Fassino
si confessa (parte I)
di Antonio Moscato
Gran parte delle lettere indignate che hanno
commentato l´uscita del libro autobiografico di
Piero Fassino "Per passione" (Rizzoli,
Milano, 2003), si sono concentrate soprattutto
sulla grossolana liquidazione dell´esperienza di
Enrico Berlinguer, e in particolare sulla frase
infelice di compiacimento perché la "tragica
fine " avrebbe risparmiato "a Berlinguer
l´impatto con la crisi della sua strategia
politica", o sugli spudorati elogi alla
lungimiranza e "modernità" di Craxi,
cioè sulle parti anticipate largamente da
settimanali e quotidiani. Ma il libro merita di
essere letto tutto.
Intanto è scritto bene, e se è veramente la
stesura è di suo pugno, bisogna ammettere che gli
elogi di Fassino al liceo dei gesuiti in cui ha
studiato sono fondati, anche se ovviamente non si
può condividere che in base alla sua esperienza
in quella scuola "in grado di dare un´educazione
di qualità", egli esalti oggi il
"coraggio" di Luigi Berlinguer nel
prendere provvedimenti "in favore di una
equità di trattamento" tra scuola pubblica e
privata, e rivendichi il suo personale impegno per
far superare alla sinistra i "pregiudizi
manichei nei confronti delle scuole
religiose". (p. 21)
Le prime cinquanta pagine sono comunque di scarso
interesse politico, se non per la orgogliosa
rivendicazione della formazione in una famiglia
"di media borghesia produttiva", con
tradizioni partigiane e socialiste anche dei
nonni.
Fassino, lasciando gli studi, comincia presto la
sua ascesa nell´apparato della FGCI: è
"tenuto a battesimo" da Giancarlo
Pajetta, di cui tesse un elogio un po´ retorico,
concludendo però che "da antico e tenace
combattente, non volle mai arrendersi all´idea,
che si è dimostrata inesorabilmente vera (sic!),
che il comunismo fosse incompatibile con la libertà
e la democrazia". Fassino commenta che
"il destino talora rispetta gli uomini forti
e le storie tragicamente grandi e ha voluto
risparmiare a Pajetta la pena di assistere alla
crisi irreversibile e al crollo di quel mondo con
cui egli aveva identificato se stesso". (p.
50). Tenuto conto di quanto scrive poco dopo sulla
morte di Berlinguer, si direbbe proprio un´idea
fissa di Fassino che sia una "fortuna"
morire prima della verifica del fallimento della
propria strategia! A lui comunque, non è stata
concessa...
Della sua ascesa come brillante quadro intermedio
a Torino egli ricorda soprattutto le amicizie
indistruttibili con giovani rampanti come Nando
Adornato e Giuliano Ferrara, verso i quali
ribadisce ancora oggi tutta la sua stima
nonostante i successivi approdi berlusconiani.
Con Ferrara lavora per ben otto anni, e gli
perdona tutto. A parte i famosi questionari, che
dovevano trasformare gli operai in delatori, di
cui sembra che egli fosse non meno responsabile,
Fassino è indulgente perfino sul modo con cui
"Giuliano" (come lo chiama
affettuosamente) rompe con il partito: inscena una
piazzata schiaffeggiando pubblicamente l´assessore
alla cultura torinese Balmas da cui ha preteso
"in modo brutale e sbrigativo" che
Luciano Berio dedichi ai palestinesi massacrati a
Sabra e Chatila il concerto per la pace che stava
per dirigere in piazza San Carlo, la sera stessa
in cui cominciavano ad apparire sui telegiornali
le prime immagini del massacro (né l´assessore né
il musicista le avevano viste, e probabilmente se
la questione fosse stata posta altrimenti non
avrebbero avuto obiezioni). In realtà l´obbiettivo
di Ferrara era solo una spettacolarizzazione della
rottura col partito (lo schiaffo finisce il giorno
dopo in prima pagina su "la Stampa"),
dato che Ferrara aveva da tempo deciso di
andarsene per ben altre e sostanzialmente opposte
ragioni: non condivideva la tardiva correzione di
linea con cui Berlinguer aveva messo fine alla
politica di solidarietà nazionale. (p. 142)
Fino al 1980 gli episodi ricostruiti non sono
essenziali: c´è al massimo un ricordo di una
battuta (verosimile e comunque fondatissima) di
Bertinotti sul palco del comizio che festeggia il
trionfo elettorale del PCI a Torino nel 1975.
Guardando le centomila persone in festa,
Bertinotti avrebbe commentato che ora cominciavano
i problemi, "perché abbiamo raccolto un
consenso elettorale molto più largo del consenso
sociale che dobbiamo rappresentare". (p. 56)
Fassino non solo non capisce in quel momento
quanto sia lungimirante quella predizione (in
pochi anni il PCI comincerà a perdere voti
proprio nella sua base sociale tradizionale, senza
riuscire a consolidare le aree che l´hanno votato
per la prima volta), ma molti anni dopo, durante
la crisi del 1998, riferirà quell´episodio a
Prodi per convincerlo dell´inutilità di tentare
ancora un accordo con il PRC, tenuto conto di
quella che a lui sembrava la conferma di un´assurda
"incomprensione della politica" da parte
di Bertinotti.
È interessante che Fassino, che è stato per
molti anni responsabile fabbriche della
federazione del PCI, prima di diventarne
segretario, non ricordi che in pochissimi accenni
marginali Bertinotti, che pure era iscritto al suo
stesso partito e rivestiva la carica di segretario
regionale della CGIL nel 1980, ed era per giunta
uno dei principali esponenti di una concezione più
radicale della politica del sindacato e del
partito. Fassino non lo nomina neppure quando
ricostruisce le linee che si contrappongono nel
partito durante la crisi della FIAT del 1979-1980.
Eppure ne aveva parlato in una lunga intervista
rilasciata nel 1983 alla rivista del PCI torinese,
non pubblicata forse per la brutale franchezza con
cui descriveva lo scontro interno durante i 35
giorni (un simpatizzante la portò poi a
"Bandiera Rossa", che la pubblicò
integralmente nel numero 8/9 del 1990, tutto
centrato sul bilancio dei 35 giorni a un decennio
di distanza). Ma allora evidentemente Bertinotti
si poteva ancora nominare, era solo un
sindacalista un po´ estremista, non il segretario
di un partito concorrente...
Ci sono invece nel libro diversi accenni ai buoni
rapporti "di dialogo e reciproco
rispetto" con l´avvocato Agnelli, principale
sostenitore di una "convergenza tra sinistra
e impresa". (p. 58), e anche spudorate
ammissioni su "ripetuti contatti informali
con Romiti e i suoi collaboratori" durante i
35 giorni, ovviamente alle spalle dei lavoratori.
(p. 125).
Le pagine dedicate alla FIAT sono parecchie, anche
se non moltissime. In esse si conferma quello che
i lettori di "Bandiera Rossa" sapevano
già dopo la pubblicazione di quell´intervista
nel 1990: Fassino era pienamente consapevole della
profonda divaricazione tra le aspirazioni e i
bisogni di quella che era ancora la sua base e le
concezioni del gruppo dirigente del partito. Lo
ammette ad esempio quando ricostruisce la lotta
del 1979 alla verniciatura: il problema per
Fassino non è il padrone ma il sindacato,
"per l´incapacità di venire a capo di
quella situazione" battendo le "tendenze
minoritarie ed estremistiche", e che invece
"proclama uno sciopero di protesta"
contro i licenziamenti....(p. 100). Naturalmente
lo sciopero fallisce, osserva Fassino, senza
ammettere che una delle ragioni della sconfitta è
che il gruppo dirigente del partito e di gran
parte della CGIL rema contro.
Fassino si richiama a Giorgio Amendola come
ispiratore (era anche il punto di riferimento di
Cossutta in quegli anni), ammirando "il suo
caratteristico stile franco e un po´ ruvido"
con cui mette "i piedi nel piatto". Si
riferisce soprattutto a un articolo di severa
critica al sindacato apparso il 9 novembre 1979
sul n. 43 di "Rinascita". L´errore del
sindacato secondo Amendola e Fassino, è non aver
denunciato "immediatamente il primo atto di
violenza" (cioè i picchetti o i cortei
interni!), mentre "l´errore dei comunisti è
quello di non aver criticato apertamente, fin dal
primo momento, questi comportamenti, per una
accettazione supina dell´autonomia sindacale e
per non estraniarsi dai cosiddetti movimenti,
abdicando così alla funzione, che è propria del
PCI, di forza egemone della classe operaia e del
popolo". (p. 102) Un bel concentrato di
arroganza staliniana (il diritto per investitura
divina ad essere "forza egemone",
indipendentemente da qual che vuole la classe
operaia), e di disprezzo per i "cosiddetti
movimenti" (mi sembra di aver udito in tempi
recenti critiche saccenti di questo tipo anche nel
nostro partito...).
Inoltre Amendola, apprezzato per questo ancora
oggi da Fassino, denunciava il sindacato per
"aver avanzato rivendicazioni ingiustificate
e incompatibili con le esigenze della
produzione" e anche per aver "concorso a
una linea assistenzialista e antiproduttiva".
Ma Fassino, riprendendo Amendola come un mentore
purtroppo inascoltato, dimentica che gli aveva
allora risposto efficacemente Giorgio Bocca
osservando che lo stesso Amendola non aveva fatto
le stesse denunce negli anni precedenti, nei quali
la politica sindacale non era stata elaborata a
tavolino, ma sotto la minaccia di perdere il
controllo di settori non trascurabili di classe
operaia!
Quando arriva a parlare della lotta alla FIAT,
Fassino si dilunga in polemiche con chi non
credeva alla natura economica della crisi e quindi
dei licenziamenti, e insiste sul fatto che i
14.500 licenziamenti non erano politici come
quelli del dopoguerra o del 1955-1956 (ma si
contraddice subito ammettendo che ancora pochi
mesi prima la FIAT aveva assunto sette-ottomila
nuovi lavoratori). Fin dall´inizio comunque egli
non crede alla possibilità di vincere e si
impegna per far passare la proposta di cessare il
blocco dei cancelli sostituendolo con una
"lotta articolata" che in quel contesto
sarebbe stata solo una fuga dallo scontro
politico.
Egli ricostruisce poi a modo suo l´arrivo di
Berlinguer, polemizzando (facilmente!) con chi
sosteneva che sarebbe andato a Torino "per
cavalcare la lotta e per inasprirla". (p.
116) Gli abbiamo chiesto di venire alla FIAT,
spiega, "non già per spingere alla
radicalizzazione, ma perché con la sua autorità
politica e morale, dia al movimento la certezza di
non essere solo, inducendolo a maggiore
responsabilità e maturità nella lotta." (p.
115). Cioè, nelle intenzioni di Fassino, a
lasciare i cancelli e rientrare in fabbrica.
La ricostruzione delle circostanze in cui
Berlinguer, sollecitato da un delegato che gli
chiede che farebbe il PCI se i lavoratori
decidessero di occupare, pronuncia la famosa frase
sull´eventualità dell´occupazione, è molto
dettagliata:
"È importante che i lavoratori non si
dividano - dice Berlinguer, dopo alcuni lunghi
attimi - e che le forme di lotta siano sempre
decise insieme ai sindacati. Nell´eventualità di
un inasprimento delle lotte, comprese le forme di
occupazione, a decidere dovranno essere
democraticamente i lavoratori e i sindacati. E se
si giungerà a questo, il PCI metterà a
disposizione il suo impegno politico,
organizzativo e di idee".
Fassino, che a quanto pare dai gesuiti non ha
imparato solo a scrivere in buon italiano,
fornisce subito dopo la sua interpretazione:
"Come si vede, Berlinguer non dice: occupate
la FIAT. Peraltro non dice neanche che l´occupazione
è un errore". A quanto pare ciò dispiace a
Fassino, che però si consola aggiungendo:
"Ma sapendo che i sindacati non proclameranno
l´occupazione, affermare che le forme di lotta
devono essere sempre decise con i sindacati
equivale a sostenere una linea che non porterà
all´occupazione". (p. 117)
Insomma Fassino attribuisce a Berlinguer la
propria ipocrisia, ignorando la complessità della
situazione, con la forte suggestione esercitata
sul segretario del partito comunista dalla
presenza di una grandissima folla operaia raccolta
davanti ai cancelli e che manifesta una chiara
volontà di lotta ma anche una grande fiducia in
lui, come ha invece magistralmente e
dialetticamente ricostruito Raffaello Renzacci nel
suo "Lottare alla FIAT" (nel libro
"Cento... e uno anni di FIAT", Massari,
Bolsena, 2000, pp. 95-98).
Ma perfino Fassino è costretto ad ammettere
subito dopo che nella posizione assunta da
Berlinguer c´era un´ambiguità "determinata
dallo scontro frontale in atto. Berlinguer vuole
far giungere il messaggio che il PCI è con gli
operai. E inoltre che il fallimento della
strategia di solidarietà nazionale e della
politica dell´EUR non va imputato a un «tradimento».
La crisi della solidarietà nazionale ha infatti
logorato anche il rapporto di fiducia di molti
lavoratori con il partito e con il sindacato, e lo
slogan «Torino come Danzica» è l´espressione
di una diffusa diffidenza verso i vertici
sindacali, a cui una parte dei lavoratori
rimprovera atteggiamenti troppo remissivi".
L´ammissione è importante, soprattutto perché
Fassino non può nascondere che la politica di
sacrifici varata da CGIL, CISL e UIL nell´assemblea
dell´EUR, di cui ha parlato molto favorevolmente
poco prima (pp. 81-82), in realtà è fallita e ha
provocato sconcerto tra i lavoratori. Possibile
che non gli ritorni in mente l´osservazione di
Bertinotti dopo il successo elettorale del 1975, e
non gli venga il dubbio che avesse ragione lui?
Sulla ricostruzione della lotta del 1980 Fassino
è comunque molto più reticente che nell´intervista
che abbiamo ricordato, in cui veniva incalzato da
chi gli poneva le domande, che conosceva bene la
situazione: in quel caso aveva ad esempio tentato
di parlare dei 40.000, ma aveva dovuto subito
ammettere che erano 20.000, mentre qui rilancia
tranquillamente la cifra mitica che era stata
tirata fuori solo in un secondo tempo dai
burocrati della CGIL mentre tanto la Questura che
la prima tiratura de "La Stampa" avevano
parlato di 15.000 o 20.000.
Lo ha ammesso proprio su "la Stampa", in
occasione della morte di Gianni Agnelli, lo stesso
Arisio che aveva capeggiato la famosa marcia:
aveva rievocato l´episodio raccontando che
incontrandolo pochi giorni dopo l´Avvocato gli
aveva chiesto se erano davvero 40.000, e lui aveva
detto che no, ma che dato che lo aveva detto Lama
non poteva certo smentire...
Interessante poi l´ammissione di Fassino sullo
scarso entusiasmo con cui la maggior parte del
gruppo dirigente del PCI (compreso lo stesso Lama)
accolse la pressione dal basso (da parte di
centinaia di consigli di fabbrica autoconvocati")
per il referendum abrogativo del decreto di Craxi
che cancellava 4 punti di scala mobile. Fassino si
giustifica dicendo che molti operai del PCI gli
dicevano che quattro punti non significavano
molto, erano appena 26.000 lire, e lui si trovava
d´accordo. Ma non si accorge che quegli operai
"fedeli alla linea" pensavano così solo
perché il grosso dei burocrati di partito e della
CGIL non spiegavano che una volta intaccato il
meccanismo, sarebbe stato più facile cancellarlo
del tutto, come infatti avvenne!
D´altra parte Fassino racconta tranquillamente
che nella segreteria del PCI si era pensato di
bloccare il referendum, nella convinzione che si
sarebbe inevitabilmente perso, ma era prevalsa poi
la linea (che a lui pare
"conservatrice") che riteneva di non
poter "revocare un impegno assunto da
Berlinguer" per timore che "un cambio di
rotta venga vissuto come il tradimento di un
lascito morale".
"E così. - ancorché senza convinzione -
nell´estate ´84 il PCI si impegna a raccogliere
le firme (...) con la rassegnata consapevolezza di
una battaglia inevitabile, ma destinata a non
essere vincente, come infatti non sarà". (p.
157-158)
Fassino sorvola sul piccolo particolare che il
referendum fu perso di stretta misura (ebbe il 47%
dei voti), e che quella sconfitta fu dovuta anche
e soprattutto alla scarsa convinzione con cui il
referendum veniva difeso dai vertici sindacali. Lo
stesso Lama fece una mediocre figura in TV di
fronte al suo vice segretario Ottaviano Del Turco,
nettamente ostile, e diede forfait alla vigilia di
importanti comizi come quello in piazza della
Signoria a Firenze, che raccolse 85.000 persone,
forse preoccupato perché in quella città era
forte e ben organizzato il movimento dei consigli
di fabbrica autoconvocati.
Si capisce insomma che Fassino condivideva le
ragioni di Craxi (che chiama spesso
affettuosamente Bettino) su quasi tutto. "Craxi
interpreta le domande di dinamicità di una società
che cambia e chiede alla politica di stare al
passo. il PCI invece vede nei cambiamenti un´insidia".
Il commento successivo è quasi incredibile:
"Mi ha sempre colpito - scrive Fassino - l´inspiegabile
contraddizione per cui la sinistra nasce s un´intuizione
di Marx - il movimento è il motore della storia -
ma poi guarda spesso con timore e ostilità a
tutto ciò che si muove". (p. 156) I
cambiamenti e i movimenti vanno sempre bene? Ma in
che direzione vanno? Verso nuove conquiste o verso
una pesante restaurazione del potere della
borghesia? Fassino non se lo chiede neppure. Il
movimento è bello...
Fassino tuttavia una volta dissente da Craxi
quando questi gli dice, pensieroso, una cosa
sacrosanta a proposito del referendum per la
preferenza unica: vi sbagliate, vi mettete nelle
mani di questi (come Mario Segni) "che sono l´antipolitica,
che vogliono distruggere i partiti!". Craxi
aggiunse profeticamente "vi illudete di
cavalcarli, ma ne sarete travolti. Adesso ce l´hanno
con me, ma quando mi avranno tolto di mezzo, poi
se la piglieranno anche con voi". Insomma
proprio quando Craxi ne dice una giusta, a Fassino
non va bene! (p. 262)
Ci sono molte altre ammissioni nel libro: Fassino
considerava un errore eleggere Natta come
successore di Berlinguer: era secondo lui un segno
di continuità Voleva invece Lama, che avrebbe
saputo dare subito una bella sterzata a destra...
Di Lama aveva apprezzato molto la durezza con cui
durante i 35 giorni aveva respinto le suggestioni
dell´esempio di Danzica e il "mito della
lotta a oltranza", escludendo che si potesse
giudicare l´accordo concluso come negativo. (p.
128). La fuga dei dirigenti sindacali prima del
voto nell´assemblea dei delegati al cinema
Smeraldo viene presentata ancor oggi da Fassino in
questi termini: "Il clima di scoramento e di
esasperazione non consente una vera discussione.
Soltanto l´impegno di alcuni delegati e dirigenti
sindacali più generosi e avveduti impedisce alla
riunione di degenerare". Bella ipocrisia. il
dibattito è andato avanti per dieci ore, ma
andandosene i dirigenti lo hanno dichiarato
concluso e non ne hanno rispettato le indicazioni
votate praticamente all´unanimità.
Va detto che neanche due mesi dopo Fassino, di
ritorno dall´Irpinia terremotata, deve ammettere
che anche a Torino si trova di fronte delle
macerie, quelle "del conflitto alla
FIAT". Contrariamente a quanto è stato detto
ai lavoratori nelle caotiche assemblee, c´è
stata "una sconfitta dura , che intacca la
nostra forza organizzativa e politica e che ci
costringe a una spietata analisi sui motivi di
quella rotta". Se ne accorge un po´ tardi!
(p. 138)
Comunque il "conservatorismo" aveva
portato alla segreteria Natta e non Lama. Era mal
sopportato per la formazione marxista, e persino
per la sua cultura: "di primo acchito ero
catturato - scrive Fassino - per il piacere
intellettuale di sentire il discorso fluire,
snodarsi e allinearsi come un meccanismo regolare,
senza inceppature o anacoluti; ma poi a un certo
punto, tra me e me dicevo: «Certo la gente non
parla più così». E mi chiedevo se proprio
questo non fosse un segno della nostra difficoltà
a rappresentare la realtà". (p. 169).
Fatto sta che appena Natta nel 1988 viene colto
durante un comizio da un malore (non gravissimo,
da cui si è ripreso poi benissimo), i giovani
leoni (Fassino, Occhetto, D´Alema, ecc.)
incaricano il vecchio Tortorella di convincerlo a
dimettersi. Prenderà il suo posto il "destrutturatore"
Occhetto. E presto ci sarà la Bolognina, che
elimina una anomalia che dura da troppo tempo.
Fassino la sintetizza così: "Il dado è
tratto. Provo grande emozione, inquietudine per il
futuro, ma anche sollievo, perché siamo
finalmente riusciti a mollare gli ormeggi." D´altra
parte, conclude, "da molti anni il PCI di «comunista»
ha solo il nome". (p. 188).
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(seguirà la recensione della parte dedicata alle
questioni internazionali)