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- (Relazione
di Antonio Moscato al seminario annuale della
fondazione Che Guevara - Acquapendente,
15-17 giugno 2001)
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Sergio
Levêque
Dalla
maglietta al cervello...
(il
pensiero politico del “Che”)
Introduzione
Questo
libro vuole essere uno strumento per tutti coloro che si
sono avvicinati alla figura del “Che” solo
attraverso l’iconografia classica, senza la possibilità
di approfondire i contenuti del suo pensiero. Il
“Che” è entrato nel mito per il suo alone
leggendario, per le mille battaglie combattute, per la
sua immagine quasi mistica, come ce la tramanda la
fotografia di Alberto Korda.
La
cosa triste è che molti tra quelli che ammirano la
figura del guerrigliero eroico non conoscono gli aspetti
fondamentali del contributo teorico lasciato a tutto il
movimento antimperialista.
Ho
addirittura conosciuto sedicenti comunisti che
ritenevano Guevara un mito stereotipato e inutile, una
figura di basso profilo, da inquadrare in un’ottica
terzomondista; altri lo bollano come utopista, idealista
che ha pagato con la vita il suo distacco dalla realtà.
Anche a queste persone è rivolto il libro, sperando che
si superino le superficiali etichette attribuite al
maggiore pensatore rivoluzionario della seconda metà
del XX secolo. Il titolo è una piccola provocazione, il
voler far passare, da milioni di magliette e poster e
bandiere, direttamente alle coscienze il pensiero del
Comandante Ernesto Guevara de la Serna, detto il
“Che”è invece il fiero proposito che mi ha spinto a
scrivere.
Note
biografiche
4/7/28
Nasce a Rosario, in Argentina. A due anni contrae
l’asma che gli sarà fedele nemica fino all’ultimo.
Un’asma che secondo i medici lo rende non idoneo al
servizio militare ma che non impedirà al guerrigliero
eroico di distinguersi in mille battaglie.
1945 Si
trasferisce nella capitale dove inizia a studiare
medicina
1951-52
Primo viaggio per l’america latina con Alberto Granado
1953 si
laurea e riparte per un secondo viaggio. Non tornerà
mai più in Argentina.
1954
Assiste impotente al golpe in Guatemala
1955 È
in Messico, dove conosce un gruppo di esuli cubani che
progettano una rivolta armata contro Batista
25/11/56
Parte con altre ottantuno persone per liberare Cuba
2/1/59
Batista fugge e il Che entra vittorioso all’Avana
29/11 È nominato presidente del Banco Nacìonal e l’anno
dopo ministro dell’industria. Sono gli anni del
rivoluzionario Pensamiento economico.
1960
Compie un viaggio nei paesi socialisti
1963 Va
in Algeria dove stipula accordi per la collaborazione
alle lotte di liberazione africane
1964-65
Interviene all’ONU e al seminario economico di Algeri
pronunciando degli storici discorsi di denuncia
Antimperialisti. Entra in clandestinità per partecipare
ad altre lotte di liberazione.
Non
apparirà più in pubblico. Parte per il Congo
1966 Dà
inizio alla guerriglia in Bolivia
8/10/67
Viene ferito e catturato nella gola del Yuro a
Vallegrande. Lo portano a La Higuera dove sarà
giustiziato senza processo per ordine della CIA
.
Un murales cubano
Capitolo
1
La
maturazione.
Un
adolescente argentino di nome Ernesto Guevara de la
Serna
Il
“Che” nasce in una famiglia progressista,
dallelarghe vedute. Fin da piccolo si dedica con grande
passione allo studio, tanto che a quattordici anni
conosce Freud, Neruda, London, Baudelaire, Jung e molto
altro. A quindici anni (1943) inizia a cimentarsi con
quelle letture che saranno determinanti nello sviluppo
delle sue convinzioni: Gandhi, Marx ed Engels. Nello
stesso anno c’è un golpe militare, ed Ernesto dice in
classe “I militari non danno la cultura al popolo,
perché altrimenti sarebbero rifiutati”. Quest’uscita
gli costa una severa lavata di capo da parte della
spaventatissima maestra, ma ormai il suo antimilitarismo
è radicato e niente può fargli cambiare idea.
Singolare è anche il colloquio con l’amico Alberto
Granado, mentre questi è in carcere per lo sciopero
antigolpista. Alberto dice ad Ernesto di prendere la
parola al suo posto durante le successive
manifestazioni, e la risposta del giovane Guevara è:
“Io in piazza contro i militari non ci vado senza
uno schioppo!”. In ogni caso per lui la politica
rimarrà un’attività secondaria, in quegli anni,
anche se prenderà parte ad alcune manifestazioni. Nel
1948 si iscrive a medicina, dopo un breve trascorso ad
ingegneria. Studia moltissimo, ma studia ciò che più
lo attrae: psicologia, alcuni argomenti di medicina
(quasi mai attinenti ai suoi corsi) e ciò lo porta a
cogliere risultati non certo brillanti nel primo periodo
di studio, creando tensioni con la sua famiglia. In
seguito le cose miglioreranno, ma ormai Fuser
ha deciso che non accetterà più soldi dai suoi, e
comincia a vivere esercitando vari mestieri. Alla fine
del 1951
parte con Alberto per un viaggio in motocicletta alla
scoperta del Sudamerica. Sarà in questo viaggio che
toccherà con mano la condizione degli sfruttati, e da
qui nascerà la sete di giustizia che lo
contraddistinguerà quando sarà un capo rivoluzionario.
Le testimonianze dirette della sua maturazione ci sono
fornite dal suo diario, alla fine del quale scrive che
il suo futuro è di
combattere per la libertà degli oppressi. L’undici
aprile del 53 si laurea e comunica ai suoi che partirà per il Venezuela. Alla stazione si congeda con
una frase emblematica: “Aquì vas un soldado de
America” Il tono generale delle sue esternazioni
è ancora quello di un giovane, ribelle e un po’
fanfarone, ma lascia comunque trasparire una grande
determinazione, come nella lettera alla zia Beatriz
spedita dal Costarica, dove dice di essere passato
per i domini della United Fruit, convincendomi una volta
di più di quanto siano terribili queste piovre
capitaliste. Ho giurato davanti all’immagine del caro
e compianto compagno Stalin che non avrò pace finché
non le vedrò annientate. In Guatemala mi
perfezionerò e otterrò quanto mi manca per essere un
rivoluzionario autentico. Ti abbraccia il tuo nipote con
la salute di ferro, lo stomaco vuoto e la lucida fede
nell’avvenire socialista. Sarà proprio il
Guatemala una delle tappe fondamentali, perché lì
assisterà impotente al rovesciamento di Jacobo Arbenz.
Nella lettera a Beatriz del 28/2/54 scrive: per
quanto riguarda la politica, la mia posizione non è in
alcun modo quella di un dilettante chiacchierone; ho
preso decisamente posizione per il governo e al suo
interno per il partito comunista. Quando poi la
situazione precipita, il 20/4, scrive ai suoi: Gli
yankees hanno lasciato cadere definitivamente la
maschera Roosveltiana di buoni e stanno commettendo ogni
sorta di soprusi. Se le cose arriveranno al punto che si
dovrà lottare contro aerei e truppe inviati dagli USA,
si combatterà. Il morale del popolo è molto alto e
attacchi spudorati uniti alle menzogne della stampa
internazionale, hanno avvicinato al governo tutti gli
indecisi, e c’è un autentico clima da battaglia. Io
sono già stato assegnato alle brigate giovanili. Il
4/7, alla resa: Dopo l’aggressione dell’Honduras
e senza dichiarazione di guerra gli aerei sono venuti a
bombardare la città. Eravamo completamente indifesi,
giacché non avevamo aerei, né artiglieria antiaerea, né
rifugi. Ci sono stati dei morti, pochi. Il panico, però,
si è impadronito del popolo e soprattutto del
“valoroso e leale esercito del Guatemala”. Una
missione militare nordamericana si è incontrata con il
Presidente e lo ha minacciato di ridurre il paese a un
cumulo di macerie in forza dei patti di collaborazione
tra USA, Honduras e Nicaragua. I militari se la sono
fatta addosso e hanno posto un ultimatum ad Arbenz.
Questi non ha pensato che la città era piena di
reazionari e che le case che si sarebbero perse erano le
loro e non quelle del popolo, che non ha niente e
difende il governo. Non pensò che un popolo in armi è
una forza invincibile, nonostante l’esempio della
Corea e dell’Indocina. Avrebbe potuto dare le armi al
popolo e non volle, e questo è il risultato. Dal
Guatemala Ernesto passa in Messico da dove, il 29/9, fa
un’interessante analisi dell’esperienza guatemalteca
nella lettera all’amica Tita Infante: Siamo caduti
come la repubblica in Spagna, ma con meno dignità. Da
qui guardo alle cose con una prospettiva diversa e
comincio a rendermi conto che il Messico ha recitato in
questa commedia la stessa parte toccata alla Francia in
quell’altra. Il clima che si respira è completamente
diverso da quello del Guatemala. Anche qui si può dire
quello che si vuole, ma a condizione di poterlo pagare
da qualche parte: si respira cioè la democrazia
del dollaro. Francamente, preferisco andare tra le
rovine e non dover ascoltare da uno dei migliori poeti
del Messico che fu una pazzia per il Guatemala
“civettare con la Russia”. Il nemico del Guatemala
sarebbero stati i comunisti; si sono già dimenticati
chi pagò gli aerei e chi ha collocato il fantoccio che
vi è ora e tutti gli altri. In Messico Ernesto
scrive i suoi primi articoli politici, nei quali vediamo
che le sue analisi sono da autentico marxista-leninista,
pur non mancando di originalità. In “La classe
operaia degli USA, amica o nemica?”scrive che lì, le
contraddizioni tra capitale e lavoro non esplodono perché
i padroni investono parte del plusvalore estorto ai
paesi latinoamericani ed asiatici per tenere buono il
proletariato; ciò rende facile giustificare agli occhi
del popolo lo sfruttamento magari dietro facili slogan
anticomunisti. Testualmente: Lo sviluppo economico
degli USA e la necessità dei lavoratori di conservare
il proprio livello di vita sono i fattori per i quali,
in termini conclusivi, la lotta di liberazione non si
rivolgerà contro un regime, ma contro una nazione che
difende compatta le sue conquiste egemoniche
sull’America latina. Prepariamoci, quindi, a lottare
contro tutto il popolo degli USA, e i frutti della
vittoria non saranno solo la liberazione economica e
l’eguaglianza, ma anche l’acquisizione di un
fratello minore: il proletariato degli Stati Uniti.
Le scelte sono fatte, Ernesto sa che le sue azioni
successive saranno finalizzate alla liberazione degli
oppressi e alla rottura del giogo nordamericano.Quello
che gli manca è la possibilità di mettere in pratica i
suoi propositi, ma siamo prossimi all’incontro
cruciale della sua vita: quello con Fidel Castro Ruz,
leader radicale cubano in esilio dopo un fallito
tentativo di insurrezione. I due si conoscono e Fidel
svela ad Ernesto i piani del movimento ventisei luglio
per rovesciare il dittatore Fulgenzio Batista. Dopo poco
cominciano i preparativi, la raccolta di uomini e mezzi,
l’addestramento militare sotto la guida di un veterano
della guerra di Spagna, il generale Alberto Bayo. Sono
proprio i cubani che affibbiano ad Ernesto il nomignolo
di “Che”.
Non tutto va liscio, e un giorno la polizia messicana fa
una retata dei rivoluzionari. Dal carcere Ernesto scrive
un’appassionata lettera alla madre, che gli chiedeva
di lasciar perdere la lotta e tornare a casa: Non
sono Cristo e filantropo, mamma. Sono tutto il
contrario: per le cose in cui credo lotto con tutte le
armi a disposizione, e cerco di atterrare l’altro,
piuttosto che farmi inchiodare ad una croce. …Ciò che
veramente mi abbatte è la tua totale mancanza di
comprensione, il tuo continuo richiamo alla moderazione
e all’egoismo, cioè le qualità più esecrabili di un
individuo…Prosegue descrivendo l’unità del
gruppo e l’indissolubilità del suo legame con i
compagni con i quali sarà “libero o martire”. Firma
la lettera così: Tuo figlio, il Che. Lui
è l’ultimo a lasciare la prigione, ma i compagni non
hanno mai preso in considerazione l’idea di partire
senza di lui. Trascorrono un periodo in clandestinità
ancora in Messico, mentre mettono a punto gli ultimi
dettagli. Comprano uno yacht sgangherato, il Granma,
e preparano le provviste per la traversata verso Cuba.
Il Che è il medico della spedizione, e a lui sono
affidati il pronto soccorso e i medicinali. L’ultima
testimonianza del suo percorso da Ernestito a Che
Guevara è la poesia composta in quel periodo ed
intitolata:
Autoritratto
oscuro
Da
una giovane nazione di radici d’erba
(radici
che negano la rabbia d’America)
vengo
a voi, fratelli del nord
Carico
di grida di scoraggiamento e fede,
vengo
a voi, fratelli del nord,
vengo
da dove viene l’Homo Sapiens;
ho
divorato chilometri in riti transumanti,
con
la mia materia asmatica che porto come croce
e
nelle viscere la mania di metafore sconnesse.
Lunga
fu la strada e grande il carico,
rimase
in me l’aroma di passi vagabondi
e
anche nel naufragio del mio essere sotterraneo
-nonostante
si annuncino spiagge salvatrici-
nuoto
a malincuore contro la risacca,
conservando
intatta la condizione di naufrago.
Sono
solo davanti alla notte inesorabile
E
lascio al sicuro la dolcezza dei biglietti.
L’Europa
mi chiama con voce di vino stagionato,
sospiri
di carne bionda, oggetti di museo.
E
nell’insensatezza allegra dei paesi nuovi
Ricevo
frontalmente l’impatto diffuso
Della
canzone, di Marx ed Engels,che esegue Lenin e intonano i
popoli.
Capitolo
2
Che
Guevara nella guerra rivoluzionaria.

Con
Camilo Cienfuegos, grande Comandante guerrigliero, che
sarà protagonista con il Che della presa di Santa
Clara. Morirà, in circostanze ancora non del tutto
chiarite, in un incidente aereo nell’ottobre del 1959
Il
venticinque novembre del 56 il Granma parte dal porto di
Tuxpan, in Messico, con ottantadue guerriglieri a bordo,
tra cui Guevara in qualità di medico. A parte il Che,
argentino, c’è solo un altro membro non cubano: Gino
l’italiano, un partigiano. L’Esercito Ribelle,
braccio armato dell’M26/7, parte alla volta di Cuba,
per dare inizio alla lotta armata. Durante la
guerriglia, le lettere ai familiari costituiscono un
naturale complemento ai “Passaggi della guerra
rivoluzionaria”, dando un quadro completo dei fatti e
delle emozioni. Subito dopo lo sbarco il gruppo subisce
una pesante sconfitta, il Che viene ferito di striscio,
la gente fugge e lui si trova di fronte ad una difficile
scelta: Avevo davanti una cassa di proiettili e lo
zaino con le medicine, e non potevo trasportarli
entrambi; presi la cassa di proiettili e lasciai lì le
medicine. Il guerrigliero ha prevaricato il medico.
Queste, dunque, le prime esperienze nella guerriglia.
Successivamente, il gruppo raggiunge la Sierra Maestra,
da dove sconfiggerà ripetutamente l’esercito
regolare. Il Che si distinguerà talmente in battaglia
da ricevere i gradi di comandante. È instancabile,
quando non si marcia e non si combatte dà lezioni ai
compagni, ripete ai suoi uomini che Senza
alfabetizzazione non possiamo capire perché portiamo il
fucile. Sulla Sierra è circondato da un’aura
mitica, non dorme quasi mai, dirige i combattenti, il
giornale
e la stazione radio che hanno messo in piedi,
e cura instancabilmente la popolazione civile. I
contadini lo considerano un semidio. A spingerlo sono
tanti fattori: i suoi principi, l’amore, che considera
la qualità fondamentale di un rivoluzionario, e
soprattutto la convinzione che l’esempio vale molto di
più degli ordini, ed è il modo migliore per tenere
alto il morale della truppa. Un episodio su tutti:
durante la marcia di ritorno al campo, al termine di una
dura battaglia, il Che, sfiancato dall’asma, monta un
cavallo. Un giovane guerrigliero lo nota e protesta; il
Che scende e prosegue a piedi, fino a cadere stremato. A
quel punto fa chiamare il giovane e gli spiega la
situazione. Gli chiede se sia ancora convinto delle sue
ragioni ed
il giovane scoppia in lacrime. Storica è la sua
risposta alla domanda: “Perché lottiamo?” “Il
guerrigliero è un riformatore sociale. Si batte per
cambiare il regime che mantiene tutti i suoi fratelli
disarmati nell’obbrobrio e nella miseria. Il
guerrigliero è, fondamentalmente e prima di tutto, un
rivoluzionario agrario.” Ed infatti il primo
provvedimento che viene preso dopo la liberazione di un
territorio è la riforma agraria, cioè dare la proprietà
della terra a chi la lavora. Riguardo al rapporto con
Fidel, il Che non ne metterà mai in discussione
l’autorità, ma puntualizzerà la diversità delle
loro posizioni politiche. In una lettera del dicembre
del 57 a René Ramos Latour, capo del movimento
clandestino: …Appartengo, per la mia preparazione
ideologica, a coloro che credono che la soluzione dei
problemi del mondo si trovi oltrecortina (Allora il
Che non aveva ancora visto con suoi occhi la situazione
dei Paesi dell’est, e quindi riteneva che lì si
costruisse il socialismo) e considero il movimento
come uno dei tanti provocati dall’affanno delle
borghesie nazionali di liberarsi dalle catene
dell’imperialismo. Ho sempre considerato Fidel un
autentico leader borghese di sinistra, anche se ha
qualità personali che lo pongono molto al di sopra
della sua classe. Dalla Sierra si spostano
nell’Escambray, dove devono anche risolvere le
questioni con il secondo fronte di Gutierrez Menoyo, un
gruppo di sedicenti rivoluzionari che imponeva tributi
ai contadini. All’inizio di novembre del 58 scrive a
Enrique Oltusky, dirigente del
movimento nel “llano”
a proposito di una questione di fondi e di espropri in
cui Oltusky voleva accettare il contributo offerto,
mentre il Che voleva prendere ciò di cui il popolo
aveva bisogno: …perché nessun contadino si è
opposto alla nostra tesi che la terra è di chi la
lavora e invece lo hanno fatto i proprietari? E non
credi forse che la massa dei combattenti sia d’accordo
ad assaltare le banche perché nessuno di loro vi ha
depositato un centesimo? Non ti è mai capitato di
pensare alle radici economiche di questo fatto, in
rapporto alla più arbitraria tra le istituzioni
borghesi? Coloro che guadagnano soldi prestando denaro
altrui e speculandoci sopra non meritano un trattamento
speciale. La somma miserabile che offrono è la stessa
che guadagnano in un giorno di sfruttamento, mentre
questo popolo sofferente si dissangua sulla Sierra e nel
llano e subisce quotidianamente il tradimento dei suoi
falsi dirigenti…È pronto a rompere con il
movimento cittadino che veniva a patti con la borghesia
sulla pelle del proletariato, e ad assumersene la
responsabilità di fronte a qualsiasi tribunale
rivoluzionario. In questo traspare pienamente la
concezione leninista di privilegiare la linea giusta
anche a discapito dell’unità, perché questo è
l’unico modo di vincere. Nel gennaio del 1959, dopo la
vittoria di Santa Clara, le truppe entrano trionfanti
all’Avana.
Durante
la guerriglia
Momento di pausa durante la “lucha”
Capitolo 3
La rivoluzione
Quando
entrano all’Avana, il giovane combattente Mustelier
chiede al Comandante Guevara il permesso di raggiungere
la sua famiglia, nella parte est di Cuba. Davanti al suo
rifiuto, egli obietta che ormai la rivoluzione era fatta
e vinta, e il Che risponde “Abbiamo vinto la
guerra, la rivoluzione comincia ADESSO”. Per il
Che è chiaro che ora viene una fase estremamente
delicata: la storia è piena di rivoluzioni fatte dal
popolo e terminate con delle restaurazioni, come in
Russia dopo la rivoluzione di febbraio, che portò al
governo Kerensky, la cui politica filozarista non
risolse alcuno dei problemi che avevano spinto in armi
il popolo; ancora prima la Comune di Parigi soffocata
nel sangue o la Rivoluzione Francese; nella stessa
Italia liberata dagli eroi partigiani si insediò un
governo asservito agli imperialisti Usa ,
“democratici” che avevano una simpatica struttura,
chiamata Gladio, che era pronta ad uccidere settemila
militanti comunisti all’indomani di un’eventuale
vittoria del P.C.I.; quando la Grecia si liberò del
regime dei colonnelli, Papadopulos tenne nei luoghi di
potere tutti i burocrati corrotti, i poliziotti e i
militari assassini e torturatori e tutto il peggio della
dittatura; la Spagna postfranchista era la monarchia più
autoritaria d’Europa,con persecuzioni ai danni di
Baschi e Catalani che hanno tuttora i loro strascichi;
in Cile Pinochet ha avuto il tempo di proclamarsi
Senatore a vita e pertanto immune e
non ha ancora pagato per le migliaia di delitti
commessi. Ancora oggi, nel XXI secolo, in tutti i Paesi
dell’America Latina continuiamo ad assistere ad un
golpe militare dopo l’altro, senza che si possa mai
comprendere la situazione dei singoli Stati; quando poi
vengono indette le elezioni si candidano sempre quelli
che il giorno prima sparavano sul popolo, e l’ONU
assiste compiaciuta ai brogli dei signorotti di turno, a
patto che questi siano i più graditi agli Usa; si
potrebbe continuare a lungo con questo elenco di
restaurazioni, che dimostra come lo scheletro del potere
corrotto sia difficile da far sparire anche dopo
insurrezioni popolari e presunte “transizioni alla
democrazia”. Conscio di ciò il Che si preparava a
lottare con tutte le sue forze per far sì che il popolo
cogliesse i frutti della vittoria. Già al momento della
fuga di Batista i ribelli vengono a sapere di un golpe
militare che potrebbe scavalcare la rivoluzione, e si
impegnano in una marcia forzata per prendere la capitale
prima dell’esercito. Questo sarà solo il primo dei
molti pericoli che dovranno affrontare durante la
rivoluzione. Comincia così il biennio 59-61, che va
dalla vittoria dei ribelli alla proclamazione del
carattere socialista della rivoluzione. L’ex
Presidente Urrutìa, deposto dal golpe di Batista, viene
rimesso al suo posto,con un governo formato da esponenti
di tutte le opposizioni antibatistiane, anche quelle di
destra, e da qualche esponente dei gruppi cittadini
dell’M26/7, mentre L’Esercito Ribelle assume il
completo controllo delle forze armate. Tutti coloro che
sostengono di aver avversato Batista vanno a battere
cassa. Arriva il momento della resa dei conti con il II
Fronte di Gutierrez Menoyo. In proposito il Che,
nell’articolo “Una colpa della rivoluzione”,
scritto qualche anno dopo, fa la seguente analisi: … Entrarono
all’Avana ed occuparono le posizioni strategiche più
importanti . . . secondo la loro mentalità.
Dopo pochi giorni, infatti, arrivava il conto
dell’Hotel Capri: 15.000 dollari di cibo e bevande per
pochi profittatori. Quando giunse l’ora di assegnare i
gradi…volevano tutti gli incarichi in cui
nell’amministrazione prerivoluzionaria si rubava, in
cui il denaro sarebbe passato per le loro mani. Questo
era il centro delle loro aspirazioni. Fin dai primi
giorni sorsero serie divergenze, ma prevaleva sempre la
nostra apparente saggezza rivoluzionaria e cedevamo in
nome dell’unità. Naturalmente non concedevamo posti
agli aspiranti traditori, ma non li eliminavamo,
temporeggiavamo, tutto a beneficio di un’unità che
non veniva totalmente compresa. Questa fu una colpa
della rivoluzione. …Ora
la nostra coscienza si è ripulita perché se ne sono
andati tutti… a Miami (Ladri ed assassini, questa
è l’origine degli “eroi” anticastristi rifugiati
a Miami).Tante grazie, mangiavacche del secondo
fronte. …Tante grazie per averci dimostrato che
dobbiamo essere inflessibili di fronte all’errore, la
debolezza, il dolore, la malafede di chiunque e levarci
a denunciare e punire in ogni punto in cui affiori la
corruzione,contraria agli alti postulati della
rivoluzione. Il Che comincia subito a spingere per
la riforma agraria, ma Urrutìa difende il latifondo e
il capitale, e la situazione si blocca. Per due anni la
situazione a Cuba resterà sospesa tra le pressioni dei
poteri economici nazionali e stranieri
e le spinte interne a realizzare i cambiamenti
rivoluzionari. In questi due anni il Che, che è
l’esponente più autorevole della sinistra
dell’M26/7,viene distolto dalla vita politica; mandato
in giro per il mondo come ambasciatore e poi nominato
presidente del Banco Nacìonal. In questo periodo scrive
comunque due analisi della rivoluzione. La prima,
“Note per lo studio dell’ideologia della Rivoluzione
Cubana”, scritta nel 1960, è la dimostrazione
dell’ineluttabilità del binomio
antimperialismo-socialismo. Il
Che spiega ai compagni, a tutto il popolo di Cuba
e dell’America Latina, che l’unica rivoluzione
possibile è quella socialista, perché è l’unica che
può rompere il giogo dell’Imperialismo che porta solo
sfruttamento e crimine. Riportiamo alcuni passi da
queste note, con particolare attenzione a quelli sul
marxismo, profondamente indicativi dell’alta capacità
di sintesi del Che:
È
questa una singolare rivoluzione per la quale, secondo
alcuni, non varrebbe l’enunciato di Lenin: “Senza
teoria rivoluzionaria non c’è movimento
rivoluzionario”. Sarebbe meglio dire che la teoria
rivoluzionaria, come espressione di una verità sociale,
si pone al di sopra di qualsiasi enunciato; vale a dire
che la rivoluzione si può fare se si interpreta
correttamente la realtà storica e se si utilizzano al
meglio le forze in gioco, anche senza conoscere la
teoria.
…Nella
rivoluzione cubana bisogna distinguere due fasi
completamente diverse: quella della lotta armata fino
alla vittoria, e la trasformazione politica, economica e
sociale verificatasi da quel momento in poi. …Noi le
tratteremo dal punto di vista dell’evoluzione del
pensiero rivoluzionario dei suoi dirigenti attraverso il
loro rapporto con il popolo. È bene affermare la nostra
posizione rispetto al marxismo. La nostra risposta alla
domanda se siamo o no marxisti è la stessa che darebbe
un fisico o un biologo cui si chiedesse se è newtoniano
o pasteuriano. Ci sono delle verità così evidenti, così
connaturate alla coscienza dei popoli, che è inutile
discuterle. Il merito di Marx è di aver prodotto di
colpo nella storia del pensiero sociale un cambiamento
qualitativo; interpreta la storia, ne comprende la
dinamica, prevede gli eventi futuri, ma va al di là
della previsione, oltre i limiti del proprio dovere di
scienziato, esprimendo un concetto rivoluzionario: non
ci si deve limitare a interpretare la natura, bisogna
trasformarla. L’uomo cessa di essere schiavo e
strumento dell’ambiente e si trasforma in artefice del
proprio destino. Da questo momento, Marx diventa il
bersaglio obbligato di tutti coloro che hanno uno
speciale interesse a conservare il vecchio…
A
partire dal Marx rivoluzionario si forma un gruppo
politico con idee concrete che, basandosi sui giganti
Marx ed Engels e sviluppandosi attraverso fasi
successive con personalità come Lenin, Stalin e
Mao-Tse-Tung stabilisce un corpo di dottrine e di esempi
da seguire.…Le leggi del marxismo sono presenti negli
avvenimenti della rivoluzione cubana, indipendentemente
dal fatto che i suoi dirigenti professino o conoscano a
fondo, dal punto di vista teorico, tali leggi.
Questo è un concetto fortemente innovativo, in quanto
l’affermazione di Lenin citata all’inizio delle note
da molti è stata interpretata come un dogma, mentre la
Rivoluzione Cubana mostra un nuovo aspetto
dell’evoluzione dei movimenti rivoluzionari, infatti,
applicando la concezione materialistico-dialettica a
Cuba si scopre che qualunque sincero movimento
antimperialista DEVE necessariamente trasformarsi in un
movimento comunista, in quanto questa è l’unica
alternativa possibile alla sconfitta o alla
restaurazione imperialista. Vediamo ora come il Che
illustra le differenze tra l’esercito popolare e
quello della dittatura, sempre dalle “note per lo
studio dell’ideologia della Rivoluzione Cubana” :
A
volte risulta incomprensibile come colonne ribelli di
così piccole dimensioni… si siano potute battere
contro un esercito ben armato. La questione fondamentale
risiede nelle caratteristiche di ciascuno dei due
fronti: quanto maggiori sono i pericoli, i disagi, le
sofferenze e i rischi, i rigori della natura, tanto più
il guerrigliero si sente a casa propria. Non importa
per il risultato finale che ne esca vivo o morto.
Il
soldato nemico è il socio meno importante del
dittatore, riceve l’ultima briciola lasciatagli dal
penultimo dei profittatori di una lunga catena che
comincia a Wall Street e finisce con lui. La sua paga e
le sue prebende non valgono mai la vita, se il prezzo è
questo, la cosa migliore da fare è ritirarsi davanti al
pericolo guerrigliero. Da queste due morali nasce la
differenza che doveva portare alla nostra vittoria. Dopo
di essa,… con la riforma agraria come bandiera, la cui
realizzazione inizia sulla Sierra Maestra, questi uomini
arrivano a scontrarsi con l’imperialismo; sanno che la
riforma agraria è la base su cui bisogna costruire la
nuova Cuba; sanno che essa darà la terra a tutti i
diseredati, ma la toglierà a chi la possiede
ingiustamente; e sanno anche che i proprietari più
ingiusti sono uomini influenti
nel Dipartimento di Stato o negli Usa; ma hanno
imparato a vincere le difficoltà con l’appoggio del
popolo e hanno già visto il futuro di liberazione che
ci attende al di là delle sofferenze. Quest’ultimo
passo è il preludio alla nazionalizzazione delle
imprese americane in territorio cubano. Il
secondo scritto, “Cuba, eccezione storica o
avanguardia nella lotta al colonialismo?ӏ del 1961;
esso costituisce un’ideale prologo al ben più celebre
“Creare due, tre, molti Vietnam”. È nel contempo
un’analisi della rivoluzione cubana e un manifesto
rivoluzionario di portata mondiale: infatti qui il Che
demolisce sistematicamente le teorie degli
eccezionalisti, cioè di coloro che sostengono che la
rivoluzione cubana non sia riproponibile negli altri
paesi a causa delle specificità della situazione
dell’isola, e dimostra la necessità della guerriglia
come strumento di liberazione dei popoli. Vediamo una
breve sintesi: Mai prima d’ora si era
verificato, in America, un fatto tanto straordinario
quanto la nostra guerra rivoluzionaria. … Il nostro
movimento, per quanto molto eterodosso, ha seguito le
linee di tutti i grandi avvenimenti storici di questo
secolo, caratterizzati dalle lotte anticoloniali e dal
passaggio al socialismo. Tuttavia certi settori hanno
preteso di scorgere delle eccezionalità e ne elevano
artificiosamente l’importanza. Ammettiamo che ci siano
state delle eccezioni: è un fatto ormai assodato che
ogni rivoluzione annoveri dei fattori specifici, né è
meno incontrovertibile che tutte le rivoluzioni
seguiranno delle leggi. Analizziamo i fattori di questa pretesa eccezionalità. Il primo è
Fidel, grande leader e condottiero. (Alcuni
sostenevano che a Cuba si fosse vinto solo grazie al
carisma di Fidel) Tuttavia nessuno potrebbe
affermare che a Cuba vi siano condizioni
politico-sociali del tutto diverse da quelle degli altri
paesi d’America e che a causa di tali diversità si
sia fatta la rivoluzione. Né d’altro canto, si
potrebbe affermare che Fidel abbia fatto la rivoluzione
nonostante questa differenza. Una condizione che
potremmo definire un’eccezione è il
fatto che l’imperialismo si trovò disorientato
e non riuscì mai a valutare l’esatta portata della
rivoluzione, ma l’imperialismo sa, al contrario di
certi gruppi progressisti, trarre insegnamento dai
propri errori e quindi difficilmente altri paesi
potranno giovare di questa situazione. …vedremo
ora quali sono le radici permanenti di tutti i fenomeni
sociali d’America,le contraddizioni che, maturando,
provocano dei mutamenti che possono tendere ad
acquistare l’ampiezza di una rivoluzione come quella
cubana. In ordine cronologico, nonostante non sia di
grande importanza attualmente, va posto il latifondo. Il
latifondo è stato la base del potere economico della
classe dominante per tutto il secolo scorso e oltre
…Successivamente, il latifondista comprese che non
sarebbe riuscito a sopravvivere da solo, e strinse
alleanza con i monopoli. I capitali nordamericani
arrivarono a fecondare le terre vergini, per portarsi
poi via tutta la valuta che in
precedenza,“generosamente”, avevano regalato, più
altri guadagni che rappresentavano la somma investita
nel paese “beneficiato” moltiplicata parecchie
volte. L’America divenne il campo della lotta
inter-imperialista,…che si è decisa quasi
completamente a favore dei monopoli nordamericani a
partire dalla seconda guerra mondiale. Da allora in poi
l’imperialismo si è dedicato a rafforzare il proprio
dominio coloniale. Tutto ciò dà come risultato
un’economia mostruosamente distorta,…ci chiamano,
noi, popoli d’America, “sottosviluppati”. Si
richiama l’attenzione del lettore sull’analisi del
sottosviluppo, che spiega perfettamente le ragioni della
condizione di quelli che oggi vengono chiamati paesi in
via di sviluppo o del terzo mondo, e soprattutto il
permanere di queste condizioni anche quando, ormai, i
progressi tecnici permetterebbero di produrre risorse
sufficienti per tutti i popoli della terra. Che
cos’è il sottosviluppo? Un nano con una testa enorme
è “sottosviluppato”,… ecco cosa siamo noi,
definiti dolcemente “sottosviluppati” e in realtà
paesi coloniali. Siamo paesi ad economia distorta a
causa dell’azione imperialista, che ha sviluppato in
maniera anormale i rami dell’industria o
dell’agricoltura necessari a far da complemento alla
sua complessa economia. Il “sottosviluppo” comporta
pericolose specializzazioni in materie prime. Noi
sottosviluppati siamo anche quelli della monocoltura, un
unico prodotto la cui incerta vendita dipende da un mercato unico che impone e fissa le condizioni. Il
“sottosviluppo” dà come risultato bassi salari e
disoccupazione. Questo fenomeno apre un circolo vizioso
che sbocca in ancora più bassi salari e in ulteriore
disoccupazione,…che creano quello che è il
denominatore comune dei popoli d’America, dal Rio
Bravo al polo Sud. Si chiama FAME DEL POPOLO, del popolo
stufo di essere oppresso, di essere vessato, di essere
sfruttato al massimo, stufo di vendere la propria forza
lavoro per una miseria, perché da ogni corpo umano
venga spremuto il massimo di utile, poi sperperato nelle
orge dei padroni del capitale. Vediamo quindi che vi
sono grandi denominatori comuni nell’America latina.
… Che cosa abbiamo fatto per liberarci
dell’imperialismo e dei suoi mercenari,
disposti a difendere tutto il complesso sociale dello
sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Le condizioni
obiettive per la lotta sono date dalla fame del
popolo,…e dall’alone di odio creato dalla
repressione. Mancava in America…la coscienza della
possibilità della vittoria con l’uso della via
violenta contro le forze imperialiste e i loro alleati
interni. Queste si creano mediante la lotta armata,…la
sconfitta dell’esercito da parte delle forze popolari
e il suo successivo annientamento come imprescindibile
condizione di ogni autentica rivoluzione. Cerchiamo di
esporre le difficoltà che a nostro parere renderanno più
dure le nuove lotte rivoluzionarie d’America :
l’imperialismo ha imparato fino in fondo la lezione di
Cuba,…gli Stati Uniti affrettano la consegna di armi
ai governi fantoccio che vedono più minacciati e fanno
loro firmare patti di vassallaggio, per rendere
giuridicamente più facile l’invio di truppe e
strumenti di uccisione e repressione. E la borghesia?
Giacché si sa che in molti paesi esistono delle
contraddizioni oggettive tra le borghesie nazionali e
l’imperialismo, che sconfigge in un’impari lotta
l’industria nazionale, così come vi sono altre forme
di lotta per il plusvalore e la ricchezza. Nonostante
queste contraddizioni esse temono di più la rivoluzione
popolare delle sofferenze sotto l’oppressione
dell’imperialismo. La grande borghesia si oppone
apertamente alla rivoluzione e non esita ad allearsi con
l’imperialismo per combattere il popolo e impedirgli
la rivoluzione. Tali sono le difficoltà che vanno
aggiunte a tutte quelle insite nelle lotte di questo
tipo nelle nuove condizioni in cui si trova l’America
latina dopo la rivoluzione cubana. Ve ne sono altre più
specifiche. I paesi che hanno subito processi di
concentrazione della popolazione in grandi centri
abitati, trovano maggiore difficoltà a preparare la
guerriglia. Inoltre l’influenza ideologica dei centri
popolati impedisce la guerriglia e incoraggia lotte di
massa organizzate pacificamente
(è questo anche il caso dell’Europa occidentale e
degli altri paesi industrializzati, dove la lotta armata
non ha mai ricevuto l’appoggio delle masse popolari.)
Quest’ultimo elemento dà origine ad una certa
“istituzionalità”, secondo la quale, in periodi più
o meno “normali”, le condizioni siano meno dure del
trattamento abituale riservato al popolo. È
da tener presente che, come già espresso in “La
classe operaia degli Usa, amica o nemica?”, le
condizioni medie di vita nei paesi industrializzati sono
tali soprattutto grazie allo sfruttamento dei paesi
coloniali, e ciò favorisce l’assopimento della
coscienza di classe. …Errore imperdonabile
sarebbe quello di sottovalutare i vantaggi che il
programma rivoluzionario può ottenere da una data
campagna elettorale; come sarebbe altrettanto
imperdonabile limitarsi alle elezioni e non vedere gli
altri mezzi di lotta volti ad ottenere il potere,
strumento indispensabile per applicare e sviluppare il
programma rivoluzionario. Qui
entriamo nell’eternamente dibattuta questione della
partecipazione dei movimenti comunisti alle istituzioni
borghesi. La posizione guevariana in merito è la
seguente: per via elettorale non si può raggiungere lo
scopo rivoluzionario, ma questo non vuol dire che
bisogna rifuggire in assoluto la partecipazione alle
elezioni, in quanto la presentazione di un programma
rivoluzionario può, in chiave tattica, apportare
notevoli benefici al movimento, fungendo da strumento di
denuncia e dando risonanza alle ragioni della lotta.
Tutto questo, chiaramente, a patto che l’obiettivo
tattico non corrompa quello strategico, cioè che la
partecipazione alla politica istituzionale non faccia
perdere di vista lo spirito rivoluzionario imborghesendo
il partito, come è avvenuto, ad esempio, al P.C.I.
…Quando
sentiamo parlare di presa del potere per via elettorale,
la nostra domanda è sempre la stessa: dando inizio alle
trasformazioni previste dal programma, non si entrerebbe
immediatamente in conflitto con le classi reazionarie
del paese? E non è sempre stato l’esercito lo
strumento di oppressione di tali classi? Se così è, è
logico dedurre che tale esercito si schiererà dalla
parte della sua classe ed entrerà in conflitto col
governo costituito. Può succedere che il governo venga
rovesciato con un colpo di stato e che ricominci il
gioco che non finisce mai;…ci sembra difficile che le
forze armate accettino di buon grado delle riforme
sociali profonde e si rassegnino come agnellini alla
propria liquidazione come casta. (Per
rendersi conto della scientifica esattezza di queste
parole, basti pensare a cosa è successo ad Allende,
democraticamente eletto, e al popolo cileno qualche anno
dopo la morte del Che o, per restare geograficamente più
vicini a noi, in Spagna nel 1936) Tempi oscuri
attendono l’America latina, e le recenti dichiarazioni
del governo degli Stati Uniti sembrano indicare che
tempi oscuri attendono il mondo intero
(e se non sono tempi duri i nostri…) . Lumumba,
selvaggiamente assassinato, nella grandezza del suo
martirio insegna quali sono i tragici errori che non
vanno commessi. Una volta dato il via alla lotta
antimperialista, è indispensabile essere conseguenti e
bisogna tener duro, costantemente e senza mai fare un
passo indietro: avanti sempre, contrattaccando
sempre, rispondendo sempre ad ogni aggressione con una
pressione più forte delle masse popolari. Questo è il
modo di trionfare. Sempre
nel 1960 scrive “La guerra di guerriglia” e il
manuale “Consigli al combattente”. Sono scritti di
tattica militare, pertanto non ce ne occuperemo in
questa sede, mi limito a raccomandare agli
interessati la loro lettura, se non altro per
l’interesse storico di questi documenti. Vale la pena
riportare l’episodio cui seguì la proclamazione del
carattere socialista della rivoluzione cubana: la
battaglia di Playa Gìron. Il quindici aprile del 1961,
aerei Usa con piloti cubani addestrati dalla CIA
bombardano le basi aeree cubane. Segue lo sbarco di
qualche migliaio di esuli, che riescono a prendere a
tradimento tre piccoli villaggi. Il piano degli Usa è
ingegnoso: creare un piccolo “territorio
liberato”dove far insediare un governo
controrivoluzionario in modo da riconoscerlo e avere
mano libera per intervenire a Cuba. (All’epoca c’era
la guerra fredda e gli Usa non potevano intervenire
senza pretesto come fanno oggi in Iraq e Jugoslavia). A
questo punto accade una cosa meravigliosa: migliaia di
cubani, con armi improvvisate, si lanciano contro gli
invasori, ricacciandoli rapidamente indietro. Travolti
dalla rabbia popolare e dal successivo intervento
dell’Esercito Ribelle, il 19/4 gli invasori sono
sconfitti. Il Che fà il seguente bilancio
dell’accaduto: Non si può chiedere ad un uomo
che aveva mille cavallerie
di terra di suo padre, e
che viene qui soltanto a fare atto di presenza perché
gliele ridiano,di andare a farsi ammazzare di fronte a
un contadino che non aveva niente e che ha una voglia
matta di ucciderlo perché vogliono portargli via la sua
terra. Sempre sul
socialismo,ai compagni perplessi dice: Non siete
d’accordo con la riforma agraria? Con
l’espropriazione degli yankee? Con la
nazionalizzazione, la giustizia sociale, il diritto di
ognuno a godere dei frutti del proprio lavoro?…Allora
siete precisamente favorevoli al socialismo. In
quest’anno il Che si dedica con ardore alla riforma
dell’apparato statale, non ancora al passo con i
principi rivoluzionari. Scrive “Contro il
burocratismo”, e si batte per creare un meccanismo di
controllo operaio sugli amministratori, per tenere alta
la pressione della base sui dirigenti di fabbrica. Tengo
a sottolineare questo concetto perché il Che scrive
queste cose nel 1961, cioè anticipando Mao di parecchi
anni! È credenza comune a molti che il concetto di
controllo delle masse popolari sui dirigenti della
rivoluzione come strumento necessario per impedire abusi
nasca durante la discussa Grande Rivoluzione Culturale
Proletaria, in Cina, mentre invece la paternità
dell’idea è del Che. Il burocratismo sarà appunto la
causa principale del crollo dell’Urss, dove i
dirigenti di partito avevano creato un apparato
rigidissimo e, in definitiva, una nuova classe di
burocrati borghesi, frenando di fatto la costruzione del
socialismo e portando ai tristi risultati che ben
conosciamo. La fiducia del Comandante nell’Urss
comincia a vacillare dopo la crisi dei missili del 1962.
L’Unione Sovietica aveva fornito spontaneamente a Cuba
dei missili per difendersi da eventuali attacchi da
parte degli Stati Uniti, o almeno così sostenevano i
burocrati di Mosca. In realtà, il progetto sovietico
era molto diverso: convincere gli Stati Uniti a
rimuovere i missili dalla Turchia e dalla Germania-est,
infatti, quando gli aerei-spia americani inquadrarono i
missili scoppiò la più violenta crisi di tutta la
guerra fredda. Gli Usa accusarono i Russi di preparare
l’attacco nucleare da Cuba,
e l’Urss rispose chiedendo la rimozione delle
testate dalla Turchia e dall’allora Germania-est. Cuba
fu usata semplicemente come pedina di scambio dai
sovietici, e in questo il Che vide i germi della
controrivoluzione. Cuba non aveva chiesto le armi a
Mosca, ma ora si trovava nuda di fronte ad un probabile
assalto yankee.
Foto
del periodo 59-61
Il
matrimonio con Aleida March, rivoluzionaria cubana
conosciuta durante la guerriglia
.
Durante
un discorso ufficiale
Una
pausa al Banco Nacìonal
Con
Fidel Castro
Capitolo 4
Il Pensamiento
Economico
Le
concezioni economiche del Che ci sono giunte attraverso
gli articoli scritti nel periodo in cui è ambasciatore,
banchiere e ministro (59-65). Molti sono i contributi
originali in questo campo, dalla morale socialista in
ambito economico, alla definizione delle caratteristiche
dei dirigenti rivoluzionari e dei rapporti tra i vari
soggetti, fino al sistema di finanziamento di bilancio,
in aperta polemica con il modello sovietico di
autogestione finanziaria delle imprese. Nell’articolo “Le
discussioni sono collettive, le decisioni e le
responsabilità di uno solo”, indica le
linee che gli amministratori devono seguire e i loro
rapporti con gli organismi operai e politici. Le
funzioni di un direttore sono le seguenti: supervisione
e direzione dei lavori con la massima responsabilità di
fronte al ministero del buon funzionamento di tutto,
direzione della produzione e realizzazione della
pianificazione statale, vigilanza su lavoro, salari e
uso corretto delle macchine, informare, orientare,
stimolare, addestrare e qualificare il personale per
ottenere un’attività maggiormente rivoluzionaria,
collaborare con le organizzazioni rivoluzionarie e
sindacali. Sui sindacati: Quale sarà la funzione dei
sindacati? Essi hanno due funzioni distinte e
complementari, in questo periodo. Una è afferrare
l’idea generale del governo, discuterla a livello di
fabbrica e diffonderla tra i lavoratori, l’altra, solo
in apparenza opposta, ma in realtà complementare, è la
difesa degli interessi immediati e specifici della
classe lavoratrice al livello di impresa o di fabbrica.
…Come integrare tutta questa difesa degli interessi
immediati della classe lavoratrice con le grandi
iniziative economiche del governo? La soluzione è
semplice, perché non esiste contraddizione tra i due
compiti. Il governo cerca di far progredire rapidamente
il paese; questa è una grande aspirazione, ma quando si
mette in atto in una fabbrica, si scontra con difficoltà
pratiche. In questo caso la missione del sindacato è di
adeguare le condizioni reali del posto di lavoro alle
direttive generali dello Stato. … Il sindacato deve
svolgere questa doppia funzione: vigilare le condizioni
di lavoro di operai e impiegati e dare al tempo stesso
l’orientamento rivoluzionario del sacrificio e dello
sforzo necessari da parte della massa, con tutta
l’onestà di cui sono capaci i membri del
proletariato. …Ogni contraddizione deve venire risolta
mediante discussioni, perché l’arma superiore della
classe operaia, lo sciopero, è l’arma di definizione
violenta delle contraddizioni di classe, cosa che non
deve succedere in una società avviata verso il
socialismo. Naturalmente nella fase di costruzione
del socialismo la lotta di classe continua, ma il
governo rivoluzionario deve assolutamente impedire che
si sviluppino contraddizioni con la classe operaia tanto
violente da dover sfociare in scioperi. L’articolo
“Il quadro politico, spina dorsale della
rivoluzione”, ci fornisce una panoramica delle
caratteristiche di un militante comunista, e delle
responsabilità che questo deve assumersi durante la
costruzione del socialismo. Può sembrare un discorso
idealista, ma il Che si basa sulla sua personale
esperienza per dire cosa significa essere comunisti: …Che
cos’è un quadro? È un individuo che ha raggiunto il
sufficiente livello di sviluppo politico per poter
interpretare le grandi direttive emanate dal potere
centrale, farle sue e trasmetterle come orientamento
alla massa, e che percepisce inoltre le manifestazioni
che questa fa dei suoi desideri e delle sue motivazioni
più intime. È un individuo dotato di disciplina
ideologica e amministrativa, che nella produzione sa
praticare il principio della discussione collettiva e
della decisione e responsabilità uniche; la cui fedeltà
è provata, il cui valore fisico e morale si è
accresciuto di pari passo col suo sviluppo ideologico,
in modo tale che è sempre disponibile ad affrontare
qualsiasi prova e a rispondere anche con la vita del
buon andamento della rivoluzione. Per formarlo bisogna
stabilire il principio selettivo nelle masse, è lì che
bisogna cercare le personalità nascenti, provate nel
sacrificio o che cominciano a mostrare le proprie
inquietudini, e affidare loro incarichi di maggiore
responsabilità che le mettano alla prova nel lavoro
pratico. Intimamente legato al concetto di quadro è
quello di capacità di sacrificio, quello che mostra col
proprio esempio le verità e le parole d’ordine della
rivoluzione. Il quadro si deve conquistare il rispetto
dei lavoratori con la sua azione. È indispensabile che
possa contare sulla considerazione e sull’affetto dei
compagni che deve guidare per le vie d’avanguardia.
Segue poi la lunga serie di articoli che costituiscono
la polemica sul sistema di finanziamento di bilancio o
di Bettelheim, dal nome dell’economista francese che
sosteneva l’applicazione del modello russo.
Sono scritti estremamente tecnici e ricchi di citazione
di testi classici di Karl Marx, Lenin ed altri. Ciò che
più ci colpisce sono i riferimenti agli scritti
giovanili di Marx, citati più volte anche durante le
riunioni al Ministero dell’Industria, che sono stati
troppo spesso dimenticati da altri teorici. Sono i testi
più marcatamente umanistici del filosofo tedesco, ed
hanno una notevole influenza su quello che da molti
viene definito “L’umanesimo rivoluzionario del
Che”. È molto interessante la sintesi che il
Comandante sviluppa tra i testi di economia e quelli
umanistici: ne viene fuori una concezione altamente
evoluta dell’economia e del lavoro, basata sulla
liberazione dell’uomo dall’alienazione, in modo da
renderlo protagonista e responsabile del benessere di
tutta la società. Sull’alienazione aveva già scritto
Marx, ma purtroppo questo concetto era passato in
secondo piano rispetto ad altri, mentre Guevara ne fa
uno degli assi portanti della struttura economica.
L’alienazione è quella che vive il proletario nel
momento in cui va a vendere la propria forza lavoro ad
un padrone per un certo numero di ore, al fine di
assicurarsi i mezzi di sussistenza. Il lavoratore
percepisce quel tempo come una parte della vita che non
gli appartiene, che diviene proprietà dello sfruttatore
in cambio del salario. Nel socialismo, invece, il lavoro
è parte integrante della vita dell’individuo, in
quanto esso rappresenta il contributo dell’uomo alla
società, e viene svolto in nome del progresso economico
e sociale dell’intera comunità di individui. Questo
tema verrà affrontato più estesamente in seguito, al
momento della stesura de “Il Socialismo e l’Uomo a
Cuba”. Il nocciolo della polemica di Bettelheim è
questo: il Che sostiene il sistema di finanziamento di
bilancio, in cui la banca dà all’impresa in base al
suo bilancio, senza percepire interessi, fungendo solo
da cassa; le aziende non hanno fondi propri e tutte le
loro entrate vengono restituite al bilancio nazionale.
Il sistema del calcolo economico o di autogestione delle
imprese (in uso in Urss e sostenuto a Cuba da alcuni
economisti) si basa su controlli globali e una
decentralizzazione spinta. Il controllo indiretto viene
effettuato dalla banca tramite il denaro, e il risultato
monetario della gestione serve da misura per i premi;
l’interesse materiale è la grande leva che muove i
lavoratori. Il sistema di finanziamento di bilancio,
invece, si basa su un controllo centralizzato
dell’impresa; il suo piano e la sua gestione sono
controllati da organismi centrali in modo diretto. Vantaggi
del sistema esposti in forma generale: Primo, tendendo
alla centralizzazione, tende a un’utilizzazione più
razionale dei fondi a carattere nazionale. Secondo,
tende ad una maggiore razionalizzazione di tutto
l’apparato amministrativo dello Stato. Terzo, questa
stessa tendenza alla centralizzazione costringe a creare
unità più grandi entro limiti adeguati, che risparmino
forza-lavoro e aumentino la produttività dei
lavoratori. Quarto, integrato in unico sistema di norme,
fa di tutte (le aziende) una sola grande impresa
statale…Quinto, disponendo di organismi costruttori
compresi nel bilancio, si può semplificare il controllo
degli investimenti,… È importante dire che così si
crea nell’operaio l’idea generale della cooperazione
fra tutti, l’idea di appartenere ad un grande insieme
che è costituito dalla popolazione del paese e si
favorisce lo sviluppo della sua coscienza del dovere
sociale. …È necessario chiarire una cosa : noi non
neghiamo la necessità oggettiva dell’incentivo
materiale, ma siamo contrari al suo uso come leva
fondamentale. … Per i sostenitori dell’autogestione
finanziaria l’incentivo materiale diretto non si
contrappone allo “sviluppo” della coscienza, per noi
invece sì. Per questo lottiamo contro il suo
predominio,poiché significherebbe ritardare lo sviluppo
della morale socialista. (Il Che dice queste cose a
ragion veduta, essendo da poco tornato da un viaggio nei
paesi socialisti in cui ha potuto costatare come lì
fosse “sottosviluppata” la morale rivoluzionaria),…noi
affermiamo che in un periodo di tempo relativamente
breve lo sviluppo della coscienza contribuisce allo
sviluppo della produzione più dell’incentivo
materiale e lo facciamo basandoci sulla proiezione
generale dello sviluppo della società per entrare nel
comunismo, il che presuppone che il lavoro cessi di
essere una penosa necessità per trasformarsi in un
piacevole imperativo. L’affermazione richiede la
sanzione dell’esperienza… finora le cose sono andate
così e il metodo, perfezionato dalla pratica, dimostra
la sua coerenza interna. (Le cose sono andate così
per qualche anno, poi la morte del Che e l’inasprirsi
dell’embargo hanno messo un freno allo sviluppo di
Cuba, che però ancora oggi vanta il miglior welfare
dell’America latina, e come assistenza sanitaria
pubblica supera di gran lunga gli Usa). … ciò che
vogliamo ottenere con questo sistema è che la leva
dell’interesse materiale non si trasformi in qualcosa
che costringe l’individuo a lottare disperatamente con
gli altri per assicurarsi determinate condizioni … che
lo pongano in posizione privilegiata. Far sì che il
dovere sociale sia il punto fondamentale su cui poggia
tutto lo sforzo del lavoro dell’operaio. Questi
concetti vengono nuovamente espressi nella lettera a Josè
Medero Mestre, che sostiene l’autogestione finanziaria
:…Dopo la distruzione della società precedente si è
preteso di fondare la nuova su un ibrido;
all’uomo-lupo, alla società dei lupi, si sostituisce
un’altra specie che non ha l’impulso disperato di
rubare ai propri simili, dal momento che lo sfruttamento
dell’uomo sull’uomo è scomparso, ma che ha impulsi
dello stesso genere, determinati dal fatto che la leva
dell’interesse materiale si trasforma nell’arbitrio
del benessere individuale e della piccola collettività
(le fabbriche,ad esempio); in questo rapporto io vedo la
radice del male. Vincere il capitalismo con i suoi
stessi feticci, ai quali si è tolta la qualità magica
più efficace, il profitto,
mi sembra un’impresa difficile. In
definitiva, nel sistema di autogestione il Che vede
tutte le premesse per un ritorno al capitalismo, cosa
che si è puntualmente verificata in tutto l’est
europeo e in molte zone della Cina. Ciò a cui tutti noi
abbiamo assistito a cavallo della fine degli anni 80 non
è stato il tanto osannato “crollo del comunismo”, né
la realizzazione del sogno di “libertà e
democrazia”, né tantomeno il “trionfo dei valori
cristiani”: abbiamo tutti potuto ridere delle profezie
di Fatima,
visto che sono scoppiate più guerre negli anni 90 che
nei 30 anni precedenti. Hanno cercato di darci a bere
tutta questa sterile propaganda, ma in realtà è
semplicemente crollato un modo errato di costruire il
socialismo. Solo il superamento dell’interesse
individuale può portare alla costruzione della società
senza classi,in cui ognuno dà secondo le sue possibilità
e riceve secondo i suoi bisogni, in cui il lavoro non è
una parte del proprio tempo sacrificato in nome del dio
denaro, bensì il compimento volontario del proprio
dovere verso la società. Proprio in questo noi vediamo
la stringente attualità delle concezioni Guevariane.
Per quanto concerne la formazione della morale rivoluzionaria, il Che
evidenzia più volte l’importanza del Partito: Bisognerebbe a questo punto
sottolineare il ruolo educatore che dovrebbe svolgere il
partito affinché il centro di lavoro si trasformi
nell’espressione collettiva delle aspirazioni e delle
inquietudini dei lavoratori e sia il luogo in cui
vengono plasmati i loro desideri di servire la società.
Si potrebbe pensare che il centro di lavoro sia la base
del nucleo politico della società futura, e che le sue
indicazioni … diano occasione al partito e al governo
di prendere le decisioni fondamentali per l’economia o
per la vita culturale dell’individuo. Rifiuta
tutti i dogmatismi scolastici e le interpretazioni
forzate di Marx e Lenin, per cui entra in dura polemica
con il “Manuale di economia politica” russo, a cui
dedica anche un lavoro di confutazione sistematica, che
purtroppo non è mai giunto a noi. Durante una riunione
al Ministero dell’industria presenta la relazione
sulle sue esperienze nell’Urss: A Mosca ho avuto
una riunione con tutti gli studenti… Io ero pronto a
dare battaglia durissima contro il sistema
dell’autonomia contabile. Ebbene, mai mi era capitato
di avere un uditorio più attento, che abbia capito le
mie ragioni più rapidamente. E volete sapere perché?
Perché erano lì, e perché molte delle cose che io vi
dico qui in forma teorica loro le sanno. Le sanno perché
se le trovano davanti, quando vanno dal medico, al
ristorante, a comprare qualcosa nei negozi: oggigiorno
accadono cose incredibili nell’Urss. Questa storia del
sostegno, di cui si parla, delle masse verso il sistema
dell’autonomia, è falsa. Con l’autonomia contabile
si ha una valorizzazione dell’uomo per ciò che rende,
cosa che il capitalismo già fa alla perfezione. E
quindi è stato lì, proprio in Unione Sovietica, che si
è potuta ottenere maggiore chiarezza. Vuol dire questo
che si tratta di revisionismo o di Trotskismo?… E
dicevano: “è revisionismo”, “bisogna chiederlo al
Partito”, “perché così non sta bene”. Qui
traspare tutta l’avversione per il dogmatismo
burocratico dei russi, che affrontavano i problemi
economici relativi alla costruzione del socialismo
esattamente come un pretino affronta le domande relative
alle questioni concrete, rispondendo per preconcetti e
frasi fatte. A quel punto, quando si cominciò a
porre i problemi, lo scontro si fece violento. La
Bibbia, vale a dire il Manuale, perché disgraziatamente
la Bibbia qui non era “Il Capitale”, ma il
Manuale… dei punti cominciarono ad essere impugnati,
mentre venivano dette però anche cose pericolosamente
capitalistiche: fu allora che emerse la questione del
revisionismo. Il trotskismo emerge invece da due lati:
uno (quello che meno mi attrae) viene dal lato dei
trotskisti che dicono che vi è una serie di cose che
Trotsky aveva già detto. …Ora, è vero che dal
pensiero di Trotsky si possono ricavare una serie di
cose. Io credo che nelle questioni fondamentali su cui
si fondava, Trotsky commetteva degli errori; credo che
il suo comportamento posteriore fu erroneo e negli
ultimi tempi anche oscuro. Credo anche che i trotskisti
non abbiano apportato nulla al movimento rivoluzionario,
in nessun paese. I trotskisti la pongono da questo punto
di vista (Trotsky lo aveva detto!) e quindi tutta
una serie di persone che mormorano sul trotskismo. Credo
che in questo (nelle accuse di trotskismo mosse
chiunque la pensi diversamente) sia un’implicazione
politica che non si riferisce soltanto
all’atteggiamento che si può assumere davanti ai
problemi, come quello del finanziamento di bilancio, ma
che vi sia anche una divergenza nascosta, molto
profonda, molto amara e come tutte le divergenze di
questo tipo poco flessibile, poco generosa nel
riconoscimento delle idee altrui. Questa è
l’unica presa di posizione sul trotskismo che ci sia
nota, anche se sappiamo che in Bolivia, tra gli altri,
il Comandante leggeva i due tomi della “Storia della
Rivoluzione Russa” di Trotzky.
Ad
una riunione durante uno dei suoi viaggi a Mosca

Durante
una giornata di lavoro volontario, che il Che
considerava essenziale per aggregare gli uomini e
rinforzare il loro spirito rivoluzionario: L’importanza
del lavoro volontario non si riflette sulla parte
direttamente economica che potrebbe portare alle imprese
o allo Stato; essa si riflette nella coscienza
che si acquista di fronte al lavoro e nello stimolo o
esempio che questo atteggiamento significa per tutti i
compagni. L’educazione comunista deve essere basata su
questa coscienza e i lavoratori volontari
d’avanguardia sono quelli che meglio realizzano gli
ideali del vero comunista, …che nel suo luogo di
lavoro, nel suo centro di produzione (che è il suo
luogo di lotta, la sua trincea) dice agli altri
compagni: “Seguitemi per questo cammino”
Lavoro
volontario: guida un trattore durante la zafra,
la raccolta di canna da zucchero. La collaborazione alla
raccolta della canna era la principale forma di lavoro
volontario a Cuba.
Capitolo
5
Ambasciatore
della Rivoluzione
In
qualità di ambasciatore della Rivoluzione Cubana, il
Che non viaggia solo nei paesi socialisti e non
allineati, va anche alle conferenze di sviluppo
latinoamericane e all’Onu. È in queste occasioni che
pronuncia i discorsi più incisivi. Il Comandante è
ormai in una fase in cui Cuba gli sta stretta, le sue
posizioni filocinesi cozzano troppo spesso contro Fidel
Castro, fedele alla linea di un Urss allo sbando, in cui
la restaurazione capitalista è immanente. Ormai i
progetti del Che sono rivolti altrove, vuole dare il suo
contributo ad altre lotte rivoluzionarie. Qui
affrontiamo un’altra sostanziale innovazione apportata
dal Che al pensiero comunista: secondo le concezioni
precedenti, la
rivoluzione poteva avvenire solo quando vi fossero state
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