di odio creato dalla repressione. Mancava in America…la coscienza della possibilità della vittoria con l’uso della via violenta contro le forze imperialiste e i loro alleati interni. Queste si creano mediante la lotta armata,…la sconfitta dell’esercito da parte delle forze popolari e il suo successivo annientamento come imprescindibile condizione di ogni autentica rivoluzione. Cerchiamo di esporre le difficoltà che a nostro parere renderanno più dure le nuove lotte rivoluzionarie d’America : l’imperialismo ha imparato fino in fondo la lezione di Cuba,…gli Stati Uniti affrettano la consegna di armi ai governi fantoccio che vedono più minacciati e fanno loro firmare patti di vassallaggio, per rendere giuridicamente più facile l’invio di truppe e strumenti di uccisione e repressione. E la borghesia? Giacché si sa che in molti paesi esistono delle contraddizioni oggettive tra le borghesie nazionali e l’imperialismo, che sconfigge in un’impari lotta l’industria nazionale, così come vi sono altre forme di lotta per il plusvalore e la ricchezza. Nonostante queste contraddizioni esse temono di più la rivoluzione popolare delle sofferenze sotto l’oppressione dell’imperialismo. La grande borghesia si oppone apertamente alla rivoluzione e non esita ad allearsi con l’imperialismo per combattere il popolo e impedirgli la rivoluzione. Tali sono le difficoltà che vanno aggiunte a tutte quelle insite nelle lotte di questo tipo nelle nuove condizioni in cui si trova l’America latina dopo la rivoluzione cubana. Ve ne sono altre più specifiche. I paesi che hanno subito processi di concentrazione della popolazione in grandi centri abitati, trovano maggiore difficoltà a preparare la guerriglia. Inoltre l’influenza ideologica dei centri popolati impedisce la guerriglia e incoraggia lotte di massa organizzate pacificamente (è questo anche il caso dell’Europa occidentale e degli altri paesi industrializzati, dove la lotta armata non ha mai ricevuto l’appoggio delle masse popolari.) Quest’ultimo elemento dà origine ad una certa “istituzionalità”, secondo la quale, in periodi più o meno “normali”, le condizioni siano meno dure del trattamento abituale riservato al popolo. È da tener presente che, come già espresso in “La classe operaia degli Usa, amica o nemica?”, le condizioni medie di vita nei paesi industrializzati sono tali soprattutto grazie allo sfruttamento dei paesi coloniali, e ciò favorisce l’assopimento della coscienza di classe. …Errore imperdonabile sarebbe quello di sottovalutare i vantaggi che il programma rivoluzionario può ottenere da una data campagna elettorale; come sarebbe altrettanto imperdonabile limitarsi alle elezioni e non vedere gli altri mezzi di lotta volti ad ottenere il potere, strumento indispensabile per applicare e sviluppare il programma rivoluzionario. Qui entriamo nell’eternamente dibattuta questione della partecipazione dei movimenti comunisti alle istituzioni borghesi. La posizione guevariana in merito è la seguente: per via elettorale non si può raggiungere lo scopo rivoluzionario, ma questo non vuol dire che bisogna rifuggire in assoluto la partecipazione alle elezioni, in quanto la presentazione di un programma rivoluzionario può, in chiave tattica, apportare notevoli benefici al movimento, fungendo da strumento di denuncia e dando risonanza alle ragioni della lotta. Tutto questo, chiaramente, a patto che l’obiettivo tattico non corrompa quello strategico, cioè che la partecipazione alla politica istituzionale non faccia perdere di vista lo spirito rivoluzionario imborghesendo il partito, come è avvenuto, ad esempio, al P.C.I.   …Quando sentiamo parlare di presa del potere per via elettorale, la nostra domanda è sempre la stessa: dando inizio alle trasformazioni previste dal programma, non si entrerebbe immediatamente in conflitto con le classi reazionarie del paese? E non è sempre stato l’esercito lo strumento di oppressione di tali classi? Se così è, è logico dedurre che tale esercito si schiererà dalla parte della sua classe ed entrerà in conflitto col governo costituito. Può succedere che il governo venga rovesciato con un colpo di stato e che ricominci il gioco che non finisce mai;…ci sembra difficile che le forze armate accettino di buon grado delle riforme sociali profonde e si rassegnino come agnellini alla propria liquidazione come casta. (Per rendersi conto della scientifica esattezza di queste parole, basti pensare a cosa è successo ad Allende, democraticamente eletto, e al popolo cileno qualche anno dopo la morte del Che o, per restare geograficamente più vicini a noi, in Spagna nel 1936) Tempi oscuri attendono l’America latina, e le recenti dichiarazioni del governo degli Stati Uniti sembrano indicare che tempi oscuri attendono il mondo intero (e se non sono tempi duri i nostri…) . Lumumba[8], selvaggiamente assassinato, nella grandezza del suo martirio insegna quali sono i tragici errori che non vanno commessi. Una volta dato il via alla lotta antimperialista, è indispensabile essere conseguenti e bisogna tener duro, costantemente e senza mai fare un passo indietro: avanti sempre, contrattaccando sempre, rispondendo sempre ad ogni aggressione con una pressione più forte delle masse popolari. Questo è il modo di trionfare. Sempre nel 1960 scrive “La guerra di guerriglia” e il manuale “Consigli al combattente”. Sono scritti di tattica militare, pertanto non ce ne occuperemo in questa sede, mi limito a raccomandare agli  interessati la loro lettura, se non altro per l’interesse storico di questi documenti. Vale la pena riportare l’episodio cui seguì la proclamazione del carattere socialista della rivoluzione cubana: la battaglia di Playa Gìron. Il quindici aprile del 1961, aerei Usa con piloti cubani addestrati dalla CIA bombardano le basi aeree cubane. Segue lo sbarco di qualche migliaio di esuli, che riescono a prendere a tradimento tre piccoli villaggi. Il piano degli Usa è ingegnoso: creare un piccolo “territorio liberato”dove far insediare un governo controrivoluzionario in modo da riconoscerlo e avere mano libera per intervenire a Cuba. (All’epoca c’era la guerra fredda e gli Usa non potevano intervenire senza pretesto come fanno oggi in Iraq e Jugoslavia). A questo punto accade una cosa meravigliosa: migliaia di cubani, con armi improvvisate, si lanciano contro gli invasori, ricacciandoli rapidamente indietro. Travolti dalla rabbia popolare e dal successivo intervento dell’Esercito Ribelle, il 19/4 gli invasori sono sconfitti. Il Che fà il seguente bilancio dell’accaduto: Non si può chiedere ad un uomo che aveva mille cavallerie[9] di terra di suo padre, e che viene qui soltanto a fare atto di presenza perché gliele ridiano,di andare a farsi ammazzare di fronte a un contadino che non aveva niente e che ha una voglia matta di ucciderlo perché vogliono portargli via la sua terra. Sempre sul socialismo,ai compagni perplessi dice: Non siete d’accordo con la riforma agraria? Con l’espropriazione degli yankee? Con la nazionalizzazione, la giustizia sociale, il diritto di ognuno a godere dei frutti del proprio lavoro?…Allora siete precisamente favorevoli al socialismo. In quest’anno il Che si dedica con ardore alla riforma dell’apparato statale, non ancora al passo con i principi rivoluzionari. Scrive “Contro il burocratismo”, e si batte per creare un meccanismo di controllo operaio sugli amministratori, per tenere alta la pressione della base sui dirigenti di fabbrica. Tengo a sottolineare questo concetto perché il Che scrive queste cose nel 1961, cioè anticipando Mao di parecchi anni! È credenza comune a molti che il concetto di controllo delle masse popolari sui dirigenti della rivoluzione come strumento necessario per impedire abusi nasca durante la discussa Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, in Cina, mentre invece la paternità dell’idea è del Che. Il burocratismo sarà appunto la causa principale del crollo dell’Urss, dove i dirigenti di partito avevano creato un apparato rigidissimo e, in definitiva, una nuova classe di burocrati borghesi, frenando di fatto la costruzione del socialismo e portando ai tristi risultati che ben conosciamo. La fiducia del Comandante nell’Urss comincia a vacillare dopo la crisi dei missili del 1962. L’Unione Sovietica aveva fornito spontaneamente a Cuba dei missili per difendersi da eventuali attacchi da parte degli Stati Uniti, o almeno così sostenevano i burocrati di Mosca. In realtà, il progetto sovietico era molto diverso: convincere gli Stati Uniti a rimuovere i missili dalla Turchia e dalla Germania-est, infatti, quando gli aerei-spia americani inquadrarono i missili scoppiò la più violenta crisi di tutta la guerra fredda. Gli Usa accusarono i Russi di preparare l’attacco nucleare da Cuba,  e l’Urss rispose chiedendo la rimozione delle testate dalla Turchia e dall’allora Germania-est. Cuba fu usata semplicemente come pedina di scambio dai sovietici, e in questo il Che vide i germi della controrivoluzione. Cuba non aveva chiesto le armi a Mosca, ma ora si trovava nuda di fronte ad un probabile assalto yankee.

Foto del periodo 59-61

 

Il matrimonio con Aleida March, rivoluzionaria cubana conosciuta durante la guerriglia

                                   .

Durante un discorso ufficiale                                                                                      Una pausa al Banco Nacìonal

 Con Fidel Castro

 

Capitolo 4

Il Pensamiento Economico

 

Le concezioni economiche del Che ci sono giunte attraverso gli articoli scritti nel periodo in cui è ambasciatore, banchiere e ministro (59-65). Molti sono i contributi originali in questo campo, dalla morale socialista in ambito economico, alla definizione delle caratteristiche dei dirigenti rivoluzionari e dei rapporti tra i vari soggetti, fino al sistema di finanziamento di bilancio, in aperta polemica con il modello sovietico di autogestione finanziaria delle imprese. Nell’articolo “Le discussioni sono collettive, le decisioni e le responsabilità di uno solo”, indica le linee che gli amministratori devono seguire e i loro rapporti con gli organismi operai e politici. Le funzioni di un direttore sono le seguenti: supervisione e direzione dei lavori con la massima responsabilità di fronte al ministero del buon funzionamento di tutto, direzione della produzione e realizzazione della pianificazione statale, vigilanza su lavoro, salari e uso corretto delle macchine, informare, orientare, stimolare, addestrare e qualificare il personale per ottenere un’attività maggiormente rivoluzionaria, collaborare con le organizzazioni rivoluzionarie e sindacali. Sui sindacati: Quale sarà la funzione dei sindacati? Essi hanno due funzioni distinte e complementari, in questo periodo. Una è afferrare l’idea generale del governo, discuterla a livello di fabbrica e diffonderla tra i lavoratori, l’altra, solo in apparenza opposta, ma in realtà complementare, è la difesa degli interessi immediati e specifici della classe lavoratrice al livello di impresa o di fabbrica. …Come integrare tutta questa difesa degli interessi immediati della classe lavoratrice con le grandi iniziative economiche del governo? La soluzione è semplice, perché non esiste contraddizione tra i due compiti. Il governo cerca di far progredire rapidamente il paese; questa è una grande aspirazione, ma quando si mette in atto in una fabbrica, si scontra con difficoltà pratiche. In questo caso la missione del sindacato è di adeguare le condizioni reali del posto di lavoro alle direttive generali dello Stato. … Il sindacato deve svolgere questa doppia funzione: vigilare le condizioni di lavoro di operai e impiegati e dare al tempo stesso l’orientamento rivoluzionario del sacrificio e dello sforzo necessari da parte della massa, con tutta l’onestà di cui sono capaci i membri del proletariato. …Ogni contraddizione deve venire risolta mediante discussioni, perché l’arma superiore della classe operaia, lo sciopero, è l’arma di definizione violenta delle contraddizioni di classe, cosa che non deve succedere in una società avviata verso il socialismo. Naturalmente nella fase di costruzione del socialismo la lotta di classe continua, ma il governo rivoluzionario deve assolutamente impedire che si sviluppino contraddizioni con la classe operaia tanto violente da dover sfociare in scioperi. L’articolo “Il quadro politico, spina dorsale della rivoluzione”, ci fornisce una panoramica delle caratteristiche di un militante comunista, e delle responsabilità che questo deve assumersi durante la costruzione del socialismo. Può sembrare un discorso idealista, ma il Che si basa sulla sua personale esperienza per dire cosa significa essere comunisti: …Che cos’è un quadro? È un individuo che ha raggiunto il sufficiente livello di sviluppo politico per poter interpretare le grandi direttive emanate dal potere centrale, farle sue e trasmetterle come orientamento alla massa, e che percepisce inoltre le manifestazioni che questa fa dei suoi desideri e delle sue motivazioni più intime. È un individuo dotato di disciplina ideologica e amministrativa, che nella produzione sa praticare il principio della discussione collettiva e della decisione e responsabilità uniche; la cui fedeltà è provata, il cui valore fisico e morale si è accresciuto di pari passo col suo sviluppo ideologico, in modo tale che è sempre disponibile ad affrontare qualsiasi prova e a rispondere anche con la vita del buon andamento della rivoluzione. Per formarlo bisogna stabilire il principio selettivo nelle masse, è lì che bisogna cercare le personalità nascenti, provate nel sacrificio o che cominciano a mostrare le proprie inquietudini, e affidare loro incarichi di maggiore responsabilità che le mettano alla prova nel lavoro pratico. Intimamente legato al concetto di quadro è quello di capacità di sacrificio, quello che mostra col proprio esempio le verità e le parole d’ordine della rivoluzione. Il quadro si deve conquistare il rispetto dei lavoratori con la sua azione. È indispensabile che possa contare sulla considerazione e sull’affetto dei compagni che deve guidare per le vie d’avanguardia. Segue poi la lunga serie di articoli che costituiscono la polemica sul sistema di finanziamento di bilancio o di Bettelheim, dal nome dell’economista francese che sosteneva l’applicazione del modello russo[10]. Sono scritti estremamente tecnici e ricchi di citazione di testi classici di Karl Marx, Lenin ed altri. Ciò che più ci colpisce sono i riferimenti agli scritti giovanili di Marx, citati più volte anche durante le riunioni al Ministero dell’Industria, che sono stati troppo spesso dimenticati da altri teorici. Sono i testi più marcatamente umanistici del filosofo tedesco, ed hanno una notevole influenza su quello che da molti viene definito “L’umanesimo rivoluzionario del Che”. È molto interessante la sintesi che il Comandante sviluppa tra i testi di economia e quelli umanistici: ne viene fuori una concezione altamente evoluta dell’economia e del lavoro, basata sulla liberazione dell’uomo dall’alienazione, in modo da renderlo protagonista e responsabile del benessere di tutta la società. Sull’alienazione aveva già scritto Marx, ma purtroppo questo concetto era passato in secondo piano rispetto ad altri, mentre Guevara ne fa uno degli assi portanti della struttura economica. L’alienazione è quella che vive il proletario nel momento in cui va a vendere la propria forza lavoro ad un padrone per un certo numero di ore, al fine di assicurarsi i mezzi di sussistenza. Il lavoratore percepisce quel tempo come una parte della vita che non gli appartiene, che diviene proprietà dello sfruttatore in cambio del salario. Nel socialismo, invece, il lavoro è parte integrante della vita dell’individuo, in quanto esso rappresenta il contributo dell’uomo alla società, e viene svolto in nome del progresso economico e sociale dell’intera comunità di individui. Questo tema verrà affrontato più estesamente in seguito, al momento della stesura de “Il Socialismo e l’Uomo a Cuba”. Il nocciolo della polemica di Bettelheim è questo: il Che sostiene il sistema di finanziamento di bilancio, in cui la banca dà all’impresa in base al suo bilancio, senza percepire interessi, fungendo solo da cassa; le aziende non hanno fondi propri e tutte le loro entrate vengono restituite al bilancio nazionale. Il sistema del calcolo economico o di autogestione delle imprese (in uso in Urss e sostenuto a Cuba da alcuni economisti) si basa su controlli globali e una decentralizzazione spinta. Il controllo indiretto viene effettuato dalla banca tramite il denaro, e il risultato monetario della gestione serve da misura per i premi; l’interesse materiale è la grande leva che muove i lavoratori. Il sistema di finanziamento di bilancio, invece, si basa su un controllo centralizzato dell’impresa; il suo piano e la sua gestione sono controllati da organismi centrali in modo diretto. Vantaggi del sistema esposti in forma generale: Primo, tendendo alla centralizzazione, tende a un’utilizzazione più razionale dei fondi a carattere nazionale. Secondo, tende ad una maggiore razionalizzazione di tutto l’apparato amministrativo dello Stato. Terzo, questa stessa tendenza alla centralizzazione costringe a creare unità più grandi entro limiti adeguati, che risparmino forza-lavoro e aumentino la produttività dei lavoratori. Quarto, integrato in unico sistema di norme, fa di tutte (le aziende) una sola grande impresa statale…Quinto, disponendo di organismi costruttori compresi nel bilancio, si può semplificare il controllo degli investimenti,… È importante dire che così si crea nell’operaio l’idea generale della cooperazione fra tutti, l’idea di appartenere ad un grande insieme che è costituito dalla popolazione del paese e si favorisce lo sviluppo della sua coscienza del dovere sociale. …È necessario chiarire una cosa : noi non neghiamo la necessità oggettiva dell’incentivo materiale, ma siamo contrari al suo uso come leva fondamentale. … Per i sostenitori dell’autogestione finanziaria l’incentivo materiale diretto non si contrappone allo “sviluppo” della coscienza, per noi invece sì. Per questo lottiamo contro il suo predominio,poiché significherebbe ritardare lo sviluppo della morale socialista. (Il Che dice queste cose a ragion veduta, essendo da poco tornato da un viaggio nei paesi socialisti in cui ha potuto costatare come lì fosse “sottosviluppata” la morale rivoluzionaria),…noi affermiamo che in un periodo di tempo relativamente breve lo sviluppo della coscienza contribuisce allo sviluppo della produzione più dell’incentivo materiale e lo facciamo basandoci sulla proiezione generale dello sviluppo della società per entrare nel comunismo, il che presuppone che il lavoro cessi di essere una penosa necessità per trasformarsi in un piacevole imperativo. L’affermazione richiede la sanzione dell’esperienza… finora le cose sono andate così e il metodo, perfezionato dalla pratica, dimostra la sua coerenza interna. (Le cose sono andate così per qualche anno, poi la morte del Che e l’inasprirsi dell’embargo hanno messo un freno allo sviluppo di Cuba, che però ancora oggi vanta il miglior welfare dell’America latina, e come assistenza sanitaria pubblica supera di gran lunga gli Usa). … ciò che vogliamo ottenere con questo sistema è che la leva dell’interesse materiale non si trasformi in qualcosa che costringe l’individuo a lottare disperatamente con gli altri per assicurarsi determinate condizioni … che lo pongano in posizione privilegiata. Far sì che il dovere sociale sia il punto fondamentale su cui poggia tutto lo sforzo del lavoro dell’operaio. Questi concetti vengono nuovamente espressi nella lettera a Josè Medero Mestre, che sostiene l’autogestione finanziaria :…Dopo la distruzione della società precedente si è preteso di fondare la nuova su un ibrido; all’uomo-lupo, alla società dei lupi, si sostituisce un’altra specie che non ha l’impulso disperato di rubare ai propri simili, dal momento che lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è scomparso, ma che ha impulsi dello stesso genere, determinati dal fatto che la leva dell’interesse materiale si trasforma nell’arbitrio del benessere individuale e della piccola collettività (le fabbriche,ad esempio); in questo rapporto io vedo la radice del male. Vincere il capitalismo con i suoi stessi feticci, ai quali si è tolta la qualità magica più efficace, il profitto[11], mi sembra un’impresa difficile. In definitiva, nel sistema di autogestione il Che vede tutte le premesse per un ritorno al capitalismo, cosa che si è puntualmente verificata in tutto l’est europeo e in molte zone della Cina. Ciò a cui tutti noi abbiamo assistito a cavallo della fine degli anni 80 non è stato il tanto osannato “crollo del comunismo”, né la realizzazione del sogno di “libertà e democrazia”, né tantomeno il “trionfo dei valori cristiani”: abbiamo tutti potuto ridere delle profezie di Fatima[12], visto che sono scoppiate più guerre negli anni 90 che nei 30 anni precedenti. Hanno cercato di darci a bere tutta questa sterile propaganda, ma in realtà è semplicemente crollato un modo errato di costruire il socialismo. Solo il superamento dell’interesse individuale può portare alla costruzione della società senza classi,in cui ognuno dà secondo le sue possibilità e riceve secondo i suoi bisogni, in cui il lavoro non è una parte del proprio tempo sacrificato in nome del dio denaro, bensì il compimento volontario del proprio dovere verso la società. Proprio in questo noi vediamo la stringente attualità delle concezioni Guevariane.

Per quanto concerne la formazione della morale rivoluzionaria, il Che evidenzia più volte l’importanza del Partito: Bisognerebbe a questo punto sottolineare il ruolo educatore che dovrebbe svolgere il partito affinché il centro di lavoro si trasformi nell’espressione collettiva delle aspirazioni e delle inquietudini dei lavoratori e sia il luogo in cui vengono plasmati i loro desideri di servire la società. Si potrebbe pensare che il centro di lavoro sia la base del nucleo politico della società futura, e che le sue indicazioni … diano occasione al partito e al governo di prendere le decisioni fondamentali per l’economia o per la vita culturale dell’individuo. Rifiuta tutti i dogmatismi scolastici e le interpretazioni forzate di Marx e Lenin, per cui entra in dura polemica con il “Manuale di economia politica” russo, a cui dedica anche un lavoro di confutazione sistematica, che purtroppo non è mai giunto a noi. Durante una riunione al Ministero dell’industria presenta la relazione sulle sue esperienze nell’Urss: A Mosca ho avuto una riunione con tutti gli studenti… Io ero pronto a dare battaglia durissima contro il sistema dell’autonomia contabile. Ebbene, mai mi era capitato di avere un uditorio più attento, che abbia capito le mie ragioni più rapidamente. E volete sapere perché? Perché erano lì, e perché molte delle cose che io vi dico qui in forma teorica loro le sanno. Le sanno perché se le trovano davanti, quando vanno dal medico, al ristorante, a comprare qualcosa nei negozi: oggigiorno accadono cose incredibili nell’Urss. Questa storia del sostegno, di cui si parla, delle masse verso il sistema dell’autonomia, è falsa. Con l’autonomia contabile si ha una valorizzazione dell’uomo per ciò che rende, cosa che il capitalismo già fa alla perfezione. E quindi è stato lì, proprio in Unione Sovietica, che si è potuta ottenere maggiore chiarezza. Vuol dire questo che si tratta di revisionismo o di Trotskismo?… E dicevano: “è revisionismo”, “bisogna chiederlo al Partito”, “perché così non sta bene”. Qui traspare tutta l’avversione per il dogmatismo burocratico dei russi, che affrontavano i problemi economici relativi alla costruzione del socialismo esattamente come un pretino affronta le domande relative alle questioni concrete, rispondendo per preconcetti e frasi fatte. A quel punto, quando si cominciò a porre i problemi, lo scontro si fece violento. La Bibbia, vale a dire il Manuale, perché disgraziatamente la Bibbia qui non era “Il Capitale”, ma il Manuale… dei punti cominciarono ad essere impugnati, mentre venivano dette però anche cose pericolosamente capitalistiche: fu allora che emerse la questione del revisionismo. Il trotskismo emerge invece da due lati: uno (quello che meno mi attrae) viene dal lato dei trotskisti che dicono che vi è una serie di cose che Trotsky aveva già detto. …Ora, è vero che dal pensiero di Trotsky si possono ricavare una serie di cose. Io credo che nelle questioni fondamentali su cui si fondava, Trotsky commetteva degli errori; credo che il suo comportamento posteriore fu erroneo e negli ultimi tempi anche oscuro. Credo anche che i trotskisti non abbiano apportato nulla al movimento rivoluzionario, in nessun paese. I trotskisti la pongono da questo punto di vista (Trotsky lo aveva detto!) e quindi tutta una serie di persone che mormorano sul trotskismo. Credo che in questo (nelle accuse di trotskismo mosse chiunque la pensi diversamente) sia un’implicazione politica che non si riferisce soltanto all’atteggiamento che si può assumere davanti ai problemi, come quello del finanziamento di bilancio, ma che vi sia anche una divergenza nascosta, molto profonda, molto amara e come tutte le divergenze di questo tipo poco flessibile, poco generosa nel riconoscimento delle idee altrui. Questa è l’unica presa di posizione sul trotskismo che ci sia nota, anche se sappiamo che in Bolivia, tra gli altri, il Comandante leggeva i due tomi della “Storia della Rivoluzione Russa” di Trotzky.

 

 

Ad una riunione durante uno dei suoi viaggi a Mosca

   

 

 

 

Durante una giornata di lavoro volontario, che il Che considerava essenziale per aggregare gli uomini e rinforzare il loro spirito rivoluzionario: L’importanza del lavoro volontario non si riflette sulla parte direttamente economica che potrebbe portare alle imprese o allo Stato; essa si riflette nella coscienza che si acquista di fronte al lavoro e nello stimolo o esempio che questo atteggiamento significa per tutti i compagni. L’educazione comunista deve essere basata su questa coscienza e i lavoratori volontari d’avanguardia sono quelli che meglio realizzano gli ideali del vero comunista, …che nel suo luogo di lavoro, nel suo centro di produzione (che è il suo luogo di lotta, la sua trincea) dice agli altri compagni: “Seguitemi per questo cammino”

 

 

 

 

 

 

Lavoro volontario: guida un trattore durante la zafra, la raccolta di canna da zucchero. La collaborazione alla raccolta della canna era la principale forma di lavoro volontario a Cuba.

 

 

 

 

 

Capitolo 5

Ambasciatore della Rivoluzione

 

In qualità di ambasciatore della Rivoluzione Cubana, il Che non viaggia solo nei paesi socialisti e non allineati, va anche alle conferenze di sviluppo latinoamericane e all’Onu. È in queste occasioni che pronuncia i discorsi più incisivi. Il Comandante è ormai in una fase in cui Cuba gli sta stretta, le sue posizioni filocinesi cozzano troppo spesso contro Fidel Castro, fedele alla linea di un Urss allo sbando, in cui la restaurazione capitalista è immanente. Ormai i progetti del Che sono rivolti altrove, vuole dare il suo contributo ad altre lotte rivoluzionarie. Qui affrontiamo un’altra sostanziale innovazione apportata dal Che al pensiero comunista: secondo le concezioni precedenti,  la rivoluzione poteva avvenire solo quando vi fossero state