FASSINO
E LA POLITICA INTERNAZIONALE
(Seconda parte della recensione al libro di Piero
Fassino, "Per passione")
Quasi la metà del libro di Fassino è dedicato
alle sue esperienze internazionali, dap-prima come
dirigente del partito, poi come sottosegretario e
come ministro.
Dopo qualche resoconto dei primi viaggi fatti
quando ancora c´era il PCI, Fassino de-scrive i
contatti con la socialdemocrazia per preparare l´accettazione
del PDS all'in-terno dell'internazionale
socialista, contatti per cui egli aveva una specie
di incarico di plenipotenziario, oltre che la
responsabilità formale di dirigente del
dipartimento in-ternazionale.
Un plenipotenziario che poteva decidere da solo
perfino di non informare il segretario del partito
(allora Occhetto) di una situazione delicata che
si era creata per gli ostacoli frapposti da Craxi
all´entrata a pieno titolo del PDS nell´internazionale
socialista di cui era vicepresidente. (p. 328)
La descrizione dei colloqui e delle amicizie
stabilite con diversi esponenti della
so-cialdemocrazia europea è prolissa e meno
interessante di altre parti del libro. Tuttavia
rivela altri episodi di cinismo. Ad esempio per
ottenere l´appoggio di tutte le organiz-zazioni
sioniste che fanno parte dell´internazionale,
Fassino si sbilancia in un appog-gio totale e
indiscriminato a Israele (riprendendo una politica
già portata avanti da Giorgio Napolitano). Un
intero capitolo ("Con i figli di
Abramo") è dedicato a que-sto, con tante
ammissioni di contatti positivi non solo con i
leader laburisti, ma anche con noti assassini come
Shamir o Netanyahu (che chiama col diminutivo
affettuoso Bibi), o con l´ambasciatore a Roma Avi
Pazner, un super falco che oggi è portavoce di
Sharon. (p. 244)
In mezzo, rifritte, vecchie banalità sui mitici
kibbutz, che da decenni non esistono più nella
forma in cui erano nati, e che continuano ad
essere spacciati per socialisti anche se fin dal
1967 hanno sfruttato manodopera palestinese
sottopagata (poi sostituita con altri immigrati
ugualmente discriminati). La proposta politica
"equilibrata" di cui Fassino si fa
portatore consiste nell´auspicare che Israele
"prenda iniziative che diano certezza alla
creazione di uno Stato palestinese
indipendente" (dove? su quali parti dei
territori usurpati? con quali prerogative? a
Fassino non interessa, si affida al buon cuore di
Sharon, invece di pensare alle possibili pressioni
europee per imporre una vera trattativa
paritaria). Invece Israele deve avere qualcosa di
molto concreto: "che i palestinesi rinuncino
alla pretesa (sic!) del ritorno in massa dei
profughi, che mine-rebbe l´esistenza dello Stato
ebraico".
Va detto che non è il solo Fassino a concepire
questa politica dei due pesi e due misu-re, bensì
l´intero partito.
Invece è proprio lui, entusiasta, a descrivere i
suoi incontri con "i grandi del mondo",
tra cui bizzarramente colloca anche Carlo d´Inghilterra.
(p. 221). Tra le persone di cui si vanta di aver
vinto le diffidenze stabilendo ottimi rapporti c´è
perfino Benita Ferre-ro Waldner, ministro degli
Esteri austriaco, del partito di Haider...
Con Renato Ruggiero, negli anni in cui è stato
direttore del WTO, Fassino dichiara che
"scatta subito una simpatia umana, resa più
forte dal comune modo di guardare alla
globalizzazione". Per questo, quando Ruggiero
finisce il suo periodo al WTO, Fassino lo propone
a D´Alema come presidente dell´ENI. Si vanta
anche di aver convinto lui Ruggiero ad accettare
di entrare come ministro degli Esteri nel governo
Berlusconi, perché c´era bisogno di una
"destra credibile". (p. 335). Adesso si
capisce meglio perché i DS si sono tanto
impegnati in difesa di Ruggiero quando è stato
fatto dimettere da Berlusconi.
Comunque Fassino è orgoglioso di aver partecipato
come capodelegazione alla con-ferenza di Seattle
(ovviamente non tra i contestatori, di cui non
parla neppure), e di aver stabilito da allora un´amicizia
duratura con Pascal Lamy, commissario europeo al
commercio estero, quello che ha recentemente
rappresentato la UE a Cancun... (p. 338).
A volte si confonde un po´, e quando dovrebbe
parlare al congresso del PT davanti a Lula finisce
non si sa come a discutere col presidente
neoliberista del Brasile Cardo-so; il racconto del
disguido è in realtà un po´ vago, e lascia
sospettare che egli se ne sia andato invece
intenzionalmente dal congresso per evitare le
contestazioni di "una turba di
estremisti" dell´ala trotzkista del PT,
lasciando il compito di parlare a una giovane
collaboratrice non molto esperta, Anna Serafini,
che sarà subissata dai fischi. Fassino ci
assicura poi confidenzialmente che per consolare
la sua collaboratrice che aveva preso i fischi
indirizzati a lui, le offrì una "cena
riparatrice" in un ristorante in vetta a un
grattacielo, al termine della quale i due
ballarono "un romantico valzer" che sarà
"galeotto": un anno dopo Anna e Piero si
sposarono...
Lasciamo da parte le chiacchiere e i pettegolezzi
(nel libro ce ne sono molti altri, ma ovviamente
non servono a niente). Ci sono invece ammissioni
interessanti: sui Balca-ni Fassino conferma che il
governo Prodi si consultava sistematicamente con
gli Stati Uniti, che dicevano esplicitamente al
governo italiano cosa fare, ad esempio in
Slo-venia (p. 286 e 295). Naturalmente l´Italia
aveva concretissimi interessi nell´area, ad
esempio la realizzazione del famoso
"corridoio n. 5" e l´acquisizione di
numerose banche come la Pekao polacca, la Bulbank
bulgara, e altre in Croazia, Slovacchia, Ungheria
e Repubblica ceca (pp. 229-230). Al tempo stesso
Fassino, passando per Trieste, va (primo tra i
dirigenti DS) a rendere omaggio ai "martiri
delle foibe", aval-lando la versione della
destra che ingigantisce quegli episodi. (p.296).
Sull´Albania poi le ammissioni di interferenze
politiche (perfino sulla composizione del governo)
sono numerose, anche se a volte oltre a Fassino,
Prodi e Dini andarono di persona a Tirana per
"convincere i leader albanesi". Oltre
alle promesse di "consi-stenti aiuti
economici", il governo Prodi mise "in
campo la missione Alba" con una
"presenza multinazionale di settemila uomini,
di cui cinquemila italiani". (pp. 306-307)
Tutto a posto, l'Albania fu salvata, l'invasione
dei barbari evitata...
Molte pagine sono dettate dalla preoccupazione di
rispondere alle accuse sull´acquisizione della
Telekom serba: non tanto quelle di Igor Marini
sulle tangenti (poco documentate e verosimilmente
pompate o frutto di qualche interessata
"imbec-cata") ma quelle sul
"cattivo affare". Ma la prende alla
lontana, insistendo sulle sue consultazioni quasi
quotidiane con l´ambasciata degli Stati Uniti, e
attribuendo all´intera "comunità
internazionale" (ma precisa subito dopo:
"in primo luogo Stati Uniti ed Unione
Europea"), la volontà che l´Italia
svolgesse un´azione "per la stabi-lizzazione
democratica della Federazione Jugoslava" (p.
308). Ovviamente non ri-sponde alle
richieste di spiegazione sulla scarsa redditività
dell´affare, perché non ha il coraggio di dire
che il prezzo dell´acquisto era quello corrente
in quel periodo di sopravvalutazione della New
Economy, e quello di vendita era determinato dal
crollo generalizzato di quel settore, aggravato
dalla distruzione degli impianti serbi con i
bombardamenti fatti dalla stessa aviazione
italiana...
Bombardamenti a proposito dei quali va detto che
Fassino non ha cambiato idea e che rivendica al
100%, naturalmente con gli argomenti mistificanti
usati già allora: dove-vamo aiutare quelle
popolazioni, anche per evitare che venissero da
noi... Quindi l´Italia non poteva "sottrarsi
alla responsabilità di fermare quel nuovo
conflitto an-che ricorrendo ad azioni
militari". Come sono state efficaci le
lezioni del liceo dei ge-suiti!
Fassino oltre alla guerra del 1999, giustifica e
difende anche quella in Afghanistan, votata dalla
maggioranza dei DS nonostante non fossero più al
governo. Riprendendo quanto dichiarato da D´Alema
motivando alla Camera il voto favorevole all´intervento,
Fassino parla così del "travaglio di fronte
alla scelta di ricorrere all´uso della
forza":
"Una organizzazione di sinistra non può che
essere per la pace e contro la guerra e
battersi perché i conflitti siano risolti con il
negoziato e il dialogo. È la destra a pensa-re
che il ricorso alle armi sia il mezzo ordinario di
risoluzione delle controversie. Nel Novecento alle
armi sono ricorsi il nazionalismo e il
militarismo. E tuttavia, in quello stesso
Novecento, anche la sinistra è stata capace di
prendere le armi e combattere quando in gioco c´erano
valori fondamentali: per la democrazia in Spagna;
per la di-gnità dell´uomo e la libertà durante
la Resistenza; per l´indipendenza in
Algeria". (pp. 404-405)
Si direbbe che l´insegnamento scolastico dei
gesuiti, se gli è servito (forse) per l´italiano,
e sicuramente per la capacità di presentare una
guerra come un´operazione umanitaria, non lo ha
aiutato nella conoscenza della storia: senza
soffermarsi sulla banalizzazione della guerra
civile spagnola e della resistenza, si potrebbe
ricordare a Fassino che solo una piccola parte
della sinistra francese era contro la guerra di
Alge-ria, mentre i suoi compagni di allora (il
PCF) e di oggi (i socialisti) la giustificavano o
la conducevano direttamente col governo Mollet.
Ma nel libro ci sono spesso altre tracce di
ignoranza della storia, ad esempio quando presenta
la scomunica di Tito da parte di Stalin come una
scelta di Tito, "incoraggiato in questo da
inglesi e americani". (p. 288) O,
invece di ignoranza, si deve in questo caso
pensare ai residui di una formazione stalinista,
inconfessata ma non meno reale?
Quanto alla ragione principale addotta a proposito
dell´intervento in Jugoslavia (ne-cessità di
fermare una possibile "invasione" di
persone in fuga da un conflitto incon-trollabile
se non con la forza delle armi), nel libro ci si
ritorna più volte: Fassino è in-dignato
constatando che oggi "si cerca di convincere
l´opinione pubblica che il cen-trosinistra
sarebbe stato passivo di fronte all´immigrazione",
e rivendica i suoi molti impegni per bloccare il
fenomeno. (p. 315)
Fassino rivisita tutti i grandi nodi di questi
anni, in cui ci siamo trovati su sponde op-poste,
esaltando il proprio ruolo. Ad esempio accenna al
caso Ocalan solo di sfuggita, per spiegare che
egli è riuscito a tenere aperti positivamente i
rapporti con la Turchia perché era stato
impegnato a fondo da anni per "non isolare la
Turchia", ed è stato quindi considerato
internazionalmente come "filoturco".
Bravo, complimenti!
Un'ultima considerazione sul ruolo politico
rivendicato da Fassino, "ruolo riconosciu-to
anche dall´ambasciata degli Stati Uniti",
con cui ci sono stati "continui
contatti". Subito dopo la formazione del PDS
ad esempio, Fassino aveva organizzato una
cola-zione di Occhetto con l´ambasciatore Peter
Secchia a Villa Taverna, e subito dopo la sua
sostituzione con Reginald Bartholomew, aveva
accolto quest´ultimo con una let-tera di
benvenuto in cui esprimeva "la piena
disponibilità a ogni forma di
collabora-zione". Bartholomew gli ricorderà
più volte negli anni successivi "il positivo
stupore con cui ha ricevuto quella missiva".
(p. 234)
Noi invece siamo stupiti per questa ed altre
rivendicazioni di filoamericanismo mili-tante e ci
domandiamo come sia possibile che oggi si proponga
al PRC di stabilire un accordo con questi signori,
assicurando che sarebbero cambiati. Il libro di
Fassino è di quest´anno!
Va detto che anche D´Alema ha ribadito concezioni
analoghe in un´intervista a "la Stampa"
del 16 settembre 2003, commentando la
pubblicazione a puntate di un´inchiesta della CIA
sul PCI degli anni Settanta, che ne elogiava la
politica e auspi-cava il suo rafforzamento
("l´Italia sarebbe in condizioni molto
peggiori se i comuni-sti fossero rimasti all´opposizione").
D´Alema è lusingato da quegli apprezzamenti sul
partito comunista (che in quegli anni non dirigeva
ancora, il segretario era Enrico Berlinguer). Su
quei documenti ritorneremo, quando la loro
pubblicazione sarà com-pletata, ma va già
segnalato che D´Alema è molto ammirato per la
"raffinatezza" dell´analisi, che trova
acuta e poco propagandistica: "La verità è
proprio che il PCI ha continuato a usare un
linguaggio che mascherava l´innovazione piuttosto
che enfatiz-zarla. In Berlinguer era molto forte
il timore di una rottura organizzata dai
sovietici. Per cui era molto più critico dell´URSS
nella sostanza che nell´apparenza. Il contrario
di quello che si è pensato a lungo."
D´Alema ammette che grazie a questa reticenza nel
PCI rimase a lungo un "eccessivo
anti-americanismo", anche se pensa che
"sia più esatto parlare di una doppia verità.
Nella visione dei militanti c´era un diffuso
sentimento di diffidenza anti-americana. Ma che
questo fosse il sentimento del gruppo dirigente,
tenderei a metterlo seriamen-te in
discussione".
Notevole franchezza: ma i "militanti"
non si sentono un po´ presi per i fondelli? O non
leggono niente e si basano solo su un legame
irrazionalmente fideistico con quanto resta di
quello che fu un grande partito?
POSTILLA
Prima di tutto una precisazione sulla frase
"il libro merita di essere letto tutto"
(con-tenuta nella prima parte della recensione):
nelle mie intenzioni voleva essere ironica, anche
se sono contento di aver avuto la pazienza di
leggere fino all´ultima riga un li-bro in cui l´autore
spiega "onestamente" come lui e gli
altri membri del gruppo diri-gente prendevano in
giro chi aveva fiducia in loro. Il libro, insomma
va letto perché svela che le colpe di Fassino
sono ben più gravi di quanto immaginavano gli
ingenui autori delle lettere pubblicate su
"Liberazione" e che denunciavano solo la
mancanza di rispetto nei confronti di Berlinguer.
Ma anche se questa parte della recensione è
dedicata alla politica internazionale di cui
Fassino è stato protagonista, in tempi in cui
egli viene esaltato come possibile interlo-cutore
di un accordo costruttivo per "battere
Berlusconi", credo utile riprendere alcu-ni
suoi giudizi sulla politica del centrosinistra al
governo, che non avevo segnalato nella prima
parte.
Fassino sostiene che il bilancio del governo D´Alema
sarebbe stato "molto positivo per il
Paese": secondo lui in quegli anni l´economia
italiana è cresciuta e si è fatta più robusta,
la disoccupazione è scesa, ed anzi si sarebbe
perfino "ridotto il divario Nord-Sud", e
via elogiando "il rispetto dei parametri di
Maastricht", e le "riforme importanti,
in primo luogo nella sanità e nella scuola".
Lasciamo perdere la contestazione puntuale di
questi dati, che o sono fantasiosi o prescindono
del tutto dalla verifica delle conseguenze di
questi "successi" per le classi
lavoratrici. Segnaliamo solo che "le
difficoltà" che hanno rallentato l´azione
di governo per Fassino sono state solo due:
"l´esecutivo non è riuscito a far decollare
la riforma previdenziale, né a estendere misure
di flessibilità nel mercato del lavoro".
Meno male che hanno avuto queste difficoltà, se
no ci avrebbero spellato del tutto! Che altra
flessibilità si sarebbe dovuta introdurre? E
sarebbe stato meglio realizzare un'altra fase di
quella "riforma previdenziale" iniziata
da Dini (con i voti del centrosinistra) e tanto
sollecitata da tutti gli organi internazionali del
capitalismo?
Fassino non riesce neppure a immaginare che è
stato lo scarso gradimento per l´azione del
governo a facilitare il compito a Berlusconi, e
anche ad aumentare la liti-giosità interna della
coalizione; egli stesso ammette che dopo la crisi
del 1998 (quan-do il PRC decise, sia pur
tardivamente, di rispettare le sue decisioni
congressuali e di ritirare l´appoggio al governo)
"l´Ulivo ha vissuto una vita stentata,
segnata da fre-quenti polemiche e contrapposizioni
pubbliche tra i partiti della coalizione. L´esito
è l´immagine di un governo che, pur autorevole
nei suoi ministri (Fassino pensa a sé stesso!),
non gode del sostegno politico necessario".
(pp. 345-348)
Inoltre Fassino lamenta la "cronica difficoltà
della sinistra di rapportarsi al tema della
sicurezza, considerato un tema di «destra»".
Un problema particolarmente grave per lui, che per
un certo periodo ha fatto proprio il ministro
della Giustizia...
Fassino rivendica con orgoglio ogni scelta infame
sua e del suo partito: a proposito di Genova, ad
esempio lamenta che nel "Comitato dei
Reggenti" del partito "con una decisione
sbrigativa e poco consapevole" si era
inizialmente deciso di partecipare alle
manifestazioni del Genoa Social Forum; tuttavia,
dopo la morte di Carlo Giuliani, e-gli aveva
proposto di ritirare l´adesione, e tutti gli
altri dirigenti avevano condiviso questo
voltafaccia. Pur ammettendo che per parecchio
tempo molti militanti di base gli hanno
rinfacciato quella decisione, Fassino ne rivendica
ancora senza imbarazzo la giustezza. (pp. 391-392)
Un´altra conferma dell´incapacità di riflettere
sulle catastrofi provocate dalla strategia
politica adottata, viene dalla ricostruzione del
fallimento della Bicamerale, definita "un
generoso tentativo di dare alla crisi italiana uno
sbocco istituzionale compiuto". Quel
fallimento, lamenta Fassino, ha dato la stura a
una polemica che spesso riaffio-ra, "contro
chi, come D´Alema, accetta Berlusconi come
interlocutore anziché negar-ne - come invece fa
chi muove da posizioni di radicalismo estremo - la
credibilità po-litica. Il che, peraltro,
contraddice qualsiasi possibilità di realizzare
riforme istituzio-nali, stante che tutte - o per
ragioni costituzionali o politiche - richiedono un
consen-so largo in Parlamento". (p. 325)
Quali "riforme", a quale scopo, in quale
direzione? Non importa a Fassino. Ma questa
impostazione (di oggi, non di ieri) ci dovrebbe
allarmare: con questi uomini dovrem-mo
"battere Berlusconi"? E ammesso che sia
possibile farlo, come evitare che subito dopo
cerchino di nuovo un accordo trasversale
scaricando, dopo essersene serviti, co-loro che
secondo loro avrebbero "posizioni di
radicalismo estremo" perché rifiutano di
contrattare le "riforme" (della
costituzione, delle pensioni, del lavoro) con
Berlu-sconi, Previti, Dell´Utri, e simili
gentiluomini, e la politica estera con l´ambasciata
degli Stati Uniti?
22 settembre 2003
Antonio Moscato