L'Afghanistan
è un pessimo posto in cui andare, di questi tempi. Ne
fuggono a centinaia di migliaia, attraverso i passi
che si affacciano sul Pakistan. A risalire la corrente
sono pochi temerari, professionisti della pace e della
guerra: un pugno di giornalisti che cerca l'imbarco su
scassati elicotteri mujaheddin, un'imprecisata quantità
di teste di cuoio britanniche che ci arrivano col
paracadute, sparuti gruppi di musulmani che vanno a
arruolarsi nella jihad prossima ventura, a piedi. E
poi c'è un chirurgo italiano che in Afghanistan ha un
pezzo di cuore e due ospedali.
Hanaba è nel Panshir, ben dentro la valle che fu il
regno di Ahmed Shah Massud prima che lo ammazzassero,
come misura preparatoria al massacro delle Torri
gemelle. Dopo dieci giorni di tentativi, Gino Strada
è riuscito a rientrare in Afghanistan e a tornare nel
"suo" ospedale, quello di Hanaba. La ricetta
è stata molta pazienza, ottime conoscenze, un buon
cavallo e un telefono satellitare. La sua
organizzazione, Emergency, oltre a quello di Hanaba ha
un ospedale a Kabul (chiuso dopo un'incursione di
Taleban, che non ritenevano maschi e femmine
correttamente divisi). Aveva lasciato la capitale in
luglio, quando l'Afghanistan era il paese delle donne
murate nei burqua, dei buddha scalpellati a cannonate
e della povertà più spaventosa. Subito dopo gli
attacchi ha cercato di tornare, ma ora l'Afghanistan
è il centro di un mirino planetario - e della povertà
più spaventosa, naturalmente. Quella non si è mossa
mai.
La prima
cosa che ti chiedo naturalmente è: come stai?
Bene.
Insomma... voglio dire, il viaggio è stato duro,
cinque giorni con la jeep e poi con il cavallo. In
sella non è male, però si va sempre a quote tra i
tre e i cinquemila metri, abbiamo superato un passo
alto come il Monte Bianco. Un viaggio terribile anche
perché tra la partenza e l'arrivo non c'è niente in
mezzo, e devi pur trovare riparo.
Questo
paese ti sta molto a cuore a quanto sembra.
Mi piacciono
loro, mi piace la gente dell'Afghanistan. E' gente che
sta pagando ormai da troppo tempo.
"Loro"
non sono il nemico?
Assolutamente
no. Io non mi sento più americano di quanto non mi
senta afghano, anzi se devo proprio scegliere....
Credo che questo paese abbia pagato abbastanza per le
scorribande di tutti quelli che ci hanno giocato,
dall'Unione sovietica agli Stati uniti,
dall'Inghilterra al Pakistan, all'Arabia saudita. E
hanno pagato loro in carne ed ossa, non
dimentichiamoci che questa guerra ha fatto una cifra
vicina ai due milioni di morti. La gente che incontri
è gente che non ha niente a che fare con la guerra,
che non sa neanche che la guerra c'è, se non quando
si trova una bomba che gli piove addosso o una mina
che gli scoppia sotto. Per forza della gente così ti
sta a cuore.
E' vero che
le organizzazioni umanitarie e il personale dell'Onu
hanno lasciato il paese?
Emergency non
ha lasciato perché non abbiamo alcuna ragione per
lasciare. Ciascuno fa le sue scelte, ma credo che
proprio ora serva essere vicino agli afghani.
Bisogna dimostrare che non stiamo giocando, perché la
memoria delle cose resta e tra dieci anni diranno
"sì, però quando hanno minacciato di attaccarli
- speriamo sia solo una minaccia - avete
mollato". Se si vuole un dialogo con queste
persone, con la loro cultura, bisogna per forza fare
dei pezzi di strada insieme. Altrimenti arriva lo
scontro.
Ormai in
Italia ti conoscono tutti, alcuni pensano che sei un
eroe e altri che sei un pazzo incosciente.
Fesserie.
Certamente la prima, quella di essere un eroe, ma
credo anche la seconda cioè di essere pazzo. Noi
siamo qui per fare il nostro mestiere, ed è quello di
curare le vittime di guerra, non soltanto i feriti nel
senso più lato. Perché anche chi non può avere
un'appendicectomia o una gravidanza sicura perché la
guerra ha distrutto tutto è una vittima di guerra. E
allora che facciamo, siamo qui per curare le vittime
di guerra e proprio quando la guerra si avvicina ce ne
andiamo? Siamo qui semplicemente per fare il nostro
lavoro, o almeno uno dei due compiti che compaiono
nello statuto della nostra organizzazione.
Qual'è
l'altro?
Quello di
promuovere una cultura di pace e di solidarietà.
L'importante è capire che le due cose non sono
diverse, sono semplicemente due modi diversi per
riaffermare il principio che la vita umana ha un
senso, un valore che mette fine a ogni discussione.
Credo che la cultura di pace nasca dall'iniziativa di
pace, è il fatto di fare delle cose che ti da anche
diritto di parola.
Andrai
anche a Kabul?
Oggi o domani
mi metterò in contatto con le autorità di Kabul.
Spiegheremo la situazione, spero che le autorità
talebane siano disponibili. Abbiamo sempre cercato di
riaprire l'ospedale, che avevamo chiuso dopo aver
subito un'aggressione armata. Però in questo momento
credo sia nostra responsabilità dire chiaro che,
anche se non siamo d'accordo su un sacco di cose, qui
c'è una potenziale catastrofe umanitaria. Allora
teniamo questo ospedale pronto a funzionare, se ce ne
fosse bisogno, e se poi non ce n'è bisogno tanto
meglio. A me non piace parlare di pacifismo in senso
astratto, e credo che aprire un ospedale dove lavora
anche personale straniero sia uscire dall'astrazione.
Dicevi che
molti afghani di questa guerra non sanno nulla. Che
clima hai trovato tra le persone? Hanno la percezione
di ciò che incombe su di loro?
Sono tutti
molto preoccupati di quello che può succedere, però
credo che la gente comune non capisca. Perché si sta
parlando di attaccare l'Afghanistan? Perché si è
identificato l'Afghanistan come la culla del
terrorismo internazionale? E che c'entra la
popolazione afghana? Non c'entra niente. Allora
bisogna essere seri, non si può continuare con i
giochini. Il terrorismo internazionale islamico è
stato creato, finanziato, addestrato, pianificato
dagli Stati uniti d'America insieme con l'Arabia
saudita per quanto riguardava il finanziamento, e dal
Pakistan per quanto riguardava l'organizzazione
pratica logistica. Questo è un dato
incontrovertibile, sta già nei libri di storia. Come
sono arrivate fin qui persone di 22 nazionalità
diverse? A Kabul ci sono algerini, sudanesi,
filippini, ceceni, magrebini, marocchini, egiziani,
iracheni. Chi ha dato loro le armi? Se gli Usa
attaccheranno, qualche elicottero americano verrà
abbattuto da missili americani.
Tra le
molte ipotesi che si fanno, ora c'è quella di
appoggiare la guerriglia mujaheddin in funzione
anti-taleban.
Io non esprimo
posizioni politico-militari. Tutte le volte stiamo a
discutere di cosa fare, senza renderci conto che
stiamo elaborando la terapia per un malato terminale.
Ma non si potrebbe pensare alla cura quando cominciano
i sintomi? Le vittime hanno tutte quante la stessa
faccia, a Kabul come a New York. Preferirei che si
cominciasse a ragionare sul perché ce ne sono. Anche
i gesti più tremendi non nascono dal nulla.
Questi
clamori di guerra hanno già provocato degli effetti?
Hanno già
provocato dei morti, che mi sembra più preciso.
Quando su una popolazione di una quindicina di milioni
di persone poverissime si determina un aumento del
costo dei generi alimentari di prima necessità (del
riso, della farina, dello zucchero) del 30-40 per
cento in due settimane, vuol dire che domani uno su
tre non mangia. E spesso muore.
Che
prospettive ha questa gente?
Qui le
prospettive non sono rosee per nessuno, anche perché
dall'Afghanistan se ne sono andati tutti. Hai presente
la gente comune, i più poveri? Ancora una volta
pagheranno loro. Io spero che si crei un grande
movimento di opinione pubblica che dica: bisogna
aiutare i più sfortunati, specie quando noi siamo
responsabili della loro situazione. Bisogna aiutarli e
non bombardarli. Perché lì dentro, sotto ciò che
vedono i piloti super-tecnologici e
super-intelligenti, ci sono carne, muscoli, ossa, roba
che noi chiamiamo esseri umani.