Fidel Castro, Berlusconi e... il PRC.

Fidel Castro in occhiali da sole...Tutta la stampa ha segnalato con un certo rilievo un’intervista concessa da Fidel Castro a un’attricetta, Katia Noventa, che pare sia stata cognata di Silvio Berlusconi, e che era stata invitata a Cuba come “testimonial” dell’Habano, il sigaro simbolo di Cuba. Non si sa per quali meriti la suddetta signora sia stata invitata e poi fatta sedere al tavolo d’onore accanto a Fidel.

La festa doveva concludersi con un’asta di “umidificatori” per sigari, da collezione,  carissimi perché firmati personalmente dal leader máximo. Era presente anche il celebre cantante cubano Compay Segundo, novantaquattrenne ma sempre in gamba,  il cui famoso cappello di Panama è stato ugualmente messo all’asta a beneficio del sistema sanitario cubano. Dopo che il cappello è stato attribuito a uno sconosciuto facoltosissimo (ha sborsato per averlo ben 20.000 dollari, più di 20.000 euro!), Fidel, sempre galante, lo ha  invitato a regalarlo a Katia Noventa, il che è stato puntualmente fatto (a Fidel non si può dire di no, specie da parte di chi sta a Cuba per fare buoni affari).

Poi c’è stata l’intervista, apparsa su “Chi”, che comunque non dice nulla di speciale, tranne.... un imprevisto elogio a Silvio Berlusconi. Non sappiamo se facesse parte delle galanterie nei confronti della avvenente attricetta, appunto ex cognata del nostro premier, ma è pur sempre scioccante. Castro avrebbe detto che, pur non avendo mai avuto “l’onore di conoscerlo”, sa che “con l’attuale governo l’Italia sta sopportando la crisi meglio di altri paesi europei”. Da quello che gli hanno spiegato, prosegue, “l’Italia, grazie al suo sistema basato sulla piccola e media impresa ha creato più posti di lavoro.”  Di conseguenza “le condizioni sono nettamente migliori rispetto al resto d’Europa.” Chissà da chi ha avuto queste informazioni...

Fidel spera di incontrare Berlusconi in qualche vertice, dicendo che non avrebbe problemi: “ritengo utile tutto ciò che può aiutare un’intesa, uno scambio in qualsiasi campo. Sono molti gli imprenditori italiani che stanno investendo a Cuba.”.

Peccato che spesso sono stati ingrati: pensiamo a Benetton, ospitato con tutti gli onori, e che poi al ritorno ha fatto dichiarazioni offensive su Castro. Fidel dice poi delle banalità sulla “bilancia politica” che porta al governo un giorno la destra, un giorno la sinistra”, ma più spesso ora la destra, perché questa si unisce mentre la sinistra si divide, ma aggiunge che comunque “il fatto che ci siano sempre più governi conservatori non mi colpisce. Per noi non cambia nulla, abbiamo avuto rapporti eccellenti con governi conservatori” e anzi abbiamo amici di sinistra, ma “anche amici che sono di governi di destra”. Infatti Castro è molto amico del franchista spagnolo Fraga Iribarne...

Un’intervista falsa? Difficile pensarlo, non solo per il corredo di foto di Fidel con questa signora, scollatissima e trionfante col famoso  cappello in mano. Già nel 1994 Fidel aveva fatto dichiarazioni analoghe, anzi ancora più scandalose, a una giornalista (ugualmente fotografata accanto a Castro con minigonna vertiginosa) che pubblicò poi il servizio sul supplemento settimanale al “Corriere della sera”. L’ambasciata fece una smentita poco convincente e “indiretta”. Ad esempio chiedeva: se l’incontro con Castro è avvenuto un mese fa, perché pubblicare la presunta intervista solo ora? (la risposta era banale, perché la giornalista free lance aveva cercato senza fretta di vendere il servizio a chi offriva di più). In realtà, smentita in Italia, a Cuba l’intervista era stata catalogata come vera in una cronologia degli avvenimenti dell’anno pubblicata dal CEA, un centro studi del partito.

Perché segnaliamo questo sgradevole episodio: perché siamo amici veri di Cuba, impegnati nella solidarietà con essa, ma non acritici. Amici di Cuba con lo stesso spirito con cui il Che diceva di essere amico dell’URSS, senza rinunciare a vedere e dire quello che gi appariva criticabile...

Capiamo che nell’attuale difficile situazione il governo cubano chieda disperatamente investimenti (anche se abbiamo osservato e documentato che spesso non sono così vantaggiosi per il paese come si dice). E il quotidiano “Milano Finanza” ha segnalato nei giorni scorsi un intervento proprio di Berlusconi in favore dell’iniziativa del sottosegretario agli Esteri Mario Baccinelli  di sbloccare un prestito di 17,5 milioni di euro concesso a Cuba da Mediocredito. Insomma, vorremmo che tutti i sostenitori di Cuba evitassero di confondere i loro desideri con la realtà. Cuba non ha  molte scelte, bisogna capirlo, ma non attribuirle ruoli di guida che non può avere.

 

POSTILLA: avevamo scritto sabato 15 questa noterella per un giornalino del circolo “Università” del PRC di Lecce, un po’ come “riempitivo” per l’impaginazione, un po’ per polemizzare con i tanti nostalgici del “socialismo reale” che ci sono nel partito, e che dopo essere passati dall’entusiasmo acritico per la Cina e magari per l’Albania, si sono aggrappati poi all’URSS, e dopo il suo crollo (rimasto per loro inspiegato e inspiegabile) a Cuba. Ma il giorno dopo su “Liberazione” è apparsa una lettera di Maria R. Calderoni, che riportiamo integralmente:

 

«Cara Liberazione, ho letto nel suo testo integrale, appunto su “Chi”, l’intervista di Castro. Beh, non ci trovo niente di scandaloso. Semmai c’è da sottolineare l’uso molto abile che ne ha fatto “il Corriere”: enfatizzando certe parti (i giudizi “positivi” sul governo Berlusconi, le “sbrigative” equidistanze tra destre e sinistre europee) e nascondendone altre. Ad esempio la storia non certo edulcorata del terrorismo made Usa scatenato a partire dagli anni 60 contro Cuba rea di imboccare strade non gradite. Ad esempio l’accusa contro il Primo Mondo, la globalizzazione e i veri responsabili della fame planetaria. Cose che vanno bene anche se dette su “Chi” e a Katia Noventa, perché no. Quanto ai giudizi di cui sopra, sembrano più frasi di circostanza, in un contesto che riflette il difficile momento economico che attraversa l’Isola (in gran parte sempre per colpa Usa…) Maria R. Calderoni.»

 

La lettera mi sembra esemplificativa di un pessimo metodo: MRC se la prende col “Corriere”, ma in realtà vuole attaccare una nota graffiante di “Don Pancrazio” apparsa il giorno prima su “Liberazione”. Io non so chi sia Don Pancrazio, lei probabilmente si, ma non mi sembra educativo insinuare che certe “enfatizzazioni” sono proprie dei giornali borghesi. Né mi sembra utile mettere tra virgolette l’aggettivo “positivo” riferito al giudizio su Berlusconi, come se non lo fosse realmente, e trovare accettabile che nelle “frasi di circostanza” si possa dire il contrario di quel che si pensa.

È vero che Castro ha denunciato ancora una volta la fame nel mondo e la globalizzazione, e che Cuba è stata sottoposta da più di quaranta anni a un attacco ignobile e spesso anche terroristico, ma che c’entra questo con la valutazione impressionistica e pericolosa  che Fidel dà – non da ora - delle destre in Europa?

In realtà MRC non è nuova a questo metodo, dato che più volte ha scritto su Cuba articoli genericamente apologetici da cui non trasparivano i suoi reali e complessi problemi, che vanno invece segnalati per capirla, non certo per “giudicarla”.

Peggio ancora ha rilanciato su “Liberazione” un giudizio positivo su un pessimo libro di propaganda, “Dissidenti o mercenari”, in cui si tracciavano19 biografie di veri mercenari controrivoluzionari e una di un dissidente, per far passare l’idea che ogni dissidente sia un mercenario.

Non ho nessuna simpatia per Vladimir Roca (l’ufficiale di aviazione figlio di uno dei principali dirigenti stalinisti del PC cubano, Blas Roca), ma non mi sembra giustificabile che sia stato condannato a quattro anni di carcere per aver chiesto elezioni pluripartitiche a Cuba. L’ho detto in diverse riunioni pubbliche a Cuba, anche in sede di un centro di formazione del partito, e una parte notevole dei presenti hanno applaudito la franchezza con cui spiegavo che io, comunista rivoluzionario, non condivido l’approdo socialdemocratico di questo ex stalinista, ma non credo utile punire col carcere un reato di opinione.

Giustificare ogni decisione dei dirigenti cubani, anche se discutibile, è diseducativo. Si possono spiegare, senza “condannare”, ma non nascondere. Cuba ad esempio ha modificato il suo codice penale ampliando i casi di pena di morte per reati comuni. Si dice che non è importante, perché in genere non la applica (certo molto meno della Cina, che pure piace tanto ad alcuni nostri compagni). Tacerlo a che serve? Forse rende più facile la nostra battaglia contro i tentativi di rentrodurre la pena di morte nel nostro paese?

Se non ci fosse stata la franca polemica con Cuba di amici sinceri come Jean Paul Sartre e Simone De Beauvoir, probabilmente gli scandalosi campi di rieducazione per omosessuali e religiosi (UMAP) sarebbero durati assai di più, screditando la rivoluzione.

E ancora: Cuba si è pronunciata spesso a favore del nucleare civile (ha dovuto interrompere la costruzione della centrale di Cienfuegos, ma sta cercando partner occidentali per completarla.) Se lo fa Cuba ci deve andare bene? Il ministro degli esteri nell’assemblea della FAO si è pronunciato a favore degli OGM per combattere la fame del mondo, ricevendo gli applausi del rappresentante degli Stati Uniti, e suscitando imbarazzo tra gli ambientalisti. Ci va bene? È utile tacerlo?

Un’ultima osservazione. Il metodo di presentare la storia e i problemi del movimento operaio usato da MRC è molto diffuso in alcuni settori del nostro partito: per esempio alcuni mesi fa è uscita su su “Liberazione” un’incredibile apologia di Ernst Thaelmann, che taceva il “piccolo particolare” che egli era stato destituito da segretario del PCT per aver coperto una malversazione di suo cognato, amministratore del partito, e che fu rimesso al suo posto da Stalin con un gesto fino a quel momento inimmaginabile nel Komintern; proprio per questa sua posizione di vassallo finì per accettare l’insensata proposta staliniana di appoggiare il referendum nazista contro il governo socialdemocratico della Prussia nel 1932. Con questo metodo si propone ai lettori di “Liberazione” come modello di eroe un burocrate che era stato contestato duramente nel suo stesso partito, come se la morte in un campo nazista (insieme a tantissimi altri comunisti e non) potesse impedire il giudizio storico sulle sue colpe, di cui la più grave è naturalmente quella di aver rifiutato il fronte unico con la socialdemocrazia contro il nazismo.

Castro non è certo Thaelmann, e su di lui e su Cuba ho scritto tante volte in articoli e libri, che non possono esserci dubbi sul mio giudizio e sulla mia sincera ammirazione per la sua storia.

 

Post scriptum: un mio articolo proposto a “Liberazione” già durante il congresso nazionale, e che ritenevo fosse in sintonia con le conclusioni di Bertinotti sulla necessità di liberare il partito dall’eredità dello stalinismo, non è mai stato pubblicato. Dato che valorizzava la dimenticata battaglia antistalinista di Fidel e del Che nel 1962, lo riproduco al termine di questa nota.(17 giugno 2002)

Antonio Moscato


Quaranta anni fa, la battaglia contro “il settarismo” a Cuba.

(l’articolo non pubblicato da “Liberazione)

Il 1962 fu un anno di grandi svolte a Cuba. La più conosciuta fu quella che portò a una forte tensione con la direzione sovietica durante la “crisi dei missili” nell’ottobre. L’episodio è spesso ricordato per il rischio che corse il mondo di fronte al ricatto nucleare degli Stati Uniti (il presidente era quel Kennedy che Veltroni considera suo maestro e ispiratore), e fu importante per la maturazione politica di Che Guevara, fino a quel momento acriticamente entusiasta dell’URSS, e dello stesso Fidel Castro, che impose il ritiro e la sostituzione dell’ambasciatore sovietico.

I dirigenti cubani erano sconvolti nello scoprire che l’URSS si era accordata con gli Stati Uniti senza neppure consultarli, indignati perché era statoconcesso agli USA il diritto di ispezionare le navi sovietiche e di sorvolare il territorio cubano (rifiutarono dicendo che avrebbero accettato solo se ci fosse stato un analogo diritto per gli aerei cubani). Erano amareggiati perché gli Stati Uniti imponevano di ritirare i missili da Cuba, senza che i sovietici richiedessero che fossero ritirati dalle decine di basi militari USA che circondavano l’URSS. Guevara cominciava anche a domandarsi se quel cedimento non fosse dovuto, anziché a una soggettiva viltà, al fatto che l’Unione sovietica non era forte come sembrava. La Cina cominciava a intervenire nel gioco, usando le parole indignate dei cubani nel primo documento organico contro il “revisionismo moderno” (che, parlando a nuora perché suocera intenda, si chiamava Sulle divergenze tra il compagno Togliatti e noi”).

La crisi politica delle O.R.I.

Ma nel marzo di quel 1962 c’era stata un’altra crisi, per alcuni aspetti più importante ai fini dell’evoluzione di quella rivoluzione, che appena un anno prima aveva proclamato al mondo la sua scelta socialista, nei giorni drammatici dello sbarco dei mercenari a Playa Girón (17 aprile 1961): la polemica di Castro contro i metodi di Aníbal Escalante e del gruppo di burocrati che si erano impossessati di tutti i posti chiave nelle ORI (organizzazioni rivoluzionarie integrate) che dovevano costituire il nuovo partito comunista.

Le ORI erano nate dalla fusione tra il movimento 26 luglio (che raccoglieva il grosso delle avanguardie maturate nel fuoco della rivoluzione), il piccolo Direttorio rivoluzionario nato dalla Federazione Universitaria e che aveva avuto un certo peso nella lotta politica e armata all’Avana e sulla Sierra dell’Escambray, e il vecchio partito prosovietico (PSP, partito socialista popolare). Il 9 marzo era stato pubblicata una lista dei dirigenti nazionali della nuova organizzazione, che aveva permesso a tutti i “cubanologi” (variante altrettanto molesta e inutile di quella dei “cremlinologi”) di annunciare che Cuba era ormai “finita nelle grinfie dei comunisti”: infatti su 25 membri, 2 appartenevano al Direttorio rivoluzionario, 13 al 26 luglio e 10 al PSP, ma dato che alcuni dirigenti del 26 luglio (ad esempio Guevara) erano di idee inequivocabilmente comuniste, e Raúl Castro aveva avuto contatti col PSP ed era stato a un festival della gioventù a Praga, tutti i maggiori commentatori conclusero che Cuba era diventata una specie di Bulgaria.

Appena 4 giorni dopo, il 13 marzo, Castro sferrava il primo attacco contro una censura burocratica di stampo staliniano, quella che aveva portato a tagliare un riferimento a Dio durante la lettura del testamento di José Antonio Echeverría, il giovane leader del Direttorio caduto cinque anni prima nell’assalto al palazzo presidenziale, e di cui si commemorava la morte. “Cosa diventa la rivoluzione? Un giogo? La rivoluzione non è questo! Che cosa diventa la rivoluzione? Una scuola di addomesticati? La rivoluzione non è questo!”

Il bersaglio non era ancora identificato con precisione, ma lo si capiva da altri riferimenti: polemizzando con chi aveva dato l’ordine di tagliare quella frase, Castro si domandava “come possiamo mettere a questa generazione dei paraocchi così grandi da non permettergli neppure di leggere interamente un documento storico di un compagno della rivoluzione, di un compagno che, come Martì, come Mella, come Maceo, come Guiteras, fece la storia”, solo perché era credente. In particolare il riferimento ad Antonio Guiteras, il protagonista della rivoluzione contro Machado del 1933 assassinato da Batista nel maggio 1935, ma combattuto dagli stalinisti come “il più gran fascista dell’America Latina” perché colpevole di fare una politica di sinistra senza essere iscritto al partito, piccolo e settario, non poteva essere gradito ai “settari” come Escalante.

Ed Escalante viene chiamato direttamente in causa pochi giorni dopo, in un discorso memorabile di Fidel del 26 marzo. Castro spiegava perché era stato dato tanto peso ai compagni del PSP (che pure non avevano avuto un ruolo importante nella rivoluzione, criticandola dall’esterno come avventurista fino a pochi mesi prima della vittoria). La ragione era che una parte dei militanti del“26 luglio” erano di origine borghese, e avevano disertato al momento del conflitto con gli Stati Uniti: la conseguenza era che “la Repubblica non poteva permettersi il lusso di attribuire incarichi a persone politicamente poco sicure e insufficientemente formate”.

Ma nacque, diceva Castro, “la tendenza a diffidare di tutti coloro che non fossero dei vecchi militanti rivoluzionari, che non fossero vecchi militanti marxisti”. Eppure, dopo Playa Girón, “si era prodotta una grande evoluzione nelle masse” mentre si continuava a diffidare di esse: “potevamo elevare a sistema quei metodi di selezione dei compagni destinati a ricoprire le cariche e a svolgere le funzioni più importanti in seno all’amministrazione e al governo dello Stato?” No, concludeva Castro, e spiegava che così si era “caduti in uno spaventoso settarismo”.

Va detto che il termine “settarismo”, usato sistematicamente, appare una metafora dello stalinismo, che si preferiva non nominare direttamente per non condannare in blocco i compagni filosovietici, già abbastanza invisi alle nuove generazioni rivoluzionarie. Ma ecco come Castro spiegava cosa intendeva per “settarismo”.

“Significa credere che gli unici veri rivoluzionari, i soli compagni di cui ci si potesse fidare, gli unici che potessero occupare un posto di responsabilità in un’azienda, in una cooperativa, nell’organizzazione statale, dove che sia, dovessero essere i vecchi militanti marxisti. Questo è l’errore in cui siamo caduti.”

E poi precisava che nella divisione dei compiti nelle ORI, alcuni si erano dedicati particolarmente alla formazione del partito: “Tuttavia, stavamo davvero creando un vero partito marxista? Stavamo costituendo una vera avanguardia della classe operaia? Stavamo realmente integrando le forze rivoluzionarie? Non stavamo integrando le forze rivoluzionarie, non stavamo organizzando un partito. Stavamo organizzando, creando, fabbricando un capestro, una camicia di forza, un giogo, compagni. Non stavamo promuovendo una associazione libera di rivoluzionari, ma un esercito di rivoluzionari addomesticati e ammaestrati”.

Non avevamo neppure immaginato che potesse succedere, aggiungeva Castro, ma “quando guardammo le ORI più da vicino, abbiamo visto solo un cumulo di porcherie. Era forse questione di uomini? No, la stragrande maggioranza di questi uomini erano magnifici rivoluzionari, fedeli al socialismo, fedeli al marxismo, fedeli alla rivoluzione. No, non era questione di uomini, ma dei metodi e dei fini che informavano la struttura di questa organizzazione”.

Anche dello stesso Escalante si dice che aveva un bel passato, e che non era diventato anticomunista, ma che aveva un’enorme responsabilità, perché “dalla segreteria organizzativa dava ordini a tutti i nuclei rivoluzionari e a tutto l’apparato, facendo credere che si trattasse di ordini della direzione nazionale”. Sembra la descrizione fatta da Lenin del potere accumulato da Stalin esattamente dal posto di comando della segreteria, trasformata da organo esecutivo e tecnico in vero centro del potere.

“Così poco a poco tutti presero l’abitudine di andare negli uffici della segreteria organizzativa delle ORI a ricevere gli ordini”. E cominciavano a riprodurre le critiche del vecchio PSP all’avventurismo dell’assalto al Moncada e dello sbarco del Granma. Molti ottimi quadri rivoluzionari, sperimentati nella guerriglia erano rimasti senza incarichi perché “di basso livello politico”, esautorati da “un saccente qualsiasi, capace di recitare a memoria il catechismo del marxismo ma non di applicarlo. È marxismo questo? È leninismo questo?”

E Castro concludeva amareggiato che simili personaggi avrebbero esonerato “perfino lo stesso Camilo Cienfuegos (il dirigente, amato perfino più di Guevara a Cuba, scomparso in un incidente aereo già nel 1959 N.d. R.) dal comando di una formazione guerrigliera o di una truppa, per darlo a un qualunque saccente capace di parlare un po’ più correntemente, magari come un pappagallo, di questioni del marxismo e del leninismo”. Le descrizioni di questi metodi, che permettono facilmente l’identificazione dell’origine di questo “settarismo” nel PSP, si fanno poi sempre più dettagliate nel lunghissimo discorso che occupa oltre settanta pagine del volume in cui Saverio Tutino raccolse i primi scritti di Castro (Fidel Castro, Rivoluzione e pace mondiale, Samonà e Savelli, Roma 1963).

In quel caso non ci fu nessuna condanna penale per Escalante, che fu solo destituito e andò “volontariamente” in un dorato esilio a Praga. Ma, subito dopo la partenza di Guevara, era ritornato a Cuba, per tessere le fila di quella che fu poi definita la “microfrazione”. L’accusa più dura mossagli da Raúl Castro nel gennaio 1968 fu quella di aver cospirato con diplomatici cecoslovacchi e sovietici, che accusavano di trotskismo la rivoluzione, ed esultavano per la partenza e poi per la morte del Che, e usavano la minaccia di tagliare le forniture di petrolio per piegare Cuba. Il “settarismo” risultava dunque più chiaramente derivato dallo stalinismo. Il processo in questo caso si concluse con una condanna a 15 anni di carcere per Aníbal Escalante. Ironia della sorte, fu solo un trotskista come Livio Maitan a esprimere il suo dissenso nei confronti di una condanna a pene detentive inflitta a uno stalinista per un reato che era pur sempre di opinione.

 

(12/4/2002)

Antonio Moscato

www.elcubanolibre.net