Filippine
L´ALTRO TEATRO D´OPERAZIONI
di Pierre Rousset (da "Rouge")


Nel quadro del ridispiegamento mondiale delle loro truppe, gli Usa hanno ripreso piede nelle Filippine. Nel mirino, oltre alle ricche risorse di Mindanao, anche l´Indonesia e la Cina.


Dopo l´11 settembre, l´attenzione si è concentrata sull´Afghanista e sul suo vicino prossimo, il Pakistan; poi sull´Iraq ed anche, in modo ricorrente, slla Palestina. E questo spiega l´urgenza - scatenare o proseguire guerre micidiali - e la vastità delle conseguenze, per quella parte del mondo, della nuova politica nordamericana. Ma oltre l´attualità della situazione del Vicino Oriente, altri paesi e altre aree sono direttamente prese di mira dall´interventismo militare di Washington. Vale per l´America Latina, ma vale anche per il Sud-est asiatico.
Per gli Usa, le Filippine rappresentano il pilastro del loro intervento inquest´area: Essi conservano legami particolarmente stretti con le classi dominanti della loro ex colonia. L´arcipelago occupa una posizione strategica, al crocicchio tra il mar della Cina e gli oceani Indiano e Pacifico. Lo stato di guerra latente che esiste nella grande isola meridionale di Mindanao e nelle isolette dell´estremo sud (Basilian, Sulu...), dove coesistono comunità musulmane, cristiane e tribali, fornisce un terreno favorevole per le azioni militari.

Da Basilian a Sulu

I primi contingenti statunitensi sono sbarcati nel sud delle Filippine nel febbraio del 2002. Si trattava ufficialmente di aiutare l´esercito a catturare il gruppo Aby Sayyaf, tristemente noto per i suoi rapimenti, ma che all´epoca contava ormai soltanto una sessantina di persone attive.Mobilitare la potenza statunitense per un´operazione poliziesca nella piccolissima isola di Basilian? Puzzava di pretesto lontano un miglio. I legami tra Al-Qaeda e Abu Sayyaf, del resto, non sono mai stati provati, limitandosi ormai l´attività dell´organizzazione al banditismo locale.
L´intervento a Basilian è stato, tecnicamente, un fallimento; non ha consentito di smantellare il gruppo Abu Sayyaf, malgrado la portata dei mezzi impiegati. Ma è stato invece raggiunto l´obiettivo principe, benché inconfessato, dell´operazione: consentire agli Usa, con il pretesto del "terrorismo" di riprendere piede militarmente nell´arcipelago. I filippini avevano ospitato a lungo importanti basi aeronavali statunitensi, ma queste erano state distrutte in parte un decennio fa da un´eruzione vulcanica, poi chiuse per decisione del senato filippino. Per un po´, Washington si è rassegnato alla situazione. Ma nessun altro paese della zona poteva svolgere lo stesso ruolo, per cui diventava urgente, al momento del ridispiegamento imperiale post-11 settembre, restituire ai filippini il loro posto nel dispositivo militare degli Stati Uniti.
Dopo la campagna di Basilian, i GI´s non hanno più abbandonato il paese. Si sono susseguite "esercitazioni congiunte" nell´arcipelago, da nord al sud. Il presidente Gloria Arroyo ha autorizzato agevolazioni per l´uso degli aeroporti e dello spazio aereo per la guerra contro l´Irak, Nel corso di quest´anno, le truppe speciali statunitensi dovrebbero ancora una volta essere direttamente impegnate in zona di combattimento, questa volta nell´isola di Sulu.

Petrolio e Cina

Nelle Filippine, Washington persegue, al tempo stesso, obiettivi economici e geostrategici. Prima aspirazione, chiaramente commerciale: meglio assicurare il controllo delle imprese transnazionali statunitensi sulle ricche risorse di Mindanao, nel settore minerario (oro, rame...), dell´energia (geotermica, solare, petrolio) e agroindustriale (pesca, coltivazioni di ananas per l´esportazione, di banane, ecc.).
La resistenza delle popolazioni, specie di quelle musulmane e l´insicurezza generalizzata che regna nell´isola frenano l´iniziativa delle multinazionali. L´ordine militare statunitense ha il compito di garantire la (ri)colonizzazione economica del sud delle Filippine, un obiettivo tanto più importante in quanto è confermata la presenza di petrolio a Mindanao, Sulu e Palawan.
Consistenti riserve di petrolio e gas esistono anche nel mar della Cina meridionale, zona di scontri diplomatici e di scaramucce militari tra tutti i paesi dell´area sullo statuto di microarcipelaghi disabitati (Spartley, Paracels). Solo a partire dalla Filippine gli Usa possono diventare protagonisti diretti in questa parte del mondo. La bramosia economica si combina in modo molto stretto con la mira strategica, poiché una forte presenza nordamericana nel Sud-est asiatico permette di completare il faccia a faccia tra Washington con Pechino ricostruendo il cordone sanitario instaurato all´epoca della guerra fredda: Seul, Tokyo, Taipeh, Manila...
Con la Cina a Nord, l´oceano Indiano a ovest e quello pacifico a est, l´arcipelago filippino si colloca al centro di una zona di collegamenti di rilevanza internazionale dove passano le linee di trasporto marittime dal Medio Oriente al Giappone (ancora il petrolio!). Esso offre (in particolare a Mindanao) un punto d´osservazione ravvicinato dell´Indonesia, il maggiore paese musulmano del mondo, dalle ricchezze considerevoli e in cui il predominio statunitense si dimostra particolarmente instabile.

Dinamica di guerra

La presenza di truppe statunitensi nelle Filippine rientra in logiche di guerre regionali (Indonesia) e internazionali (Cina). Ma le ripercussioni più immediate si fanno sentire nello stesso arcipelago. Questa presenza mette a mal partito il diritto internazionale (che vieta qualsiasi partecipazione militare straniera ai combattimenti). Erode il potere civile e accresce quello dell´esercito in un paese che non ha dimenticato l´epoca della legge marziale. In nome dell´antiterrorismo, si rimettono in discussione le libertà civili, i movimenti sociali sono minacciati e vengono criminalizzate le organizzazioni rivoluzionarie o di liberazione nazionale. Si restringe lo spazio democratico conquistato dalle lotte popolari al momento della caduta della dittatura di Marcos, nel 1986. La mondializzazione militare si mostra chiaramente come il risvolto armato della mondializzazione neoliberista, tanto si accresce la passione per l´apertura delle frontiere al capitale occidentale.
A Mindanao, tutti gli sforzi impiegati per creare le condizioni di una pace stabile rischiano di essere spazzate via dall´intervento statunitense. Come giustificarlo, infatti, senza coinvolgere organizzazioni più coerenti di Abu Sayyaf, cioè senza attaccare il Fronte moro islamico di liberazione (Milf), prendendosela con ciò con le comunità musulmane? Come, d´altro canto, sgomberare il terreno per le multinazionali, le loro piantagioni e i loro sfruttamenti minerari, senza imporre con la forza lo spostamento di popolazioni legate alle proprie terre e ai loro diritti?
Il problema della terra è sempre stato al centro delle tensioni fra le comunità. Le tribù "lumad" e "more" (musulmane) sono state le prime ad essere colpite dall´esproprio. Oggi ne sono vittime anche le comunità contadine emerse dalla colonizzazione cristiana. Per evitare che si stabilisca un fronte comune tra le "tre popolazioni" di Mindanao, di fronte alle multinazionali e al governo, che cosa c´è di più semplice dell´attizzare conflitti tra le comunità, precipitando così immediatamente l´isola in una guerra sanguinosa? L´esercito filippino ha rotto la tregua con il Milf, avviando azioni militari impegnative. Un segnale particolarmente inquietante: di recente due attentati mortali, provocatori e non rivendicati, hanno funestato Davao.
In questo quadro, il movimento contro la guerra assume nuova rilevanza nelle Filippine. A Mindanao, nello scorso dicembre, il Movimento per la pace dei popoli di Mindanao (mppm) ha organizzato un "controvertice" che ha riunito esponenti dei lumad, dei cristiani e dei mori e ha lanciato un appello per l´indizione, sotto controllo internazionale, di un referendum par l´autodecisione dei musulmani, elemento fondamentale per una pace stabile. Non era  una decisione scontata, dal punto di vista delle comunità cristiane e tribali. Ma di fronte al deteriorarsi della situazione, si impone la sensazione dell´urgenza. Sia per il ritiro delle truppe statunitensia, sia per una soluzione dei conflitti che lacerano Mindanao, i militanti filippini si aspettano l´appoggio attivo del movimento antiguerra internazionale.
Oltre l´Iraq e l´Afghanistan, non dimentichiamoci dei filippini!

Scheda 1
Il PCP ASSASSINO


Il 23 gennaio 2003, Il Nuovo esercito del popolo (braccio armato del Pcp) ha fatto fuori uno dei suoi ex dirigenti, Romulo Kintanar, accusandolo di essere diventato un agente del governo. L´assassinio ha suscitato grande emozione nella sinistra filippina. Dimostra infatti come il partito maostaliniano compia un ulteriore passo nella politica di assassini decisa dalla sua direzione ormai dieci anni fa, all´indomani della scissione del 1992. Ieri si prendevano di mira i dirigenti clandestini delle organizzazioni "dissidenti" (inclusi i compagni del Prt-M) o i quadri locali del loro intervento di massa. Ora ha colpito a Manila un personaggio noto al livello nazionale. La lettura dei comunicati del Pcp che rivendicano "l´esecuzione" di Kintanar non lascia dubbi: ormai la minaccia di assassinio grava su quadri politici appartenenti ai principali partiti della sinistra filippina. Di fronte alla gravità della situazione, il XV Congresso della Quarta Internazionale ha adottato una dichiarazione che chiama tutte le formazioni progressiste a fare pressione sul Pcp perché ponga fine a questa politica micidiale.


Scheda 2
IL PRT-M


Il Partito rivoluzionario dei Lavoratori (Mindanao) è diventato, all´ultimo Congresso mondiale, la sezione filippina della Quarta Internazionale. Il Prt-M è nato dal Partito comunista delle Filippine (PCP), fondato nel 1968 e di orientamento maoista. A un quarto di secolo dalla sua costituzione,, questo partito ha conosciuto una profonda crisi che si è conclusa (nel 1992 e in assenza di un congresso in cui si potessero risolvere le divergenze) con espulsioni e scissioni. Varie strutture nazionali o territoriali del Pcp hanno allora dichiarato la propria indipendenza.
I nostri compagni del Prt-M provengono, da parte loro, dalla "zona centro" di Mindanao. Hanno tentato una fusione con altre strutture regionali sorte dal movimento maoista dando vita al Partito rivoluzionario dei lavoratori, ma purtroppo questa è fallita Per cui oggi nelle Filippine ci sono due Prt: i nostri compagni di Mindanao (Prt-M) e un´altra organizzazione radicata soprattutto nelle Visayas, al centro dell´arcipelago (Prt-P).
Il Prt-M deve affrontare una situazione difficilissima (stato permanente di guerra nell´isola, minacce esterne da parte del Pcp, presenza di molteplici bande armate...). Le trattative di pace aperte con il governo non sono andate in porto e il Prt ha subito attacchi dell´esercito. Malgrado ciò, il partito ha ampliato il proprio radicamento (oltre la "zona centro") e ha intrecciato rapporti fraterni con altri partiti della sinistra filippina. I suoi militanti svolgono un ruolo molto attivo nelle campagne unitarie del Movimento della pace a Mindanao e lavorano molto per intrecciare legami di solidarietà tra le "tre popolazioni" dell´isola, le comunità musulmane, cristiane e tribali. La decisione di aderire alla Quarta Internazionale ha costituito una delle buone notizie del nostro Congresso dello scorso febbraio.


NOTA: Nel marzo del 2002 si è recata nell´isola di Basilian una missione internazionale di pace, poco dopo l´arrivo delle truppe statunitensi, cui l´autore dell´articolo ha partecipato per il gruppo della Gauche unitarie européenne/Gauche verte nordique del parlamento europeo. Esiste una Relazione in inglese su questa missione: Basilian: the next Afghanistan?, che può essere inviato gratuitamente, scrivendo a Pierre Rousset, c/o Rouge, 2, Rue Richard-Lenoir, 93100 Montreuil.

www.elcubanolibre.net